Breve premessa

Intendo qui offrire un quadro d’insieme sintetico delle famiglie di stirpe aleramica nel corso dei secoli, concepito primariamente per l’utilità degli stessi discendenti odierni dal marchese Aleramo e, più in generale, rivolto a un pubblico colto, curioso del sostrato storico in cui – lo si voglia o meno – il nostro presente affonda le radici.

Rinvio agli studi monografici specializzati per un’informazione dettagliata e critica sulle singole famiglie e i loro protagonisti. Il mio intento è stato di proporre una ricostruzione complessiva, il più possibile corretta ed equilibrata.

Non esito a chiedere venia per lo stile scarno, quasi d’obbligo in una rassegna di questo tipo, e soprattutto per le lacune o inesattezze in cui posso essere incorso. Nulla mi recherebbe maggiore soddisfazione che l’avere stimolato, sia pure a causa di mie insufficienze, la pubblicazione di nuovi scritti che apportino ulteriori, documentate e più precise notizie sui nuclei parentali considerati.

                                                                                                    Castelvetro di Modena, mese d’aprile 2002.

 

 Legenda: simboli grafici e abbreviazioni nelle tabelle genealogiche e nelle note a piè di pagina.

 ~    : matrimonio, coniugato/a con                       +    : deceduto

ø    : unione extramatrimoniale                             + s.p.: deceduto senza prole

                                                                                  + s.p.m.: deceduto senza prole maschile

a c.: a cura di                                                            att.: attestato attivo

cfr.: confronta                                                          cit.: già citato/a

col., coll.: colonna, colonne                                   c.te : conte

d., dd.: documento, documenti                                ediz.: edizione

fasc.: fascicolo/i                                                       id.: idem, lo stesso

m.se, m.si: marchese/i                                           

n., nn.: numero, numeri                                            n.s.: nuova serie

p., pp.: pagina, pagine                                               p.pe: principe

rist. anast.: ristampa anastatica                                s.: serie

sg., sgg.: e seguente, e seguenti                               s.re: signore

t., tt.: tomo, tomi

vd.: vedi, si veda                                                        vol., voll.: volume, volumi

vv.: versi

 

*          *          *

 

 

1. Aleramo e il padre Guglielmo

          

          Il conte, poi marchese subalpino Aleramo, di nazione franca – come si diceva in quel tempo remoto – ossia di origini germanico-franche, compare in nove documenti del X secolo[1].

Ricordo che i franchi erano venuti in Italia dapprima nel 754 con re Pipino il Breve, poi risolutivamente nel 773 con Carlo Magno. Nel 774 l’ultimo re longobardo Desiderio, assediato in Pavia, si era arreso a discrezione e il re dei franchi aveva cinto anche la corona ferrea del regno d’Italia. Ventisei anni dopo, nel Natale dell’800, Carlo Magno era stato incoronato imperatore da papa Leone III a Roma.

L’impero franco aveva raggiunto una notevole estensione sullo scorcio dell’VIII secolo. Comprendeva la cosiddetta Austrasia (Paesi Bassi, Renania, Lorena) e la Neustria (odierna Francia nord-occidentale e centrale), la Borgogna, la Provenza, l’Aquitania, la Baviera, il nord della Spagna e, appunto, la Lombardia[2], ossia il regno italico. Dal punto di vista dell’amministrazione civile, giudiziaria e militare, questo ampio complesso di regni era sostanzialmente suddiviso in comitati, retti da conti, di dimensioni grosso modo comparabili a quelle delle odierne province italiane. Nelle aree di frontiera, calde o comunque a rischio, delle marche presiedute da marchesi raggruppavano più comitati. I conti e i marchesi, prevalentemente appartenenti a un ristretto numero di famiglie austrasiane, rispondevano del loro operato all’imperatore medesimo, che tuttavia poteva essere rappresentato da missi dominici[3] itineranti e in prosieguo, in particolare in Italia, sostituito localmente da re e da vicari.

Nell’843, con la spartizione dell’impero tra i tre nipotini, Carlo il Calvo, Ludovico il Germanico e Lotario, l’impero collassa. Il titolo imperiale rimane di pertinenza del primogenito Lotario, cui spettano più specificamente la Lotaringia[4] e l’Italia. Ma la crisi della compagine familiare carolingia prosegue e si accentua fino alla deposizione dell’ultimo erede diretto, Carlo il Grosso, nell’887, e alla sua morte l’anno successivo. In Italia ha quindi inizio l’età detta dei piccoli re, signori locali o provenienti dalle regioni contigue, che tutti vantano addentellati parentali con i carolingi e in genere si contendono il trono d’Italia per coppie successive di rivali.

Attorno al 933-34 e 938, il conte Aleramo riceve dai re Ugo di Provenza e Lotario II una terra nel Vercellese (Darola), un’altra sul Tanaro (Villa di Foro) e in gestione plenipotenziaria una villa di arimanni[5] forse identificabile con Roncogennaro, a ovest di Acqui Terme. È probabile che, al momento della prima donazione, il personaggio fosse assai giovane, il che induce a collocare la sua data di nascita attorno al 910.   

Negli anni 940, fatali alla diade di monarchi provenzali, Aleramo raggiunge una posizione di assoluto riguardo a corte. Ugo viene allontanato dall’Italia nel 945 e il figlio Lotario muore nel 950. Sale al trono Berengario II, in origine marchese di Ivrea. Questi, per potenziare la rete dei maggiorenti a lui fedeli, promuove marchesi i già conti Arduino, Aleramo e Oberto ponendo sotto il loro supremo controllo tre lunghe fasce contigue di terre che dal nord subalpino scendono fino ad affacciarsi sul Mar Tirreno e insieme occupano quasi l’intera Italia nordoccidentale. Ufficialmente le tre nuove marche sono costituite in funzione antisaracena. Infatti gli arabi, sin dall’inizio del secolo X, si sono saldamente stabiliti a Frassineto, nell’area del cosiddetto Monte dei Mori, ossia nell’entroterra dell’odierna Saint-Tropez, e da lì vanno muovendo incursioni sempre più frequenti e rovinose, oltre che in Provenza e nelle Alpi occidentali, lungo tutta la costa ligure e – tramite i valichi alpini o a partire dal litorale ligure – nell’entroterra piemontese.

La marca aleramica è per posizione geografica intermedia tra quelle arduinica (Torino-Albenga) e obertenga (Milano-Genova) e si estende all’incirca dal Vercellese ad Acqui Terme, quindi al mare di Savona. Inoltre Aleramo sposa in seconde nozze una figlia dello stesso re Berengario, Gilberga o Gerberga. Nel 961 il marchese, ormai avanti negli anni, fonda con costei l’abbazia di Grazzano (oggi: Grazzano Badoglio) e dal relativo atto apprendiamo che suo padre era stato un conte Guglielmo e che, dal primo matrimonio con donna innominata erano nati tre figli maschi: Guglielmo, allora già defunto, Anselmo e Oddone. Non risulta che sia nata prole, invece, dalla seconda unione matrimoniale. Riguardo all’identità della prima sposa e agli avi più antichi del marchese non sono mancati scrittori settecenteschi e otto-novecenteschi i quali hanno creduto di poter fornire nominativi e, in materia genealogica, alcuni di essi sono risaliti addirittura fino ai re del Kent e agli antichi iuti[6]. Ma, tutto ciò, facendo leva su strumenti inaffidabili e con metodi di una disinvoltura non proprio condivisibile.

Nel 967, infine, Aleramo è con l’imperatore Ottone I e con il papa Giovanni XIII a Ravenna. Il primo, su istanza della moglie Adelaide – figlia del fu re Rodolfo II di Borgogna e già vedova di Lotario di Provenza, madre di Ottone II e futura santa –, prende esplicitamente il marchese con la progenie sotto la sua protezione, gli conferma tutti i beni da lui già posseduti, oltre che in quel di Acqui, Savona, Asti, Torino, Vercelli, anche nel Parmense, nel Cremonese e nel Bergamasco, e gli concede ex novo sedici corti dette “in luoghi deserti”, di fatto ubicate nelle Langhe piemontesi e sull’Appennino piemontese-ligure[7], in alcune delle quali si riconoscono con certezza le attuali Dego, Levice, Mioglia, Ponzone e Cortemilia.  

Successivamente il marchese Aleramo scompare dalla documentazione ed è verosimile che non sia a lungo sopravvissuto[8]. Del padre troviamo traccia probabile in un diploma di re Rodolfo in favore del vescovo di Piacenza, che era stato dato in Verona nel novembre del 924 e in cui appunto un conte Guglielmo figurava tra i testimoni[9].

Dagli studiosi è stata regolarmente sottolineata la costante fortuna politica del nostro personaggio attraverso gli stessi rovesciamenti di regime. Egli ha servito in successione tre monarchi, tanto il secondo quanto il terzo dei quali avversari dichiarati dei rispettivi predecessori, acquistando crescente autorità e divenendo signore di tutta una subregione piemontese-ligure. Tale constatazione ha indotto soprattutto i commentatori più moderni a ravvisare in lui un modello di abilità manovriera e di opportunismo. Ma si tratta forse, almeno in parte, di un’interpretazione anacronistica, improntata ad una mentalità e ad un metro di giudizio che appartengono al nostro tempo più di quanto si addicano alla temperie dell’alto medioevo. Dai fatti conosciuti emergono soprattutto un costante legame di Aleramo con Adelaide di Borgogna e una prossimità del nostro a Lotario II ancora durante gli anni non facili di regno solitario di costui, dopo la cacciata del padre dal trono e dall’Italia.

Quantunque ciò non risulti positivamente né dalle cronache, né dai documenti conservati, si ritiene in genere che Aleramo abbia partecipato alle campagne di difesa del territorio contro le scorrerie degli arabi più sopra ricordate. Ciò è molto verosimile date le circostanze e tenuto conto della sua elevazione al marchesato, anche se non conosciamo le vicende particolari di tale plausibile impegno bellico. I saraceni, che nel 931 avevano già assalito Genova, nel 933 o 935-36 avrebbero assediato senza successo Acqui. Stando ad una voce leggendaria, essi sarebbero stati costretti a ripiegare appunto da un intervento del conte Aleramo.

Non reputo ozioso soffermarmi accessoriamente sul fatto che attorno alla figura di Aleramo sono sorte in antico leggende popolari, tramandate da cronache e memorie, poi fino a tutto il secolo XIX anche da componimenti letterari in versi e da drammi[10]. Dopo tutto non sono molti i personaggi medievali, né storici in genere, che la simpatia popolare abbia trasformato in figure emblematiche a prescindere dal loro documentato profilo storico. Secondo scrittori tre e quattrocenteschi, Aleramo sarebbe nato a Sezzadio da una coppia di nobili sassoni che attraversavano il Piemonte orientale diretti in pellegrinaggio a Roma o a San Giacomo di Compostella. Il suo nome deriverebbe dal piemontese alèr, che significa «allegro». Affidato il pargolo a signori del luogo, i genitori avrebbero proseguito il pio viaggio, venendo però a morire sulla strada del ritorno. Divenuto un giovane robusto e aitante, Aleramo sarebbe stato inviato quale scudiero presso l’imperatore[11] calato nel Nord Italia per combattere contro città ribelli (Brescia, Asti o Milano). L’imperatore lo avrebbe preso a benvolere e lo avrebbe assegnato al suo servizio personale, riconducendolo con sé in Germania. A corte sarebbe nato un prepotente amore tra il paggio e la figlia dell’imperatore, Adelaide. Non potendo sperare di convolare a pubbliche nozze per via della disparità flagrante delle loro condizioni umane e sociali, i due si sarebbero risolti a fuggire insieme e, inseguiti dalle forze dell’impero, avrebbero cercato ricetto nei boschi della Liguria, in quel di Garessio oppure di Alassio, dove, per vivere, Aleramo avrebbe appreso ed esercitato il mestiere di carbonaio. La coppia avrebbe avuto chi dice quattro, chi sette splendidi figlioli. Dopo diverso tempo l’imperatore sarebbe tornato in Italia per combattere contro Brescia che si era nuovamente sollevata. Frattanto Aleramo, rifornendolo regolarmente di carbone, era divenuto buon amico del cuoco del vescovo di Albenga; e il figlio maggiore ormai dodicenne, Ottone, era stato assunto dal vescovo medesimo come scudiero. Il vescovo raggiunse l’esercito dell’imperatore, accompagnato dal cuoco, da Aleramo e Ottone. In due frangenti delicati, durante l’assedio, Aleramo fu indotto ad intervenire issando i vessilli e le armi del cuoco, che recavano paioli e padelle nere su campo bianco, e si distinse per atti di prodezza. Ci fu poi una giostra in cui ancora, travestito, il falso carbonaio ebbe modo di illustrarsi. Il vescovo di Albenga volle sapere quale fosse la sua vera identità e, finalmente, l’imperatore riabbracciò la figlia, conobbe i nipotini e ad Aleramo, perdonato, consegnò in premio il vessillo della milizia con la balzana rossa e bianca che, in futuro, sarebbe stata dei Monferrato[12]. Successivamente, a Ravenna e nel 967, l’imperatore conferì ad Aleramo e ai suoi discendenti la dignità marchionale. Inoltre gli concesse tutte quelle terre che, in Piemonte e Liguria di Ponente, egli fosse riuscito a circoncingere cavalcando per tre giorni. A quest’ultimo tratto si ricollega una paretimologia tradizionale del toponimo Monferrato: non disponendo di materiale più adeguato, Aleramo avrebbe ferrato l’animale per la sfrenata corsa con dei mattoni (mun = «mattone», in piemontese). 

 

 

 

 2. Figli, nipoti e pronipoti di Aleramo

 

          Ma torniamo alla storia prosaica e reale.

          Come si è sopra accennato, i figli di Aleramo sopravvissuti al padre erano due: Anselmo e Oddone. Essi hanno dato origine a due tronconi familiari distinti, l’uno e l’altro marchionali e di notevole rilevanza storica. A tale proposito va osservato che, già con Aleramo, ci troviamo in pieno periodo di mutazione progressiva del significato dei titoli quali conte e marchese, che in origine avevano designato alte cariche funzionariali ad personam ed eventualmente revocabili, mentre divengono ora indici nativi ed ereditari di una dignità sociale e familiare, e semmai stanno a indicare una dominazione signorile stabile su determinati territori.

Anselmo ha sposato Gisla, figlia del marchese obertengo Adalberto, e ne ha avuto a sua volta più figli, tra i quali certamente Oberto, Anselmo II e Ugo Chierico. Nel 991 ha fondato con la moglie e con i nipoti, in memoria e onore del fratello Oddone già defunto, l’abbazia di San Quintino di Spigno, tra Acqui Terme e l’Appennino[13]. In un placito di Ottone II celebrato a Ravenna nel 983 egli è qualificato come marchese e occupa una posizione di preminenza tra i testimoni, comparabile a quella che sarebbe potuta spettare a suo padre[14]. Tuttavia la documentazione che lo riguarda è scarsa. L’atto di fondazione del monastero di Spigno, con le sue molteplici donazioni di beni dislocati in un’ampia regione, da Giusvalla sull’Appennino a ridosso di Savona ai dintorni di Torino, evidenzia un’ingente ricchezza fondiaria, d’altronde appunto ereditata dal padre. Esso però ci rivela anche l’esistenza di un conte di Acqui di nome Gaidaldo; inoltre può apparire significativo che la carta notarile sia stata stilata e siglata nel castello di Visone, a pochissimi chilometri da Acqui, come se si fosse voluto a bella posta evitare di procedere nel capoluogo del comitato. Queste circostanze hanno inclinato gli studiosi a ipotizzare una qualche menomazione dell’autorità politica di Anselmo rispetto a quella di Aleramo, anche se, a dire il vero, la scelta di Visone per la firma dell’atto di fondazione di San Quintino può rapportarsi semplicemente all’intento dichiarato del marchese di garantire il più possibile l’autonomia del nuovo monastero, sottraendolo in toto al controllo del vescovo della vicina città termale e affidandolo alle cure pastorali di quello di Vado Ligure, al di là dell’Appennino. D’altronde già Aleramo aveva adottato una linea cautelare analoga per l’abbazia di Grazzano, che aveva posto sotto l’autorità del vescovo, non di Vercelli, bensì della più remota Torino. Meritano attenzione le notazioni che Anselmo inserisce nel documento a proposito del monastero di san Mauro Torinese, definito in rovina e fino ad allora abbandonato dopo essere stato devastato da uomini malvagi (“malorum hominum uastacione atque inuasacione”), e soprattutto di Giusvalla,  la cui abbazia dedicata al Salvatore era stata distrutta dai perfidi saraceni (“a perfida saracenorum gente destructa est”). Sono riferimenti dai quali trapela quello che era stato il pesante clima umano e politico del secolo X, con le scorrerie non solo degli arabi, ma anche degli ungheri, e con l’organizzazione di bande armate di sbandati che si davano per disperazione al saccheggio in seno alla stessa popolazione locale[15]. Quanto alle colonie arabe della Francia, ricordiamo che esse erano state definitivamente sgominate da Guglielmo di Arles a Frassineto (La Garde-Freinet) solo nel 980 e, accessoriamente, che le offensive anche vincenti di arabi di altra provenienza continuavano in tutta l’Italia peninsulare. Nel 1004, ad esempio, gli arabi avrebbero ancora saccheggiato Pisa.  

          Anselmo risulta scomparso in data anteriore al 3 gennaio 999. Quanto al fratello secondogenito Oddone va notato che nei rari documenti in cui lo troviamo citato non è esplicitamente indicato quale marchese. Comunque egli muore assai giovane e senza lasciare di sé tracce cospicue, a parte la prole.

          Una rassegna dei protagonisti delle prime generazioni ulteriori ci consente di tracciare un quadro d’insieme delle linee di sviluppo della compagine aleramica, fondamentale e illuminante anche per la corretta collocazione nel contesto familiare di individui appartenenti ad epoche meno antiche.

Dei figli di Anselmo di cui ci è pervenuta certa notizia il maggiore è Oberto, il cui nome personale obertengo per antonomasia si spiega in virtù dei natali della madre, ma al di là di tale constatazione ha indotto alcuni autori a supporre che il personaggio potesse essere un secondogenito preceduto da un primo maschio di nome Aleramo o Guglielmo, scomparso in età men che adulta. Se un tale predecessore non è esistito, l’attribuzione del nome Oberto al primo nato rappresenta un omaggio insigne reso alla famiglia della sposa. C’è da dire che Oberto, il quale di fatto è colui che comunque ha ricevuto il testimone della primogenitura del troncone aleramico anselmiano, si è appoggiato territorialmente ad una fascia orientale dei domìni degli avi, a immediato contatto con un’area obertenga. Nel 1030 ha rifondato e dotato l’abbazia di Santa Giustina di Sezzadio – o, come si diceva un tempo, di Sezzè – che si riteneva istituita in origine dal re longobardo Liutprando[16]. Giova rilevare a tale proposito che nel relativo documento l’attore dichiara di procedere alla dotazione per la salvezza delle anime, oltre che propria e dei parenti immediati, dei re Liutprando e Rodolfo. Il richiamo a questo secondo personaggio ci ricorda che il primo rappresentante della stirpe di cui si conosca il nome, il conte Guglielmo padre di Aleramo, era comparso – come abbiamo rilevato – in un placito di Rodolfo II di Borgogna negli anni

Venti del X secolo e che Adelaide, figlia di questo re, aveva personalmente mediato il fondamentale atto di clemenza con cui Aleramo era stato confermato da Ottone I nella sua alta dignità sociale come nei suoi possedimenti e aveva acquistato il dominio di nuove terre tra Piemonte e Liguria, dopo la destituzione di Berengario II. Un legame particolare, di cui ci sfugge l’esatta natura, sembra intercorrere tra gli Aleramici e la figura di Rodolfo II di Borgogna. Altro particolare degno di nota è che Oberto agisce con i due figli Guido e Oberto II, escludendo dall’iniziativa fratelli e cugini, che già all’epoca disponevano di loro abbazie di famiglia, gli uni a Spigno, gli altri – come vedremo – a Lucedio.

La linea marchionale di Sezzè o Sezzadio, tuttavia, ha un decorso generazionale assai breve. Il marchese Guido figura onorevolmente in atti degli anni 1070 e il vescovo d’Alba Benzone riferisce di una visita resagli nei suoi territori dall’imperatore Enrico IV. Anche il marchese Oberto II è documentato attivo negli anni Sessanta e Settanta. Ma ambedue hanno solo, ciascuno, una figlia: Adelaide di Guido sposa un Brunone, e Donella di Oberto II si unisce con Ottone conte di Ventimiglia. 

Il testimone della primogenitura, pertanto, passa ai discendenti di uno dei fratelli di Oberto I, Anselmo II, il quale ha sposato anche lui un’obertenga, di nome Adelaide. Nel 1055 questi è già deceduto, lasciando però due maschi prolifici: Anselmo III e Ugo II.

Ugo I Chierico, terzo figlio di Anselmo I, è un personaggio di riguardo, come si desume da un privilegio imperiale di Enrico II del 1014[17] che conferma donazioni pregresse al monastero di Fruttuaria (in San Benigno Canavese, presso Ivrea) da parte di vari gruppi di signori, tra cui appunto il nostro Ugo con la madre e i fratelli, nonché i cugini figli di Oddone. Egli tuttavia, in quanto ecclesiastico, non ha progenie e non è documentato da altri atti. Può essere utile accennare che anche il suo nome è particolarmente diffuso nelle famiglie obertenghe.

Da Anselmo III, primogenito di Anselmo II e nipotino di Anselmo I, discenderà la folta schiera dei marchesi detti del Vasto; mentre da Ugo II, il secondogenito, deriveranno, di nuovo attraverso un Anselmo, i marchesi di Bosco (oggi Bosco Marengo) e, attraverso un Aleramo, i marchesi di Ponzone, due linee che ancora una volta avranno i loro domìni prevalentemente nella fascia orientale del territorio marchionale complessivo e, sulla costa tirrenica, presidieranno Celle Ligure e Albisola. 

Per quanto si riferisce ai figli di Oddone, Guglielmo I, attivo in particolare tra il 991 e il 1016 e deceduto prima del 1142, regolarmente ricordato quale marchese, è figura assai meno diafana del genitore e soprattutto è il fondatore effettivo della Casa di Monferrato. Nel 1004 egli compare con Oberto I anselmiano a Vado Ligure[18], dove i due cugini marchesi, in qualità di conti di Vado, dirimono una altercatio  tra il locale vescovo Giovanni ed abitanti di Noli, pronunciandosi in favore dell’alto prelato. Guglielmo è citato prima di Oberto, il che potrebbe dipendere più che altro da una differenza di età. Nel 1016 il vescovo Leone di Vercelli, ligio all’imperatore Enrico II, conduce una campagna contro i sostenitori degli Arduini d’Ivrea. Tra questi, a parte Olderico Manfredi di Torino, uno dei più intraprendenti risulta essere stato appunto il nostro Guglielmo, mentre i marchesi Oberto I e Anselmo II anselmiani sembrano aver militato con impegno nel rango proimperiale. È questa la prima avvisaglia di divergenze tra i due tronconi familiari. La sposa di Guglielmo I, contessa Waza, è protagonista di un aneddoto non proprio edificante narratoci in un Libro dei miracoli di San Bononio pressoché coevo[19]: a un mendicante che gli avrebbe chiesto la carità nella chiesa dell’abbazia di San Genuario di Lucedio, poco a nord di Trino Vercellese, avrebbe risposto di rivolgersi direttamente al santo del luogo invocando da lui un miracolo. Dall’episodio, databile tra il 1026 e il 1041, si ricava in particolare che Guglielmo e Waza in quegli anni dovevano dimorare nei dintorni, in area, cioè, geograficamente attigua a quella originaria dei conti Guglielmo e Aleramo del X secolo.

 

c.te Guglielmo

att. 924

|

m.se Aleramo

att. 933-967

______________________________|_______________________________

Guglielmo           m.se Anselmo                                                                         Oddone

                                                         premorto             att. 961-991                                                                             vivo 961

                                                         s.p.                      ~ Gisla obertenga                                                  ___________|_____                   

                                                                  _____________|_________________                     m.se Guglielmo     m.se  Riprando

                                                      m.se Oberto            m.se Anselmo II             Ugo                   att. 991-1031                     ¯

                                                              di Sezzè          att. 1014-1047                   Chierico                     ~ Waza

                                                   _________|___                ~ Adelaide obertenga                                            ¯    

                                               m.se            m.se              __|_______________________                      m.si di Monferrato

                                               Guido         Oberto II       m.se Anselmo III          m.se Ugo II                     e di Occimiano

                                               s.p.m.          s.p.m.                     ¯                                ¯

                                                                                       m.si del Vasto               m.si del Bosco

                                                                                                                              e di  Ponzone

 

           Meno certe notizie si hanno a proposito del fratello Riprando, certamente vivo fino almeno al 1021. Secondo alcuni studiosi egli sarebbe lo stipite dei marchesi di Occimiano, i quali, secondo altri, invece rappresentano un ramo derivato dagli stessi Monferrato, poi da questi ultimi riassorbito.

 

 

  

3. Prosecuzione della linea anselmiana e prime propaggini aleramiche

nel Meridione

 

Dalla serie degli Anselmo consecutivi, che frattanto sono divenuti il troncone e ramo maggiore degli aleramici, prende origine una vasta compagine plurimarchionale: quella dei cosiddetti marchesi del Vasto.

Ma procediamo con ordine.

          C’è da notare anzitutto che con Anselmo III, documentato nel 1055, mutano la strategia matrimoniale, e, con essa, l’orientamento geopolitico della linea anselmiana. Dopo i due matrimoni di Anselmo I e II con obertenghe, ora gli aleramici anselmiani si volgono a ovest e stringono unioni matrimoniali con gli arduinici[20]. Peraltro tale cambio di marcia coinvolge anche gli altri rami aleramici, dato che Enrico di Guglielmo I oddoniano, attivo nel 1042-44, è (per pochi anni e senza prole) il secondo marito della grande contessa Adelaide di Torino[21].

          Anselmo III avrebbe avuto tre figli: Manfredi, Ottone o Teottone detto Tete, Anselmo IV. Il nome del primo figlio caratteristicamente arduinico e che con questo personaggio – il quale appare fugacemente nella documentazione in una carta vadense del 1062 – fa la sua prima comparsa nella compagine aleramica, ha indotto appunto alcuni studiosi a inferire plausibilmente che l'ignota sposa del padre dovesse essere un'arduinica.

 

                                            Anselmo III

                                            att. 1055

                                            ~ arduinica ignota

                        ________________|__________________

                   Manfredi                  Tete                             Anselmo IV

                   att. 1062                  att. 1062                      att. 1062

                                                   ~ Berta arduinica

     ___________________________|___________________________________

     Manfredi II         Anselmo V               Bonifacio                   Enrico              Ottone Chierico

     + 1079               + s.p. 1079              att. 1063-1125           att. 1065          att. 1063/64

          ¯                                                      ¯

 

          Di questo primo Manfredi aleramico e di Anselmo IV, comunque, si sa ben poco.

          Più documentato, sebbene soprattutto in chiave postuma, è Ottone, Teottone o Tete, attivo anche lui a decorrere dal 1062 e che muore prima del 1090. Va notato principalmente che egli si unisce in matrimonio con Berta, sorella minore della contessa Adelaide di Torino, e ne ha cinque figli maschi: Manfredi II, Anselmo V, Bonifacio, Enrico, Ottone Chierico.

          Con alcuni dei protagonisti di questo livello genealogico la storia stessa assume ora una coloritura romanzesca, che ha poco da invidiare alla libera inventiva delle leggende.

          Una lettera di papa Gregorio VII ai vescovi di Asti, Torino e Acqui datata al 3 novembre 1079 ci apprende che Manfredi II e Anselmo V sono da poco periti di morte violenta[22]. Nulla ci viene precisato circa le esatte modalità, le circostanze e il luogo della duplice uccisione. Ma cronisti e storici liguri di epoche seriori ci apprendono che i fratelli sono stati trucidati a furor di popolo a Savona allorché, con una banda di accoliti, tentavano di rapire, per consegnarla al fratello Ottone che ne era innamorato, una gentil donzella appena andata sposa a un Pellegrino Rosso dei signori di Albisola[23].

          Il fattaccio è certo, oltreché poco onorevole, tanto più tragico per le vittime e la famiglia in quanto Manfredi II era sposato con prole e Anselmo V era in istanza di matrimonio. Ciò, però, che esso principalmente determina è l’improvvisa promozione del  terzogenito Bonifacio a capo della compagine. Nella sua missiva, il  pontefice invita i prelati a esercitare pressioni su di lui affinché rinunci ad unirsi in matrimonio con l’ex desponsata, ossia fidanzata, di Anselmo V. Viene spontaneo intuire che vi fossero serie ragioni diplomatiche e di alleanza tra famiglie per questo matrimonio di sostituzione. E ci rendiamo conto che Bonifacio, dal canto suo, reagisce senza por tempo in mezzo ai colpi del destino. Senonché l’accrescersi della potenza degli aleramici anselmiani nell’area subalpina contrasta forse con gli interessi della Chiesa e comunque, all’epoca, il fidanzamento era considerato alla stregua di un matrimonio idealmente già compiuto e l’unione con la fidanzata-sposa del fratello assumeva caratteristiche adulterine.

          Altra mossa risoluta di Bonifacio: avvia nel Meridione, presso i normanni, l’intera figliolanza di Manfredi II, e cioè la propria nipote Adelaide, almeno due sorelle di costei di cui ignoriamo i nomi e il nipote Enrico. Nel 1089, a sorpresa, ci imbattiamo in Adelaide a Mileto di Calabria, dove sposa il granconte Ruggero I d’Altavilla, che sta ultimando la conquista della Sicilia sugli arabi. Le due innominate sorelle sono anch’esse con lei e si fidanzano con i due figli di Ruggero allora in vita, Giordano e Goffredo, di cui però il primo, illegittimo, muore sin dal 1091 o ‘92 dopo avere celebrato nozze sterili, mentre il secondo contrae ancora celibe la lebbra e si ritira in via definitiva in un monastero. Dal matrimonio dell’aleramica Adelaide con il granconte nascono Simone, nel 1092-93, e Ruggero II, probabilmente nel 1095. Frattanto, sin dal 1094, compare in Sicilia anche Enrico, il fratello di Adelaide. Nel 1096 o ’97 quest’ultimo sarà con lo zio subalpino Bonifacio sull’Appennino ligure-piemontese, a Ferrania, dove i due doteranno la locale canonica a poca distanza dallo strategico passo di Cadibona. Nel 1114 lo ritroviamo in Sicilia, con la qualifica di conte e signore di Paternò. Un documento del 1136, inoltre, ci apprende che egli aveva sposato Flandrina, una figlia naturale del granconte Ruggero.

          L’approdo massiccio di tutta la figliolanza di Manfredi II nel Meridione a dieci anni dalla morte improvvisa del padre e al massimo livello della scala sociale, l’incrocio quadruplice di matrimoni con la famiglia dominante, suggeriscono implicitamente l’esistenza di rapporti pregressi tra aleramici anselmiani e normanni. Al marchese Bonifacio poteva convenire, nell’interesse della prole propria, di sospingere in particolare il nipote Enrico verso altri lidi e i matrimoni di Adelaide e le sorelle con i rampolli della dinastia rampante in procinto di affermarsi in Calabria e Sicilia erano un investimento di risorse umane arrischiato, ma in sostanza assennato. Difficilmente, però, un compromesso tanto articolato e incisivo negli effetti è potuto maturare ex abrupto tra due partner operanti in aree geografiche decisamente distanti per l’epoca. Ciascuno degli Altavilla, e così Ruggero, poteva avere avuto contatti personali più o meno approfonditi con le famiglie aleramiche al momento della sua discesa, via terra e a tappe, dalla Normandia natale all’Italia del sud. Forse si erano sin d’allora, se non proprio stretti accordi, per lo meno scambiati auspici e promesse di massima di aiuti.

          Invasa la Sicilia, i normanni, che non erano numerosissimi, avevano subito avuto un grande bisogno di rinforzi umani affidabili, sotto forma tanto di effettivi militari supplementari, quanto – in prosieguo – di popolazioni civili da stanziare nelle campagne. Sin dal 1063, a due anni dallo sbarco nell’Isola e a seguito della fondamentale vittoria normanna di Cerami, il papa Alessandro II aveva rivolto alla cristianità una solenne esortazione a soccorrere gli aitanti avventurieri nordici nel loro sforzo di riconquista sugli arabi, intesa come recupero di quella terra alla fede e alla civiltà occidentale. Nel 1079, anno dell’uccisione a Savona dei due fratelli di Bonifacio, viene presa, in Sicilia, Taormina. Le cronache ci apprendono che uno dei comandanti in capo delle forze normanne nel 1078-79 era un Ottone e vari autori dell’Otto e primo Novecento, a principiare da Michele Amari, hanno supposto fosse un aleramico[24], pur non riuscendo a connotarlo più esattamente in modo plausibile. Ciò che è certo, comunque, è che una nutrita schiera di cosiddetti lombardi, in realtà – in termini moderni – principalmente piemontesi meridionali e liguri, valutabile a oltre 100.000 individui, è trasmigrata in Sicilia negli anni di Adelaide e di Enrico, andandosi ad attestare in un’ampia fascia trapezoidale di territorio che, all’incirca tra il tratto di costa tirrenica da S.Agata di Militello a Milazzo a nord, il fiume Salso (Licata), Buccheri e Ferla a sud, attraversa l’Isola[25] scindendola in una grande area a dominante etnica araba a Occidente e in una striscia marittima orientale a dominante ellenica. In parte almeno, questo consistente afflusso etnico può essere stato concordato a beneficio dei normanni quale condizione contestuale per le unioni matrimoniali.

          Nel 1101, con la morte del granconte normanno Ruggero I, Adelaide aleramica[26] assume l’interim del governo dei territori che erano stati a lui soggetti, che poi depone solo nel 1111 allorché – morto Simone nel 1105 – Ruggero II viene ufficialmente investito del potere. Anche a causa della scarsa documentazione relativa a questo periodo, gli storici non hanno dedicato alla titolare della decennale reggenza tutta l’attenzione che merita. È a lei, sostanzialmente, che si devono la tenuta dello Stato dopo la scomparsa del marito e la creazione di premesse che condurranno a un suo ulteriore rafforzamento. Sembra sia stata lei a determinare il trasporto delle capitali da Mileto di Calabria e da Troina a Palermo, formalizzato nei primissimi anni di dominio del figlio, mentre sarebbe stato soprattutto Enrico di Paternò a indurre Ruggero II a farsi proclamare e incoronare re di Sicilia a Palermo nel Natale 1130. Frattanto, nel 1113 Adelaide, infine liberata dalle responsabilità di governo, si era lasciata convincere a convolare a seconde nozze con Baldovino, re di Gerusalemme. I cronisti hanno descritto in toni di stupita ammirazione la sua dipartita dal porto di Palermo con una flotta di nove legni da guerra carichi d’oro e di preziosi alla volta del mitico Oriente, dove doveva incontrarsi con il nuovo sposo, conquistatore di Arsuf e Cesarea, Acri, Tripoli, Beirut e Sidone, da lei fino ad allora conosciuto solo di fama. L’impegno di matrimonio a distanza tra questi due protagonisti non più giovanissimi, che avevano ciascuno già una vita alle spalle, muoveva, come quasi tutte le unioni del tempo ma in maniera paradigmatica, da motivi di presunto reciproco interesse. Baldovino, nonostante il glorioso titolo e la fama di prode guerriero che si era acquistata nel mondo, era disperatamente a corto di denari e di mezzi, faticava a pagare le truppe e a risarcire gli alleati delle spese e dei danni subiti nei continui scontri armati. Una stretta alleanza con la Sicilia, unica regione-Stato occidentale vicina, resa ricca e potente dai normanni negli ultimi decenni, sarebbe stata un rimedio decisivo alle difficoltà strutturali che gravavano sugli insediamenti dei crociati. Appena Adelaide ebbe messo piede a terra a San Giovanni d’Acri (Akko), il ricco corredo che aveva condotto con sé fu in buona parte accaparrato dai padroni di casa. L’aleramica era stata attirata dalla prospettiva di divenire, all’apice della vita, la regina della città faro del cristianesimo e giungeva animata da entusiasmo fattivo e da una sincera generosità. Aveva posto una condizione: che, qualora l’unione con Baldovino fosse rimasta senza prole, l’erede al regno di Gerusalemme avrebbe dovuto essere suo figlio Ruggero II di Sicilia. Le nozze furono subito celebrate con sfarzo. Senonché saltò poi fuori che il buglionese era da tempo già maritato con un’armena di nome Arda, oltretutto di dubbi costumi. L’unione con la siciliana prese ad essere contestata da alcuni cortigiani e dagli ambienti ecclesiastici, oltre che a causa dell’implicita bigamia di Baldovino, insinuando il sospetto di una parentela di sangue tra i due novelli sposi. Finalmente, nel marzo 1117, Baldovino, gravemente ammalato a seguito di una spedizione militare e temendo di morire, finì col cedere alle ingiunzioni del confessore e decise di allontanare la pietra dello scandalo. Depredata e ripudiata contro ogni attesa, Adelaide fece mestamente ritorno in Sicilia e, nell’aprile 1118, morì a Patti, dove la sua tomba può ancora essere visitata nella cattedrale.

          Del figlio Ruggero II, fondatore del regno di Sicilia, che seppe, con la diplomazia e con ripetuti interventi militari, estendere notevolmente il territorio a lui altresì soggetto nel Mezzogiorno continentale (Calabria, Basilicata, Puglia e Campania) nonché assicurarsi basi d’appoggio mediterranee in Africa (Gerba, Tripoli, Susa, Sfax, Gabes) e nell’Oriente prossimiore (Malta, Corfù) e che, d’altro canto, si distinse quale promotore delle scienze e delle arti, facendo tra l’altro costruire quegli insigni monumenti che sono la cappella palatina di Palermo e il duomo di Cefalù, tutti gli autori hanno sempre trattato come di un normanno a pieno titolo, trascurando di considerare in lui la quota di retaggio piemontese-ligure e aleramico. A parte le ovvie considerazioni genetiche e di sangue, tuttavia, ci sia consentito sottolineare che il personaggio aveva avuto occasione di conoscere il padre, morto quando lui aveva cinque o sei anni, solo fuggevolmente, mentre era rimasto durante l’intera gioventù sotto la tutela diretta della madre e i consigli dello zio materno lo avevano sostenuto fino alla sua accessione al trono. Altro punto cui giova aggiuntivamente accennare nell’ambito di questa notazione: Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI di Hohenstaufen, era però nato a Jesi nel 1194 da Costanza, figlia di Ruggero II. In altri termini il grande imperatore, per parte di madre, era un nipotino di Ruggero II e un pronipotino di Adelaide aleramica: non solo anche un normanno, come è stato volentieri osservato, ma, in non trascurabile misura, anche un lombardo.

          Quanto a Enrico, egli era forse di alcuni anni più giovane della sorella. Certamente – come lo abbiamo indicato – compare nella documentazione siciliana, poi anche ligure, con un ritardo di cinque anni sul matrimonio di Adelaide e inizialmente qualificato come semplice “fratello della contessa”[27]. Solo nel 1113 o ‘14, a 12-13 anni dalla morte di Ruggero I e a due o tre dall’effettiva presa del potere da parte del nipote Ruggero II, l’anno stesso o quello successivo rispetto alla partenza della sorella per Gerusalemme, egli, in un atto in favore di una chiesa dedicata alla Vergine e a suo tempo eretta dal granconte a Paternò, quindi divenuta suffraganea del monastero di Santa Maria in valle Giosafat di Gerusalemme, viene esplicitamente indicato come conte, signore di Paternò, genero del granconte Ruggero I e figlio del fu marchese Manfredi[28]. In documenti ulteriori torna martellante il riferimento al marchese Manfredi e nel 1134 il nostro personaggio si definisce “avunculus”, ossia zio, del re Ruggero II[29]. Nel 1136, infine, nell’atto di concessione di una chiesa dell’area del Mongibello (Etna), nonché di terreni e altri beni a frati eremiti, lo stesso Enrico si definisce conte e marchese e si dichiara fratello della defunta regina Adelaide, oltre a citare nominativamente la propria moglie Flandrina[30]. Con questa carta cessa la documentazione relativa a colui che, se fosse rimasto in Piemonte e fosse stato favorito dalla sorte, avrebbe potuto aspirare al ruolo di rappresentante più autorevole della stirpe aleramica in quanto rampollo unico della linea primogenita tra quelle sussistenti. In Sicilia egli figura in ombra rispetto alla sorella proiettata verso i massimi livelli sociali, ma in buona luce a fianco del nipote re e in costante ascesa dopo il decesso di Ruggero I, poi ancora dopo quello di Adelaide. Egli sembra ritagliarsi una sua nicchia di autorità soprattutto nella zona già descritta degli stanziamenti lombardi e, in particolare, a Paternò. Ricordiamo che la stessa sorella è morta e tumulata a Patti, non a Palermo. Si direbbe che vi sia in questi oriundi piemontesi, pur tanto intraprendenti, come una ritrosia a invadere permanentemente o anche solo durevolmente il proscenio normanno e, a tanta distanza dalla regione natia, che essi tengano tuttavia a rimanere tra connazionali in un’area a loro riservata in cui dialetti di matrice galloitalica si sono conservati addirittura fin entro il XX secolo[31].

          Questa tendenza a tenersi sostanzialmente in disparte si conferma o accentua nella discendenza del conte Enrico. Sembra che i suoi figli siano stati quattro: Ruggero, Simone, Giordano, Girardo. Il più noto è Simone, che compare nella documentazione a partire dal 1141 e viene definito conte di Policastro in un atto del 1156, mediante cui dona alla chiesa di S.Leone di Mongibello l’ospizio e la chiesa di S.Nicola dell’Arena di Catania con le relative pertinenze[32]. Lo stesso fonda la chiesa di Santa Maria di Licodia, tra Paternò e Adrano, donandola a un monaco Geremia di Sant’Agata, nel 1160; e la carta di fondazione, tra l’altro, ci rivela il nome della moglie, contessa Tommasa, come pure l’esistenza di figli[33]. Policastro Bussentino, località marittima nel golfo omonimo e all’estremo sud – oggi – della Campania, era stata conquistata nel 1065 da Roberto Guiscardo, che ne aveva sostituito la popolazione ellenica con immigrati latini, prevalentemente lombardi come stavano a dimostrare ancora non moltissimi anni or sono tracce idiomatiche che sono state studiate dall’eminente dialettologo tedesco Gerhard Rohlfs[34]. Ingrandita e trasformata in capoluogo di comitato, era stata destinata dal granconte Ruggero al figlio Simone allorché erano ancora in vita e sani Giordano e Goffredo. È comprensibile che, estinti tutti i discendenti prioritari del conquistatore della Sicilia, Ruggero II o forse già la stessa Adelaide abbiano deciso di affidare quella terra di famiglia al figlio di Enrico. Riflettiamo che al piccolo era stato imposto sin dalla nascita l’identico nome personale del defunto zio. Egli doveva essere nato non molto tempo dopo il decesso di Simone di Ruggero ed essere stato considerato sin dall’inizio in famiglia come un Simone di Ruggero redivivo. L’atteggiamento benigno e la protezione di Ruggero II, d’altronde, sta ad indicare quanto il re di Sicilia si sentisse strettamente legato alla famiglia materna. Tuttavia i documenti ci mostrano Simone di Policastro prevalentemente operante, come il padre, in quel di Paternò e nell’area perietnea.

 

                                                      Manfredi II aleramico anselmiano

                                                          _____|___________

               Ruggero I d’Altavilla ~ Adelaide                  Enrico, c.te,       ~ Flandrina

               granconte di Sicilia     |       + 1118                s.re di Paternò    |

                                                |                                  att. 1094-1137    |

                ________________|                         __________________|_______________                        

             Simone             Ruggero II               Ruggero      Simone, c.te       Giordano       Girardo

             + 1105              re di Sicilia                                 di Policastro

                                      + 1154                                       att. 1141-1160  __

                                            |                                             ~ Tommasa            \        

                          _________|_______                                      |                         \

                  Guglielmo I                 Costanza                    Manfredi                      Ruggero

                  il Malo, re                  ~ Enrico VI                di Mazzarino                Sclavo 

                      |                              di Germania               ~ Beatrice                    att. 1160-1161

             Guglielmo II                               |                          de Arcadio

             il Buono, re                            Federico II

                                                           di Svevia e di Sicilia

                                                                ¯

 

          I fratelli di Simone sono noti solo da tenui tracce documentali, dalle quali non si desume che abbiano avuto discendenti. Dello stesso conte Simone si conoscono invece due figli: un Manfredi signore di Mazzarino, che sposa Beatrice de Arcadio, e un Ruggero Sclavo, illegittimo. Manfredi figura in un privilegio del 1158. Ruggero Sclavo è tra i protagonisti di spicco del sollevamento signorile e popolare del 1160-61 contro il figlio e successore (nel 1154) di Ruggero II, Guglielmo I il Malo. Dopo l’uccisione nel 1160 del cancelliere Maione di Bari, l’assalto cruento al palazzo regio, il sequestro dell’intera famiglia reale in un secondo tempo rientrato, si rifugia con gli altri capi della congiura nel castello di Caccamo di Matteo Bonello. Poi, con Tancredi di Lecce, raggiunge l’area delle colonie lombarde, dove però è raggiunto e sconfitto dal re che rade Piazza Armerina e Butera e lo condanna all’esilio nel 1161. A partire da questa data, a mia conoscenza, si perdono le tracce di qualsiasi permanenza di discendenti della prima ondata aleramica in Sicilia.

          Su due carte del conte Enrico, del 20 maggio 1115, e di Manfredi di Mazzarino, del dicembre 1158, figurano nitidamente le impronte del sigillo di famiglia, una medaglia che, al recto, reca un cavaliere armato con bandiera spiegata come araldo di pace, con sul bordo la scritta circolare: “Henricus filius marchionis Mainfredi”; e al verso un elefante con obelisco sul dorso, ai lati: “comes”, e attorno di nuovo la dicitura sopra riportata[35]. L’elefante con obelisco è oggi il simbolo della città di Catania. Merita di essere segnalato accessoriamente che, nei documenti di questo ramo familiare, compaiono vari nomi di personaggi di palese origine ligure o piemontese come Gualtiero di Garessio (CN), Enrico di Bubbio (AT) e Guglielmo di Sommano (CN), testimoni nel 1115; Oberto di Savona, ex proprietario di beni citato nel 1147.

          Torniamo ora brevemente all’Ottone comandante di truppe del granconte Ruggero che assediano Taormina nel 1079. Ricordiamoci tra l’altro che proprio il 1079 è l’anno del misterioso decesso dei fratelli Manfredi e Anselmo. Gli autori che hanno ritenuto di poter ravvisare in questo Ottone di Sicilia un aleramico, a cominciare da Michele Amari, hanno ricondotto allo stesso personaggio le menzioni di un “Odone Bono Marchione” e di un “Odo Bonus Marchisius” che compaiono in documenti del periodo 1094-97. In un documento in greco del 1126[36] incontriamo poi la sua vedova Sichelgaita, certamente longobarda del sud continentale e probabilmente salernitana[37], con i figlioli avuti dal matrimonio. Ciò che induce a supporre che egli fosse un aleramico, a parte lo stesso nome personale certamente norditalico e tipico della famiglia subalpina, è l’aggiunta della qualifica marchionale, inequivocabile nella carta ruggeriana databile al 1094 o 1095 in cui compare anche Enrico. Non vi sono marchesi, ma solo conti e, semmai, duchi o principi, nel Mezzogiorno; e nel Nord Italia le famiglie marchionali si contano poco più che sulle dita di una mano. Un autore del primissimo Novecento, il Rogadeo[38], si era spinto fino a supporre che Odobono fosse un fratello maggiore di Adelaide ed Enrico, il primogenito – insomma – tra i figli del marchese Manfredi. Questa è però un’ipotesi non suffragata da specifiche nei documenti e, se riflettiamo a quanto invece il conte e marchese Enrico si accanisca a ricordare che è figlio di Manfredi, fratello di Adelaide e zio di Ruggero II, la circostanza è sufficiente a persuaderci che così non può essere stato. Rimane dubbio pertanto chi sia di preciso questo Odo, posto che effettivamente si tratti di un aleramico, il che non si può certo dire accertato ma non può neppure essere escluso. Verrebbe semmai da pensare, anche appunto per l’assenza di indicazioni di parentela e per l’inserimento del suo nominativo parecchio dopo quello di Enrico nell’atto del 1094-95 sopra riferito, ad un personaggio del troncone aleramico minore, quello oddoniano, ossia a un Monferrato o Occimiano altrimenti sconosciuto.

          Più concretamente attendibile e peraltro non confutata a tutt’oggi da alcuno studioso è l’appartenenza all’alveo aleramico di un altro gruppo familiare documentato tra Gravina, Forenza e Polignano a mare, in Puglia e Basilicata, negli anni 1134 e 1157. Nel 1134 un marchese Bonifacio risulterebbe appunto signore di Gravina, Forenza e Polignano[39]. Nel 1144 un marchese Manfredi, figlio di Bonifacio, dona cinque some di vino annue al monastero femminile di S.Benedetto di Polignano. Nel 1146 lo stesso appare quale signore di Forenza e risulta coniugato con una Donna Filippa. In altra carta di incerta datazione il marchese Manfredi figura quale figlio ed erede di Bonifacio e signore di Gravina. Nel 1148 la marchesa Filippa, signora di Polignano, è vedova. Nel 1152 la stessa, signora di Gravina, compare con il figlio, marchese Silvestro. Questi ha raggiunto la maggiore età ed ha egli stesso assunto il titolo di signore di Gravina nel 1155. Infine, nel 1157, è conte di Gravina Alberto, fratello del fu Manfredi e zio del fu Silvestro. Successivamente la famiglia scompare dalla regione.

 

m.se Bonifacio

s.re di Gravina, Forenza, Polignano

1134

_________________|________________

                                                                               m.se Manfredi                                                 Alberto

                                                                               att. 1144-1146                                                c.te di Gravina

                                                                              ~ Filippa                                                           1157

                                                                                     |

                                                                              m.se Silvestro

                                                                              att. 1152-1155

 

          Gli autori subalpini in genere si sono orientati verso un’identificazione dei marchesi Bonifacio e Alberto con i due omonimi di Incisa, padre e figlio, di cui diremo nel prossimo capitolo. Questi sarebbero temporaneamente emigrati, anche a causa dei dissidi con i cugini vastensi, poi rientrati in Piemonte. La tesi desta a priori perplessità, pur avvantaggiandosi della constatazione che i due Incisa, effettivamente, non sono documentati in Piemonte in quel torno di anni e che il marchese Alberto vi compare per la prima volta solo nel 1167. Quale che fosse la sua reale identità, è possibile che il marchese Bonifacio di Gravina avesse partecipato alle azioni armate di Ruggero II contro i baroni ribelli in Puglia nel 1133 e beneficiato della distribuzione di cariche e titoli verificatasi nel 1135, dopo la presa di Capua e di Napoli. La posizione strategica dei suoi territori in piena Puglia è comunque evidente. Quanto al dileguo di questi aleramici dopo il ’57, è forse anch’esso da porre in relazione con l’avvento al trono di Guglielmo il Malo e alla reazione antilombarda di questi a seguito degli eventi del ’60 e ’61.

 

 

  

4. I marchesi del Vasto

 

           L’improvvisa morte dei fratelli Manfredi II e Anselmo V aveva proiettato Bonifacio anselmiano, non si sa con certezza se secondo o terzogenito di Ottone detto Tete, alla guida del marchesato. Gli ammonimenti papali non gli impedirono di impalmare la desponsata di Anselmo, si ritiene – pur senza conoscere l’identità della sposa – per motivi dinastici o comunque di interesse. Gliene nacquero un figlio a lui omonimo, Bonifacio Maggiore, e una bellissima figlia, di cui ignoriamo il nome come quello di altre protagoniste del gentil sesso che pure hanno svolto talvolta ruoli di un certo rilievo. Quando la giovane fu in età da marito, il re di Francia Luigi VI ebbe in mente di sposarla, ma si scontrò con l’opposizione degli ecclesiastici del suo paese. In una lettera al conte Ugo di Champagne databile circa al 1109 il vescovo Ivo di Chartres giudicava il progetto “disonesto” e “disutile” a causa dei natali “incestuosi” della ragazza, peraltro – notiamolo – definita cugina del conte medesimo[40]. La notizia evidenzia quanto serrati fossero ancora all’epoca i rapporti della famiglia aleramica anselmiana con la Francia e a quale livello sociale essa si situasse nel panorama dell’aristocrazia europea. La contessa Adelaide di Sicilia aveva avuto fama di essere del sangue di Carlo Magno e, anche se ci dobbiamo guardare dall’accordare credito agli echi di voci anonime e incontrollate (l’altra leggenda dell’origine sassone di Aleramo era ancora veicolata dagli scrittori nel Settecento), va sottolineato che ampie parti della realtà del tempo ci sfuggono in quanto non ce ne sono giunti documenti o circostanziate notizie, e ciò è in particolare vero per le relazioni di questi personaggi con le regioni esterne: la Francia, la Germania. Addirittura ignoriamo in pratica tutto delle relazioni del marchese Bonifacio con la Sicilia, di cui sua nipote è stata reggente, poi il di lei figlio re. Indubbiamente queste lacune conoscitive rendono fragili, monche, le nostre ricostruzioni.

          A seguito del mancato matrimonio la figlia di Bonifacio si ritirò in convento. Ma su questo ritiro dal mondo può avere più in genere influito l’emarginazione di cui erano divenuti vittime lei e il fratello da diversi anni, e cioè da quando il marchese, pressato dalle sollecitazioni della società del tempo, aveva infine deciso di recedere dal primo matrimonio e di risposarsi con una seconda moglie da cui doveva avere altri sette figli e due figlie.

          Molte cose erano comunque mutate frattanto. Va soprattutto rilevato che nel 1091 era passata a miglior vita la contessa Adelaide di Torino, ultima titolare della marca arduinica e, come abbiamo già accennato, zia materna del nostro personaggio. La contessa aveva avuto tre mariti consecutivi. Il secondo – e anche questo lo abbiamo già segnalato – era stato l’aleramico oddoniano Enrico I, un cugino attivo negli anni 1042-44. Solo al terzo, e cioè a Oddone di Moriana figlio di Umberto Biancamano, la contessa arduinica aveva generato prole maschile: i due figli Pietro e Amedeo, che erano peraltro premorti, ma il secondo dei quali aveva fatto in tempo a mettere al mondo a sua volta un rampollo: Umberto II[41]. Senonché, al momento della scomparsa della nonna, quest’ultimo era un giovincello. Senza por tempo in mezzo Bonifacio, autoproclamatosi coerede privilegiato in virtù di diritti reali o presunti della madre Berta, un po’ prendendo accordi con i potentati locali, un po’ procedendo ad occupazioni manu militari, passa il confine occidentale del fiume Belbo e si impadronisce dei territori di Auriate (Saluzzo) e Busca giungendo forse fino alle Alpi, di Clavesana e Ceva, di Albenga. Tentando di reagire, Umberto II di Moriana trova un valido appoggio nel libero comune di Asti, già incendiato dalla defunta contessa di Torino e per il quale era vitale garantire il transito dei suoi mercanti sulle strade che conducevano al mare. Le ostilità si protraggono almeno fino al 1098, anno in cui il marchese firma appunto con Asti un compromesso di pace, che soprattutto sancisce e ufficializza le sue ragguardevoli acquisizioni territoriali.

          Ricordiamoci frattanto che sin dal 1096-97 il marchese Bonifacio aveva dotato, con il nipote Enrico rientrato per l’occasione dalla Sicilia, la canonica di Ferrania da lui già fondata sull’Appennino, in prossimità del passo di Cadibona, porta strategica aperta sulla Liguria[42]. Nel 1100, 1111 e 1124 egli incrementerà ancora la dotazione di questo nuovo santuario di famiglia, pur venendo gradualmente a stabilire la sua abituale dimora a Loreto, presso l’attuale Costigliole d’Asti, da dove poteva più agevolmente sorvegliare le mosse dell’unico avversario rimastogli, dato che Umberto II di Moriana era deceduto sin dal 1103. Negli anni Ottanta e Novanta dell’XI secolo il marchese si era impegnato anche in un’importante opera di consolidamento dei propri territori, accelerando e completando il processo di scissione anche patrimoniale tra linee aleramiche in atto sin dal 1014 circa. Egli aveva ceduto ai Monferrato i suoi diritti su Felizzano, a nord del Tanaro, in cambio di beni allora ancora posseduti dai cugini a Dego, Spigno e Torre Uzzone. Dopo il placito, già menzionato a suo luogo, tenuto insieme a Vado Ligure da Guglielmo I oddoniano e Oberto I anselmiano nel 1004 in qualità di marchesi e di conti della locale circoscrizione, un altro marchese Guglielmo oddoniano, Oberto II di Sezzè e Manfredi I anselmiano avevano concesso privilegi ai savonesi tra 1059 e 1062. Nel 1084 il nostro Bonifacio conferma ai savonesi i benefici di cui già godono e l’anno successivo un’analoga conferma è siglata ancora una volta da un Guglielmo del troncone oddoniano[43]. Questo però è l’ultimo intervento in assoluto dei Monferrato nelle questioni della Liguria, dalle quali risulteranno ormai esclusi.

          Con tali politiche Bonifacio riesce ad assicurarsi un dominio relativamente sicuro e compatto su un’ampia regione, che spazia grosso modo dall’asse del torrente Orba alle Alpi in senso latitudinale e dal mar Tirreno, tra Cogoleto e il territorio di Albenga, ad una linea congiungente i corsi del Tanaro, tra Asti e Alessandria, e del Pellice, in senso longitudinale. L’eco dei suoi successi non tarda a diffondersi in Europa e i cronisti italici e stranieri che si occupano della Sicilia lo definiscono “potente marchese d’Italia” oppure “famosissimo marchese degli Itali”[44]. Indubbiamente, dopo Aleramo e nella linea anselmiana, egli è di gran lunga la figura di maggiore spicco dell’intera sequenza genealogica. Il suo marchesato espanso fa pensare in anticipo a ciò che saranno nel Tre e Quattrocento le grandi signorie, dei Savoia, di Milano, di Mantova, e si presenta nel XII secolo come l’embrione di un possibile Stato nazionale.

          Ignoriamo tanto la data del secondo matrimonio del marchese quanto l’identità della seconda sposa. Abbiamo però motivo di ritenere che i figli nati dalla nuova unione fossero quasi tutti adulti nel 1125, anno in cui il marchese testava in ottobre a Loreto. D’altra parte va segnalato che, basandosi su un’unica carta del 1128 oggi giudicata un apocrifo, alcuni autori avevano creduto di poter individuare la seconda moglie come Agnese, figlia del crociato Ugo Magno conte di Vermandois e nipote del re di Francia. Certo non spetta a noi pronunciarci sull’autenticità o falsità di documenti, ma c’è da dire che l’identificazione, di per sé, suonerebbe abbastanza convincente, anche tenuto conto del nome e soprannome del terzo figlio della coppia: appunto Ugo Magno. Oltretutto essa contribuirebbe a far apparire meno singolare il progetto di matrimonio di Luigi VI con la figlia di primo letto di Bonifacio, su cui ci siamo già soffermati.

          Nell’atto testamentario[45] il marchese Bonifacio accenna due volte alla moglie senza specificarne il nome, ma contemplando l’eventualità che possa generare ancora nuovi figli. Egli istituisce suoi eredi i sette figli del secondo matrimonio: Manfredi, Guglielmo, Ugo, Anselmo, Enrico, Bonifacio Minore, Ottone; e assegna una somma di cento libbre di buona moneta a ciascuna delle due figlie: Sibilla e Adelaide. Disereda invece espressamente  Bonifacio d’Incisa, ossia il figlio del primo matrimonio, rimproverandogli di averlo proditoriamente catturato e tenuto prigioniero con i familiari fino al pagamento di un riscatto; inoltre lo accusa di essersi alleato con i suoi nemici mortali, sequestrandogli assieme ad essi tre dei suoi migliori castelli: Montaldo di Mondovì, Monchiero e Boves. Gli specialisti ritengono che l’episodio sia da far risalire al periodo della guerra con il conte di Moriana e Asti. I castelli sarebbero poi stati recuperati in tempi più o meno brevi da Bonifacio.

          La morte del grande marchese avviene verosimilmente tra l’ottobre del 1125 e il 15 febbraio del 1132, data quest’ultima in cui Manfredi e Guglielmo di Bonifacio presenziano insieme alla definizione dei diritti della Chiesa di Savona in Noli. Nel 1135 gli stessi due personaggi, citati nell’ordine inverso, rinnovano le franchige savonesi in assenza di qualsiasi rappresentante monferrino.

          Nel 1126 gli oddoniani, ormai divenuti consapevoli di costituire, familiarmente e territorialmente, un complesso aleramico a sé stante, avevano fondato e dotato il monastero di Santa Maria di Lucedio[46]. Nel 1131 i marchesi Anselmo del Bosco e Aleramo di Ponzone, figli dell’anselmiano Ugo II, avevano fondato dal canto loro l’abbazia di Santa Maria e Santa Croce del Tiglieto[47], nel settore dell’Appennino che sovrasta il litorale di Celle Ligure e Albisola. Pochi anni dopo, forse nel 1135, Manfredi, Guglielmo, Ugo, Anselmo, Enrico e Oddone Boverio figli di Bonifacio dotano, con la loro madre, l’abbazia di Staffarda nei pressi di Saluzzo[48], costituita in origine da monaci del Tiglieto e che diverrà il santuario di famiglia dei discendenti di Manfredi.

          Staffarda è l’ultima delle grandi abbazie fondate dagli aleramici tra Piemonte e Liguria ed è anche la sola ad essersi conservata fino ai nostri giorni in un invidiabile stato di relativa integrità, per lo meno per quanto si riferisce alle strutture architettoniche esterne e interne. Benché saccheggiata dalle truppe francesi a seguito della battaglia del 1690 che da essa ha preso nome e ormai da tempo abbandonata dai monaci, essa è proprietà dell’ordine Mauriziano che ne consente la visita su richiesta e vari enti della regione si propongono di attivarne la valorizzazione[49]. Dell’antico monastero di Grazzano rimangono solo vestigia e la chiesa interamente rifatta, tuttavia ancora provvista di parroco e ufficiata. In una cappella della fiancata destra, un frammento rettangolare di mosaico antico in bianco e nero e raffigurante due animali favolosi sul pavimento, ricoprirebbe secondo una tradizione di scarsa attendibilità la sepoltura del marchese Aleramo. Anche la chiesa dell’abbazia di Santa Giustina di Sezzadio si è salvata e suppongo venga ufficiata in talune occasioni. Le strutture esterne, risalenti in origine addirittura all’VIII secolo, sono di puro stile romanico e assai pregevoli, mentre gli arredi fissi interni vanno ascritti ad epoche tarde e, oltre che in parte danneggiati, non presentano rilevante interesse.  Nella cripta, tuttavia, si può ammirare un mosaico pavimentale in bianco e nero, con motivi ornamentali e con la scritta: “otbertus marchio huius domus domini reparator et ornator” (= marchese Oberto, che ha restaurato e adornato questa casa del Signore). L’abbazia stessa è passata dalla metà del XIX secolo in mano a privati e, trasformata in villa, non può essere visitata se non con il consenso dei proprietari. Un destino ancor più desolante è toccato ai monasteri di Spigno, Lucedio e Tiglieto, tutti e tre divenuti proprietà private, edifici di culto compresi. Spigno e Tiglieto sono ambedue accompagnate da uno splendido ponte coevo, la prima sulla Bormida, la seconda sull’Olba. L’abbazia e la stessa chiesa di Spigno, che conservava resti di affreschi, sono state trasformate in abitazione con drastiche ristrutturazioni interne. Solo l’esterno, anche questo romanico ma di dimensioni assai più modeste rispetto a Santa Giustina, rimane relativamente fruibile. Con Lucedio, Tiglieto e Staffarda si passa a complessi affidati in origine non più a benedettini, bensì a cistercensi, il che nuovamente evidenzia l’esistenza di rapporti degli aleramici con la Francia, o piuttosto con la Borgogna. Da un punto di vista stilistico o estetico si passa altresì dal romanico al gotico. Il bellissimo, vasto monastero cistercense di Lucedio, che tanta parte ha avuto nei secoli successivi per quanto riguarda l’introduzione e diffusione della risicoltura nella bassa pianura dell’Oltrepò vercellese, in epoca moderna è stato trasformato in una grande azienda agricola privata, specializzata appunto nella produzione del riso. Cumuli di prodotto in giacenza ingombrano i pavimenti delle sue sale sotto i magnifici soffitti voltati a vele. Quanto a Tiglieto, scoperchiato da anni per mancanza di manutenzione, si sta dissolvendo nel folto di boschi in cui è disagevole penetrare.

          Almeno in un primo tempo, dopo il decesso del padre, la nuova generazione di marchesi anselmiani sembra non abbia proceduto ad una vera spartizione del territorio ereditato. Si è però venuta configurando una dislocazione in cerchio e in senso antiorario dei fratelli, prevalentemente per coppie, a partire da Saluzzo e Busca dove si insediano Manfredi e Guglielmo, poi Clavesana e Ceva dove approdano Ugo e Anselmo, Carretto e Savona che accolgono il solo Enrico, Cortemilia e Loreto che rispettivamente ospitano Bonifacio Minore e Ottone[50]. Manfredi è documentato già a Saluzzo nel 1123, allorché Bonifacio è ancora in vita, ed è da credere che l’illustre marchese ve lo avesse a bella posta inviato per vigilare sull’altra area più esposta del marchesato, a contatto diretto con i domìni rimasti ai Moriana e con il vescovado di Torino. Il nome arduinico che gli era stato impartito alla nascita gli avrebbe d’altronde permesso di farsi rispettare in quella zona più agevolmente dei fratelli. Ma dagli atti del 1132 e 1135 stilati a Noli e Savona e in cui compaiono Manfredi e Guglielmo, e non Enrico, si ricava che ci sono voluti alcuni anni affinché si addivenisse all’assetto generale sopra enunciato. In pratica la formula indicata viene esplicitamente e chiaramente proposta in un solo documento, ritenuto un falso: quello della cosiddetta divisione tra i figli del marchese Bonifacio del 1142[51]. Enrico compare inequivocabilmente come marchese di Savona solo nel giugno 1162, allorché con apposito diploma, l’imperatore Federico Barbarossa lo investe di tutto quanto il marchese Bonifacio aveva detenuto a Savona e nel suo distretto[52].

          Ma procediamo cronologicamente. Nel luglio 1140 i marchesi Manfredi, Ugo, Anselmo, Enrico e Ottone stringono un patto con Genova per una spedizione di conquista del comitato di Ventimiglia che dovrà essere guidata da Manfredi, il quale condurrà con sé un esercito di 1000 fanti e 100 cavalieri a prescindere dalle forze savonesi, nolesi e di Albenga. Nel 1142 i marchesi Manfredi e Ugo procedono a donazioni al monastero di S. Maria e S. Croce di Civitatula nei pressi di Carmagnola, confermate da Anselmo, Enrico e Ottone. Lo stesso anno Manfredi e Ugo patrocinano a Savona una cessione di diritti nel territorio di Cairo Montenotte. La posizione di Manfredi rimane dominante, ma Ugo sembra sostituire al suo fianco Guglielmo. Tanto quest’ultimo quanto Bonifacio Minore sembrano defilarsi.

          Va tenuto conto però che questo è il secolo del progressivo affermarsi e imporsi dei liberi comuni. Nell’ambito stesso dei loro territori gli aleramici anselmiani avevano concesso franchigie a Savona sin dal secolo precedente. Più tardi ne concederanno, sulla costa, anche a Noli. Nell’entroterra piemontese un comune per lo più alleato sarà quello di Alba. Ma tanto Asti quanto Genova non tardano a profilarsi come vere e proprie potenze finanziarie e militari, decise a piegare l’arroganza degli antichi signori. Asti ha soprattutto bisogno di garantirsi le vie di accesso al mare, tanto per gli indispensabili approvvigionamenti di sale della cittadinanza quanto per la prosperità dei commerci. Ed ambedue le città tendono naturalmente ad un’espansione territoriale. Aleramo, stipite dei marchesi di Ponzone, giura fedeltà a Genova sin dal 1135. Dell’alleanza dei figli di Bonifacio con Genova in funzione antiventimigliese del 1140 si è già accennato. Del 1148 sono nuovi atti di omaggio dei fratelli a Genova. Ma nello stesso anno Ottone Boverio ed Enrico giurano l’abitacolo, ossia si impegnano a mettere su casa, ad Asti. Il primo cedimento grave nei confronti dei comuni avviene proprio nel febbraio del 1148, o forse piuttosto nel 1149, allorché lo stesso Ottone Boverio cede ai consoli astigiani la sua quota, pari a una metà, di Loreto e relativo comitato, venendone reinvestito in feudo, ossia in subordine. Nell’atto si specifica che, qualora Ottone morisse senza prole – come effettivamente avverrà –, il feudo sarà ereditato da Enrico e dai suoi successori o, in mancanza di successori di Enrico, da quelli di altri fratelli, con esclusione di Ugo e, specialmente, di Guglielmo. Ignoriamo cosa abbia condotto Ottone a compiere questo passo fatale per la famiglia e così contrario alla politica attuata a suo tempo dal padre, aggravato peraltro dal fatto che il cadetto promette ad Asti assistenza militare nel conflitto in atto con il marchese di Monferrato, Guglielmo V. La preferenza accordata a Enrico può essere dipesa da impegni presi dal familiare ligure per quanto attiene alle possibilità di accesso degli astigiani al mare. Il veto nei confronti di Ugo e Guglielmo fa pensare che solo loro, tra i figli di Bonifacio, abbiano espresso ferma contrarietà riguardo all’iniziativa di Ottone.

          Possiamo continuare ad elencare gli atti di omaggio o sottomissione dei marchesi nei riguardi di Genova e Asti, nonché di autorità, in particolare di Genova, nei confronti dei marchesi. Ad esempio nel 1149, sono – questa volta – i marchesi oddoniani di Occimiano a donare ad Asti, previa reinvestitura in feudo, il castello di Vignale. Nel 1150 e ’55 i genovesi interferiscono in questioni tra i marchesi aleramici e Noli, favorendo il rafforzamento delle autonomie locali. E sempre nel 1155 Manfredi, Enrico e Ottone giurano l’abitacolo a Genova.

          Ma il fatto saliente, a partire dal 1154, è certamente rappresentato dall’arrivo in Italia di Federico Barbarossa e dalla sua elevazione al trono imperiale a Roma, proprio nel 1155. Alla dieta di Roncaglia, presso Piacenza, dello stesso 1154 era certamente presente Guglielmo V di Monferrato. Chieri ed Asti vengono distrutte su sua istanza dai tedeschi nel 1155. Quando torna in Italia nel 1158, dopo il matrimonio con Beatrice di Borgogna, Federico I è ricevuto a Occimiano proprio dal marchese di Monferrato. Alla seconda dieta di Roncaglia tenuta nel dicembre dopo la presa di Milano partecipano, oltre agli ottimati di Germania, ai marchesi di Monferrato e d’Este e ad Opizo Malaspina, anche Manfredi ed Enrico anselmiani. Nel 1160 viene presa e distrutta Crema al termine di un lungo assedio. In quegli anni si hanno due papi rivali. Al concilio di Pavia il Barbarossa si pronuncia in favore di Vittore IV e il suo antagonista Alessandro III, riconosciuto da Guglielmo I il Malo di Sicilia, non esita a scomunicarlo assieme a Guglielmo V di Monferrato e Manfredi di Saluzzo. Nel 1162 Federico I fa radere al suolo Milano. In quello stesso anno emana il diploma cui ho già accennato in favore di Enrico detto Guercio (soprannome che non significa, come si sarebbe indotti a credere, «cieco da un occhio», bensì «valoroso», dall’antico tedesco werze, oggi wert), qualificato esplicitamente come “marchese di Savona”, per ricompensarne la costante fedeltà e gli insigni servizi resi. Enrico è divenuto cancelliere dell’imperatore e anche Manfredi e Ugo sono alla corte di Federico I. Nel 1164, poi, l’imperatore emana un altro diploma consimile, questa volta in favore dello “illustrissimo marchese di Monferrato”, Guglielmo[53]. Un primo anno critico è il 1167 in cui l’esercito dell’imperatore, dopo essersi impadronito di una parte di Roma, viene decimato dalla peste e in cui, soprattutto, si costituisce la Lega dei comuni lombardi (Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, poi anche Venezia, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Modena, Bologna). Nel 1168 i milanesi distruggono il castello avito del conte Guido di Biandrate, cognato di Guglielmo V. L’imperatore Federico, costretto ad abbandonare precipitosamente l’Italia raggiungendo la Borgogna e, da lì, Bamberga, lascia un suo figlio in affido al marchese monferrino con un piccolo presidio armato al comando di Cristiano di Mainz (Magonza). Un centro abitato fatto edificare da Guglielmo V sulla riva destra del Tanaro, poco a monte della confluenza con la Bormida, si pone sotto la protezione del papa antimperiale e assume il nome di Alessandria. Nel 1170 la Lega Lombarda sollecita e ottiene il patrocinio ufficiale di papa Alessandro III; si hanno a Veroli (Frosinone) primi negoziati per una soluzione della vertenza tra rappresentanti della Chiesa e dell’impero. Guglielmo V subisce una sconfitta militare da parte di forze della Lega nel 1172. L’imperatore torna in Italia per la quinta volta nel 1174, mette a ferro e fuoco Susa, occupa Asti, assedia invano Alessandria. Dopo l’armistizio di Montebello dell’aprile 1175, il conflitto si riaccende nel 1176 e l’esercito imperiale, in seno al quale Guglielmo di Monferrato e l’arcivescovo di Magonza svolgono preminenti ruoli di comando, è sgominato dalla Lega a Legnano il 29 maggio. Seguono preliminari di nuove trattative a Piacenza, quindi la cessazione definitiva delle ostilità è firmata in Germania, a Costanza, nel 1183. Il marchese Enrico di Savona è stato uno dei principali negoziatori di parte imperiale per la conclusione di questo accordo, prima di morire nel 1184.

          Lasciando da parte gli accadimenti politico-militari di portata internazionale, torniamo ora un poco indietro per fornire qualche maggiore precisazione sui destini dei vari fratelli aleramico-anselmiani. Le tracce del marchese Ottone si perdono dopo il 1157. Come lui, scompaiono senza figli Ugo e Bonifacio Minore. Quanto a Ugo, non lo troviamo più documentato dopo il 1167; e Bonifacio Minore scompare tardivamente, tra 1188 e 1190. Il fratello maggiore Manfredi, tra il 1167 e il 1169, combatte in favore del vescovo di Torino e contro Umberto III di Savoia, perdendo vari castelli tra cui quello di Busca, e si ritira in Saluzzo. Muore poi nel 1175 lasciando un figlio omonimo, Manfredi II Punasio, documentato già a partire dal 1172 e che nel 1175 o 1176 compare con il titolo esplicito di “marchese di Saluzzo”[54]. Guglielmo risulta deceduto entro il 1176, con due figli: Berengario e Manfredi I Lancia, ambedue marchesi di Busca. Due figli ciascuno avrebbero altresì avuto Anselmo ed Enrico. Anselmo è certamente scomparso entro il 1188. Dei suoi due figli, Bonifacio – che è probabilmente il maggiore e risulta attivo tra il 1196 e il 1225 – eredita dallo zio Ugo la terra di Clavesana, di cui diviene marchese; mentre l’altro, Guglielmo, diviene marchese di Ceva e Albenga ed è attivo dal 1188 al 1228. I figli di Enrico Guercio, Ottone ed Enrico II, figurano attivi a partire dal 1181-’82 ed ambedue sono qualificati come marchesi di Savona e del Carretto[55]. Le date di decesso dei marchesi di questa generazione principalmente comprese tra il 1175 e il 1190 inducono a ritenere che Manfredi e Guglielmo possano essere nati forse nel primo decennio del secolo e che il secondo matrimonio del marchese Bonifacio non sia stato, pertanto, precoce.

 

                                                         m.se Bonifacio

                                                        att. 1063-1125 

                                  ~ 1a m.                           ~ 2a m.   

                                   |                       _______|___________________________________________________

                          Bonifacio        Manfredi       Guglielmo         Ugo                     Anselmo           Enrico       Bonifacio       Ottone

                          d’Incisa          di Saluzzo      di Busca           di Clavesana          di Ceva           di Savona

                              |                     |                     _|___________                        __|_____             ___|____________

                        Alberto            Manfredi         Beren-              Manfredi            Boni-       Gu-           Ot-        En-

                             ¯                II                    gario                 Lancia                facio       glielmo       tone       rico

                                                ¯                      ¯                       ¯                       ¯             ¯              ¯           ¯  

                                                       

          Un punto particolare che va affrontato prima di chiudere questo capitolo è quello della comparsa, della fortuna e del significato del titolo marchionale del Vasto. In documenti imperiali del 1162, e forse già del 1161, troviamo citati Manfredi e Ugo Magno marchesi de Vasto, i marchesi del Guasto in genere, Enrico Guercio marchese de Wasto, infine Manfredi, Ugo Magno ed Enrico Vverze de Vvasto[56]. Manfredi compare poi come marchese de Vasto in atti privati del 1165 e 1169 e de uasto in una memoria di donazione all’abbazia di Staffarda del 1170[57]. Di nuovo un atto imperiale del 1174 cita Enrico Guercio de Wasto[58]. Ecco poi che una nota per memoria posteriore alla morte di Manfredi e quindi al più presto del 1175, attribuisce già a questo personaggio, in chiave quasi certamente abusiva, la qualifica di marchese di Saluzzo e ricorda addirittura il padre Bonifacio quale “don Bonifacio de Vasto”[59]. Pare dunque che ora il titolo cominci persino a risalire la china del tempo e ad applicarsi retroattivamente. Nel 1227 e 1228, ancora, Manuele marchese di Ceva e Ottone del Carretto agiscono quali “podestà dei marchesi de Guasto”[60], dal che si può evincere che gli interessati, pur titolari all’epoca di specifici marchesati indipendenti, continuavano a considerarsi membri di un’unica grande famiglia o di un consortile signorile. In un poemetto latino del notaio genovese Ursone del 1242 lo stesso Guglielmo VI di Monferrato viene detto “Ligurum flos, stirpis vastensis lux et generosa propago nominis excelsi (= fiore dei liguri, luce e generosa propaggine dell’eccelsa stirpe vastense)[61], con libera estensione della titolatura all’altro troncone maestro della progenie di Aleramo. In epoca moderna il predicato “del Vasto” è risultato enigmatico, nel senso che non sembrava concretamente riconducibile a siti o aree specifiche che, in Piemonte o in Liguria di Ponente, si fossero così denominate. L’ipotesi di un nesso con il monastero di Vasco nei pressi di Mondovì, un tempo da taluni formulata, non regge, oltretutto perché mai i vastensi si sono interessati di questo santuario, peraltro collocato al di fuori del comprensorio aleramico originario. Gli storici subalpini si sono un tempo orientati verso l’unica spiegazione apparentemente plausibile, in base alla quale la titolatura collettiva andrebbe intesa nel senso del latino vastus (= «vuoto, spopolato») e dell’antico germanico wuosti (= «vuoto, deserto») da ricollegare alle sedici terre in luoghi deserti concesse da Ottone I ad Aleramo nel 967 e, più estensivamente, alle terre un tempo “desertificate” dalle incursioni dei saraceni.

          Questa soluzione interpretativa è convincente, quantunque si sia obiettato che essa si basa su argomentazioni meramente linguistiche e storiche, prescindendo troppo disinvoltamente da riscontri topici. Recentemente è venuto in luce un documento secentesco in cui sono indicate le denominazioni antiche di varie località liguri e che dà “Vasto” come sinonimo toponimico antico di Montenotte, presso Cairo[62]. Lo scopritore l’ha posto in relazione con una carta del marchese Tete del 1027 già attinente alla canonica di Ferrania, creduta falsa ma di cui egli rivendica la sostanziale autenticità, e sottolinea che in detta canonica una lapide in versi leonini celebrava la memoria della seconda consorte di Bonifacio del Vasto e madre dei sette marchesi di secondo letto, Agnese di Vermandois. La tesi non è certo irricevibile, ma necessita, nel suo complesso, di un approfondito e circospetto esame. Peraltro, sostanzialmente non invalida la speculazione etimologica di cui sopra, in quanto, assodato che Montenotte, e solo essa, si fosse denominata anticamente Vasto, rimarrebbe da spiegarne la ragione e da spiegare altresì perché Bonifacio e i di lui figli abbiano preso titolatura proprio da quell’unico castello, non certo preminente, nei documenti imperiali.

 

 

  

5. I marchesi di Monferrato

 

          Abbiamo fin qui rinviato la trattazione relativa al secondo troncone principale della famiglia aleramica per comodità di esposizione, certamente non perché esso si possa considerare secondario in importanza rispetto al primo, del quale anzi è assai più noto e celebrato, in Italia e soprattutto all’estero[63].

          Il casato dei Monferrato prende l’aire soprattutto con i fratelli Guglielmo IV e Ranieri, attivi tra la fine dell’XI e i primi del XII secolo, quindi all’incirca contemporanei di Bonifacio del Vasto. I concatenamenti genealogici precedenti, dopo Guglielmo I e Waza, sono poco limpidi e in parte ricostruibili in via solo congetturale. È certo, invece, che il marchese Ranieri aveva sposato Gisla di Borgogna, vedova dell’Umberto II di Moriana a noi già noto[64]. Guglielmo V, da alcuni scrittori antichi designato solo quale III e generalmente detto il Vecchio ossia senior rispetto al figlio e ad altri dicendenti omonimi, nato da questo matrimonio e contemporaneo – lui – dei sette fratelli vastensi, è un personaggio del più alto prestigio e di meriti non comuni, tanto nell’arte di stringere amicizie e alleanze quanto nella conduzione di operazioni militari. Il primo e principale tratto che in lui colpisce è il fatto che fosse strettamente imparentato con ciascuna delle tre altre famiglie europee aventi un’influenza direttamente o indirettamente preminente nell’Italia settentrionale. Anzitutto era fratellastro di Amedeo III di Moriana, in quanto figlio della stessa madre coniugatasi due volte e ambedue con prole. I Moriana, in conflitto con i Vastensi per le ragioni che già sappiamo, sono invece affiatatissimi con i Monferrato e ripetutamente dotano l’abbazia cistercense di Lucedio[65]. Ma Gisla era anche stata sorella di papa Callisto II e una sua figlia di primo letto, anch’essa di nome Adelaide, aveva sposato il re di Francia Luigi VI il Grasso dopo la rinuncia di costui a impalmare la figlia di Bonifacio del Vasto. Pertanto i cronisti dell’epoca indicano Guglielmo V come zio di Luigi VII di Francia. In ambito matrimoniale il nostro, invece, si è orientato verso l’area germanica, unendosi in età giovanile con Giulitta d’Austria, figlia del marchese Leopoldo, sorellastra dell’imperatore Corrado III e del padre di Federico Barbarossa

 

                                                       Enrico IV ~ Berta di Moriana

                                                       imperatore         |  

                        ____________________________|________                                               

                  Enrico V              Corrado                         Agnese

                  imperatore                                  ~ 1. Federico     ~ 2. Leopoldo

                                                                            di Svevia                     d’Austria

                                                             __________|______                                |

                                                        Federico             Corrado III                    Giulitta

                                                        di Svevia            imperatore                ~ Guglielmo V

                                              _________|_______                                         di Monferrato

                                         Federico I               Corrado                                             ¯

                                         Barbarossa             c.te palatino del Reno

                                                 ¯

 

          Con Guglielmo V si manifesta per la prima volta negli oddoniani quell’attrazione per il Prossimo Oriente che frutterà loro imperitura gloria, ma malauguratamente finirà col condurre la linea all’estinzione. Nel 1147-48, il personaggio parte con Luigi VII di Francia, con il fratello Amedeo III di Moriana e il cognato Guido conte di Biandrate, alla seconda crociata predicata da Bernardo di Clairvaux, mentre Corrado III e il giovane Barbarossa li raggiungono in Terra Santa per altra via. Com’è noto l’esito della spedizione si rivela subito deludente: gli occidentali si vedono costretti a rinunciare ai progetti di riconquista di Edessa e di occupazione di Damasco e, nel giro di poco più di un anno, rientrano nei rispettivi paesi. Ma la comunanza d’armi certamente ha propiziato il rinsaldarsi della solidarietà tra alcuni dei protagonisti. In una lettera del 1151 l’imperatore Corrado III designa il nostro quale suo legato in Italia insieme ai vescovi tedeschi di Costanza e di Basilea; e non appena Federico I giunge in Italia dal Brennero per cingere le corone italiane il monferrino è subito al suo fianco, rimanendolo poi strenuamente anche nei momenti più critici che il partito imperiale dovrà affrontare negli anni successivi, insieme ai Moriana e, come già sappiamo, ai cugini aleramici vastensi.

          Quali erano i territori sui quali si estendeva l’autorità del marchese di Monferrato attorno alla metà del XII secolo? A seguito della politica di sganciamento attuata da Bonifacio del Vasto, l’area soggetta ai Monferrato era venuta attestandosi essenzialmente in quello che oggi chiamiamo il Basso Monferrato e nel Vercellese, ossia grosso modo a nord della linea del Tanaro di Asti e a cavaliere del Po. Essa era insomma, in termini moderni, quella del Piemonte nord-orientale. Guglielmo V si adopera da un lato per consolidarla e accrescerla in situ, dall’altro per estenderla, in particolare recuperando, quando se ne presenta l’occasione, castelli e terre che erano passati sotto il dominio esclusivo dei cugini vastensi. Dai vescovi di Vercelli e di Torino ottiene nel 1155 l’importante piazza di Trino Vercellese e feudi nel Saluzzese. Dal Barbarossa, soprattutto, si vede attribuire nel 1164 Chivasso, i castelli di Cavagnolo e Vesterna, Sezzadio, Visone, Villa di Foro, Marengo e numerosi altri luoghi, mentre, nel 1158, aveva propiziato la concessione di Chieri a Guido di Biandrate.

          Tuttavia si è già osservato, trattando dei vastensi, che in quel torno di anni la principale minaccia al potere signorile in genere era rappresentata dal rapido evolversi dei comuni, dalle loro pressioni e pretese, dal loro arricchirsi tramite le attività commerciali e finanziarie e si sono succintamente tratteggiate, lumeggiando tra l’altro la parte di primo piano svolta in esse dal nostro personaggio, le drammatiche vicende diplomatiche e militari che hanno condotto, nel fatidico anno 1176, alla disastrosa disfatta di Legnano. 

          Nonostante la comprensibile tendenza naturale dei tedeschi a ridimensionarlo, l’evento segna una svolta senza ritorno nel corso della storia, tanto politica quanto più estesamente civile e culturale in Italia. Le città hanno posto un limite allo strapotere dell’imperatore e, correlativamente, alla supremazia della classe signorile d’origine feudale. Il compromesso raggiunto con la pace di Costanza, pur salvando le apparenze per il campo imperiale, è sostanzialmente favorevole ai comuni, nel senso che riconosce loro un’ampia autonomia e certo non ne frena l’ulteriore affermazione. I Monferrato, che sin dalla metà degli anni Cinquanta si erano impegnati a fondo per bloccare l’incontenibile ascesa, non possono che rimanere profondamente delusi da questo epilogo. Ed ecco che in loro torna a farsi strada con forza il miraggio del Vicino Oriente, il richiamo di quelle terre lontane in cui è vissuto il Cristo, in cui si vaneggia che abbondino l’oro, i preziosi, le stoffe sontuose, e in cui comunque, combattendo contro gli infedeli, si possono acquistare regni, organizzare nuove realtà statuali senza rimanere sciaguratamente imbrigliati in pastoie predisposte da arroganti comunità di mercanti.

          Prolifico quasi quanto Bonifacio vastense, Guglielmo il Vecchio aveva avuto dalla consorte austriaca cinque figli maschi e due femmine, nati tra gli anni Quaranta e Sessanta, il cui ordine di nascita rimane peraltro incerto. Nell’anno stesso della battaglia di Legnano Guglielmo Lungaspada, forse il primogenito, accoglie un invito dei primati del regno di Gerusalemme a recarsi nella città santa ad impalmare una sorella del re Baldovino IV il Lebbroso, onde raccogliere l’eredità di quell’eroico condottiero infermo e privo di propria discendenza. Uno studioso subalpino della fine del XIX secolo, Leopoldo Usseglio, così traspone in italiano una descrizione delle fattezze e caratteristiche del monferrino dovuta alla penna del coevo arcivescovo Guglielmo di Tiro: “giovane biondo, di elegante aspetto, virilmente animoso; facile all’ira, liberale, sincero così che ciò che volgeva nell’anima gli si leggeva in volto, eccessivo alquanto nel mangiare e nel bere, uso all’armi fin da fanciullo, nobile così che pochi o nessuno potevano stargli a paro”[66]. E certamente la fama del giovane marchese doveva essere sotto tutti gli aspetti preclara e di giovevole auspicio se il mitico re aveva deciso di farlo venire dall’Italia per affidargli la propria successione. Purtroppo, però, a pochi mesi dal matrimonio con Sibilla, quindi dall’assunzione ufficiale dell’eredità al trono di Gerusalemme, Guglielmo Lungaspada risulta aver contratto una grave malattia che lo conduce a morire nelle sofferenze nel 1177. Dall’unione era comunque nato Baldovino V, che sarà incoronato re di Gerusalemme nel marzo 1185 all’età di sette anni, per poi spirare a sua volta nel 1186. 

          Nel 1179 l’imperatore d’Oriente Manuele I Comneno segue in certo senso l’esempio del Lebbroso, offrendo sua figlia Maria a un altro dei figli di Guglielmo il Vecchio, Ranieri, da qualche autore reputato il vero primogenito anche perché il suo nome ripete quello del nonno paterno[67]. Il matrimonio effettivamente ha luogo a Costantinopoli nel febbraio del 1180. Ma nel 1183 i coniugi vengono fatti avvelenare da Andronico I Comneno, il quale fa sopprimere ancor prima la stessa imperatrice madre Maria d’Antiochia e il minorenne Alessio II e cinge la corona imperiale. I due sposi decedono senza prole. Secondo gli antichi scrittori Giulitta d’Austria, nei primi anni Ottanta, avrebbe intrapreso di persona il periglioso viaggio in Oriente per conoscere a Gerusalemme il nipotino Baldovino V e, sulla via del ritorno, riabbracciare a Costantinopoli il figlio Ranieri, rientrando in Piemonte appunto nel 1183.

          Comunque nel 1185, dopo che il Barbarossa ha concluso in febbraio un trattato d’alleanza con Milano, giunge in Oriente lo stesso Guglielmo V, nonostante l’età avanzata (doveva essere nato attorno al 1120). E in questo torno d’anni troviamo nei paesi d’oltremare anche il secondogenito Corrado.

          Il 2 luglio 1187 un esercito crociato guidato dal nuovo e imbelle re di Gerusalemme, Guido di Lusignano, che ha sostituito il defunto Lungaspada a fianco della vedova Sibilla, subisce una fatale disfatta da parte di Salah-al-Din Yusaf, ossia del Saladino, a Hittin o Hattin, in Palestina. Oltre dieci personaggi occidentali di alto rango vengono catturati in questa occasione, tra cui lo stesso re Guido e il nostro Guglielmo il Vecchio. Ha così inizio una vera sistematica riconquista del regno crociato da parte delle schiere arabe.

          Corrado, il secondogenito, doveva presumibilmente il nome personale al mezzo zio materno, l’imperatore Corrado III. In gioventù aveva soggiornato in Germania e in Francia. Pare che fosse già stato coniugato con un’ignota in Occidente, il che non gli impedisce di emulare il fratello Ranieri, sposando a Costantinopoli nel 1187 Teodora, una sorella di Isacco II Angelo, questi a sua volta figlio di Andronico e nuovo imperatore d’Oriente. Tuttavia, in seguito a un attentato, abbandona poi l’anno stesso la consorte e la posizione acquisita, muovendo, memore ora forse dell’esempio dell’altro fratello Guglielmo, verso la Terra Santa. Nel luglio giunge per mare nella rada di San Giovanni d’Acri, ma non ode il suono delle campane e ha la sconcertante sorpresa di scorgere il porto gremito di arabi. Riprende il largo e sbarca poco a nord, a Tiro. Qui, la città è sotto assedio e la guarnigione si predispone alla resa. Il monferrino la rianima e ne assume il comando. Il Saladino fa trascinare sotto le mura l’anziano padre di Corrado e ne promette la liberazione a condizione che il presidio ceda le armi. Il figlio non si lascia intenerire e, continuando a combattere strenuamente, respinge l’assedio. Guglielmo il Vecchio verrà poi liberato graziosamente dal Saladino, assieme ad altri nobili, nel luglio 1188, morendo peraltro in quello stesso anno. 

          La notizia della rotta di Hittin e della conseguente occupazione di Gerusalemme da parte araba sin dall’ottobre del 1187, il rientro di numerosi franchi espulsi e forzosamente imbarcati, seminano la costernazione in Europa. Da oltre un decennio si parlava di una nuova massiccia spedizione nell’Oltremare. Ora il papa Gregorio VIII lancia un vibrante appello ad una terza crociata. Nel 1189 lo stesso Barbarossa, quasi settantenne, si decide a partire da Ratisbona per l’Oriente via terra, attraverso l’Ungheria, con il figlio Federico V di Svevia, un gran seguito di cavalieri ed alti prelati, un impressionante esercito. Senonché, nel giugno 1190, l’imperatore viene trovato morto, presumibilmente annegato, sulle rive del fiume Salef (l’antico Calycadnus, oggi Göksu) in Cilicia e l’armata tedesca, già ridotta più che a metà dagli scontri sostenuti durante la lunga marcia a tappe e dalle malattie, ora si demoralizza e tende a sbandarsi. Federico V con un nucleo residuo raggiunge l’area delle operazioni militari, ma molti signori tedeschi rientrano in patria ed altri vengono ancora falcidiati dalle epidemie. Nell’impossibilità di tumularle a Gerusalemme, le ossa dell’imperatore Federico sono seppellite nella cattedrale di Tiro. Nello stesso 1190 Corrado di Monferrato, nonostante le precedenti già contratte unioni, sposa Isabella, sorella della Sibilla di Guglielmo Lungaspada, e anche lei peraltro già coniugata con Umfredo di Toron. Questo strano matrimonio pone le premesse per una sua elevazione al trono di Gerusalemme mentre sopraggiungono i contingenti francese e inglese guidati rispettivamente dai re Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone e sembra prendere l’abbrivo una generale riscossa da parte degli occidentali. Le forze crociate riconquistano San Giovanni d’Acri nel 1191 e mette conto segnalare che nel marzo 1190, durante l’assedio, erano state rifornite di viveri da una squadra di cinquanta vascelli monferrini. Purtroppo nell’aprile 1192 il monferrino re di Gerusalemme designato viene assassinato per strada da sconosciuti[68] nella sua città di Tiro. Frattanto era nata una bambina, Maria, che adulta, e precisamente nel 1210, andrà sposa al sessantenne Jean de Brienne, rendendolo appunto re di Gerusalemme. Maria morirà nel 1212, lasciando una figlia di nome Isabella ma da tutti chiamata Iolanda, la quale, quattordicenne, diverrà la seconda moglie ufficiale del nipotino del Barbarossa, Federico II Hohenstaufen, e sarà la madre di Corrado IV di Svevia, trovando poi la morte nel 1228.

          Occupiamoci ora di Bonifacio, generalmente considerato il terzogenito e che forse richiamava nel nome il grande cugino vastense della precedente generazione. Egli ci appare come il meno sfortunato dei figli di Guglielmo V per aver saputo assicurare al casato la successione. Ma per il resto il suo destino somiglia in tutto a quello dei fratelli. Tra il 1179 e il 1180 avrebbe trascorso alcuni mesi a Costantinopoli, in parte con Ranieri. Nel 1187 succede a Corrado nel marchesato subalpino. Sono nuovamente anni di tensione in Italia dopo l’incoronazione a Pavia, l’anno precedente, di Enrico VI e il fidanzamento di costui con Costanza d’Altavilla. Nel 1191 Enrico VI è incoronato imperatore a Roma. In quello stesso anno si riaccende il conflitto aperto dei Monferrato con Asti, ora appoggiata da Vercelli e Alessandria. Le ostilità, che vedranno attivamente impegnati soprattutto il figlio Guglielmo VI e il nipotino Bonifacio II il Gigante oltre che – per i vastensi – Manfredi I Lancia, si protrarranno fino al 1206 e avranno esito tutt’altro che positivo per la parte aleramica. Frattanto Enrico VI si impadronisce della Sicilia e Federico II nasce a Jesi nel 1194 per poi essere incoronato re di Sicilia a Palermo all’età di soli tre anni dopo la morte per malaria del padre. Nell’ottobre 1202 partono da Venezia e su legni veneziani le truppe della quarta crociata agli ordini del nostro Bonifacio I di Monferrato, che ha sostituito sin dall’anno precedente il comandante designato in origine, Tebaldo III di Champagne, morto prima dell’azione. Esse si soffermano anzitutto a conquistare Zara, città a dire il vero cristiana, in omaggio a Venezia. Poi vengono dirottate dal doge Dandolo e da Filippo di Svevia verso Costantinopoli, che è occupata una prima volta nel 1203, poi rioccupata e vandalicamente saccheggiata nel 1204. Nel 1204 anche Bonifacio II di Monferrato è in Oriente. Bonifacio I sposa la vedova ungherese dell’ex imperatore Isacco II, Margherita. Ma, su pressione dei veneziani, il nuovo impero latino d’Oriente che viene ora costituito è affidato non al comandante della spedizione crociata, né all’altro pretendente virtuale Filippo di Svevia, bensì a Baldovino IX, conte di Fiandra. Bonifacio I, in compenso dei suoi servigi, ottiene la Tessaglia e la Macedonia e si proclama re di Tessalonica, pur riconoscendosi vassallo del suddetto imperatore. Egli muore nel 1207, difendendo il suo regno contro invasori bulgari.

          Guglielmo VI, cui Bonifacio I aveva formalmente delegato il marchesato piemontese partendo per la crociata e che gli succede in Piemonte, era nato da un primo matrimonio giovanile. Dubbio è da chi e quando esattamente sia nato un secondo figlio dal nome caratteristicamente greco e – anzi – tessalonicese, Demetrio, il quale subentra al padre in minore età e sotto la tutela di Oberto III di Biandrate e Amedeo Buffa in Tessaglia, riuscendo però a mantenersi in sella solo fino al 1222. 

          Ma prima di seguire la linea genealogica derivata da Bonifacio, dobbiamo completare la rassegna dei figli di Guglielmo V, accennando a un altro supposto figlio e a tre figlie. L’altro figlio presunto si sarebbe chiamato Federico, o forse Ottone, e sarebbe stato un vescovo. Mancano a suo proposito notizie certe e più precise. Delle figlie sono ben note Adelaide e Agnese. Adelaide viene data in sposa a Manfredi II Punasio di Saluzzo. È il primo matrimonio tra cugini aleramici e, se da un lato pone in luce il distacco ormai raggiunto tra i due tronconi familiari, d’altro lato dimostra come Guglielmo V non si lasciasse più di tanto abbagliare dalla politica internazionale e dalle relazioni con le corti delle principali potenze dell’epoca. Bonifacio del Vasto era stato un modello, rimasto ben presente nell’animo e nella mente del monferrino che, come abbiamo visto, aveva addirittura imposto il suo nome ad uno dei figli. Manfredi del Vasto era il maggiore dei fratelli vastensi e, con le nozze tra Adelaide e Manfredi II, Guglielmo V ha voluto rinsaldare un legame di parentela che, di generazione in generazione, avrebbe altrimenti rischiato di farsi evanescente. Significativamente, anche al figlio della coppia sarà attribuito il nome Bonifacio. Nel contempo Guglielmo V creava la premessa per un nuovo eventuale ricompattamento di territori aleramici nel contesto del ridimensionamento dovuto all’azione dei comuni e per un rafforzamento locale del marchesato di Monferrato. Agnese, dal canto suo, sembra sia andata sposa al conte toscano Guido Guerra e, più tardi, si sia ritirata in un monastero in Piemonte. Forse, infine, una terza figlia di Guglielmo V di cui ignoriamo il nome ha sposato un marchese Malaspina.

          Guglielmo VI di Monferrato, nel 1191, accompagna Enrico VI all’incoronazione imperiale a Roma e nella sua prima, vittoriosa ma breve, campagna nel Mezzogiorno. Lo stesso anno inizia una nuova guerra già ricordata con i comuni, cui egli pone poi fine, dopo alterne ma complessivamente non troppo felici fasi, con una pace siglata nel 1206. Frattanto insiste, a sua volta, nella linea dei ricongiungimenti con i cugini vastensi unendosi in matrimonio con Berta di Bonifacio II di Clavesana, c’è chi sostiene nel 1211, chi nel 1201, ma più probabilmente in data sensibilmente anteriore se suo figlio Bonifacio II il Gigante è uno dei protagonisti della nuova guerra contro Asti e Alessandria. Dal matrimonio Guglielmo VI ebbe anche una figlia, di nome Beatrice, che andò sposa a Guigo Andrea VI Delfino. Nel 1224 ecco che anche lui, impegnando gran parte del Monferrato per 9.000 marchi a Federico II, parte alla volta dell’Oriente, con un esercito e con l’accordo del papa e dell’imperatore latino di Costantinopoli, nell’intento di riportare sul trono di Tessalonica lo spodestato fratello Demetrio. Muore però avvelenato nel 1225.

          Bonifacio II il Gigante, così detto per la sua eccezionale statura, fu un uomo d’armi valoroso, ma poco fortunato nella guerra con i comuni. Sposò Margherita di Moriana, da cui ebbe Guglielmo VII e una figlia, chiamata Adelaide. Morì il 2 giugno 1253.

 

                                                                          Oddone

                                                                          att. 961

                                                     ____________|____________________

                                                 m.se Guglielmo                                         Riprando

                                                 att. 991-1031                                                     ¯

                                                ~ Waza

                     ________________|____________________________

                  m.se Enrico                 m.se Guglielmo II                             Burgundo

                  att. 1042-44                 att. 1059 ?                                         att. 1081

                  ~ Adelaide                           |                                                           ¯

                     di Torino                       __|____________________

                     s.p.                             m.se Guglielmo III               Ardizzo

                                                       att. 1085                \                      ¯

                                                       ~ Otta                       \

                               ________________|_____                 \

                        m.se Guglielmo IV        m.se Raniero           Enrico II

                        att. 1096-1101               att. 1100-1133          il Balbo

                        s.p.                                 ~ Gisla                                 ¯

                                                                 di Borgogna                     m.si di Occimiano

                                                                       |

                                                                 m.se Guglielmo V

                                                                 il Vecchio

                                                                 + 1188

                                                                 ~ Giulitta d’Austria

                             _______________________|______________________________________________

                        Guglielmo               Corrado               Bonifacio             Ranieri            Federico             Adelaide 

                        Lungaspada          + 1192                 re di                      + 1183            vescovo              ~ Manfredi

                        + 1177                   ~ Isabella             Tessalonica          ~ Maria                                          II

                        ~ Sibilla                     di                              + 1207            di                                            di Saluzzo

                           di Gerusalemme     Gerusalemme                 ¯                Costantinopoli                               ¯

                                |                                   |                                               s.p.

                           Baldovino V                 Maria

 

          Un’altra – ed ultima, in questa linea – figura di spicco andata incontro, ma in tarda età, ad una fine poco invidiabile è quella del marchese Guglielmo VII, che viene alla ribalta nel nuovo problematico periodo postfedericiano. Egli, nel 1265, aiuta con il marchese d’Este le truppe provenzali che hanno varcato le Alpi a guadare il fiume Oglio nonostante il tentativo di contrasto attuato dal marchese Pallavicini, Giordano Lancia d’Agliano e Bosone di Doara, e a marciare per raggiungere Roma attraverso le Marche e il ducato di Spoleto. Dopo la battaglia di Benevento, ossia la disfatta e la morte di Manfredi re di Sicilia, si riconverte tuttavia ai tradizionali orientamenti di famiglia e contrasta con successo il radicamento angioino in Piemonte. Sposa Isabella di Gloucester, poi alla di lei morte, nel 1271, Beatrice, figlia di Alfonso X di Castiglia l’Astrologo. Sua sorella Adelaide convola a nozze con Alberto il Grande, duca di Brunswick, di origini obertenghe. Si torna quindi, in questa fase, ai matrimoni internazionali e al più alto livello. Grazie al suocero Alfonso X Guglielmo è designato vicario imperiale in Italia. Abile politico non meno che prode guerriero, egli si impadronisce a vario titolo di buona parte del Piemonte e di parte anche della Lombardia. Nel 1290, per gelosia del suo potere, si costituisce contro di lui una lega di varie città appoggiata dai Visconti di Milano e dai Savoia. Ad Alessandria egli viene catturato e rinchiuso in una gabbia, dove muore di fame chi dice il 6, chi il 13 febbraio 1292. Dante conclude ricordandolo il canto VII del Purgatorio (vv. 133-136).

                                                                    m.se Bonifacio

                                                                   + 1207

                                                                   /                         \

                                                  Guglielmo VI                    Demetrio

                                                  ~ Berta di Clavesana                  di Tessalonica

                                                         |                                            + 1225 s.p.

                                             Bonifacio II

                                             Il Gigante, + 1253

                                             ~ Margherita di Moriana

                                                          |

                                             Guglielmo VII

                                             1240-1292

                            ~ 1. Isabella di Gloucester

                                       |              ~ 2. Beatrice di Castiglia

                                      /                   _______|________________________________

                      Margherita              Giovanni                   Violante                             Alasina

                  ~ Giovanni                  1278-1305                ~ Andronico Paleologo

                      di Castiglia              ~ Margherita             imperatore greco d’Oriente

                                                         di Moriana, s.p.                   |

                                                                                           Teodoro Paleologo

                                                                                           m.se nel 1310

                                                                                                     ¯

 

          Questa fine ignominiosa di un grande signore e condottiero segna icasticamente la sconfitta sostanzialmente definitiva del partito ghibellino e, più generalmente, il declino dell’alta aristocrazia autoctona in Piemonte. Le altre Case aleramiche, nelle aree collinari e montane meridionali, non sono più in grado di dare il cambio al Monferrato e a stento, ormai, difendono la stessa propria autorità ed integrità territoriale. Asti ed Alessandria hanno vinto le loro guerre di indipendenza. Il medioevo è concluso e inizia ora la prospera era borghese e mercantile. Altre signorie potenti sono destinate a imporsi per tempi più o meno lunghi nel corso dei secoli, ma signorie che verranno, in Piemonte, da fuori area con una mentalità diversa e si guarderanno bene dal minacciare le prerogative delle città.

          I figli di Guglielmo VII sono quattro, di cui un unico maschio. Da Isabella di Gloucester è nata Margherita, andata sposa al figlio di Alfonso X di Castiglia, Giovanni. Beatrice di Castiglia ha dato la luce a Giovanni, Violante e Alasina. Giovanni, nato a Milano nel 1278, era ancora assai giovane quando il padre gli morì nel modo atroce sopra ricordato e certo si trovò a malpartito. Previa rinuncia a buona parte dei territori su cui aveva esteso il proprio dominio Guglielmo VII, riuscì comunque a cavarsi d’impaccio, un po’ stringendo patti con i personaggi meno ostili, un po’ combattendo contro i più riottosi. Sposò Margherita, figlia del conte Amedeo V di Moriana nel 1296, ma non ne ebbe figli e morì all’età di soli 27 anni a Chivasso nel gennaio 1305. Con lui si estinguevano i Monferrato e veniva meno per intero il troncone dei discendenti di Oddone, perché una particolarità caratteristica in questo comparto della discendenza aleramica era stata quella di un sistematico impoverimento e di una programmatica esautorazione delle linee cadette, condotte entro la fine del XII e l’inizio del XIII secolo a scomparire dallo scenario dell’aristocrazia con riassorbimento dei loro territori da parte dell’asse di discendenza principale.

          In astratto alla morte di Giovanni il Monferrato avrebbe potuto, e anzi dovuto, spettare a Manfredi IV di Saluzzo, che peraltro aveva sempre efficacemente sostenuto il cugino. Senonché il marchese di Saluzzo né disponeva di un’autentica potenza militare e finanziaria propria, né godeva di appoggi internazionali tali da corroborare a sufficienza quel suo diritto primario di mero principio. I Savoia avevano precise mire sul Monferrato e potevano far valere in proposito diritti indirettamente acquisiti tramite i matrimoni. Giovanni, dal canto suo, aveva testato esplicitamente in favore della sorella Violante. Costei, nel 1285, si era coniugata con Andronico Paleologo, imperatore greco d’Oriente. E, venendo finalmente a prevalere l’indicazione testamentaria suddetta, il secondogenito della coppia, Teodoro Paleologo fu investito marchese di Monferrato da Enrico VII nel 1310. Nel 1316 questo personaggio ottenne Casale Monferrato e vi stabilì il capoluogo del suo piccolo Stato. La dinastia dei Paleologhi resse poi il marchesato fino alla morte senza eredi diretti di Giangiorgio, nel 1633.

 

 

  

6. I marchesi di Saluzzo

 

          Torniamo ora indietro di oltre un secolo per cominciare a seguire le discendenze dei marchesi vastensi deceduti con prole, che sono quattro dei sette figli del secondo matrimonio del marchese Bonifacio, e precisamente Manfredi, Guglielmo, Anselmo, Enrico, giacché Ugo, Ottone e Bonifacio Minore rimangono senza discendenza.

          Ho già accennato che la successione di Manfredi del Vasto è assunta a metà degli anni 1170 da Manfredi II Punasio, marchese di Saluzzo. Ho anche già segnalato che questo personaggio sposa Adelaide, figlia di Guglielmo V di Monferrato e che dalla coppia nasce, peraltro tardivamente, nel 1183, un figlio, battezzato con il nome venerato di Bonifacio. Un altro figlio si sarebbe chiamato Tommaso e due figlie Margherita ed Agnese, ma di questa figliolanza aggiuntiva si hanno scarse notizie[69].

          Il matrimonio con Adelaide giovava a Manfredi II sotto il profilo tanto del prestigio, quanto delle prospettive di sostegno, anche militare, in caso di bisogno. Ma non si può dire che il marchese ne abbia gran che approfittato. Mentre i Monferrato acquistavano, sia pure a caro prezzo, fama imperitura in Oriente o combattevano strenuamente, assieme anche a Manfredi di Busca, contro Asti e Alessandria, il marchese di Saluzzo beneficava le abbazie di Staffarda e Casanova e si esibiva quasi solo in scaramucce di ridotta portata e carattere eminentemente locale, tra le quali fu perdente quella che lo oppose agli abitanti del libero comune di Cuneo, sorto nel 1198. Nel 1204 però si lascia coinvolgere in una lega con Acqui e contro Asti, insieme a Guglielmo VI di Monferrato, i del Carretto, Guglielmo di Ceva e Manfredi di Busca. Ottone IV lo nomina suo procuratore nel Nord Italia, ma nel 1212 egli quasi certamente, con altri familiari, incontra Federico II che sosta in Piemonte sulla via della Germania dopo essere stato proclamato re dei romani a Roma e aderisce alla sua causa. Ciò gli cagiona attacchi armati del territorio da parte del conte di Moriana, che è invece rimasto schierato a favore di Ottone di Brunswick.

          Al figlio Bonifacio il nome augurale non porta bene. Egli viene fatto sposare nel 1202 con Maria, figlia di un giudice di Torres, in Sardegna, matrimonio non dei più prestigiosi. Fortunatamente, gli nascono un figlio e una figlia: Manfredi III e Agnese. Nel 1212, Bonifacio, appena ventinovenne, premuore al padre.

          Manfredi II Punasio, poi, scompare lui stesso nel 1215, allorché il nipotino ha solo dieci anni. La situazione del marchesato è tutt’altro che brillante, a causa dei danni che continuano a causare le scorrerie delle truppe del conte di Savoia e dei disordini correlati alla guerra. I monaci dell’abbazia di Staffarda, tra l’altro, si lamentano dei danni arrecati loro dallo stesso Manfredi II nel quadro delle ostilità e pretendono di essere compensati adeguatamente quanto prima. In questo frangente più che delicato e che avrebbe potuto comportare la dissoluzione del marchesato si impone la figura della saggia reggente, Adelaide di Monferrato, attorno alla quale fanno quadrato gli aleramici in genere e, specialmente, il giovane Manfredi II Lancia, che proprio allora muove i primi passi di una brillante carriera quale funzionario e capitano d’armi.

          Nel 1221 Federico II e la sua prima moglie Costanza d’Aragona vengono incoronati a San Pietro di Roma imperatori d’Occidente. Nel 1223 Adelaide di Monferrato pone termine al conflitto ancora in atto con Tommaso di Savoia mediante un patto con cui, da un lato, viene fatto omaggio a costui della quasi integralità del marchesato, ma dall’altro si stipulano le nozze tra Manfredi III, detto Manfredino, e Beatrice, nipote del conte suddetto, che avranno luogo di fatto nel 1233[70]. L’atto dimostra in maniera lampante a quale grado di fragilità e precarietà fosse scaduto il marchesato di Saluzzo in centocinquant’anni e sotto i tre primi marchesi, nessuno dei quali dotato di qualità politiche eccelse. Esso pone anche in certo senso un’ipoteca su Saluzzo da parte dei Savoia, i quali, desiderosi di prendere sempre più ampiamente piede nel Nord Italia, non cesseranno di premere su questo piccolo Stato come di accampare pretese sul Monferrato fino a quando, nel Sei e Settecento, le circostanze consentiranno loro di rendersi padroni dell’intero Piemonte. D’altra parte, tuttavia, consente e assicura provvisoriamente il perdurare del marchesato in una sua indipendenza relativa.

          Nel 1220, anno in cui si era concluso il suo periodo pupillare, Manfredi III aveva venduto alla zia paterna Agnese terreni a Rifreddo[71], e questa vi aveva fondato un monastero di benedettine, Santa Maria di Rifreddo, in cui si era costituita badessa di settanta religiose. Nel 1230 Manfredi III dota generosamente il nuovo ente e lo prende sotto la sua speciale protezione. Con il conte Tommaso II di Savoia e Bonifacio II il Gigante di Monferrato, Manfredino di Saluzzo muove guerra dal 1230 al ’33, con scarso successo, ai comuni che sostengono il pontefice Gregorio IX contro Federico II di Svevia, e in particolare a Cuneo. Egli muore nel 1244 e viene tumulato a Staffarda.

          Tommaso I di Saluzzo – tale è il nome prettamente savoiardo del figlio di Manfredino – è addirittura in età di solo quattro anni quando perde il padre. Inoltre nel 1247, a sette anni, rimane in pratica orfano anche della madre nel senso che Beatrice di Savoia si risposa, e con Manfredi re di Sicilia il quale vive per lo più in Puglia. Il giovane, quindi, cresce sotto la tutela dapprima di Bonifacio II di Monferrato, poi di Tommaso II di Savoia. Da adulto combatte a lungo contro il duca Carlo d’Angiò che, nel 1262, lo cattura sotto le mura di Torino e lo fa rinchiudere in una torre presso la porta di Susa. Diversi anni dopo, alleandosi con Asti, il marchese riesce a rifarsi e, in particolare, a recuperare territori che già gli erano stati sottratti, tra cui quelli della valle della Stura di Demonte.

          Anche questo marchese insomma, come il padre, ha una vita tutt’altro che agevole, però con il tempo riesce a raddrizzare le sorti del marchesato, a impadronirsi o rimpadronirsi grazie a donazioni imperiali, riacquistandole con la diplomazia per omaggio spontaneo o talvolta anche per denari, di molte aree. Egli edifica il nuovo castello di Saluzzo, di cui ancor oggi si può ammirare dall’esterno l’imponenza architettonica, ma che i Savoia, nel XIX secolo, hanno trasformato in uno squallido carcere correzionale. In materia di matrimonio il suo orientamento è domestico, endoaleramico, e ricorda quello di Guglielmo VI di Monferrato. Egli impalma, infatti, la bellissima cugina Aloisia, figlia di Giorgio marchese di Ceva, che lo rende padre di ben cinque maschi e nove femmine: Manfredi, Filippo, Giovanni, Giorgio e Bonifacio, per i primi; Eleonora, Adelaide, Beatrice, Aloisia, Violante, e inoltre Costanza, Margherita, Aliana e Caterina che si monacano nel convento di Santa Maria Nuova di Revello, per le seconde. Tommaso passa a miglior vita il 3 dicembre 1299 e, secondo le sue disposizioni testamentarie, il suo cuore viene riposto nella sepoltura della consorte Aloisia a Santa Maria nuova di Revello, mentre il corpo è seppellito nella chiesa di Staffarda.

  

Manfredi I, m.se del Vasto

+ 1175

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Manfredi II Punasio

+ 1215

~ Adelaide di Monferrato

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Bonifacio

+ 1212

~ Maria di Torres

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Manfredi III                                      Agnese

                                                                                         + 1244                                              badessa di

                                                                                         ~ Beatrice di Moriana                       S. Maria di Rifreddo

                                                                                                 |

                                                                                         Tommaso I

                                                                                         + 1299

                                                                                         ~ Aloisa di Ceva

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                                              Manfredi IV      Filippo    Giorgio     Bonifacio      Eleonora, Adelaide, Beatrice, Aloisia, Violante

                                              1262-1340                                                                                                                  e Costanza, Margherita, Aliana, Caterina: monache

                                                  ¯

 

          Complesso è anche il destino di Manfredi IV, nato nel 1262 e che, per volere del padre, aveva sposato nel 1286 Beatrice, figlia del secondo matrimonio di re Manfredi. Dopo la morte in battaglia del re di Sicilia presso  Benevento nel febbraio 1266 la consorte Elena Angelo Comneno era stata bloccata con i figli piccoli a Trani, mentre si accingeva a far vela per Costantinopoli. I maschi Enrico, Federico e Anselmino vengono rinchiusi, con altri prigionieri illustri adulti, nel Castel del Monte, donde sembra siano stati dimessi ormai allo stremo delle forze e morenti solo dopo il matrimonio di Roberto d’Angiò con Violante d’Aragona nel 1297. Beatrice, la sola femmina, che ha sei anni, è invece trasportata a Napoli e imprigionata nella fortezza di San Salvatore a mare, odierno Castel dell’Ovo. Ma nel 1284, a due anni dai Vespri siciliani e dallo sbarco di Pietro III d’Aragona in Sicilia, l’ammiraglio siculo-aragonese Ruggero di Lauria sgomina al largo di Napoli una flotta angioina e cattura il figlio di Carlo I d’Angiò, Carlo II lo Zoppo. In cambio della vita di quest’ultimo esige la liberazione immediata di Beatrice e la conduce con sé alla corte di Costanza d’Aragona, in Sicilia. Gli intrecci parentali del medioevo sono spesso ardui da concepire e tenere a mente per noi moderni, abituati a rapporti più semplici e, oltretutto, a non attribuire importanza eccessiva ai legami familiari, invece rilevantissimi all’epoca. Costanza d’Aragona era nata, lei, dal primo matrimonio di re Manfredi con Beatrice di Moriana ed era dunque sorellastra di Beatrice di Sicilia, ma anche, per altro verso, era sorellastra di Tommaso I di Saluzzo in quanto in prime nozze la madre si era accasata con il marchese Manfredino.

 

                       Manfredino III

                di Saluzzo (+ 1244) 1. ~ Beatrice

                                             /        di Moriana  ~ 2. re Manfredi

                                         /                              |       di Sicilia          ~ 2. Elena Angelo

                            Tommaso I                         /                   _________|_________

                            di Saluzzo               Costanza              Beatrice                 Enrico (+)

                            ~ Aloisa                  ~ Pietro III            di Sicilia                Federico (+) 

                                di Ceva                   d’Aragona                                       Anselmino (+)

                                     |

                            Manfredi IV

                            di Saluzzo

                                     ¯

 

          In pratica, dunque, Manfredi IV aveva sposato una cugina, tanto più che lo stesso re di Sicilia era figlio e pronipotino – come sottolineerò a suo luogo – di aleramiche. Una cugina disgraziata, anzi una rediviva, se si considera che, ventiseienne e quindi di due anni più matura del saluzzese, era reduce da una prigionia di 18 anni in cui si era consumata l’intera sua gioventù e che, per altro verso, non disponeva certo di una ricca dote, né in moneta sonante, né in territori, né in relazioni umane. I reali d’Aragona si erano affrettati a cercarle un partito e, nelle sue condizioni, non avevano potuto proporla in matrimonio a un re o erede al trono. L’erede al marchesato di Saluzzo era il personaggio di più elevato rango cui poteva ragionevolmente essere offerta. E pur tuttavia era una personalità a suo modo illustre in quanto nipotina dell’imperatore Federico II, figlia di un re defunto, sorellastra di una regina regnante. Alla Casa di Saluzzo, infiacchitasi nel corso dei decenni mentre alcuni potentati vicini si facevano invece sempre più robusti ed aggressivi, doveva recare nuovo lustro, prestigio, pubblico rispetto.

          Beatrice di Sicilia mette al mondo un bimbo, al quale non possiamo stupirci che venga imposto il nome personale del grande imperatore siculo-germanico. Nel 1303 Federico di Saluzzo sposa Margherita, figlia di Umberto delfino di Vienne (Francia), di cui Manfredi IV ha ricercato il sostegno nel quadro delle guerre condotte a fianco di Giovanni di Monferrato contro Matteo Visconti, signore di Milano. Quando, nel 1305, Giovanni di Monferrato esce di scena senza discendenti maschi, Manfredi IV assume sulle prime la signoria del Monferrato, reputandosi per ovvie ragioni il successore legittimo del cugino in quel marchesato di famiglia. Presto, però, deve rendersi conto che il diritto teorico è poca cosa senza la forza concreta, militare e finanziaria, necessaria a farlo valere e che l’aver sposato Beatrice è lungi dall’avergli fruttato un incremento di prestigio tale da intimidire i maggiori rivali nella regione. Sin dall’anno successivo il conte Amedeo di Savoia lo persuade a rendergli omaggio tanto del Monferrato quanto dello stesso marchesato di Saluzzo, in cambio di una promessa d’aiuto, che non manterrà, contro gli avversari che lo minacciano dall’interno come dall’esterno del territorio. Teodoro I Paleologo occupa palmo a palmo il Monferrato.

          Nel 1306 muore la marchesa Beatrice e l’anno seguente Manfredi IV si risposa con Isabella, figlia di Bernabò Doria, capitano e governatore di Genova, forse anche per rendere in qualche modo la pariglia a Teodoro Paleologo che ha sposato Argentina Spinola, anche lei genovese. Nel 1310, finalmente, un nuovo re germanico candidato all’impero, Enrico di Lussemburgo, cala in Italia. Manfredi IV è a suo fianco a Torino e Milano, poi partecipa alle operazioni militari contro le città lombarde ostili. Nel 1312 il marchese raggiunge nuovamente Enrico a Pisa e il monarca gli conferma con apposito atto l’investitura del territorio di Saluzzo, annettendogli aree già sequestrate dagli Angiò[72]. Dopo la scomparsa di Enrico VII nel 1313 Manfredi IV torna a combattere contro truppe di Roberto di Napoli, nominato dal papa vicario imperiale per l’Italia, e del suo vice Ugo del Balzo.

 

Manfredi IV

+ 1340

~ 1. Beatrice di Sicilia             ~ 2. Isabella Doria

                                                                                             /                                   ________|____________

                                                                               Federico I                           Manfredi      Teodoro     Bonifacio

                                                                               + 1336                                di Cardè

                                                                               ~ Margherita

                                                                                   di Vienne

                                                                                           |

                                                                               Tommaso II

                                                                               m.se 1336-1357

                                                                                           ¯

 

          Gli ultimi anni del marchesato e della vita di Manfredi IV sono funestati da una grave questione successoria che lui stesso aveva concorso a configurare. Da Isabella Doria gli erano nati Manfredi detto di Cardè, Teodoro e Bonifacio. La genovese era donna autoritaria e ambiziosa e aveva presto esercitato pressioni sul marito affinché emarginasse il figlio natogli da Beatrice di Sicilia e favorisse con ampie donazioni Manfredi di Cardè.

          Così Manfredi IV era giunto persino a ripudiare Federico, il quale tuttavia, appoggiandosi soprattutto sul cognato Giovanni delfino di Vienne, aveva saputo reagire ed aveva mosso al padre una guerra durata dal 1325 al 1334. Nel dicembre 1334 una sentenza di Amedeo VI conte di Savoia riconosce a Federico il pieno possesso del marchesato saluzzese, per sé e per il figlio Tommaso II, e Manfredi IV si ritira a Cortemilia a vita privata. Ma Federico muore poi sin dal 1336. Manfredi IV lo segue nell’oltretomba solo nel 1340. Le loro salme sono tumulate nella chiesa di S. Giovanni di Saluzzo.

          Tommaso II diveniva marchese di Saluzzo a trentadue anni ed era allora già da tempo coniugato con Ricciarda Visconti e padre di tre figli. Il periodo della sua signoria fu travagliato a causa anzitutto delle malaugurate premesse poste dal nonno di cui si è già detto, ma che solo ora producono appieno i loro deleteri effetti. Infatti, defunto Manfredi IV, l’omonimo di Cardè assale improvvisamente Saluzzo nell’aprile 1341, mette a ferro e fuoco la città, trucida parte della popolazione, si impadronisce di Tommaso II con i due figli più piccoli. Tommaso torna libero solo dopo oltre un anno mediante un pagamento di riscatto da parte della moglie e, scarseggiandogli le risorse tanto in denaro quanto in soldatesche, deve riparare sui monti al confine con il Delfinato. Solo nel 1346, grazie ad un arbitrato favorevole dei Visconti di Milano, Tommaso II è reintegrato nel possesso legale ed effettivo del marchesato. Ma tanto – da un lato – il conte Amedeo IV di Savoia quanto – dall’altro – Luchino Visconti, signore di Milano, hanno messo gli occhi sul territorio saluzzese in ragione della notevole debolezza ormai palese dei suoi titolari tradizionali, ed altri nemici non mancano davvero. Così Tommaso trascorre ancora gli ultimi anni della vita in continue angustie, attorniato da armati, carico di debiti. Muore nel 1357. Il suo dominio, con l’inizio di quello del figlio maggiore, rappresenta la fase più critica conosciuta dal marchesato prima di quella che, nel Cinquecento, ne decreterà la definitiva dissoluzione.

          Comunque Tommaso II e Ricciarda Visconti generano sei figli maschi e quattro femmine: Federico, Galeazzo, Azzo, Eustachio, Costanzo, Giacomo; e Beatrice, Luchina, Pentesilea[73], Anna. Dal terzogenito Azzo, nato nel 1336 e che sposa Onofria della Rovere, discenderanno i Saluzzo conti di Paesana e Castellar. Dal quartogenito Eustachio deriveranno i Saluzzo di Monterosso e Monesiglio.

          Federico II era nato nel 1332 e succede pertanto al padre all’età di venticinque anni in circostanze tutt’altro che propizie. Si trova infatti a dover sostenere impari conflitti armati contro Giacomo di Savoia principe di Acaia, poi contro il conte Amedeo VI di Savoia. Quest’ultimo stringe d’assedio Saluzzo nel luglio del 1363 e Federico II, per evitare una nuova distruzione della città, gli presta omaggio di tutte le sue terre. Nel settembre dello stesso anno, tuttavia, ripete lo stesso atto di riverenza nei confronti del delfino di Vienne e, più tardi, in favore di Bernabò Visconti. Altri conflitti periodici lo oppongono ai Savoia, in particolare ad Amedeo VII nel 1383 e soprattutto ad Amedeo principe di Acaia nel 1391 e 1394. A Monasterolo, nel 1394, il Savoia d’Acaia cattura l’erede al marchesato di Saluzzo, Tommaso, che rimane in carcere a Torino per ben due anni. Solo nel 1396 il giovane rientra libero a Saluzzo, giusto in tempo per riabbracciare il padre, che si spegne appunto in quell’anno e viene sepolto nella chiesa di S. Giovanni.

 

                                                                                                              Tommaso II

+ 1357

~ Ricciarda Visconti

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                                                Federico II             Galeazzo       Azzo        Eustachio       Costanzo         Giacomo        Beatrice

                                                + 1396                                           ¯                      ¯                                                    Luchina

                                               ~ Beatrice                                    Paesana              Monterosso                                      Pantasilea

                                                  di Ginevra                                 e Castellar           e Monesiglio                                     Anna

                                                     |         

                                               ___|___________________________________________________________________

                                            Tommaso III                                           Amedeo   Pietro    Ugo    Roberto    Giacomo    Polia

                                            m.se 1396-1416                                                                                                                 Violante

                                            ø Olmetta              ~ Margherita                                                                                         Costanza

                                              de Solio                 di Roussy

                                                      |                      ____|________________________________________

                                             Valerano                 Carlo               Ludovico I         Tommaso          Giovanna,

                                             della Manta             Giovanni                   ¯                                           Ricciarda, Beatrice

                                                      ¯

 

          Nonostante le turbative militari e approfittando delle parentesi di pace Federico II attua una discreta ripresa nel suo Stato. Egli ingrandisce Saluzzo facendo costruire nuove mura difensive. Sposa Beatrice, figlia di Ugo conte di Ginevra, e anche lui, come il padre, è confortato da una nutrita figliolanza. Dopo Tommaso III nascono Amedeo, Pietro, Ugo, Roberto, Giacomo, Polia, Violante e Costanza. Notiamo che i nomi dei figli, già da alcune generazioni, non sono più quelli aleramici tradizionali. Dopo Manfredi IV e Manfredi di Cardè, il nome più caratteristico delle origini saluzzesi non è più stato attribuito. Nell’onomastica personale di questa nidiata cresce ancora l’influenza savoiarda.

          Con Tommaso III entriamo nel Quattrocento, secolo in cui i marchesi raggiungeranno finalmente un buon livello di affermazione, pur nei non ampi confini delle loro terre e dovendo tener testa alle solite voraci ambizioni delle potenze prossimiori. Di Tommaso colpisce ed avvince la personalità alquanto particolare, in qualche misura premoderna. Egli aveva sperimentato la prigionia prima di accedere al marchesato e aveva avuto modo di comprendere, nonostante la giovane età, la strutturale inadeguatezza degli strumenti di autodifesa del piccolo Stato in un mondo e in un’epoca di tanto indiscriminata violenza politica. I vicini più protervi erano senz’altro i Savoia, ma non vi era nulla di buono da attendersi neppure dai milanesi. Già alcuni suoi predecessori avevano cercato appoggio in aree transalpine. Nel 1400 e 1401 una terribile pestilenza miete vittime a Cuneo e a Saluzzo e Tommaso III, nel 1401, è a Parigi, dove ottiene dal re di Francia di essere sciolto dall’omaggio ancora preteso da Casa Savoia. Peraltro il marchese è uomo di gusto, di civile mondanità e letterato: nella capitale francese si comporta per un verso – diremmo oggi – da turista, dedicandosi anche agli studi, all’acquisto di libri e di soprammobili di pregio.

          Si suppone che il romanzo storico-morale da lui composto, parte in versi e parte in prosa francese antica, con il titolo Le livre du chevalier errant possa risalire al 1394-1395, ossia agli anni della prigionia. Il relativo codice membranaceo manoscritto è oggi conservato presso la Biblioteca universitaria di Torino. A questo proposito va sottolineato che i rapporti degli aleramici con il mondo delle lettere e dell’arte sono stati vivi e stretti in genere almeno fin dal tempo di Guglielmo V di Monferrato, cioè fin dal XII secolo. La corte monferrina era stata assiduamente frequentata da trovatori provenzali quali, in particolare, Raimbaut de Vaqueiras che Bonifacio I aveva creato cavaliere e forse condotto con sé, nel 1207, alla quarta crociata. Una serie di canzoni di quell’improvvisatore lirico in onore del marchese figura nelle antologie di testi poetici antichi[74]. Dei primi decenni del Duecento sono peraltro anche uno scambio di cobbole satiriche, sempre in provenzale, tra Peire Vidal e il marchese vastense Manfredi Lancia I nonché un sirventese satirico di Ugo de Saint-Circ che prende di mira Manfredi Lancia II[75]. Sul finire del Quattrocento un altro cugino di derivazione vastense, Galeotto del Carretto, scrive a Casale Monferrato una Cronica di Monferrato in prosa ed una in ottava rima, queste in italiano, che sono tra le fonti cronachistiche da tenere presenti nella ricostruzione della storia degli aleramici[76].

          Approfitto della digressione per farne seguire un’altra, di carattere, questa, prevalentemente araldico. Si tenga presente che l’arma dei Saluzzo differisce da quella dei Monferrato a suo luogo descritta: d’argento al capo d’azzurro, invece che al capo di rosso. Inoltre i marchesi di Saluzzo si fregiano di alcuni interessanti motti in tedesco e in francese. Il più noto è noch noch, della Casa madre, cui fa da corollario leit leit della famiglia della Manta di cui diremo in appresso. Ad essi sono date tradizionalmente interpretazioni ruggenti, rozze a mio avviso e che poco si combinano con la storia e le caratteristiche della linea genetliaca. Il primo sarebbe da intendere in italiano come ancora, ancora, il secondo come guida, guida ossia come dai, dai, o vai, vai, o guida [all’attacco]. Per me, sarei propenso a credere che il secondo, più che al verbo leiten = guidare, possa ricollegharsi a leiden = soffrire e soprattutto che il primo (da a.a.t. noh) significhi testualmente né, né. In questo mio orientamento interpretativo mi conforta un altro motto, francese e utilizzato da Ludovico I, figlio e successore del nostro Tommaso III, che suona: ne pour ce.

          Negli anni giovanili Tommaso III aveva liberamente e follemente amato una bellissima ragazza originaria di Carmagnola, certa Olmetta de Solio, con cui, per ovvi motivi sociali, non poteva immaginare di unirsi in matrimonio. Ne aveva avuto tre figli: Valerano, Lanzarotto e Giovanni. L’affetto per Olmetta è dimostrato tra l’altro dal fatto che il marchese le dedica alcuni versi incantati del suo poema francese. Ma soprattutto traspare da quello che concretamente Tommaso riversa su Valerano, al quale concede nel 1400 il feudo della Gerbola e assegna nel testamento del 1416 il castello della Manta, facendone insomma, nonostante la nascita illegittima, lo stipite di un ramo riconosciuto dei Saluzzo. In questo castello, fatto riattare e abbellire da Valerano, troviamo un’altra testimonianza diretta della familiarità degli aleramici con gli ambienti della cultura, delle lettere e delle arti, nella sala baronale comportante due splendidi cicli di affreschi tardogotici: quello dei prodi e delle eroine (des preux et des preuses) e quello della fontana di giovinezza (fontaine de jouvence). Questi dipinti accuratissimi, oggi restaurati, sono da attribuire con ogni probabilità a maestri artigiani d’oltralpe, forse borgognoni, ed è interessante notare che le didascalie in versi del primo ciclo come le scritte parlanti a mo’ di fumetti del secondo sono, anche qui, in francese[77].

          Dal 1403 al 1405 Tommaso III torna in Francia a perorare la causa dell’indipendenza di Saluzzo dai conti di Savoia e di nuovo ottiene dal parlamento parigino una sentenza a lui favorevole. Ma in questo frangente, anche, incontra e sposa Margherita, figlia di Ugo conte di Roussy e di Brocine, da cui vengono al mondo Carlo Giovanni, poi defunto a soli due anni, Ludovico I, Tommaso, Giovanna, Ricciarda e Beatrice. Nonostante le precauzioni diplomatiche prese dal marchese, Amedeo VIII di Savoia assedia con ingenti forze Saluzzo nel giugno del 1413. Non essendo in grado di fargli fronte con le armi e non potendosi di fatto attendere ad un valido e rapido aiuto militare dalla lontana Francia, Tommaso III si risolve a prestare ancora una volta il consueto imposto omaggio. Egli conclude la sua vita nel 1416 e viene tumulato in S. Giovanni, dove si crede che la salma della consorte sia stata depositata accanto alla sua nel 1419. Nel suo testamento dell’aprile di quell’anno Margherita di Roussy affidava pro tempore il giovane erede e il marchesato a Valerano Saluzzo della Manta.

          Il marchesato di Ludovico I nasce, si può dire, sotto un segno ostentatamente opposto rispetto a quello del padre[78]. Il giovane marchese si reca presso l’ormai duca Amedeo VIII di Savoia nel 1424-25 e nel 1431 e, testimoniandogli perfetta sottomissione, ne conquista in partenza l’amicizia. Nel 1435 Ludovico I sposa Isabella, figlia di Gian Giacomo di Monferrato e Giovanna di Savoia, sorella dello stesso duca Amedeo. Il saggio e fedele Valerano Saluzzo spira, molto rimpianto, nel 1443. Nel 1444 il successore di Amedeo VIII, che anche lui si chiamava Ludovico, va in Francia a combattere contro re Carlo VII e nomina il nostro marchese suo luogotenente e governatore generale in Piemonte e Savoia. Come si può ben immaginare, questa rappattumazione così riuscita con i Savoia non poteva andare a genio al sovrano francese, altro nume tutelare cui i Saluzzo erano ricorsi in alternativa nelle ultime generazioni. Il delfino di Vienne, ossia l’erede al trono di Francia, tempesta di lettere e persino cita in giudizio Ludovico I, il quale, per quieto vivere, finisce col giurare fedeltà anche a Carlo VII nel gennaio 1456. Non accetta però il governo di Genova che gli viene offerto dal monarca francese. Nel 1463, invece, torna a governare la Savoia e il Piemonte.

          La pace che riuscì a mantenere per numerosi decenni, consentì a Ludovico I, talvolta soprannominato appunto Signore della pace, di promuovere la costruzione di palazzi, castelli e chiese. In particolare egli fece ampliare S. Giovanni di Saluzzo, annettendogli un ricco coro, con sotterraneo sepolcrale. Fondò altresì nel 1473 una scuola pubblica di chirurgia in cui insegnava il maestro Battista da Rapallo. Ebbe anche lui una nutrita figliolanza, composta da Ludovico II, Federico, Tommaso, Giovanni Giacomo, Carlo Domenico, Margherita, Bianca, Amedea, Luigia, quest’ultima morta bambina. Cessò di vivere l’8 aprile 1475.

          Accessoriamente giova rilevare che Ricciarda di Saluzzo,[79] una delle sorelle di Ludovico I, andava sposa nel 1431 al marchese Nicolò III d’Este, il prestigioso signore di Ferrara in precedenza già due volte coniugato senza prole ma carico per altro verso di figliolanza naturale, quello a proposito del quale si ricorda ancora il detto: di qua e di là dal Po, tutti figli di Nicolò. A questo pittoresco, ma poco allegro e già anziano personaggio[80] ella dava due discendenti legittimi, Ercole e Sigismondo, il primo dei quali sarebbe divenuto il secondo duca estense di Ferrara, Modena e Reggio Emilia dal 1471 al gennaio 1505. A lui si deve, a Ferrara, la costruzione della cosiddetta Addizione Erculea, e a Sigismondo l’erezione del famoso palazzo dei Diamanti.

          Con Ludovico II torna a prevalere la fiducia nella Francia. È già appunto in Francia che il giovane trascorre l’adolescenza e, nel 1467, egli si distingue sul piano militare nell’ambito delle guerre civili di quel paese. Sposa in prime nozze Giovanna di Monferrato, che non gli dà figli. Nel 1486, lasciando la consorte nel castello di Revello, torna a recarsi di persona presso il re francese per sollecitare l’invio di truppe in suo sostegno. Ma, approfittando della lontananza di Ludovico II, Carlo I duca di Savoia irrompe nel marchesato, abbatte fortezze, incendia campagne e case trovando tuttavia fiera resistenza a Revello, pone l’assedio a Saluzzo. Il capoluogo, dopo lunga e strenua resistenza, capitola nell’aprile 1487. Senonché Carlo I di Savoia detto il Guerriero, a soli ventidue anni, muore lasciando erede un bimbo in fasce sotto la tutela della vedova Bianca di Monferrato. Ludovico II rientra e con l’aiuto di milizie francesi e milanesi non tarda a recuperare l’intero suo Stato. Essendo defunta Giovanna di Monferrato, il marchese si rimarita con la francese Margherita di Foix, forse nel 1492. Nel 1494 Carlo VIII di Francia viene in Italia per conquistare Napoli. Ludovico II gli va incontro a Susa e lo accompagna a Torino e Asti. Nel 1495, dopo essersi impadronito della città partenopea, il re francese trova ad ostacolarlo sulla via del ritorno il duca di Milano e riesce a malapena ad aprirsi un varco a Fornovo. Ludovico II lo raggiunge per dargli man forte. Nel 1499 è Luigi XII che giunge nel Nord Italia e, con l’aiuto di Venezia, del Monferrato e del marchese di Saluzzo occupa il ducato di Milano, costringendo il duca a riparare in Germania. Nel 1501, poi, Francia e Aragona si alleano per impossessarsi del regno di Napoli, ma dopo il felice esito dell’operazione condotta in comune i due eserciti entrano in conflitto. Luigi XII nomina Ludovico II suo luogotenente generale e viceré del regno di Napoli. Ludovico si imbarca con un corpo di spedizione su una piccola flotta a Genova nel mese di giugno di quell’anno. Sbarcato a Gaeta, consegue alcune rapide vittorie che gli consentono di portarsi al Garigliano. Ma il 28 dicembre 1503, gli spagnoli attraversano il fiume a monte e, attaccando di sorpresa, sconfiggono i francesi. Il 1° gennaio 1504 la guarnigione di Gaeta si arrende. Ludovico II di Saluzzo torna a Genova via terra con i resti del suo esercito. Strada facendo si ammala e, proprio a Genova, cessa di vivere il 27 gennaio 1504.

          A prescindere dall’azione di politica estera e militare, certo pugnace ma meno fortunata di quelle del padre e del nonno forse perché troppo strettamente legata alla Francia e troppo intraprendente, vanno riconosciuti meriti segnalati a Ludovico II nell’ambito della gestione civile dello Stato. Principalmente osserviamo che egli fu il primo e assai precoce realizzatore di un traforo alpino, il cosiddetto passo della Traversetta sul Monviso, praticabile solo nella buona stagione ma che rendeva possibili scambi commerciali massicci con l’area francese anteriormente impensabili. Inoltre egli, nel 1479, introdusse a Saluzzo la tipografia, arte in cui più tardi si sarebbe illustrata in città la famiglia Bodoni[81], e istituì un’accademia italiana ai cui lavori prendevano parte attiva sia lui che la marchesa. Fu autore, sembra, di due opere tecniche a stampa, intitolate Del buon governo dello Stato e Della difensione delle rocche assediate e della espugnazione delle medesime e dello guadamento delle riviere. Infine nutrì preoccupazioni particolari per quanto si riferisce alla codificazione del diritto e nel 1480 promulgò gli Statuti saluzzesi.

 

Ludovico I

m.se 1416-1475

~ Isabella di Monferrato

                                                 ____________________________________|_________________________

                                         Ludovico II            Federico    Tommaso      Giovanni         Carlo                     Margherita

                                         + 1504                                                         Giacomo         Domenico              Bianca

                            ~ 1. Giovanna di Monferrato                                                                                          Amedea

                                        ~ 2. Margherita di Foix                                                                                      Luigia

                                         __________|______________________________________________

                                      Michele                   Giovanni             Francesco            Adriano           Gabriele

                                     Antonio                    Ludovico             m.se 1529-37      + giovane         m.se 1537-48

                                     m.se 1504-28          m.se 1528-29              ¦                                              ~ Maddalena

                                         ¦                           s.p.                              ¦                                                  d’Annebault

                                      Anna                                         -------------------------------

                                                                                    Michele Antonio              Aleramo

                                         

           Ludovico II aveva avuto cinque figli da Margherita di Foix: Michele Antonio, Giovanni Ludovico, Francesco, Adriano e Gabriele. Adriano era scomparso a Genova, forse in giovane età. Ciascuno degli altri quattro figli resse a suo turno il potere, ma nessuno di essi si dimostrò all’altezza del compito ed è con loro, appunto, che il marchesato di Saluzzo, sempre fragile e minacciato, si eclissò.

          Michele Antonio, nato nel 1495, era in età ancora minorile alla morte del padre e divenne marchese sotto la tutela della madre. Di lei, che ora si rivelava autoritaria e ambiziosa, rimase peraltro succube durante tutta la sua breve esistenza. A Margherita di Foix si deve, in questa fase, l’ottenimento di una sede vescovile a Saluzzo. Ma la reggente francese, in contrasto con la tradizione di generale tolleranza dei marchesi, promosse altresì un’impietosa campagna di persecuzione dei barbetti, ossia degli eretici del Saluzzese, facendo accendere roghi sulla pubblica piazza a Sanfront. Michele Antonio, già a quattordici anni, combatte in Italia con i francesi, prima di Luigi XII, poi di Francesco I. Dopo la sconfitta di Pavia contro le forze di Carlo V, Michele Antonio e Francesco riparano in Francia. Margherita di Foix fa arrestare e rinchiudere nel castello di Verzuolo come insano di mente il secondogenito Giovanni Ludovico che, apertamente, nutre simpatia per gli imperiali. Tornato in Italia con Francesco I, Michele Antonio viene ferito a un ginocchio mentre comanda, nel 1528, una guarnigione francese assediata in Aversa, nel Napoletano. Dopo la resa della città è trasportato prigioniero a Napoli, dove lo prende in consegna Alfonso d’Avalos marchese del Vasto. Muore dopo avere testato, escludendo dall’eredità Giovanni Ludovico in favore di Francesco e Gabriele. Le sue spoglie giacciono nella chiesa dell’Ara Coeli di Roma, presso la cappella di S. Didaco. Non essendosi maritato, egli aveva avuto solo una figlia naturale, di nome Anna.

          Giovanni Ludovico, liberato e acclamato marchese dal popolo, assume il potere nel 1529. Ma, in seguito a pressioni esercitate da Margherita di Foix e da Francesco, Giovanni Ludovico è convocato in Francia dal re Francesco I e, avendo commesso l’imprudenza di andarvi, è ivi arrestato e rinchiuso nella Bastiglia, a Parigi. Francesco I di Francia investe il terzogenito Francesco nuovo marchese di Saluzzo. Senonché, nel 1536 questi, insoddisfatto dei magri compensi ricevuti a conclusione di una vittoriosa campagna condotta contro Carlo III di Savoia il Buono, muta improvvisamente casacca e aderisce al campo imperiale. Ora il re di Francia libera Giovanni Ludovico e lo spedisce in Italia con uno stuolo d’armati. I due fratelli si scontrano nei pressi di Carmagnola e Francesco ha la meglio. Giovanni Ludovico è fatto ancora prigioniero; più tardi verrà liberato, ma in pratica ormai abbandona il proscenio. Francesco, dal canto suo, muore colpito da un’archibugiata sotto le mura della stessa Carmagnola nel 1537. Anche lui celibe, aveva avuto due figli naturali: Michele Antonio e Aleramo.

          Gabriele, il quartogenito, era stato eletto vescovo di Aire (oggi Aire-sur-l’Adour), nelle Lande di Guascogna, nel 1535. Ma nel 1537, prestato omaggio al re di Francia, è da questi designato quale legittimo successore al marchesato di Saluzzo. Di temperamento bonario, egli si avvantaggia nei primi anni di una tregua conclusa tra Francia e impero. Vive in disparte, per lo più nel palazzo di Revello. Nel 1543, tuttavia, il conflitto armato tra le parti riprende e i francesi assediano Nizza con l’aiuto dei turchi. Gabriele viene catturato da bande di spagnoli agli ordini del fratello Giovanni Ludovico, tenuto in carcere a Fossano, quindi liberato nel gennaio dell’anno successivo contro un riscatto da versare al marchese ispano-napoletano Avalos del Vasto. Dopo la vittoria del duca d’Enghien sul marchese del Vasto a Ceresole nel 1544 torna però una relativa calma. Gabriele sposa a Revello la sedicenne Maddalena, figlia del maresciallo e ammiraglio di Francia e luogotenente regio in Italia, Claude d’Annebault, Brestol e Aubigny. L’unione, però, rimane sterile. Nel febbraio 1548 il nuovo re di Francia, Enrico II, fa arrestare Gabriele con l’accusa del tutto infondata di avere stretto accordi con gli imperiali. Tradotto a Pinerolo, il marchese, goloso di meloni, viene indotto a cibarsi di un frutto avvelenato e si spegne nella notte tra il 29 e il 30 luglio 1548.

          Frattanto Giovanni Ludovico viveva ad Asti nella miseria, abbandonato da francesi e imperiali. Nel 1560 Emanuele Filiberto di Savoia gli estorce una cessione di tutti i suoi diritti. Nel 1561, poi, egli viene persuaso a recarsi in Francia e nuovamente cede, questa volta alla Francia, marchesato e diritti sul Monferrato contro un’abbazia e una magra pensione. Viene poi trattenuto in residenza coatta in un castello di Beaufort, dove la morte lo coglie nel 1563.

          Quest’ultima serie di marchesi fratelli ci offre dunque un quadro sconfortante di declino. Ancora una volta, dopo l’esperienza tragica del Trecento con Isabella Doria e Manfredi di Cardè, una madre prepotente e politicamente ottusa reca lo scompiglio nella famiglia. E, a parte le qualità meramente guerresche di Michele Antonio e Francesco, nessuno dei figli ha una personalità tale da consentirgli di reggere e far progredire la navicella del marchesato tra le tempeste dell’epoca. Le pressioni ed aggressioni esercitate dai Savoia si sono provvisoriamente attenuate perché la Casa sabauda attraversa essa stessa un periodo difficile. Ma non è certo semplice barcamenarsi tra gli aperti conflitti in atto in Italia tra Francia e impero. Inoltre è del tutto caratteristico della situazione di generale sconcerto che, su cinque figli maschi della coppia formata da Ludovico II e Margherita di Foix, neppure uno abbia avuto una sua discendenza legittima. Solo Gabriele, ex vescovo, si è sposato, ma non ha avuto figli.

          Estintasi la linea primogenita, Giovanni Michele conte di Paesana e Castellar, diretto discendente di uno dei fratelli del marchese Federico II del Trecento, sollecitò l’investitura nel marchesato da parte del re di Francia, divenuto abusivamente arbitro della questione per la sconsiderata politica di adesione alla causa francese attuata dalle ultime generazioni. Il re, non accontentandosi di respingere l’istanza, lo fece addirittura arrestare per avere osato presentarla. Nel 1564 Giovanni Michele faceva stilare a Castellaro un atto di pubblica protesta dinanzi ad autorevoli testimoni, rivendicando il suo diritto alla successione. La Francia, dal canto suo, annetteva il marchesato di Saluzzo, che però sul finire del secolo veniva poi conquistato con le armi dai Savoia, ridivenuti potenti. E solo dopo la costituzione del moderno regno d’Italia, con un decreto del 31 luglio 1879, Umberto I concedeva a Federico Saluzzo di Paesana di riassumere il titolo trasmissibile, ormai meramente onorario, di marchese, con la specifica: “dei marchesi di Saluzzo”.

          Nel ramo dei Saluzzo di Monesiglio si sono distinti il conte Giuseppe Angelo (1734-1810), chimico legato agli ambienti massonici, cofondatore e primo presidente dell’Accademia delle scienze di Torino; poi tre dei suoi figli e cioè, anzitutto, Diodata Saluzzo Roero (1774-1840), fiera poetessa di formazione classica ma di gusto romanticheggiante, autrice altresì di novelle e di opere teatrali[82]; il conte Alessandro (1775-1851), generale dell’esercito sardo, politico e diplomatico eminente durante i regni di Carlo Felice e di Carlo Alberto, presidente dell’Accademia delle scienze, autore di saggi di storia militare e di un volume di memorie (pubblicato postumo); Cesare (1778-1853), anche lui generale ma soprattutto studioso di storia, rettore dell’Università di Torino, poi direttore dell’Accademia militare e precettore dei figli di re Carlo Alberto. Tra il 1837 e il 1847 quest’ultimo è stato presidente della Deputazione subalpina di storia patria e ha diretto la pubblicazione di tutta la prima serie di volumi della benemerita raccolta di fonti storiche dei Monumenta Historiae Patriae[83]. Di orientamento liberale, ha preso posizione in favore dello Statuto.

          Il marchese Marco Saluzzo di Paesana, vissuto tra il 1866 e il 1928, a sua volta generale dell’esercito, è stato volontario nella guerra libica e nel primo conflitto mondiale. Inoltre ha ricoperto eminenti cariche politiche: deputato, senatore, quindi sottosegretario agli Esteri nel biennio 1920-21.

          Oggi i Saluzzo non compaiono più da tempo nel Libro d’oro della nobiltà italiana del Collegio Araldico romano[84].

 

 

  

7. I marchesi di Busca e i Lancia e Lanza, nel Nord Italia, nel Mezzogiorno e in Sicilia

 

          Alquanto singolare, nel contesto complessivo dello sviluppo delle famiglie aleramiche, è il caso dei Lancia marchesi di Busca.

          A proposito degli aleramici marchesi di Busca in generale va sottolineato anzitutto che una particolarità a loro poco favorevole li discrimina in partenza, ossia sin dalle premesse del secolo XII. Tra le linee vastensi sopravvissute alla generazione dei figli del marchese Bonifacio, la loro è la sola a figurare in subordine nell’ambito degli abbinamenti cui si era improntata la distribuzione sul territorio. Infatti i Busca erano sin dall’origine strettamente legati ai Saluzzo e, nella prospettiva di un progressivo potenziamento del casato maggiore, rischiavano l’indebolimento o l’esclusione alla stregua – per intenderci – degli Occimiano nei loro rapporti con i Monferrato.

          Guglielmo del Vasto aveva avuto due figli, come già indicato, di cui si può congetturare che il maggiore fosse Berengario data la tempestività con la quale compare nella documentazione. Nel marzo 1176 egli si produce infatti insieme a Manfredi II di Saluzzo in una conferma di beni a Staffarda ed è da notare che, in quell’occasione, ambedue i protagonisti sono definiti marchesi di Saluzzo[85]. Essi sembrano agire in qualità di capifamiglia delle rispettive linee dopo il decesso dei due genitori, sopravvenuto tra il 1175 e l’inizio del 1176. Nel giugno 1179 Berengario è però già specificamente connotato come marchese di Busca[86]. Il nostro personaggio risulta coinvolto, anche se in posizione poco esposta, nella guerra che Bonifacio II e Guglielmo VI di Monferrato muovono tra il 1191 e il 1206 contro Asti, Alessandria e Vercelli. Nel luglio 1192 cede a Bonifacio II di Monferrato la metà di Cossano e la sua quota pari a un sedicesimo del comitato di Loreto, forse per motivi più che altro strategici[87]. Nel 1193 e, nuovamente, nel 1211 sigla un patto di stretta alleanza a vita con Manfredi II Punasio di Saluzzo[88]. Nel 1202 giura la cittadinanza astigiana. Nel 1210 figura due volte tra i testimoni di donazioni di Ottone IV alle abbazie di Staffarda e Casanova. In un documento del 1214 egli risulta deceduto e compaiono la moglie, Imilla, e i tre figli: Guglielmo, Oddone Boverio, Raimondo[89]. Questi figli sono anch’essi copiosamente documentati in prosieguo e sappiamo che, a sua volta, Guglielmo ha due figli: Manfredi e Berengario II. Ma la tendenza è quella sopra accennata: cioè l’autorità e presenza nella vita pubblica di questo ramo familiare rimasto aggregato e secondario rispetto ai Saluzzo va affievolendosi.

          Diverso è il profilo dell’altro figlio di Guglielmo del Vasto, quel Manfredi che a partire dal 1201[90] risulta soprannominato o cognominato Lancia[91], per poi trasmettere tale cognome a tutti i suoi discendenti[92] e – a quanto sembra – anche a stretti congiunti non da lui nati. Le due prime carte che lo riguardano si riferiscono alla vendita a Manfredi II di Saluzzo della stessa sua quota di Busca, nel 1180 o 1183, e, sempre nel 1183, di Dogliani. Appunto a Dogliani Manfredi di Busca aveva stabilito la sua abituale dimora. Dal padre egli sembra avere ereditato la particolare sensibilità per il problema del confine dei domìni vastensi a sud di Asti. Nel 1188 Bonifacio Minore di Cortemilia aveva confermato la cessione ad Asti di una metà di Loreto a suo tempo decisa da Ottone Boverio. Nel 1191 Enrico del Carretto aveva trasferito ad Asti una sedicesima parte del comitato di Loreto, di Castagnole e del castello di Lequio che gli spettava in seguito alla morte dello zio Bonifacio Minore. In data 8 maggio del 1194, a Castagnole, i rappresentanti di Asti notificano a Bonifacio II di Monferrato che una metà di Loreto appartiene alla loro comunità urbana e diffidano tanto il suddetto quanto il marchese Manfredi di Busca dal disporre di tale quota di spettanza del comune[93]. Nel 1195 Manfredi di Busca si autodichiara conte di Loreto[94]. Di nuovo nel 1196 lo cogliamo nell’atto di vendere, questa volta a Bonifacio II di Monferrato e ad estinzione di un debito già contratto, molte terre tra cui Dogliani e la stessa sua parte del comitato di Loreto[95]. Il trovatore provenzale Peire Vidal, in uno scambio di strofe reciprocamente denigratorie, gli rimprovera la sua povertà e lo accusa di vendere castelli e proprietà più spesso di quanto una vecchia contadina non venda galline e capponi: “plus soven venz castels e domeios / no fai vieilla gallinas ni capos"[96].

          Ma queste vendite in serie e le problematiche condizioni finanziarie vanno viste in relazione alla sua ferma intenzione di contrastare le mire espansionistiche di Asti, anzi di recuperare se possibile la Loreto del nonno, improvvidamente liquidata dai cadetti della precedente generazione. Un eventuale suo riacquisto di Loreto gli avrebbe magari consentito di ritagliarsi un proprio territorio da non dividere con il fratello e, soprattutto, non soggetto al superiore patrocinio dei Saluzzo. Manfredi aveva trovato una valida sponda nei cugini Monferrato per questi progetti di riaccaparramento, ma è ovvio che l’operazione, soprattutto se si voleva che risultasse in ultimo vantaggiosa più per lo stesso Manfredi che per i Monferrato, presupponesse la disponibilità di un agguerrito esercito personale. Tuttavia nel 1198 gli astigiani occupano Castagnole e catturano il sedicente conte di Loreto. Nel 1201 Manfredi Lancia è costretto a cedere ad Asti la sua quota del comitato e le pertinenze di Castagnole. Nel 1202 Bonifacio II di Monferrato prende la testa della quarta crociata in Oriente e nel 1204 Guglielmo VI di Monferrato assume il comando di una nuova lega contro Asti costituita anche da Manfredi II di Saluzzo, Ottone ed Enrico del Carretto, Guglielmo di Ceva e il nostro, con l’appoggio del comune di Alba. Ma nel 1206, riscontrato che la lotta armata contro Asti non sortiva effetti ed era dispendiosa, Guglielmo VI firmava un trattato di pace in cui era fatto obbligo a Manfredi Lancia di cedere al comune tutti i suoi diritti su Loreto e Castagnole[97]. L’esito era molto amaro soprattutto per il cadetto di Guglielmo del Vasto che si era impegnato per oltre un decennio nel tentativo di appropriarsi di quelle terre, investendovi tutte le proprie risorse residue e, a tal fine, disfacendosi della grande maggioranza dei castelli o quote di castelli che gli erano spettati in eredità in altri luoghi. Insomma Manfredi I Lancia si vedeva ora ridotto in condizioni di povertà, e di una povertà apparentemente priva di speranze di riscatto. Egli si ritirava nell’ombra e tutto sembrava preannunciare che il ramo aleramico da lui derivato dovesse scivolare nell’oblio.

          Si deve al carattere del figlio, Manfredi II Lancia, se così non fu. Ancor meglio di quanto non avesse fatto a suo tempo il padre, questi intuì che, per non sprofondare nell’anonimato, occorreva cambiare strada, inventarsi un destino non preordinato. La situazione era assai più critica di quella in cui si era trovato, da giovane, Manfredi I e pertanto esigeva una straordinaria dose di spirito di iniziativa e, anche, di buona sorte.

                                

                                                Guglielmo del Vasto

                                                + 1175/76

                                           __________________|_________________

                                     Berengario                                                  Manfredi I

                                     att. 1176-1211                                            Lancia

                                      ~ Imilla                                                       att. 1180-1215

                      ____________|_________________                                |

               Guglielmo                  Oddone          Raimondo                 Manfredi II

                      |                           Boverio                                            Lancia

          ______|__________                                                                      ¯

          Manfredi        Berengario II   

 

          L’occasione di un decollo su nuove basi fu offerta al Busca dall’attraversamento del Piemonte da parte di Federico II di Svevia nel 1212, subito dopo la sua proclamazione a Roma quale re dei romani e in viaggio per la Germania, dove a Francoforte sarebbe stato incoronato l’anno stesso re di quel paese. Federico Hohenstaufen è il nipotino dell’epico Barbarossa ed è un parente alla lontana[98]. In quel frangente è alquanto giovane, neppure ancora ventenne; la sua carriera politica ai vertici è appena iniziata, il viaggio in Germania può apparire come un azzardo, non vi è alcuna certezza riguardo al suo futuro. È verosimile che Manfredi II Lancia lo abbia incontrato sin da allora. Nel 1215 Federico II è solennemente incoronato ad Aachen (Aquisgrana). D’altro canto, proprio nel 1215, muoiono tanto Manfredi I Lancia quanto Manfredi II Punasio di Saluzzo. Manfredi II affianca del suo meglio la reggente di Saluzzo, Adelaide di Monferrato, e il cugino erede Manfredino. Nel 1216 interviene assieme ad Ottone del Carretto in una vertenza tra Vercelli e Casale Monferrato e i due aleramici si presentano quali nunzi dell’imperatore. Federico II conferma tale carica con riferimento a Manfredi Lancia nel 1218.

          Manfredi pensa ai ruoli eminenti svolti nel secolo precedente presso Federico I dai cugini Guglielmo V di Monferrato ed Enrico Guercio di Savona e punta ad appoggiarsi alla nuova stella nascente, impegnandosi nell’alto funzionariato. Federico II rientra in Italia nel 1220, dopo aver fatto eleggere il figlio avuto da Costanza d’Aragona, Enrico, re di Germania. Nel 1221 lui e Costanza sono incoronati imperatore e imperatrice in S. Pietro di Roma. Sin dal dicembre 1222 troviamo Manfredi II Lancia al suo seguito e tra i testi dei suoi diplomi. Nel 1226 Manfredi II Lancia è con l’imperatore a Sarzana. A partire dal 1230 l’aleramico passa stabilmente al servizio di Federico II, seguendolo costantemente in varie località e regioni d’Italia e spesso figurando con lui in quelle meridionali. Nel 1232 nasce a Federico un figlio naturale da Bianca Lancia, forse una nipote di Manfredi II: e la madre assegna al piccolo il nome di battesimo dello zio protettore, Manfredi[99].

          A corte, in questi anni e posteriormente vengono anche altri non pochi personaggi cognominati Lancia, tutti certamente familiari stretti di Manfredi II quantunque in taluni casi il grado e le modalità di parentela appaiano difficili da determinare. In pratica l’intera discendenza di Manfredi II passa nel Mezzogiorno. Nel 1233 Manfredi II partecipa, con Federico II, ad una repressione di moti di rivolta in Sicilia e nel 1234 ad un’azione a Montefiascone contro fazioni di ribelli al papa Gregorio IX. Nel 1235 accompagna lo svevo in Germania, dove il re Enrico si è dimostrato incapace di governare, ha assunto atteggiamenti divergenti rispetto alle linee politiche del padre e ultimamente ha stretto un’alleanza con alcuni comuni lombardi, quali Milano, tradizionalmente ostili agli Staufen e di nuovo potenzialmente sul piede di guerra. Enrico si consegna prigioniero al padre ed è affidato appunto a Manfredi II che, l’anno successivo, lo scorta attraverso l’Italia fino in Puglia, dove viene rinchiuso nella rocca di S. Felice. L’imperatore espugna Vicenza, insediandovi Ezzelino da Romano e, a Vienna, viene eletto re dei romani Corrado Hohenstaufen, il figlio ancora fanciullo della seconda moglie di Federico II, Iolanda di Brienne. In Piemonte, nel 1236, viene fondata la nuova cittadina di Fossano “sub regimine Domini Manfredi Lancee marchionis”, come ancor oggi ricorda l’iscrizione di una lapide un tempo murata su una delle porte d’accesso al centro urbano e oggi conservata nel locale palazzo del comune[100]. Nel 1243 si costituirà in modo analogo la città di Cherasco, lungo il corso del Tanaro.

          Ma frattanto Manfredi II recede dalla vita itinerante condotta a fianco di Federico dal 1230 al 1238. Nel 1238 Federico II è a Torino e Cuneo e nomina il nostro personaggio vicario generale del sacro impero da Pavia in su. Egli, dunque, fondamentalmente torna nella sua Italia settentrionale. Nel 1239, e nel contesto dei nuovi conflitti armati con i comuni lombardi, Manfredi II Lancia assale Alessandria; nel 1240 la occupa e ne diviene podestà. Il medesimo anno è proclamato cittadino onorario di Vercelli. Con Giacomo del Carretto si batte in Liguria contro Genova. Tra l’agosto e il settembre 1240 diviene vicario imperiale da Pavia in giù. Nel 1241 è podestà di Cremona. Nel 1242 suo figlio Galvano è creato a sua volta vicario imperiale nella marca trevigiana e podestà di Padova. Nel 1243 Manfredi II è posto, quale guida e istruttore, a fianco di re Enzo di Sardegna, altro figlio naturale dell’imperatore cui è ora affidato il comando delle operazioni contro i comuni guelfi del Nord: i due comandanti intervengono in aiuto di Savona liberandola da un assedio dei genovesi. Nel 1244 Costanza, figlia di Federico II e Bianca Lancia, sposa Giovanni III Ducas Vatatze, imperatore di Nicea. Nel 1245 papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi dei conti di Lavagna, genovese) convoca un consiglio ecumenico a Lione in cui l’imperatore viene condannato nonostante l’appassionata perorazione in sua difesa pronunciata dal giureconsulto Taddeo da Sessa. Il giovedì santo 13 aprile il pontefice gli reitera solennemente la scomunica che gli era già stata inflitta in precedenza da Onorio III nel 1227, quindi da Gregorio IX nel 1239, estendendola anche a re Enzo e Manfredi II Lancia.

          Il 1247 è, in certo senso, l’ultimo anno fortunato della vita del marchese di Busca. Il 21 aprile viene siglata la convenzione di fidanzamento tra il pronipote Manfredi di Sicilia e Beatrice di Savoia, nipotina del potente conte Tommaso II e vedova di Manfredino III di Saluzzo, già madre di Tommaso I di Saluzzo. L’ispiratore e il principale mediatore di questo patto è stato appunto Manfredi II Lancia. Quale ne è il senso e l’utilità sperata dal punto di vista del marchese? Anzitutto si provvede così a legare ancor più il Savoia alla politica imperiale. Ma soprattutto Manfredi II tenta di creare i presupposti per l’attribuzione al figlio di Bianca di una signoria che si sarebbe potuta estendere su buona parte del Piemonte e forse sul regno di Arles. Il marchese di Busca non è più giovane e si premura di garantire un degno futuro al suo omonimo, nato sì da un imperatore, ma fuori dal matrimonio.

          Federico II, a questo punto, si apprestava a scagliarsi su Lione. Ma a Torino apprende che i cugini del papa hanno preso il controllo di Parma. Il 2 luglio 1247 giunge sotto le mura della città padana e la cinge d’assedio facendo costruire a poca distanza dalla cinta muraria una piccola città antagonista di legname con chiesa e zecca cui attribuisce il nome, nelle sue intenzioni propiziatorio, di Vittoria. Senonché durante la tregua invernale, quando parte della guarnigione ha abbandonato provvisoriamente il teatro bellico e un giorno in cui Federico II si è lui stesso allontanato per dedicarsi alla caccia, il 18 febbraio 1248, un drappello di parmigiani finge una sortita a cavallo. Manfredi II, rimasto pressoché solo al comando degli assedianti, insegue il manipolo a briglia sciolta. E, d’un tratto, le porte di Parma si spalancano: tutti gli assediati, compresi donne ed anziani, si precipitano rabbiosamente all’assalto dell’accerchiamento posticcio. Vengono massacrati alla cieca gli occupanti del presidio[101]; si depredano il tesoro imperiale, il serraglio, gli acquartieramenti delle cortigiane; si appicca ovunque il fuoco. Le sentinelle di guardia danno fiato alle trombe per allertare Manfredi Lancia e Federico, ma loro sono lontani e quando sopraggiungono è troppo tardi, non rimane che darsi alla fuga. Federico II ripara a Cremona, da dove poi rientrerà a tappe in Puglia.

          Frattanto avviene il matrimonio pattuito tra il principe Manfredi e Beatrice di Savoia. Il conte Tommaso è nominato vicario imperiale dal Lambro in su, mentre Manfredi II assume in subordine la carica di capitano da Pavia ad Asti. Contemporaneamente Giacomo del Carretto è capitano da Asti in su. Nel 1249 Galvano di Manfredi II è, lui, capitano da Amelia a Corneto, sul contado ildebrandesco e sulla Maremma. Ma un altro episodio infausto viene ad ottenebrare l’orizzonte: nel mese di maggio re Enzo di Sardegna è catturato dai bolognesi a Fossalta, presso Modena, e rinchiuso in un palazzo della città dotta in cui terminerà i suoi giorni nel 1272.

          Nel 1250 il Lancia ricopre nuovamente la carica di vicario dal Lambro in su ed è podestà di Lodi. Senonché il 13 dicembre di quell’anno Federico II muore di dissenteria a Fiorentino, tra Foggia e Lucera. Nel 1251 i milanesi occupano Lodi e Manfredi II ne consegna il castello a Uberto Pallavicino. L’8 gennaio 1252 Corrado IV, imbarcatosi a Pola, sbarca alla marina di Siponto con il marchese Bertoldo di Hohenburg. Immediatamente adotta provvedimenti drastici nei confronti del principe Manfredi e della generalità dei suoi parenti Lancia. A Manfredi lascia il solo principato di Taranto, privandolo delle contee di Tricarico, Gravina e Monte Cavo assegnategli aggiuntivamente dal testamento del padre. I Lancia e le loro famiglie sono sic et simpliciter banditi dal regno. Alcuni di essi si imbarcano per l’Oriente sperando di trovare accoglienza presso la sorella del principe Manfredi, Costanza, moglie dell’imperatore Giovanni III Ducas. Ma anche dall’impero d’Oriente vengono cacciati su richiesta esplicita di Corrado IV. Quanto a Manfredi II Lancia, il re lo spoglia dei suoi feudi piemontesi, girandoli a Bonifacio II di Monferrato. Manfredi II passa al partito guelfo e diviene capitano di Alessandria. Tra il 1253 e il 1255 è podestà prima di Novara, poi di Milano. Nel 1255 Tommaso II di Savoia e Tommaso I di Saluzzo sono catturati a Torino a seguito di uno scontro con gli astigiani. Con una schiera di chieresi Manfredi II assale una comitiva astigiana presso Moriondo nell’intento di liberare i parenti, che crede da essa trasportati, e viene ferito al volto. Nel 1256 Manfredi Lancia è ancora capitano di Chieri e passa ad altra vita nel secondo semestre del 1257, forse nel mese di ottobre.

          Alla luce del resoconto dei fatti e delle cariche anno per anno non sarà sfuggita al lettore l’eccezionale levatura di questo personaggio di cui le storie ufficiali non danno più notizia se non accessoriamente e in maniera del tutto frammentaria. Possiamo dire che, in famiglia, la sua luce non rifulge meno di quelle di Bonifacio del Vasto, Guglielmo V di Monferrato ed Enrico il Prode di Savona. Diversamente dal marchese Bonifacio egli, tuttavia, non ha trasmesso ai figli un esteso territorio nel Nord Italia. Rampollo di una linea potenzialmente emarginata, ne ha invece pilotato l’accreditamento a diretto servizio presso la Casa imperiale degli Staufen e il trasferimento nel regno del Sud. Gli ultimi anni della sua vita sono stati funestati da una serie di eventi negativi, ma fino al febbraio 1248 egli era vissuto prima issandosi da una condizione di sostanziale disagio ad una posizione socialmente ragguardevole, poi accumulando le promozioni e i successi.

          Corrado IV, dopo aver conquistato Capua e Napoli, muore ventiseienne di una febbre palustre perniciosa nel maggio 1254 e ciò sgombra il campo al principe di Taranto, che fino ad allora aveva pazientemente subito le angherie cui lo aveva sottoposto il fratellastro. Infatti anche il terzo figlio legittimo di Federico II, Carlo Otto Enrico, nato da Isabella d’Inghilterra, era morto, e senza prole, nel 1253. Il figlio di Corrado IV, Corradino di Svevia, aveva allora solo due anni. Papa Innocenzo IV, che alla notizia del decesso di Federico II si era sentito liberato da un grave peso e aveva invaso la cristianità di messaggi di esultanza, sin dal 1251 era rientrato in Italia, approssimandosi poi a tappe a Roma e al Mezzogiorno. Sul piano internazionale egli aveva anche intavolato trattative offrendo di sua esclusiva iniziativa il regno di Sicilia a principi inglesi, poi francesi. Sul piano nazionale esercitava pressioni sui potentati locali, promettendo favori e premi a destra e a manca e, in questo modo, si era procurato consensi decisivi in particolare a Napoli, Melfi e Messina. Nel suo testamento Corrado IV aveva designato quale reggente, a nome dell’infante Corradino, Bertoldo di Hohenburg. Ma questi era un pavido lucido, il quale intuiva perfettamente quanto gli sarebbe stato arduo e poco proficuo sul piano personale tentar di salvaguardare quel regno meridionale in favore del casato svevo nonostante la dichiarata ostilità e gli intrighi del papa genovese.

          Manfredi è titubante, ma, mentre Bertoldo rinuncia all’incarico e si dilegua, Galvano Lancia, rientrato in Puglia con gli altri affini, lo incoraggia a farsi avanti e a cercare, se possibile, un’intesa con il pontefice. Non sarà un’intesa facile, perché la posizione del papa si rafforza di giorno in giorno grazie alle defezioni sempre più numerose nel regno propiziate dal clima di incertezza che si è venuto diffondendo e a rivolte aperte come quella fomentata da Pietro Ruffo di Calabria nel Messinese. Ma Corrado IV aveva affidato al papa, nel testamento, la tutela del piccolo Corradino. Si può dunque chiedere a Innocenzo IV di garantire all’erede l’accesso al trono quando avrà raggiunto la maggiore età e, nel frattempo, di accettare che Manfredi assuma per lui la reggenza. La trattativa si svolge ad Anagni, quindi a Ceprano, sull’area di confine tra Stato della Chiesa e regno, dove era in programma una definitiva formalizzazione degli accordi. Senonché qui, durante i preliminari, i feudatari del seguito pontificio trattano il principe Manfredi con ostentata irriverenza. Uno di loro, Borello d’Anglona[102], particolarmente tracotante, viene ucciso in una rissa scoppiata senza dubbio con uomini della scorta del principe di Taranto benché a insaputa di questi. Galvano capisce che la vita del principe è in pericolo e lo esorta ad abbandonare celatamente il campo e a rifugiarsi in Puglia. Così Manfredi parte a cavallo nottetempo, il 25 ottobre 1254, accompagnato da un gruppuscolo di cavalieri tra cui Marino e Corrado Capece, Goffredo di Cosenza, Gualtiero d’Ocra e, attraversando con grande cautela il più possibile città e territori di signori amici o neutrali, raggiunge infine la fortezza araba di Lucera[103] il 2 novembre. L’accoglienza in loco è entusiastica: Manfredi recupera il tesoro imperiale e prende la testa di un esercito con cui in breve tempo sgomina le forze papali condotte dal cardinale Guglielmo Fieschi e dal reprobo Bertoldo di Hohenburg.

          Innocenzo IV muore a Napoli nel dicembre del medesimo anno. Gli succederanno con intenti invariati i papi Alessandro IV, Urbano IV e Clemente IV, gli ultimi due francesi. Galvano Lancia doma prontamente focolai di ribellione residui nel territorio di Melfi e in terra d’Otranto. Un altro Lancia, Federico, torna ad occupare la Sicilia nel 1256 e 1257. Nel 1258, essendosi diffusa la falsa notizia della morte di Corradino di Svevia, Manfredi si fa incoronare re di Sicilia a Palermo. Muore però in questo stesso anno un fratellastro del nuovo re che sempre aveva validamente combattuto per l’imperatore: Federico d’Antiochia. D’altro canto, Carlo d’Angiò, nell’Italia nordoccidentale estrema, si impadronisce di Ventimiglia. Nel 1259 muore giustiziato nel castello di Soncino un altro pilastro della vecchia guardia degli imperiali: Ezzelino da Romano. Nel 1260 Giordano Lancia d’Agliano è vicario del re Manfredi in Toscana. Egli comanda il contingente di tedeschi che, assieme ai senesi e ai fuoriusciti fiorentini, ottiene una schiacciante vittoria sulle forze confederate dei guelfi a Montaperti. Firenze apre le porte al conte Giordano. Frattanto però l’Angiò, in Piemonte, si appropria quasi dell’intera valle della Stura di Demonte fino ad allora appartenuta ai marchesi di Saluzzo. Nel 1262 Urbano IV offre al cadetto del santo re di Francia Luigi IX[104] il regno di Sicilia. Sull’altro fronte, la figlia di re Manfredi e di Beatrice di Savoia, Costanza, si unisce in matrimonio con Pietro III re d’Aragona.

          Tra 1263 e 1265 Alessandro IV, poi Clemente IV, preparano la discesa di Carlo d’Angiò nel Meridione. I romani eleggono Carlo senatore a vita e Clemente IV conferisce alla spedizione del signore della Provenza il crisma della crociata, finanziandola con decime riscosse in tutta Europa per la lotta agli infedeli. I due eserciti si scontrano in prossimità di Benevento il 26 febbraio 1266. Re Manfredi suddivide le sue forze in tre reparti. Prende personalmente la testa di 1.400 cavalieri e di una truppa di fanti e arcieri arabi e pugliesi. Giordano Lancia d’Agliano comanda 1.200 cavalieri tedeschi. I conti Galvano e Bartolomeo Lancia guidano 1.000 cavalieri toscani, del Nord Italia e tedeschi. Le formazioni dei Lancia sono sopraffatte e buona parte dei militi agli ordini diretti del re si dà alla fuga. Manfredi di Sicilia perisce sul campo[105]. Galvano e Federico Lancia riescono a fuggire, mentre Giordano e Bartolomeo sono catturati e non tarderanno a morire nelle carceri di Carlo. Intanto Giordano, trascinato in catene a riconoscere la salma di re Manfredi, alla vista del cadavere del nipote straziato scoppia in un pianto dirotto che è anche il simbolico lamento dei Lancia sul fallimento di un grande progetto politico e civile: quello di un ordine laico sovranazionale.

 

                                           Manfredi II Lancia ……………?…….................... Bonifacio

                                           att. 1215-1257                                                         Lancia d’Agliano

     _________________________|_______________                                    __|____________

Galvano            Federico                 Bartolomeo     Isolda                              Giordano         Bianca

+ 1268              c.te di Squillace              ?              ~ Bertoldo                      + 1266             ~ Federico II

~ Margherita     ~ Giovanna                                        di                                                            di Svevia

   d’Ocra               della Gherardesca                           Hohenburg                          ____________|____

____|__________________________                                                                Manfredi             Costanza

Galeotto            Beatrice                Costanza                                                          re di Sicilia          ~ Giovanni

~ Cubitosa         ~ Corrado             ~ Adenolfo                                                     + 1266                    III

   d’Aquino            d’Antiochia          d’Aquino                                                         |           |                 imp. Nicea

           |                           |                                                                                        /             \

       Corrado             Federico                                                                        Costanza            Beatrice

               ¯                        ¯                                                                          ~ Pietro III               ~ Manfredi IV

                                                                                                                         d’Aragona               di Saluzzo

                                                                                                                              ¯                                ¯

 

          Il sogno, a dire il vero, non è ancora interamente svanito. In Toscana i ghibellini si riorganizzano. Particolarmente desiderosi di una rivincita si mostrano Galvano e Federico Lancia, Corrado d’Antiochia e i fratelli Capece. I Lancia e i Capece si recano in Germania, a Costanza, per sollecitare la venuta in Italia del giovane Corradino di Svevia. Nel 1267 Corrado Capece e Federico di Castiglia provocano moti di rivolta in Sicilia e in Puglia, che vanno gradatamente estendendosi. Il senatore di Roma, Enrico di Castiglia, e il suo vice Guido da Montefeltro sono favorevoli al partito svevo e il 18 ottobre Galvano Lancia è accolto con pubblici onori nella città eterna. Nel 1268 Corradino è a Pavia, quindi attraversa le terre del marchese Giacomo del Carretto, si imbarca a Vado Ligure e sbarca a Pisa con 500 cavalieri. Raggiunge Roma, dov’è accolto festosamente dalla popolazione. Procede per il sud, optando per la via Valeria, e Carlo d’Angiò sospende l’assedio posto a Lucera per andargli incontro. I due eserciti vengono a contatto nei pressi di Tagliacozzo. Enrico di Castiglia guada il fiume Salto e subito mette in rotta il contingente francese. Ma truppe fresche del nemico sono rimaste celate in un bosco e ora attaccano gli imperiali che credevano la battaglia già vinta e si sono sbandati. Corradino è costretto alla fuga, con 500 cavalieri tra i quali Galvano e il figlio, Galeotto Lancia. Il 28 agosto l’ultimo svevo è a Roma, dove però gli viene consigliato di ripiegare più a nord. Ad Astura, presso il capo Circeo, prende il mare nell’intento di riparare a Pisa. Giovanni Frangipane, signore del luogo, fa inseguire i fuggitivi e se ne impadronisce, consegnandoli poi a Carlo d’Angiò a Genazzano. Vengono condotti a Palestrina, dove ritrovano Enrico di Castiglia e Corrado d’Antiochia, catturati separatamente. Galvano[106] e Galeotto Lancia sono subito decapitati a Genazzano o Palestrina nella prima metà di settembre, prima il figlio al cospetto del genitore onde renderne l’esecuzione più dolorosa, quindi il padre medesimo. Enrico di Castiglia, dopo un breve soggiorno nelle prigioni del castello di Canossa, languirà molti anni, come i figli piccoli di Manfredi di Sicilia, in Castel del Monte (Puglia), ottenendo la liberazione solo nel 1291. Invece, una circostanza fortunata consentirà a Corrado d’Antiochia di avere salva la vita e recuperare rapidamente la libertà. Sua moglie, Beatrice Lancia, figlia di Galvano, tiene prigionieri nel castello di Saracinesco Napoleone e Matteo Orsini, fratelli del potente cardinale Giovanni Gaetani che più tardi diverrà papa Nicolò III, e procede ad uno scambio. A Saracinesco, secondo alcuni studiosi, sarebbe rimasta al riparo anche la vedova di Galeotto Lancia, Cubitosa d’Aquino, figlia del conte di Acerra e di una sorella di Federico d’Antiochia[107], stretta parente del teologo Tommaso, con il figlioletto di pochi anni, Corrado, e forse con una figlia di nome Margherita.

          Dopo la sconvolgente decapitazione di Corradino di Svevia a Napoli il 29 ottobre del 1268[108], nel 1269 Cubitosa d’Aquino, con i figli piccoli, avrebbe lasciato di nascosto Saracinesco e, raggiunta la costa, si sarebbe imbarcata, riparando presso la regina Costanza d’Aragona, figlia di Manfredi di Sicilia. Con questa partenza dall’Italia si concludeva definitivamente la storia dei Lancia in Piemonte e nel Mezzogiorno continentale. Mentre iniziava – come ora vedremo – una nuova saga familiare, quella dei Lancia e Lanza di Sicilia.

 

                                         Federico II     ø     ignota, forse appartenente

                                         di Svevia               alla Casa normanna dei p.pi di Antiochia     

                                            __________|_____________      

                                       Federico                            Costanza (Anna)

                                       d’Antiochia                       ~ Tommaso d’Aquino, c.te di Acerra

                                       ~ Margherita                            ______|___________

                                             |                                    Adenolfo                   Cubitosa

                            Corrado d’Antiochia                     ~ Costanza                 ~ Galeotto

                            ~ Beatrice Lancia                             Lancia                         Lancia

                                 |                                                                                          |

                      Federico                                                                                  Corrado

                          ¯                                                                                                  ¯

 

           Va detto e riconosciuto che la serie genealogica, a partire da Manfredi II Lancia, presenta incertezze. È tutt’altro che limpido il rapporto tra Lancia e Lancia d’Agliano, quindi l’esatto grado di parentela intercorrente tra Bianca Lancia e Manfredi II Lancia. Alcuni autori la hanno creduta sua figlia e, magari, frutto di una qualche unione peccaminosa. Altri sua sorella. Altri ancora l’hanno data per sua pronipotina[109]. Non è chiaro se Galvano e Federico fossero fratelli, né quale fosse la situazione di Bartolomeo. Pare vi sia poi anche in questo torno d’anni un Manfredi, conte di Cammarata, di non meno dubbia collocazione genetliaca. Così, a onor del vero, dobbiamo confessare che non ci appare neppure assodato che Galeotto avesse sposato una Cubitosa d’Aquino[110], né che Corrado Lancia fosse figlio di Galeotto. Non manca chi ha creduto piuttosto di ravvisare in quest’ultimo un figlio di Federico o del Manfredi di Cammarata.

          Assodato è invece che alla corte aragonese Corrado Lancia crebbe felice, in stretta amicizia con un altro esule, Ruggero di Lauria, che ne doveva sposare la sorella Margherita. Da giovani adulti ambedue divennero ammiragli, ossia comandanti di unità navali. Come tale Corrado Lancia ha condotto azioni secondarie, ma coraggiose e vittoriose lungo la costa del Nord Africa a partire dal 1279. Nell’agosto 1282, dopo la sollevazione generale della Sicilia contro gli angioini (Vespri siciliani), Pietro III sbarca a Trapani, poi si reca a Palermo dove, il 4 settembre, è acclamato re. Corrado Lancia è con lui, tra i comandanti della flotta di 50 galee che, prima di puntare su Trapani, aveva fatto un’incursione sulla costa africana. Nella primavera del 1283 giunge in Sicilia Costanza d’Aragona, con Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. In quell’anno stesso Corrado accompagna Pietro III, con Blasco Alagona, nell’avventuroso viaggio in incognito per mare e per terra alla volta di Bordeaux, dove avrebbe dovuto svolgersi un duello con Carlo d’Angiò che invece andò a monte. Tra il 1283 e il 1292 Ruggero di Lauria colleziona le vittorie navali, in particolare lungo la costa del Napoletano. Dopo la morte di Pietro III d’Aragona, nel 1285, Corrado Lancia diviene Maestro Giustiziere e svolge prevalentemente mansioni diplomatiche. Nel 1287 è con re Giacomo II all’assedio e alla presa di Augusta contro gli angioini. Nel 1296 aderisce al partito di Federico d’Aragona, acclamato re nel duomo di Catania, e assume la carica di Cancelliere in sostituzione di Giovanni da Procida. Molti suoi compagni in quel frangente abbandonano la causa siciliana, tra cui l’amico di sempre, il Lauria. Egli, invece, diviene il principale collaboratore e sostegno del nuovo re. Diversi decreti regi sono da lui firmati nel 1296 e 1297. Sottolineo che questa scelta di appoggiare Federico III non può essere attribuita a desiderio di protagonismo, né all’intenzione di difendere interessi particolari. Sarebbe stato più semplice e più conveniente per lui obbedire all’ordine di Giacomo II di rientro in Aragona. Le cariche prestigiose, gli onori, l’attribuzione di feudi non gli sarebbero certo mancati colà e, invece, sarebbero stati infinitamente minori i rischi da affrontare. Ma il Lancia non poteva vedere di buon occhio il patto di matrimonio combinato dal papa tra Roberto di Calabria e Violante d’Aragona, non poteva accettare alcuna forma di conciliazione con gli usurpatori che avevano tolto ignominiosamente la vita a Corradino e ai propri antenati. Conosciuto in Sicilia come Corrado Lancia di Castelmainardo il Vecchio e signore di Castania (tra Naso e Tortorici, poco distante da capo d’Orlando), egli muore probabilmente nel 1299, l’anno in cui il Lauria, ora nell’opposto campo, infligge due gravi disfatte marittime ai siciliani e tre anni prima del compromesso di Caltabellotta con cui Federico III salva il suo dominio sull’Isola per il rotto della cuffia e a caro prezzo.

          Di nuovo la successione genetliaca diviene complicata e ardua da seguire nel dettaglio nei secoli XIV e XV. Sembra che Corrado abbia avuto tre figli: Pietro, conte di Caltanissetta, sarebbe morto senza prole; Ugo, barone di Ficarra, sarebbe stato lo stipite dei Lancia duchi di Brolo, Casa molto ragguardevole che si è estinta alla fine del XIX secolo con Federico Lancia e Grassellini, anonimo autore tra l’altro di un prezioso volume sui Lancia di Brolo[111]; Nicolò, barone di Longi, quello dei Lanza di Trabia ancor oggi esistenti. Accessoriamente è interessante notare che tutte le menzionate signorie e baronie (e cioè Castania, Ficarra, Longi e anche la stessa Brolo) sono situate nel settore nordorientale della Sicilia, a poca distanza da Patti e al vertice del trapezio strategico delle antiche terre dei lombardi. Certo può stupire l’improvviso calo di prestigio sociale della famiglia, attestatasi in questi secoli a livello di semplici baronie provinciali. Ma sarebbe poco realistico pretendere che, attraverso tante trasmigrazioni e traversie, una medesima famiglia possa costantemente mantenersi ai primi ranghi del consesso civile durante oltre un millennio. D’altra parte, si tenga conto che il Trecento è di per se stesso, in Sicilia, un secolo di chiusura autarchica assai poco brillante. Unico fatto saliente da segnalare è il comando da parte di Nicolò Lancia, assieme a Corrado Spatafora e Guido Ventimiglia, della cavalleria che rompe l’assedio angioino di Catania posto da Nicolò Acciaioli nel 1357.

                                                                             

                                                                              Corrado di Castelmainardo

                                                                              signore di Castania

                                                                              + 1299

                          _______________________________|_______________

                      Pietro                                   Ugo                               Nicolò

                      c.te di Caltanissetta              b.ne di Ficarra              b.ne di Longi

                      s.p.                                           ¯                                            |

                                                                   duchi di Brolo                       Valore

                                                                                                                     |

                                                                                                                  Blasco  

                                                                                ___________________|___

                                                                           Corrado                          Manfredi

                                                                           b.ne di Longi                      |    

                                                                                ¯                                Blasco

                                                                                                                   b.ne di Trabia

                                                                                                                   1466-1535                                                                        

                                                                                                                       ¯

 

          La forma Lanza del cognome, che prende piede nella linea dei baroni di Longi tra XV e inizio del XVI secolo, è da taluni considerata una mutazione spagnoleggiante. Nel 1466, da un Manfredi Lancia o Lanza cadetto dei baroni di Longi e da Agata Vitellini, nasce a Catania il latore di un nome di battesimo eminentemente spagnolo, che già era stato peraltro quello del nonno: Blasco Lanza. I Lancia/Lanza si sono ormai copiosamente ramificati e i beni ereditari di questo giovane non sono un gran che. Il titolo di Longi spetta ai cugini figli dello zio Corrado. Probabilmente anche a causa della poco favorevole situazione sociopatrimoniale Blasco studia e si laurea in giurisprudenza nel 1494. Intraprende una carriera funzionariale, dapprima nell’ambito stesso della Giustizia: tra il 1497 e il 1514 è a più riprese  giudice della Magna Curia del regno e si procura sicura fama quale giureconsulto. Benché egli non abbia lasciato un’opera scritta meditata e sistematica, sono pervenuti sino a noi diversi suoi testi occasionali e sparsi relativi a cause, pareri, commenti alle consuetudini messinesi, trapanesi e catanesi e alla normativa regia[112].

          Ma, a monte, una chiave capitale della sua personale arrampicata sociale sono i due matrimoni che contrae nel 1498, poi nel 1507. Nel primo di tali anni egli sposa Aloisia, nipote ed erede unica dell’eminente protonotaro del regno Leonardo di Bartolomeo, attempata, ma che oltretutto gli reca in dote la terra di Trabia. Da qui lo spunto per un rientro nel novero dei nobili titolati. Ottiene infatti l’elevazione di Trabia a feudo nobile (baronia) e più tardi, dall’imperatore Carlo V, viene autorizzato a popolarla, ossia ad attirarvi e stanziarvi abitanti. Successivamente acquista per denaro e ottiene in risarcimento di danni subiti vari altri feudi. Il secondo matrimonio, con Laura Tornabene, gli frutta tra l’altro l’acquisizione del territorio di Castania, che già era stato dei primi suoi avi siciliani. Egli è il fondatore della linea Lanza di Trabia ed è a lui che viene concessa la nuova arma di famiglia: in campo oro leone rampante e coronato interamente nero, con lingua aggettante, unghie e sesso rossi, il tutto incorniciato da una bordura a riquadri d’argento e rossi.

Nel 1508 e 1514 Blasco Lanza è deputato del regno, nel 1513 è reggente      dell’ammiragliato, più volte assume la carica di vicario generale, è ambasciatore per il re Ferdinando e consigliere supernumerario dell’imperatore. A parte le inimicizie e gelosie suscitate dagli stessi suoi successi, dalle sue mai sopite ambizioni e dal carattere autoritario, egli finisce col rendersi del tutto impopolare in Sicilia difendendo a Bruxelles, nel dicembre 1516, l’inviso viceré Ugo Moncada[113] dinanzi a Carlo V. Nel 1517, durante la rivolta popolare animata da Giovan Luca Squarcialupo, salva a malapena la vita, subisce l’incendio del palazzo palermitano e della ricca biblioteca in esso allestita, come pure il sacco e l’incendio del castello di Trabia. In una fase ulteriore prende le distanze dagli ambienti di corte e aderisce alla fronda della nobiltà isolana che rifiuta di pagare imposte straordinarie. Caduto in disgrazia, viene arrestato e incarcerato nella fortezza di Matagrifone a Messina, torturato, processato e condannato al confino a Tripoli. Di fatto, è però rilasciato e si ritira a vita privata. Muore l’8 ottobre 1535 a Palermo.

Da Aloisia di Bartolomeo gli sono nate solo due figlie: Antonina e Giovanna. Laura Tornabene, invece, ha dato alla luce, oltre a una figlia di nome Agata, anche un figlio: Cesare, nato tra il 1510 e il 1511. Come e anche più del padre, il successore non tarda a dar mostra di una forte personalità. È dinamico, ambizioso, prepotente, spregiudicato nella vita pubblica e negli affari. Lui non si dedica più di tanto agli studi, né si attarda nei corridoi e nelle aule del potere costituito. Si distingue invece nel maneggio delle armi e nella conduzione intemperante degli interessi di famiglia. Termini Imerese, città demaniale, non ha cessato di elevare proteste e frapporre opposizioni di ogni sorta da quando Blasco ha fondato la vicina Trabia. In particolare le contestazioni sono all’ordine del giorno in materia di definizione dei confini. Cesare fa uccidere uno dei quattro giurati di Termini, Simone Pisano, e, processato, è condannato al bando. Si reca a Bruxelles presso Carlo V e si arruola nell’esercito, al comando di una compagnia di cavalleria. Partecipa così alla liberazione di Vienna (1529), alle guerre di Germania, all’impresa di Algeri (1541). Graziato dall’imperatore, torna in patria e subito vi è elevato alle più alte cariche. Deputato del regno, vicario generale del viceré per la valle di Mazara, maestro portulano, regio consigliere, più volte capitan d’armi in occasione o timore di guerra contro i turchi. Nel 1547 è inviato quale ambasciatore di Palermo presso Carlo V. Pretore nelle annate 1549-50, 1552, 1556-58, 1560-61, 1565-66, egli si impegna inoltre in diverse opere di culto e di beneficenza: è governatore del Monte di Pietà di Palermo, della compagnia della Carità, della nobile compagnia dei Bianchi. Amplia e rafforza la rocca di Trabia. Vende Castania. Sottrae la località di Mussomeli – nella Sicilia interna e oggi in provincia di Caltanissetta – a certo Andreatta Lo Campo, suo debitore per forti somme, e da Filippo II ottiene la riqualificazione in contea di questa baronia (10 gennaio 1563). Diviene quindi, oltre che barone di Trabia e altri luoghi, conte di Mussomeli. E questa terra di Mussomeli sarà particolarmente cara a generazioni di Lanza che vi risiederanno più assiduamente che a Trabia. Anche lui sposa in successione due mogli, e precisamente Lucrezia Gaetani, ricca vedova catanese il 20 aprile 1521, quindi Castellana Centelles, figlia di una Branciforte, il 9 settembre 1543.

Ecco però che il 4 dicembre 1563, raggiunta un’età più che matura e all’apice della sua scalata sociale nel proseguimento di quella paterna, si rende responsabile di un secondo fatto di sangue più drammatico e raccapricciante del primo. Nel castello di Carini scopre la figlia Laura ammogliata all’anziano e autorevole barone titolare del luogo, Vincenzo La Grua Talamanca, in intimo convegno con il giovane amante Ludovico Barbagallo, la pugnala e fa passare anche il compagno a fil di spada. Il clamoroso amaru casu è stato oggetto in Sicilia di un pregevole canto popolare, pubblicato nel XIX secolo in edizione critica da Salvatore Salomone Marino[114]. La cultura di sinistra italiana del XX secolo, ad esempio attraverso Vincenzo Consolo[115], ha espresso in proposito impietosi quanto generici ed anacronistici giudizi di condanna morale. In realtà, in quel tempo l’episodio luttuoso, se ha suscitato sentimenti di sgomento nella popolazione tutta, non sembra però avere creato problemi seri a Cesare dal punto di vista penale. Si deplorava, ma si ammetteva che un padre potesse uccidere una figlia per gravi motivi d’onore. Certo, né Cesare, né del resto Blasco, furono nomi di battesimo volentieri assegnati in famiglia, specie ai primogeniti, in prosieguo. Ma soprattutto scomparve in assoluto il leggiadro nome femminile Laura, nel timore che potesse portare male e come per rimuovere un ricordo poco edificante e tanto triste.

          Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, scompare nel marzo del 1580, a Palermo. Come il padre è tumulato nella cripta gentilizia della chiesa palermitana di S. Zita, fatta costruire appunto dal primo. La sua figliolanza è numerosa, in particolare quella nata dal secondo matrimonio. Ma noi ci accontenteremo di accennare al maschio primogenito Ottavio e alla discendenza di questi in chiave di mera primogenitura maschile che, fino al 1753, annovera altri due omonimi e un Ignazio. E ciò innanzi tutto per indicare che, dopo le vite turbolente e per diversi aspetti discutibili, quantunque dal bilancio complessivo indubbiamente vincente dei due fondatori del nuovo casato e grazie alla spinta vigorosa da loro impressa, i quattro leader successivi accumulano nuovi progressi significativi pur riconducendo sostanzialmente la vita della famiglia in un alveo di relativa pace e normalità. Essi ricoprono tutti alte cariche civili e militari. Ottavio I ripiana i cospicui debiti contratti dal padre, Cesare. Il 22 luglio 1601 ottiene dal re di Spagna Filippo III l’elevazione della terra di Trabia a principato. È più volte vicario generale e capitano d’armi del regno. Ottavio II è pari del regno e ripetutamente deputato. Muore a Mussomeli dove viene sepolto nella chiesa madre[116]. Quando Vittorio Amedeo di Savoia fa il suo ingresso solenne in Palermo, nel 1713, Ottavio III lo assiste alla staffa. Ignazio, quarto principe di Trabia, è capitano di giustizia, pretore di Palermo, deputato del regno, consigliere aulico di Stato dell’imperatore Carlo VI, gentiluomo di camera di Carlo III di Borbone. I numerosi nuovi titoli nobiliari, principeschi, ducali, marchionali, comitali e baronali acquisiti tramite i matrimoni da questi quattro personaggi fanno sì che la famiglia Lanza di Trabia assurga al secondo posto tra quelle dei pari del regno.

                                         

                                          Blasco, b.ne di Trabia

                                          1466-1535

                                          ~ 1. Aloisia di Bartolomeo

                                                              ~ 2. Laura Tornabene 

                                                                            |

                                                              Cesare, c.te di Mussomeli

                                                                       1511-1580

                                                 ~ 1. Lucrezia Gaetani

                                                        /                          ~ 2. Castellana Centelles

                                               Laura                                         |

                                               + 1563                       Ottavio I, p.pe di Trabia

                                       ~ Vincenzo                               1549-1617

                                           La Grua                          ~ Giovanna Ortega di Gioeni

                                                                                          |

                                                                                Lorenzo, + 1612  

                                                                        ~ Elisabetta Barresi

                                                                               |

                                                           Ottavio II, 2° p.pe di Trabia

                                                           + 1675

                                                           ~ Giovanna Lucchese

                                                                        |

                                                               Lorenzo, + 1660

                                                               ~ Luisa Moncada

                                                                        |

                                                            Ottavio III, 3° p.pe di Trabia

                                                            + 1720

                                                            ~ Lucrezia Reggio

                                                                         |

                                                             Ignazio, 4° p.pe di Trabia

                                                             + 1753

                                                             ~ Giovanna Lanza

                                                                         ¯

 

          Con il pieno Settecento e fino a poco oltre la metà dell’Ottocento entriamo in una fase della storia familiare connotata onomasticamente da una quasi perfetta alternanza ai vertici dei nomi di battesimo Giuseppe e Pietro, che tendenzialmente continuerebbe a configurarsi come marcia in avanti trionfale della compagine, ma viene a scontrarsi duramente con l’evoluzione sociopolitica della Sicilia e dell’Italia.

          Si perfeziona la strategia dell’accrescimento di potenza mediante le unioni matrimoniali. In tre generazioni i Lanza assorbono in toto l’eredità dell’unica famiglia siciliana di prestigio superiore al loro: i Branciforte, principi di Butera. Giuseppe (1719-1783) sposa in prime nozze nel 1741 senza però averne prole Beatrice, figlia di Ercole Michele Branciforte, primo dei dodici pari del regno. Il suo secondogenito di secondo letto Pietro (1758-1811), successore nel 1785 del fratello Ignazio spentosi senza prole, si unisce con Maria Anna o Marianna Branciforte e il figlio della coppia Giuseppe (1780-1855) impalma Stefania Branciforte, ultima discendente in assoluto della illustre stirpe. Pertanto nell’Ottocento i Lanza di Trabia uniscono al loro il glorioso cognome Branciforte e divengono titolari di numerose nuove attribuzioni nobiliari di primario spicco tra cui i principati di Butera, Pietraperzia e Leonforte. Senonché il parlamento siciliano ha abolito i feudi sin dal 1812, il che svuota i titoli del loro originario ed effettivo significato di merito.

          Si noti che ciascuno dei tre protagonisti della storia familiare or ora citati ha rivestito – così come i diretti ascendenti – alte cariche amministrative e politiche e, per altro verso, ha nutrito interessi culturali e scientifici documentati da pubblicazioni varie.

          Giuseppe Lanza e Lanza, quinto principe di Trabia e secondo duca di Camastra, è in particolare pretore di Palermo durante più anni e abita con la famiglia nel palazzo dei Normanni del capoluogo. D’altro canto, membro della locale Deputazione degli studi, pubblica opuscoli su argomenti attinenti ai servizi pubblici. Muore a Napoli ed è sepolto nella chiesa di S. Luigi di palazzo reale. Il figlio Pietro Lanza e Stella, sottosegretario di Stato per la guerra e la difesa, è in gioventù un convinto riformista. Nel castello di Trabia insedia fabbriche di panni, biscotti, olio di nocciole, colla. Si interessa di astronomia ed è autore di una Memoria sulla decadenza dell’agricoltura della Sicilia. Giuseppe Lanza e Branciforte, ottavo principe di Trabia, è soprintendente del Collegio nautico e primo presidente eletto dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo. Nel 1841 è ministro di Stato e si trasferisce a Napoli. Nel 1844 è ministro per gli affari ecclesiastici. Rientra in Sicilia nel 1848, ritirandosi a vita privata e dedicandosi a tempo pieno agli studi in materia di archeologia cui si era appassionato sin dagli anni giovanili. Lascia diverse operette erudite di vario argomento[117].

          Certamente singolare e, nel suo destino, emblematica è poi la figura del figlio maggiore di Giuseppe e Stefania, anche lui, a sua volta, dotato del nome di battesimo Pietro. Questo giovane che nasce a Palermo nel 1807 erede di due famiglie primarie, di un’impressionante lista di titoli, di numerose ed estese terre siciliane, all’età di soli cinque anni è già colpito dal ridimensionamento dei poteri dell’aristocrazia costituito dalla soppressione dei feudi. Poco importa soggettivamente, tuttavia, giacché come il nonno omonimo egli è animato da sentimenti liberal-progressisti. Nel 1832 egli sposa Eleonora Spinelli che reca ai Lanza un ulteriore titolo principesco, quello di Scalea, in Calabria.

          Pretore di Palermo a partire dal 1833, nel 1837 affronta con dinamismo e coraggio l’epidemia di colera che scoppia nella città. Nel 1834, frattanto, ha incontrato a Milano Manzoni e Romagnosi. Nel 1838 viaggia con la consorte in Francia e Inghilterra. Alla Sorbona segue le lezioni di economia politica di Pellegrino Rossi[118]. Nel 1842 riceve a Palermo l’allora attivista liberalnazionalista Massimo d’Azeglio[119]. Il momento della verità in quei tempi di profondi mutamenti viene, per lui, nel 1848, con i moti rivoluzionari che d’improvviso scuotono l’Europa intera e che in Sicilia si fanno strada sin dal mese di gennaio. Pietro Lanza Branciforte aderisce al sollevamento antiborbonico e partecipa al governo provvisorio degli insorti. Quando l’esperienza si conclude con il ripristino del regime tradizionale egli è sulla lista dei proscritti da punire più duramente. Nell’aprile 1849 si esilia a Genova, dove lo raggiungono la moglie e alcuni dei figli. Subito accusa disturbi di salute. Nel 1855, e a soli quattro mesi dal decesso del padre, muore ancor giovane a Parigi dove si era recato in occasione della prima esposizione universale.

                                                 Giuseppe, 5° p.pe di Trabia

                                                 (1719-1783)

                                                 ~ 1. Beatrice Branciforte

                                                              ~ 2. Orietta Stella

                                            __________________|_____

                                    Ignazio, 6° p.pe             Pietro, 7° p.pe di Trabia

                                    di Trabia                        (1758-1811)

                                    (1755-1784)                   ~ Marianna Branciforte

                                     s.p.                       

                                                               ___________|___________________________

                                                       Giuseppe, 8° p.pe di Trabia                                      Ignazio

                                                       (1780-1855)                                                             p.pe di Mirto

                                                        ~ Stefania Branciforte                                               (1781-1837)                                  

                 _______________________________|_____________________                            ¯

              Pietro, p.pe di Scordia             Ercole        Emanuele                 Salvatore                          ¯

              poi 9° p.pe di Trabia                                  c.te di Mazzarino      sacerdote                         |

              (1807-1855)                                                                ¯                                                   |

              ~ Eleonora Spinelli                                                                                                            ¯

                   ___|______________________________                                                              linea

             Giuseppe                     Francesco              Corrado                                                        che si estingue

             10° p.pe di Trabia       p.pe di Scalea        m.se d’Aieta                                                   nel XX secolo

                     ¯                                      ¯                             ¯

 

          Pietro è divenuto formalmente principe di Trabia solo con la morte del padre, e cioè non molto prima di morire egli stesso e allorché da tempo era emigrato dalla Sicilia. Per tutta la sua vita attiva egli è stato conosciuto semplicemente come principe di Scordia. Egli rappresenta il punto d’arrivo di una politica secolare di aumento di potere e di prestigio con teorico raggiungimento del massimo livello auspicabile e, nel contempo e più realmente, segna invece l’inizio di un nuovo tracollo della famiglia, determinato non dal venir meno di doti o meriti nei suoi componenti, ma dalle contingenze dell’evoluzione storica.

          Da segnalare che Pietro Lanza di Scordia è uno scrittore relativamente prolifico, autore di molte relazioni e memorie lette all’Accademia di scienze palermitana[120] e, principalmente, di tre opere a stampa: Considerazioni sulla storia di Sicilia dal 1532 al 1789 (Palermo, 1836), Dello spirito di associazione nella Inghilterra in particolare (1842), Dei mancati accomodamenti fra la Sicilia e Ferdinando di Borbone (postuma)[121].

          Tre dei fratelli di Pietro Lanza di Scordia meritano inoltre particolare menzione, per motivi diversi. Avremo modo di fare il nome di Ercole a proposito di Luigi Scansa-Lanza. Ad Emanuele è stato concesso dalla famiglia il titolo comitale di Mazzarino e, trasmettendolo ai discendenti, egli è stato lo stipite di un ramo ancor oggi vivo. È a questo ramo cadetto che appartiene per nascita, ad esempio, Gioacchino Lanza Tomasi, musicologo adottato in gioventù da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e che gli è servito da modello per il personaggio di Tancredi del romanzo Il Gattopardo[122]. Infine Salvatore, sacerdote, ha praticato gli studi umanistici e storici e ha pubblicato opuscoli e articoli di un certo pregio[123].

          A livello dei figli, ancora numerosi, di Pietro Lanza di Scordia si procede principalmente ad una nuova distribuzione dei tanti titoli raccolti via via dagli avi. A Giuseppe, che nasce a Palermo nel giugno 1833, spettano i titoli principali e in particolare quelli principeschi di Trabia e di Butera. Ma Francesco Gerolamo, il secondogenito, si vede attribuire quello non certo trascurabile di Scalea. Corrado diviene marchese d’Aieta. Blasco duca di San Carlo, Manfredi marchese di Misuraca.

          Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia e Butera, a Firenze e nel 1857, ha una tresca con una francese, moglie di un nobiluomo napoletano di ventidue anni più anziano di lei. Antonio Dentice conte di Massarenghi si era anche lui messo in mostra, come il padre di Giuseppe, durante i moti del ’48 e si era poi rifugiato a Parigi. Ora brigava un incarico alla corte sabauda. Louise Alexandre era un’avvenente parigina di modesta estrazione sociale. I due si erano coniugati nella capitale francese nel 1853 e avevano già avuto due figli e una figlia[124]. Il principe di Trabia e Louise sono in pratica coetanei, dato che lei è del 1832. I due si innamorano e il 18 novembre di quell’anno l’adultera partorisce in gran segreto un maschietto a Ginevra cui viene apposto il nome Louis Joseph. Giuseppe è con Louise al momento della nascita e solo lui dichiara e riconosce il neonato in municipio. Successivamente la madre conduce il piccolo in Normandia, dove lo affida ad un amico di famiglia, tale Charles-Antoine Calenge, proprietario del castello di Escoville (Caen), che lo terrà con sé fino all’età adulta e ne curerà l’educazione.

          Nel 1859 Giuseppe si sistema, sposando sempre a Firenze la fiorentina Sofia Galeotti, dama di palazzo della regina Margherita, da cui gli nascono tre figli legittimi: Pietro, Ottavio e Maria. Ma già nel 1868, a trentacinque anni, muore durante un viaggio estivo a Monaco di Baviera, in Germania. Frattanto in Francia il giovane Luigi cresce ignaro della sua vera identità. Il suo cognome viene letto erroneamente e così è iscritto a scuola come Luigi Scansa e da adulto, sulle copertine di due suoi libri di economia pubblicati in Francia, si firmerà ancora L. Scansa-Lanza[125]. Calenge, il tutore, prende contatto con la famiglia siciliana dopo il decesso del principe Giuseppe. La principessa Sofia è indignata dall’improvviso apparire di questo figlio naturale del defunto marito e non vuole sentirne parlare. Ma Ercole, fratello di Giuseppe, risponde a Calenge tramite un intermediario, tale Francesco La Rosa, suo uomo di fiducia. Anche volendo, non potrebbe farlo di persona, perché a quell’età è ormai cieco, oltre a soffrire di attacchi di gotta. Il rapporto epistolare ha un seguito dopo la morte del Calenge (1877) con lo stesso Luigi, negli anni Ottanta. Don Ercole deposita in banca a nome di Luigi un capitale che gli dovrà fruttare seimila franchi annui. In compenso chiede e ottiene la restituzione delle lettere d’amore un tempo indirizzate da Giuseppe a Louise, che devono essere distrutte. Luigi, a Parigi, si laurea in giurisprudenza ed è assunto dalla Banque de France[126]. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta muoiono quattro dei cinque figli complessivamente nati dalla coppia Dentice di Massarenghi. La sola superstite, Amalia, sposa a Napoli, nel 1896, Luciano Imperiali duca di Tora. Nel 1891 è morto anche il marito Antonio e Louise, rimasta vedova e con una sola figlia ufficiale, vuole attirare a sé e si preoccupa di aiutare il figlio nato fuori dal matrimonio. Così, gli fa acquistare o gli dona dei terreni agricoli a San Vito dei Normanni, in Puglia, che è la sede avita dei principi Dentice, la famiglia di suo marito. Luigi Giuseppe Lanza fonda a San Vito (BR) un’azienda vitivinicola. Louise muore nel 1898 e Luigi sposa tardivamente a Parigi, nel 1900, la belga Anne-Marie Nauts Oedenkoven, andando poi a stabilirsi con lei in Puglia. Tra 1901 e 1904 nascono a San Vito tre maschi: Giuseppe Giovanni, Lorenzo Ercole, Angelo Carlo. Nel secondo dopoguerra mondiale Giuseppe Giovanni diverrà in Francia uno scrittore di successo con lo pseudonimo Lanza del Vasto[127]. Sarà poeta e saggista. Sarà soprattutto un pensatore, teologo, discepolo gandhiano e pacifista non violento, fondatore di comuni programmaticamente antitecnologiche e tendenzialmente autosufficienti[128]

          Pietro Bonaventura Lanza Branciforte e Galeotti, detto Petrillo, è l’undicesimo principe di Trabia e il terzo Lanza principe di Butera, ma è anche l’ultimo rappresentante di questa diramazione dei Lanza da Giuseppe (1833-1868) a rivestire autenticamente tali titoli altisonanti, anche se il fratello Ottavio, detto Odò, precedentemente duca di Camastra, li erediterà nominalmente e deterrà a sua volta durante quasi un decennio. A Pietro si pongono nuovamente problemi di riscatto e rilancio economico della famiglia, dato che la suddivisione di titoli e beni operata a livello della precedente generazione, l’avvento del regno d’Italia e lo sconvolgimento degli assetti politici ed economici del paese non hanno certo favorito le sorti finanziarie della casata principesca. Egli ritiene di essere riuscito nell’intento quando, nel 1885, sposa a Palermo Giulia, figlia di Ignazio Florio, il più facoltoso e stimato industriale meridionale, quantunque, in termini sociali tradizionali, pressoché un parvenu[129], la quale gli reca in dote la bella cifra di 4.000.000 di lire dell’epoca. È un matrimonio moderno e disinvolto[130]; d’altronde è pur necessario adattarsi all’evolversi dei tempi. Senonché Pietro non è nato sotto una buona stella. Sarà deputato al parlamento nazionale, poi senatore del regno, gran croce e balì d’onore e di devozione dell’ordine di Malta e avrà tre figli maschi e due femmine. Le femmine, Sofia e Giovanna, sposeranno rispettivamente dei principi Borghese e Moncada[131]. Senonché, nel 1915, l’Italia si lascia coinvolgere nel primo grande conflitto mondiale. I tre maschi, e soprattutto i due più giovani, partono per il fronte animati da uno slancio patriottico di cui, oggi, è divenuto difficile farsi un’adeguata idea. Manfredi, del 1894, viene ferito gravemente nel ’15, ma partecipa poi alla presa di Gorizia. Addetto al comitato interalleato permanente di Versailles, chiede e ottiene di essere nuovamente assegnato ai campi di combattimento. Medaglia d’argento, è colpito mortalmente da una scheggia di bomba a Roncade nell’agosto del ’17. Ignazio, nato nel 1890 e già volontario in un reggimento di cavalleria in Tripolitania, è divenuto nel frattempo un provetto aviatore. Come tale svolge compiti di ricognizione, guadagnandosi tre medaglie d’argento. Nel novembre 1917 muore in combattimento aereo nel cielo di Flumignano[132]. Sopravvive alla guerra solo il primogenito Giuseppe, tenente di cavalleria e insignito anche lui di medaglia d’argento. Laureato in giurisprudenza, è segretario d’ambasciata a Vienna e a Londra, quindi deputato al parlamento e sottosegretario di Stato alla guerra. Tuttavia, padre a sua volta di due figli naturali, non si sposa e spira prematuramente nel 1927, prima del padre.

                                             

                                              Giuseppe, 10° p.pe di Trabia

                                              (1833-1868)

                              ø Louise Alexandre                 ~ Sofia Galeotti

                                 in Dentice                                            |

                                 /                                    ___________|___________

                          Luigi                                Pietro, 11° p.pe              Ottavio, d.ca di Camastra, poi p.pe

                     ~ Anne-Marie                       (1862-1929)                   ~ Rose-Blanche Ney d’Elchingen

                        Nauts                                 ~ Giulia Florio                  s.p.

      ___________|_________________                 __|_____________________________________

     Giuseppe                 Lorenzo        Angelo             Giuseppe    Ignazio     Manfredi     Sofia          Giovanna

     Lanza del Vasto      ~ Lidia        ~ Frances                  ¦       + 1917      + 1917        Borghese    Moncada

     + 1981 s.p.                  Simboli       Frenaye               _¦____________                       ¯                   ¯

                                          /                     |                     Raimondo      Galvano

                               Manfredi               Bianca                   ¦                   s.p.

                              ~ Maria                                            Raimonda

                                 Koopman

                 _________|____________________

              Miriam            Corrado                 Paola

                 ¯                  n. 1970           ______|________________

                                                          Kael                       Sean Lanza

                                                          D’Alcamo              n. 02.09 1999

 

          I due figli di Giuseppe, Raimondo e Galvano, un po’ perché nati in Sicilia e a tutti noti sin dalla più tenera infanzia e un po’ perché i tempi sono mutati, non vengono esclusi dalla famiglia e ignorati come era successo mezzo secolo prima a Luigi. Una parte dell’appannaggio familiare viene loro riservata e Raimondo, ad esempio, eredita il castello di Trabia. Tuttavia molti importanti beni passano alle zie e, tramite queste, ad altre famiglie. La villa Trabia di Bagheria tocca a Giovanna, quindi ai Moncada. I titoli principali e la primogenitura come tale spettano al prozio Ottavio, che non ha figli e muore nel 1938. Da questo personaggio passano ai cugini, principi di Scalea. D’altro canto Galvano non ha figli e Raimondo, che si suicida a Roma nel 1965, ha solo una figlia nata da una relazione con un’attrice. Quanto al ramo dei Lanza spuri derivati da Luigi, è ancor oggi vegeto ma estraneo alla Sicilia, e rimane ignorato dalla famiglia originaria.

          Nella linea degli Scalea si era distinto specialmente Pietro (1863-1938), figlio di Francesco Gerolamo. Deputato della Destra, sottosegretario agli esteri, aveva organizzato nel 1911 la spedizione italiana in Libia. Commissario per l’aeronautica civile, nel 1922 era stato ministro della guerra e nel 1924-26 ministro delle colonie di Mussolini, concludendo la sua vita politica come vicepresidente del senato. Un personaggio politico, quindi, ragguardevole e legato al fascismo. D’altro canto egli aveva svolto, soprattutto in gioventù, un’attività non trascurabile nel settore degli studi eruditi, dando alle stampe più opere tra cui un apprezzato volume sulla moda in Sicilia nel medioevo e nel Rinascimento con riferimento al vestiario femminile e alla gioielleria[133]. Suo figlio Francesco, detto Franz, è succeduto al cugino Ottavio come nuovo principe di Trabia e di Butera, nel 1938. La sua discendenza è ancora attiva in Sicilia e negli Stati Uniti d’America[134].

 

 

  

8. I marchesi di Ceva, i marchesi del Carretto

e le linee marchionali di Occimiano, Bosco, Ponzone e Incisa

 

          La saga dei Lancia e Lanza su cui ci siamo soffermati in maniera relativamente particolareggiata è quanto meno atipica e ci ha allontanati dall’area norditaliana di origine. Torniamo ora in Piemonte e Liguria dove principalmente due altre ragguardevoli compagini familiari reclamano ancora la nostra attenzione.

          La dislocazione geografica in area collinosa e relativamente appartata rispetto ai principali centri urbani e assi viari di Ceva e della vicina Clavesana, passata sotto il controllo dei Ceva alla fine del XII secolo, induce questi marchesi ad adottare strategie meno vistosamente impegnate sotto il profilo militare di quelle dei cugini[135]. A livello regionale essi si manifestano occasionalmente nei primi decenni del Duecento ricoprendo l’incarico di podestà dei marchesi del Vasto e soprattutto, sempre nel Duecento, con matrimoni intrafamiliari, finalizzati a rinsaldare i vincoli di parentela e, in tal modo, ad assicurarsi protezione da parte dei nuclei aleramici più esposti ed agguerriti: quelli dei Monferrato e dei Saluzzo. Ma l’evoluzione storica che va man mano inficiando la potenza di queste avanguardie del fronte familiare non può certo risparmiare i Ceva. Nella seconda metà del XIII secolo, Albenga, che era loro appartenuta, è assoggettata da Genova. Nel 1295 Giorgio II il Nano di Ceva vende l’intero marchesato ad Asti, che glielo riconcede in feudo. I Ceva conservano in proprio solo un’area alquanto ridotta, la consorteria di Sale, Priero, Castelnuovo e Chiusa di Pesio. Nel 1414 e 1415 le truppe di Ludovico d’Acaia e Amedeo VIII di Savoia smantellano il castello di Ceva. Nel 1497 il territorio subisce una nuova rovinosa aggressione da parte dell’esercito del duca di Milano, Ludovico il Moro, e  viene distrutto il castello e l’abitato di Castelnuovo. Nel 1505 Agamennone II di Ceva è investito della Chiusa da Carlo III di Savoia. Febo e Gilardino, appartenenti al ramo di Priero, si recano nel 1507 presso il duca di Urbino, al servizio del quale soprattutto il secondo si mette in luce come valente uomo d’armi. Ma nel 1531 l’imperatore Carlo V conferisce il marchesato di Ceva a Casa Savoia. Nel 1559, dopo la pace di Cateau-Cambrésis tra francesi e spagnoli, viene distrutto anche il castello di Priero. Nel 1583 Agamennone III l’insipientissimo vende Chiusa di Pesio a Giovan Battista di Savoia, cugino del duca Carlo Emanuele I. Nel 1601, infine, l’ultimo discendente dei Ceva, Alberto, conclude la storia di questo ramo marchionale vendendo tutti i suoi beni, devolvendone i proventi ad opere pie e facendosi frate cappuccino. È un punto d’arrivo deludente, si dirà. Ma consideriamo che i Monferrato si sono estinti nei primi anni del Trecento, che l’ultimo marchese aleramico di Saluzzo si è spento nel 1548, che il dominio autonomo dei Ceva nel marchesato è cessato sin dalla fine del XIII secolo e che da allora i marchesi hanno subito rovesci e danni ricorrenti. In pratica, all’inizio del Seicento non vi è più alcuna ragionevole possibilità di una ripresa di quota per questa linea aleramica. Quanto al ritiro spontaneo di esponenti dell’alto ceto sociale negli ordini religiosi, esso non è caso peregrino nel Seicento: si pensi, ad esempio, al duca Alfonso III d’Este che rinuncia ad una posizione di comando tutt’altro che problematica o insicura in Italia vestendo anche lui il saio dei cappuccini nel 1629.

          Certo Ottavio I Lanza che in Sicilia, proprio in quell’anno 1601, beneficiava della promozione della baronia di Trabia a principato, se fosse stato chiaramente consapevole – come non credo potesse esserlo – delle origini piemontesi e lucidamente al corrente del destino toccato ai nuclei familiari aleramici rimasti in situ, si sarebbe dovuto ampiamente compiacere che i Lancia, poi Lanza, avessero rischiato nel Duecento quella sorta di salto nel vuoto che sappiamo trasmigrando in massa nel Mezzogiorno, poi fuggendo in Spagna, e infine approdando in una Sicilia che doveva rimanere chiusa a riccio per un lungo periodo. Solo attraversando queste prove i Lancia e Lanza avevano potuto ritrovare lo spunto per una nuova fase di crescita e affermazione destinata a giungere fino alle soglie del periodo attuale in senso stretto.

          Quanto ai Carretto, la loro storia familiare è diversa da quella dei Ceva e tale diversità è stata certo in parte determinata anzitutto dall’ampio affacciarsi dei loro territori aviti sul mar Ligure. Ciò significa di per sé apertura verso l’esterno, specie verso l’area mediterranea, e, per altro verso, implica potenziali frizioni o conflitti con Genova e i porti costieri minori, quali soprattutto Savona, ma anche Noli, sulle alture della quale sono ancor oggi imponenti le vestigia di una rocca carrettense risalente al XII secolo. Inoltre va tenuto conto di un accentuato suddividersi del casato in numerosi rami minori con l’andare delle generazioni, fenomeno peculiare nell’alveo aleramico e che certamente non connota né i Monferrato, né i Saluzzo, né, sostanzialmente, i Ceva.

          Con i due figli di Enrico Guercio, Ottone ed Enrico II, abbiamo già una prima fondamentale suddivisione in un ramo savonese-cairese o di Dego e in un ramo che taluni definiscono finalese[136]. Il marchese Ottone, cui un umanista quattrocentesco ha impietosamente rinfacciato di non essere assolutamente al livello del padre[137], pur impari – certo – al Guercio anche per il dimezzamento dell’eredità e soprattutto a causa della sfavorevole congiuntura storica, è stato comunque un personaggio cospicuo. Verso il 1188 ha sposato Alda, figlia del genovese Ugo Embriaco, ed è stato podestà di Genova dopo il 1194 e di Asti nel 1213. Nel 1227 e 1228 compare poi nella documentazione come podestà dei marchesi del Vasto. Certo non si è accanito come il fratello a difendere i territori di famiglia dalle mire espansionistiche dei potentati vicini. Nel 1209 vende ad Asti le terre di Cortemilia. Nel 1214 presta giuramento a Genova e pochi anni più tardi vende Cairo ai marchesi di Saluzzo. Più intransigenti si dimostrano il marchese Enrico e il di lui figlio Giacomo I, che sposa una figlia naturale dell’imperatore Federico II, Caterina[138]. Ma i tre figli di quest’ultimo, Corrado I, Enrico III e Antonio I, danno luogo nel secondo Duecento (forse nel 1268) ad una nuova suddivisione, che è quella dei cosiddetti terzieri di Millesimo, di Novello e, appunto, di Finale. Un’ulteriore subdiramazione dal terziere di Millesimo di cui è stipite Corrado II costituisce la linea casalese. A Casale Monferrato si può ancora ammirare il bel palazzo quattrocentesco che ne è stata la dimora. A questa linea è appartenuto il poeta, drammaturgo e cronista Galeotto del Carretto, autore – come ho già ricordato – di due importanti cronache del Monferrato in rima e in prosa[139], morto nel 1530[140]. Ma il terziere di maggiore rilievo è stato, storicamente, quello di Finale. Nel territorio di Finale, che sul fronte litorale si estendeva da capo Noli a Pietra Ligure, si erano dovuti restringere i carrettensi al termine dei processi di autonomia comunale delle località marittime del Ponente e sotto la forte spinta egemonica di Genova, la quale andava imponendo il suo predominio sull’intera fascia costiera fino al territorio di Ventimiglia. Capoluogo del marchesato di Finale era Finalborgo in cui, ancor oggi, sulla cinta muraria presso la porta d’accesso dalla marina possiamo osservare una lapide marmorea recante scolpita in rilievo l’arma di famiglia, e cioè un carro trainato da leoni sul quale si erge uno scudo inclinato da combattimento recante cinque bande strette, sovrastato da un’aquila imperiale.

          Durante tutto il Trecento Genova ha pesantemente tentato di acquisire il controllo di quel piccolo Stato incuneato tra le terre da essa già dominate, ma in ordine al quale i Carretto vantavano investiture imperiali dirette ribadite nel tempo. Nel 1447-48 si addivenne ad una guerra. Finalborgo fu incendiata e Giovanni I si trovò costretto a riconoscere la sovranità di Genova su un terzo del marchesato, disconosciuta tuttavia dal suo successore Alfonso I, il quale ottenne una nuova investitura da parte dell’imperatore Massimiliano I. Nuovamente occupato dai genovesi a seguito di un sollevamento popolare del 1558, il marchesato di Finale fu poi espugnato dalle forze spagnole e, nel 1598, fu venduto alla Spagna da Sforza Andrea del Carretto per poi essere rivenduto a Genova nel 1713.

          Nei territori dell’interno, e soprattutto a Millesimo, fondata all’inizio del Duecento da Enrico II, i Carretto[141] – che anche qui si appellano costantemente all’autorità suprema dell’impero – sono meno minacciati. Due potentati, tuttavia, vi esercitano una pressante influenza imponendo infeudazioni e cessioni di potere: il Monferrato dei Paleologi e il ducato di Milano. Nel Cinquecento i Carretto consignori di Millesimo, divenuti numerosi, decadono dal titolo marchionale ad uno più modestamente comitale. Ma continuano a governare la Val Bormida fino al 1738, anno in cui i Savoia subentrano loro nel dominio locale. I Carretto così scompaiono dallo scenario della vita pubblica, continuando tuttavia a prosperare in privato fino ai nostri tempi. L’edizione più recente del Libro d’oro della nobiltà italiana cita tre nutriti gruppi familiari di Carretto aleramici con sedi residenziali principalmente a Torino: marchesi del Carretto (tre rami), del Carretto di Moncrivello discendenti dai marchesi del terziere di Novello, del Carretto di Saluzzo[142]. Abbondano nei rami del primo gruppo i generali di divisione e i decorati di medaglia d’oro o di croce di guerra; e in tutti e tre i gruppi sono frequenti i matrimoni borghesi.

          A proposito degli antichi Carretto di Finale rimane da segnalare che uno di loro, un Antonio, figlio o nipotino dell’omonimo fondatore del ramo, è emigrato in Sicilia a seguito di gravi dissensi con i fratelli, c’è chi sostiene sin dal 1269 e cioè l’anno successivo alla formalizzazione dei terzieri, ma forse più plausibilmente dopo il Vespro, fondandovi una nuova famiglia di stirpe aleramica e magari introducendovi la leggenda di Aleramo, o in trasposizione sicula di Alligramu e Alligranza, anche lì fiorita a livello di narrazioni parapopolari[143]. Sposa Costanza Chiaramonte e riceve in dote alcune baronie, principalmente quella di Racalmuto, oggi in provincia di Agrigento, poi elevata a contea nel 1576. La famiglia si distingue per segnalati meriti e annovera nel Cinque e Seicento cavalieri di Malta e un cardinale, nonché alti funzionari di Stato. Si estingue con un Giuseppe del Carretto e Lanza, capitano giustiziere di Palermo nel 1698[144].

          Ilaria del Carretto di Finale, nata nel 1379, ha sposato nel 1403, a Lucca, l’allora signore della città, Paolo Guinigi, ed è deceduta, dopo aver dato alla luce un maschio e una femminuccia, nel dicembre del 1405. Ella merita di essere specialmente ricordata in questa nostra rassegna a causa del finissimo monumento funebre in marmo di Carrara tradizionalmente creduto a lei dedicato e scolpito da Jacopo della Quercia, che fino a non molti anni or sono era posto nell’ala sinistra del transetto del duomo lucchese. Si tratta della più avvincente tra le rare raffigurazioni di personaggi aleramici antichi da parte di artisti coevi, eseguita da un grande maestro scultore in un’elegante stile gotico già pervaso da esigenze umanistico-realistiche[145].

                                                                      Enrico Guercio

                                                                      m.se di Savona

                                                                      (+ 1184)

                         ___________________________|________

                    Ottone                                                       Enrico II

              ~ Alda Embriaco                                             (+ 1239)

                        ¯                                                                 |                                                             

                 linea di Dego                                                Giacomo I

                                                                                      (+ 1265)

                                                  _____________________|______________

                                             Corrado I                 Enrico III                 Antonio I

                                             (terziere di               (terziere di               (terziere di

                                             Millesimo)               Novello)                  Finale)

                                                   |                               ¯                             ¯

                                             Francesco

                 _________________|________

           Corrado II       Bonifacio     Tommaso

           (ramo                      ¯

           casalese)

               ¯

 

          Altro Carretto di Finale che mette conto ricordare specialmente è Fabrizio, gran maestro dell’ordine dei cavalieri di Rodi dal 1513 al 1521 e che, nel 1480, aveva appunto difeso eroicamente Rodi dai turchi.

          Dedichiamo infine qualche cenno ai rami aleramici che possiamo definire minori, anche se alcuni di essi, soprattutto quelli dei Ponzone e degli Incisa, si sono illustrati più che onorevolmente in talune fasi storiche.

          Tra questi il più effettivamente minore è quello dei marchesi di Occimiano, sempre subalterni ai Monferrato di cui sono stati del resto un’emanazione e che da essi stessi sono stati riassorbiti, o forse più esattamente esautorati e ridotti allo stato borghese sin dal secolo XII.

          Con gli Occimiano, i Bosco e i Ponzone[146] – che però appartengono al troncone anselmiano – hanno in comune la dislocazione dei rispettivi domini nella fascia orientale dell’area aleramica, quella chiaramente più esposta alle brame, insidie e pressioni di vicini rapaci, fossero essi comuni dinamici o, più tardi, signorie. È certamente questa la ragione che ne ha determinato una più rapida scomparsa dalla scena pubblica. Prima e più incondizionatamente delle altre famiglie congeneri esse si sono viste costrette a giurare l’abitacolo e a cedere territori ad Asti o Alessandria e a Genova. I Bosco, oltretutto, erano in pianura e in posizione, pertanto, facilmente attaccabile da forze militari preponderanti. Ponzone invece si trova in bellissima posizione panoramica, a oltre 600 metri di altitudine, in una zona quanto mai accidentata e coperta in gran parte da boscaglia. I signori del luogo erano in condizione ben più strategica nel loro angolo di Piemonte meridionale a ridosso dell’Appennino. Ma la prossimità di Genova era per loro comunque esiziale e nel 1344 avevano perso il controllo del territorio. Tuttavia i Ponzone non si sono estinti e fioriscono tutt’oggi, con titolo ridotto alla dignità comitale e sede principale a Genova[147].

          Sugli Incisa va fatto un discorso a parte. Per quanto non propriamente vastensi, questi aleramici erano anch’essi discendenti diretti di Bonifacio del Vasto, quindi erano cugini stretti dei marchesi di Saluzzo, Busca, Ceva e Carretto[148]. La drastica esclusione del capostipite Bonifacio dall’alveo familiare patita a seguito delle peripezie di cui si è accennato a suo luogo non perseguita il di lui figlio Alberto per l’intero corso della vita. L’apparire di costui tra i testi di un diploma imperiale del 1167 insieme ai marchesi Guglielmo V di Monferrato e Manfredi, Ugo Magno, Enrico Guercio del Vasto, oltre che al conte Guglielmo di Biandrate[149], evidenzia un’avvenuta riconciliazione. La sede principale degli Incisa è, del resto, il castello di Incisa Scapaccino su un’ansa a u rovesciata del fiume Belbo, in pieno territorio aleramico e attigua a possedimenti dei cugini. Certo non troviamo gli Incisa particolarmente coinvolti nelle vicende dei Saluzzo e dei Carretto. Permane una qualche distanza tra parenti rappacificati, ma pur sempre divisi in origine da una frattura tale da non poter non lasciare il segno. Tuttavia la famiglia, forse anche grazie al suo abbrivo forzatamente più defilato, è poi riuscita a mantenersi a galla attraverso le tante burrasche della storia e, se il ramo primogenito si è estinto nel 1514, è giunta fino a questo inizio di terzo millennio copiosa e in piena salute nei due rami di Camerana e della Rocchetta, conservando la titolatura marchionale di cui va assai fiera. Non rari vi si ripetono i nomi di battesimo delle origini quali Bonifazio e Manfredo e i suoi appartenenti hanno volentieri abbracciato carriere diplomatiche o militari durante l’ultimo Ottocento e il Novecento[150]

          Merita, poi, speciale menzione onorifica la creazione da parte di Mario Incisa della Rocchetta, negli anni 1950 e nella sua tenuta di San Guido a Bolgheri (Castagneto Carducci, lungo il litorale toscano), del grande vino rosso Sassicaia.


 

[1] Per i testi integrali dei documenti degli anni 933/934, 935-940, 945, 948, 958-961, vd. Schiaperelli L. (a c.), I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e di Adalberto, Roma 1924 (“Fonti per la Storia d’Italia”, 38) pp. 107-108, 158-161, 230-232, 232-238, 274-276, 334-336. Per i due atti fondamentali del 961 e del marzo 967, vd. Appendice documentaria in Merlone R., Gli Aleramici, Torino 1995 (“Biblioteca della Società Storica Subalpina” CCVII), dd. I e II, pp. 269-273 e 273-276. Per la carta dell’aprile 967, vd. Manaresi C. (a c.), I placiti del “Regnum Italiae”, vol. II/1, Roma 1957 (“Fonti per la Storia d’Italia”, 96*), pp. 50-54. Il volume di Rinaldo Merlone sopra citato è peraltro il più completo ed autorevole scritto erudito ad oggi pubblicato in ordine ad Aleramo e Guglielmo, come pure alle generazioni dei figli e nipotini di Aleramo. 

[2] Derivato da Longobardia, l’appellativo geografico designava genericamente nel medioevo l’intero complesso dei territori in origine occupati e dominati, in Italia, dai longobardi, con più specifico riferimento all’area transappenninica.

[3] Messi, inviati, incaricati imperiali.

[4] Ampia fetta d’Europa che dal mare del Nord scendeva, attraverso il Belgio e la Lorena (il cui nome è appunto derivato da quello di questa antica regione, fino alle Alpi.

[5] Uomini liberi con mansioni militari di livello superiore. Tanto il vocabolo quanto l’istituto sono di pretta origine longobarda.

[6] Principali responsabili di queste elucubrazioni genealogiche prive di remore sono stati, tra fine Ottocento e primo Novecento, i piemontesi Benedetto Baudi di Vesme e Ferdinando Gabotto, che tuttavia vari altri autori hanno seguito fin oltre la metà del XX secolo.

[7] Nel diploma dell’imperatore Ottone I dato in Ravenna il 23 marzo 967 figurano testualmente le espressioni “quasdam cortes absas actenus regni nostri iuri” (= alcune corti soggette al diritto del nostro regno distanti da qui) e “cortes in desertis locis” (= corti in luoghi deserti). A tale proposito si può rilevare che in altra occasione e in altro contesto Ottone I aveva ricordato le Langhe piemontesi usando lo stesso vocabolo: “Transivimus per deserta Langarum et reliquimus ea sine tributo” (= siamo passati attraverso i deserti delle Langhe e li abbiamo lasciati senza riscuotere tributo). Vd. Patrucco G., I saraceni nelle Alpi occidentali e soprattutto in Piemonte, in “Bollettino della Società Storica Subalpina” XXII (1908), p. 427.

[8] La tradizione vuole, come peraltro la ragione, che il marchese sia stato tumulato a Grazzano. Un frammento pressoché rettangolare di mosaico medievale in bianco e nero con due singolari figure tra il mitologico e l’animalesco (un’arpia e un cane?) ricopre, presso uno degli altari della fiancata destra della chiesa in pratica interamente rifatta dell’antica abbazia, la presunta tomba di Aleramo. In realtà la sepoltura originaria era forse all’esterno della chiesa e, posto che essa sia stata traslata in epoca seriore all’interno, se ne ignora l’autentico posizionamento attuale.

[9] Schiaparelli L. (a c.), I diplomi italiani di Lodovico III e di Rodolfo II, Roma 1906 (“Fonti per la Storia d’Italia”, 36), d. XI, pp. 125 sgg.

[10] I principali diffusori della leggenda aleramica sono cronisti tre e quattrocenteschi tra cui fra Jacopo Bellingeri d’Acqui, il milanese Galvano Fiamma, il piacentino Giovanni Mussi, Tommaso di Saluzzo, insigne aleramico di cui diremo a suo luogo, il bergamasco fra Jacopo Filippi dei Foresti. Quanto agli studi moderni è ancor oggi piacevole e utile consultare Carducci G., Gli Aleramici. Leggenda e storia, in “Nuova Antologia” LXXII (dicembre 1883). Gli studiosi posteriori sembrano essersi tutti reputati troppo seri per occuparsi di favole e miti.

[11] In teoria Ottone I, si suppone. Inutile sottolineare che diversi elementi della narrazione leggendaria non calzano sotto il profilo storico, a cominciare dall’inesistenza di una figlia di Ottone I che si fosse chiamata Adelaide.

[12] Per certi versi la leggenda aleramica sembra essere stata elaborata in ambiente monferrino e fra Jacopo d’Acqui, ad esempio, scriveva per i marchesi Paleologhi di Monferrato. Altri indizi, invece, rinviano a Sezzadio e all’Appennino ligure. Il particolare, d’altronde non sempre ripreso tale e quale, dei sette figli fa pensare ai sette eredi del marchese Bonifacio del Vasto di cui si dirà in seguito.

[13] Appendice documentaria in Merlone R., Gli Aleramici cit., pp. 276-281.

[14] “Monumenta Germaniae Historica”: Diplomata Regum et Imperatorum, I, p. 465.

[15] Giova ricordare che il X secolo è stato volentieri definito dagli storici come secolo di ferro, tanto a causa degli aspri conflitti armati tra signori per il predominio in Italia, quanto, appunto, in ragione delle ricorrenti scorrerie di popoli nomadi in provenienza dal nord-est come dalle sponde meridionali del mar Mediterraneo. In relazione proprio a queste poco invidiabili caratteristiche di era insicura e di continui scontri esso è anche, ricordiamolo, il secolo dell’incastellamento, ossia della sistematica costruzione di castelli e rocche a difesa degli abitati nell’Italia settentrionale.

[16] Pistarino G., L’atto di fondazione di Santa Giustina di Sezzadio, in “Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti” LXIII (1954), pp. 77-88. Ma vd. anche: Gasparolo F., Memorie storiche di Sezzè alessandrino: l’abadia di Santa Giustina. Il monastero di Santo Stefano o Santa Maria di Banno, 2 voll., Alessandria 1912.

[17] “Monumenta Germaniae Historica”: Diplomata Henrici II, vol. IV, d. 305 bis, p. 423.

[18] Appendice documentaria in Merlone R., Gli Aleramici cit., d. IV, pp. 281-284.

[19] Vita et miracula sancti Bononii abbatis Locediensis, a c. Schwartz O., Hofmeister A. in “Monumenta Germaniae Historica”: Scriptores XXX/2, Leipzig 1934, pp. 1023-1033.

[20]  Come da Aleramo derivano gli aleramici, sono detti obertenghi e arduinici i discendenti di Oberto ed Arduino  creati marchesi da Berengario II pressoché in contemporanea con il suddetto.

[21] Cfr. Lanza M., Manfredi o Manfredo? Forma onomastica e risvolti storiografici, in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino” XCVIII/2, Torino 2000, pp. 601-611.

[22] Vd. Caspar E. (a c.), Gregorii VII Registrum, in “Monumenta Germaniae Historica”: Epistolae selectae, II/2, Berlin 1923.

[23] Vd. A.M. de’ Monti, Compendio di memorie historiche della città di Savona, Roma 1697, p. 43; V. Poggi, Cronotassi dei principali magistrati che ressero e amministrarono il Comune di Savona dalle origini alla perdita della sua autonomia, «Miscellanea di Storia Italiana», 3 s., X (XLI), Torino 1905, p. 269; I. Scovazzi, F. Noberasco, Storia di Savona, vol. I, Savona 1926, pp. 133-143.

[24] Amari M., Storia dei Musulmani in Sicilia, 2a ediz. a c. Nallino C.A., 5 voll., Catania 1933-39, in vol. III, p. 231.

[25] Per le colonie lombarde di Sicilia vd.: La Via M., Le così dette “colonie lombarde” di Sicilia, in “Archivio storico siciliano” XXIV (1899), pp. 1-35; Piazza F., Le colonie e i dialetti lombardo-siculi, Catania 1921; Peri I., La questione delle colonie “lombarde” in Sicilia, in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino” LVII, Torino 1959, pp. 253-280; Bresc H., Un monde méditerranéen. Économie et société en Sicile: 1300-1450, t. II, Palermo 1986: in particolare pp. 594-598.

[26] A proposito di Adelaide del Vasto, poi di Sicilia, vd. in particolare: Savio F., Il marchese Bonifacio del Vasto e Adelaide contessa di Sicilia, in “Atti della Regia Accademia delle scienze di Torino” XII (1886-87), pp. 87-105; Garufi C.A., Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto e Goffredo figliuolo del Gran Conte Ruggiero, in “Rendiconti della Regia Accademia dei Zelanti di Acireale”, 3a s., vol. IV, Acireale 1904-1905, pp. 185-216; e soprattutto Pontieri E., La madre di re Ruggero: Adelaide del Vasto contessa di Sicilia regina di Gerusalemme (?-1118), in “Atti del Convegno internazionale di studi ruggeriani” II, Palermo 1955, pp. 327-432.

[27] Documento del 6 marzo 1094 in Garufi C.A., Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto cit., p. 198.

[28] Garufi C.A., Le donazioni del conte Enrico di Paternò al monastero di S. Maria in valle Giosafat, in “Revue de l’Orient latin” IX, Paris 1902, pp. 206-229, alle pp. 219-220. 

[29] Vd. Garufi C.A., Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto cit., p. 188. 

[30] Pirri R., Sicilia sacra, Palermo 1733 e rist. anast. Bologna 1987, vol. II,  p. 1156.

[31] Vd. ad esempio, oltre ai testi già citati sulle colonie lombarde, Roccella R., Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina, Caltagirone 1875 e rist. anast. Bologna 1970.

[32] Pirri R., Sicilia sacra cit., II, p. 1157.

[33] Ibidem, p. 1158.

[34] Pfister M., Gerhard Rohlfs e le colonie gallo-italiche nella Basilicata, in Le parlate lucane e la dialettologia italiana (Studi in memoria di Gerhard Rohlfs), Atti del convegno di Potenza-Picerno, 2-3 dicembre 1988, Potenza 1991, pp. 93-105.

[35] In proposito Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie. Documenti e ricerche, in “Centenario della nascita di M. Amari”, vol. I, Palermo 1910, pp. 47-83, a p. 64. Vari documenti di Enrico, Simone e Manfredi figurano in appendice a questo articolo.

[36] Trinchera F., Syllabus graecarum membranarum, Napoli 1865, d. XCVIII, p. 128.

[37] Sichelgaita è nome germanico che compare nella famiglia dei principi longobardi di Salerno. Così appunto si era chiamata la sorella del principe Gisulfo e seconda moglie del normanno Roberto il Guiscardo, famosa tra l’altro per le sue eccezionali doti guerresche.

[38] Rogadeo E., Gli Aleramici nell’Italia meridionale, in “Rassegna pugliese di scienze, lettere ed arti” XXI, n. 5-6, Trani 1904, pp. 133-154.

[39] A proposito di queste carte pugliesi, vd. l’opera di Rogadeo E. citata nella precedente nota.

[40] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia, 2 voll., Torino 1789-90 e rist. anast. Bologna 1967., II, n. 36, coll. 315-316.

[41] I conti di Moriana (in francese: Maurienne) sono gli antenati o antecessori immediati dei duchi di Savoia.

[42] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, coll. 313-315.

[43] Per l’atto del 1004 vd. nostra nota n. 17. Per quelli del 1059-62 e 1084 vd. Manuel di S. Giovanni G., Dei marchesi del Vasto e degli antichi monasteri de’ SS. Vittore e Costanzo e di S. Antonio nel marchesato di Saluzzo, Torino 1858, dd. II, III, V e VI, pp. 155-159. Il volume citato, quantunque tutt’altro che recente ed esente da sviste storiche, oltreché purtroppo reperibile per consultazione solo nelle grandi biblioteche nazionali, è – a mia conoscenza – l’unica pubblicazione monografica complessiva e di largo respiro disponibile sui marchesi del Vasto. Da segnalare anche Usseglio L., I marchesi del Vasto. Studio genealogico, Torino 1893. La voce Vasto elaborata da Tallone A. per l’Enciclopedia italiana Treccani, vol. XXXIV, Roma 1937, p. 1031, contiene errori macroscopici, in particolare confondendo il Vasto piemontese con la città marittima di Vasto in Abruzzo. Notevole rilevanza tra gli studi recenti assumono Provero L., I marchesi del Vasto: dibattito storiografico e problemi relativi alla prima affermazione, in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino” LXXXVIII, Torino 1990, pp. 51-107; e Id., Dai marchesi del Vasto ai primi marchesi di Saluzzo. Sviluppi signorili entro quadri pubblici (secoli XI-XII), Torino (“Biblioteca della Società Storica Subalpina, 209) 1992.

[44] La prima definizione figura nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius di Goffredo Malaterra, la seconda nella Storia ecclesiastica di Orderico Vitale. Vd. in proposito: Bordone R., Il “famosissimo marchese Bonifacio”. Spunti per una storia delle origini degli Aleramici detti del Vasto, in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino” LXXXI, Torino 1983, pp. 587-602. Questo articolo è il testo di riferimento più completo di cui disponiamo sul marchese Bonifacio in generale. Di un certo interesse, altresì, Gabotto F., Bonifacio del Vasto e la successione della contessa Adelaide, in “Piemonte”, a. III, n. 22. Altro studio specifico che merita segnalazione: Merante N., Un personaggio di primo piano nella storia subalpina tra XI e XII secolo: il marchese Bonifacio “del Vasto”, dattiloscritto del 1979, presso Dipartimento di Storia dell’Università di Torino, sezione Medievistica.

[45] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 47, col. 320

[46] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 48, coll. 320-321.

[47] Ibidem, I, coll. 48-50.

[48] Cartario di Staffarda, a c. Gabotto F. e altri, in “Biblioteca della Società Storica Subalpina” XI e XII, Pinerolo 1901, I, p. 13.

[49] Tra le pubblicazioni relative a Staffarda vd. principalmente Comba R., Merlo G.G. (a c.), L’abbazia di Staffarda e l’irridiazione cistercense nel Piemonte meridionale, Atti del Convegno: Abbazia di Staffarda – Revello, sabato 17 e domenica 18 ottobre 1998, Cuneo 1999.

[50] La tedeschizzazione del nome, da Odo, Oddo, Oddone, forme franconi, a Otto, Ottone, si era già affacciata nell’XI secolo con il padre del marchese Bonifacio, Ottone, Teottone o Tete. 

[51] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., I, n. 42, p. 53. 

[52] “Monumenta Germaniae Historica”: Diplomata Regum et Imperatorum, X/2, pp. 225-227.

[53] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., I, coll. 66-67.

[54] Ibidem, II, n. 25, coll. 634-635.

[55] Enrico Guercio è indicato nella documentazione originale esclusivamente come marchese del Vasto o di Savona. Senonché l’autorità dei marchesi su Savona declina sin dalla fine del secolo XII, mentre il loro dominio rimane ben più saldo sull’Appennino. Dei due figli del capostipite, Ottone è qualificato prevalentemente come marchese del Carretto, con riferimento al piccolo castello di Carretto nell’Appennino ligure, mentre per Enrico II le due qualifiche marchionali di Savona e di Carretto si alternano. 

[56] Lünig J.Chr., Codex Italiae diplomaticus, Leipzig-Frankfurt 1724-32, I, col. 1051; “Monumenta Germaniae Historica”: Diplomata Regum et Imperatorum X/2, d. 368, pp. 225-227; Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 19, col. 530; n. 70, col. 330; n. 22, col. 531.

[57] Tallone A., Regesto dei marchesi di Saluzzo (1091-1340), Pinerolo (“Biblioteca della Società Storica Subalpina, 16) 1906: Appendice di documenti inediti, d. III, p. 322; Bosco M. (a c.), Carte medievali di Villafalletto. Secoli XII-XIV, Cuneo 1994, d. 6, pp. 12-14; Gabotto F. e altri (a c.), Cartario dell’abbazia di Staffarda cit., d. 42, p. 54.

[58] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 24, col. 531, con datazione errata al 1164.

[59] Gabotto F. (a c.), Cartario di Pinerolo fino all’anno 1300, Pinerolo (“Biblioteca della Società Storica Subalpina”, 2) 1900, d. 44.

[60] “Monumenta Germaniae Historica”: Chartae II, col. 1343; Gasparolo F. (a c.), Cartario alessandrino fino al 1300, III, Torino (“Biblioteca della Società Storica Subalpina”, 117) 1930, d. DXXIV, p. 162.

[61] “Monumenta Germaniae Historica”: Chartae II, coll. 1737 sgg., versi 664-666.

[62] Musso R., Il “Vasto” ed i castelli di Montenotte, in “Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria”, n.s. XXVII (1990), pp. 41-52.

[63] Per quanto riguarda le pubblicazioni sui Monferrato, oltre ad opere antiche e in larga misura superate quali principalmente Sangiorgio B., Cronica del Monferrato, Torino 1780 e rist. anast. Bologna 1975; Savio F., Studi storici sul marchese Guglielmo III di Monferrato ed i suoi figli, Torino 1885; Usseglio L., I marchesi di Monferrato in Italia ed in Oriente durante i secoli XII e XIII, 2 voll., Torino 1926, vanno tenuti presenti gli studi di Settia A.A., e in particolar modo: Monferrato. Strutture di un territorio medievale, Torino 1983; Geografia di un potere in crisi: il marchesato di Monferrato nel 1224, in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino” LXXXIX (1991), pp. 417-443.

[64] Il rivale e nemico, cioè, di Bonifacio del Vasto.

[65] Nel 1137 e nel 1149.

[66] Usseglio L., I marchesi di Monferrato cit., I, p. 150. 

[67] La consuetudine di attribuire sistematicamente al primogenito il nome del nonno paterno si è diffusa nelle famiglie patrizie nei secoli dal XVII al XIX. Nel medioevo si trovano tracce sporadiche di tale usanza.

[68] Secondo una versione in genere accettata dagli storici, da due appartenenti alla setta degli Hashishiyya o Assassini che avrebbero dichiarato di essere stati inviati dal “Vecchio della montagna”. Questa setta di eretici ismailiti era fiorente nei secoli XII e XIII e aveva la sua sede principale nella rocca di Alamut, presso Qazwin, in Persia (Iran). Era dedita ad attentati e uccisioni proditorie anche di alti responsabili politici e seminava terrore tanto presso i musulmani che presso gli occidentali crociati.

[69] Una guida, di modeste pretese ma relativamente completa, per quanto concerne Saluzzo e i suoi marchesi ci è offerta dal volumetto: Roggero-Bargis F., Saluzzo, Saluzzo 1885 e rist. anast. Bologna 1980.

[70] Tallone A., Regesto dei marchesi di Saluzzo cit., n. 249, p. 73. E vd. anche ibidem il n. 251 alla stessa p. e il n. XXVII dell’Appendice, a p. 347.

[71] Pivano S. (a c.), Cartario dell’abbazia di Rifreddo fino al 1300, Pinerolo (“Biblioteca della Società Storica Subalpina”, 13) 1902, d. 10, p. 16.

[72] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 206, coll. 452-453.

[73] Nome femminile inedito in famiglia, che fa riferimento alla nota amazzone della mitologia greca. Tra gli eroi e le eroine leggendarie dipinte sulle pareti della sala baronale del castello della Manta che ricorderò in appresso si ritiene che Pentesilea, di cui oggi purtroppo manca tutta la parte superiore del corpo dalla cintola in su, stesse a rappresentare la padrona di casa, Clementina Provana. Ella figura su una delle pareti laterali corte, a fronte del personaggio di Ettore che, dal canto suo, si rapporterebbe al marito, Valerano di Saluzzo.

[74] Ugolini F.A., La poesia provenzale e l’Italia, 2a ediz. riveduta, Modena 1949, pp. 25 sgg. In una di queste canzoni (pp. 27-28) si ricorda una campagna del marchese Bonifacio I di Monferrato in Sicilia con sbarco a Messina, presa di Randazzo, Paternò, Roccella, Termini, Lentini, Aidone, Piazza, Palermo e Caltagirone. La spedizione si inquadra forse nella più generale azione armata svolta dall’imperatore Enrico VI nei primi anni 1190 per assicurarsi il controllo dell’Isola. Rileviamo per inciso che buona parte delle località citate sono tradizionali colonie lombarde.

[75] Ibidem, pp. 15-16 e pp. 104-106.

[76] del Carretto Galeotto, Cronica di Monferrato a c. Avogadro G., in “Monumenta Historiae Patriae”, Scriptores III, Torino 1848; e Id., Cronaca del Monferrato in ottava rima con uno studio storico sui marchesi del Carretto di Casale e sul poeta Galeotto a c. Giorcelli G., in “Rivista di storia, arte e archelogia per la provincia di Alessandria" VI, fasc. 18-19 (1897). 

[77] Carità G. (a c.), Le arti alla Manta, Torino 1992. Donato al Fondo per l’Ambiente Italiano dalla contessa Elisabetta De Rege Provana nel 1983, il castello è, da oltre un decennio, oggetto di restauri e aperto al pubblico.

[78] A proposito di questo marchese e del suo tempo vd. Comba R. (a c.), Ludovico I marchese di Saluzzo. Un principe tra Francia e Italia (1416-1475), relazioni al Convegno di Saluzzo dei 6-8 dicembre 2003, Cuneo 2003.

[79] Mazzi M.S., Ricciarda di Saluzzo, marchesa d’Este, in Comba R. (a c.), Ludovico I cit., pp. 87-103. Nel medesimo vol. è da segnalare anche un pregevole contributo su un altro personaggio importante della famiglia di cui abbiamo trattato nelle pagine che precedono: Provero L., L’onore di un bastardo: Valerano di Saluzzo e il governo del marchesato, pp. 73-85.

[80] Era nato nel 1383. Nel 1425 aveva fatto decapitare la seconda moglie, Laura Malatesta detta Parisina, e il proprio figlio Ugo che intrattenevano una relazione amorosa. Il terzo matrimonio, con Ricciarda di Saluzzo, era intervenuto a cinque anni da questo cruento dramma familiare.

[81] Il più noto esponente della famiglia è Giambattista Bodoni, incisore, tipografo ed editore nato a Saluzzo nel 1740 e che, trasferitosi a Roma poi a Parma, creò in particolare i caratteri tipografici detti bodoniani.

[82] Sposa nel 1799 a Massimiliano Roero conte di Revello, che però la lascia vedova dopo soli tre anni, quella che Benedetto Croce in un suo saggio del 1927 doveva definire la “Sibilla alpina” aveva pubblicato il suo primo e più felice volume di Versi a Torino nel 1796. La 4a ediz. corretta e accresciuta in 4 voll. era quindi uscita nel 1816-17. Il poema Ippazia ovvero delle filosofie è del 1827. Un’edizione delle Novelle è stata stampata a Milano nel 1830. La composizione delle svariate tragedie sembra essersi scaglionata durante l’intera vita attiva della poetessa.

[83] Patrocinata in origine dal re Carlo Alberto, la raccolta completa è uscita tra il 1836 e il 1955 e comprende 20 voll. in folio e 2 voll. in ottavo.

[84] Almanacco quadriennale della nobiltà italiana. L’ultima edizione pubblicata è quella, in 2 voll., per gli anni 2000-2004.

[85] Cordero di San Quintino G., Dell’instituzione dei marchesati di Saluzzo e di Busca nel dodicesimo secolo per opera dei signori del Vasto, in “Memorie della Regia Accademia delle scienze di Torino”, s. 2a, t. XIV, Torino 1854, pp. 71-100: d. IV, pp. 97-98.

[86] Ibidem, p. 90.

[87] Manuel di San Giovanni G., Dei marchesi del Vasto cit., d. IX, p. 165.

[88] Tallone A., Regesto dei marchesi di Saluzzo cit., nn. 105, p. 32, e 173, p. 55.

[89] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 169, col. 397.

[90] Sella Q. (a c.), Codex Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, in “Atti della Regia Accademia dei Lincei” CCLXXIII, s. 2a, voll. V-VII, Roma 1875-76, t. II, n. 48, pp. 116 sg.

[91] Sulla ragione originaria di questo soprannome sono circolati tardivamente aneddoti inaffidabili, tutti tendenti ad interpretarlo in chiave canzonatoria. Ad esempio: in gioventù Manfredi sarebbe stato un paggio dell’imperatore con l’incarico specifico di lancifero. Durante una gita nei boschi della comitiva imperiale si sarebbe addormentato sul cavallo e sarebbe andato ad impigliarsi con la punta della lancia nei rami bassi di un albero.

[92] A proposito di Manfredi I e Manfredi II Lancia vd. in particolare il volume ancor oggi prezioso: Merkel C., Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell’epoca sveva, Torino 1886.

[93] Sella Q. (a c.), Codex Astensis cit., t. II, nn. 59 e 63, pp. 125 e 126

[94] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 124, col. 368.

[95] Sella Q. (a c.). Codex Astensis cit., t. II, n. 53, pp. 119 sg.

[96] Ugolini F.A., La poesia provenzale e l’Italia cit., p. 16.

[97] Sella Q., Codex Astensis cit., t. II, n. 34, pp. 108 sgg.

[98] In ragione dell’ava Adelaide di Sicilia, nata del Vasto.

[99] Non è anzi un’illazione azzardata supporre che il nome sia stato conferito al neonato dallo stesso zio o prozio. Certamente comunque Manfredi, benché caratteristicamente germanico, non è nome personale che appartenga al patrimonio onomastico degli Hohenstaufen.

[100] Cipolla C., Merkel C., Un’iscrizione del 1236 e l’origine di Fossano, in “Rivista di storia italiana” VI, Torino 1889, pp. 1-35.

[101] Tra i personaggi illustri caduti in questa occasione è Taddeo da Sessa.

[102] Anglona, presso Tursi e Matera, è stata un tempo sede di un vescovato. Bor(r)ello era forse di ascendenze longobarde.

[103] A Lucera, in Puglia, Federico II aveva trasferito irrequiete colonie di arabi di Sicilia, permettendo loro di organizzarsi colà autonomamente, fatto salvo l’obbligo delle prestazioni militari nell’esercito imperiale. Il castello arabo di Puglia aveva sempre manifestato un attaccamento particolarissimo nei confronti dello svevo.

[104] Carlo I d’Angiò era figlio del re Luigi VIII di Francia e fratello di Luigi IX, santificato dalla Chiesa.

[105] Dato che a suo luogo abbiamo accennato ai versi della Commedia dantesca dedicati a Guglielmo VII di Monferrato, non possiamo qui esimerci dal fare riferimento al lungo e notissimo passo dedicato, nel Purgatorio, a re Manfredi (canto III, vv. 103 sgg.), “biondo [..] bello e di gentile aspetto”. In esso il poeta nomina altresì Costanza d’Altavilla e la “buona Gostanza ossia Costanza d’Aragona, rispettivamente ava e figlia di Manfredi.

[106] A proposito di questo figlio di Manfredi II Lancia, anche lui eminente comandante militare e soprattutto fine diplomatico, può esser utile ricordare che re Carlo Alberto di Sardegna, nel periodo preunitario dell’Ottocento, ne aveva fatto approntare un busto da collocare nell’armeria reale di Torino, successivamente trasferito nel castello di Moncalieri. È un indizio che sta ad indicare come i Savoia moderni non avessero affatto dimenticato le drammatiche vicende dell’Italia medievale e, in particolare, avessero presente la parte rilevante svolta in esse da protagonisti aleramici in favore della causa imperiale, che era anche quella di un superiore ordine civile laico.

[107] Lancia di Brolo F., Galvano Lancia. Studio biografico, in “Archivio storico siciliano”, n.s. I, fasc. I, Palermo 1876, pp. 45-63, a p. 62 con richiamo a di Cesare G., Manfredi, re di Sicilia e di Puglia, Napoli 1837.

[108] L’esecuzione di Corradino sulla pubblica piazza aveva suscitato grande commozione e scandalo nel mondo di quei tempi. Infatti era del tutto contrario agli usi medioevali il condannare a morte un avversario politico di alto rango catturato a seguito di uno scontro armato e la decapitazione era, di per sé, pena riservata a personaggi di mediocre lignaggio, rei per lo più di alto tradimento. 

[109] Prevale presso gli storici la tesi secondo cui sarebbe stata una nipote di Manfredi II, figlia di Bonifacio Lancia d’Agliano e sorella di Giordano Lancia d’Agliano. Ma è una tesi di comodo e di per sé poco chiara, dato che non risulta che Bonifacio Lancia d’Agliano fosse un fratello di Manfredi II.

[110] Sembra da escludere comunque che questa eventuale Cubitosa fosse addirittura una sorella di san Tommaso, come da alcuni scrittori adombrato. In Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976, leggiamo alla p. 724 che una Cubitosa d’Aquino, “probabilmente sorella di Tommaso d’Aquino il Minore” avrebbe sposato nel 1254 Landolfo Caracciolo, un alto funzionario degli Svevi.

[111] anonimo (ma Lancia di Brolo F.), Dei Lancia di Brolo. Albero genealogico e biografie, Palermo 1879. Per i Lancia e Lanza di Sicilia in generale vd. inoltre: Sorge G., Parte IV: Il dominio dei Lanza (1549-1812), in Mussomeli dall’origine all’abolizione della feudalità, vol. II, Catania 1916 e rist. 1982; Sinesio P., Trabia e i Lanza, Caltanissetta 1995.

[112] A proposito del personaggio e dei suoi scritti vd.: Giovinazzo E., I trasferimenti feudali in Sicilia. Le repetitiones sui capitoli si aliquem e volentes di Blasco Lanza, Milano 1996. 

[113] Nominato viceré di Sicilia da Ferdinando il Cattolico nel 1509, il personaggio si era soprattutto sforzato di porre dei limiti allo strapotere e agli arbìtri della nobiltà isolana. Già nel 1216 erano scoppiati tumulti, in particolare a Palermo, che lo avevano costretto ad abbandonare l’Isola.

[114] Salomone-Marino S., La baronessa di Carini. Storia popolare del secolo XVI in poesia siciliana, reintegrata nel testo e illustrata co’ documenti, Palermo 1914 e rist. anast. Bologna 1975.

[115] Consolo V., La tragedia della baronessa di Carini uccisa con l’amante dal padre-padrone, articolo a tutta pagina in “Corriere della Sera” del 05.08 2001, p. 27.

[116] Da Ottavio I nascono tra gli altri figli un Lorenzo I che premuore al padre, ma sposa Elisabetta Barresi e genera Ottavio II, e, nel 1582, una Elisabetta Maria la quale, sposata diciannovenne ad Antonino Morso marchese di Gibellina, rimane presto vedova e si costituisce suora francescana nel convento di S. Vito di Palermo. Conosciuta anche come Elisabetta Maria della Passione,  decede nel 1639 ed è l’autrice di Lettere spirituali edite postume a Palermo nel 1641. Anche da Ottavio II nasce, primogenito, un Lorenzo che premuore nel 1660 dopo essersi unito in matrimonio con Luisa Moncada e avere dato i natali a Ottavio III. Quinto conte di Mussomeli, egli si dedica alla poesia e, in particolare, si interessa di tradizioni poetiche popolari. Nel 1662 esce a Palermo un suo volume di Canzuni siciliane.

[117] In particolare brevi biografie di Leonardo di Bartolomeo, Blasco Lanza e Giuseppe Gioeni in Ortolani G.E., Biografia degli uomini illustri siciliani, Napoli 1817-21.

[118] Economista e giurista di esperienza e fama internazionale che sarà ministro dell’interno e della polizia di Pio IX con orientamento fondamentalmente laicistico e verrà assassinato da democratici anarcoidi a Roma nel 1848.

[119] Che sarà poi capo del governo sardo-piemontese dal 1848 al 1852.

[120] Tra cui: Cenni sulla dominazione degli Svevi in Sicilia, gennaio 1830; Degli arabi e del loro soggiorno in Sicilia, agosto 1832; Istruzione del popolo, marzo 1835; Vicende antiche e moderne della politica, novembre 1839; Lezione accademica sugli asili infantili, agosto 1840; Pricìpi della beneficienza, settembre 1841.

[121] In Pipitone Federico G. (a c.), Memorie della rivoluzione siciliana dell’anno MDCCCXLVIII, vol. II, Palermo 1898.

[122] Gioacchino Lanza Tomasi ha diretto per un certo periodo il teatro dell’opera di Roma. Vari suoi scritti occasionali o d’accompagnamento compaiono tra l’altro in volumi riguardanti l’illustre padre adottivo. Vd. ad esempio Introduzione a Tomasi di Lampedusa G., Letteratura inglese dalle origini al Settecento, a c. Polo N., Milano 1990.

[123] Segnalo in particolare: Lanza di Trabia S., Commemorazione di Giuseppe Lanza principe di Trabia e di Pietro Lanza principe di Scordia e Butera, Palermo 1875; e Id., Notizie storiche sul castello e sul territorio di Trabia, in “Archivio storico siciliano”, n.s., anno III, Palermo 1878, pp. 309-330.

[124] Gerardo, del 1855, e i gemelli Stefano e Clementina del 1856. Nel 1867 e 1870 nasceranno loro ancora due figli: Alfredo ed Amalia.

[125] Scansa-Lanza L., Traité des magasins généraux; e Id., Essai de solution du problème social par les magasins généraux, Paris 1907.

[126] Parte di questi dati si ricava da sette lettere autografe di Francesco La Rosa a Luigi Lanza, scritte tra il 1882 e il 1888 e gli originali delle quali si conservano ad oggi nell’archivio di famiglia in dotazione all’autore del presente volume.

[127] Questo nome d’arte che lo scrittore adotta nel 1927, quando gli è divenuto ormai chiaro che non può contare su un’iniziativa della famiglia d’origine siciliana che in qualche modo lo reintegri nel suo alveo assegnandogli un titolo nobiliare ufficiale tra i tanti disponibili, fa palese riferimento al consorzio dei marchesi subalpini del XII e XIII secolo.

[128] Grande interesse ha destato soprattutto nell’immediato secondo dopoguerra mondiale il resoconto del suo primo viaggio in India con l’incontro di Gandhi, che è stato momento determinante della sua particolare conversione: Lanza del Vasto, Le pèlerinage aux sources, Denoël, Paris 1943, successivamente ristampato da vari editori. Ma ai fini di una vera comprensione del personaggio e del letterato è fondamentale anche la raccolta di poesie Le chiffre des choses, 2 voll., Robert Laffont, Marseille 1942; poi in vol. unico, 4me éd. Denoël, Paris 1972. Per notizie biografiche e bibliografiche dettagliate, vd. de Mareuil A., Lanza del Vasto: sa vie, son oeuvre, son message, St-Jean-de-Braye 1998. Inoltre, in Italia, vd. Pagni R., Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, Roma 1981. Traduzioni italiane delle opere di Lanza del Vasto sono state pubblicate principalmente dall’editrice Jaca Book. Non sarebbe ozioso, nonostante i tempi e contesti della scrittura tanto diversi, stabilire un parallelo fra le personalità letterarie di Tommaso III di Saluzzo, Diodata Saluzzo Roero e Lanza del Vasto. I tre autori sono connotati da un ancoraggio profondo nell’idealità cavalleresca di stampo medievale e, per altro verso, da un’insistente vena filosofica.

[129] A proposito della famiglia Florio si veda, ad esempio: Candela S., I Florio, Palermo 1986.

[130] Mai, fino ad allora, i capifamiglia si erano ufficialmente uniti in matrimonio con rappresentanti del gentil sesso che non appartenessero alle più alte sfere della pura nobiltà di sangue.

[131] Rispettivamente, Gian Giacomo Borghese dei principi di Montecompatri e Ugo Gastone Moncada principe di Paternò o di Caltanissetta. La prima ha dato alla luce otto figli, la seconda sette.

[132] Riguardo a questi due giovani eroi caduti nella grande guerra sono state pubblicate due operette che forniscono dati biografici e in cui figurano fotografie dell’epoca in bianco e nero: Monroy A.A., In memoria d’Ignazio e di Manfredi Lanza-Branciforte, Palermo 1919, e Bortone G., Onor di Sicilia, Palermo 1920.

[133] Lanza di Scalea P., Donne e gioielli in Sicilia nel medio evo e nel Rinascimento, Palermo-Torino 1892 e rist. anast. Bologna 1971.

[134] Per dati elementari sui Lanza di Trabia, di Scalea, d’Aieta, di Mazzarino viventi vd. Collegio Araldico - Roma, Libro d’oro della nobiltà italiana, ediz. XXII, annate 2000-2004, vol. XXV, voce Lanza o Lancia, pp. 881-884.

[135] Una fonte di notizie su Ceva e i suoi marchesi, tradizionale ma antiquata, è: Olivero G., Memorie storiche della città e marchesato di Ceva, Ceva 1858. Ragguagli aggiuntivi possono essere reperiti in: Ferro P.A., Sale San Giovanni e Sale Langhe. Memorie storiche dall’epoca romana ai nostri giorni, Sale San Giovanni (CN) 1977.

[136] Un classico sulle generazioni dei carrettensi, tuttavia assai datato e non certo incondizionatamente affidabile, è: Bricherius Columbus J., Tabulae genealogicae gentis carrettensis et marchionum Savonae, Finarii, Clavexanae, ecc. manuductio, Vindobonae 1741. Di qualche utilità per la conoscenza delle generazioni fino al Quattro-Cinquecento risulta il capitolo XII: I Del Carretto e le terre valbormidesi nel tardo medioevo, pp. 165-185 in Balbis G., Val Bormida medievale. Momenti di una storia inedita, Cengio 1980.

[137]Satis a paterna virtute degener”: così lo ha qualificato Filelfo G.M. nel suo Bellum Finariense anno Christi MCCCCXLVII coeptum,  in Muratori L.A. (a c.), Rerum italicarum scriptores, t. XXIV, Mediolani 1738, coll. 1150-1151.

[138] Da taluni autori indicata come Caterina di Marano e forse sorella a pieno titolo di re Enzo di Sardegna.

[139] Vd. p. 39 del presente volume e nota n. 74.

[140] In Morano G.A., Torre L., Illustri scrittori di Casale e monferrini, rist. anast. Bologna 1974 da edizz. Del 1771 e 1898, sono repertoriati, oltre a Galeotto, altri cinque familiari casalesi autori di opere di vario carattere: Matteo Giorgio, frate francescano del XIV secolo; Cassiodoro, agostiniano vissuto tra XV e XVI; Giorgio e Oderico, legisti del XVI-XVII; Tullio, vescovo di Casale contemporaneo dei due ultimi.

[141] Vd. Balbis G., L’atto di fondazione del “Burgus Millesimi” (9 novembre 1206), in “Atti e Memorie della società savonese di storia patria”, n.s. XV (1981); e Oliveri L., Millesimo e i Carretto: documenti inediti di vita medievale (1253-1597), in “Bollettino della società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo”, n. 100, Cuneo, 1° semestre 1989, pp. 167-197.

[142] Collegio Araldico - Roma, Libro d’oro della nobiltà italiana cit., vol. XXV, pp. 365-368. I tre rami principali fanno attualmente capo ai marchesi Carlo Alessandro, Fabrizio Alessandro e Fabrizio.

[143] Salomone-Marino S., La tradizione degli Aleramici presso il popolo di Sicilia, 2a ediz. ampliata, Palermo 1894.

[144] Voce Carretto in Palizzolo Gravina V., Il blasone in Sicilia ossia raccolta araldica, Palermo 1871-1875 e rist. anast. Bologna 1972, pp. 133-134.

[145] Va però segnalato che, recentemente, sono state poste in dubbio tanto l’attribuzione dell’opera allo scultore senese quanto l’identificazione della fanciulla giacente con Ilaria: vd. P. Pelù, Il monumento a Caterina Antelminelli nella cattedrale di Lucca, Massa Carrara – Modena 2004. Da alcuni anni  l’originale è stato trasferito nel museo del duomo, per motivi di maggiore sicurezza. In loco è stata sistemata una copia.

[146] Utili tabelle genealogiche relative ai Bosco e ai Ponzone figurano compiegate nel saggio: Pavoni R., L’organizzazione del territorio nel Savonese: secoli X-XIII, in Crosetti A. (a c.), Le strutture del territorio fra Piemonte e Liguria dal X al XVIII secolo, Cuneo (Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo) 1992, pp. 65-119.

[147] Collegio Araldico - Roma, Libro d’oro della nobiltà italiana cit., vol. XXVI, pp. 382-383.

[148] Vd in particolare: Albenga G., Il marchesato d’Incisa dalle origini al 1514, Torino (Deputazione Subalpina di Storia Patria) 1970.

[149] Moriondo G.B., Monumenta Aquensia cit., II, n. 78, col. 332.

[150] Collegio Araldico - Roma, Libro d’oro della nobiltà italiana cit., vol. XXV, pp. 856-860.