Nota introduttiva del dicembre 2006

 

Presento qui un diario di riflessioni spontanee, correnti; non volute, non costruite, ma venute da sole, in genere di primo mattino.

Si osserverà: che senso ha registrare cogitazioni personali quali ciascuno di noi ne rimescola in sé a iosa nel volgere della vita?

Rispondo che i pensieri sono fatti, eventi mentali, non certo meno meritevoli di attenzione degli accadimenti fisici, fisiologici, sociali. I diari che rendono conto della vita personale e sociale spicciola vanno di moda e sono spesso pubblicati, soprattutto, lo ammetto, se si riferiscono a personaggi a priori noti o a frangenti storici particolari.

Essendo io una persona che soprattutto riflette, è naturale che abbia annotato via via pensieri, più che avvenimenti dell’esistenza nel mondo fisico ed esterno. Ad un certo stadio della redazione delle minute speculazioni, allorché la collana cominciava a gonfiarsi, ad assumere spessore, mi sono detto che, quantunque io certo non sia ad oggi una personalità di chiara fama, forse un giorno questo insieme di testi sarebbe stato giudicato, da me o da altri, da pubblicare, e così mi sono impegnato a conferirgli un assetto più sistematico e ordinato.

D’altronde il principio chiave della sistemazione adottata è semplicissimo e anch’esso ben naturale: quello della cronologia. Esso si basa sulla convinzione che il vero ordine, nel pensiero come nella vita, è latente, subliminale, mai completamente dominato dalla coscienza. Una razionalità imposta a posteriori nei collegamenti tra gli elementi del puzzle della produzione diretta crea in realtà scompiglio ed ottunde le molte valenze genuine di significato che si annidano nella contiguità temporale di argomentazioni in apparenza non correlate, né interdipendenti.

Il periodo di riferimento è quello degli anni tra il 1997 e il 2006 e sotto tale profilo, essendo io nato nel 1935, può esser giustificato rilevare che la raccolta è quindi un compendio di meditazioni consuntive. D’altronde la gioventù e la maturità sono fasi della vita in cui quasi necessariamente prevale l’azione e in cui peraltro l’individuo è spesso incerto di sé e dei propri mezzi e, oltretutto, sono pesanti i condizionamenti dall’esterno. La terza età, strano a dirsi, è la più autonoma, la più esperta e disinvolta. Insomma, quella per molti versi più adatta ad una disamina ponderata delle problematiche esistenziali. 

Si vedrà che i temi affrontati sono vari, di diverso peso e diversa natura. Né può stupire, trattandosi – come già annunciato – di un diario non filtrato, né ricostruito. Alcuni rinviano più scopertamente alla mia «vita vissuta», ai problemi connessi con la scrittura e pubblicazione di articoli, a problemi di famiglia, a relazioni con corrispondenti ed amici. Altri riflettono letture o si ricollegano a figure di autori e maestri quali in particolare mio zio, Lanza del Vasto. Altri ancora sono di carattere politico o socio-politico ed alcuni appartengono alla sfera della religione o ad un ambito filosofico che potrà sembrare relativamente astratto. In proposito mi limito ad osservare che tale eterogeneità di contenuti è anch’essa, come l’apparente disordine razionale legato al rispetto della cronologia, del tutto connaturata ad una raccolta diaristica senza pretese, se non di scrupolosa sincerità.

Allo stato, ignoro se queste mie considerazioni verranno un giorno lette. Se così sarà, è probabile suscitino non poche reazioni di stizza, di sdegno, se non di ira. Infatti il mio pensiero è libero, tutt’altro che allineato sulle dottrine vigenti e correnti in voga. Non mi sono formato né nelle scuole pubbliche, né nei retrobottega dei partiti, né nelle sagrestie. Ho studiato gli autori che mi ispiravano e ne ho tratto, certo, spunti; ma, più che opinioni, incitamenti ad una vita intellettuale autonoma. Tengo tuttavia a sottolineare che non vi è stata in me alcuna intenzione provocatoria e che non ho scritto riga per il gusto di scatenare polemiche.

 

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Dignità, libertà – 24.12.97

 

In questa società – rifletto – la propria dignità e libertà sono solo quelle che uno riesce a ritagliarsi a forza di impegno e ostinazione. L’individuo è abbandonato a se stesso e alla sua naturale dipendenza esistenziale dagli altri. Per nutrirsi, per curarsi, per avere scambi di ogni genere, ha assoluto bisogno di un rapporto con gli altri e gli altri subordinano la loro solidarietà relativa a pesanti condizioni.

In pratica l’individuo si vende, si dà spontaneamente schiavo, per poter vivere protetto, con gli altri.

Quando ero al Mulin del Falchi e alla Nunziatina ero libero, sì, ed una dignità non indifferente mi era da molti riconosciuta. Avevo fatto a meno della società degli altri e ciò destava stupore, disapprovazione, ma anche una certa attonita ammirazione. Ero divenuto, per gli abitanti di quelle zone, un personaggio: «Alfredo, l’eremita».

Quando sono rientrato nel mondo ordinario non sono stato più nessuno. Solo un prestatore d’opera, uno ammesso a vendere prestazioni di lavoro ritenute utili e a campare dei suoi guadagni pecuniari: uno schiavo.

In questo mondo la dignità e la libertà dell’individuo non esistono, non hanno alcuna consistenza di per sé, intrinsecamente, ma sono surrogate dal denaro. La dignità corrisponde alla cifra globale che un individuo può valere e, la libertà, ognuno se la compra come può, passo passo e di volta in volta. Gli status symbol di ogni genere, a cominciare dal vestiario, dalla macchina, dal tipo di linguaggio usato, servono a crearsi una prima barriera di rispetto, a far capire subito a qualsiasi interlocutore con chi ha a che fare. Ogni libertà che uno si vuol prendere, poi, ha un suo prezzo in denaro: bisogna, e basta, pagare.

E i soldi di cui uno dispone, da dove vengono? In definitiva, se il guadagno dei singoli corrispondesse al loro valore, a quello che possono e vogliono dare agli altri, il sistema avrebbe bene o male una sua rozza logica, una sua giustificazione. Ma proprio qui sta il nodo dell’arbitrio. Si pretende che le retribuzioni del lavoro sono regolate dal mercato. Di fatto i più cospicui proventi non sono assolutamente ravvisabili in retribuzioni da lavoro. I più grossi guadagni, i soli capaci di fare assurgere a livelli davvero particolari di benessere non dipendono dalla prestazione d’opera in senso proprio, ma da combinazioni, operazioni meramente finanziarie, intrallazzi e manovre oscure. La stessa retribuzione del lavoro è poi fortemente condizionata e distorta da fattori extramercantili.

Uno che produce ortaggi o frutta nel suo giardino non è abilitato a vendere in tutta semplicità il di più ai passanti o ai negozianti. La libera iniziativa incontra un pesante schermo fatto di autorizzazioni, di partite IVA, di fatture, di dichiarazioni fiscali, ecc..., senza contare l’impressionante quota di guadagno da devolvere ipso facto allo Stato. Più che libero, il mercato quale lo conosciamo nei nostri paesi è un mercato pesantemente taglieggiato da uno Stato ridistributore. Lo Stato ridistribuisce in pratica quasi il 50% dell’intera massa del denaro circolante e ha pertanto un suo peso specifico nell’economia, del tutto comparabile a quello di un mercato che, dal canto suo, libero non è, come ho già evidenziato. Le retribuzioni concesse direttamente o indirettamente dallo Stato, emolumenti che certo non rappresentano nell’insieme del sistema retributivo una fetta trascurabile, non soggiacciono a criteri di mercato e semmai sono determinate in misura ampia da considerazioni di tipo clientelare.

Da bracciante agricolo ero pagato una sciocchezza e alla giornata. Eseguivo un lavoro pesante senza quasi orario e anche per 12 ore giornaliere consecutive e, nel contesto sociale, ero considerato un povero disgraziato senza arte né parte.

Da allievo infermiere, ad Amsterdam, ero già saltato sul predellino dell’autobus della società in movimento. Ero un immigrato e come tale incontravo difficoltà a trovare un alloggio in affitto. Ma guadagnavo il mio buon piccolo salario, versavo i contributi ed ero coperto dalla previdenza sociale.

Da funzionario europeo ho subito guadagnato un salario elevatissimo rispetto ai precedenti e senza alcuna relazione né proporzione con quelle che potevano essere le mie modeste prestazioni. Era un lavoro noiosissimo, stupido, ripetitivo, privo di contenuto e prospettive intellettuali, che per di più mi costringeva all’esilio in un paesetto cupo abitato da gente prodigiosamente ottusa. Ma, sotto il profilo retributivo, mi poneva in una posizione di eccezione o privilegio insperata, che mi ha permesso di acquistare case, libri, andare con la famiglia in vacanza e ora mi frutta una pingue pensione.

In modo e in proporzione analoghi sono compensati i supposti rappresentanti popolari che siedono nelle Camere del Parlamento nazionale e i funzionari delle maggiori istituzioni dello Stato. Seguono a ruota, in condizioni di privilegio di poco minorate, il personale dei ministeri, degli enti, e gli addetti bancari.

Le retribuzioni di tutta questa bella gente, che è proprio tanta gente, e che è la gente che con la forza o la furbizia, con la fedeltà di parte o con la fortuna, si mantiene a galla senza pagare lo scotto né della fatica spregiata, né dell’iniziativa risicata, non dipendono se non alquanto indirettamente e labilmente dalle leggi del mercato.    

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Apartheid – Pasqua 1998

 

Rifletto da alcuni giorni sull’impulso di separazione, secessione, ritiro dalla società universale – o almeno ufficiale – e costruzione di un modello di vita sociale alternativo, fondazione di un nucleo sociale alternativo, che si manifesta talvolta in movimenti e/o individui.

Da un lato, spinge alla creazione di una società parallela o alla fuga in società parallele eventualmente già esistenti la giustificata insoddisfazione della società di massa in cui cresciamo. È forte la sensazione – e perfettamente corrispondente alla realtà – di non essere, nella società di massa, nessuno. La società di massa ci considera un elemento minuto trascurabile, un mattoncino tra milioni di altri mattoni. Astringentissimi sono i suoi condizionamenti. Ci tutela in certo qual modo ed entro certi limiti, a condizione che facciamo la parte della pecora bianca. La prospettiva è di adeguarsi ed entrare come meglio potremo nel processo o ciclo produttivo, nella rotazione del «mondo del lavoro». 

 

 

 

 Religione – luglio 1998

 

Religione come bigotteria, attaccamento fanatico a pratiche e riti. Come amarezza, ed amara esclusione. Come alibi e come trincea. Come difesa e come condanna.

Religione come principio e assetto costruttivo, ma ossessivo e per ciò stesso limitante, comportante rigidità ed esclusioni.

Religione come consapevolezza della propria fragilità e dei propri limiti e quindi fiducia in dimensioni che superino la nostra contenuta portata, fede in una positività superiore, speranza di potercela fare malgrado tutto. Come apertura verso l’altro e verso gli altri, intesa a superare la limitatezza propria.

La religione, rettamente intesa, è in definitiva quella dimensione che rende l’uomo, appunto, un uomo. La ragione pura è insufficiente.

Ma non è facile intenderla e viverla rettamente, positivamente.

Essa non può rimanere allo stadio di un vago ed inconcreto anelito. E qui nasce il rischio o di un insabbiamento, di una vanificazione, o di deviazioni di vario genere.

È certo che essa implica, impone rinunce e scelte. Ma queste devono essere vissute con naturalezza, senza tensioni. Non devono essere mutilazioni, né tanto meno verdetti esclusivi nei confronti degli altri.

Ad esempio, non fumo. Non ho mai fumato. È stata una scelta sin dalla prima gioventù, dettata – ritengo – da un positivo desiderio di salute che è anche senso del dovere e rispetto religioso della vita. In certo senso questa scelta implica oggettivamente un rigetto e una condanna. Ma io l’ho vissuta con assoluta semplicità, senza drammaticità. Ho sopportato il fumo degli altri anche se mi infastidiva, tirando diritto per la mia strada.

Però, sempre a mo’ d’esempio, dopo una decina d’anni di regime alimentare vegetariano, sono tornato al consumo della carne. Accetto idealmente il principio di un’uccisione quanto più possibile limitata di animali, ma non mi sono potuto attenere ad una limitazione effettiva nel consumo di carni perché mi sono accorto che, nel mio caso specifico, la carenza di proteine ricche nel cibo aveva incidenze deleterie sulla salute, mi costava sforzo e mi separava dal prossimo. Merito, credo, comprensione: ma ammetto di essere ricaduto, da questo punto di vista, nella condizione d’incosciente, inconsapevole colpevolezza della massa di coloro che vivono come capita e di spreco. La via intermedia è difficile da trovare e da praticare.

Mi rendo conto che, per un gran numero di persone, questioni come queste non hanno granché a che vedere con la religione. Per me, invece, è questa la sola religione che conta. Quella basata non su mitologie e riti, ma sulle cose concrete. 

Bisognerebbe che mi fosse venuto naturale fare una vita religiosa completa, come mi è venuto naturale non fumare. Ma sul maggior numero di aspetti della vita mi è mancata una visione altrettanto limpida. Sono stato trascinato dalle correnti prima che potessi fare il punto della situazione. Oggi sono da tempo in alto mare, anzi prossimo a colare a picco. Mi guardo intorno e non so cosa pensare.

 

 

 

Democrazia (concetti di democrazia nella tradizione anglosassone ed angloamericana e sul continente europeo) – 07.01.99

 

«Democrazia» è una parola di cui quasi tutti, oggi, si sciacquano volentieri la bocca.

«Democrazia» è una parola magica e un mito. Ognuno la esalta e la invoca, ognuno reclama in suo nome. Ma è una parola chiara, dal significato preciso e univoco? Certamente no. Dovendone definire il senso, subito e per facilità ci si appiglia a quello etimologico: sovranità o potere del popolo.

Ma è proprio questa accezione astrattamente linguistica che permette di avvertire quanto la questione sia, in realtà, complicata. Infatti il «potere del popolo», in concreto, è un’impossibilità, per non dire un’assurdità e una contraddizione in termini. L’esercizio del potere presuppone ambizione e dinamismo, ma le masse sono largamente passive, inerti. L’esercizio del potere presuppone chiarezza e univocità di vedute, ma milioni di persone non possono incontrarsi in un pensiero lineare. Pertanto le «democrazie» che si possono dare nella dimensione del concreto sono tutte democrazie presunte, relative o solo tendenziali e differiscono assai le une dalle altre.

La democrazia assoluta è un’utopia anarchica.

La dittatura del proletariato dell’Unione Sovietica è stata autocrazia di un esiguo gruppo di funzionari di partito a nome di un popolo privo di voce in capitolo e di libertà.

Le democrazie occidentali sono democrazie rappresentative e parlamentari. In base a liste presentate dai partiti il popolo elegge più o meno indirettamente dei suoi cosiddetti rappresentanti che poi esprimono il governo e lo controllano. Forse però sarebbe più corretto etichettare questi regimi quali partitocrazie, perché in realtà sono gli apparati dei partiti che in essi accreditano i candidati e menano la danza, e la rappresentanza popolare è in larga misura una finzione convenzionale di comodo.

Certo i partiti, per poter prevalere, devono ottenere il consenso popolare. Ma a tale proposito svolge un ruolo decisivo la propaganda, ossia la tecnica di condizionamento – in particolare emotivo – dell’opinione pubblica tramite la creazione di reti clientelari e i mass media.

Si insiste molto nell’affermare che nelle democrazie occidentali vigerebbe lo stato di diritto. Ma anche questo assioma va notevolmente ridimensionato. In un paese come l’Italia, ad esempio, è palese che la grande macchina della Legge non funziona, né a livello di diritto privato e civile, né a livello di diritto pubblico e penale. Nessun cittadino sensato che aspiri a veder rispettato un suo privato diritto si rivolge ai tribunali: i tempi della Giustizia sono incredibilmente lunghi, i costi non indifferenti e gli esiti quanto mai incerti (molteplicità di norme, mancanza di certezza). In sede penale, se non altro, assistiamo da anni con angoscia a spettacoli indecenti a carico di personaggi in vista, magari corrotti, ma evidentemente attaccati sul piano giuridico soprattutto per motivi politici.

Giova sottolineare peraltro che in seno allo stesso schieramento occidentale vi è una differenziazione non irrilevante per quanto attiene alla realtà, e ancor più all’idea della democrazia, tra paesi di matrice anglosassone e paesi «latini». L’Inghilterra è lo Stato in cui forme di democrazia si sono affermate più precocemente e gli Stati Uniti sono una democrazia da quando esistono come Stato autonomo. Ma la democrazia all’inglese, marcatamente imperniata su princìpi individualistici di liberalismo e liberismo, rimane elitaria ed alquanto autoritaria. La democrazia di stampo francese, che è quella cui fa riferimento idealmente l’Italia, è stata storicamente, ed è, più radicale e di tipo sociale: vi prevarrebbe l’ideale teorico dell’eguaglianza.

Dalle scuole di pensiero tedesche è nato il marxismo, fondamento delle esperienze comuniste. Ma la Germania, dopo l’esperienza catastrofica del nazismo, ha inaugurato un modello democratico moderato di cui è difficile dire se si ispiri più alla tradizione francese o a quella anglosassone. Sembra trattarsi di una formula mista con spunti tratti da ambedue i modelli. Le preoccupazioni sociali vi sono forti, ma vi è anche spiccato l’autoritarismo. Una caratteristica peculiare è poi il decentramento del potere, con notevoli competenze affidate alle regioni.

 

 

 

Disciplina – febbraio 1999

 

Durante l’ultima nostra permanenza a Nizza abbiamo visto in televisione un programma relativo ad una scuola di danza classica in cui i giovani vengono iscritti sin da un’età giovanissima e che pertanto impartisce anche lezioni di cultura generale (francese, matematica, scienze ecc…). La scuola in parola è molto selettiva e tutto il programma esaltava la severa disciplina cui gli aspiranti ballerini devono assoggettarsi, divenendo in tal modo esseri umani di un tipo speciale, presunto superiore.

Non credo che in Italia un discorso del genere sarebbe proponibile.

In Francia sembra ampiamente radicato ancora il mito della disciplina, della formazione selettiva e dura, mentre in Italia si è da tempo, o forse da sempre, orientati verso prospettive di tolleranza, umanità e permissivismo. Non crediamo che l’eccellenza sia raggiungibile con lo sforzo sovrumano, ma solo spontaneamente e per vocazione da chi è a ciò destinato dalla sua particolare natura. L’educazione, invece, deve soprattutto tendere ad aiutare gli altri, i non ottimi le cui possibilità devono essere ottimizzate affinché comunque raggiungano un livello decente di socializzazione e di realizzazione.

Un certo livello di disciplina è certamente necessario alla vita sociale: vanno osservate imprescindibilmente regole, ad esempio nella circolazione automobilistica. Ma quella che da taluni è pazientemente vissuta come un’ovvia necessità cui è solo opportuno assoggettarsi di buon grado, da altri è data per una virtù quasi eroica e vi è chi si compiace nelle sofferenze e privazioni che la virtù impone.

Mi chiedo a questo proposito quanta parte ha il masochismo, un insano godimento nella sofferenza, una forma di autopunizione forse riconducibile a sensi innati o indotti di colpa, nell’esaltazione della disciplina e dei sacrifici tipica di movimenti religiosi e di filosofie, oltre che – in certa misura – dell’etica sociale borghese dell’Ottocento. Quanto hanno inciso inclinazioni prettamente psicologiche e caratteriali, quali masochismo e sadismo, nelle filosofie che si presentano come speculazioni intellettuali, nei credi religiosi e nelle etiche sociali?

Non è da escludere che le filosofie, ideologie e dottrine in genere, che si offrono a noi come sistemi di pensiero, siano invece in larga misura tributarie di condizionamenti psicologici. Ossia che la filosofia sia un travestimento, in larga misura riconducibile alla psicologia.

Forse chi si è messo a ragionare su Dio e la materia, sugli universali, sui sistemi e la vita, sul mondo, sull’organizzazione politica e sociale, non si è mai reso sufficientemente conto di essere condizionato a priori nei suoi atti di riflessione e soprattutto nelle sue valutazioni dalla propria personalità e psicologia. Forse comunque è sensato riflettere in primis sulle condizioni stesse del pensiero e sui fattori psicologici suscettibili di determinarne gli orientamenti.

    

 

 

Anamnesi – 07.10.99

 

Sono entrato nella vita adulta e attiva senza arte appresa da altri, né parte. Volevo essere semplicemente autentico, e mi sarebbe piaciuto poter fare grandi cose.

Detestavo ogni forma di ipocrisia, di mezze misure e di patteggiamento con la negatività. Pertanto ero, a priori, prevenuto contro la Chiesa e la comune vita religiosa. D’altra parte, non sopportavo le convenzioni borghesi. Disprezzavo la burocrazia in genere e le carriere lavorative inquadrate: gli impieghi, le professioni.

Era una partenza problematica, soprattutto per un giovane privo di agganci e di sostegni.

Sin da bambino scrivevo versi liberi. E a 20 anni ho cominciato a disegnare e dipingere. Erano queste le mie vie alla gioia interiore e, per altro verso, le mie fanciullesche aperture, proposte di dialogo, di scambio con una società ovviamente per nulla interessata e ricettiva.

Il messaggio dello zio Lanza del Vasto è venuto a rendere, per me, più acuta la crisi, più tesa la rotta di collisione con la società civile. Da un lato, lo zio suggeriva una rivoluzionaria rivalutazione del cattolicesimo, di un cattolicesimo ricostruito e in certo qual modo immaginario. D’altro lato, proponeva di ridersela della società organizzata sedicente «civile», di sottrarsi alla sua letale stretta rinunciando disinvoltamente alle garanzie e ai presunti vantaggi che offre, vivendo nell’indipendenza, vuoi del vagabondo, vuoi – e meglio – di una comunità alternativa di uomini liberi e savi.

Il programma dottrinario dello zio chiedeva sacrifici personali e rigore, supponeva un impegno morale apparentemente non da tutti, ma d’altro canto sembrava dover condurre alla pace completa dello spirito, mettendo d’accordo religione, filosofia e arti. Quello pratico schiudeva un’insperata prospettiva di riscatto da una società di sistematica menzogna e soggezione.

Ho creduto ai capisaldi di questo programma. Tagliando i pochi ponti che ancora mi collegavano fragilmente al comune consesso umano, a 24 anni ho compiuto con risolutezza cieca passi decisivi che mi avrebbero dovuto introdurre ad una nuova dimensione di vita. Sostanzialmente, sono poi rimasto tributario della lezione dello zio per diversi anni, anche oltre la stessa svolta del ritorno, del rientro graduale e laborioso nel mondo comune.

Cos’è dunque che non ha funzionato?

La comunità reale dello zio Peppino non era esemplare come si era tentati di presupporre dall’esterno. Era invece connotata da svariati gravi problemi umani e di convivenza. Questi problemi erano da riferire all’umana debolezza e a mancanze circostanziali degli uni e degli altri, o erano strutturali?

La predicazione dello zio, all’aperto, sotto un grande albero, continuava ad esercitare su di me un avvincente fascino per la chiarezza, la limpidezza e al tempo stesso l’incisività dei concetti. Ma quello che di fatto vedevo attorno a me e sperimentavo nella vita comunitaria sollevava seri interrogativi che lo zio non sembrava in grado di risolvere. Ne soffriva, digiunava. Aspettava che le cose con il tempo si aggiustassero da sole come meglio potevano.

Sorgeva il quesito se la costruzione mentale dello zio, splendida e attraentissima, non fosse tuttavia meramente fantastica, letteraria, priva di possibile radicamento nella realtà.

Due erano i problemi principali che, personalmente, ho avvertito sin dall’inizio.

Anzitutto, la vita comunitaria impostata dallo zio mi impediva di dipingere. Infatti, dovevo dedicarmi a lavori manuali agricoli e/o artigianali a ritmo continuato. E mi sarebbe comunque mancata la disponibilità di spazio e soprattutto la possibilità di acquistare sul mercato esterno i materiali necessari. Punto, poi, decisivo: la comunità imponeva implicitamente anche una sua estetica ottusa, di revival dei canoni cristiani «primitivi». L’unica pittura pensabile in quel contesto era quella delle icone, o giù di lì.

Allargando il discorso, la vita comunitaria all’Arca mi impediva altresì di studiare, per mancanza di tempo, di spazi adeguati e di libri.

Tirando le somme di queste considerazioni, la vita comunitaria in parola era fortemente spersonalizzante, a tal segno che ci si poteva ragionevolmente chiedere se, in definitiva, non fosse ancor più alienante di quella comune nella società civile e se, sotto questo profilo dell’alienazione, il rimedio della fuga in comunità non fosse peggiore del male.

Veniva fatto di pensare che la comunità non fosse adatta comunque alle forti personalità. Che fosse più che altro un approdo indicato per personalità scialbe in crisi, disorientate, bisognose del sostegno di un forte inquadramento esterno, una sorta di rifugio per mediocri sbandati.

Altro importante nodo: talvolta sembrava profilarsi una sorta di conflitto interno nell’ambito stesso della scelta di vita suggerita da Lanza del Vasto. La vita religiosa della comunità poteva apparire artificiosa, posticcia, dilettantesca, se paragonata a quella degli ordini tradizionali: testi inventati, prolissi e letterari, carattere scenografico delle preghiere, dei riti, innaturalezza di pratiche quali quella del «richiamo spirituale». Si faceva strada una nostalgia del culto nei monasteri, nei conventi, tanto più semplice, sicuro, fondato su modelli plurisecolari.

Da notare oltretutto che la vita in comunità non dava alcuno spazio, peraltro, ad attività caritative e di assistenza diretta al prossimo. Veniva così a mancare una dimensione fondamentale della religiosità.  

Fatta questa spietata analisi, quali valori particolari incarnati dall’esperienza comunitaria dell’Arca resistono?

Rimane valido e molto attraente l’obiettivo della piccola società indipendente, basata sul lavoro agricolo e artigiano diretto e svincolata dai condizionamenti deteriori della grande società «civile»: niente fumo, niente tivù, niente condizionamenti via mass media ecc…

Rimane l’esperienza preziosa di una comunità religiosamente impegnata in cui, tuttavia, è previsto il matrimonio e le famiglie possono svilupparsi.

Rimane l’originale dimensione naturistico-vegetariana e non violenta.

Mi sono allontanato dall’Arca, ma sono rimasto tenacemente fedele ad alcuni valori predicati dallo zio per anni. Fedele, in un primo tempo, all’ideale comunitario. Fedele al vegetarianesimo. Fedele soprattutto all’impegno religioso. Falliti i tentativi comunitari autonomi e visitate senza successo svariate comunità religiose di tipo più tradizionale, dopo un’esperienza eremitica di circa un anno, l’impegno religioso mi ha spinto nell’infermeria.

Senonché la pratica infermieristica, poi il matrimonio (con un’infermiera) hanno indotto in me ulteriori ripensamenti ed un nuovo spostamento su posizioni di ritorno e conservatrici.

Non è immaturo pressapochismo anche pensare che il prossimo si aiuti con il sacrificio della propria personalità autentica e con la dedizione ad attività caritative volontaristiche? Solo dapprima realizzando noi stessi si può semmai forse in qualche misura essere d’aiuto agli altri. E la realizzazione della propria personalità implica entro una certa misura la socializzazione.

Per quanto riguarda la Chiesa e la fede, d’altro canto, non è lecito, con le migliori disposizioni e intenzioni del mondo, chiudere gli occhi su una serie di flagranti incongruenze dogmatiche e di fondo e su gravissime responsabilità storiche del cristianesimo istituzionalizzato.

Ed ecco che cominciavo a rifare il cammino a ritroso. Ora capivo il senso e il valore di molte cose che da giovanissimo avevo trascurato e afferravo anche il valore intrinseco di alcuni compromessi.

Non è dato attingere direttamente all’assoluto, ma solo attraverso il relativo possiamo con esso comunicare. E questo fa sì che il relativo sia immensamente prezioso. Comprendevo ora il valore degli ordini costituiti, della storia, delle scienze, degli usi e della comunicazione.

 

 

 

La Destra – 24.04.01

 

Cos’è la Destra in politica? È la scelta della mano capace, dell’efficacia effettiva. Il rifiuto delle divagazioni astratte, che magari coprono tutt’altri disegni: di accaparramento del potere, di prevaricazione totalitaria con l’alibi della protezione e dell’educazione della gente.

La Destra, anzitutto, muove dal realismo. Prende atto, cioè, con umiltà e chiaroveggenza, di quel che è il mondo così com’è. Ne accetta come premessa ineludibile le dimensioni e condizioni basilari, non insegue illusioni.

Pertanto la Destra considera valori fondamentali la natura e, d’altro canto, la conoscenza, intendi scienza e cultura. La Destra è a priori rispettosa dei particolarismi individuali, del retaggio del passato ossia delle tradizioni, delle fedi religiose.

A fronte della Destra, la Sinistra è invece fondamentalmente utopistica. Vuole trasformare, rifondare il mondo. Ha un progetto astratto di giustizia ed uguaglianza sociale al quale vuole piegare l’universo. Raderà le montagne, colmerà le valli affinché non ci siano più differenze sotto il cielo. Il suo principio è la rivoluzione.

Il passato va cancellato. La cultura va intesa come educazione civica, condizionamento comportamentale e mentale, propaganda. La natura non esiste o, comunque, dev’essere superata. Infatti essa è infinita varietà, disparità: disparità intollerabile.

Ecco poi che, dietro a questa facciata programmatica che di fatto inseguirebbe sogni inattuabili, si propone in concreto una prepotente ed aggressiva ambizione di rivalsa, un bisogno di affermazione ad ogni costo di classi sociali sfavorite e la Sinistra approda alla dittatura del proletariato e all’oppressione.

 

 

 

Pensiero della morte Ço sent Rollant que la mort li est près») – giugno 2001

 

Sto per compiere 66 anni. Un’età accompagnata da un senso di spossatezza, da dolori articolari e muscolari, da una svogliatezza sonnolenta che non avrei pensato di dover mai provare.

Sono alcuni anni che è subentrato in me il senso della vecchiaia. Le prime avvisaglie di questa cosiddetta terza età si erano profilate da tempo, ma non nel mio intimo sentire, più che altro nel modo di rapportarsi a me degli altri, negli sguardi degli altri e nel loro modo di parlarmi. Un calo sensibile, avvertito soggettivamente, è venuto all’improvviso dopo che avevo compiuto i sessant’anni, accentuato da una frattura al ginocchio da incidente d’auto.

 

 

 

Autonomia e dignità, autonoma dignità dell’individuo – s.d. 

 

Si ritiene in genere che la libertà dell’individuo sia assai ampia e fondamentalmente garantita nei regimi cosiddetti democratici, che sarebbero connotati dallo stato di diritto.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Si pensa più che altro a libertà straordinarie, alla libertà di extra-vagare, di abbandonarsi ai più diversi e perversi capricci personali: di abortire, di accoppiarsi con persone dello stesso sesso, magari di figliare in vitro, ecc. Si discute se siano ammissibili le modificazioni genetiche, la clonazione, l’eutanasia.

Frattanto in Italia, a Castelvetro di Modena, i carabinieri mi sono entrati in casa alcuni anni fa in mia assenza e senza mandato, alla ricerca di un pacchetto di haschich nascosto da quello svitato di mio figlio sotto una siepe del giardino. Non hanno avuto bisogno né di chiedermi il permesso di entrare, né di informarmi di quello che stava accadendo. Messomi subito in contatto con un penalista, ho appreso che ciò era loro consentito in base a una legge Martelli.

Il mio vicino di villetta a Castelvetro ha a suo tempo costruito in posizione sopraelevata di oltre tre metri rispetto al livello del mio cortile. Tuttavia il muro di cinta e di contenimento del terrapieno fino al livello del suo appezzamento è stato interamente costruito e pagato dal mio predecessore, in flagrante contrasto con il disposto di legge in materia. Il vicino sale e scende con le sue macchine nel tratto di terreno in pendenza che corre in alto lungo il muro di confine, dalla sua parte bassissimo, e si ostina a non pavimentare il sentiero, fangoso in inverno, polveroso in estate. Nella cattiva stagione le gomme alzano schizzi di melma che infangano il mio cortile e nella buona alzano nuvoloni di polvere, senza parlare dei disagi da rumore e, la notte, da fasci di luce al nostro primo piano. Ma in Italia non vi è barba d’autorità che possa costringere un proprietario di villetta così molesto ad osservare il codice civile e l’elementare diritto altrui a vivere in pace a casa sua.

Negli anni Ottanta avevo incautamente affidato alcune decine di milioni di lire al fratello di un amico docente universitario, che speculava in Borsa. Era l’epoca di un boom in Borsa, o piuttosto erano gli ultimi mesi di quell’epoca. A garanzia avevo assegni firmati, non datati. Tanto dire carta straccia: né presentandomi in Banca con quelle promesse di pagamento, né rivolgendomi a un avvocato, ho mai potuto recuperare la benché minima lira. All’avvocato, quando mi presentavo nel suo studio, scappava da ridere.

Ultimamente una delle mie due figlie, che si era sposata con un proletario siciliano, è stata abbandonata in piena seconda gravidanza e a pochi mesi dal parto. Il marito non solo la ha lasciata esimendosi in toto dal pagare gli alimenti, ma addirittura le ha accollato una serie di debiti a tradimento, facendosi copiosamente multare alla guida della macchina a lei intestata ed emettendo assegni non coperti con imitazione della firma della moglie. Risultato: la giovane donna si è trovata da un giorno all’altro a doversi reinventare una vita da sola e con due figli piccoli, a doversi anche trovare un lavoro, ma intanto a dover affrontare le richieste di pagamenti e il protesto conseguito all’emissione non coperta. Non pagare le multe è stato relativamente facile, ma la lotta procedurale per uscire dal protesto è stata un’odissea. Al di sopra di tutto ciò, di tutti questi guai cui si tenta di porre gradatamente rimedio tra mille difficoltà materiali e psicologiche, viene ad esplicarsi l’azione del Tribunale dei minori coadiuvato da un’assistente sociale. Ebbene, si pensa forse che queste autorità pubbliche si adopereranno per lenire, rimarginare il vulnus familiare cagionato dal drammatico strappo, per aiutare la madre a recuperare un suo equilibrio ed assicurare la migliore condizione di vita possibile per i figli? Niente affatto. Il Tribunale segue solo suoi orientamenti di massima astratti, non si preoccupa più di tanto di accertare la verità e ancora meno di tutelare la madre vittima di un abbandono di fatto e finanziario, la destabilizza con minacce velate di sottrazione dei piccoli e con pressioni miranti a un ricongiungimento non solo impossibile, ma, viste le premesse, francamente inauspicabile.   

 

 

 

Libertà (il lupo perde il pelo, ma non il vizio) – giugno 2001

 

Invocare, sbandierare il valore della libertà, si giustifica a fronte di una minaccia di gestione autoritaria dello Stato che tolga spazi di scelta al cittadino. Il valore della o delle libertà dev’essere proclamato in opposizione al fascismo, al nazismo, al comunismo marxista. In Italia abbiamo avuto consecutivamente nel secolo XX due grandi poli politici e culturali antindividualisti ed antilibertari: quello fascista, che ha imperato per un ventennio, e quello comunista che, pur senza riuscire a prendere ufficialmente il potere supremo, si è considerevolmente rafforzato durante oltre un trentennio, conquistando posizioni strategiche (sindacati, editoria, amministrazioni locali, presidenza della Camera, rete televisiva) e imponendo alla Democrazia Cristiana, anche nella falsa prospettiva di un imminente sorpasso, un patto di gestione in condominio del paese.

Se oggi ha ancora un senso in Italia appellarsi alla libertà o aggregarsi attorno al simbolo della libertà, è a causa del cospicuo, massiccio residuo di abitudini mentali da Comintern nella Sinistra, che si è convertita a parole alla democrazia e al libero mercato (DS), ma che continua a covare e nutrire in sostanza ambizioni egemoniche e a intendere la politica in chiave autoritaristica. Questa Sinistra concepisce la scuola come crogiolo unico e obbligato della cittadinanza socialista, l’informazione televisiva e la cultura come propaganda.

A prescindere dalle costanti pressioni e minacce che sono il quadro concreto della nostra vita, se potessimo mai da esse prescindere nel senso che i socialisti italiani si fossero effettivamente ravveduti e convertiti alla democrazia e badassero a maturare i loro legittimi programmi nell’ottica dell’alternanza, desistendo dalle intimidazioni, dall’organizzazione sistematica dell’agitazione sociale, dalla diffusione sistematica di insinuazioni e notizie fasulle o distorte, dalle iniziative addirittura giudiziarie a senso unico e miranti quanto meno a destabilizzare l’avversario, insomma dalla lotta extrapolitica e sleale, verrebbe a porsi il problema vero della libertà. E allora potremmo scoprire che il concetto è assai complesso, è stato variamente inteso e può dar adito a orientamenti molteplici, che non tutti, per quanto mi riguarda, sarei disposto a sottoscrivere.

Anzitutto si può osservare che il principio della libertà è uno dei tre che compongono la parola d’ordine della Rivoluzione francese. Frattanto quello dell’eguaglianza è stato svalutato e quello della fratellanza non appare più come un’istanza politica. La stessa valenza positiva della Rivoluzione francese, assioma della vita politica per oltre un secolo, oggi è posta in dubbio in varia misura e sotto vari profili.

Dal termine «libertà» sono derivati: libertinismo o libertinaggio, liberalismo, liberismo, libertarismo. Denominazioni di altrettanti orientamenti e movimenti filosofico-culturali, politici ed economici moderni, ben distinti tra loro.

Il libertinismo o libertinaggio è un’opzione filosofica e letteraria che si afferma originariamente in Francia nel Sei, poi nel Settecento in maniera strisciante e recondita: sostanzialmente contesta i dogmi religiosi e il conformismo etico, in particolare nella sfera sessuale. È apparentato allo scetticismo e dedito alla ricerca scientifica. In genere si ritiene abbia contribuito a preparare la Rivoluzione francese.

Il liberalismo è una dottrina politica che, opposta al conservatorismo reazionario ma d’altra parte avversa anche al socialismo, si sviluppa principalmente in Inghilterra nel Sette e nell’Ottocento. Nell’Ottocento, sono stati i liberali piemontesi a fare l’Italia. Il liberalismo è un’opzione politica di destra, nel senso che si vuole rispettosa delle tradizioni, fautrice dell’ordine; nel contempo propugna un modello di società aperto, senza preclusioni, prevaricazioni, in cui tutti possano esprimersi, prendere iniziative ed espletare le loro attività. A un liberale molto vituperato, Giolitti, si deve l’introduzione in Italia, nel 1912, del suffragio universale.

Il liberismo è una dottrina economica imperniata sul principio del libero mercato. Esso sostiene che, per un funzionamento ottimale dell’economia e quindi per lo sviluppo e il progresso di un paese, è indispensabile salvaguardare la libertà della vita economica e degli scambi di beni. Lo Stato non deve intervenire nel libero esplicarsi delle attività economiche. Il liberismo si oppone al dirigismo e alla pianificazione economica.

Cos’è, infine, il libertarismo? È l’orientamento che fa dell’individuo singolo il massimo valore, che attribuisce all’individuo un’assoluta sovranità. Pertanto «libertarismo» è pressoché sinonimo di «anarchia».

 

 

 

Libertà, dignità – 11.06.01

 

In realtà non è tanto la libertà di per sé che mi sta a cuore quanto la dignità dell’individuo, quasi direi la sua sovranità, il suo diritto naturale ad essere se stesso.

Questa dignità implica alcune libertà. Anzitutto implicherebbe un’indipendenza di fondo, un’almeno relativa possibilità di sottrarsi a condizionamenti posti in atto sia da altri individui o gruppi di individui, sia dalla società organizzata nel suo complesso.

Considerando le cose da questa angolatura, io, pur essendo vissuto nel mondo occidentale cosiddetto democratico in un lungo periodo non turbato da eventi catastrofici quali le guerre, non ritengo di avere fruito di spazi di libertà ampi, né sufficienti.

Il corso – travagliato – della mia vita, nonostante la mia natura ribelle, è stato determinato non da mie scelte, né da mie iniziative creative, bensì da esigenze e pressioni esterne a cominciare dall’inquadramento in un mondo del lavoro predeterminato cui non si può non sottostare, dato il bisogno ineludibile di guadagnare, in particolare per mantenere una famiglia.

 

 

 

Le tre anime e tradizioni della Sinistra – s.d.

 

Vi sono tre anime, tradizioni o grandi scuole della Sinistra, distinte e non di rado in contrasto, per non dire in conflitto aperto, tra di loro. Si tratta delle anime o tradizioni:

. anarchico-utopista,

. giacobina,

. socialdemocratica.

La prima sogna un mondo da cui siano banditi l’ordine e l’autorità, ogni rapporto gerarchico, ogni costrizione. Giudica abusive le limitazioni di qualsiasi tipo poste alla libertà individuale e considera impostori e sfruttatori in genere tutti coloro che, a titolo principale o secondario, detengono una posizione di comando, in sede privata o pubblica.

Vi è una versione bonaria e pacifista dell’opzione anarcoide. E vi è un’anarchia violenta che si è espressa nell’Otto e Novecento con attentati alla vita di monarchi e affini.

La seconda persegue la dittatura del proletariato e opera tramite la rivoluzione. È intransigente e sorda a qualsiasi considerazione umana. Crede ciecamente nella scienza e nel progresso. La sua dottrina politico-economica è imposta agli adepti come un vangelo.

L’esperienza ha dimostrato che, dopo aver eliminato fisicamente schiere di oppositori, poi di rivoluzionari più moderati o dissenzienti, approda di fatto ad un totalitarismo guidato da un gruppo ristretto di arrivisti e a una paralisi della vita pubblica come dell’economia.

La terza è organica al sistema democratico e dell’alternanza al potere. Nell’ambito di detto sistema privilegia l’aspirazione alla giustizia sociale. In genere è sconfessata dalle altre due Sinistre e da esse considerata come una Destra alternativa, di poco più umana delle Destre classiche conservatrici e di quelle cosiddette rivoluzionarie. Insomma, si potrebbe definire per certi versi una semplice Sinistra della Destra.

 

 

 

La Destra, la Sinistra e la cultura – 11.06.01

 

La cultura è di destra o di sinistra? In Italia, dal dopoguerra in poi, sembra che il campo della cultura sia stato accaparrato dalle sinistre e alcuni ambienti di destra ostentano una dichiarata ostilità o per lo meno estraneità nei confronti delle preoccupazioni culturali.

Una prima osservazione da fare, per chiarirsi le idee, è che «cultura» è un termine generico e che, presa senza specifiche, la cultura è un gran calderone in cui può coesistere quasi tutto e il contrario di tutto.

La cultura come fantasia, ricreazione, può essere di sinistra. Inoltre le sinistre si avvalgono tradizionalmente di ampie campagne di propaganda e acculturazione, da intendere come formazione e condizionamento delle mentalità. Così le sinistre da sempre si sforzano di controllare e monopolizzare l’insegnamento, le scuole, se possibile anche gli istituti universitari, come pure i mezzi di comunicazione e informazione (televisione, stampa, editoria). All’origine, ciò si spiega con il fatto che le sinistre si rivolgono, o piuttosto si rivolgevano, principalmente alle masse, largamente analfabete o poco preparate. La vocazione all’educazione era implicita.

Possono essere di sinistra la cosiddetta musica dei giovani, lo sport-spettacolo, certa divulgazione.

La cultura come studio, approfondimento, documentazione e riflessione, ricerca, è invece per sua natura elitaria e di destra.    

La sinistra, in varie sue fasi ed emergenze rivoluzionarie, ha voluto annientare la cultura così intesa. Ed ha proceduto all’eliminazione anche fisica e generalizzata dei suoi rappresentanti come pericolosi agenti e testimoni del mondo antico. La sinistra utopista e più impegnata ha sognato la dittatura del proletariato, ha progettato la ristrutturazione del mondo in chiave socialista a partire da una tabula rasa, dalla soppressione in toto del retaggio del passato. Il che significa non solo condanna indiscriminata di tutti gli istituti e le acquisizioni dei tempi passati, ma anche rifiuto e cancellazione della storia.

Una cultura di destra responsabile non può non fondarsi sulla conoscenza e il rispetto del passato e in genere di tutto ciò che è. Essa non propaganda dottrine aprioristiche, ma anzitutto indaga la realtà.

C’è anche una destra rivoluzionaria e negatrice dei valori del passato e, in genere, dei valori umani? Certamente c’è: è la destra fascista, che, dal punto di vista della cultura, va posta sullo stesso identico piano della sinistra comunista. Sono due estremismi contrapposti ma assolutamente simili e che approdano agli stessi risultati esiziali.

 

 

 

Globalizzazione e «popolo di Seattle» – luglio 2001

 

Scopro in una «Settimana enigmistica» la seguente barzelletta illustrata: Un tale in soprabito chiaro sta in piedi davanti a una grande scrivania e, dall’altro lato, un grosso tipo accigliato in doppiopetto scuro e cravatta e fa a quest’ultimo: «Io vivo nel mio mondo. Perché, quindi, devo pagare le tasse del suo mondo?».

C’è del vero. Condivido. O piuttosto il Manfredi più profondo tende a condividere.

Unica obiezione: non è di fatto possibile vivere in condizioni di assoluta indipendenza, ossia di anarchia. O piuttosto l’eventuale anarchia sarebbe subito scaturigine di violenze reciproche, di soprusi e ingiustizie individuali, anche perché non potrebbe essere garantita da alcuno.

L’ordine è necessario e il minore dei mali.

Ciò non significa che vada accettato supinamente qualsiasi tipo di ordine sociale. C’è ordine e ordine. Quello da me auspicato lascerebbe il massimo spazio di sovranità possibile all’individuo e alle associazioni o organizzazioni private di ogni genere.

Siamo invece in un mondo marcatamente socializzato e che tende a divenirlo sempre più. Intendo dire che i condizionamenti cui è sottoposto l’individuo sono sempre più forti. Inoltre siamo in un mondo ipocrita che finge di essere ciò che non è. La parola d’ordine è: «democrazia». Ma ciò significa semplicemente che vogliono farti sottoscrivere le formule di organizzazione sociale inventate e gestite da minoranze al potere come se tu ne fossi uno dei promotori. Ti vogliono far credere che conti o puoi contare, ti vogliono far dire che sei fondamentalmente dei loro. Vogliono che tu partecipi, che stia al gioco, che avalli il loro ordine sociale. Ti rendono cittadino della Repubblica italiana, fino a ieri arruolabile nell’esercito nazionale d’ufficio, soggetto passivo del fisco, senza mai chiederti in merito il tuo parere o un qualsiasi benestare: e poi si parla risibilmente di privacy. Ti fanno, non studiare, ma frequentare per lunghi anni le scuole (dell’obbligo) affinché tu venga grosso modo formato, affinché tu assimili soprattutto i principi basilari di una mentalità standard e ti socializzi. Quando poi viene l’età in cui devi guadagnarti la vita, te la vedrai da solo. La società, quindi, oltre a crearti questa esigenza pressante di guadagnare un salario, ti lascia poi assolutamente solo in tema di orientamento e di ricerca di una sistemazione: qui, tutto ad un tratto, subentra la libertà personale. Risultato: tassi notevoli di disoccupazione ed emarginazione.

Non vedo come si possa essere tanto sordi e ciechi da non capire che ampie frange della gioventù più sveglia e agguerrita vogliano non stare al gioco; che è un gioco, sostanzialmente, truccato.

La democrazia dei paesi che pomposamente si autodefiniscono «democratici» non è potere del popolo, né tanto meno voce in capitolo del singolo cittadino. È manipolazione delle masse e occupazione abusiva del potere da parte di organizzazioni politiche dette «partiti». In questi partiti milita peraltro buon numero di cialtroni, finiti in politica per non affaticarsi in altri mestieri più impegnativi e rischiosi.

La reazione dei giovani è, di per sé, non solo perfettamente comprensibile, ma addirittura sana. E dobbiamo congratularci che i giovani siano ancora capaci di farsi sentire, che non abbiano abbassato definitivamente la testa e le braccia, subendo il destino.

 

 

 

Studi – s.d.

 

Nel settembre del 1973 sono approdato al Parlamento europeo, a Lussemburgo. La famiglia mi ha raggiunto colà nel marzo del 1974. Il lauto stipendio mi consentiva, per la prima volta nella mia vita, di prendere in considerazione e realizzare consistenti acquisti di libri e cominciai subito, tra l’altro, con il Dizionario enciclopedico della Treccani in 13 volumi. L’estate venivamo in Italia in vacanza e io ne approfittavo per nuovi acquisti e letture. È così che sul finire degli anni Settanta mi venne per le mani la Storia della città di Roma nel medio evo del Gregorovius, la cui lettura mi appassionò perché mi illustrava in uno stile limpido tutta quella fondamentale storia dell’Europa dalla fine dell’impero romano agli albori del Rinascimento che mai e poi mai mi avevano insegnato a scuola. Ebbi la sorpresa di imbattermi nei capitoli di quest’opera in diversi parenti del XIII secolo, di cui tutto ad un tratto cominciai a intuire l’interesse e l’importanza. Degli stessi parenti e di altri mi parlava anche il Federico II imperatore del Kantorowicz. E, al Parlamento, diversamente da quanto è mai potuto capitarmi in Italia, avevo incontrato qualche collega sensibile al fatto che fossi un Lanza di Trabia. Fu uno di questi colleghi, rimasto poi un collaboratore negli studi e un amico, ad illuminarmi circa il fatto che il Vasto dei marchesi da cui discendono i Lanza era situato tra Piemonte e Liguria di Ponente e nulla aveva a che fare, geograficamente parlando, con Vasto in provincia di Chieti.

Presi ad interessarmi in contemporanea di storia del medioevo e storia specifica della famiglia. Mi procurai nelle biblioteche universitarie, soprattutto di Bologna e Roma, un numero crescente di fotocopie di vecchi libri e articoli che principalmente riguardavano la fase antica, subalpina, della famiglia, tra X e XIII secolo. Visitai il Piemonte e la Liguria e divenni socio della Società di storia di Cuneo, che pubblica volumi e un importante bollettino semestrale. Mi accorsi che molte opere antiche fondamentali riguardanti la storia tanto subalpina, quanto siciliana, venivano ristampate anastaticamente dall’emerita editrice Forni di Sala Bolognese e cominciai, anche lì, ad acquistare copiosamente. Ogni opera dà sempre notizia di molte altre pubblicazioni precedenti e il bollettino di Cuneo mi informava di pubblicazioni recenti. Così veniva sempre più ampliandosi la mia documentazione e la mia conoscenza personale di queste materie.

Nuove letture particolarmente stimolanti furono in questo periodo, per quanto attiene alla storia generale, J.J. Norwich, I Normanni nel sud (Mursia, 2 volumi) e G. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino (1917, riedito appunto da Forni), B. Luppi, I saraceni in Provenza, in Liguria e nelle Alpi occidentali (1952, poi 1973, appartenente al circuito delle pubblicazioni umanistico-scientifiche liguri). Con riferimento alla famiglia antica scoprivo e mi procuravo soprattutto, riediti da Forni, i 3 volumi dei Monumenta Aquensia del Moriondo e, in fotocopia integrale, C. Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia; G. Manuel di San Giovanni, I marchesi del Vasto; Anonimo, Dei Lancia di Brolo; oltre a numerosi articoli.

Impostavo man mano, senza alcuna pretesa di comporre opere un giorno da pubblicare ma per mere necessità di coerenza e approfondimento nello studio, strumenti di lavoro basilari: a partire da una Cronotassi generale personale e a seguire con una Bibliografia aleramica e un Regesto aleramico, cui facevano da contorno altri repertori minori.

Alla fase della redazione di articoli da pubblicare giunsi solo con il rientro in pensione in Italia e, in primis, grazie alla disponibilità della Deputazione di Storia Patria di Modena ad ospitare miei contributi, peraltro su argomenti estranei all’ambito sopra delineato, sul suo bollettino di Atti e Memorie. Da qui la pubblicazione poi, a Vignola, di un volume. Quindi, e soprattutto, la ricerca di altri sbocchi editoriali che mi consentissero di occuparmi ufficialmente dei temi che, da vent’anni, più mi stavano a cuore.

 

 

 

Dio è relazione : lettera a un amico – luglio 2001

 

Tempo fa ho seguito un dibattito televisivo tra un sacerdote teologo e un professore universitario ateo sul tema dell’«esistenza di Dio». Al teologo è stato chiesto di illustrare le 5 prove dell’esistenza di Dio secondo san Tommaso d’Aquino. Ma egli stesso non sembrava troppo convinto della solidità e importanza di tali prove e sottolineava che, in ultima analisi, anche san Tommaso si richiamava principalmente alla fede. L’intellettuale ateo non solo negava qualsiasi rilevanza alle cosiddette prove dell’Aquinate, ma anche poneva in evidenza una principalissima difficoltà filosofica della fede in un Dio unico, onnipotente e perfettamente buono, già sollevata – a suo dire – dal mondo antico: se Dio è onnipotente e buono, come si spiega l’esistenza del male, e non solo del male morale commesso dall’uomo, ma a monte anche di quello insito nel funzionamento elementare della natura (malattie, calamità naturali, ecc.)? L’esistenza del male ci costringe ad ammettere che Dio o non è onnipotente, o non è perfettamente buono. Il che distrugge il concetto stesso di Dio.

Il teologo si prodigava in contorcimenti astuti e mielosi, più per sottrarsi alla stringente requisitoria dell’interlocutore che per opporgli con convinzione un qualche valido argomento. Si stringeva nelle spalle, spremeva sorrisi ammiccanti, si arrampicava sugli specchi.

Il filosofo ateo si diceva persuaso che la fede religiosa, priva di qualsiasi base scientifica, scaturisse da sentimenti quali la paura della morte, l’irrefrenabile bisogno di immaginarsi immortali, insomma una reazione di autodifesa, un bisogno di autosoddisfazione. Sosteneva che l’uomo può trovare il coraggio di guardare la realtà in faccia, accontentandosi della sua condizione di essere limitato ed effimero. Sosteneva – sottolineerei soprattutto – che una società si può costruire su presupposti etici senza ricorrere ad alibi metafisici.

Ovviamente, nel vivo della controversia, non potevo non parteggiare per il secondo personaggio, al quale certamente mi sentivo più affine quanto a sensibilità e cultura. L’impaccio del prete, la sua inadeguatezza, la sua appartenenza ad un mondo da lungo tempo sconfitto e superato erano evidenti.

Ma, a riflettere meglio, sarebbe stata possibile da parte del perdente una controffensiva, che a sua volta avrebbe dovuto muovere dalla peraltro unica arrischiata affermazione del professore laico.

Infatti, come stabilire su una base meramente razionale un sistema di valori morali universalmente condivisibili, sufficiente a reggere il peso di un’intera consociazione umana? Siamo sicuri che i presunti valori così proclamati non saranno in realtà valori convenzionali, borghesi, di parte, e non verranno diffusamente contestati, quindi minacciati e sovvertiti da ampie fasce di emarginati? Siamo cioè proprio sicuri di poter esprimere, spremere dal più neutro nulla, autentici princìpi, linee guida di comportamento valide in assoluto e per l’intera umanità? Io temo che, aboliti Dio e gli imperativi trascendenti, il confine tra bene e male diverrà tenue, labile e – di fatto – indefinibile. Ciascuno lo vorrà ridisegnare a suo modo e non mancheranno neppure gli abolizionisti più o meno radicali.

D’altro canto – e qui la riflessione si approfondisce ed inizia un cammino a ritroso mentre affrontiamo il nocciolo del problema – data un’impostazione, una visione delle cose senza preconcetti e meramente razionale, cosa spiega che la realtà osservabile dell’esistenza non sia del tutto sbriciolata, insensata, ossia costituita da elementi non correlati tra loro? Come valutare, interpretare, quali indicazioni ricavare dalla constatazione di una fitta interrelazione e costante interazione tra gli elementi costitutivi della realtà a tutti i livelli? Perché esistono relazioni di causa ed effetto, perché vi sono costanti decifrabili e codificabili nei processi del divenire, perché i regni vegetale e animale sono strenuamente finalizzati alla riproduzione?

Perché, insomma, l’esistenza è tanto solidamente ed intimamente strutturata, perché è pervasa da una logica, perché l’uomo stesso è dotato di facoltà razionali che consentono di rintracciare i meccanismi di quella stessa logica inerente alle cose?

La scienza non si deve porre queste domande che, in certo senso, le stanno a monte? Deve accontentarsi di muoversi nei campi che ha di fronte a sé, senza volgere lo sguardo indietro? Però non dovrebbe poter ignorare che, né più né meno che nei tempi antichi, lo spazio delle questioni più fondamentali le rimane appunto alle spalle. Il fatto che essa non sia abilitata ad occuparsi di problemi di questo tipo non significa che i problemi non sussistano o siano di rilievo trascurabile. La scienza dovrebbe accontentarsi di occuparsi di ciò che le compete, senza pretendere di sostituirsi ad altre modalità conoscitive quali possono essere le arti e l’impegno religioso e senza, soprattutto, negare a dette modalità dignità e diritto ad esplicarsi secondo schemi propri.

Se la realtà fosse disaggregata, un caos senza capo né coda, e non un sistema ordinato, non vi sarebbe neppure razionalità, né ragione, e nessuno potrebbe porsi il problema dell’«esistenza» di Dio. 

D’altro canto, l’ordine, l’interrelatività di cui è intessuta la natura è una più che sufficiente, tautologica dimostrazione di se stessa. L’homo rationalis apre gli occhi per osservare e si trova di fronte ad uno scandaloso miracolo di cui fa egli stesso parte: un’esistenza minuziosamente ordinata. Sul piano etico lo stupore di appartenere a questo mistero di un universo ordinato ha conseguenze per così dire obbligate e immediate. Anzitutto, direi, un’attonita quanto grata meditazione del mistero stesso. In secondo luogo, e su un piano più attivo e più pratico, lo sforzo di non mai stonare, di aderire all’ordine intimo che impronta la propria persona e l’universo. 

*     *     *

 Se facciamo tabula rasa di tutte le tradizioni e ci poniamo di fronte all’esistenza con atteggiamento razionale, la prima constatazione che ci deve colpire e far riflettere è che l’esistenza stessa si presenta come un sistema ordinato di elementi correlati.

Perché l’esistenza non è un caos assoluto di elementi disomogenei, disparati? Perché noi stessi siamo dotati di facoltà intellettive basate su una razionalità che corrisponde a quella in atto nei processi della natura? Un approccio razionale freddo non può non essere travolto dalla sbalorditiva constatazione dell’ordine che informa la realtà.

E questo, a mio avviso, era il senso delle 5 prove dell’esistenza di Dio a partire da quella del mondo proposte da Tommaso d’Aquino: ex motu, ex causa, ex contingentia, ex gradu, ex fine. La chiave concettuale, come ha evidenziato Lanza del Vasto, è quella della relazione. Se tra le cose vi è relazione (funzionale, causale, finale o quant’altro), questa stessa relazione è la dimostrazione che un punto di vista esclusivamente scientifico è del tutto insufficiente a render conto della realtà, la stupefacente dimostrazione dell’esistenza di un ambito preliminare ad ogni possibile ricerca analitica, se vogliamo la prova dell’«esistenza» di Dio.  

*     *     *

Dio non necessita di una dimostrazione separata della sua «esistenza». Egli è la stessa coesione e interrelazionalità dell’esistenza quale la possiamo osservare, sperimentare e conoscere. Il principio in base al quale non lui, ma le cose esistono o sembrano esistere in un gioco o sistema di fitte correlazioni. Dio è l’altra faccia della medaglia esistenza. E una faccia, la sola che vedo, presuppone l’altra che non vedo.

Dio è implicito nella realtà dato che e nella misura in cui questa è coesa e strutturata.

 

 

 

Dio è relazione : 2a meditazione – luglio 2001

 

Sbagliato ritenere che si debba definire Dio prima di dimostrarne l’esistenza. Non si può descrivere e definire che ciò la cui esistenza sia stata preventivamente e positivamente accertata. Il procedere all’incontrario, e cioè prima definire qualcosa e poi pretendere di dimostrarne l’esistenza, configura una petizione di principio e scopre il nostro gioco di falsari. In questo modo noi vogliamo semplicemente far credere che esista oggettivamente qualcosa che ci siamo invece andati immaginando, vuoi oniricamente e senza costrutto, vuoi perseguendo fini interessati.

Nulla di ciò che è reale è prefigurabile. Scopriamo che una cosa è reale e ne prendiamo atto come di cosa sui generis, di cui non sapevamo, né potevamo intuire nulla prima della scoperta. D’altronde, però, la scoperta ci vincola a prenderne atto per quanto ciò turbi gli schemi da noi precedentemente tracciati, i nostri preconcetti, la nostra pace intellettuale. Sembrerebbe un’ovvietà, e invece c’è sempre in noi e attorno a noi una forte resistenza ad assimilare dati che ci costringano a modifiche e magari capovolgimenti del sistema concettuale costituito. Quando Galileo pubblicò di avere osservato non so più quali nuove stelle o pianeti e le macchie solari che contraddicevano la dottrina aristotelica e le interpretazioni bibliche correnti, fu convocato a Roma presso il Sant’Uffizio che gli intimò di ritrattare le valutazioni che ne conseguivano sul piano del funzionamento della sfera celeste, in quanto contrarie ad una presunta «verità rivelata».

*     *     *

Altra considerazione.

Ragionando di teologia, non si può procedere chiacchierando, né si può andare lontano rimanendo aggrappati alle nostre solite convinzioni, ai nostri tic intellettuali, alla nostra personalità di facciata. Non è come una conversazione da salotto, né come uno scambio di piacevolezze tra eruditi. È come entrare in un tempio, in silenzio e scalzi. Dobbiamo poterci disfare di parecchia zavorra se vogliamo acquistare l’udito e la vista teologali. Dobbiamo deporre fuori dal portale il guscio delle idee «originali» che ci servono ordinariamente da scudo e scaricare tutta una cultura d’accatto che fascia, ottundendoli, i nostri sensori più sottili.

Perché, se ti parlo, mi senti? Perché abbiamo diversi ingredienti e organi minuziosamente messi a punto che ci consentono di vivere quali individui? Perché il mondo fisico è retto da leggi rintracciabili? Perché l’universo è organico?

Perché la realtà non è frammentaria, frantumata, incoerente e costituita da elementi a sé stanti del tutto eterogenei?

L’ordine – constatabile e constatato – a tutti i livelli del reale impone e da solo implica il concetto di Dio. L’ateo è semplicemente uno che non ci vede e non ci sente, un insensibile, uno stordito, un distratto, incapace di stupirsi e magari di commuoversi del fatto assurdo, sconvolgente, dell’esistenza.

Il Dio così, in certo senso, «dimostrato», o piuttosto il Dio implicito di cui stiamo parlando è un Dio troppo freddo, qualcosa come una formula matematica, assai deludente rispetto alle aspettative della gran folla che aspira a credere in un padreterno misericordioso?

È certamente il Dio in cui hanno creduto Pitagora e Platone, il cantore eccelso de «L’Amor che muove il sole e l’altre stelle» e i maestri comacini, Luca Pacioli e diversi nostri sommi artisti rinascimentali, o più in genere, ad esempio, i massoni. Ed è il solo Dio dimostrabile razionalmente. Che poi lo stesso non sia in verità tanto scarno e possa avere altre caratteristiche, magari più umane, ce lo diranno semmai le rivelazioni; o potrebbe essere sperimentalmente dimostrato da apparizioni e miracoli, posto che le apparizioni e i miracoli siano da considerarsi attendibili.

Lanza del Vasto aveva pienamente accettato il messaggio della rivelazione cristiana, credeva nelle apparizioni e nei miracoli e, pertanto, come Tommaso d’Aquino e – presumibilmente – Dante, credeva in un Dio personale che si cela dietro il cielo. Pensava però che quella razionale di cui si è detto sopra fosse comunque la visione, la chiave più universale, una sorta di zoccolo duro incontestabile e irrinunciabile, assolutamente comune a tutte le religioni e filosofie antiche orientate in senso spirituale.

Con un Dio siffatto è certo che il problema del male non può porsi nei termini consueti. Infatti, per lui o forse per esso, il bene e il male devono essere tutt’altra cosa rispetto a quelli che a noi appaiono tali.

Mi sembra gravemente inesatto affermare che un Dio così concepito non possa divenire fondamento di un’etica e, direi persino, di una politica. Il Dio così concepito promuove il valore dell’ordine e condanna il disordine. Promuove la costruzione e condanna la distruzione. Promuove l’anelito alla vita e condanna chi cede all’attrattiva della morte. Inoltre presiede all’armonia e all’accordo, censura la discordia. Sono principi alquanto generali, ma non equivoci, dai quali vanno poi tratte regole pratiche più specifiche. Vi si possono agevolmente ricollegare i precetti della tradizione giudaico-cristiana, se correttamente intesi, a cominciare dall’amore per il prossimo. Ma ne discendono anche tante minute norme d’immediata utilità per l’orientamento dei giovani nella nostra epoca: ad es., non drogarti, non fumare, risparmia sull’uccisione degli animali (non cacciare, modera i tuoi consumi alimentari di carni). Ecc...

Si può essere però distratti, come già accennavo sopra, e si può voler essere distratti. Chi ha orecchie per udire oda, e chi non vuole udire si foderi pure – se potrà bastargli – le orecchie di bambagia o di cotenna di maiale.

Constato che, a priori orientato a sminuire e anzi dissolvere ogni portata del proposito illustrato, a scansare l’argomento come une bonne blague o l’elucubrazione del solito mentecatto che si crede geniale, citi allusivamente nuove dottrine scientifiche – di fatto, credo, a te come a me ignote e che né tu né io siamo minimamente in grado di valutare – le quali sarebbero in linea con gli assunti di «Democrito, che il mondo a caso pone». Per le figure di Democrito ed Epicuro, anche in ragione dei miei studi giovanili sulle correnti di pensiero libertine del Sei e Settecento, nutro una viva simpatia intellettuale. Ma una cosa è capire, altra condividere.

Sempre da giovane, o soprattutto da giovane, sono stato tentato dall’arte astratta e ne ho esplorato le potenzialità di indagine ed espressive. Ma, con ritorno su me stesso, mi sono poi convertito all’adesione massima al concreto, ossia all’effimero velo di ciò che appare e che, certo, è sostanzialmente inconsistente, ma è anche il solo linguaggio autentico e indubitabile attraverso il quale il Dio matematico ci parla. Credo in ciò che vedo e nel buon senso comune come provvisorie manifestazioni del vero. Diffido delle astrazioni prodotte dalle menti umane, piatte e povere, incommensurabilmente inadeguate all’organico intreccio delle astrazioni divine che convergono nell’illusione del reale.

 

 

 

Parabola del bicchier d’acqua : 3a meditazione – agosto

 

In un grande ambiente, da un lato, c’è un tavolo e sul tavolo un bicchier d’acqua. Attorno al tavolo e anche più in là, in tutta la stanza, sono seduti personaggi su seggiole, banchetti, poltrone. Altri individui stanno in piedi ed alcuni si aggirano senza particolare mèta apparente.

Uno di quelli seduti al tavolo guarda fisso il bicchier d’acqua e, se osasse, vorrebbe allungare la mano a impadronirsene e portarlo alle labbra, perché è assetato. Alcuni suoi vicini hanno visto il bicchiere, ma non vi fanno caso in quanto loro, invece, non hanno sete o non sono amanti dell’acqua. Altri, che guardano altrove, sono assorti nei loro pensieri o intenti a conversare, non lo notano affatto. Ad altri ancora, più lontani, il bicchiere risulta nascosto dalle spalle e dai corpi degli astanti che si frappongono.

Se l’indomani venissero tutti convocati e interrogati, descriverebbero ciascuno in maniera diversa quel quarto d’ora trascorso nel locale perché erano decisamente diversi i presupposti soggettivi su cui veniva a calarsi, a innestarsi, l’esperienza di quella pausa o attesa. Pochi, nel descrivere la stanza, parleranno del bicchier d’acqua. La maggioranza, se espressamente richiesta, negherà di averlo visto e un certo numero anzi negherà perentoriamente che vi sia stato un qualsiasi bicchier d’acqua nella stanza.

Ebbene cosa cambia tutto ciò riguardo all’esistenza o meno del suddetto bicchier d’acqua? Le divergenti testimonianze, la netta prevalenza di indicazioni negative incidono in qualche modo e concorrono a configurare il grado e le modalità di realtà dello stesso? O la realtà effettiva rimane ciò che è a prescindere da ogni fluttuare di opinioni, variare di sensazioni, contrapporsi di affermazioni e negazioni?

*     *     *

Morale.

Sia dato un bicchier d’acqua su un tavolo in una stanza, ci sarà chi si accorgerà della sua presenza, chi non vi farà caso, non lo vedrà, non lo vorrà o non lo potrà vedere. Questa diversità di reazioni non sembra poter incidere sulla positività del suo esservi. Da un lato, l’esistenza del bicchier d’acqua è un fatto indipendente dal tenore delle testimonianze che potranno essere rese a suo proposito. D’altro lato la discordanza delle reazioni è anch’essa un fatto concreto, inevitabile, naturale e che deve essere accettato come tale senza turbamento.

 

 

 

Lanza del Vasto e la scelta di una vita filosofica – s.d.

Fatti non foste a viver come bruti / Ma per seguir virtute e conoscenza.

Stando a come taluno lo descrive, il mondo moderno non è tanto che non creda in Dio, ha più che altro deciso di non occuparsene. Ci può essere chi tende a pensare che non è vero affatto che il mondo sia di per sé ordinato, un complesso gioco di correlazioni, un diamante; c’è chi pensa che Iddio forse c’è, ma è comunque inaccessibile. Quindi ci si applica a organizzare l’aldiquà prescindendo da qualsiasi preoccupazione metafisica. E si imposta una società borghese, basata sui limitatissimi metri umani della ragione e della giustizia. L’ideale più elevato perseguibile in queste condizioni è quello di un generale benessere ripartito quanto più egualitariamente possibile. In questo contesto, l’individuo tende all’affermazione personale e al piacere, ma intanto passa buona parte della sua esistenza a correre in ufficio vestito di grigio, con giacca, cravatta e cartella in mano.

A Roma, in via del Corso, lo zio se la rideva a veder passare questi indaffarati personaggi, incalzati da un’immaginaria fretta, ciechi, immusoniti. Il suo nipote diciottenne aveva avuto il coraggio di accompagnarlo per le strade del centro, lui, vestito in quel modo eccentrico e con quella barba!

Ma Lanza, dal canto suo, aveva avuto sin dalla seconda gioventù il ben più impegnativo coraggio di scegliere senza equivoci né compromessi, né mezze misure, la vita filosofica; di optare, sottraendosi al giogo del benessere, per un’inaudita libertà: la libertà di credere, la libertà di preoccuparsi di ciò che veramente conta, la libertà di testimoniare l’evidente verità.

     

 

 

Pacifismo : a proposito del conflitto iracheno – s.d.

 

Tutti invocano la pace, tutti si dicono a favore della pace.

Ma di quale pace? E come intendono la pace?

Invocare la pace può essere in pratica privo di significato. Fare marce per la pace può essere strumentale.

Il mio nome di battesimo, Manfredi, significa «pace mediante la potenza». I romani, se ben ricordo, avevano proclamato la pax romana. Così gli americani sono fautori di una pax americana che in pratica sia incontrastato dominio americano nel mondo.

Gandhi, Martin Luther King, Lanza del Vasto hanno predicato la pace non violenta. La pace ottenuta o da ottenersi tramite il sacrificio, la resistenza passiva, l’assunzione su di sé delle conseguenze delle violenze degli altri. Non so se, né quanto questa via possa funzionare, ma noto che in genere si evita semplicemente di considerarla, si elude, condannandola a priori come ingenua ed illusoria. Eppure in taluni casi, sia pure particolari, è già stata sperimentata con successo.

Essa parte dal principio che, naturalmente, l’uomo è egoista e violento. Non è assolutamente vero che ama la pace, se non una pace che lo veda tranquillamente prevalere e prevaricare sul prossimo. Per un autentico esito di pace l’uomo deve controllarsi, deve superare i propri istinti primari. L’uomo dev’essere educato alla pace. E ciò non quando si profila la minaccia di un conflitto bellico, ma proprio in tempo di apparente pace. Si tratta di apprendere a controllare e dominare la naturale aggressività. E questa si manifesta di continuo nei rapporti familiari, nei rapporti di lavoro, nelle abitudini di vita, nell’alimentazione, nei sistemi di produzione e di soddisfazione tanto dei nostri bisogni quanto dei nostri capricci.

L’uomo non può essere autenticamente pacifista per semplice scelta intellettuale e virtuale. L’uomo che vuole essere pacifico deve necessariamente sottoporsi ad un tirocinio assai duro e ingrato, deve divenire egli stesso un uomo di pace, cioè un altro uomo. Infatti non si tratta, da ignoranti e sconclusionati, di imporre la pace agli altri. Ma semmai di imporla a se stessi, cominciando con il riconoscere che non siamo per nascita e carattere uomini di pace.

*     *     *

Lanza del Vasto osservava che la guerra non è mossa da briganti e assassini comuni, né da pazzi o da sbandati, ma da uomini «giusti», che si credono e dichiarano tali, in piena «legalità» e per presunti obiettivi di «giustizia». E la guerra è di gran lunga la più micidiale violenza perpetrata dall’uomo. Una violenza collettiva, organizzata e cieca che miete vittime a migliaia.

Quando due individui o due popoli si affrontano, ambedue sono persuasi di avere ragione, di essere nel giusto. E questa convinzione è la loro forza.

Togliete a un popolo la convinzione di avere ragione e non avrete più bisogno di combatterlo fisicamente. Cesserà di combattere da solo. Ma più lo attaccherete sul piano militare e più giustificherete la sua resistenza, rafforzando la sua convinzione di essere nel giusto.

*     *     *

Dicono «guerra al terrorismo» e «guerra alla guerra», ma è un alibi questo far la guerra pretendendosi amanti della pace.

In questa guerra – perché è guerra e non, come era stato inizialmente annunciato, una serie di azioni circoscritte e mirate di polizia internazionale – gli americani non sono affatto entrati in quanto costrettivi da necessità di difesa nazionale. Sul piano nazionale hanno subito un’unica ondata di attacchi terroristici suicidi nel giro di un paio d’ore. Nessuno ha dichiarato loro la guerra, né rivendicato la responsabilità organizzativa degli attentati. Gli USA hanno attribuito la paternità degli attentati a Ben Laden e al movimento islamista Al Qaeda, senza però fornirne pubblicamente le prove. Inoltre gli USA hanno attaccato militarmente l’Afghanistan, dopo avere ingiunto senza esito ai talebani che lo governavano di consegnare loro Ben Laden. Da notare che i talebani si erano dichiarati disponibili se del caso, e contro esibizione di prove, a consegnare Ben Laden ad un tribunale internazionale su paese neutro.

L’attacco militare dell’America appare pertanto privo di giustificazione formale ed è sembrato finalizzato ad abbattere il regime dei talebani più che ad impadronirsi di supposti terroristi.

Certamente il regime dei talebani non suscita simpatia e poteva essere giustificato un tentativo di destabilizzarlo. Non certo, però, muovendo guerra all’intero paese e procedendo a bombardamenti quotidiani a tappeto. Sorge il sospetto che, rovesciando i talebani, gli USA abbiano perseguito anche propri specifici interessi politici ed economici, legati tra l’altro agli approvvigionamenti di petrolio.

    

 

 

Partire, tornare, ripartireHeureux qui, comme Ulysse…») – 01.01.02

 

Partire, star via, tornare, poi ripartire.

Vedere cose diverse, altre realtà. Oppure la realtà, sempre la stessa, ma da altri punti di vista, sotto altri cieli, in altre circostanze e sotto altri profili.

Tornare a casa e riprendere la linea del discorso prevalente, riannodare le fila, proseguire gli iter, gli sforzi, i lavori già iniziati. Ma è come se fosse passato diverso tempo, come se frattanto fosse venuto meno qualcosa.

Il distacco consente di accanirsi di meno, di riprendere il respiro. Ma poi riesce difficile ricostruire nella memoria il calendario, situarsi istintivamente nel tempo.

La formula della duplice dimora e delle oscillazioni in continuo, degli spostamenti periodici di sede in sede, non l’ho inventata, né scelta. Mi è stata in pratica indicata dal destino dal momento che ero strettamente legato all’Italia nel mio intimo e, invece, costretto a trasferirmi all’estero per lavoro. Così, si stava in Lussemburgo, si è stati in Lussemburgo per oltre vent’anni, ma con il cuore in Italia e l’intenzione di rientrare non appena se ne presentasse l’occasione. Non sapevamo che la permanenza in quei posti grigi e squallidi sarebbe durata il terzo buono di una vita, ci illudevamo di potere scuotere il giogo dei condizionamenti economici sempre entro pochi mesi o pochi anni. E intanto il tempo passava. Il nostro stesso ritorno, quando è poi avvenuto, ha assunto caratteristiche avventurose, da abbandono coraggioso della nave che affondava. Ed affondava, però, solo nelle nostre coscienze, nel nostro giudizio soggettivo, nei nostri sogni. È rientrata la famiglia, ma io sono rimasto ancora arenato lassù per vari anni, e così facevo costantemente la spola, prendendo permessi, dandomi malato. L’altalena diveniva più egualitaria quanto alla ripartizione dei tempi. E finalmente, quando sono riuscito a staccarmi anche io, ad emanciparmi, d’un tratto ho avuto paura della prospettiva di una troppo intera felicità, forse per troppo larga misura solo mitica, immaginaria, e senza garanzie. Ho optato per la residenza ufficiale all’estero. Una misura prudenziale, una via di mezzo tra infatuazione poetica e senso delle realtà. E, d’altro canto, una scelta di investimento del modesto capitale messo da parte in una vita.

Come pensionato delle istituzioni europee non devo dichiarare il mio reddito da ex lavoro né in Italia, né in Francia. Esso è tassato alla fonte e, per il resto, è come se non ne beneficiassi. Ne sono oltremodo soddisfatto e compiaciuto, tuttavia ciò mi estromette – per certi versi – dalla realtà tanto italiana quanto francese. Sono un europeo, cioè per il momento, se andiamo a scavare, un diverso e un privilegiato. Mentre, dietro a questo fatto del mio peraltro in origine forzato essere europeo, che null’altro significa se non essere stato incapace di inserirmi in modo normale in un paese organizzato, essere dovuto fuggire, c’è solo strazio, sofferenza e sacrificio. C’è solo rabbia impotente e pianto.

Ho casa qui, ma il Modenese, l’Emilia, non sono il mio paese. Mi mancano gli allori, gli ulivi. Mi manca il pane di forno di qualità. Il vino, l’olio, le verdure, li trovo da acquistare e, al ristorante, ogni tanto mi diverte gustare la cucina locale raffinatissima, ricca e bieca. Ma mi mancano i cieli della Toscana e del Lazio e mi manca il sottofondo, l’accompagno di una lingua francamente scandita. Né, certo, il mio paese è Nizza, boriosamente francese.

 

 

 

Sommi maestri nella conduzione del pensiero e della vita – 03.01.02

 

Penso ai maestri. Ai padri fondatori di dottrine o realtà sociali. A coloro, insomma, che si prendono la briga di guidare spiritualmente l’umanità.

Cosa consacra, cosa giustifica una dottrina, una formula di fede, di pensiero o di organizzazione della vita del singolo e della società?

È la coerenza? La logicità? Il riscontro sperimentale? O il consenso comunque acquisito di masse umane?

Mi dico che il pensatore, quando comincia a pensare, o sia pure il profeta a profetare, dovrebbe anzitutto interrogarsi sulla bontà e le caratteristiche del suo strumento di captazione delle verità, del suo orecchio interiore. Mettiamo pure che sia Dio a parlare direttamente a queste coscienze illuminate, ma in quale stato sono gli organi di ricezione del messaggio?

Una giustificazione che sia solo a posteriori, basata su verifiche, non può mai apparire sufficientemente affidabile a chi rifletta. Infatti una verifica può essere in prosieguo contraddetta e vanificata da altra verifica più accurata, di cui ignoriamo quando, da chi e in quali condizioni potrà essere effettuata.

Quindi il legislatore è persuaso a priori della perfetta rispondenza al vero del suo lascito all’umanità.

Non tiene conto dei condizionamenti, delle distorsioni, delle molte limitazioni, ma anche degli sbilanciamenti che subisce l’uomo, non solo nel fisico ma ancor più nella psiche, per il fatto stesso di essere parte del creato. Essendo creatura ed essendo uomo, come potrà comunque afferrare al volo tale e quale il senso della voce di Dio?

Dinanzi ad un insegnamento, ad una predicazione che non ammette riserve o contestazioni, il laico farà bene a chiedersi non solo se fili, se costituisca un tutto organico ben congegnato e pertanto sia razionalmente accettabile, ma anche se non si risenta di stati o complessi psicologici particolari, se non lasci trapelare, ad esempio, sadismo, masochismo, misoginia, e altri consimili o affini vizi patologici della sfera mentale. 

Certo, sotto questa angolatura, sono subito condivisibili e meritano premio gli indirizzi di quelle scuole che non affermano alcunché, ma invitano soltanto alla pazienza e all’assiduo esercizio, nella pia attesa di soluzioni che certamente non saremo noi a poter dare al creato.

 

 

 

Lanza del Vasto (2) – gennaio 2002

 

La domenica 13 di questo mese eravamo, con mia moglie, alla Borie Noble e alla Fleyssière. Abbiamo parlato piuttosto a lungo e liberamente con Line, detta «la Caille», e con Jean-Baptiste e Jeannine Libouban.

Le comunità dell’Arca sono entrate in una fase di crisi, di riflessione sugli statuti e di trasformazione. Il regime comunitario lanziano rischia di venire forse totalmente abbandonato nel giro di pochi anni. I discepoli vogliono tornare nel «mondo», rimanendo fedeli unicamente ad un’ispirazione lanziana o lanzesca. In altri termini il lanzismo si annacquerà e mimetizzerà, trasformandosi in mero movimento culturale di scarsa incidenza concreta.

Durante questo nuovo brevissimo soggiorno, rifletto al carattere intellettualistico e angelista dell’Arca. L’Arca è fuori dal «mondo» perché è una società di eccentrici sognatori.

Ristrette società di sognatori possono formarsi e sussistere in ambiti civili in sufficiente misura liberali. Vivono e si evolvono a latere e non richiamano su di loro l’attenzione se non impostando anche azioni esterne volte a condizionare la vita pubblica.

I consessi civili hanno bisogno di tali nuclei sociali alieni o ne ricavano qualche utilità? In linea di massima non dovrebbero esserne più di tanto scalfiti e, non si sa mai, in essi possono fermentare idee nuove e vincenti. Non serve e non è opportuno vietarne o ostacolarne la spontanea germinazione.

Cos’è un intellettuale? È uno che vuole pensare da sé, che non accetta i condizionamenti della scuola, dei mass media, del consesso civile. È un indipendente e riflette autonomamente su quanto avviene nel mondo e sulle linee politiche, amministrative, culturali seguite dai governi. Talvolta è anche uno che, consapevole e fiero delle proprie prerogative, si atteggia a maestro di vita o profeta.

Ma un intellettuale è anche un originale, un uomo solo e un uomo sensibile a questioni di principio più che a esigenze e realtà della vita materiale. Le specifiche doti mentali non lo difendono dal particolarismo, dal rischio di unilateralità delle proprie valutazioni.

Pertanto, la visione del mondo dell’intellettuale maestro di vita rischia in ampia misura di essere una visione parziale, squilibrata e imperfetta e, se assolutizzata, deteriore o addirittura fatale agli adepti.

Il particolare intellettualismo che impronta l’Arca è decisamente accattivante per le sue dimensioni da un lato naturista, dall’altro angelista. Siamo in un mondo che sta spingendo oltre ogni limite di prudenza il sovvertimento della natura, e l’Arca parte da un ritorno alla nuda natura. Siamo in un mondo in cui sempre più necessarie appaiono la scaltrezza e la cattiveria, e l’Arca invita al recupero dell’ingenuità religiosa a livello di organizzazione della vita.

La sopravvivenza, o piuttosto un’eventuale futura rifondazione dell’Arca, dipende – a mio parere – dalla soluzione corretta di un solo dilemma: l’intellettuale, eccentrico, bizzarro Lanza ha intuito giusto nel suo pessimismo sulle sorti della civiltà a breve scadenza? Se sì, quando l’imminenza di un generale sfascio si sarà fatta sufficientemente evidente per una larga maggioranza, alcuni si ricrederanno, si pentiranno, tenteranno di muoversi a ritroso e beninteso si appiglieranno alle formule varate per tempo da illuminati precursori.

 

 

 

Esperienza comunitaria – s.d.

 

Un’esperienza comunitaria o anche di semplice associazione meriterebbe ai nostri giorni di essere tentata anzitutto – come già pensavo in gioventù – per offrire una prospettiva ai giovani, per educare i singoli ad un’identità, all’indipendenza di pensiero e magari ad un’ampia autonomia di vita.

Si tratterebbe di costruire in potenza un modello sociale alternativo rispetto a quello gestito dagli Stati. E l’iniziativa muoverebbe dall’insoddisfazione e dalla sfiducia o dal desiderio e bisogno di riferirsi a valori più affidabili. Ma non ci si può né deve nascondere che un’iniziativa del genere comporterebbe infinite difficoltà di varia natura e numerosi rischi e pericoli.

Si potrebbe, in questa linea, cominciare da poco, quasi solo da se stessi o da un gruppo di persone molto ristretto.

Quali sarebbero i punti d’appoggio rilevanti per lanciare un’azione del genere? Non necessariamente gli stessi per chiunque così si orienti, ma, per me, sarei propenso a ridurli al minimo per maggiore sicurezza e per non determinare a priori preclusioni. È indubbio che per la maggior parte delle persone attratte da esperienze di questo tipo conta in maniera cospicua la religione: fede e riti. Lanza del Vasto si è ampiamente appoggiato alla religione cristiana, pur in uno spirito di leale apertura e di ascolto delle altre tradizioni, nella creazione e gestione delle comuni dell’Arca.

Per me, sarei dell’idea di tenere le confessioni religiose al di fuori della piattaforma minima in questione. Vedrei come principi di partenza, certamente, la vita semplice, un’alimentazione il più naturale possibile e povera di carni, un programma eventuale di esercizi spirituali basati su posizioni corporali e controllo del respiro, l’apprendimento e la pratica di lavori manuali, attività esterne (eventualmente retribuite) di utilità sociale, lo studio e la riflessione.

Insomma, cosa proporremmo agli altri e a noi stessi? La semplicità, la massima naturalezza possibile, la salute fisica e mentale, la riflessione.

Uno dei problemi di fondo è come perseguire scopi positivi e giusti senza includerne altri, discutibili o negativi. Come fare, per noi stessi e per gli altri, il bene senza coinvolgere in esso il male.

 

 

 

Comuni – sabato 26.01.02

 

Rifletto sull’argomento delle comuni o comunità di vita.

Domenica 13 eravamo, con Mieke, a La Borie Noble, dove c’è stato spiegato come le comuni dello zio attraversino una fase di crisi che potrebbe concludersi con il loro scioglimento, se non altro fattuale. D., da Napoli, mi fa sapere che lui invece pensa all’eventuale fondazione di una comune con sede nella casa natale di Lanza del Vasto a Specchia di Mare (presso San Vito dei Normanni di Brindisi), qualora questa venisse acquistata da gruppi di pacifisti e associazioni caritative italiane.

Sottrarmi ai condizionamenti e alle coercizioni poste in atto dai vari poteri sociali nei confronti dei cittadini è certamente una mia aspirazione da sempre: la libertà, l’indipendenza. L’individuo solo o solitario, in quanto tale, può quasi esclusivamente tentare di defilarsi in questo senso; cioè fare di tutto per vivere per conto suo, lontano dalle luci della ribalta. Non riuscirà a schivare la presa dello Stato al 100%, forse dovrà fare il servizio militare, poi dovrà soprattutto in una certa misura inserirsi nel mondo ufficiale del lavoro. Però potrà salvaguardare un margine di autonomia più o meno rilevante a seconda della sua abilità e della sua fortuna.

Unire uomini di buona volontà per contrastare lo strapotere degli Stati è stata un’iniziativa portata avanti con coerenza da Lanza del Vasto. Prima di tutto rinunciando a molti beni e comodità veri o fasulli per acquistare i quali l’uomo si trova costretto a svolgere attività dipendenti. Producendo da sé l’indispensabile e di questo accontentandosi. Poi praticando quotidianamente esercizi vari che potenzino le nostre capacità di resistenza e la nostra lucidità mentale. Infine organizzando vere e proprie azioni di disubbidienza o resistenza civile suscettibili di coinvolgere larghe fasce di popolazione.

È chiaro che l’unione fa la forza e che associazioni di cittadini possono svolgere campagne per il raggiungimento di traguardi sociali di provata utilità e prendere apertamente posizioni che all’individuo come tale conviene, se isolato, sottacere.

I princìpi di cui sopra mi hanno convinto da giovane e ancor oggi vi sottoscriverei.

Senonché nelle comuni dello zio essi rappresentavano solo come un punto o una piattaforma di partenza. Altri elementi costitutivi vi si aggiungevano e incrociavano: la pratica religiosa assidua, la convivenza sociale stretta. La vita personale e persino quella familiare vi risultavano profondamente ostacolate. L’autonomia nei confronti del mondo esterno veniva pagata a caro prezzo in termini di dipendenza intracomunitaria. Nonostante l’attrattiva del progetto, il gioco non valeva la candela per chi avesse qualcosa da fare o da dire nella vita.

Volendo ripartire nella scia dello zio, non penso sia giudizioso sforzarsi di ricreare tali e quali delle comuni dell’Arca.

Anzitutto va posto il problema religioso. Quale posto, quale ruolo vogliamo dare alla fede e alle pratiche religiose nella comune da costituire?

In secondo luogo vi è il problema della libertà personale.

Altra questione non certo secondaria è poi quella delle relazioni della fondazione progettata con il mondo ordinario.

 

 

 

Equilibrio – s.d.

 

Difficoltà dell’equilibrio: tra religiosità e animo positivo, tra pessimismo e ottimismo, tra riflessione e azione.

Certamente è utile riflettere ed educare a riflettere. Ciò significa educare all’iniziativa nel pensiero e pertanto all’indipendenza. Chiaramente nelle grandi società umane vi è una situazione di ampia interdipendenza strutturale. Ma la libertà personale è offesa solo da azioni volte intenzionalmente a condizionare opinioni, scelte, comportamenti, sia che esse vengano poste in atto da privati, sia che siano addebitabili a poteri pubblici.

L’esperienza chiarisce che la libertà individuale è minacciata soprattutto dagli Stati, ossia dai poteri politici dominanti. Ciò è logico e quasi inevitabile, d’altronde. I governi degli Stati vogliono svolgere determinate politiche e non possono certo ammettere che semplici cittadini dissenzienti si oppongano validamente alle linee da loro stabilite. Così, l’educazione all’autonomia è automaticamente anzitutto educazione all’autonomia dai poteri pubblici.

Dare a Cesare quel ch’è di Cesare, sì. Cioè tributare ai poteri pubblici quell’obbedienza minuta e corretta che è condizione sine qua non del convivere civile. Ma non necessariamente subire senza reazioni grandi scelte dell’autorità che, a nostro modo di vedere, siano irresponsabili e dannose per l’umanità.

Educandoci ed educando gli altri all’autonoma riflessione e a una gestione responsabile delle nostre vite entreremo prima o poi in rotta di collisione con i poteri pubblici, i quali, per loro natura e vocazione, svolgono un’opera di educazione che, di fatto, è un’opera di condizionamento.

La riflessione comporta una presa di coscienza adeguata delle questioni religiose e, forse, una conversione religiosa.

Però per molti la religiosità è un rifugio, una stampella, una disciplina di chiusura e di involuzione. Inoltre il lardellamento della vita attiva con ore di esercizi cosiddetti spirituali, di preghiere e di messe opprime lo spirito, rallenta e deprime l’afflato creativo.

Momenti d’appoggio dedicati alla religione e simboli religiosi di riferimento possono essere necessari ed utili, ma riterrei che ci si debba guardare dall’esagerare in questo campo, tanto più che l’appartenenza dichiarata ad una Chiesa specifica ci separa implicitamente dalle altre.  

 

 

 

Immortalità dell’anima – sabato 02.02.02

 

Da un punto di vista laico aconfessionale la vita (vegetale, poi animale) sorge spontaneamente in un ambiente minerale che presenti caratteristiche favorevoli. Ma ciò equivale a dire che lo stadio minerale comporta in sé il principio della vita. Alcuni pensatori di epoca rinascimentale, pertanto, non divagavano di molto quando sostenevano che il globo terrestre era esso stesso un organismo vivo. Riflettendo, scopriamo che il nostro pianeta terra e l’intero universo sarebbero impregnati da un principio animante virtuale.

La vita è capacità di muoversi, di crescere, di sentire, ossia acquisire consapevolezza di quanto accade attorno a sé e in sé, di riprodursi. Richiede necessariamente energia e pertanto implica meccanismi di alimentazione, uno scambio di materie immesse ed emesse. A un livello evoluto la vita diviene memoria e pensiero.

La vita è una dimensione del tutto particolare e la constatazione o ammissione della sua ingenerazione spontanea non può non incidere profondamente sulla concezione che abbiamo dell’universo, il quale scopriamo materiato sin dall’origine non di mera roccia inerte.

Ci si chiede come esista l’universo, ma ci si chiede anche perché sia pregno di possibile vita.

Il principio animante universale si insinua in nuove cellule materiali, poi gruppi di cellule che si organizzano in un’entità individuale, crescono, ecc… Sotto il profilo materiale e formale l’individuo è segnato da un’eredità genetica, dalle circostanze della sua nascita, poi della sua vita e ha insomma una sua propria e personale fisionomia, non solo fisica, ma anche mentale o psichica. Poi muore e così si disfa la maschera particolare che la vita ha assunto in lui. Tuttavia il principio animante da cui anch’egli è stato investito rimane costantemente immanente nel mondo e nell’universo.

Ciò si può formulare asserendo che i veli personali, accidentali, dell’anima periscono, ma l’anima è un afflato universale che permane.

 

 

 

Distorsioni biografiche – marzo 2002

 

Chi si applica a ricostruire vicende del passato, necessariamente lo fa con i mezzi, anche intellettuali e di predisposizione interpretativa, di cui è dotato. Non può essere altrimenti e ciò non mette assolutamente in gioco l’onestà del ricostruttore. Peraltro le particolarità che ne connotano l’animo, legate al suo retaggio caratteriale, alla sua esperienza, alle concezioni e mode dell’epoca in cui vive, sono non solo indipendenti dalla volontà responsabile del personaggio, ma anche in larga parte inconsapevoli.

Ciò vale, ovviamente, anche in tema di ricostruzioni biografiche. Il cugino Lucas, divenuto sul tardi un baciapile, crede di poter ravvisare in mio padre un grande e profondo cattolico per il solo fatto che aveva evidenti orientamenti idealistico-spiritualisti. Ma è un tirar l’acqua al proprio mulino. Faccio notare a D. che si sono messe a serpeggiare parecchie falsità nelle note biografiche riguardanti lo zio Peppino in questi ultimi anni: non si chiamava Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, suo padre non era siciliano, lui non ha mai preso la cittadinanza francese, ecc… Sono dettagli privi di sostanziale rilevanza per l’interlocutore cui la figura dello zio serve solo strumentalmente, da simbolo ideale, da eroe immaginario che gli consenta di portare avanti con accresciuta efficacia il suo messaggio pacifista in Italia e all’estero.

Certamente le maggiori garanzie di veridicità sono offerte da studiosi non solo informati o capaci di effettuare ricerche approfondite, ma anche sani di mente, equilibrati, il meno possibile prevenuti in partenza, il meno possibile tesi verso un modello ideale preconcetto…

 

 

 

Conversione – s.d.

 

Tra le altre inesattezze piccole e meno piccole che cominciano a circolare per quanto attiene ai dati biografici di Lanza del Vasto ad appena più di venti anni dalla scomparsa e che, con il tempo, tenderanno fatalmente a moltiplicarsi ed aggravarsi, ogni tanto emerge una pseudo notizia secondo cui egli avrebbe goduto della cittadinanza francese. Si è addirittura suggerito che avrebbe adottato tale nuova cittadinanza sin da prima del secondo conflitto mondiale. Nulla è più falso. Alcuni figli di italiani oppure italiani immigrati in età giovanile si sono illustrati nel mondo della cultura francese adottando la cittadinanza locale e tagliando i ponti con la patria d’origine nell’Otto e nel Novecento: penso ad esempio a figure quali Émile Zola, Yves Montand (Ivo Livi), Coluche (Michele Colucci), alle quali peraltro non mi sembra che gli italiani si interessino più di tanto. Ma Lanza del Vasto, che pur era sempre stato, o quanto meno era divenuto primariamente un francofono e aveva effettivamente scelto la Francia quale suo paese di residenza principale e di riferimento a decorrere dalla seconda metà degli anni 1930, non ha mai inteso mutare passaporto, è sempre rimasto fiero della sua italianità e legato al ricordo del suo paese d’origine, San Vito dei Normanni di Puglia. Pertanto ha affrontato con serena pazienza per tutta la vita nello Stato d’accoglienza i fastidi e l’umiliazione del ricorrente rinnovo della tessera di soggiorno per stranieri.

Lanza non credeva che una qualche tradizione religiosa fosse superiore a un’altra. E così non riteneva che un’appartenenza nazionale fosse di per sé anteponibile a un’altra. D’altro canto non reputava certo prive di importanza, interscambiabili, indifferenti né le religioni, né le tradizioni culturali e le nazionalità. Ciò che veramente contava per lui era la condizione umana a tutti comune e per altro verso la fede, che dovrebbe esserlo. Ciascuno, però, doveva tenere alle modalità particolari del proprio essere uomo, come del proprio essere uomo di fede. Ciascuno doveva essere soddisfatto e grato di ciò che era, coltivare i retaggi a lui tramandati dalle precedenti generazioni e sostanzialmente attraverso quelli, non tentando o fingendo di prendere scorciatoie e vie traverse, tendere all’universale.

La conversione religiosa dal cattolicesimo all’Islam, mettiamo, o al buddhismo e viceversa dall’Islam o dal buddhismo al cristianesimo non aveva senso, si risolveva in un poco onorevole rinnegamento delle proprie origini e metteva in luce in chi se ne rendeva responsabile un fatale errore di prospettiva: una confusione tra fine ultimo e mezzi, tra cammino materiale da seguire e mèta spirituale da raggiungere.

Così, il cambio di cittadinanza poteva essere giustificato in taluni casi, se obbligato o comportante vantaggi pratici di notevole rilevanza. Ma rimaneva fondamentalmente poco onorevole, lesivo dell’identità personale, e pertanto da evitare.

 

 

 

Italia e italiani – 05.05.02

 

Com’è noto, non sono stati gli italiani a fare l’Italia, ma i piemontesi massicciamente coadiuvati dai francesi. Senza l’intervento della Francia l’indipendenza del Nord Italia dall’Austria non era neppure lontanamente ipotizzabile. E i piemontesi che si sono impegnati nell’opera di unificazione e redenzione della Penisola scrivevano più agevolmente e volentieri in francese che in italiano. Ai tempi della proclamazione del regno d’Italia (1861) la quota degli italiani che parlavano correntemente l’italiano era del 2%.

Gli italiani, in tempi ulteriori, hanno più che altro messo costantemente in crisi l’unità e i meccanismi dello Stato. Dapprima con la crescita esponenziale di un partito socialista dottrinalmente immaturo, confuso, del tutto inadeguato ad assumersi responsabilità politiche effettive, propagatore sistematico di odio sociale e di disordini. Poi con l’insorgere del movimento, poi partito fascista, che ha imposto una ventennale dittatura e condotto il paese ad una guerra suicida. Infine varando una repubblica democratica instabile priva di punti di riferimento universalmente condivisi in cui continuano a scontrarsi sotto banco e con armi improprie i vecchi ideali violenti di destra e di sinistra.

Si potrebbe dire che, in verità, non esiste un vero Stato italiano sentito come tale dalla generalità della popolazione.

Per me, mi sento e mi dichiaro italiano. Ma ciò in funzione solo strumentale con relazione all’Italia moderna e alla repubblica italiana. La mia Italia è quella storica e tradizionale, quella della cultura rinascimentale e anche degli Stati preunitari. Un’Italia, insomma, di sempre. All’Italia reale di questo tempo mi adatto, perché non me ne posso esimere. Tutto qui. E certamente sono e voglio essere comunque più italiano che francese, tedesco o inglese e, in particolare, più che americano.

 

 

 

Globalizzazione (2) – 13.05.02

 

A un convegno sulla «globalizzazione» un grosso borghese affermava che il processo di mondializzazione avrebbe avuto inizio sin dal 1492.

Il vocabolo, come diversi altri di quelli che sono sulla bocca di tutti (libertà, democrazia), è semanticamente piuttosto opaco. Ma, se si prende per buona questa non dissennata associazione con la scoperta e quindi la conquista bianca dell’America, scopriamo che maschera parole e concetti dal significato ben più preciso e scottante: «occidentalizzazione», «americanizzazione».

Si potrebbe trattare, dunque, dello sforzo di includere il mondo intero negli schemi della civiltà occidentale, o più precisamente americana; di far aderire il mondo intero alla norma americana.

Data questa definizione, sono anch’io decisamente un «antiglobal».

Già trovo del tutto insensato che si lasci americanizzare l’Europa. L’Unione Europea dovrebbe anzitutto servire ad affrancarci dagli Stati Uniti.

Ma certamente una pretesa ancora più folle è quella di un’adesione al modello americano di grandi civiltà come quella araba o quelle estremo-orientali. Si dirà che un processo di questo genere è da tempo spontaneamente in atto: vedi il caso del Giappone. Effettivamente è in atto, ma non si sa se sia un bene o un male. Per me, sarei piuttosto orientato ad ostacolarlo o rallentarlo. Comunque, se a ciò che è spontaneo non ci si può opporre fondamentalmente, altra cosa sono la colonizzazione strisciante, le formule di vita imposte con la forza delle armi o dell’assedio economico e simili.

 

 

 

Autoanalisi – 23.05.02

 

Da molto giovane, agli inizi, mi reputo un ribelle e sono ottimista. Mi pongo, per certi versi, in fiera opposizione a mio padre che è un reazionario dichiarato, gran fumatore, gran bevitore di vino; e un uomo di testa, più che di cuore. Sono leggero, estroso, infantile. Mi va a sangue la musica di Rossini.

Scrivo poesia guidato da criteri di spontaneità. I miei maestri ideali, in questo settore che è cronologicamente il mio primo settore di attività, sono i poeti francesi del secondo Ottocento e del Novecento, con particolare riferimento alla scuola detta «surrealista», ai suoi predecessori ed epigoni: Baudelaire, Verlaine, Apollinaire, Éluard, Prévert.

A partire dai diciannove-vent’anni, tuttavia, alcuni elementi della mia personalità, anteriormente solo potenziali e in contrasto con i suaccennati, si fanno strada a seguito delle prime esperienze di vita. Il mio ottimismo come la mia nativa allegria subiscono un serio ridimensionamento. E metto ampiamente in discussione il mio ribellismo originario. Ho iniziato a disegnare e dipingere. Leggo Dante, sant’Agostino, san Bernardino da Siena. Raccolgo solo ora il messaggio intellettuale lasciatomi da mio padre e subisco l’influenza di mio zio, Lanza del Vasto. La mia pittura è tutt’altro che spontanea; in essa vi è una ricerca d’ordine, di composizione, di sistema.

Vado alla comune dell’Arca, ma lì capisco:

1.      che non è oro tutto ciò che luccica;

2.      che, comunque, la vita comunitaria non mi consentirebbe né di dipingere liberamente, né di studiare e formarmi un mio pensiero autonomo.

Mi illudo di potere con pochi amici fondare in Italia una comune alternativa, indenne dai difetti e dalle limitazioni di quelle create da mio zio. Ci provo.

Quando il progetto fallisce, faccio un giro in alcuni grandi conventi e monasteri, poi mi ritiro a vivere da solo in una regione quasi interamente abbandonata in alta collina, presso Arezzo.

Dopo un anno di vita eremitica, capisco che ancora una volta ho imboccato una strada forse non sbagliata, ma inopportuna. Torno nelle pianure a lavorare con i contadini, poi a lavorare da operaio in città. Parto per l’Olanda. Lavoro come operaio alla Fiat, poi entro negli ospedali, nei servizi tecnici, quindi nell’infermeria e mi diplomo al termine di un tirocinio triennale. Mi riscrivo all’università, in Olanda, poi in Italia.

Mi sposo e con mia moglie e due figli torno in Italia, in quel di Bologna. E questa svolta finalmente mi conduce ad entrare de plain pied nella vita borghese e corrente. Vengo assunto a Lussemburgo come traduttore dall’olandese, vado a vivere in un paese triste e anche un po’ ostico e a lavorare in una specie di ministero sovranazionale. Mi ci trovo male, e sempre peggio. Tuttavia guadagno di che mantenere largamente la famiglia, di che acquistare libri e materiale da dipingere. Mi laureo, dipingo e mi organizzo una mostra a Roma, assolutamente deludente. Comincio a studiare storia e, in particolare, la storia della famiglia. Mi lascio trascinare e trascino diversi colleghi in una combine finanziaria fatale che si salda con una perdita complessiva di oltre 20 milioni di franchi belgi, vengo pesantemente contestato ed accusato anche dagli pseudoamici, rischio seri guai penali, ma siccome la Giustizia non funziona a questo mondo non mi succede a livello giudiziario proprio niente, a parte il disagio di subire un interrogatorio. 

Decido la vendita della casa che avevo acquistato in Lussemburgo e il rientro della famiglia in Italia. Prendiamo in affitto una villetta a Baggiovara di Modena. M. si iscrive alla facoltà di Matematica e i due più giovani figli proseguiranno le scuole. Frattanto rimango solo a Lussemburgo e vi prendo in affitto un piccolo appartamento. Poi acquistiamo la grande casa di Castelvetro, con giardino. Dopo alcuni anni chiedo e ottengo una pensione anticipata per invalidità. Stabilisco la mia residenza ufficiale a Nizza (Francia) dove acquistiamo un appartamento con vista sul mare.

A Modena, da quando rientro, comincio a scrivere articoli eruditi di argomento storico e subito trovo uno sbocco editoriale nel Bollettino annuo della Deputazione di Storia Patria, dove escono tre miei testi in tre anni consecutivi, e presso un piccolo editore locale di Vignola che dà alle stampe un mio volume.

A luglio di quest’anno compirò 67 anni. Sono in attesa dell’uscita di un paio di altri articoli e ho preparato un paio di pubblicazioni più importanti che, tuttavia, non saranno forse mai stampate. Reperire, motivare gli editori, è un’operazione faticosa e avvilente. Oltre a ciò, anche quando è stato accettato, un testo qualsiasi ci mette tra i due e i tre anni ad uscire. Mi sono già stancato di questo regime di incertezza e di attese. Non so quanto potrò insistere ancora, ma – ritengo – non molto.

 

 

 

Democrazia (2) – 26.05.02

 

Una cosa mi appare comunque evidente. Le nostre cosiddette «democrazie» sono in realtà delle oligarchie, che – a voler essere benevoli – possiamo semmai qualificare più compiutamente come «oligarchie liberali» o anche oligarchie vincolate a periodiche o saltuarie verifiche di consenso popolare, mediante l’indizione di elezioni.

Chiaramente, in contrasto flagrante con quanto si dice e si crede per quieto vivere, la tenuta ricorrente di elezioni non costituisce affatto una condizione sufficiente affinché si configuri un’autentica democrazia. Le elezioni sono organizzate da minoranze politicamente attive e impegnate. Sono in misura non indifferente dipendenti da un quadro di modalità procedurali e interpretative prefissato. I candidati alla cosiddetta rappresentanza sono designati esclusivamente o quasi da formazioni politiche. Vengono poi svolte massicce campagne propagandistiche volte a orientare il voto della gente della strada.

Il popolo pertanto, in questo tipo di assetto politico degli Stati, è tutt’altro che sovrano. Esso, di fatto, è manipolato dalle ristrette minoranze che controllano le leve del potere e serve loro, in qualche modo, da scudo e da alibi. E intanto subisce i contraccolpi delle decisioni prese o non prese, della gestione attuata, di cui oltretutto è informato incompletamente, malamente, da mezzi di comunicazione tesi soprattutto ad intrattenerlo, a svagarlo e compiacerlo.

Un qualsiasi elemento individuale di quel popolo, preso a parte, non è proprio nessuno. Viene lasciato libero, entro limiti non amplissimi, di sbizzarrirsi, di far quel che gli pare. E di ciò deve profonda riconoscenza, pensando a quanti Stati del passato abbiano negato ai sudditi persino il beneficio di questo minimo margine di respiro. Però di autorità, e persino di dignità sua propria e insindacabile, non ne ha neanche un po’. Deve limitarsi a godere di ciò che passa il convento. Pretese, non ne può avanzare. Le proteste sono inutili. A sua tutela, ossia a tutela degli stessi suoi teorici diritti riconosciuti dai testi di legge e dalla Costituzione nei confronti dei pubblici poteri e dei privati, non ha un ordinamento giudiziario funzionante. Insomma abbozza, tira a campare e prega che Iddio gliela mandi buona.

 

 

 

Compleanno – giugno 2002

 

Tra poco più di un mese compirò 67 anni. Direi che sono una vita e che non rimane più, a questo punto, che pensare al commiato. I soggetti di sesso maschile muoiono in maggioranza tra i 70 e gli 80 anni in Italia, il che mi accredita in via probabilistica una decina di anni al massimo da campare ancora.

In questa prospettiva diviene una priorità, rognosa ma ineludibile, il rivendere l’appartamento di Nizza. Dovrei provvedervi entro un paio d’anni.

L’altra incombenza da considerare, benché in modo meno astringente e pressante, è il reperimento di una quanto più adeguata possibile destinazione per la biblioteca, il piccolo capitale di disegni e opere d’arte, le carte di famiglia.

Sono ancora in corso di pubblicazione due miei articoli: quello su Auteramo, destinato al più prestigioso periodico specialistico d’Italia per la storia medievale; e il primo articolo biografico relativo a Lanza del Vasto nel bollettino della Società di storia di Bari. Forse poi la Società di Bari stamperà anche il secondo articolo, più breve e già pronto da un pezzo.

Altre pubblicazioni eventuali, ne ho preparate. In particolare due: il Diario di Louise Dentice, che però è stato rifiutato da Sellerio; e una riassuntiva storia delle famiglie aleramiche, che non vedo a chi proporre, tanto per una rilettura quanto per l’edizione.

Complessivamente sono stanco della ricerca di editori, dei lunghissimi tempi di attesa, dei rifiuti sempre possibili, della regolare mancanza di reazioni delle società storiche e dei lettori per cui sembra che uno pubblichi solo per propria inane soddisfazione personale.

Mi rendo conto, in chiusura, di non essere riuscito a combinare molto di più del mio buon padre, precocemente stroncato. Come lui, ad un esame retrospettivo, appaio sostanzialmente un velleitario con delle possibilità in più campi, non realizzate. La differenza più marcante è che lui, comunque, è morto soddisfatto delle esperienze vissute, mentre io avrei tendenza a recriminare e anche a rammaricarmi di non essere forse quasi mai stato all’altezza delle occasioni che possono essermisi presentate.

 

 

 

Caldo – 18.06.02

 

Fa un caldo boia, il solito caldo boia estivo di questo territorio.

Rifletto che la soglia dei 65 anni per il ritiro in pensione è stata scelta oculatamente.  È verso questa età che ci si comincia a sentire vecchi.

Rientrando in Italia con un piccolo anticipo sull’età canonica del pensionamento, mi sono ancora mosso come un giovanotto, cioè ponendo premesse di rinnovo della vita, lanciandomi in nuove imprese. Da un lato ho preso casa, accessoriamente, a Nizza, con tanto di acquisto di appartamento, lavori di sistemazione e acquisto di mobilio. Da un altro ho iniziato una carriera di articolista erudito, riuscendo a pubblicare in varie riviste specializzate e, persino, stampando a Vignola un volume.

Adesso la redazione di testi mi sta venendo a noia a causa della difficoltà di reperire sempre gli editori adatti, dei tempi lunghi dell’edizione e della scarsissima soddisfazione a posteriori. Penso di rivendere l’appartamento di Nizza e, insomma, mi oriento verso un ripiego autentico.

 

 

 

Estate – 21.06.02

 

L’estate sarebbe la mia stagione.

In estate sono nato. L’estate è calda e io amavo il caldo.

Amavo le spiagge e il mare, ma oggi non si può quasi più andare ai bagni perché le coste sono gremite di gente, in stragrande maggioranza oltretutto volgare e cretina che sulla sabbia, accanto a te, accende le radioline.

L’estate era la stagione delle vacanze in cui cessavano per mesi la tragicommedia scolastica, poi, seppure più brevemente, gli obblighi da lavoro. La stagione in cui si tornava liberi e si riprendeva contatto con la natura.

Da quando mi sono fatto vecchio e sono andato in pensione non è più quanto prima un periodo di rottura, di fuga dagli schemi di vita imposti, una parentesi antiborghese. E, a questa età, ormai soffro il caldo. Non sono più leggero, agile; non corro, né salto più volentieri. La libertà mi è meno necessaria.

 

 

 

Arca – 21.06.02

 

Verso i ventitre o ventiquattro anni ho cominciato a interessarmi dello zio Lanza del Vasto e a leggere i suoi libri. A venticinque anni ho trascorso sei mesi nella comunità de La Chesnaie e sono andato con i primi compagni a La Borie Noble. Successivamente ho tentato di fondare una piccola comune in Toscana, poi sono vissuto quasi da eremita e da frate operaio in quel di Arezzo. Quando, negli anni Sessanta, mi sono recato in Olanda ero ancora e sono rimasto fino al matrimonio (1968) vegetariano. Sono divenuto allievo infermiere e solo dopo aver conseguito il diploma mi sono riorientato verso studi universitari.

Questo per dire che lo zio e l’Arca non hanno avuto su di me un’influenza effimera.

Cosa rimane in me, oggi che sono un ultrasessantenne e dopo avere svolto una carriera eminentemente omologata e borghese di funzionario europeo, dell’insegnamento di Lanza del Vasto e del clima dell’Arca?

Rimangono e/o perdurano in me e nelle mie abitudini di vita:

. un sostrato di fede non rapportabile ad una particolare religione;

. la convinzione che la verità si situi al di là delle apparenze e delle parole;

. il senso del valore della compostezza e del silenzio;

. una ricerca della naturalezza: preferenza della campagna rispetto alla città, bisogno di vivere in casa indipendente con giardino e orto, amore degli animali;

. una dieta ricca di verdure e insalate, povera di carni. Attaccamento alimentare al pane, e al pane all’antica di tipo toscano o pugliese;

. una diffidenza, un’ostilità aprioristica nei confronti di dispositivi tecnici in generale fintanto che la loro utilità non risulti più che dimostrata. Uso auto, tivù, fax, computer, posta elettronica; ma non mi adeguo per ora alla moda di fare installare sistemi di condizionamento d’aria.

 

 

 

 Rimbaud – 09.07.02

 

Alcuni personaggi, alcuni presunti scrittori non hanno lasciato scritto quasi niente e sono famosissimi, sempre citati: così Rimbaud. Si direbbe che esistano perché si ha bisogno di loro, perché servono da punti di riferimento per generazioni di epigoni, principalmente – insomma – nella fantasia di stuoli di discepoli ammaliati.

Cosa ci rimane di Rimbaud, il quale ha cessato di scrivere – se ricordo bene – prima di avere compiuto i 20 anni e si è poi dato in Africa alla tratta dei negri? Appunti poetici, piccoli componimenti, nessuno dei quali mi sembra spicchi per maestria o bellezza inaudita. Il Bateau ivre è il suo pezzo più lungo e più lavorato: non privo di interesse, certamente, ma in definitiva risolventesi in un affastellarsi accecante e assordante di immagini peregrine e suoni come di una fanfara becera. C’è poi il sonetto Voyelles, tipico esempio di intellettualismo fatuo alla francese. E ci sono tanti poèmes en prose che dicono poco, i più noti dei quali, a causa del titolo, sono quelli di Une saison en enfer donde Kundera ha giudiziosamente espunto la citazione: «Il faut être absolument moderne».

Complessivamente Rimbaud ha affascinato più che altro per i termini negativi, disperati, blasfemi ricorrenti nei suoi fragili scritti giovanili come per la sua avventura omosessuale con Verlaine, quale modello del «poeta maledetto». Il «male», nella poesia francese era già stato messo di moda da Baudelaire, versificatore ben più forbito e felice, ma in qualche modo si è ritenuto che solo Rimbaud, per primo, avesse toccato il fondo dell’ideale di perversione.

*     *     *

Rimbaud ha lasciato qualche decina di piccoli componimenti compiuti che, dato che ha cessato di scrivere a diciannove anni, possono indurre a qualificarlo come un enfant prodige. Ma nulla più. L’esercitazione in rima era piuttosto comune all’epoca e molti altri giovani devono aver composto in età adolescenziale cose relativamente egregie senza raggiungere la notorietà. Rimbaud non mi pare sia stato un grande poeta.

C’è però un tratto che ha indotto le giovani generazioni di fine Ottocento e primo Novecento a idolatrarlo: il richiamo alla bohème, alla vita randagia, alle notti passate a sognare nei fossi e sotto il cielo stellato. Sotto questo aspetto Rimbaud mi appare come una sorta di Che Guevara avant la lettre. Molti giovani, la grande maggioranza dei quali perfettamente borghesi e codardi, sognano l’anarchia:

     Je m’en allais, les poings dans mes poches crevées, / Mon paletot aussi devenait idéal. / J’allais sous le ciel, Muse, et j’étais ton féal: / Oh là là, que   d’amours splendides j’ai rêvées!

     Mon unique culotte avait un large trou. / Petit-Poucet rêveur, j’égrenais dans ma course / Des rimes. Mon auberge était à la Grande-Ourse. / Mes étoiles au ciel avaient un doux frou-frou.

     Et je les écoutais, assis au bord des routes, / Ces bons soirs de septembre où je sentais des gouttes / De rosée à mon front, comme un vin de vigueur;

     Où, rimant au milieu des ombres fantastiques, / Comme des lyres, je tirais les élastiques / De mes souliers blessés, un pied contre mon coeur!

Il cliché è, in qualche modo, perfetto, anche se un po’ tirato per i capelli, un po’ kitsch. I vari letterati giovani, quasi nessuno dei quali ha mai osato andarsene di casa comme un paria sia pur solo per una più o meno breve stagione, l’hanno mitizzato, elevato ad effigie da stampare sulle loro bandiere.

Io, tra i 22 e i 30 anni, ho sperimentato piuttosto a fondo la vie de bohème, sono vissuto per anni senza una lira né un ruolo sociale, ho viaggiato alla ventura e dormito in estate all’aria aperta. Una volta nelle Alpi, tornando dalla Francia, ricordo di aver riposato una notte in un prato sotto uno strapiombo roccioso di centinaia di metri. Un’altra volta sono stato svegliato al mattino da un agente di polizia nel «Campo dei miracoli» di Pisa, e precisamente sul terreno erboso che si estende tra una fiancata del duomo e la torre pendente. La mia appartenenza alla piccola schiera degli sbandati e, anzi, a quella ancor più ristretta degli intellettuali contestatari radicali senza arte né parte è, in quegli anni, indubbia, né credo vi sia stato allora nessuno più rimbaldiano di me. Ciò non mi è valso né simpatia, né riconoscimenti di sorta da parte di chiccessia, ovviamente. Però chi mi parla di bohème non mi può raccontare fandonie. So di cosa si tratta e riconosco al primo colpo d’occhio, nei quadretti schizzati da fanatici e anche in quello dell’immaturo verseggiatore sopra citato, i dettagli posticci come quello degli abbondanti sogni di sontuose belle donne. Quanto a me, quando me n’andavo per il mondo senza risorse né amici, non sognavo davvero le belle donne, che avevo lasciato nel mondo abbandonato. Sognavo il regno di Dio. 

 

 

 

Kitsch – 11.07.02

 

Da qualche parte, nel suo Dell’immortalità, Kundera si sofferma sull’inesorabile trasformazione in figure ed orpelli kitsch delle personalità ed opere del passato. Il suo volume romanzesco in cui si affastellano brani eterogenei contiene diversi riferimenti culturali. A varie riprese, tra l’altro, il boemo cita Rimbaud e molto giudiziosamente – a mio parere – espunge dalla Saison en enfer una frasetta, probabilmente del tutto casuale ma che assume un peso e un significato notevoli alla luce dei successivi sviluppi dell’arte e della cultura: «Il faut être absolument moderne».

Penso a Rimbaud e riprendo in mano la vecchia edizioncina delle sue Oeuvres complètes, in biblioteca da quando avevo sui vent’anni. Mi dico che questo giovanotto d’altri tempi è un caso emblematico della trasformazione in figure kitsch e della mitizzazione dei personaggi. In pratica è uno, come tantissimi, che a tempo perso – a scuola o comunque durante l’adolescenza – ha preso qualche appunto poetico in prosa e ha scritto qualche poesiola. Le sue poesiole non sono scritte male, ma sono poche e – a giudicare con animo sereno – tutt’altro che geniali.

A diciannove anni Rimbaud ha chiuso con la poesia e se ne è andato in Africa a fare il commerciante di armi e il negriero.

Senonché, tra i 17 e i 18 anni, dal suo paesello sperduto e tristissimo del nord della Francia, aveva inviato una lettera farneticante a Verlaine, il poeta affermato che venerava. E questi, notoriamente omosessuale, lo aveva invitato a Parigi. I due si erano amati, avevano viaggiato insieme, si erano poi lasciati in condizioni drammatiche, mentre Verlaine veniva incarcerato per avere sparato all’amico, pur colpendolo solo di striscio.

Andando ad occuparsi in Africa di tratta dei negri, Rimbaud si era lasciato dietro questa gioventù scapestrata. Aveva sbattuto la porta sul passato. Ma Verlaine, le cui quotazioni sono salite nel mondo delle lettere dopo l’uscita di prigione, il periodo del ravvedimento cristiano e, soprattutto, l’affermarsi di generazioni giovani che riconoscevano in lui un maestro, nel frattempo era vissuto nel ricordo dell’impetuoso Apollo. Lo aveva in cuor suo mitizzato, deificato; aveva raccolto devotamente i suoi pochi scritti acerbi e ne aveva promosso la pubblicazione, suggerendo che si trattava di un’opera rivoluzionaria di portata incommensurabile. Questa mistificazione è stata avallata dall’intero Novecento e oggi Rimbaud – che non era nessuno – è considerato uno tra i principali poeti francesi e persino mondiali dell’epoca contemporanea.

 

 

 

Baudelaire – 20.07.02

 

Baudelaire è il primo poeta dell’era contemporanea di scuola francese. Non conosco sufficientemente le letterature inglese e tedesca. Per me, la poesia del nostro tempo nasce con lui. Nulla ricordo, o quasi, della poesia romantica francese, né in toto della versificazione francese dopo Ronsard e Saint-Amant e fino, appunto, a Baudelaire.

Gli italiani sono, per istinto o vocazione, degli enciclopedici. Credono che la cultura consista non tanto nel creare, quanto nell’avere nozioni di tutto ciò che è stato creato e scritto nel mondo e soprattutto all’estero, nei paesi pregiudizialmente considerati avanzati. Se Marconi inventa la radio in Emilia, lo costringono però ad andarla a brevettare in Inghilterra. D’altro canto si profondono in inchini sconsiderati nei confronti di tutto ciò che proviene appunto dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dagli Stati Uniti. Così, per loro, la filosofia è sostanzialmente tedesca e inglese, la musica è tedesca.

La Francia è molto in regresso oggi nell’opinione italiana ed altrettanto in regresso è la conoscenza della lingua francese. Ma determinati punti fermi sono stati stabiliti in tempi precedenti. La venerazione del romanzo francese dell’Ottocento risale appunto a quello stesso secolo. Hugo, Balzac, Flaubert, Stendhal, Maupassant, Zola, Proust sono tutti nomi molto noti e talvolta citati, però non credo che i miei compatrioti continuino a leggere davvero tali autori.

Con i poeti, tuttavia, la situazione è più chiara e – direi – sintomatica. Baudelaire, Rimbaud, Apollinaire sono abbastanza spesso invocati. Ma, a parte quelli che sono criteri a priori per giudicare della poesia (criteri che la stessa poesia italiana direttamente illustra: si pensi alle scelte di linguaggio di Montale), gli italiani non sono in grado di capire e gustare versi quali: «J’ai longtemps habité sous de vastes portiques / Que les soleils marins teignaient de mille feux». Perché non sanno il francese e non lo leggono correttamente. Il primo e più fondamentale valore dei versi di Baudelaire è semplicemente fonico, sonoro. Ma per gli italiani Baudelaire, come Rimbaud e Apollinaire sono soltanto simboli culturali, intellettuali, remoti dalla realtà, come forse di fatto i romanzieri americani o i filosofi tedeschi. Sono nomi di cui riempirsi la bocca per rinfacciare a chi non li conosce o li trascura la sua ignoranza ed inferiorità intellettuale. In un recente dibattito sull’antimondialismo si incrociavano a più non posso allusioni a Locke e ad oscuri  specialisti contemporanei di materie economiche o sociali. A questo modo, cioè a parole ma non senza drammatiche conseguenze effettive, gli italiani sono stati fascisti e marxisti.

 

 

 

Erudizione – 21.07.02

 

L’erudizione è un pallino, un’ossessione tipica degli italiani. Bisogna essere e mostrarsi «preparati». Non mi sembra vi siano equivalenti di quest’ultimo termine, diverso da «colti», «dotti», «sapienti» o «eruditi», nelle altre lingue europee: certamente non in francese. Questo della «preparazione» è un concetto nazionale o provinciale del Bel Paese.

La «preparazione» si manifesta anzitutto nell’italiano usato nel parlare e, soprattutto, nello scrivere, che automaticamente diviene un idioma convenzionale diverso dalla loquela comunemente parlata. La lingua in cui ci esprimiamo deve subito e senza ambiguità collocarci, come il nostro abbigliamento, a livello di borghesia con giacca e cravatta.

In secondo luogo, chiunque scrive o anche solo parla in pubblico è tenuto a presentare credenziali per la libertà che prende, citando se del caso filosofi greci antichi, ma soprattutto pensatori inglesi e tedeschi del Sette e Ottocento, economisti, storici sempre stranieri, alludendo al romanzo di Thomas Mann, russo o americano, ecc…

Questa ossessione coinvolge addirittura buona parte dei poeti e dei romanzieri. Si pensi all’italiano quasi cifrato usato da Leopardi in chiave classica nell’Ottocento, ma anche a quello relativamente criptico del più recente Montale, ad esempio, accostandoli al francese fluido e senza complessi di Baudelaire, Verlaine e Apollinaire. Si pensi ai frenetici funambolismi linguistici di Gadda e alle pedanti speculazioni storiche di Umberto Eco.

 

 

 

Letture – 29.07.02

 

Tanto il «Corriere della Sera» quanto la «Repubblica» hanno attuato quest’anno campagne consistenti nell’abbinare al quotidiano di uno dei giorni della settimana un presunto capolavoro della narrativa dell’Otto/Novecento. È così che, da pensionato désoeuvré, ho potuto tardivamente tamponare alcune delle falle più o meno cospicue che connotano la mia preparazione culturale letterario-umanistica.

Rifletto che la mia cultura è, alla base, francese. A scuola ho studiato ossessivamente quasi solo classici francesi del Seicento. Da adulto ho letto Manzoni e Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e, con minore attenzione e frutto, autori quali Fogazzaro, Svevo, Capuana. Poi una serie di quasi contemporanei nessuno dei quali ha impresso nella mia coscienza di lettore un solco davvero profondo tra i quali tuttavia certamente emergono a mio sentire Morselli, Moravia, Cassola, Gadda, Eco, e gli altri scrittori, numerosi e in alcuni casi celebratissimi, è come se non mi abbiano detto niente in assoluto.

Ma ho letto in particolare poco la letteratura in lingue diverse dal francese e dall’italiano. E, soprattutto, non sono mai stato portato a leggere i libri di successo, quelli per lo più americani, russi o slavi, che venivano presentati dalla pubblicistica come opere nuove la cui lettura era obbligata da parte di ogni cittadino onesto.

Penso questa mattina alle mie letture giovanili. E mi dico che le primissime erano letture che mi hanno fatto la mia nonna belga e mia madre. Sforzandomi di ricostruire, scopro che queste letture passive sono state tutt’altro che poche. Mia nonna mi leggeva in versione francese romanzi russi d’avventure in Siberia, credo di Puskin. Mi ha avviato alla lettura dei romanzi di Alexandre Dumas: Tre moschettieri, Venti anni dopo, Visconte di Bragelonne, Conte di Montecristo. Mi ha letto Robinson Crusoe e parte del Tartarino di Tarascona. Da ultimo mi ha persino letto il Père Goriot di Balzac. È sempre tramite lei che ho conosciuto Pinocchio e da lei che sono stato iniziato, più tardi, alla lettura dei romanzi italiani di Salgari. A Jules Verne, invece, sono sempre stato refrattario a causa degli elementi tecnologici ricorrenti nei suoi testi. La mamma leggeva a me e a mia sorella libri d’avventure per giovani della tradizione prevalentemente anglofona in versione italiana: Il libro della giungla, Zanna bianca, Tom Sawyer, ma anche I ragazzi della via Paal.

Sul tardi, forse verso i 17 o 18 anni ho cominciato a mettere il naso autonomamente nella biblioteca di mio padre, estraendone peraltro volumi eterogenei, tra cui una raccolta di testi di Courteline e il Così parlò Zaratustra di Nietzsche, prediche di san Bernardino da Siena e gli Essais di Montaigne.

 

 

 

Chiusi – 18.09.02

 

Per compiacere Mieke, mia moglie, ho acconsentito a fare una tirata in macchina fino all’entroterra di Chiusi dove una sua conoscente israeliana di origini livornesi trascorreva una settimana di vacanze in un’azienda agrituristica.

La signora in questione, della mia età circa e che aveva dato da leggere a Mieke una voluminosa autobiografia dattiloscritta, non mi ha fatto una grande impressione. Esitante e interrogante da vera ebrea, ella mi è sembrata soprattutto una velleitaria, priva di radicate convinzioni e di una sua professionalità. Tutta la vita ha coltivato l’arte, la letteratura, lo studio di materie umanistiche varie, a quanto mi si assicura. E lo credo senz’altro: in definitiva questo anelito genericamente culturale è comune alle signore della buona borghesia d’un tempo. Se si vuole, una moda d’altri tempi. Ma non ha studiato sistematicamente nelle accademie e non ha una personalità propria tale da poter supplire all’insegnamento da parte di terzi.

Invece ho avuto la sorpresa di rivedere in tutta la sua genuinità la mia Toscana. L’azienda, denominata «il Poggio» è posta su una sorta di altopiano. Lo sguardo spazia su una vasta distesa di declivi collinari color sabbia. Non molto lontano, sulla destra, si staglia il profilo fosco della torre di Radicofani e di fronte la massa del monte Amiata sfuma in alto in una foschia o nuvolaglia avvolgente.

Abbiamo mangiato panzanella e pici, bevuto Chianti e vin santo con i biscotti alle mandorle.

Un tempo, quando rientravo per breve tempo dall’estero, venivo colto dallo sgomento e dai rimpianti. Come avevo potuto lasciarmi trascinare nei grigi e vuoti paesi dell’Occidente germanico? La trasparenza e luminosità dell’aria, i colori così franchi e vari del paesaggio campagnolo o anche solo dei centri urbani storici, principalmente, sembravano rivolgermi questo rimprovero. Rimprovero che ho sentito in me costantemente e con tale forza da indurmi, appena ne sono stato capace, a riportare la famiglia in Italia mentre i colleghi, in maggioranza, avrebbero fatto carte false per inserire i figli in Germania o mandarli negli Stati Uniti.

Un po’ per stare vicino a mia madre, viva ancora quando rientrai, un po’ per offrire ai figli maggiori prospettive di lavoro in loco, mi sono però sistemato in questa Italia del nord che per molti versi rappresenta comunque per me una sorta di estero. Paese senza pane, senza olio e, in quest’area, quasi senza vino, dato che il lambrusco è solo una bevanda dissetante da accompagnamento di piatti agrodolci, un po’ come una versione primitiva della coca cola.

 

 

 

Reintroduzione del crocifisso nelle aule scolastiche – 21.09.02

 

Da una lettera al «Corriere» sul provvedimento e sulla polemica, peraltro piuttosto fiacca, che ha innescato attingo tre accenni che mi colpiscono e urtano particolarmente:

. alle «radici cristiane della nostra civiltà»;

. al Perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce;

. al fatto che – cito testualmente – «il crocifisso non offende nessuno: ricorda solo la nostra identità».

Qual è la nostra identità e quali sono le radici della nostra civiltà?

Come consesso sociale altamente civile gli europei occidentali e in particolare le popolazioni insediate nel bacino del Mediterraneo sono esistite e fiorite da diversi secoli prima che il cristianesimo facesse la sua comparsa.

Non si può negare che il cristianesimo abbia svolto in Europa un ruolo storico, religioso e culturale di fondamentale importanza a partire dal quarto secolo della nostra era. Ma è del tutto arbitrario voler identificare in esso la radice, il punto di partenza della nostra civiltà complessiva.

Per quanto riguarda poi l’Europa moderna e attuale è quasi un sacrilegio da incoscienza trascurare che essa si è venuta formando in gran parte attraverso lotte aperte e persino spedizioni militari sia contro lo stesso spirito del cristianesimo (illuminismo, positivismo) sia contro la Chiesa cattolica romana e lo Stato pontificio. La stessa Italia unita si è costituita in chiave polemicamente laica e contrastando i numerosi abusi di potere temporale di cui ancora nell’Ottocento la Chiesa romana tentava di arrogarsi il diritto.

È vero che, stando al napoletano Croce, siamo tutti sostanzialmente cristiani, ma questa posizione può non essere condivisa, e di fatto non lo è da parte di ampi settori della cultura europea.

Ricordo che la riconciliazione tra Chiesa romana e Stato italiano è stata attuata con il Concordato dal regime fascista, di infelice memoria, solo negli anni Venti del ventesimo secolo.

Dopo la guerra mondiale del ‘39-’45, che ha tra l’altro indotto la liquidazione del fascismo, abbiamo avuto in Italia un lunghissimo periodo di dominazione politica di un proteiforme partito cattolico che, anch’esso, non ci può aver lasciato un compiaciuto ricordo. Sotto l’egida di questo partito votato alle compromissioni la Chiesa è tornata a svolgere in Italia un ruolo politico cospicuo che assolutamente non le compete e che non è sano lasciarle esercitare. Costantemente, ossessivamente, la televisione pubblica ci propone ancor oggi l’immagine di un papa polacco cadente che bofonchia messaggi indirizzati alle folle e ai potenti del mondo.

L’Europa e l’Italia ospitano popolazioni di varia origine etnica e di diversa credenza filosofica o religiosa. Tutte queste popolazioni accettano l’autorità dei singoli Stati nazionali, ma non possono certo essere tenute a condividere particolari fedi religiose e neppure a riconoscere una qualche prevalenza di una Chiesa privilegiata ad essi estranea sulle proprie.

In Italia ci sono cattolici praticanti e soprattutto molti cattolici passivi. Ma ci sono anche non pochi indifferenti alle problematiche religiose e atei. Inoltre ci sono minoranze cristiane non cattoliche, ci sono ebrei e ci sono schiere sempre più nutrite di musulmani.

Quanto alle offese, le peggiori forse sono quelle inconsapevoli, che vengono arrecate con disinvolta spontaneità e senza minimamente curarsi dei punti di vista altrui. Che l’affissione in luoghi pubblici e specie in quelli dell’insegnamento scolastico obbligatorio di simboli di una fede particolare offenda e anzi leda il diritto di ogni singolo cittadino a crescere in una sua identità autodeterminata è un’ovvietà che solo può non parere tale a chi non si sogna che altri possano avere sul serio una loro identità autonoma.

C’è poi da dire che il crocifisso, così com’è e come viene riprodotto in migliaia di esemplari, è suscettibile – se non di offendere – di ispirare estraneità e repulsione anche in cristiani cattolici autentici un po’ più attenti, esigenti e sensibili di quelli che riempiono le chiese. Si tratta infatti, sia per la scelta del simbolo in sé sia in base ai criteri estetici della raffigurazione, di un emblema non tanto del cristianesimo, quanto del cattolicesimo controriformista, eminentemente barocco.

Da cristiano giudico questo orpello disdicevole e di pessimo gusto. Ritengo oltretutto che il momento fondante del cristianesimo sia non la crocifissione, bensì la resurrezione di Cristo.

Torno sul vituperio e lo scandalo che un segno del genere non può non rappresentare per gli adepti di altre scuole filosofiche o religiose. Mi sembra ovvio che uno Stato indipendente e neutrale, al di sopra delle parti, non può esimersi dal tutelare il diritto alla propria dignità di tutti i suoi cittadini né dal garantire una neutralità autentica della sua azione nei confronti di tutti, indipendentemente dalla parte politica, filosofica, religiosa cui fanno capo per nascita o loro scelta.

Certo, si può far finta di niente per quieto vivere. Si può lasciar perdere e subire come il cittadino, in barba ai magniloquenti richiami verbali alla democrazia che ci assillano, è sempre stato costretto a fare o ha giudicato più conveniente di fare in un’infinità di campi. I fumatori mi hanno soffiato in faccia il loro lurido fumo tutta la vita, nelle case private, nei bar e ristoranti, nelle sale d’aspetto, negli uffici e sui mezzi di trasporto pubblici. I cacciatori si sono dati a campagne di sterminio della selvaggina negli ambienti naturali e sono sempre stato costretto a vederli passare con i cani e i fucili a tracolla e a sentire il fragore dei loro spari tutto attorno a me senza avere il diritto di muovere un dito per sbarrare loro la strada. La presenza di quella rappresentazione di un cadavere martoriato non migliorerà né peggiorerà la qualità scadentissima dei processi celebrati nelle aule giudiziarie e non impedirà ai miei nipoti e pronipoti di studiare nelle aule scolastiche. Possiamo anche in questo settore subire senza battere ciglio. Possiamo vivere, come si è sempre fatto, più cauti che liberi, più rassegnati che protagonisti, al traino di una sedicente civiltà democratica invece che esigenti e fieri dell’intelligenza maturata dall’umanità nel corso di una più che trimillenaria storia.  

 

 

 

Barocco – 22.09.02

 

Mi sembra si possa dire che lo spirito e la sensibilità barocca vengano configurandosi nel decorrere della storia allorquando l’uomo comincia a rendersi conto di non essere importante nel creato quanto originariamente credeva e che il creato stesso è un qualcosa di complesso e incerto in cui la realtà non coincide con l’apparenza.

Nel medioevo si era creduto di vivere, sì, in un mondo provvisorio e solo apparente, ma dietro il quale si celavano strutture metafisiche certissime e stabili. Il Rinascimento è tornato alla lebensanschauung dominante dell’antichità classica, rivalutando i sensi, ma concependo il cosmo come un tutto ordinato e razionale in cui una serie di sfere celesti ed astrali sovrapposte le une alle altre coprivano la terra piatta. L’eroe del cosmo era l’uomo, fatto ad immagine di Dio e che rappresentava, egli stesso, una sintesi del cosmo (microcosmo). La terra era il centro stabile dell’universo e l’uomo la ragione principale del creato.

Copernico, poi Galileo, hanno rivoluzionato questa beata visione, affermando che la terra era invece un mondo sferico non troppo grande il quale ruotava attorno al sole. Ciò ridimensionava immensamente il ruolo del mondo nell’universo che d’un tratto veniva inteso come molto più variegato e vasto, se non infinito, per non parlare del ruolo dell’uomo che ora veniva a profilarsi come assai meno singolare e consistente. Tutto roteava, si muoveva e continuamente mutava nel nuovo universo, nulla era più fermo e stabile e mancavano ormai anche riferimenti assoluti che consentissero di orientarsi, come una dimensione orizzontale o verticale a sé stante e valida indipendentemente da ogni relatività. Insomma le cose non avevano più né una realtà stabile, né un senso precisamente determinabile.

Ricordo cosa rappresentò per me, da giovinetto, la rivelazione che il nostro corpo che a noi, dal di fuori, appare come una statua semovente si compone in realtà di un assemblaggio di cellule e di umori in perpetua attività. E quella che la realtà oggettiva è di fatto un coacervo di atomi in perpetua agitazione entro spazi vuoti circoscritti.

Dunque gli asceti medievali avevano ragione nel predicare che il mondo quale ci appare è eminentemente illusorio. Solo che squarciando il velo delle apparenze con telescopi e microscopi non ci imbattiamo in strutture metafisiche solide che ci ridiano fiducia, né in nulla che avvalori l’idea di ipostasi del genere, ma in catene di nuove apparenze che sfumano verso orizzonti remotissimi e ignoti.

 

 

 

Limiti – 24.09.02

 

Molte indagini scientifiche e filosofiche sembrano non tenere adeguatamente conto della limitatezza organica, strutturale dell’uomo e della sua mente. È pur ben noto che l’uomo vive nel movimento, in pratica in un continuo spostarsi e mutare di tutta la realtà che gli sta attorno e che lo costituisce. Ed è altrettanto noto che la concentrazione mentale dell’uomo non può essere costante, ma subisce inevitabili alterazioni e fasi calanti.

L’uomo non può esimersi, se non altro, dallo scivolare ricorrentemente nel sonno e, quando è sveglio e attento, non lo è certo mai se non entro certi limiti, mai se non parzialmente. L’uomo non è capace insomma di una veglia o attenzione a tutto e assoluta, ma solo di un certo grado di attenzione a oggetti o temi circoscritti.

Ne consegue che nessun esame o ragionamento umano esaurisce il suo argomento e che, tanto meno, l’uomo può legittimamente pretendere ad un’adeguata comprensione onnicomprensiva del reale, ad una filosofia o anche solo scienza completa.

D’altronde tutto il reale è esso stesso in perpetua trasformazione e ricomposizione, o forse addirittura rinaturazione. Il che significa che l’oggetto di qualsiasi esame o ragionamento è già di per sé sempre incompleto e in divenire. Quindi vediamo che una mente difettosa si occupa di oggetti indefiniti.

In questo magma, in questo caos tanto del soggetto esaminante quanto della materia esaminata rimane qualche speranza di punti di riferimento costanti e fissi?

 

 

 

Cessata attività – 04.12.02

 

Non sono un ottimista. Non sono socievole, non sono un estroverso. Non sono specialmente simpatico e spesso incontro qualche difficoltà nelle mie relazioni con gli altri, soprattutto a lungo andare.

Tutto ciò non mi ha agevolato la vita.

Ho faticato molto, con scarso esito, a presentarmi al mondo quale realmente sono, a far affiorare la mia intima personalità, a far inverare la mia personalità, ad affermarla. Il mondo non aveva bisogno di me, tollerava che mi sbizzarrissi in attività ludiche ma si rifiutava di prendere atto del loro portato.

Il mondo mi voleva lavoratore, nei settori del libero professionismo omologato, del funzionariato, dell’artigianato o della manovalanza. Così sono stato un operaio agricolo, un infermiere, un funzionario internazionale. Di questo restano vaghe tracce, senza dubbio, in incartamenti amministrativi.

Ma a circa otto anni ho cominciato a scrivere poesia, applaudito da Giorgio De Chirico. Eppure in tutta la vita sono riuscito a pubblicare in tutto forse tre miei brevi pezzi in riviste di poesie dei primi anni Ottanta. Ho smesso di scrivere ritmi in italiano o francese a Lussemburgo nei primi anni Novanta e mi accorgo che oggi non ho neppure più nei miei mobili d’ufficio una casella, un vano riservato per la «poesia».

Ho cominciato a disegnare, poi a dipingere, solo a vent’anni, al rientro a Roma dall’ultimo anno di liceo trascorso nella grigia Parigi. Per alcuni anni la pittura è stata la mia attività principale, la mia consolazione. Attorno a me, nel mio studio della villa Strohl-Fern, si riuniva una piccola squadra di giovani pittori che frequentavano le accademie e i miei primi lavori sono stati visti e apprezzati da qualche maestro affermato, in particolare da Avenali, che si è profuso in complimenti ed incoraggiamenti ma non mi ha indicato la via da seguire per trasformare quelle mie esercitazioni private in un’attività pubblicamente riconosciuta. Nel 1983, da Lussemburgo dove ufficialmente ero un funzionario del Parlamento europeo, sono riuscito ad organizzarmi una mostra personale a Roma, che però si è risolta sostanzialmente in una delusione. Ed è pure negli anni Novanta, inoltrati, che a Castelvetro ho dipinto le mie ultime tele. Non certo perché l’arte mi sia venuta a noia o perché – come subito opinerebbe qualche profano – mi sia venuta a mancare la cosiddetta ispirazione, ma soprattutto perché per me è sempre rimasta un monologo, non riuscendo mai a sfociare in un dialogo con la società civile o gli ambienti degli artisti, insomma con gli altri.

D’altra parte, col rientro definitivo in Italia nel 1996, ho cominciato a scrivere e pubblicare articoli eruditi. Stranamente, ad uno stadio della vita tanto avanzato, ho scovato un’attività congeniale che poteva godere del beneplacito altrui. Le prime pubblicazioni di articoli negli «Atti e Memorie» della Deputazione di Storia Patria per le antiche province modenesi (3 pezzi), pur distribuendosi su un arco di tempo di ben tre anni con periodo preparatorio di un altro paio d’anni, sono uscite senza problemi. Contemporaneamente ho potuto dare alle stampe a Vignola un volume che riprendeva, accorpava ed ampliava i temi dei due primi. Tutte queste pubblicazioni, tuttavia, e le tre presentazioni orali connesse sono in pratica cadute nel vuoto. Non hanno suscitato reazioni, né comportato per me conseguenze positive degne di nota.

Ho poi ottenuto, grazie a Rinaldo Merlone, di uscire con un articoletto sul prestigioso bollettino della Deputazione subalpina di Torino, dopo che – prima inattesa delusione – la Società di Storia di Cuneo di cui ero e sono socio da diversi anni non aveva dato seguito alla mia preventiva richiesta di pubblicazione per i suoi tipi. Tuttavia il mio secondo articolo ben più corposo proposto a Torino (relativo al marchese Aleramo) è stato rifiutato in quanto non contenente sufficienti elementi di novità. Frattanto, tramite Bonacini della Deputazione di Modena, poi Andreolli dell’Università di Bologna, avevo presentato al CISAM di Spoleto un mio impegnativo testo sul conte Auteramo di Cittanova. Di questo testo mi è stato assicurato che verrà pubblicato, ma si ignora quando. Le celebrazioni del centenario della nascita di Lanza del Vasto, sin dal gennaio 2001, mi hanno indotto, lungo tutt’un altro filone, a redigere una miniserie di tre articoli sullo zio, principalmente ispirati dalla necessità di far conoscere dati biografici finora ignorati o riportati erroneamente da biografi improvvisati. Per la pubblicazione del primo di tali articoli mi sono rivolto prioritariamente all’editore dello zio, la Jaca Book, che mi ha dirottato su un agricoltore ecologista il quale pubblica una sua rivista ed ha giudicato il mio testo troppo carico di note pignole a piè di pagina. Ho contattato responsabili di riviste e centri teologici e sono stato anche da essi respinto in quanto operanti solo nel campo della teologia accademica. Vincente si è rivelata infine la mia ispirazione di rivolgermi alla Società di storia per la Puglia, di Bari, che ha subito risposto favorevolmente. Ma i tempi della stampa presso quella Società sono lunghissimi e dovrò aspettare ancora più di un mese per verificare la qualità della relativa presentazione. Quanto al secondo pezzo della serie, ancora non mi è stato mai risposto – nonostante mie reiterate richieste – se la Società di Bari intenda pubblicare anche quello, né tanto meno quando. Nell’ipotesi più ottimista potrebbe comparire nel numero del suo bollettino che uscirà nel gennaio 2004 (con l’indicazione: 2003). Ciò è, comunque, tutt’altro che assodato. Quanto al terzo articolo, che si impernierebbe su una trentina di riproduzioni a colori, non vi ho neppure fatto cenno con eventuali editori. Ovviamente, a parte i tempi (a fil di logica nel migliore dei casi si dovrebbe pensare al 2005), le molte illustrazioni a colori rappresentano un ostacolo serio.

Mi rimane da parlare di altre due operette, certo tutt’altro che secondarie e che potrebbero uscire sotto forma di due volumetti. Si tratta anzitutto del diario di Louise Dentice che ho tradotto in italiano e che G. S. mi aveva suggerito di proporre a Sellerio. Purtroppo, dopo aver trattenuto il dattiloscritto un anno intero, l’editrice palermitana si è dichiarata non interessata all’edizione. Ho allora scritto alla Società di storia di Napoli che, in un primo tempo, ha accettato il progetto di edizione affidandone la curatela a un’esperta della storia del Risorgimento, ma poi ha sollecitato la donazione del manoscritto o chiesto in subordine l’invio di fotocopie dell’intero originale suscitando da parte mia una reazione un po’ brusca e subito, poi, annunciando il rinvio per posta del dattiloscritto. L’altra operetta è un quadro storico sintetico dell’insieme delle famiglie aleramiche che ho composto all’inizio del presente anno. Ho scritto ad Acqui Terme sperando che, da quel cuore dell’antico Vasto, mi potessero indicare un editore eventuale. Ma non mi perviene alcuna risposta. Così, ho inviato il dattiloscritto alla dott.sa Aurelia Forni di Sala Bolognese, da cui tuttavia non mi attendo una risposta illuminante.

Tale è lo stato delle cose in quest’ambito delle pubblicazioni erudite. Uno stato non entusiasmante. Per ora ciò ingenera anche in questo campo una cessazione di attività, un ristagno per eccesso di produzione non adeguatamente realizzata, non sufficientemente tradotta in lavori a stampa. Ed è una cessazione di attività che, da congiunturale e provvisoria, ha buone probabilità di trasformarsi in definitiva, vista la mesta stanchezza che l’accompagna e l’età da me ormai raggiunta.

 

 

 

Fede – 26.12.02

 

Una cosa è credere, tutt’altra è credere che si crede, proclamare che si crede, fingere di credere.

Ciò che è si manifesta, l’albero si conosce dai frutti.

Montaigne ci scuote da un beato torpore nel farci notare che, se uno davvero credesse, agognerebbe solo a morire per passare subito a miglior vita. Ma, se entusiasti del martirio ancora esistono nel mondo, essi non sono certo da ricercare nelle cerchie dei cattolici o dei cristiani.

È inutile e forse sacrilego issare vistosamente il vessillo della fede come è reprensibile pronunciare il nome di Dio invano.

La fede è semmai un dono o una virtù che si deve tradurre non in prese di posizione dottrinali, programmatiche e a parole, ma in atti concreti. Essa deve trasparire dai comportamenti, e forse non si chiama neppure davvero «fede». Forse, come di Dio, non ne conosciamo, né possiamo conoscerne il nome più intimo, più autentico.

Insomma, ciò che conta non è quel che si dice e ripete infinite volte di credere recitando una parte, ma ciò solo che si fa.

 

 

 

Risurrezione – 02.01.03

 

Anni fa, in occasione del funerale di mia madre, fui colpito dalla profondità delle fosse in cui oggi si seppelliscono i morti, sempre che non si opti per altre soluzioni quali i cosiddetti fornetti o, più radicalmente, la cremazione.

Ad amici cattolici ho esternato il mio relativo sgomento di fronte a questa usanza, comprensibile da un punto di vista igienico-sanitario, ma che per altro verso mi è apparsa come una flagrante riprova della cessata credenza nella risurrezione da parte dei frequentatori di chiese.

Ovviamente, nel dire e pensar ciò mi riferisco ad una risurrezione vera e propria, risurrezione della carne, che è quella in cui i cristiani hanno di fatto creduto per lunghi secoli e che i pittori cristiani del passato hanno spesso rappresentato. Nel medioevo i defunti venivano tumulati nelle chiese o nelle immediate vicinanze di esse, in camposanti benedetti, quasi in superficie, anche affinché potessero prontamente rizzarsi allorché sarebbero suonate le trombe dell’ultimo giudizio.

Gli amici hanno sorriso di me. Mi hanno parlato di risurrezione immateriale, «spirituale»; mi hanno rimproverato tanto la «mancanza di fede», quanto il gretto e del tutto fallace «materialismo» di cui, invece, dava chiara prova il mio ingenuo smarrimento. I defunti risorgeranno «spiritualmente» o «in ispirito», anche se il significato di queste espressioni è tutt’altro che perspicuo.

Da un lato, ciò consente tecnicamente di credere che possano risorgere defunti non solo interrati a grandi profondità, ma anche murati nel cemento ad esempio, oppure arsi, cremati, o divorati da balene e altri animali feroci, ecc... Inoltre consente di non porsi il problema dell’aspetto di questi futuri rinati, di non chiedersi, cioè, se dovranno rinascere con le loro ultime fattezze da vivi oppure con corpi meno rovinati, più giovani.

D’altro lato, però, questo modo d’intendere la religione sembra trasferire l’intero campo della presunta fede in un mondo di indistinzione, di sogno, di fiaba, in un mondo onirico di pie invenzioni e convenzioni come quelle di babbo Natale e della Befana.

 

 

 

Inumazione – s.d.

 

L’inumazione sembra sia stata sin dalle origini della civiltà umana la soluzione più banale e più spiccia in materia di trattamento dei cadaveri dei defunti in conflitti, duelli, a seguito di incidenti o per malattia. Gli antichi più civili hanno praticato anche la tumulazione in grotte, ambienti sotterranei o manufatti appositamente costruiti, riservandola però ai patrizi, alle classi dominanti e abbienti, perché è ovvio che si tratta di un’alternativa assai più impegnativa e costosa.

Lasciare il corpo del defunto a consumarsi all’aria, laddove era caduto o in discariche improvvisate, non si poteva. Il morto puzzava e poteva generare malanni e non era quindi il caso di tenerselo vicino. D’altra parte, abbandonato nei campi o nei boschi sarebbe stato dilaniato e divorato dagli animali selvatici, il che sembrava poco onorevole e avrebbe oltretutto attirato le belve nei dintorni delle abitazioni dei vivi.

Il fatto che in genere il morto fosse seppellito o tumulato con le sue armi, con i suoi oggetti più cari o, se donna, con monili e gioielli preziosi, e non di rado con razioni alimentari e, ancor più, che in determinate civiltà la salma venisse preventivamente imbalsamata e bendata onde resistere il più a lungo possibile alle ingiurie del tempo sta ad indicare che è sempre serpeggiata una indistinta credenza o speranza in qualche forma di sopravvivenza del defunto in un limbo segreto, se non di sua futura risurrezione carnale.

Con questi istinti fideistici si sono venute a incrociare in tempi maturi e con lo sviluppo della filosofia orientale, poi greca, le speculazioni razionali relative ai concetti di spirito e di anima. Vi sarebbe stato un mondo della materialità o terreno e un mondo dello spirito o celeste. L’essere umano sarebbe stato un’anima ingabbiata in un corpo. La morte avrebbe colpito il corpo, cioè la materialità dell’uomo, ma non la sua anima, per natura eterna. Pertanto la morte sarebbe stata un momento quasi felice di liberazione dell’anima dalle catene corporali ed un suo passaggio dal carcere terreno, dalla valle di lacrime del mondo finito, alla vita eterna.

Nel complesso sviluppo delle credenze e delle dottrine rimaneva viva, tuttavia, l’attesa di una risurrezione carnale degli stessi corpi. Prendeva piede la prospettiva fideistica di una fine del mondo accompagnata da un giudizio universale. Un giorno, l’umanità essendo divenuta sempre più inintelligente e malvagia, il mondo sarebbe finito, forse nel quadro di un’immane catastrofe. Senonché, proprio allora, le trombe annuncianti il giudizio universale sarebbero risuonate su tutta la superficie della terra facendo sì che tutti i morti si rizzassero dalle loro tombe per essere uno a uno giudicati e destinati al paradiso o all’inferno.

Va da sé che, aderendo a questa proiezione, si sotterreranno le salme dei propri cari e affini non solo in terra protetta da consacrazione per evitare rapimenti o altri scempi perpetrati dai diavoli, ma anche in luoghi donde il morto risorto un giorno possa saltare fuori comodamente e pertanto, se sotto terra, a poca profondità, quasi in superficie.

Rimane da considerare che altre e diverse tradizioni, sin dalla remota antichità, hanno optato, invece che per l’inumazione, per la combustione o cremazione dei cadaveri. Soluzione più radicale, ma anche già più impegnativa, laboriosa, in quanto suppone in origine per ogni singola salma la raccolta di un quantitativo congruo di legna secca e l’allestimento di una pira.

Ma soprattutto questa usanza non poteva essere fatta propria dai popoli che avevano cominciato a credere in qualche misura, sia pur solo in chiave di auspicio connesso a empiti intuitivi, alla risurrezione della carne. Pertanto tutto il mondo protocristiano e cristiano la hanno respinta e condannata.

Certamente, però, il tema della risurrezione della carne pone dei gravi problemi al mondo cristiano. Ormai nei cimiteri si seppellisce a 3 metri di profondità, e come si suppone possano fare coloro che si ridestassero in quelle condizioni a trarsi fuori da simili fosse? C’è poi il considerevole numero di deceduti sepolti in manufatti di cemento, di saltati in aria e sbriciolati dalle bombe, di divorati da coccodrilli o pescecani, ecc... Questi corpi frammentati, sparsi per la terra e per i mari, di cui non rimane traccia, come potrebbero ricomporsi e tornare in vita?

Si rimedia invocando la sola risurrezione dello spirito o delle anime, ma quindi rinunciando alla credenza in quella dei corpi come tali.

Senonché, a questo punto, anche il cristianesimo dovrebbe poter ammettere senza alcuna fondamentale difficoltà il principio della cremazione, che in prospettiva è certamente più efficiente e rassicurante per gli Stati laici.

 

 

 

Non giudicare – 29.01.03

 

Non giudicare, se non vuoi essere giudicato.

Non giudicare, allo scopo di non essere giudicato.

La motivazione indicata sembra implicare che «giudizio» sia sinonimo di «condanna»; che, se si sarà giudicati, si sarà condannati.

A tale proposito c’è da dire, da un canto, che si trovano sempre censori per condannare e vituperare chiunque. Non vi è persona, né personaggio, inattaccabile, intoccabile, che non sia mai stato trascinato nel fango da qualcuno. Quelli che agli uni possono parere personaggi emblematici, straordinari, quali – poniamo – i santi oppure capi di Stato come gli imperatori Carlo Magno e Federico II, o studiosi o artisti hanno avuto i loro denigratori anche radicali o, se non li hanno finora avuti, li possono avere dall’oggi al domani.

D’altro canto, ciascuno ha dei difetti,  dei punti deboli. Ciascuno si è talvolta sbagliato. Ciascuno ha qualcosa da rimproverarsi ed è quindi, potenzialmente, suscettibile di essere redarguito e punito. E nessuno è peraltro in grado di misurare l’esatta portata di questo proprio lato d’ombra, per non parlare della parte inespressa, segreta, di male che si è annidata nei nostri cuori senza ufficializzazione.

Quindi si può assumere che la motivazione in parola è, di per sé, convincente.

Il precetto, tuttavia, può sembrare inassolvibile ed assurdo.

Infatti l’apprezzamento, la valutazione che è anche giudizio è premessa largamente indispensabile all’azione. Se non giudicassimo, agiremmo sempre alla cieca. E, quanto più giudichiamo finemente, tanto più i nostri comportamenti potranno essere adeguatamente orientati, razionali.

Esso può essere inteso comunque come invito, se non già a non sfogare nell’azione più energie di quanto sia necessario attribuendo alla contemplazione la parte che le spetta, a restringere il nostro rovello giudicante ai casi in cui esso ha una sua precisa utilità.

Con ciò intendo sottolineare che spesso e volentieri vengono espressi giudizi su cose che non riguardano in alcun modo il censore e riguardo alle quali peraltro il medesimo non può vantare una specifica competenza.

Giudicare è una cosa che si fa correntemente senza porsi problemi. Non costa niente, fa sentire importanti e fa passare il tempo. Ma questo giudizio a tempo perso non sempre lascia il tempo che trova. Una somma di giudizi del genere orientati in senso univoco hanno spesso avuto conseguenze pesanti e anche esiziali per persone e per popolazioni, nel corso della storia. Si pensi, ad esempio, all’antisemitismo o antiebraismo preconcetto.

 

 

 

Amicizia – 02.02.03

 

Tempore felici / Omnes gaudent amici. / Dum fortuna perit / Nemo amicus erit.

L’amicizia è come la pioggia: ora cade abbondante, ora dilegua. E, certo, ciò è correlato al tuo aspetto, alla tua prestanza, alla tua spigliatezza ed esuberanza; alle tue possibilità di dare a chi ti sta intorno qualcosa, sul piano della simpatia o dell’utilità.

Diversamente dalla pioggia che bagna indifferentemente i buoni e i cattivi, l’amicizia è inconsapevolmente – e talvolta consapevolmente – interessata.

Quando sarai divenuto, com’è destino, vecchio, brutto, musone e per di più magari privo di regalie da distribuire, chi vuoi che ti si fili. Non sarai più buono né a raccontar barzellette, né a festeggiare, né a gratificare l’assistenza.

Rientrerai così nella realtà della solitudine, poco prima di scendere il gradino della morte.

 

 

 

Mia Destra – 22.02.03

 

La mia Destra non è una Destra di gente incarognita, chiusa al dialogo e agli scambi, che si interessa e si preoccupa solo del suo minuto mondo casareccio. La mia Destra non è ottusa e caparbia, non è prepotente.

Per me, essere di Destra non significa essere egoisti, spregiudicati e violenti.

La destra è la mano valida, robusta, abile, capace. È la mano della forza, dell’autorità, ma non preclude l’azione di generosità e tenerezza della sinistra.

 

 

 

Demo e aristocrazie – 25.03.03

 

In greco antico kratìa vale: forza, potenza, comando. E dèmos significa: popolo, basso popolo.

La «democrazia» è pertanto in linea di massima un regime politico in cui il potere appartiene al popolo o al basso popolo, è gestito dal popolo di infima condizione sociale.

Il concetto è tutt’altro che limpido e può anzi subito apparire come in sé contradittorio: infatti ciò che per definizione è infimo come può prevalere e governare? Storicamente il concetto è stato invocato e utilizzato per eradicare la preminenza politica di classi dirigenti irrigidite e non più all’altezza dei compiti sociali che si riservavano.

Ma i regimi scaturiti dalle rivoluzioni dei secoli dal XVIII al XX e che si autoproclamano «democratici», lo sono, in quale misura lo sono, in quale modo lo sono?

La «democrazia» è un concetto e un’utopia. Nell’ordine della concretezza non si dà, né forse può darsi, alcuna democrazia. Semmai la democrazia può essere una bandiera, un programma, un ideale da perseguire. Un regime può essere d’intento democratico, di fede democratica, cioè può volersi sviluppare quanto più realmente possibile nel senso della democrazia: ciò significa che favorirà il benessere e la formazione, l’elevazione degli strati socialmente più bassi delle popolazioni.

Questo intento democratico può essere reale e, da un punto di vista etico, morale, sociale, può essere giudicato positivamente.

Comunque sarebbe importante capire e sapere che nessuna società ha di fatto, né forse può avere, un assetto sostanzialmente ed effettivamente democratico.

Intanto la democrazia viene intesa in vario modo. Per semplificare possiamo dire che ci sono due grandi famiglie di sentimento e di pensiero in sede di interpretazione di ciò che concretamente deve avviarsi ad essere un regime democratico. E queste due famiglie sono nemiche giurate nei reciproci confronti. La famiglia socialista e la famiglia liberale.

Gli uni tendono a pensare che il governo del popolo debba configurarsi in pratica come sottrazione di governo ai singoli, agli individui, i quali devono fondersi appunto nel popolo e rinunciare a una loro esistenza in qualche modo personale, particolare. Tutti i particolarismi devono essere completamente aboliti, da questo punto di vista, e il popolo deve regnare come massa. Questo sistema di pensiero politico non tarda ad imbattersi in uno scoglio fatale: la sovranità del popolo come massa è un principio errato, illusorio e inattuabile. Pertanto si scivola subito in una formula di compromesso, rappresentativa. A governare realmente non sarà la massa popolare, bensì un ristretto numero di presunti rappresentanti della medesima. E sorgono i problemi tecnici relativi alla designazione dei rappresentanti. Gli esempi storici poi ci mostrano che in realtà i «rappresentanti», più che essere designati, si impongono da sé, occupano il potere e divengono facilmente dei dittatori.

Altri sono del parere che, invece, la democrazia consista anzitutto nel consentire a ciascuno di decidere autonomamente delle proprie cose, di svilupparsi secondo le proprie inclinazioni e capacità. Chiaramente ci dovranno essere, al di sopra degli individui e delle loro iniziative e carriere particolari, delle strutture e autorità supreme cui competerà soprattutto coordinare, orientare il complesso sociale. E anche in questo sistema gli esponenti delle strutture supreme saranno principalmente dei rappresentanti designati. Ma è previsto in partenza che la designazione avverrà per lo più mediante elezioni popolari e le cariche saranno a tempo determinato, su periodi non troppo lunghi. Il difetto del modello liberale che salta agli occhi per primo consiste però nel gran divario tra il dire e il fare: il pesante e costoso marchingegno elettivo e talvolta anche referendario, oltre a riferirsi solo alle cariche considerate più precipuamente politiche e cioè a una minoranza ristretta delle posizioni di prestigio e di potere e a poche decisioni d’interesse nazionale, è ben lungi dal garantire una significativa incidenza degli umori popolari sulle nomine dei capi di governo e sull’azione dei governi.

Un esame spassionato ci permette anzitutto di appurare che tanto le democrazie socialiste, quanto quelle liberali falliscono il loro obiettivo conclamato, quello cioè della «democrazia», e rimangono o ridivengono fatalmente delle oligarchie. Oligarchie, mascherate da democrazie. Perseguono tuttavia obiettivi democratici, ossia si orientano verso progressi nel senso della democrazia? Nulla è più opinabile, tanto più che sembra mancare una qualsiasi consapevolezza dei limiti che vado qui evidenziando.

Di sfuggita, sarà bene soffermarsi su un’altra specie o sottospecie di fede democratica, ancor più utopistica delle due principali già considerate. Essa è, a dire il vero, la più pura, la più autentica, ma proprio perciò la più lontana da prospettive di attuabilità. Si tratta dell’ideale anarchico, in certo senso a cavallo tra le opzioni sociale e liberale. Predica la soppressione pura e semplice di ogni autorità, di ogni superstruttura organizzativa che limiti e inquadri l’attività libera dell’individuo e che gli si imponga con la forza.

 

 

 

Contrasti – 06.04.03

 

Detesto i contrasti, gli scontri personali, le liti, le altercazioni.

Diversi conoscenti, tuttavia, mi giudicano di cattivo carattere e portato ai battibecchi, negato per le relazioni pubbliche.

Certamente sono fondamentalmente un orso, piuttosto chiuso in me, scontroso. Ma detesto scontrarmi apertamente con gli altri. Perdo rapidamente il controllo se provocato a sorpresa. Così, faccio di tutto per evitare le sorprese ed evitare le occasioni di scazzo.

A spingermi su posizioni defilate è soprattutto la mia vulnerabilità o ipersensibilità alle critiche e alle offese. Non posso espormi perché sono tutt’altro che coriaceo. Le ferite d’amor proprio mi dolgono eccessivamente.

Tuttavia c’è in me molta freddezza di giudizio, uno scarso coinvolgimento ed interesse emotivo nelle vicende altrui ed una innegabile quanto involontaria durezza che effettivamente possono rendere difficoltoso o anche aspro il rapporto con il prossimo.

Se cerco di ricapitolare, non mi sembra però di essere stato protagonista nella mia non più breve vita di un numero di scontri, banali o seri, maggiore di quello comune alla media dei cristiani. Magari è vero che il segno lasciato nel mio animo da tali contrasti è più profondo di quanto sarebbe normale e auspicabile. E può anche darsi che alcuni miei scatti abbiano lasciato un ricordo particolarmente vivace in persone a me vicine.

Se poi cerco di riandare con la memoria alla genesi di questi momenti di contrasto, trovo sempre e immancabilmente che lo scatto in me nasce da scorrettezze commesse nei miei confronti. Talvolta, forse, scorrettezze di poco conto cui posso aver attribuito un’importanza eccessiva o che posso aver travisato, rendendole più gravi di quanto fossero in realtà. Ma non sono io che, spontaneamente, aggredisco in prima istanza l’avversario.

Un esame di coscienza mi tranquillizza parzialmente. Solo parzialmente, però, perché mi rendo conto che alcuni miei difetti innati sono alla base dei giudizi pronunciati in cuor loro da amici e parenti nei miei riguardi e che il giudizio sussiste e opera comunque, anche se infondato o non adeguatamente fondato.

 

 

 

Liberazione – 26.04.03

 

Cerco di ricostruire gli snodi della seconda guerra mondiale nella memoria, e cioè attraverso gli scarni ricordi, di quello che allora era un bambino italiano di una famiglia del ceto medio relativamente defilata.

Non so se il 25 o 26 luglio 1943, quando si diffonde la notizia della destituzione di Mussolini, sono nello sconfinato giardino della villa dei Musiani (villa Paradiso?), alle porte di Siena. I Musiani sono amici stretti di famiglia, Arrigo Musiani è un socialista di origini friulane e mio padre un antifascista atipico. L’improvviso scatto della storia suscita emozione gioiosa – direi –, ma anche preoccupazione, perché non si comprende cosa implichi esattamente.

La sera dell’8 settembre 1943 (ho 8 anni) giungiamo col treno a Roma. A piedi e con le valigie in mano, prima lasciamo la nonna belga in un albergo prossimo della stazione Termini, poi percorriamo tutta la via Veneto e, superata la porta Pinciana, troviamo all’entrata di Villa Borghese dei militari italiani che ci vietano il passo. Proseguiamo per il lungo Muro Torto fino a piazzale Flaminio, quindi, salita l’erta di via di Villa Ruffo, ci rifugiamo nello studio di villa Strohl-Fern che rimarrà la nostra dimora fin oltre la morte di mio padre (1958).

Ricordo un’incursione aerea americana dei primi mesi del 1944. Frequento le elementari in una scuola sita in una traversa del Corso. Suonano le sirene dell’allarme. Insegnanti e scolari scendono precipitosamente le scale e sciamano nel rifugio sotterraneo. Io, invece, scappo in strada e corro verso casa. Vedo gli aerei in formazione nel cielo mentre attraverso una piazza del Popolo assolutamente deserta. Entra in azione la contraerea. Un aereo è colpito ed emette una scia di fumo.

La notte tra il 3 e il 4 giugno 1944 siamo allertati dai vicini. Saliamo sulla terrazza del più alto stabile della villa, che si affaccia su via Flaminia: i tedeschi stanno abbandonando la città. La mattina del 4 scendo in piazzale Flaminio. Tutto lo slargo è gremito di gente. Delle jeep americane arrivano in ordine sparso da oltre la porta michelangiolesca e i soldati lanciano pacchetti di cioccolata e simili tra il tripudio generale. Mi spingo fino in piazza del Popolo, anche questa piena di persone vocianti e festanti. Davanti alla caserma che stava dirimpetto a S.a Maria del Popolo vedo arrivare degli italiani in abiti civili che si fanno vicendevolmente il saluto militare.

Aprile/maggio 1945: mio padre parla con raccapriccio dell’esposizione dei cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fascisti in piazzale Loreto.  La mattina forse del 9 maggio 1945 viene annunciata la resa della Germania, quindi la fine ufficiale della guerra. Sono circa le 11 e io sono in classe al «Lycée Chateaubriand», al quale mia nonna mi ha iscritto sin dall’autunno del 1944.

Il 2 giugno 1946 sono sempre a Roma, a villa Strohl-Fern e al «Lycée Chateaubriand». Sto terminando, credo la 1a media (6me) e, quell’anno, riceverò a palazzo Farnese un premio per i miei risultati in francese. In famiglia, nel referendum nazionale siamo ovviamente a favore della monarchia. Sorprendo in bene mio padre allineandomi virtualmente sulla sua fede politica e, d’altra parte, qualificando i repubblicani convinti come avversari, non come nemici.

 

 

 

Economia – 05.09.03

 

In partenza ho esitato se intitolare questo pensierino Economia oppure Limitazioni della libertà individuale nelle società liberali. Ho poi scelto il primo titolo perché più breve e più comodo.

Se la realtà più reale, la realtà autentica soggiacente alla vita e al meccanismo sociale è economica, ossia una realtà dello scambio, dell’avere e del dare, per non parlare del prendere e del carpire, a sua volta giustificata dai bisogni connessi all’esistenza, viene a mancare una prospettiva escatologica e un senso ultimo alla condizione umana.

Qualora si rinunci ad una dimensione spirituale o anche solo ideale nell’interpretazione del reale, la vita appare insensata e inutile, una somma o sequela di sensazioni piacevoli e spiacevoli ma comunque fugaci, sostanzialmente immeritevole di essere vissuta.

Purtroppo, tuttavia, l’economicocentrismo è un dato comune di tutte le scuole di pensiero, di tutte le culture oggi dominanti: del fascismo come del comunismo, e soprattutto del liberalismo come del socialismo.

Si ha talvolta tendenza ad assumere che il liberalismo sia una dottrina sociale e un sistema di governo che privilegino la libertà individuale. Ma ciò è vero, semmai, in termini relativi e nell’ambito di un confronto con le altre grandi scuole di pensiero politico. Lo è ben poco in termini assoluti. La società liberale è anche, per altro verso, una società capitalista. In essa la libertà individuale si trova contrastata anzitutto dall’organizzazione sociale con i suoi vari strumenti (scuola, servizio militare o civile, lavoro retribuito) e, in secondo luogo, dalle logiche di sfruttamento che necessariamente comporta l’economia di mercato.

Io, da adulto, sono vissuto in società liberali. E, in queste, non mi sono mai sentito libero. Non ho potuto fare la vita che avrei voluto, se non in misura minima. Ufficialmente sono stato un funzionario del Parlamento Europeo. E invece, per me, quella pseudoattività alimentare che sono stato costretto a svolgere per oltre vent’anni in un paesello della malora conta pochissimo, perché è pochissimo tanto ciò che sono riuscito a combinare in quella funzione, quanto ciò che ne ho ricavato come arricchimento personale.

 

 

 

Inverno – 07.12.03

 

È di nuovo inverno. Non che faccia proprio freddo, di giorno andiamo sugli 8 gradi. Ma è buio, spesso nuvoloso, immalinconente. La stagione si potrebbe sopportare dopo tutto, se non fosse che deve durare tanto: quattro o cinque mesi.

Il fatto si è, soprattutto, che questa fase climatico-atmosferica viene a sovrapporsi ad altre questioni spiacevoli, che non mancano mai, accentuandone nella sensibilità soggettiva la portata deleteria.

Sono ormai invecchiato e continuo a invecchiare ogni mese di più. Tutto mi stanca. Le membra non sono più elastiche, agili; fatico ad alzarmi dalla poltrona. Non sto male, ma i continui esami medici che mi vengono prescritti a titolo di indagine preventiva mi rendono ansioso e mi fanno sentire poco in forma.

Un altro problema è quello degli studi, dei testi che appronto, ma fatico tanto a fare accettare dagli editori, i quali poi mi lasciano magari per mesi ed anni in mezzo al guado senza pubblicare o, una volta pubblicato, si rivelano in qualche modo editori illusori, privi di sbocchi a livello di lettori potenziali. Due miei lavori di una certa importanza sono stati presi da società di storia e ne ho rivisto le bozze da tempo, eppure non escono ancora. Ovviamente, ciò non mi incoraggia a cercar di stampare altre mie operette già pronte e finirà col disgustarmi del tutto di questo tipo di attività in cui mi sono lanciato con foga al momento del rimpatrio.

C’è poi la questione dei figli, sempre latitanti, sempre poco ben disposti nei miei confronti, sempre tesi a loro mete che da noi li allontanano e che comunque, anche per queste loro strade che non condividiamo, o rimangono quasi inerti (come M.) o prendono regolari cantonate. Peraltro, imbronciati e scontrosi, non esitano a mendicare o a sottrarre aiuti, senza i quali sarebbero già finiti francamente male. Impossibile esserne soddisfatti e inevitabile, invece, nutrire a loro proposito un fondo di preoccupazione anche ora che sono dei trentenni in teoria autonomi.

 

 

 

Contrasto generazionale – domenica, 07.12.03

 

Il contrasto generazionale e, più precisamente, la ribellione del figlio al genitore hanno una loro logica o funzione – se si vuole – fisiologica. È attraverso il contrasto, l’opposizione al padre che il figlio irrobustisce la propria personalità e diviene adulto.

Il fenomeno può prendere un carattere molto marcato o più attenuato, a seconda delle personalità dei protagonisti e del particolare assetto sociale entro cui si esperisce.

Certo, quantunque utile e persino necessaria, questa fronda o aperta contestazione è fastidiosa o persino dolorosa per ambedue gli attori e per lo stesso ambiente circostante. Per cui è comprensibile che si tenti di contenerne o sviarne gli effetti. L’adolescente, un tempo, veniva inviato magari fuori di casa, a formarsi in terre più o meno lontane o già ad assumere responsabilità d’azione sotto la protezione e la guida di persone esperte. Del resto, l’educazione stessa veniva affidata a terzi reputati competenti. E, in tal modo, si riducevano al minimo le occasioni d’attrito diretto.

C’è poi da dire che questa crisi di crescita doveva avere e per lo più aveva una durata limitata nel tempo. Divenuto adulto, indipendente, e raggiunta l’età di metter su a sua volta famiglia, il giovane si riconciliava con la famiglia in seno alla quale veniva ad assumere un nuovo ruolo, determinante.

Se penso alla mia gioventù, non ho certo difficoltà a riscontrarvi il momento di protervia in questione. Affettivamente, ero legato più a mia madre che a mio padre e molto presto ho assunto nei suoi confronti atteggiamenti di rivolta e di sfida. Avevo tendenza a giudicarlo, e a giudicarlo male per determinate sue scelte e condizioni. Ad esempio, il fatto che fosse un bevitore e un fumatore accanito ha fatto sì che io cominciassi a bere vino solo a venticinque anni e che non abbia mai voluto neppure fare una prima esperienza del fumo.

Mio padre è morto presto, purtroppo, quando avevo solo 23 anni. Però ho fatto in tempo ad avere la consolazione di una sorta di riconciliazione ideale, in gran parte attuatasi tramite lettere. Egli era malato ormai e, sia lui che io, andavamo ramenghi in giro per il mondo. Così ci scrivevamo e, a dire il vero, solo lui ed io abbiamo saputo di questa pietosa ricucitura, propiziata anche dai comuni interessi artistici.

Se ora mi giro a considerare la generazione che mi segue, quella dei miei figli, il problema mi sembra caricarsi di colorature anomale. Vero è che non siamo mai buoni giudici nelle cose che ci toccano o interessano da vicino, che ce ne sfuggono gli esatti connotati. E, pertanto, su quello che posso pensare e dire in questo campo grava un’alea d’incertezza. Comunque, da un lato a me pare non aver fatto mancare quasi nulla ai figli in giovane età e dall’altro – se anche vogliamo suggerire che sono stato con loro troppo freddo, poco affettuoso, come già mio padre era stato con me – l’umore scontroso non si giustifica al di là di una certa età e loro sono ormai trentenni.

Di mia figlia maggiore, onestamente, non mi posso lamentare. Se l’è cavata negli studi, si è laureata in matematica ed ha trovato subito lavoro, si è sposata e sta per partorire il terzo figlio. Soffro del suo essere poco brillante, e d’altro canto poco servizievole, spesso acida. Soffro del suo essere troppo distaccata, non dico da me, ma più in genere dalle realtà della sua famiglia d’origine. Sono tuttavia sofferenze in buona parte soggettive e che non materiano più di tanto sostanziali rimproveri.

Altro è il discorso relativo al figlio e alla figlia più piccola. Sono proprio questi due che, oltre ad aver preso sbandate di una certa gravità in gioventù, continuano a nutrire nei miei confronti un ostracismo e un desiderio di rivalsa. Il primo si è compromesso a suo tempo con le droghe leggere, a livello di consumo e di spaccio. Ricredutosi, se l’è cavicchiata con gli studi in sede di recupero a posteriori. Ha messo su una ditta e si è comprato un appartamento. Abbiamo sperato che riuscisse così a sistemarsi, che si sposasse, ecc… Ma proprio ultimamente, e dopo avergli concesso un paio di presunti prestiti, abbiamo appreso che ha liquidato la ragazza e pensa ora a liquidare l’impresa. La seconda si è sposata con un siciliano irresponsabile che non ha tardato a lasciarla sola con due figli. Lavora e tira su i due piccoli con energico piglio. Ovviamente, tuttavia, ha dovuto appoggiarsi a noi per l’alloggio e per tutta una serie di aiuti finanziari ed in prestazioni dirette. Ma quel che un po’ sorprende e molto dispiace, da parte di questi due trentenni scapestrati o disgraziati è la mancanza apparente di solidarietà, di interesse, di reciprocità nei nostri confronti. Intendo dire: d’accordo, noi li aiutiamo; ma loro, sembra non si accorgano che li aiutiamo, hanno pretese, brontolano. Non vi è traccia né di affiatamento, né tanto meno di gratitudine. 

Viene da pensare alla testa dello zio realizzata in gesso da Marino e che io, dopo la morte del babbo, feci colare in bronzo a mie spese in due esemplari. Destinavo uno degli esemplari allo zio Del Vasto, il quale se lo prese senza ringraziare, lo portò in Francia e in pratica – di suo – lo abbandonò in mano alla sua comune. È come se non sia stato io a donare il bronzo. È stato come un passo falso. Esso diminuisce il valore dell’esemplare che mi sono tenuto, ma non ha creato alcun tipo di legame tra me e gli attuali proprietari. Quanto al gesso originale, mia sorella, che l’aveva in consegna, l’ha affidato a un commerciante d’arte il quale è sparito portandoselo in America del Sud.

Dove va a finire ciò che uno riesce a fare anche di buono nella vita? Spesso nel dimenticatoio, oppure dà inaspettatamente frutti cattivi.

 

 

 

Primi freddi – 08.12.03

 

Prima giornata fredda dell’inverno. Questa notte il termometro è passato sotto lo zero. C’è il sole, ma stiamo chiusi in casa anche perché è giorno festivo. Le festività, da un lato, recano momenti di pausa in cui uno è sicuro di poter stare relativamente tranquillo; dall’altro, però, interrompono l’azione, creano vuoti e rallentano tanto la vita corrente, quanto i programmi di approntamento di studi e simili. Il week-end lungo pospone di ben tre giorni la necessaria consultazione del medico, l’invio della posta, ecc… D’altra parte, nella mia elaborazione della corrispondenza dello zio, sono tributario delle risposte di G. M. e di G. S. Quest’ultimo manda e.mail e in genere, pertanto, reagisce sollecitamente. Invece, la posta con G. M., oltre ai tempi di trasmissione e ai suoi tempi non proprio rapidi di riscontro, talvolta si perde addirittura. Aspetto invano per ora le sue rettifiche al mio ultimo fascicolo, che probabilmente dovrò ristampare e rispedire.

Rifletto sulla situazione generale mia e delle mie pubblicazioni in questa fine d’anno. Non è brillantissima. Sono riuscito a vendere l’appartamento di Nizza piuttosto bene: ad un prezzo discreto e senza lungaggini eccessive. Ed è un punto decisivo a favore. Ora si prospetta un’eventuale mia partecipazione in chiave minore al riacquisto del villino di Specchia di Mare. Ma le pubblicazioni vanno a rilento. Ho rivisto due volte le bozze dell’articolo su Auteramo e una – credo – la stesura del diario di Louise. Ciò da tempo, mi pare. Ma non se ne ha più notizia. L’unica mia pubblicazione che prosegue il suo iter è quella dell’articolo biografico su Lanza del Vasto a puntate nel giornalino di San Vito.

 

 

 

Qualunquismo – 11.12.03

 

Nella scuola pubblica francese dei primi anni Cinquanta del XX secolo sostenevano che volevano formarci allo spirito critico, al senso della responsabilità. Ero forse molto ricettivo sotto questo profilo e, così, ho sviluppato una personalità assai particolare, tale da non potersi facilmente adattare agli schemi della società in cui bene o male dovevo poi inserirmi, con riferimento tra l’altro al settore del lavoro.

Durante tutta la vita ho subìto – mediocremente, data la mia naturale tendenza a defilarmi – pressioni miranti a farmi aderire a punti di vista e scuole di pensiero e di vita largamente diffuse. Al fascismo sono proprio sfuggito, in quanto ancora troppo piccolo. Ma il comunismo mi è stato alle costole sin dagli ultimi anni di liceo e fino a qualche mese prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto di non essermi lasciato coinvolgere da questa scuola proterva non mi è stato mai contato a merito, e tanto meno a merito raro o insigne. Continuo anzi a veder circolare e in certa misura imperare in Italia coloro che si sono schierati pubblicamente da quella parte – rendendosi, secondo me, rei di alto tradimento, perché nel caso specifico non si trattava di una questione di mere opinioni filosofiche – e che ora, da rossi, sono divenuti magari rosa. Altre pressioni indebite, più attuali, sono quelle esercitate mediante le accuse di antisemitismo o di antiamericanismo. Qualsiasi atteggiamento critico nei confronti delle politiche condotte dal governo israeliano o da quello americano, che ambedue attualmente sono connotati da decise colorazioni di destra e praticano linee di brutale aggressione, va incontro a un coro di irrazionali strilli «all’untore!».

Nulla è più comune e diffuso nelle società moderne dello sforzo di condizionare l’opinione tramite i mezzi d’informazione di massa, i programmi e l’insegnamento scolastico, ecc... L’espressione del pensiero divergente è più o meno consentita, ma solo in quanto vi sia fondato motivo di ritenere che il dissenso in questione lasci il tempo che trova, rimanga a livello privato e intellettuale, non abbia alcuna possibilità di assumere nella società dimensioni sociali tali da poter preoccupare i governanti.

Il qualunquismo, in questo contesto, può essere la posizione di colui che privatamente, appunto, dissente e dispera della politica. Che non crede utile spendersi nella mischia o per sfiducia nelle proprie personali capacità, o per disgusto dell’azione politica e/o degli ambienti politici. Di colui che attende le soluzioni più che altro dallo scorrere del tempo. Reputa saggio sedersi sulla riva del fiume e sa che sul pelo dell’acqua finiranno col passare i cadaveri dei vociferatori.

 

 

 

Pregiudizio dell’eccezione – 13.12.03

 

Come si pongono il pubblico o il biografo dinanzi al profilo di un personaggio che si è distinto per particolari meriti, quale scrittore, pensatore, uomo pubblico?

È diffusa la tendenza a farne un santino, ossia a rappresentarlo e rapportarsi a lui come a una figura emblematica, formalmente onorata o venerata, ma sostanzialmente concepita come avulsa dalla comune realtà.

Si tenderà a vantarne le doti eccezionali, a sottolinearne la vocazione e quasi la predestinazione, situandolo così in partenza in un limbo al quale l’uomo della strada, il comune concittadino, non ha prospettiva d’accesso.

Non lo si studierà nelle sue qualità e nei suoi difetti, non si esamineranno le circostanze e le tappe attraverso e lungo le quali egli si è formato ed è giunto ai celebrati traguardi.

Pertanto la sua storia, i suoi percorsi, le problematiche da lui affrontate non sembreranno riguardarci, non ci coinvolgeranno, né interesseranno più di tanto.

 

 

 

Il lavoro come obbligo – 22.12.03

 

Il lavoro, nelle nostre società, è lavoro obbligato. Si sente parlare moltissimo di diritto al lavoro ma il concetto di obbligo del lavoro suona poco familiare. Eppure è evidente che il lavoro è un obbligo in quanto fonte ordinaria dei proventi che soli consentono all’individuo di alimentarsi, vestirsi, avere un alloggio, ecc... Il lavoro è la base e la condizione ineludibile della vita.

Il cittadino non può scegliere se lavorare o meno, non lavora sostanzialmente perché a ciò vocato o perché gli faccia specialmente piacere ed è fuori dalla realtà sostenere che possa liberamente scegliere il tipo di attività a lui congeniale o anche solo che in genere possa scegliere a suo piacimento entro un largo ventaglio di ipotesi di lavoro.

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Una prima domanda spontanea quanto forse ingenua è la seguente: è un obbligo naturale oppure un obbligo artificiale, correlato all’organizzazione sociale?

«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, e il vostro padre celeste li nutre [...] Guardate i gigli del campo, come non cardano la lana, né filano, né tessono: eppure vi assicuro che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di loro» (Matteo 6, 26-28). Queste coinvolgenti esortazioni provocano in noi un senso di malinconia e di disagio! Ma, per quanto attiene alla condizione umana, esse rinviano ad epoche preistoriche, allorché gli ominidi vivevano di raccolta di bacche e di caccia in bande vaganti.

Riferendosi a tempi e realtà storiche, san Paolo, nella seconda lettera ai tessalonicesi, ingiunge invece rudemente: «chi non vuol lavorare, non mangi» (3, 10). C’è da dire che comunque, sostanzialmente, l’apostolo ha in mente attività lavorative materiali, manuali, soprattutto agricole e tese a produrre i beni di prima necessità. Nel nostro mondo odierno, invece, il settore lavorativo primario e persino quelli primario e secondario riuniti rappresentano quote non prevalenti del lavoro retribuito in generale. Insomma, ciò che denominiamo lavoro non corrisponde troppo a ciò cui san Paolo si riferiva.

*     *     *

Durante un lungo periodo di secoli la condizione lavorativa, anzitutto agricola e in subordine artigianale e operaia, è spettata nell’umanità a una larga maggioranza di paria, soggetta a condizioni di dura coercizione, mentre una minoranza dirigenziale non solo era dispensata dal lavoro, ma addirittura si vedeva moralmente e normativamente vietata la benché minima partecipazione diretta al processo produttivo. Frattanto un’altra minoranza meno ristretta si sobbarcava alle mansioni burocratiche ed intellettuali, intermediarie in qualche modo tra la sfera del lavoro servile e la superiorità aristocratica.

Dalla fine del Settecento l’obbligo del lavoro è stato convertito a parole in diritto e teoricamente è stato esteso all’intera genia umana, nel contempo perdendo quelle caratteristiche di drastico abuso che, nel medioevo, lo apparentavano alla schiavitù.

Siamo però certi di vivere ora, sotto questo aspetto, nel migliore dei mondi possibili?

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 Il mondo del lavoro è incredibilmente disomogeneo. È connotato da salti di razionalità cospicui, molta casualità, organizzazione tutt’altro che esemplare, mobilità implicante insicurezza, forte dipendenza da evoluzioni societarie e tecnologiche e da mode.

Si può assolutamente porre in dubbio che esso sia di fatto ordinato alla produzione dei beni di consumo e intellettuali occorrenti all’umanità; o quanto meno è ragionevole chiedersi fino a che punto e in quale modo lo sia.

Un altro fenomeno flagrante è quello degli inadeguati collegamenti tra mondo dell’istruzione e mondo del lavoro. I lunghissimi anni che i giovani devono trascorrere chini su banchi di scuole e tra i libri di testo sono certo una premessa all’accesso al mondo del lavoro, ma non sembrano proprio costituire un’adeguata iniziazione, né, in molti casi, fornire sufficienti elementi di orientamento. Molti giovani che accedono al mercato del lavoro intraprendono in realtà una nuova vita che ha poco a che fare con l’istruzione scolastica ricevuta e si assicurano il posto non tanto in base a capacità, specie intellettuali, di cui abbiano dato prova nelle sedi istituzionali, quanto a reti di amicizie e solidarietà di interessi.

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Fare degli esempi concreti in base alle proprie esperienze non è socialmente corretto, né particolarmente prudente, ma può chiarire ciò che si intende dire più di molti discorsi astratti.

In vita mia sono stato un bracciante agricolo in Toscana, un infermiere professionista in Olanda e sono stato funzionario di medio-alto livello del Parlamento europeo a Lussemburgo, Strasburgo e Bruxelles. Nelle mie due prime funzioni svolgevo lavori di una certa utilità diretta per persone singole o collettività concrete e ben precise e guadagnavo bassissimi salari. Allo spirito di sacrificio che in esse mi animava tanto più che non avevo scelto quelle carriere in virtù di semplice automatismo faceva riscontro uno scarso apprezzamento a livello sociale. Intendo dire che le mansioni così svolte mi inserivano di per se stesse nelle categorie sociali dei poveracci, della gente da poco, oltre ad impedirmi – per impegni e carichi costanti di lavoro – di partecipare alla vita intellettuale, artistica dei paesi in cui vivevo. In altri termini – e lo ribadisco per raggiungere un livello di chiarezza che non lasci sussistere margini d’ombra –, esercitando queste attività primariamente quanto sicuramente utili mi andavo a collocare nelle classi sociali materialmente più sfavorite e moralmente più disprezzate. Quale funzionario internazionale guadagnavo d’un tratto un salario triplo, quadruplo o più, rispetto a un professore universitario italiano o a un direttore di agenzia bancaria, godevo di un rispetto sociale che addirittura in ambiente lussemburghese si trasformava in invidia graffiante e, d’altra parte, mi prodigavo, sì – quantunque con tutti gli agi e ben mollemente –, in un’attività qualificata (ero traduttore), ma in un’attività il cui scopo, la cui reale utilità rimanevano sommamente dubbie e ambigue. Ecco, però, che potevo acquistare quei libri che da giovane avevo tanto desiderato e sui quali potevo iniziare studi privati, questi aventi – secondo me – un senso ed un’utilità reale. Ecco che potevo acquistare tele e colori a olio e che potevo dipingere, non foss’altro di notte.

È uno spaccato di vita eminentemente personale, ma, pur con tutti i limiti di relatività che si vorranno derivare da questa caratteristica, mi sembra faccia emergere alcune grosse incongruenze, alcuni problemi fondamentali che interessano il nostro mondo del lavoro in genere. Perché un giovane italiano con delle capacità deve faticare ad assicurarsi una nicchia lavorativa adeguata ai suoi talenti in patria? Perché i lavori direttamente utili sono a tal punto sottostimati e le condizioni retributive e di vita ad essi connesse sono tanto dissuasive? Perché vi è un così ampio proliferare di attività o pseudo tali baciate dal privilegio la cui utilità è tutt’altro che perspicua?

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L’autoflagellazione non essendo né una mia vocazione, né una mia mania, passo a tutt’altro campo d’indagine facendo perno sul caso di un mio caro amico, primario di un piccolo ospedale. L’altra sera si parlava dello strano attaccamento nutrito da tante persone per il proprio lavoro, spesso burocratico e stupidissimo, e della difficoltà per molti anziani di rassegnarsi al pensionamento. Mi faceva presente come nel suo settore, quello della medicina, l’attaccamento al lavoro svolto, ai propri pazienti, sia giustificato dalla coscienza di essersi resi sempre utili ai cittadini e alla società.

La posizione del medico, nella società, è particolarmente invidiabile, effettivamente. Perché, da un lato, egli adempie a una funzione eminentemente e chiarissimamente utile; e, dall’altro, il suo lavoro non lo squalifica certo socialmente. Se gli può rendere piuttosto difficile un’attenzione sostenuta agli sviluppi della cultura al di fuori del suo campo specialistico, tuttavia lo pone – diversamente dall’infermiere o dall’infermiera – ad un livello discreto o buono di onorabilità sociale.

Però consideriamo più da vicino e senza compiacenze come si svolge e in cosa consiste di fatto l’attività assistenziale sanitaria prestata dal medico. Subito ci accorgiamo che molta è l’acqua nel vino dell’esercizio di questa nobile professione. Un tempo il medico era un amico, uno che ti stava vicino sul piano professionale e umano, che si preoccupava seriamente della tua salute e si precipitava a casa tua alle due di notte in caso di bisogno. Era un confidente, quasi un confessore, ed un dispensatore di consigli assennati. Oggi, in taluni casi, finge di essere ancora questo taumaturgo umano, ma sostanzialmente è uno specialista e anche lui un burocrate. Vai dal medico curante, ti chiede i sintomi, ti stila una ricetta spesso senza neppure visitarti in base alla precettistica che gli è stata inculcata e agli aggiornamenti di cui viene a conoscenza dai congressi, dalle riviste mediche o dai rappresentanti di ditte farmaceutiche sempre assidui nelle salette d’aspetto con giacca e cravatta e con le loro pesanti valigette. Se torni da lui, ti ordina una serie di esami o ti avvia verso specialisti, e lì magari la lista delle prove da effettuare e dei luminari da consultare si allunga, si allunga a dismisura, obbligandoti a continui scomodi e spiacevoli spostamenti che poi non conducono a niente.

Cosa intendo con ciò affermare o suggerire? Che i medici, soprattutto, si credono, ma non sono una categoria diversa dalle altre, a parte i modesti privilegi di cui anche loro usufruiscono forse senza un perché come gli alti funzionari.

 

 

 

Maleducazione a medio-alto livello – 25.12.03

 

Alcuni privati incontrano delle difficoltà nello scrivere e nel corrispondere epistolarmente. Se scrivi loro, non ti rispondono.

Il guaio, però, è che questo mancato riscontro si estende in vario modo alla corrispondenza con personalità ed enti. Scrivi ad un professore o a una società di storia, ad un editore, per proporre la pubblicazione di un tuo testo e incappi nel muro del silenzio. Non ti dicono che il testo non interessa, non accampano scuse. Semplicemente non rispondono o, nel migliore e già assai raro dei casi, lo fanno – negativamente – oltre un anno dopo.

Gli uffici e le amministrazioni pubbliche, quando ti rispondono, lo fanno con poche righe di un italiano secco e di dubbia ortodossia linguistica.

Questa mancanza di correttezza e di umanità incide sfavorevolmente sulla qualità della vita del cittadino che, invece, è portato a comunicare mediante messaggi scritti, a sollecitare cooperazione, a sottoporre quesiti e problemi alle autorità di qualsiasi livello.

 

 

 

Tecnicismi concettuali – 26.12.03

 

Nelle lingue, vari settori di attività sviluppano un loro gergo ossia fanno largo uso di loro termini detti «tecnici», che possono essere vocaboli interamente nuovi e peregrini magari desunti da lingue straniere o possono essere vocaboli della lingua comune assunti in accezioni particolari.

Tra i termini tecnici molti rinviano a realtà ben determinate. Ma alcuni termini tecnici di settori quali la politica e la religione si trasformano piuttosto in bandiere, veicolano presunti valori assoluti e di fatto sfumano semanticamente nel vago. Potremmo definirli parole d’ordine magiche, mitiche che spesso e volentieri si presentano come alibi per non affrontare la realtà nella sua rude complessità, per non riflettere e non assumere concrete responsabilità.

In politica la parola d’ordine mitica per eccellenza è democrazia. Tutti ne parlano, tutti la invocano, ma non è quasi mai chiaro cosa si intenda designare con il lemma. Gli Stati europei sono democrazie e gli Stati Uniti d’America pure, o almeno si proclamano tali. Ma gli ordinamenti dei vari paesi occidentali differiscono in maniera non irrilevante. In America c’è la pena di morte e le armi da fuoco sono in vendita pressoché libera, ad esempio. Sempre in America i cittadini non sono tutelati da una previdenza sociale pubblica. Il principale detentore del potere, il presidente della Federazione, non è eletto direttamente dal popolo, ma giunge al vertice dello Stato tramite complesse votazioni regionali ampiamente pilotate dai potentati locali e con un enorme dispendio di denaro. Tutto ciò è democratico?

Ma se, in cerca di una facile definizione della parola ci rifacciamo – come si usa – all’etimologia ellenica, non ci sarà poi difficile constatare che nessun paese occidentale si configura veramente come uno Stato in cui «governa il popolo». L’esperienza della cosiddetta democrazia diretta, ossia della democrazia etimologicamente autentica, è stata fatta poche volte nella storia e con conseguenze disastrose. Le nostre sono cosiddette democrazie rappresentative, cioè indirette. Senonché, se vogliamo analizzare i fatti concreti, ciò significa che sono democrazie solo apparenti o illusorie, sedicenti democrazie in cui governano minoranze proterve condizionando in vario modo le masse.

In campo religioso le parole d’ordine con poco senso sono diverse: in particolare «amore», «carità», «fede» e «speranza». Facendo uno spreco pesante di simili vocaboli ci si dà arie di persone superiori, non soggette alle regole comuni dell’esistenza, e ci si può permettere di lasciare da parte tanti problemi reali, enormi o minuti, che gravano sull’umanità. Ricordiamo ad esempio che le popolazioni europee cristiane, non contente di starsene a pregare piamente nei loro paesi, hanno invaso ed occupato due interi continenti, l’America sterminata e l’Oceania, che ne hanno pressoché eliminato gli aborigeni, ghettizzando i pochi superstiti, e hanno tentato di impossessarsi, colonizzandole, anche dell’Africa e dell’Asia. Questo è, al di là delle vane parole, delle giaculatorie e oratorie professioni di umiltà e di disposizione al servizio, il concreto modo in cui gli occidentali hanno vissuto i loro valori e si sono rapportati al mondo esterno.

 

 

 

Dedicatari – 27.12.03

 

Chi non scrive, in genere neppure legge, non sa leggere, né afferrare il senso e valore di ciò che semmai gli capita di leggere.

Lo scrittore, nel confezionare un dato testo, pensa soprattutto a certe persone come a suoi interlocutori privilegiati, come a suoi potenziali lettori ed estimatori; e subito, non appena uscito, fa avere l’articolo o il libro in omaggio ad alcuni di quei predestinati, magari impreziosendolo con una dedica personale.

Ma al destinatario, che ha tutt’altro per la mente, quel testo di un conoscente o parente non interessa proprio. È troppo se si dà la pena di sfogliarlo, poi lo ripone su una mensola, lo rintana in un cassetto, lo archivia in qualche remota cantina.

 

 

 

Verità – 28.12.03

 

«Quid est veritas?», chiede Pilato (Giov. XVIII, 38) ed è una domanda più profonda di quanto ritenga il cattolico ordinario che legge il passo evangelico.

I detentori del potere statuale e politico manipolano le risultanze storiche del passato e il panorama dell’attualità, ricostruendo e costruendo ex novo leggende di comodo. A scuola s’impara una storia reimpostata in base a convenienze nazionali o ideologiche, non s’impara l’attenzione e la ricerca. La vita politica con i suoi scontri parlamentari e di piazza, con le sue scadenze elettorali e referendarie, è un tessuto di spregevoli mezze menzogne, di sotterfugi, di inganni.

Ma il problema si pone anche al di fuori dell’ambito strettamente politico. Cos’è la religione, ad esempio, se non un altro tessuto di macroscopiche menzogne avallato passivamente da stuoli di persone? Cosa sono le filosofie, le culture e le stesse scienze? Non vengono queste rivoluzionate, di quando in quando,  da geniali ingenui i quali d’un tratto strillano che il re è nudo?

E, se pensiamo più semplicemente alla nostra vita personale e privata, non avremo difficoltà a constatare che anche i nostri ricordi minuti dell’infanzia e della giovinezza sono in certa misura una ricostruzione arbitraria. Ciò è palesemente dimostrato dalla diversità e persino divergenza di quelli di nostro fratello o di nostra sorella i quali tirano in ballo episodi o fatti che a noi sembrano del tutto inventati o interpretano in modo assolutamente divergente dal nostro eventi che anche noi ricordiamo. Le memorie non coincidono, perché sono altrettante ricostruzioni inconsapevolmente pilotate da interessi istintuali.

 

 

 

Edizione – 28.12.03

 

Il pubblico ingenuo crede che gli scritti che vengono pubblicati lo vengano perché ne è stato riconosciuto il merito o l’interesse oggettivo dai responsabili dell’editoria. Così pensa che le opere di un artista vengano esposte e siano vendute a determinati prezzi in relazione al riconoscimento del loro intrinseco valore. Il riconoscimento del valore può farsi attendere, il valore di scrittori e pittori può essere compreso in ritardo, ma si dà per scontato che ciò che vale finisca sempre collo sfondare, coll’imporsi.

Nessun pregiudizio ottimistico è più superficiale e più sciocco.

Il valore intrinseco dell’opera è secondario, e starei per dire del tutto secondario, per quanto attiene alla presentazione sugli scenari e sul mercato della cultura da parte degli agenti promotori. Una casa editrice, ad esempio, non stampa un’opera che vale (e cosa vuol poi dire «valere»?), non si chiede anzitutto se un’opera che le viene proposta valga in astratto, ma si chiede se e come rientri nel suo campo d’attività e d’interesse. Un’editrice di sinistra stampa opere di sinistra e un’editrice di destra opere di destra. Un’editrice modenese specializzata nelle realtà modenesi non può accettare un volume che tratti della Sicilia e un’editrice femminista è solo interessata ad opere che mettano in luce autrici o valori femminili.

Così l’autore di uno scritto deve anzitutto chiedersi, se vuole proporre l’opera al mondo dell’editoria, in quale settore di interesse esso possa essere supposto rientrare. Scrivo «supposto rientrare» perché ovviamente tale preoccupazione settoriale è in realtà del tutto estranea allo scrittore medesimo, il quale, nello scrivere, non ha certo voluto issare una determinata bandiera, ma ha affrontato un tema per il suo specifico interesse umano. E ci sono opere che non possono essere pubblicate in determinati paesi e in determinate epoche e poi ci sono scrittori maldestri, incapaci di orientarsi nel mondo reale degli intrallazzi e che pertanto non trovano lo sbocco adeguato per farsi conoscere dal pubblico.

 

 

 

Cattiveria – 29.12.03

 

Contro alle tesi e predicazioni dei miti, dei non violenti, dei fautori di modi gentili, c’è da dire che la cattiveria ha una sua efficacia, in quanto impressiona e in quanto anche piace. Il fatto che impressioni garantisce un vantaggio già non indifferente a chi la impersona. Se non altro un primo successo a sorpresa, un anticipo. Il fatto che possa piacere, che abbia soprattutto per certe persone un fascino irresistibile, è poi un atout imparabile.

La cattiveria scatena reazioni serie di opposizione solo in un secondo tempo, se perdura, se colpisce molti soggetti contemporaneamente e se supera certi limiti. Una cattiveria controllata, tenuta a freno, pilotata, può andare molto lontano, può avere successo e raggiungere cospicue mete.

Come si spiega questa relativa fortuna della cattiveria? Il timore naturale, la timidezza sono molto diffusi nell’umanità. Inoltre la cattiveria è associata con la forza; anche la debolezza, il desiderio di appoggiarsi a chi sia forte, sicuro di sé, vincente, sono diffusissimi. Infine hanno amplissima diffusione il desiderio, il bisogno di essere guidati e dominati, l’istinto gregario e persino il masochismo.

Fortunatamente, come tutto quanto è umano, un dato regime di cattiveria ha una sua durata limitata nel tempo. Si può sempre sperare di vederne la fine, che a un certo momento verrà da sola. Ma detta durata non necessariamente è breve. Ad aspettare soltanto, ci si espone a sofferenze anche ventennali o di settant’anni. Non è una soddisfazione morale da poco dirsi che certamente un giorno l’equilibrio sarà ristabilito. Ma non è un tormento da poco subire sevizie e contumelie per anni e anni.

La mitezza o, meglio, la resistenza non violenta si possono validamente opporre alla cattiveria, alla malvagità? Certo un’opposizione del genere è ipotizzabile, ma implica un inaudito coraggio, un eroismo sovrumano votato al martirio e l’esito di un’opposizione non violenta non è scontato in partenza. L’unica certezza è quella di una liquidazione spietata dei primi resistenti. Il risultato finale potrà dipendere dalla forza d’animo delle due parti in causa, dalla loro capacità di insistere sulle rispettive posizioni e forse dal numero degli oppositori non violenti.

 

 

 

Società alternativa – 29.12.03

 

Ciascuno è quello che è, con le qualità e capacità che ha, e non può essere diverso da se stesso.

Per me, ho sempre intuito – e soprattutto ho intuito con grande evidenza da giovane – che l’elemento dirompente principale nel progetto di mio zio era costituito dal tentativo di porre in essere una società di sostituzione, alternativa, che sfuggisse ai condizionamenti radicati nello spirito di violenza delle cosiddette società civili. Bisognava sottrarsi al servizio militare obbligatorio e all’obbligo di andare in guerra o di partecipare a repressioni di moti e manifestazioni popolari. Bisognava sottrarsi al lavoro obbligato e al soldo, alla logica del salario, ai rapporti contrattuali e alle carriere. Bisognava rifiutarsi ai condizionamenti tecnologici. L’uomo e la donna dovevano poter vivere liberi, autonomi, provvedendo direttamente alla produzione dei pochissimi beni materiali indispensabili e, per il resto del tempo, dedicandosi ad attività congeniali ed atte a renderli migliori.

Da questo punto di vista la presa di contatto con le comuni dell’Arca fu per me piuttosto una delusione. I compagni, sì, vi si estraniavano dal «mondo», ma per approdare ad un altro piccolo «mondo» altrettanto alienante, molto inquadrato e che non lasciava margine né respiro alla libera ispirazione personale. Inoltre in questo micromondo a sé stante mancavano dimensioni e istituti primordiali, con riferimento, ad esempio, allo studio accurato ed erudito o anche solo all’istruzione superiore. Era un altro «mondo» troppo ristretto, troppo chiuso, troppo imperniato sulla sola personalità filosofica e artistica di Lanza del Vasto. Gli adepti erano degli amanti estremi del sacrificio e/o dei poveracci. Chi non lo fosse, pur ammirando il maestro e recependone semmai gli insegnamenti, non poteva far altro che prendere le distanze dalla fornace sfornante il modello unico.

 

 

 

Colori: il rosso, il bianco e il nero – 31.12.03

 

Da diverso tempo si assiste in Italia ad uno scivolare di ex fautori di soluzioni rivoluzionarie drastiche, aggressive, violente, di stampo totalitario, verso tesi di compromesso e di maggiore dolcezza. Falce e martello vengono riposti, la stessa quercia cede dinanzi all’ulivo. E molti degli ex ferocissimi ghigliottinatori putativi di preti e di imprenditori alzano, sia pure in funzione solo antiamericana, bandiera bianca.

Questo passaggio o salto dal rosso al bianco, questa strana conversione al pacifismo, il rinnegamento del Baffone e l’esaltazione di Gandhi sono accolti con sdegnato fastidio dalle Destre.

A mio avviso, non dovrebbero, anche se appaiono in parte strumentali e certamente non possono interamente sfuggire al ridicolo.

La metamorfosi in questione presenta comunque apprezzabili vantaggi. Anzitutto, appunto, pone in assoluta evidenza come il pregresso impegno politico sanguinario dei rossi fosse in larga misura già opportunistico, superficiale e quasi solo teatrale. In secondo luogo, recupera bene o male alla normale vita civile stuoli di ex invasati ed attenua considerevolmente il pericolo di perdite di controllo e di scempi sociali del tipo di quelli di cui hanno sofferto la Francia nel 1789 e la Russia nel 1918.

Chi, a Destra, si straccia le vesti lo fa, a mio avviso, perché non più favorevole al bianco che al rosso. Perché nero.

 

 

 

«Panta rei» – 04.01.04

 

La sentenza è notissima e piace, viene spesso citata. In particolare il senso, il gusto, l’ossessione del movimento si insinua e dilaga nella cultura a partire dal Cinquecento, dall’epoca barocca. Ci si incapriccia del fluire dell’acqua, delle cascate, dei getti d’acqua, delle fontane; si insegue colle menti il mutare delle stagioni, il susseguirsi delle età; si è attratti dagli improvvisi mutamenti di scena in teatro, dai mutamenti di identità connessi a travestimenti oppure a ignoranze e malintesi; piacciono i colpi di scena, le modifiche inattese di regole del gioco, e quindi le innovazioni; inebriano le vertigini legate all’incertezza: incertezza nell’orientamento topico (quali sono veramente, nello spazio, l’alto e il basso, la destra e la sinistra?), incertezza della teologia e delle scienze (cos’è veramente vero?).

Tutte queste considerazioni distraggono e suggeriscono un sorriso accompagnato da alzate di spalle.

Smetteremo di fare spalluccia se, con serietà, scenderemo ad esaminare cosa comporti questo punto di vista moderno ormai acquisito riguardo alla persona umana.

L’uomo, ogni uomo, e soprattutto certi uomini si prendono per qualcuno e per qualcosa. Qualcuno o qualcosa, intendo, di relativamente consistente, importante. Qualcuno o qualcosa avente una sua personalità, che incide sul reale e da tener presente.

Ma si è riflettuto e si riflette abbastanza sulla dipendenza dell’uomo, sulla sua fragilità e sul suo non essere affatto un che o un qualcuno di definito, bensì un continuo scambio, ricambio di materiali in movimento?

Prendiamo il più sicuro di sé, arrogante, presuntuoso e aggressivo tra i capi di governo o di Stato nell’atto di pronunciare minacce tonanti da un balcone. A molti incute terrore, in altri suscita venerazione oltre ogni dire. Né lui, né gli astanti si fanno venire in mente che una mancanza di afflusso di ossigeno ai polmoni di soli due minuti farebbe stramazzare al suolo e spedirebbe all’altro mondo quel pallone gonfiato.

La dipendenza dell’uomo, per la sua stessa esistenza e conservazione in vita, dall’ossigeno, dall’acqua, dagli elementi nutritivi (glucidi, proteine, lipidi, sali minerali, vitamine) sta a significare la sua infima dimensione sul piano dell’essere, la sua dappochezza costituzionale estrema. E ci fa capire che l’unico atteggiamento che gli si addica è quello della più cauta e grata umiltà.

La persona umana non è una statua animata. Bensì un intenso mescolarsi, interagire, fluire di materie, con apporti quasi costanti dall’ambiente ed altrettanto fitte espulsioni di rifiuti verso l’esterno. Non è un qualcosa di definito, ma un qualcosa che incessantemente ribolle e muta nella sua stessa sostanza materiale. E, come già abbiamo rilevato, non è un qualcosa che sta in piedi da sé in forza di un suo principio interiore, ma un qualcosa che dev’essere nutrito minuto per minuto (per quanto si riferisce al respiro), ogni tante ore (per quanto riguarda il bere e il mangiare).

Due dotti professori o ambiziosi politicanti o oziosi perdigiorno siedono in due poltrone uno di fronte all’altro e credono di essere ciascuno qualcuno che conta per sé e per l’altro, parlano con sussiego o scherzano allegramente. Ma non sono nulla più che provvisorie aggregazioni di materie in un incessante rimescolio accompagnato da scambi metabolici con l’ambiente esterno.

 

 

 

Miopia intellettuale – 05.01.04

 

Una forma di stupidità – mi chiedo se non la più caratteristica, la più diffusa e comunque la più nociva – consiste non tanto nel non capire le cose, quanto nel non coglierne la portata, l’importanza, le implicazioni. Nel non tener conto del valore e del senso delle cose. Nel non orientarsi, insomma, quanto al significato, nel non dare alle cose il loro giusto peso. Così, si vive in una sorta d’ignoranza artificiosa e nell’indifferenza.

Si vive au jour le jour, occupandosi esclusivamente delle proprie piccole necessità ed incombenze private (alzarsi, lavarsi, fare colazione, mandare a scuola i bimbi, fare la spesa, preparare pranzo e cena, rigovernare, lavare e stirare i panni o andare al lavoro, andare in ufficio) e di piccole grandi gioie e celebrazioni (nascite, compleanni, feste comandate, passaggi di esami, assunzioni, promozioni, gite, scampagnate, settimane di vacanza) certo anche funestate di quando in quando, quantunque si speri il meno possibile, da malattie, morti, disgrazie, licenziamenti ecc…

Si vive di tutta questa minuta trama di vita da formiche come se contasse, come se esistesse, come se non fosse di per sé destinata a scomparire totalmente dall’orizzonte del reale entro tempi neppure molto di là da venire.

Frattanto, però, non ci si accorge di ciò che avviene realmente attorno a noi e forse persino in noi. Non si presta attenzione a ciò che durerà, che condizionerà il futuro. A ciò che, pur coinvolgendoci, si verifica ad un altro, più alto livello. Non ci si interessa di ciò che è.

 

 

 

Induplicabilità, irripetibilità dei fatti – 28.06.04

 

Recentemente si è svolto un seminario in cui è stato sottolineato in vario modo da tutti i relatori il carattere necessariamente soggettivo della ripetizione intellettuale o ricostruzione di fatti. Il tema, in pratica, era: non esistono fatti, ma solo interpretazioni di fatti.

Ciò riconduce, in sede filosofica, all’idealismo moderno, il quale in sostanza afferma che nulla esiste se non nello spirito e nella mente umani.

Sono decisamente contrario a quest’impostazione filosofica, nominalistica. Sono un realista e credo fermamente non solo che le cose esistano in sé e di per sé, ma anche che sia proprio questa loro esistenza primaria e autonoma a contare veramente.

Certo – e qui concordo con la visione moderna –, una cosa sono i fatti originali in quanto tali, altra cosa i fatti recepiti, pensati, detti, ricostruiti, ossia passati attraverso il filtro della vita psichica e conoscitiva umana. Il fatto, che di per sé è concretamente esistito, non può essere ripetuto, riferito dalla mente, se non in sede interpretativa. E quindi noi ci esprimiamo esclusivamente in termini indotti di interpretazione. Ma è essenziale che le nostre interpretazioni cognitive si mantengano il più possibile aderenti ai loro modelli, rimangano il più possibile ancorate alle loro fonti di riferimento.

Insomma la consapevolezza della fonte fattuale e della primarietà di tale fonte deve rimanere viva. Bisogna opporsi alla tendenza diffusa a sorvolare sui dati di fatto, a manipolarli, a strumentalizzarli in funzione di affermazioni dottrinali e propagandistiche.

 

 

 

Gradualità, relatività della presenza – 05.08.04

 

Presenza opaca, presenza fluttuante. Presenza che ora c’è, ora c’è meno e poi non c’è. Presenza incostante e poco consistente. Pensiero che prende posizione, ma poi dubita e di cui rimangono solo tracce scritte, ormai rigide, ma non più molto affidabili. Memoria selettiva, che ricorda e non ricorda, che ricorda quello che vuole ricordare e nel contempo lo ricostruisce e lo deforma. Vuoti di memoria da trauma. Essere o non essere, questo è il problema.

Cartesio ha scritto: «penso, quindi sono». Lo ha scritto, ma lo pensava? Lo pensava o lo ha pensato? Lo pensava assolutamente oppure lo ha pensato una volta, alcune volte? Se lo pensava veramente, continuamente, lo pensava sempre con la medesima intensità, con altrettanta convinzione e consapevolezza? O aveva momenti di dubbio, di riposo, momenti anche lunghi e lunghissimi in cui il suo pensiero divagava, si rivolgeva ad altri temi di riflessione e/o preoccupazione? Il suo pensiero sull’essere e il non essere era insomma fisso o fluttuante, ferreo o elastico?

Vedo in tivù un servizio su un campione di ciclismo dell’ex DDR caduto di bicicletta, che ha perso la memoria del passato ed è come ridivenuto un bambino. Non ricorda di essere mai salito su una bicicletta e quello che gli dicono sulle sue prodezze di alcuni anni prima lo riempie d’incredulo stupore. Non ricorda di essere stato sposato e di avere due figli piccoli. Gli fanno vedere delle foto e rimane attonito. Ma anche oggi la sua memoria non incamera, non costruisce. Così, tra un quarto d’ora avrà di nuovo dimenticato quel che gli hanno raccontato e posto dinanzi agli occhi.

Mi chiedo con quale gradualità d’impegno, di concentrazione, di presenza, viviamo i vari momenti delle nostre giornate. Mi chiedo se possano essere escogitati metodi che consentano in qualche modo di misurare questa gradualità di presenza. Si potrà dire: x, durante la cerimonia del suo matrimonio, era presente al mondo per il tot per cento. In tale altra occasione egli era presente solo per il tot per cento. E tutto ciò ha poi a che vedere con la memoria? Con la registrazione più o meno chiara e netta, o invece sfocata, nel patrimonio intellettuale delle immagini e nozioni tenute in serbo?

 

 

 

Complessità ed inconsistenza del reale – 07.08.04

 

Secondo l’idealismo antico il reale, inteso come complesso delle cose che si percepiscono mediante i sensi, era sostanzialmente illusorio. Ciò si riteneva dimostrato in particolare dal movimento, dal mutamento. L’essere ora in un modo, ora in un altro, e tanto più l’essere per poi non più essere, è indice – così si pensava – di scarsa o nulla consistenza. D’altronde il concetto stesso di movimento è contrario alla logica. Nulla può spostarsi da un punto A ad un punto B, perché prima occorrerebbe che avesse percorso la metà del cammino, e prima ancora la metà della metà, e così via all’infinito. Insomma, ciò che vediamo essere non può essere, è contrario alla ragione. Per cui è evidente che viviamo nell’inganno e nel sogno.

Secondo l’idealismo moderno, la sola realtà sicura è quella del soggetto: «penso, quindi sono». Gli oggetti possono essere reali anch’essi, ma noi non ne sappiamo comunque nulla. Per noi gli oggetti sono qualcosa solo in quanto a noi riferiti; in quanto immagini o proiezioni della nostra mente.

A me personalmente l’«io» non pare più sicuramente reale dell’«altro». La formula «penso, quindi sono», anche se presa non nel senso di una consecutio, ma di un’intuizione unitaria, mi sembra piuttosto ridicola. Riflettiamo a quanto poco ci voglia, quanto poco basti affinché io non pensi più o pensi in modo tale che sia come non pensare. Basta un banalissimo incidente, un trauma cranico, anche una malattia cerebrale per rendermi privo di pensiero o cretino. Non direi che il pensiero sia coessenziale all’uomo. Semmai è un epifenomeno.

Constato che il reale, inteso come insieme delle cose che paiono esistere, è molto complesso. Ogni singola cosa cui noi diamo un nome distintivo è un qualcosa di relativamente definito o definibile nella nostra mente, ma di per sé è complessa. Non meno l’«io, Manfredi Lanza» o l’«io, uomo» di tutte le altre cose o gli altri esseri, che dir si voglia. Soggetto e oggetti sono complessi. Costituiti di numerose componenti, certamente. Forse di un numero indefinito di componenti e pertanto di per se stessi già indefinibili. Ma anche – e questo rende tutta la situazione decisamente critica – inquadrabili, esaminabili a più livelli a ciascuno dei quali corrispondono descrizioni non veramente rapportabili le une alle altre, non congruenti. Al nostro livello corrente d’esame un uomo è ciò che denominiamo un essere umano. Ma un uomo è anche, a un livello più basso, una combinazione o aggregazione di organi e materie organiche contemplabili anatomicamente o fisiologicamente. Continuando ad abbassare lo sguardo, non potremo negare che l’uomo si compone di elementi chimici, analizzabili e quantificabili. Ma, scendendo ancora, vedremo che l’uomo è poi un turbinio di atomi specifici. E così via. Qual è tra questi il punto di vista più vero, più meritevole di esser fatto prevalere e perché? E vi è poi, anzi, un punto di vista che vada fatto prevalere?

L’uomo è una realtà molto complessa e così sono tutte le altre realtà in genere. Far prevalere il soggetto sugli oggetti è un pensiero interessato e distorto; è miopia, albagia. Il soggetto non è realtà più certa dell’oggetto. Gli antichi avevano ragione nel senso che ci troviamo di fronte a uno scenario di vere incertezze. L’incertezza è data dalla complessità. Effettivamente una complessità tanto spinta induce ad accarezzare l’ipotesi dell’inconsistenza. È però un’ipotesi suicida. Da essa comunque non sembra ci possa salvare l’analisi filosofica, bensì solo una scelta di vita, solo il voler credere che, nonostante tutte le apparenze, vi sia una consistenza e, a questo punto, una consistenza ben misteriosa. Il che è come dire: credere in Dio.

  

 

 

Felicità – 17.08, 26.08, 22.10.04

 

Ho riflettuto in questi ultimi tempi sulla felicità. È una soddisfazione o gioia pungente, un’elevazione ad un grado estremo di piacere, di soddisfazione? Qualcosa d’improvviso e di sconvolgente? Se così è, non ho mai provato in vita mia la felicità. O, semmai, ho avuto qualche esperienza molto parziale, limitata, di simili estasi, subito esaurita o rientrata.

Non nego che la felicità propriamente detta possa essere questo. Ma mi dico che, in tal caso, è difficile credere che possa durare. Che possa non essere subito accompagnata e contrastata da fattori avversi. Che possa non rientrare rapidamente in una situazione da schema piatto, se non precipitare in delusione ed amarezza controproducente.

La felicità può anche essere intesa in termini negativi di assenza d’infelicità. Una felicità moderata può essere lo stato d’animo naturale dell’uomo in assenza di turbative. Durante tutta la vita sono stato assillato da stringenti preoccupazioni, da problemi da risolvere, da mete da raggiungere. La società esigeva che affrontassi le sfide incessanti della scuola e dell’accademia, poi della cosiddetta vita attiva, ed era un compito di tipo kafkiano che spesso mi è apparso come molto al di sopra delle mie forze. Solo ora che sono in pensione, ho una casa e una retribuzione mensile lauta e assicurata, mi sono ritirato da ogni iniziativa e impegno complementare, sono tranquillo e posso dedicarmi in toto a studi che mi interessano. Vivo tra l’indifferenza dell’umanità circostante, si capisce, ma ciò non scalfisce la serenità del mio animo. Da tempo ho capito che il massimo della benevolenza che possa raggiungere l’umanità nei confronti dei suoi singoli componenti sta nell’indifferenza, nel lasciarti campare. E questa generosità così stretta, avara, mi basta. Perché ho del mio da vendere. Non ho bisogno di apporti esteriori sostanziali per vivere con soddisfazione a livello mentale e spirituale.

*     *     *

La felicità va intesa come uno stato d’animo deflagrante, che sconvolge i normali paletti della vita corrente, che trascina e tracima, un vortice, un fuoco d’artificio?

O è più serio concepirla come una serena e silente, solo sorridente, quasi inconsapevole gaiezza.

La felicità è esultanza o serenità?

I moderni tendono a rappresentarla ed evocarla come un’acme dirompente. Ma gli antichi la credevano compagna della costanza e la leggevano in chiave di atarassia e di superamento delle passioni.

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Ed ecco che già la stagione della felicità passiva si è conclusa. Al ritorno da un piacevolissimo ed utile viaggio di una settimana nel Piemonte, ho di colpo appreso che C., mio figlio, oltre ad avere debiti che potenzialmente minacciano la nuda proprietà di un terzo della nostra casa e coinvolgono (in virtù di una improvvida firma di sostegno) mia moglie e me stesso per un importo di oltre 100.000 euro, è tornato a drogarsi e non è più padrone dei propri atti. Non solo, poi, si droga, ma anche spaccia. E non solo spaccia, ma sarebbe in rapporto con giri di malavitosi a livello nazionale.

Conseguenza immediata: appuntamenti frenetici con assistenti sociali, notai, avvocati nell’intento, anzitutto di garantire i beni di famiglia, poi di trovare se possibile soluzioni che circoscrivano i danni finanziari e di salute che il ragazzo ormai provoca a se stesso. Parare ai danni di famiglia non sarà ad ogni modo possibile se non con esborsi piuttosto consistenti e con il suo consenso. Parare ai danni che si autoinfligge richiederà una quota di consenso ancora ben più ampia da parte dell’interessato. Vedremo cosa riusciremo a fare. Ma le perdite sono assicurate ab ovo, e così pure lo stress.

 

 

 

Realismo e nominalismo – 27.08.04

 

Sono un dilettante per natura e vocazione. Le scuole, gli ambienti chiusi, le regole fisse non mi sono mai piaciuti.

Pertanto sono un dilettante anche in sede di pensiero. Il dilettante divaga liberamente e può darsi che esca dal seminato, scivoli in fraintendimenti, pensi a vanvera. D’altronde è difficile credere che verità capitali e nuove possano incontrarsi sulla strada di un pensiero ingabbiato dalle convenzioni e nelle terminologie standard.

Platone aveva rivelato che viviamo in una caverna e che ciò che percepiamo sensorialmente non è la realtà, bensì sono ombre cangianti, proiezioni incerte e mutevoli di una realtà di per sé sussistente nel firmamento della luce. La realtà solida sarebbero le idee, eterne, poi anche dette «universali». Aristotele, invece che di «idee», ha parlato di «categorie» e sembra aver già posto le premesse del problema, poi reso più evidente dall’Isagoge di Porfirio, se queste dovessero considerarsi reali in sé (universale ante rem) oppure concetti induttivi raggiunti mediante astrazione dai dati sensibili (universale post rem). Il basso medioevo si apre con la disputa tra realisti e nominalisti: Guglielmo di Champeaux ritiene che gli universali sussistano in sé, mentre Roscellino li considera «nomi», ossia flatus vocis e insomma meri strumenti di pensiero. Abelardo e Guglielmo di Occam affinano, ciascuno a modo proprio, quest’ultima tesi che i trattati di storia della filosofia, pur senza affermarlo, tendono a presentare come vincente.

Il «cogito ergo sum» cartesiano si riconnette a questa controversia? Non so quanto, esplicitamente; ma certo implicitamente. Anche il francese parte dalla totale incertezza del mondo sensibile. Ma nel vuoto creato da tale incertezza intuisce di essere, lui, e tale sua intuizione è strettamente connessa all’atto consapevole del pensare. Nascono così il soggettivismo e lo psicologismo tipici dell’era moderna.

Se la realtà sia e cosa o come sia di per sé, non lo possiamo sapere. E, dato che non lo possiamo proprio, in pratica è una questione che dobbiamo accantonare e non ci riguarda. La sola presa con l’essere che abbiamo siamo noi stessi, anzi, più precipuamente, lo è la nostra interiorità psichica. Ma ecco che, data per unica realtà che conta la nostra interiorità, il mondo circostante si presenta come un coacervo di impressioni, di proiezioni, di immagini che sono da considerare esclusivamente quali ingredienti di quella.

 

 

 

Buonismo – 27.08.04

 

«Buonismo», «dietrologia»: neologismi italianissimi e pressoché intraducibili in altre lingue in quanto è arduo reperire concetti comparabili nei sistemi di pensiero e di lingua degli altri popoli. Sorprendono, in certo senso, in un’epoca in cui l’italiano subisce soprattutto un’onda d’urto invasiva di americanismo che si crederebbe debba soffocare ogni impulso di vitalità autonoma.

Oggi si apprende che il giornalista italiano catturato dagli iracheni e oggetto di un ultimatum per il ritiro delle nostre forze armate è stato fatto fuori come annunciato. Non ho ancora avuto tra le mani un quotidiano, né aperto la tele, ma posso facilmente immaginare la costernazione, la lacerazione delle vesti che dilagheranno: quel poveraccio era un buono, amico del popolo iracheno, andato in Iraq solo per aiutare; gli iracheni sono dei terroristi, degli assassini, dei selvaggi, ecc…

La mentalità italiana è, da un lato, stucchevolmente caramellosa. Nel caramello in questione si mescolano ignavia, molta ipocrisia, arte scaramantica. Dall’altro è vendicativa, permalosa, infantile nella rivalsa. 

 

 

 

Tecnica – 28.08.04

 

La padronanza «tecnica» è un’ossessione, un chiodo fisso borghese, in materia – ad esempio, ma non solo – di giudizi sull’arte. Volendo esprimere una valutazione pur positiva, magari per compiacenza, su un artista poco conosciuto, si dirà che ha un certo talento ma che non ha raggiunto il livello tecnico necessario per accedere all’empireo dei maestri. Si tratta però solo di un’affermazione facile, basata sul pregiudizio secondo cui esisterebbe una dimensione tecnica dell’arte indipendente da ciò che si definisce talento, ossia dall’ispirazione. Di fatto è il talento, l’ispirazione, che si inventa la tecnica che gli è necessaria. I pittori più esaltati del Novecento sono quasi tutti connotati da un bassissimo livello tecnico, in quanto un più sofisticato livello non sarebbe funzionale a ciò che si sentono di esprimere. D’altra parte, lo spettatore borghese non si accorge di questa povertà di mezzi, perché non ha occhio e in un artista celebrato presuppone a priori la maestria tecnica.

L’arte non poggia su abilità tecniche, ma sull’ispirazione.

 

 

 

Realismo e nominalismo (2) – 29.08.04

 

Credere nella realtà, in una realtà ignota, ma ordinata e che pertanto inclina all’ordine. Avere una mentalità costruttiva, di potenziale ubbidienza e orientata ad una fattività consequenziale.

O vivere interamente al di fuori degli schemi, senza programmi, come viene viene, trascinati dalle spinte casuali dell’istinto, delle esigenze vitali. Vivere alla giornata come i sassi, senza preoccuparsi di niente.

La prima filosofia incontra molti scogli. Dev’essere aiutata da molta scioltezza, molta elasticità, molta vitalità, per non irretirsi nei pregiudizi, nello schematismo arido. La seconda, a dire il vero, neppure è filosofia, è comoda inerzia. Tuttavia l’inerzia è un danno minore rispetto ad un’azione condotta sistematicamente in un senso sbagliato.

A mio parere, si deve credere in Dio. Ma credere in Dio non salva. La fede è un punto di partenza e d’appoggio, ma il cammino è molto ostico e disseminato di trappole.

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 I sassi sono sassi. Ma l’uomo, se vive da sasso, retrocede, rinuncia alla propria animalità ed umanità. L’uomo è un animale dotato di ragione e, se non ragiona, si squalifica.

Molti intellettuali, oggi, ragionano solo per passatempo, per divertimento e per ostentare la loro intelligenza o cultura. Frattanto continuano a vivere come sassi. Perdersi in argomentazioni con questi intellettuali non serve, perché l’intelletto è solo un gioco per loro.

 

 

 

Cielo – 29.08.04

 

Altri sono stati folgorati da giovani da letture patristiche. Anche io ho letto le Confessioni di sant’Agostino con interesse, ma non mi hanno sconvolto. Con una partecipazione emotiva molto più intensa ho letto sui ventitre anni le prediche di san Bernardino da Siena e brani di lettere di santa Caterina.

«Signore, cosa si cela dietro al cielo?», scrive da qualche parte quest’ultima. E la formula mi è sempre rimasta impressa. Essa evidenzia una fede che – a mio avviso – sostanzialmente coincide con l’intuizione platonica dell’uomo in ipogeo. La realtà è celata e ne vediamo solo delle proiezioni o delle ombre. La vita terrena è un velo.

Questa è la religione universale, che coincide con la filosofia sorta dalla riflessione: che l’autentica realtà consiste ed è al di là di ciò che noi possiamo sperimentare.

Le religioni storiche particolari non contano come tali. Il cattolicesimo si proclama tale abusivamente oppure è tale solo in intenzione, un’intenzione assolutamente non confermata dai fatti. Le religioni storiche contano in quanto espressioni imperfette della religione davvero universale.

 

 

 

Notorietà – 29.08.04

 

Queste mie meditazioni private o spunti per articoli che mai potranno essere proposti per la pubblicazione e sono ipso facto e ab origine destinati al macero, ad essere un domani inghiottiti dal buco immane della dimenticanza, illustrano il margine di manovra che sempre rimane di pertinenza di chiunque si affacci alla vita del pensiero.

Sono riuscito negli anni del pensionamento a far capolino in riviste destinate al pubblico, quantunque ad un pubblico molto ristretto di non lettori, ma questo è solo perché mi sono messo a scrivere di argomenti e personalità la cui rilevanza è già stata decretata dalla società civile. Insomma i miei pezzi sono stati giudicati degni di pubblicazione non affatto perché miei, ma perché trattavano di temi consacrati. Di me, non può importare per ora niente ad alcuno.

Quando è che si diviene importanti? Quando è che si comincia ad esistere per l’opinione pubblica o quanto meno per frange della stessa? Quando qualcun altro, notando che hai fatto qualcosa o che hai dato alle stampe un numero consistente di lavori, si mette a sua volta a scrivere su di te, avvalendosi in pratica di te come pretesto per pubblicare a sua volta. D’un tratto, nel giro di pochi anni, magari quando stai per morire o sei già morto da una decina o ventina d’anni, si stabilisce che ci sei stato e fervono le ricerche attorno al tuo personaggio e alla tua personalità. Figurarsi cosa viene a significare a questo punto scoprire appunti segreti di cui non si era mai saputo niente e che hanno rischiato di finire nel cestino, scoprire che hai dipinto, che hai scritto da giovane poesia!

Che teatrino, ragazzi! Che vita, che società male ordinata!

 

 

 

Borghesia – 29.08.04

 

Continuavo a rinfacciare a G. S. la sua appartenenza incondizionata alla sfera sociale e culturale della «borghesia», dapprima inducendolo in tal modo a dichiararsi fiero, in tutti i sensi, di tale appartenenza: fiero di non essere un rustico, né un proletario; e fiero anche di non essere un nobile decadente; fiero, suppongo, di figurare nei ranghi di quell’ampia categoria sociale che ha costruito il mondo moderno. In un secondo tempo infastidendolo, in quanto era scontato che, per me, l’inquadramento in quella sfera implicava un giudizio più sfavorevole che di elogio. Forse che io mi credevo il diritto di definirmi meno «borghese» di lui? Forse che non siamo, oggidì, tutti borghesi?

Ciascuno ha tendenza a giudicare il mondo d’après soi. Perciò qualcuno ha giustamente rilevato che il giudizio dato connota più il giudicante che non il giudicato. Ciascuno, nel pensare il mondo, muove da sé. Così, si considera ad esempio il mondo storico come un nastro che si impernia sul presente, nell’attualità. Si crede che il presente sia reale e che il passato sia solo una narrazione di vicende relativamente fiabesche. E così ci si scambia per metro della normalità. Si crede che il mondo obbedisca al nostro metro, sia misurabile con il nostro metro.

Se siamo borghesi, tutto è borghese, tutti devono essere più o meno borghesi e chi mostrerà di esserlo meno sarà un caso limite, uno stravagante. Uno da rinchiudere, o da lasciar vivere ridendo di lui.

 

 

 

Religione ingenua – 30.08.04

 

Sono stato visitato un paio di volte da testimoni di Geova negli ultimi tempi. Solo riflettendo mi accorgo che le mie disposizioni profonde riguardo a questi propagandisti di un fanatismo religioso particolare hanno subìto potenziali modifiche nei decenni, nel senso di una diminuita simpatia.

In genere non sono mai mal disposto nei confronti degli altri. Non muovo, come un mio ex collega ed amico romano, da un preconcetto negativo sulla gente che solo a posteriori potrà essere riconsiderato per forzate e parziali rivalutazioni.

I testimoni di Geova, un tempo, mi sono potuti apparire come ingenui e un po’ fastidiosi con la loro pressante predicazione non richiesta. Tuttavia, mi stavano – a condizione di tenerli a discreta distanza – sostanzialmente simpatici.

Oggi mi accorgo che le considerazioni critiche da fare a loro proposito sono di un duplice ordine. Anzitutto, c’è da contemplare la non facile questione più generale dell’ingenuità religiosa, cui si riconnette la dipendenza da religione. Ma, d’altra parte, va tenuta ben presente la particolare origine e natura statunitense di questo movimento religioso di recente costituzione.

L’ingenuità, in religione, è di casa. Sono cioè assai diffuse forme di adesione a credi e culti religiosi particolari ampiamente accompagnate da una vena di ingenuità. L’ingenuità o insufficiente capacità d’analisi suscita, nei benintenzionati testimoni non coinvolti, solo un’indulgente e benigna tolleranza. Di un bambino che ragiona fanciullescamente, sorridiamo. Cerchiamo semmai di aiutarlo a ragionare meglio, ma non infieriamo perché sappiamo che sarebbe inutile, anzi dannoso, e d’altronde le sue intenzioni sono buone.

Un fatto da non trascurare è che le religioni ingenue sono varie e diverse. Ingenua è la religione di taluni sacerdoti, tutta consistente nella fedeltà ferrea, indiscutibile, ad un retaggio, a dettami ricevuti, a consuetudini tramandate. Ingenui i cattolicesimi innovatori dei lanzisti (Lanza del Vasto), dei ciellini (don Luigi Giussani), che invocano la genuinità e vogliono riformare il mondo mediante ritorni a credute temperie primitive. Ingenue le correnti innovatrici che procedono dal protestantesimo o evangelismo, quali quelle dei testimoni di Geova, pignoli e di cortissime vedute. 

L’ingenuità, in tutti questi casi diversi, consiste nell’accettazione supina di messaggi e dottrine che vengono da fuori senza autentico esame personale. Nella sottomissione cieca ad un’autorità ex cathedra ed esterna, senza vero vaglio personale. Nel fidarsi di terzi. Nell’abdicare alla propria personale responsabilità di giudizio. Nel demandare le responsabilità di giudizio e di guida della nostra propria vita ad altri, stimati più dotti o più santi.

Il fidarsi di una presunta autorità esterna sarà presentato alla stregua di una grande virtù: di modestia, di obbedienza, ecc… Ma in realtà si configura come una soluzione di comodo, che denota debolezza di spirito oppure mancanza del coraggio di vivere.

Vivere richiede coraggio e adozione di responsabilità. Iddio, se di Dio vogliamo parlare, ci ha dotato dei germi del coraggio e a noi tocca affrontare la sfida. Chi lo fa, rischia il tutto per il tutto, è vero. Ma chi si sottrae a tale dovere pecca, sia pure d’ingenuità, e si pone in partenza fuori dalla lizza.

All’ingenuità si associa la dipendenza. Per questi patiti ingenui di religione, la religione è un’ancora di salvezza o una boa cui rimanere aggrappati. Ci fu chi disse che la religione è una fuga dalla realtà e un oppio dei popoli (Ludwig Feuerbach: L’essenza del cristianesimo). Per questi credenti semplici il detto rimane vero. La religione non è una presa di consapevolezza e un fattore di maturazione, bensì un sipario che ci difende dalle tempeste della vita.

Riguardo ai testimoni di Geova, infastidisce il loro pertinace proselitismo, la loro predicazione porta a porta da iniziati a disgraziati che vivono nell’errore, la loro insistenza a presentarsi come eletti da Dio. Però tutte le religioni tendono al proselitismo e si può pensare che il particolare mordente della setta americana si spieghi interamente con la sua giovinezza. I geovini si sono destati da poco alla religione: ne consegue che credono di avere inventato l’acqua calda e che, d’altra parte, devono darsi da fare per convincersi di esserci e di essere importanti.

La loro predicazione è imperniata su citazioni scritturali e la loro fede poggia sull’infantile concezione secondo cui la Bibbia è il libro ispirato da Dio, è la parola di Dio, è oro colato. Infantile, nel senso che l’ispirazione divina è da essi intesa come ispirazione totale, al 100%, di modo che si può propriamente dire che la Bibbia sia Dio medesimo. Non riflettono che si tratta in realtà di una raccolta di scritti di varia origine, di varia epoca, di vario intento e di ineguale autorità. Non riflettono al problema del linguaggio. Qualsiasi ispirazione divina tramutatasi in linguaggio umano difficilmente potrà essere rimasta divina al 100%. Non riflettono sui problemi che solleva la comprensione di un linguaggio umano di duemila anni fa ed oltre, attinente a situazioni ambientali di cui non abbiamo quasi più ombra d’esperienza (e in America, poi, ne hanno men che mai). Non riflettono sul fatto che i testi biblici che leggiamo sono tutti necessariamente tradotti e che tradurre non significa dire la stessa cosa, ma quasi la stessa cosa, in altra lingua. Tutto ciò riduce ancora la quota d’ispirazione divina, anche qualora ammettessimo la tesi – peraltro discutibile – di un’ispirazione totalmente divina di partenza. Non riflettono sul fatto che sui testi sacri sono stati scritti dai maggiori intenditori fiumi di commenti sin dall’antichità, sul fatto che i commenti in parola spesso divergono e che, pertanto, non ci troviamo affatto in presenza di un messaggio limpido da intendere senz’altro spontaneamente e in prima battuta.

Di fatto i geovini, a prescindere dal loro impegno nella vita che potrà anche essere lodevole sotto il profilo personale, dipendono in materia di credenze religiose da interpretazioni bibliche dovute a teologi improvvisati statunitensi del secondo Ottocento e del Novecento, in particolare Charles Taze Russel (1852-1916), Joseph Franklin Rutherford e Nathan Homer Knorr. Queste interpretazioni sono altamente contestabili e sono state contestate. Ma merita di essere anzitutto sottolineata e biasimata l’aggressiva sicumera con cui questa nuova nata tra le Chiese facenti capo alla tradizione biblica si atteggia ad arca di salvezza e a maestra delle genti. Tre grandi religioni considerano sacra la Bibbia da oltre duemila anni. Ciascuna di esse, nelle sue molteplici diramazioni, ha meditato le Scritture nell’arco di questo tempo complessivamente ultrabimillenario. Ed ecco che una giovanissima formazione costituita da individui isolati senza legami con le Chiese preesistenti nello Stato del mondo più privo di cultura ed erudizione e in assoluto più estraneo alle condizioni di vita dell’antico Vicino Oriente pensa di poterci venire a insegnare ciò che da sempre abbiamo saputo e vissuto – sia pure problematicamente – nel nostro angolo di mondo. È uno tra i tanti esempi della sfacciata stupidità e dello sconfinato desiderio di conquista dei bovari rifatti del Nuovo Mondo.

 

 

 

Tra l’apparire e l’essere, tra il dire e il fare – 1° sett. 2004

 

Si tende (per motivi di economia, di comodo?) a trascurare la distanza, la differenza tra elemento rappresentante e realtà rappresentata.

Ad esempio:

. varie sette religiose basano l’intransigenza rigida delle loro dottrine sull’amalgama tra Divinità e Scritture. La Scrittura è intesa come parola di Dio, ma può solo essere semmai ispirata da Dio. La parola, di per sé, è umana, connotata da limiti e imperfezioni che appartengono al creato e all’uomo, non a Dio. La parola non veicola un valore assoluto, bensì relativo. La parola va interpretata e compresa. La parola è legata a realtà e contesti contingenti;

. ci dicono che siamo retti da regimi statuali e politici democratici. Ma di «democrazia» si parla senza esame, né di cosa sia, né di come noi ci rapportiamo ad essa.

 

 

 

Continuità della vita psichica – 02.09.04

 

La vita psichica si iscrive in un suo continuum, o forse possiamo dire che lo crea, in parte lo finge e in parte lo stabilisce davvero grazie alle facoltà di memorizzazione.

La continuità è importante per la vita psichica. È il presupposto necessario, la tela di fondo di un ordine, di una coerenza, quindi una fondamentale dimensione identificante ed orientativa.

Però ci sono anche, in essa, discontinuità, momenti di strappo, disaggregazioni.

Anzitutto c’è da dire che, per salvaguardare la continuità, la memoria seleziona nel passato oscurando, cancellando determinati momenti e ricostruendone altri a modo suo. La memoria non ci dà un’immagine fotografica ed oggettiva del vissuto, ma un’immagine ritoccata e soggettiva.

D’altra parte, vi sono o possono essere, specie nella vita di relazione, alcuni rari momenti irreparabili, enigmatici, di cui non è stata capita la chiave logica né nel viverli, né nel ripensarli a posteriori. L’inesplicabilità è un tormento, uno sgomento che può ingenerare disperazione, condurre alla follia o ispirare atti folli nel giro di settimane o di mesi.

 

 

 

Iati – 03.09.04

 

Sono molto sensibile alle problematiche di iati, di discordanze. Il discorso umano, pubblico – in particolare –, ma anche privato, finge coerenze, continuità, logiche, che di fatto non esistono, per cui la realtà è sempre molto più complessa e incerta di come viene rappresentata.

Sono un cittadino italiano, sono cattolico romano, sono un funzionario europeo in pensione. Tutto esatto, ma non molto connotante perché di scarso spessore. Io sono tutte queste cose, che a un funzionario di servizi anagrafici possono parere basilari, in ampia misura per caso. Si tratta di realtà quasi posticce. Sono nato in Italia da genitori italiani, sono cattolico in quanto la religione cattolica è dominante in quest’area geografica, sono andato a lavorare al Parlamento europeo perché non trovavo lavoro in Italia. Non vi è quasi scelta responsabile in queste condizioni oggettive, ben più subite che autodeterminate.

All’Italia e al mio essere italiano, anche se è dovuto al caso e avrei potuto benissimo essere francese, belga, o persino olandese o inglese, tengo decisamente. Ma non all’essere cittadino della repubblica italiana. Non sono repubblicano. Se di scelta si potesse parlare, opterei per l’essere suddito di un regno d’Italia o anche solo di un regno di Sardegna, delle Due Sicilie o di un granducato di Toscana. Cattolico, lo sono solo perché mi hanno battezzato e cresimato cattolico e perché trovo supremamente ridicole le conversioni formali. Nell’intimo sono soprattutto un cittadino d’Europa e del mondo e un uomo tendenzialmente libero che crede al di fuori degli schemi cultuali istituzionalizzati. Nel privato soprattutto, mi avvalgo di alcuni riti e simboli che mi sono stati insegnati e che per me sono eloquenti e carichi di intensi valori, come ad esempio il segno della croce o la formula del Pater noster, ma non li reputo affatto intrinsecamente più validi o più santi di altri strumenti cui ricorrono credenti di altre tradizioni.

Quanto all’essere stato per oltre un ventennio funzionario del P.E., questa è la realtà più tenue tra quelle anagraficamente legate alla mia persona. Mi serve per presentarmi nel mondo, nella società, perché alla società bisogna mostrare un’etichetta, fornire un alibi. È chiaro, però, che, se la libertà tanto celebrata come uno dei pilastri delle nostre società fosse qualcosa di più concreto di un indefinito e vacuo concetto, mai e poi mai io avrei iniziato una carriera di funzionario pubblico, e mai e poi mai l’avrei iniziata in un paese cupo come il Lussemburgo.

Ciò che, di mio, sarei stato propenso a scegliere e determinare è sempre risultato inattuabile negli ambienti in cui sono vissuto. Volevo starmene tranquillo, scrivere e dipingere. Campare a modo mio, semmai coltivando accessoriamente un orto, un campo, un frutteto o esercitando un’attività artigiana. Ma non era possibile: occorreva integrarsi e, anzitutto, guadagnare un buon salario, quindi fare un lavoro non spontaneo e di soddisfazione personale, bensì offerto dalla società. Occorreva estraniarsi, realizzarsi assimilandosi a un tessuto sociale del tutto alieno.

 

 

 

Denaro – 03 e 04.09.04

 

Il denaro è il simbolo e la chiave della società umana cui appartengo. Ed è per me, intimamente, un che di posticcio, di poco serio, di noioso, con cui devo pure fare i conti dato che è un canone imposto, ma di cui riesco difficilmente ad interessarmi davvero e che non prendo mai in considerazione nei miei rapporti di vita più sentiti.

Certo, ho lavorato per denaro, mi sono venduto schiavo a tempo determinato per denaro, perché a ciò mi ha costretto la società civile (bella civiltà, davvero!). Ma tutto ciò che ho potuto fare negli interstizi della vita privata, con la speranza che questa un giorno potesse prevalere su quella pubblica, non è mai stato per denaro.

Non ho scritto poesia, non ho disegnato e dipinto, non ho redatto articoli eruditi per denaro. Non mi sono sposato, né mai accompagnato a donne per denaro o interesse finanziario.

Il denaro è un mezzo, uno strumento necessario soprattutto per sfuggire a un gran numero di condizionamenti sociali. Sotto tale profilo va, purtroppo, guadagnato e va amministrato ragionevolmente. Ma, intrinsecamente, direi che non vale niente, che è una spregevole finzione. È un’impostura che si è costretti a subire; ciò, però, solo nella vita più esteriore e superficiale. Per un amico non farò mai nulla per denaro. E, quando farò qualcosa per me o per la mia famiglia, non starò certo a valutare a quanto denaro possa corrispondere la prestazione in termini di tempo dedicatole.

In una mia società del tutto ipotetica non sopprimerei il denaro, ma ne ridurrei molto l’importanza. Incoraggerei le attività svolte per la pura soddisfazione di svolgerle e per il piacere di rendersi utili a se stessi e agli altri. I rapporti di solidarietà e d’amicizia. Gli scambi in natura. Cercherei di assicurare a tutti un minimo vitale indipendentemente dalle prestazioni fornite, in modo da incrementare la libera scelta del lavoro. Promuoverei la libertà di muoversi, di scambiare e anche di commerciare. Non è concepibile che lo studioso sia ostacolato negli studi da accolte accademiche, da sovrastrutture amministrative e regolamenti che imbrigliano la fruizione dei patrimoni delle biblioteche pubbliche e dei musei. Non è accettabile che disposizioni pseudosanitarie e fiscali vietino a chi produce pesche nel suo giardino di immetterle sul mercato. Queste limitazioni alla libertà non sono avvertite e non disturbano le cittadinanze rincitrullite dal benestare di superficie, ma gridano vendetta.

*     *     *

 Viviamo in un tempo e in una società che pone al centro di tutto l’economia, che concepisce vita e aggregazione sociale come fatti sostanzialmente economici e in cui, pertanto, il denaro è il fondamento e la spiegazione di tutto, la meta di tutto e di tutti.

Il mio rapporto al denaro e all’economia che ho tentato di definire sopra e che, certamente, non è esclusivamente mio, non è una mia originale particolarità, sarà giudicato malissimo da tutte le teste che contano, se conosciuto. Alcuni privilegeranno la tesi della balordaggine, della superficialità. Altri sosterranno che è un punto di vista reazionario, pericoloso e antisociale.

Ma io non ho alcuno speciale bisogno di farlo conoscere. Il mio non è un punto di vista programmaticamente polemico. È un punto di vista che cova sotto le ceneri, che le propagande chiassosissime di cui ha risuonato continuamente il mondo da quando ho visto la luce (fascista, marxista, liberale) non sono valse ad estirpare dalla mia personalità. Ma che rimane una bandiera privata, neppure issata sul balcone di casa.

Per me – dico: per me – il mondo in cui mi sono trovato a dover vivere, al quale mi sono dovuto adattare, non è un mondo tanto solido, tanto credibile, tanto rispettabile. È piuttosto un teatrino, con drammi e scene diverse – tra l’altro – che vi vengono rappresentati. Per stare al gioco, ho dovuto in parte mascherarmi, recitare delle parti.

Non credo al mondo umano, non credo all’assetto sociale, non credo alle sue leggi e alle sue istituzioni, non credo affatto al sistema economico. Mi ci adatto, il che è ben diverso. Abbozzo, faccio finta di ubbidire.

 

 

 

Umana diffidenza – 03.09.04

 

Diffido di un atteggiamento, di un approccio in tutto pseudoscientifico. Il sapere, che peraltro è sempre relativo e provvisorio, dev’essere congruamente accompagnato da umanità e buon senso, da inventiva e ispirazione, da slancio, allegria, poesia.

Diffido di un sanitarismo troppo sistematico e invasivo.

Diffido della psicologia e degli psicologi.

Il sanitarismo è spesso maniacale. La psicologia è fortemente orientata e molto restia a riconoscersi dei limiti di competenza.

Prendendo nomi, concetti e preconcetti per realtà si può andare molto lontano. Appunto, però, molto lontano dalla realtà autentica. Si costruiscono realtà virtuali in cui si pretende di imbrigliare il malcapitato uomo della strada.

 

 

 

Vista passiva e attiva – 04.09.04

 

Tendiamo a raffigurarci gli organi sensoriali come recettori passivi. Ma è un equivoco: la funzione sensoriale è almeno tanto attiva, quanto passiva. La vista consiste nel ricevere un’immagine della realtà esterna sulla retina, cioè nel fondo degli occhi? No, questa, passiva, è una prima tappa e quasi solo un presupposto della vista. L’immagine retinica è rovesciata rispetto alla realtà e va, quindi, capovolta. Inoltre, abbiamo due occhi e riceviamo due distinte immagini: ciò che in ultimo vediamo, o crediamo di vedere è un’immagine di sintesi ricostruita dal cervello e rispetto alla quale la duplicità delle fonti serve soprattutto a ricavare la consapevolezza dei volumi. Con ciascun occhio otteniamo un’immagine piatta. Il duplice punto di vista ci consente di ricreare intellettualmente le profondità e lo spazio. In definitiva, il vedere è un’operazione eminentemente attiva, soggettiva e intellettuale.

Il gatto, davanti ad uno specchio, non si vede. Vede, beninteso, qualcosa: delle macchie, dei movimenti. Ma non ricostruisce mentalmente a partire dai dati passivi l’immagine di un gatto, la propria immagine. Così pure, presumibilmente, il gatto non sa leggere una fotografia.

Questa duplice dimensione di ricezione passiva e di rielaborazione attiva assimila in certa misura la funzione sensoriale a quella della memoria. Anche la memoria è non una mera registrazione oggettiva, bensì una ricostruzione soggettiva.

 

 

 

Tecnica pittorica (2) – 04.09.04

 

Ho visitato tempo fa la galleria Morandi nel palazzo comunale di Bologna. Oltre ai soliti gruppetti di bottiglie, vasi e scatolette, ci sono alcuni piccoli paesaggi. In questi risulta particolarmente chiara la scarsissima dotazione tecnica del pittore. Questi paesaggi sono poverissimi quanto a immaginazione o fantasia, scarni quanto a soggetto e impostazione, ma miseri proprio quanto a tecnica di resa. Dire infantili è dire poco. Qualsiasi ragazzo inventerebbe scenari più interessanti e lo farebbe con mezzi tecnici comparabili o addirittura meno scadenti.

Ieri mi trovavo nella saletta d’aspetto di un dentista vignolese. Alle pareti c’erano alcune riproduzioni di disegni di valore e quattro o cinque tele a olio originali, di cui una, un paesaggio, era una crosta non priva di elementi di interesse. L’essere solo una crosta le derivava soprattutto dal gusto provinciale e pacchiano dell’autore, ma mi sono detto che tecnicamente, ad esempio, batteva di gran lunga gli oli ingenui di Morandi.

Considerazioni del genere inducono a chiedersi cosa faccia il valore o il disvalore di un dipinto. Contrariamente a quanto al pubblico borghese piacerebbe per facilità poter affermare, non è la maestria tecnica con cui può essere eseguito. Forse è l’intelligenza o la sensibilità che veicola. Il quadro di un gran maestro dice sempre cose nuove, fa scoprire realtà visive inedite all’ammiratore, pone lo spettatore dinanzi a rappresentazioni sorprendenti della verità. Il gran maestro, nel dipingere, parla con Dio.

Il cattivo gusto consiste nell’esprimersi secondo moduli preesistenti, connessi in genere a mode provinciali e che denotano soprattutto ottusità, basso sentire, incapacità di elevarsi al di là delle convenzioni, fino alla sfera delle verità sconcertanti. Quadri di cattivo e pessimo gusto possono sfoggiare capacità tecniche non comuni. Quadri ispirati e geniali, invece, possono essere tecnicamente elementari.

 

 

 

Emarginazione – 05.09.04

 

Determinate mie posizioni intellettuali, determinate mie riflessioni mi tagliano fuori dal mondo, mi emarginano a priori dagli ambienti culturali e politici che contano. Il mio pensiero non si iscrive affatto nella linea o nel quadro del progressismo in cui crede con coloriture e sfumature varie il mondo intero del nostro tempo. Non che altri, in questi secoli, non abbiano adottato orientamenti affini ai miei. Ma, appunto, già quegli altri sono stati posti in disparte, giudicati asociali, stravaganti o patologicamente malinconici.

Io non faccio parte del mondo incravattato. Vi sono tollerato purché me ne rimanga a rimuginare e sognare scempiaggini nel mio angolino. O mi limiti a pubblicare articoloni peregrini che non saranno letti.

D’altro canto l’emarginazione, a condizione di disporre dei mezzi per vivere, è una comodissima e riposante condizione. Una condizione di assoluta libertà mentale e di tranquillità. Nel mondo ci si affronta, ci si scanna. Ma l’idiota del villaggio va in giro senza che nessuno si preoccupi di lui.

 

 

 

Soggettività non solo della memoria, ma già della percezione istantanea e del giudizio coevo agli eventi – 05.09.04

 

Sappiamo che la memoria è in certa misura soggettiva in quanto registra gli eventi e ne ricostruisce il filo a modo suo. L’interrogato racconterà ciò che onestamente crede essere avvenuto in passato, ma inconsapevolmente avrà dimenticato alcuni fatti e ne avrà distorto altri.

Senonché la soggettività non subentra certo solo in un secondo tempo, in sede di ricostruzioni mnemoniche. Essa incide sin dal livello della percezione immediata e, ancor più, del giudizio sui fatti maturato quasi in contemporanea con gli eventi stessi. Il giudizio è angolato e interessato, come una foto presa da un punto di vista scelto e con una particolare illuminazione. L’interessato crede di giudicare freddamente, ma invece si difende da pericoli e rischi reali o immaginari e si dispone a contrattaccare; reagisce, insomma, da complessato, da persona che si sa vulnerabile e il cui obiettivo vitale e primordiale è salvarsi.

Memoria e giudizio sono tanto più affidabili quanto più fanno capo a persone equilibrate, serene, senza problemi.

 

 

 

Effetto «placebo» – 16.09.04

 

Credo di capire da un servizio in onda ieri sera sulla rete francotedesca ARTE – e con notevole sorpresa – che in farmacologia e medicina sono detti per definizione «efficaci» i farmaci con i quali, in sede sperimentale, si siano ottenuti effetti positivi rilevanti sullo stato di salute dei pazienti in una percentuale di casi che ecceda sensibilmente quella delle guarigioni da effetto «placebo». Si sceglieranno, mettiamo, cento pazienti affetti da una particolare malattia: a cinquanta di essi verrà somministrato il nuovo farmaco nei modi e nelle dosi previsti, agli altri cinquanta un prodotto neutro privo di ogni proprietà terapeutica. Né i pazienti medesimi, né il personale medico e sanitario che attua il programma sapranno chi beneficia della cura effettiva e chi riceve solo acqua fresca. Al termine di un determinato periodo si verificheranno i risultati. Ciò che riesce inaudito per il profano è che, con il placebo, un buon 45% degli infermi interessati avrà conseguito miglioramenti sensibili nella maggior parte delle affezioni. Pertanto il nuovo farmaco sarà proclamato «efficace» ed immesso in commercio solo se avrà superato significativamente quella quota di effetti benefici, raggiungendo ad esempio un 65%.

Questi dati inducono a riflettere che, stando così le cose, l’«efficacia» di svariati prodotti venduti in farmacia è di fatto relativamente tenue. Ma soprattutto e anzitutto essi dovrebbero imporre a farmacologi e medici seri programmi di ricerca, di potenziamento e sfruttamento dell’effetto «placebo». Se, spontaneamente, si può guarire al 45% di molti mali senza assumere farmaci veri e propri, è chiaro che la terapia psicosomatica diviene primaria e che ciò deve rivoluzionare le nostre concezioni riguardo sia a ciò che è la malattia, sia a come possa essere indotta una guarigione. La constatazione di un 45% di buoni risultati con cura all’acqua fresca manda a gambe all’aria la medicina meccanicista tradizionale basata sulla sola somministrazione di dosi di elementi biochimici dall’esterno, la quale, semmai, potrebbe essere relegata al ruolo di una disciplina complementare, ausiliaria.

 

 

 

Borghesia (2) – 28.09.04

 

L’espressione «borghese» o «borghesia» oggi suona alquanto generica. Si oppone «borghesia» a «proletariato» e pertanto il termine sembra stare ad indicare sostanzialmente una stratificazione sociale più elevata, benestante, educata. C’è da dire, però, che la grande rivoluzione francese di fine Settecento e tutte le altre minori che l’hanno poi seguita in svariati campi non solo sociali e politici (viviamo da oltre due secoli nella mistica della rivoluzione ed in una sorta di rivoluzione permanente o rinnovantesi costantemente) hanno proclamato l’abolizione dei privilegi di classe, la rigorosa eguaglianza dei cittadini e, per così dire, la dittatura della borghesia. Siamo tutti in linea di principio eguali e tutti borghesi nella società contemporanea. La nostra è una condizione borghese generalizzata, anzi universalizzata, e obbligata.

Si tratta, ovviamente, solo di realtà simulate per legge, di finte apparenze cui ciascuno si piega per comodità di convivenza. Quantunque molto minoritari, affievoliti, quasi muti e con scarse possibilità di manifestarsi pubblicamente, è naturale che il temperamento e la tradizione, da un lato, aristocratici e, d’altro lato, plebei sussistano.

Insomma l’odierno dilagare e nel contempo disidentificarsi della condizione borghese non toglie che nella storia e più semplicemente nella realtà esistano tradizioni sociali differenziate le quali tutte meritano attenzione.

La borghesia nasce nel medioevo nei borghi. I borghi (più tardi: «sobborghi») sono agglomerati di povere catapecchie e botteghe che sorgono disordinatamente, spontaneamente, addossati allo specchio esterno delle mura del castello e/o della cittadina (nel medioevo la città è essa stessa un castello fortificato). In pratica, misere ma attive periferie. In essi converge una schiuma di gente che abbandona la terra in cerca di maggiore fortuna e dignità. L’aristocrazia è un miraggio. La borghesia vuol esserne il più possibile illuminata, beneficata, vuole starle il più possibile alle calcagna. Aristocrazia e borghesia sono profondamente diverse, ma ciò non toglie che la seconda aspiri con tutte le sue forze a starle vicino e, se possibile, alla pari. La borghesia è di umilissima estrazione, ma eminentemente attiva, dinamica, intraprendente, abile, furba, talvolta addirittura intelligente. Costruisce, traffica, si rende preziosa, indispensabile. Viene a costituire una casta intermediaria tra il volgo e il signore, una classe di mezzani e mezzadri, cui sempre più si ricorre per attutire gli urti provocati dalle differenze e incomprensioni, una classe cuscinetto. Essa poi scopre e sottrae al monopolio della Chiesa lo strumento della scienza. La borghesia si istruisce, e ciò ne potenzia le prerogative infinitamente. Ormai si addentra nei castelli, si infiltra sin nel cuore delle corti, ormai sfida l’aristocrazia e, con la rivoluzione, la soppianta, dichiarandola decaduta.

Cosa rimane concretamente oggi di queste realtà antiche nei temperamenti e nei comportamenti? La giacca e la cravatta sono simboli vestimentari della borghesia. Il borghese tiene ai suoi modesti diplomi scolastici o accademici e volentieri si raddoppia il cognome. Il borghese tiene soprattutto alla sua «preparazione culturale», vedendovi il segno più sicuro di una superiorità sociale implicita. Il borghese è diffidente: quanto più può, giudica male; quando non può, abbraccia il potenziale nemico nella speranza di poterselo rendere amico.

 

 

 

Società civili e dipendenze – 23.10.04

 

Le società civili del Duemila sono culturalmente e tecnologicamente avanzate. Ma sconcerta constatare quanto vi siano diffuse le dipendenze. Dipendenze fisiche o fisiologiche, ad esempio da droghe. Dipendenze mentali dalla pubblicità. Dipendenze psicologiche varie che si configurano come rinuncia all’esercizio del libero arbitrio e all’uso puro e semplice della ragione in molte circostanze e in ordine a determinati problemi. Nella psiche si costituiscono come nodi attorno ai quali il pensiero si attorciglia e la persona, in pratica, non è più atta a condurre un ragionamento sano attorno alle questioni poste all’ordine del giorno dalla vita, dall’attualità locale, nazionale o internazionale.

Una di queste dipendenze che non mi risulta essere stata oggetto di studi particolarmente attenti e che, anzi, non sento in pratica mai nominare e che pure coinvolge un numero cospicuo di umani attraverso il globo è la dipendenza religiosa. Ma quando si vede a cosa i condizionamenti religiosi possano condurre non solo semplici individui, ma interi e folti gruppi umani, come in questo frangente storico si rileva negli USA, non ci si può non spaventare del pericolo che incombe sul mondo intero in conseguenza delle distorsioni connesse ai fenomeni in parola.

Il fatto si è, però, che sono sempre in pochissimi a «vedere» quel che succede, ad essere informati e consapevoli. Né i testimoni di Geova che vengono regolarmente a bussare alla mia porta sforzandosi di convincermi dell’importanza primaria della «parola di Dio», né i lanzisti di Francia e d’Italia, né i severi cattolici di Comunione e Liberazione credo riflettano sull’incredibile fanatismo religioso dei conservatori americani e sul carattere palesemente anticristiano ed antireligioso della sedicente «religione evangelica», intollerante, stupida e aggressiva, che supporta un presidente quale Bush e la sua «guerra al terrorismo». Tutta questa brava gente devota, per principio, si informa poco, legge poco di ciò che non è espressamente propinato o raccomandato dalle rispettive Chiese, riflette pochissimo. Vive in un clima di beato fanatismo. Non vede quindi che Bush e i suoi accoliti potrebbero essere come un’immagine riflessa di loro stessi e che quanto accade in America solleva problemi di fondo per loro stessi, evidenziando i limiti e i pericoli della dipendenza religiosa in genere.

 

 

 

Riformismo – 24.10.04

 

Spesso già in passato ho segnalato che, in base alla classica bipartizione della realtà politica in Destra e Sinistra, la mia personale posizione appare complessa, ambigua, forse a taluni poco seria. Appartengo, infatti, ad una Destra di sinistra.

Se, invece, ricorriamo ad una chiave interpretativa ternaria già meno astratta del tipo Conservazione / Riformismo / Rivoluzione, le mie scelte trovano una loro collocazione inequivoca nel comparto intermedio.

Il riformismo crede nella possibilità e nella necessità di tendere a modificare la società sempre in meglio, con riferimento tanto alle condizioni concrete di vita quanto alle strutture e all’assetto giuridico-istituzionale. Vuole riformare in meglio, ma vuole farlo con moderazione e cautela. Pertanto si oppone tanto al conservatorismo ad oltranza, cioè in definitiva alla strenua difesa di interessi di parte in contrasto con la giustizia sociale, quanto a quelle correnti che, con maggiore o minore radicalità, si ispirano ai miti della rivoluzione e puntano a ricostruire un ipotetico mondo nuovo sulle rovine, provocate, di quello esistente.

 

 

 

Imprenditoria e Stato – 25.10.04

 

Ci viene suggerito, prospettato, che vivremmo nell’ambito di sistemi sociali liberali, che si impronterebbero a principi di democrazia e di giustizia. Ma non è così. La cosiddetta democrazia è una sceneggiata, una maschera formale, e quella della giustizia è – al meglio – una preoccupazione remota.

L’iniziativa individuale e, per dir meglio, l’impresa è la chiave del benessere delle società. Lo Stato trae le sue risorse principali dalla stessa attività delle imprese, nel senso che succhia buona parte delle risorse loro, tassandole. Se la tassazione si mantiene entro livelli sostenibili e se in controparte lo Stato offre garanzie di tutela dei diritti e degli interessi legittimi dell’impresa, l’insieme può avere una sua logica e funzionare. Ma è fisiologico che le due parti in causa tendano ciascuna a prevalere, a tirare il lenzuolo dalla propria parte, a ricevere il più e dare il meno possibile. Con il risultato che l’equilibrio è destinato, quasi a colpo sicuro, a rompersi.

In concreto, oggi come oggi, mi risulta che l’imprenditoria sia tassata ad oltre il 50% degli utili presunti. D’altra parte – e su ciò mi preme richiamare l’attenzione del lettore – non è cautelata, ad esempio, contro la pratica dei pagamenti ritardati e l’insolvenza dei debitori. Ne consegue che, per mantenersi in sella nonostante gli enormi oneri fiscali e l’incertezza degli incassi effettivi, l’imprenditore deve compiere giochi di prestigio. Per quanto possibile eluderà o froderà il fisco, sfrutterà gli addetti all’ultimo sangue, agirà slealmente sul mercato. È costretto non alla semplice oculatezza, ma alla scaltrezza e alla durezza. È costretto a trasformarsi in un mezzo gangster.

Lo Stato se ne frega: chiude tutt’e due gli occhi e continua a succhiare. In pratica vive di rapina dei rapinatori, senza rischi e senza problemi di coscienza.

 

 

 

Spunti di risposte ai testimoni di Geova – 25.10.04

 

     . La Bibbia.

La lettura della Bibbia è utile, raccomandabile? Direi di sì.

Ne è raccomandabile una lettura assidua? Può esserlo per determinate persone che intraprendano uno studio specifico, meglio se guidato nell’ambito di facoltà universitarie o parauniversitarie di teologia. Per il comune dei mortali, però, una lettura troppo assidua o addirittura esclusiva comporta senz’altro controindicazioni e pericoli. A parte il fatto che detti lettori non dispongono degli strumenti culturali necessari per un’interpretazione sensata, l’assiduità in questione sembra poter essere indice di fanatismo. E il fanatismo non è mai una cosa positiva.

La Bibbia è un libro che non assomiglia ad alcun altro? Un’asserzione del genere è falsissima. La Bibbia, che è poi una collezione di vari libri ispirati, assomiglia a libri sacri di tradizioni diverse da quella ebraico-cristiana. Assomiglia al Corano, ai Veda indiani, e così via, nel senso che è un libro fondante di una particolare religione.

La Bibbia è la parola di Dio? Se lo è, non lo è al 100%, non foss’altro perché è scritta e tradotta in linguaggi umani. La Bibbia può essere, per noi, una piattaforma di riferimento, ma, di per sé, non può sostituirsi alla voce stessa di Dio, che semmai possiamo sentire nei nostri cuori, nel nostro intimo. Senza un preliminare rapporto diretto, senza una voce che ci guidi e sia legata alle nostre esperienze di vita, la Bibbia stessa avrebbe poco da rivelarci.

D’altronde, oltre che attraverso la Bibbia, Dio si manifesta in molti altri scritti e altre realtà. Anche questi molteplici altri scritti e altre realtà meritano la nostra attenzione. E non bisognerebbe che la Bibbia divenisse, per noi, un alibi, un qualcosa che ci fornisse una scusa per trascurare questi altri scritti e realtà, una scusa per non occuparci della realtà e dei nostri problemi reali.  

     . «Viviamo nella parte finale degli ultimi giorni».

Nulla permette di affermarlo. I primi cristiani hanno creduto che il giudizio universale fosse imminente e che non si sarebbe giunti nemmeno alla fine del primo secolo della nostra era. Molto dopo si è ritenuto che la storia non avrebbe superato il passaggio al secondo millennio. Possiamo sempre vivere come se fossimo nella parte finale degli ultimi giorni, ma ignoriamo nel modo più assoluto quando la fine eventuale del mondo verrà. I segni premonitori elencati da san Paolo (2a Tim. 3:1-5) sono stati presenti in ogni epoca e, pertanto, si connotano come alquanto generici.

     . «Fino a che punto la religione esercita un’influenza positiva sulla condotta di miliardi» di appartenenti nominali alle più svariate religioni?

Ce lo possiamo chiedere e, a giudicare dal decorso della storia, non sembra in generale che tale influenza sia stata consistente. Tuttavia, non possiamo entrare nel dettaglio dell’analisi e il quesito, a guardar bene, né ci compete, né ci riguarda. Il solo quesito del genere che sia davvero di nostra pertinenza suona come segue: fino a che punto la religione esercita un’influenza positiva sulla mia personale condotta?

 

 

 

Convergenze e divergenze – 27.10.04

 

«Chi cerca trova», recita il proverbio. A me sembra, invece, che spesso chi cerca non trovi e che chi trova non stesse cercando.

Durante il percorso della mia non facile crescita umana, ricordo di essermi alcune rare volte rivolto per sostegno ed aiuto a prossimi cui mi sentivo legato da vincoli particolari.

Quando capii che l’ottimismo spensierato cui si era improntata la mia prima gioventù era fallace e che non si poteva contare solo sulla propria natura per orientarsi nella vita, andai a trovare l’ex nostro insegnante di religione a scuola, l’allora abate e oggi vescovo a riposo B. J. In pratica gli chiedevo di farmi lui da padre (il mio era morto allorché avevo 23 anni), di mostrarmi la via nel settore morale, ma anche di aiutarmi a trovare una sistemazione nella società. Lui si mostrò disponibilissimo riguardo al primo punto, ma mi rispose senza ambagi che per il secondo dovevo vedermela da solo.

Più tardi, in una fase di crisi e disorientamento assai profonda, quando avevo rotto tutti i ponti con la società civile, ero divenuto un barbone e certamente non rimaneva molto da sperare di me, interpellai in cerca di consiglio e di appoggio mia sorella L., la quale – pur tra mille difficoltà – si stava dal canto suo assicurando un modesto avvenire. Lei però mi disse in sostanza che in quegli anni io mi ero squalificato agli occhi suoi e di mia madre e che solo quando fossi riuscito di mio a riprendere quota e avessi dimostrato la mia affidabilità sociale avremmo potuto tornare a parlare insieme normalmente.

Successivamente, affrontando incredibili traversie, ho avuto la fortuna di riuscire effettivamente a ricostruirmi a pezzi e bocconi una vita.

Oggi, però, non si può dire che ciò mi abbia ravvicinato a monsignor J., né tanto meno a mia sorella. Con queste due persone intrattengo rapporti corretti, mediamente affabili, e sono animato nei loro confronti dalle migliori intenzioni. Ma, in sostanza, il fossato che ci separa è quello stesso che tiene a debita distanza gli uni dagli altri i conoscenti ordinari.

 

 

 

Chiacchiericcio – 1° e 2 nov. 2004

 

Mia cognata e suo marito, olandesi, vivono costantemente chiacchierando davanti a tazze di cafellatte o di tè, con tartine imburrate e formaggio oppure marmellate, con biscottini, torte, salatini o altro.

Dove ci conduce questo continuo chiacchierare? Per loro è una manifestazione d’umanità, di socievolezza e di ragionevolezza, di partecipazione ed interesse per la vita altrui e per i problemi della vita in generale, un’espressione di civiltà. Per me, è insopportabile, perché mi impedisce tanto di prestare un’attenzione acuta alle realtà meno evidenti quanto di pensare. Mi costringerebbe, se non trovassi modo di scantonare, a rimanere in superficie e a vivere distrattamente.

Mi dico che, se fossi della pasta della cognata, non avrei mai né dipinto, né scritto. Forse sarei più felice e più simpatico. Ma certamente sarei sempre vissuto senza accorgermene, fuori da ogni consapevolezza.

*     *     *

Ho appreso da giovane il valore del silenzio, tanto sperimentandolo abbinato alla solitudine in villa Strohl-Fern nel dipingere e disegnare, nel leggere e nel riflettere, quanto, più tardi, frequentando monasteri e comuni religiose.

Peraltro, proverbi antichi quali «la parola è d’argento ma il silenzio è d’oro» e gli scritti di maestri della vita spirituale (san Bernardino: «oh! La punta della linguetta!») mi suggerivano dall’esterno che bisognava diffidare della parola, e soprattutto della parola facile.

Ma le persone con cui vivo o che frequento non hanno subìto questi condizionamenti o beneficiato di questi ammaestramenti. La loro vita si concentra per una larghissima parte nelle relazioni umane dirette. Non possono capire che il discorrere stanchi o dia la nausea.

Certamente l’arte del silenzio, della solitudine, della rinuncia a contare e della determinazione di un vuoto interiore è una delle prime da porre all’ordine del giorno di un insegnamento spirituale.

*     *     *

Più esplicitamente e concretamente direi che una conoscenza o meno dei valori del silenzio è ciò che fondamentalmente distingue chi si sia iniziato alla spiritualità dall’uomo comune o della strada.

L’uomo ordinario crede nella vita, nell’umanità, nei valori sociali, e in questi valori esaurisce il suo impegno. L’uomo di fede dubita della vita e ripone la sua speranza in verità trascendenti.

 

 

 

Movimento – 02.11.04

 

Il mistero centrale della vita, dell’esistenza, della realtà risiede nel movimento.

Il movimento o mutamento di stato è concetto matematicamente irricevibile. Constatiamo che l’esistenza, la realtà, altro non è che continuo movimento, mutamento. Ma la logica formale rigorosa ci dice che movimento e mutamento non possono darsi e se ne conclude che la vita è un sogno irreale, un’illusione.

Infatti, un segmento AB non può essere percorso in quanto, prima, dev’esserne percorsa la metà, e prima ancora la metà della metà, e prima la metà della metà della metà, e così via all’infinito.

Infinito e finito non si combinano, non sono conciliabili mentalmente. E per questo l’esistenza è un mistero, come un imbuto in cui la riflessione si infila senza poter venire a capo del problema della propria natura.

A partire dal primo Cinquecento i pittori e taluni scultori hanno cominciato ad avvertire che la questione del movimento era il vero problema della rappresentazione del reale. Il movimento, che è di per sé inconcepibile, è anche pressoché irrappresentabile. È certo possibile e non troppo difficile rappresentare una figura in un momento istantaneo di cui si capisca che si inserisce in un processo di movimento e così suggerire il movimento: cioè porre la figura in situazione d’instabilità, con un piede alzato, con il corpo proiettato fuori dall’asse dell’equilibrio statico. Ma non è sufficiente. Il movimento non è costituito da una serie di istantanee ferme, sia pure con corpi sbilanciati, contorti. Il movimento fluisce e contiene al suo interno, per così dire, varie posizioni dei corpi. Come dipingere questo stesso, complesso, fluire?

Questo è stato il problema chiave della figurazione artistica dal Cinquecento al primo Novecento. Su questo problema filosofico e pratico si imperniano il manierismo e l’arte barocca, e successivamente ancora largamente scuole quali quella – ad esempio – dell’impressionismo francese.

Ma il borghese che visita la mostra di turno a Roma, Milano, Firenze, Padova, Mantova, Ferrara, Parma, Venezia o a Parigi e Londra è lungi le mille miglia dall’immaginare che la pittura sia sottesa da simili ricerche, a suo modo di sentire intellettualistiche e sofistiche.

 

 

 

Visite ed ospiti – 02-04.11.04

 

Sono piuttosto un solitario. Non mi diverte affatto andare in giro per locali e ancor meno uscire la sera. Diciamo che sono un orso. Ho anche pochi amici e non vedo quasi mai nessuno. Ne risulta che la vita che conduco è malinconica e monotona anzi che no, unicamente materiata di riflessione e studio. D’altra parte, sono però di un’indole sostanzialmente generosa. Ho, nei confronti degli altri, pochi pregiudizi e altrettanto scarsi sono i miei sentimenti di antipatia. Pertanto, la prospettiva che qualche amico lontano o qualche parente ci venga a trovare in Castelvetro di Modena trattenendosi poi da noi alcuni giorni in genere mi trova più che consenziente. A priori sono contento che mi si venga a distogliere dal tran tran quotidiano. Però ho sempre sperimentato che queste permanenze, in breve tempo, mi disturbano. Mi sento paralizzato dalla presenza degli ospiti, impossibilitato a vivere normalmente. E, quando finalmente se ne vanno, tiro un profondo sospiro di sollievo.

Dei miei amici scapoli, due in tutto, uno è un salutista che passa intere mezze giornate sui libri e sui fogli senza dire una parola e poi se ne parte per lunghissime passeggiate a piedi nella natura; l’altro è un presuntuoso egocentrico che fuma come una ciminiera e semina dappertutto le sue cicche, decide unilateralmente il programma della giornata durante la quale lo dovrò accompagnare senza potermi allontanare neppure un attimo per badare alle cose mie. La cognata con il marito sono olandesi ebrei: visitare monumenti e musei li stanca; si piazzano a leggere nel salotto e passano altresì lunghe ore a chiacchierare con Mieke di argomenti insulsi. Una delle tematiche ricorrenti è quella culinaria, in cui tuttavia i cari parenti acquisiti partono perdenti, mancando della benché minima educazione e sensibilità gastronomica. Senonché, non se ne rendono conto. Non avvertono che possa esistere qualcosa come una finezza gastronomica, un’arte del cucinare e del mangiare. Bevono un barbera superiore con gradazione alcolica di 14° colla stessa indifferenza con cui mandano giù un barbera andante e passano al brachetto con il dessert senza notarne la briosa leggerezza.

*     *     *

Più trascorrono le ore, le mezze giornate, le giornate intere, e più prepotentemente viene a galla il provincialismo olandese dei cognati.

Fossi olandese, non dico che, visitando l’Italia, mi vergognerei necessariamente della mia appartenenza nazionale, ma certamente la farei pesare il meno possibile agli autoctoni. Girare per un paese così carico di storia, cultura, civiltà, dovrebbe imporre riguardi e ritegni. Ma, ovviamente, chi è interiormente povero non si rende conto di quanto la sua presenza sia incongrua in certi ambienti.

 

 

 

Pittura, fotografia e cinematografia in relazione ai problemi:

. della rappresentazione e della comprensione filosofica

. del movimento e/o del mutamento – 16.11.04

 

«Panta rei», esclamava Eraclito.

A partire dal tardo Rinascimento l’umanità è tornata – e in maniera più assillante che nella tarda antichità – a porsi il problema dell’essenza e della rappresentazione del movimento e del continuo mutare della realtà contingente.

La pittura e la scultura, in particolare, hanno affrontato questo problema (manierismo, arte barocca, impressionismo).

Ma nell’Ottocento è stata inventata la fotografia, nel Novecento la cinematografia. Taluni credono che la fotografia, in bianco e nero, poi a colori, abbia sostituito l’arte pittorica. E questi stessi tendono a pensare che la cinematografia abbia successivamente risolto la questione della rappresentazione del movimento. Secondo me, è un modo di vedere del tutto superficiale.

Infatti la cinematografia – per non parlare della semplice fotografia che si limita a dare istantanee ferme – riproduce solo l’impressione del movimento esteriore. Si tratta di una riproduzione meccanica che non implica conoscenza filosofica, presa di coscienza, comprensione o riflessione. Si tratta di mera duplicazione materiale.

Quando si parla di movimento o mutamento quale principio stesso dell’esistenza non ci si riferisce solo all’agitarsi dei corpi in superficie, allo spostarsi dei corpi e degli oggetti, agli atti degli arti quali lo stendere una mano o l’alzare un braccio, il camminare, correre e saltare e così via. Ci si riferisce soprattutto al fatto che i corpi stessi, i quali visti dall’esterno appaiono in posizione statica ed immobili, sono invece, internamente, un coacervo di continui movimenti di organi e di umori. Insomma i corpi, specialmente – ma non solo – quelli degli animali e degli uomini, sono mondi di movimenti in sé ancor prima di dare all’esterno lo spettacolo che sappiamo. Ed è proprio questo, il movimento o sommovimento intimo, che connota più tipicamente l’esistenza.

Di questa instabilità profonda che l’apparenza cela più di quanto non riveli, stendendo e prodigando veli di materia che appunto denominiamo corpi e in una certa misura creando l’inganno di una statuaria, la cinematografia non rende alcun conto diretto, né si preoccupa affatto.

La pittura, invece, si è ingegnata di affrontare lo scoglio della rappresentazione del brulichio intimo: dell’instabilità, del fluire, del volgere degli umori fisici e dell’instabilità psicologica. Per far ciò, si è avvalsa anzitutto degli impasti di colore. Gli impasti, resi più agevoli ed efficaci dalle tecniche a olio, hanno consentito di esprimere la complessità, la mutevolezza, e persino l’indeterminatezza del reale. Il reale effettivamente visto è sempre, e talvolta in misura cospicua, meno definito di quello immaginato o idealizzato e la resa pura e semplice del mero veduto, del mero veduto scelto, con il sussidio dell’impasto può risultare già molto rivelatrice (paesaggi di Turner). Altre tecniche sussidiarie usate nel decorso dei tempi: la deformazione, la destrutturazione, lo smontamento della figura vista e il suo riassemblaggio in base a canoni peregrini.

 

 

 

Jean-Jacques Rousseau – 24.11.04

 

È quel tale guastafeste che, dalla sua piccola patria ginevrina e calvinista, se ne venne a Parigi a metà Settecento a scagliare un grosso sasso nelle acque quiete del progressismo illuminato degli enciclopedisti.

Da qualche parte Goethe ha scritto che con Voltaire si chiude un’epoca e con Rousseau se ne apre una nuova. Non condivido questa analisi. A mio parere, i due autori si inseriscono in linee di pensiero – e si potrà anche considerare, semplificando, che inaugurino linee di pensiero – vive durante i secoli XIX e XX e la più ricca di adepti è di gran lunga quella volterriana. È vero, però, che la scuola rousseauiana si connota per certi versi come più tipica dell’epoca contemporanea: più inquietante o sconcertante, ma anche più stimolante.

 

 

 

Riforma dell’istruzione – 24.11.04

 

Viene annunciata in Francia una nuova riforma del sistema scolastico e dell’istruzione. Principale novità: si vuole introdurre un insegnamento più esteso e più serio delle lingue vive, con un ritardo – direi – di oltre mezzo secolo sulla politica comunitaria europea. A parte ciò, mi dico che le ricorrenti ristrutturazioni del settore, quantunque rispondenti di volta in volta ad aspirazioni che si potevano capire, non abbiano indotto miglioramenti sensibili dagli anni in cui frequentavo il Lycée Chateaubriand.

Le buone intenzioni piacciono, ma non bastano.

Di cosa ho sofferto nelle medie e al liceo? Di un approccio incredibilmente compulsivo, assolutamente non pedagogico e non tarato sulle caratteristiche, tanto individuali quanto collettive, delle scolaresche. Di stress da disciplina premilitare e da assillante corsa ad ostacoli. Di una totale inadequazione dell’insegnamento alla realtà della vita sociale, del gap voraginoso tra scuola e cosiddetto mondo del lavoro, della mancanza di qualsiasi autentico ausilio all’orientamento. In mezzo secolo sono stati compiuti progressi su questi punti fondamentali? Non mi risulta che la situazione sia meno caotica, forse anzi è peggiore.

Il fatto si è che i problemi veri affondano le radici nelle stesse strutture e disfunzioni della società nel suo insieme, per non parlare dei rapidi e quasi incontrollati mutamenti cui questa va soggetta.

Può apparire un discorso massimalista o qualunquista, ma la verità è che la soluzione dei problemi della scuola presuppone quella di molti, gravi, problemi più generalmente sociali. Pertanto non si riesce a sperare in un progresso autentico a livello dell’istruzione, in quanto sarebbe ingenuo contare su un profondo riassetto dell’ordine sociale in senso positivo e a breve nel mondo occidentale.

 

 

 

Pensiero libero – 24.11.04

 

In genere ci facciamo un’idea del tutto errata della libertà. Vaneggiamo di una libertà assoluta, ma la libertà è, invece, sempre relativa, per non dire molto relativa. L’esistenza comporta in sé molteplici, innegabili condizionamenti.

La libertà di pensiero può essere intesa, al massimo, come libertà da condizionamenti da parte di terzi, privati o pubblici. Di per sé, però, il pensiero non è mai assolutamente libero. Nasce da occasioni, sentimenti, umori, ed è pertanto pilotato, anche se non ne abbiamo specifica consapevolezza. Fino a che punto lo stesso pensiero razionale, che pure segue un filo logico apparentemente neutrale, è di fatto indipendente dalle occasioni che lo hanno suscitato? Quando il pensiero può dirsi totalmente, esclusivamente, razionale?

Nell’ambito vasto e comune della vita corrente, poi, le argomentazioni che comunque vengono spacciate per ragionamenti sono in genere eminentemente interessate; nel senso che muovono da interessi valutati a priori come primari e che il discorso è a questi funzionale.

 

 

 

Fast religion – 28.11.04

 

Gli Stati Uniti d’America, dopo aver praticato nell’intervallo temporale tra le due grandi guerre del XX secolo l’isolazionismo, si sono poi connotati come una potenza mondiale egemone, protesa a instaurare ovunque e in tutti i settori la propria supremazia, anche con la forza e con l’astuzia, con gli interventi militari e le trame oscure dei servizi segreti. In Vietnam, in Cile, per limitarci a questi due soli esempi eclatanti, gli Stati Uniti si sono resi colpevoli d’interferenza nelle questioni interne di paesi autonomi, di crimini contro l’umanità della più assoluta gravità e di trame finalizzate alla destituzione e persino all’uccisione proditoria di un capo dello Stato. Di fronte ad un tribunale internazionale libero, indipendente e con pieni poteri, se mai esso potesse esistere, i leader statunitensi dell’epoca sarebbero stati passibili di condanne certamente non meno gravi di quelle inflitte a suo tempo sotto la stessa egida americana a Norimberga.

Ma ciò che più colpisce l’osservatore imparziale è lo sforzo per imporre il proprio marchio anche nei campi delle abitudini di vita e in quelli che potremmo definire in senso stretto o lato culturali, nel mondo intero. Ad esempio, nell’alimentazione, e tra l’altro con la diffusione a tappeto di locali per il fast food. Nella letteratura e nella pittura. Non da ultimo, poi, addirittura nella religione.

Non contenti di consolidare un loro dominio mondiale militare, economico, finanziario, gli Stati Uniti sono un Mondo Nuovo che proclama la decadenza del Vecchio Mondo e ci vuole tutti rieducare, insegnandoci come si deve mangiare, come si deve praticare l’arte e come si deve credere in Dio. Solo a pochi sbandati originali dei paesi ricchi di tradizioni ultrabimillenarie è venuto fatto finora di urlare che il loro cibo e concetto dell’alimentazione è un puro schifo, oltretutto assolutamente poco sano (vedi obesità dilagante); che i loro romanzi, la loro poesia, la loro pittura si presentano come conati d’epigoni e non sono un gran che; che il loro evangelismo fanatico fa pietà.

Abbiamo costantemente i geovini che vengono a suonare il nostro campanello di casa e ci sommergono di citazioncine scritturali fuori contesto senza rendersi conto, nella loro buona fede di neoconvertiti, che si sforzano di fatto di venderci non il Cristo e i profeti, bensì l’America sotto forma di fast religion.

 

 

 

Stupidità – 29.11.04

 

«Errare humanum est, diabolicum perseverare».

Tutti facciamo errori e cose più o meno stupide nella vita. Talvolta, può capitare che incappiamo anche in grosse stupidaggini. Ma la persona intelligente è quella che, se non altro, a posteriori si rende conto di avere sbagliato, se ne dispiace, se ne pente, si sforza di non ricadere nella stessa trappola e – se possibile – di compensare; comunque cambia strada. Il vero stupido non è colui che fa stupidaggini, ma colui che non sa capire di averne fatte, non fa autocritica e persevera sulla strada sbagliata.

Insomma la stupidità autentica è quella senza riscatto. Non è balordaggine in prima battuta, per superficialità, inesperienza, mancanza di attenzione. È balordaggine insanabile, in seconda, terza battuta, che, dopo fatta una serie di cretinerie, le crede giustificate e ci appone la firma.

Lo stupido non è solo noioso, è anche pericoloso se non tenuto a debita distanza. Ciò, in quanto può trascinarti con sé nella sua inevitabile caduta.

 

 

 

 Solidarietà generosa, indifferenza, ostilità generalizzata – 01.12.04

 

Esiste ancora, dopo secoli e secoli di civiltà, la generosità del «buon selvaggio»?

A giudicare dai risultati delle ricorrenti campagne televisive per il finanziamento di programmi di lotta al cancro e ad altre malattie di primaria gravità o invalidanti, si direbbe, in prima battuta, di sì. Poi, però, si riflette che le campagne televisive sono un po’ come la pubblicità. Anche alla pubblicità televisiva la gente risponde in massa acquistando a più non posso prodotti di dubbia qualità e ancor più dubbia utilità. Vi è quindi un effetto di trascinamento connesso al mezzo televisivo. Si può anche pensare che le trasmissioni condotte da vip dello spettacolo inducano ad una sorta di gara di generosità fondata sull’autoapprezzamento, l’affermazione dello status, una rivalità del genere di quella a chi sa sbattere in faccia agli altri la più bella macchina, la più cara pelliccia. Non è detto che l’anonimato (e sarà poi questo assoluto?) tolga carica a questo tipo di comportamenti diffusissimi a tutti i livelli della società.

Per altro verso, in altri contesti e molto più generalmente colpisce, invece, l’alto grado d’indifferenza che regna nella società. Indifferenza ovvia delle amministrazioni e dei pubblici poteri, ma che in molti casi rasenta la cattiveria e offende il comune senso della giustizia. Indifferenza dei privati per i casi altrui.

Direi che l’indifferenza dei privati è in larga misura riconducibile alla fragilità delle loro condizioni di vita. Il privato è ossessionato sin da piccolo dalla scuola, dal lavoro, dalla mancanza di lavoro. La vita, nelle nostre società – e soprattutto nelle più evolute: assai più in Francia, ad esempio, che in Italia – è tutto un susseguirsi di messe alla prova, di esami, di impegni coatti e nel contempo di trappole, di abusi, di minacce. Non è allegra. Le vessazioni e gli abusi non provengono solo da altri privati «cattivi», ma in origine e principalmente sono perpetrati, attivamente o per colpevole omissione di doveroso intervento, dalle autorità pubbliche: dirigenza politica, tribunali, notai e avvocati, banche, servizi di polizia. Il cittadino subisce e tace, ma si chiude nel suo guscio. Sviluppa diffidenza e cinismo. Non gliene si può muovere rimprovero. È autodifesa elementare.

Il peggio è che, al di là della sola indifferenza neutra, la delusione del privato finisce spesso col tramutarsi addirittura in ostilità potenziale, che si ritorce e sfoga sostitutivamente contro soggetti estranei al conflitto, ma indifesi. Capri espiatori delle nostre umiliazioni diverranno quelli che non fanno parte della nostra famiglia umana: gli ebrei, gli zingari, i marocchini, gli extracomunitari, i diversi, gli stranieri; ma, in altri contesti anche gli intellettuali, e chi più ne ha più ne metta.

 

 

 

Cause esterne – 01.12.04

 

Riforma dell’insegnamento in Francia. Crisi dell’educazione dei giovani nelle nostre società evolute. Quando si esaminano casi di malfunzionamento relativo o grave si tende automaticamente a ricercare le cause della disfunzione all’interno del settore contemplato. Per lo più, invece, il settore essendo solo un comparto e come un organo di un sistema complesso, le cause più profonde sono da ravvisare in carenze dell’assetto generale.

Non nego che il fatto di puntare il dito su difetti generali, e spesso non ben definiti proprio perché generali, possa apparire come un alibi, una scusa per non cercare poi soluzioni autentiche di alcun tipo. Neppure nego che, talvolta e magari spesse volte, possa trattarsi di un atteggiamento semplicemente demagogico.

Rimane che mettere pezze disparate su un vecchio pantalone liso serve a pochissimo. Il pantalone va rifatto ex novo, con stoffa – se possibile – di prima scelta. Non vi sono vere mezze soluzioni possibili. E, nel caso delle questioni sopra enunciate, l’intero assetto del sistema societario è da ripensare.

Un ripensamento dall’interno del sistema sembra però escluso. E ciò giustifica tanto più che vengano prese iniziative da parte di privati, di associazioni, che vengano tentati esperimenti collaterali. Lanza del Vasto ha cercato utopisticamente di creare piccoli mondi a sé stanti. Comunione e Liberazione, movimento cattolico radicato invece nella società ordinaria, ha fondato le proprie scuole e ha fatto bene. Così si va avanti, vedendo dall’esterno se si possa fare qualcosa, se si possano sanare alla radice i problemi che minano il mondo.

 

 

 

 Coaching – 02.12.04

 

È una nuova moda che ci vanno tramandando, come altre, gli Stati Uniti. Pare che in Francia attecchisca. Consiste nel ricorrere ad un «coach», cioè ad un supposto esperto in relazioni sociali, per affrontare meglio i nostri problemi di carriera e nell’ambiente di lavoro, in famiglia e con i figli, di rapporti con gli altri in genere.

Indubbiamente i problemi spinosi non mancano nella vita sociale. I consigli che parenti, amici o semplici conoscenti, talvolta addirittura estranei, possono fornirci in merito ai nostri comportamenti risultano preziosi, a saperli ascoltare e sfruttare, in quanto l’immagine che abbiamo di noi stessi e dei nostri problemi rischia di essere molto falsata dal nostro particolare angolo di visione, troppo ravvicinato e parziale. Quindi, anche i punti di vista, i pareri di un terzo non implicato, e tanto più di un terzo specializzato in rapporti umani, possono esserci d’ausilio.

Tuttavia, a me pare vi sia una differenza essenziale tra il rifarsi liberamente a suggerimenti esterni della più varia provenienza e il lasciarsi propriamente guidare, per non dire sostituire da altri nelle decisioni della vita.

È importante saper ascoltare gli altri, ma è fondamentale saper decidere da soli. Attraverso le difficoltà della vita e affrontando tali difficoltà la persona si deve formare. In definitiva la soluzione tecnica dei nodi è di secondaria rilevanza rispetto alla formazione della personalità. I nodi si presentano come ostacoli, ma sono ostacoli da saltare, non da eludere. I nodi sono ostacoli potenzialmente benefici.

Facendo risolvere i nostri problemi ad altri o anche facendoci insegnare tecniche che permetteranno di aggirare gli scogli, non necessariamente cresceremo.

Non nego l’utilità della psicologia, della psicoterapia, né del semplice coaching, ma continuo a pensare che è molto preferibile riuscire ad essere in prima persona lo psicologo, lo psicoterapeuta e il coach di se stessi.

 

 

 

 Dei delitti e delle pene – 02.12.04

 

Il principio dell’abolizione della pena di morte, lo confesso, mi ha sempre sconcertato. Come non condannare a morte individui rei confessi o riconosciuti colpevoli di stragi, di omicidi a catena, di uccisioni a sangue freddo di esseri indifesi quali donne e bambini, o anche rei di assassinii politici di particolare gravità? Perché mantenere in vita e sostentare a vita criminali irrecuperabili, privandoli peraltro e comunque con l’ergastolo di ogni prospettiva di una loro vita che valga la pena d’essere vissuta?

Di fronte a crimini di particolare efferatezza la mia reazione istintiva sarebbe semmai di comminare la morte per direttissima, senza tergiversare.

C’è però il rischio dell’errore giudiziario. A voler correre ed essere troppo severi, in taluni casi si manderà magari a morte il cliente sbagliato. Ricerche approfondite e sofisticate dimostreranno a posteriori che colui che ci siamo precipitati a dichiarare colpevole in realtà era estraneo alla vicenda. Negli Stati Uniti, in cui la pena di morte vige anche per uccisioni criminose meno gravi di quelle dei tipi sopra ricordati, pare che non siano pochissime le esecuzioni capitali infondate, né quelle di criminali che si sono frattanto seriamente pentiti ed emendati.

C’è poi un altro discorso fondamentale. Non mi riferisco tanto al quesito se sia morale e lecito ripagare la morte con la morte, che giudico, personalmente, sofistico anzi che no. Semmai alla questione di sapere se sia lecito in genere e, soprattutto, se sia efficace, utile, punire.

Punire, cavar occhio per occhio e dente per dente, viene naturale. Ma, a ben riflettere, è un metodo di ristabilimento dell’equilibrio e di compensazione tale da rivelarsi giusto e, principalmente, efficace?

Di primo acchito potrebbe sembrare di sì. Tutti i sistemi giuridici, tutte le regolamentazioni funzionano ab antico imperniandosi più o meno su criteri del genere. Ma nell’era moderna si sono affermati in via teorica anche princìpi quali quello della rieducazione dei delinquenti, del loro reinserimento sociale una volta purgata la pena. Si è anche teso sempre più a capire e a tener conto dei retroscena e delle cause profonde degli atti criminali, spesso connessi a condizioni di disperata povertà, quando non di deficienza o malattia mentale. Inoltre, si sono fatte strada scuole che, ad esempio, hanno criticato l’eccessiva severità e il principio della coercizione nell’educazione dei minori. E, se si ammette che la severità e la coercizione non funzionano nell’educazione dei minori, che sono invece indispensabili la comprensione e l’incoraggiamento, perché il ragionamento non sarebbe altresì valido e applicabile nel caso dei delinquenti?

Si può concepire una Giustizia che non si preoccupi di rendere pan per focaccia, di punire e di compensare il male con pari male inflitto? Ma che parta dall’accettazione del male compiuto come disgrazia ormai irrimediabile e cerchi il più possibile di contenerne gli effetti e di ristabilire condizioni di vita sociale sana e tranquilla? Che, nei confronti dei colpevoli, si sforzi unicamente di farli ragionare, di redimerli, di reintegrarli nei circuiti ordinari della vita sociale?

È una pura utopia? Per me, avrei tendenza a reputarla tale, ma devo riconoscere che è una prospettiva di grande fascino e che nella realtà i nostri sistemi giudiziari, sia pure in un indescrivibile disordine, sembrano muovere in questa direzione.

 

 

 

Calma olimpica – 16.12.04

 

Sommessa è la voce, olimpica la calma di coloro che dalla vita hanno avuto più di quanto si aspettassero, più di quanto meritassero. Le loro argomentazioni, semmai, sono fallaci, tendenziose, ma senza asprezza.

Invece la voce di chi non è stato appagato dal destino è fremente, vibrante. Questi parla per contrattaccare, colpire, ferire. Per quanto si sforzi di contenersi, non ci può essere pacatezza in lui.

 

 

 

Avere ragione – 21.12.04

 

Tutti, o quasi tutti, sono sempre intimamente, profondamente persuasi di avere ragione. A nessuno passa per l’anticamera del cervello che l’avere ragione possa significare poco o nulla o ridursi sempre, comunque, a una mezza illusione; che avere ragione non conti o conti poco.

La convinzione d’avere ragione consente poi agli interessati di avvalersi anche di mezzi violenti e/o sleali nel combattere l’avversario, in quanto essi si reputano in crociata, ossia credono di essere protagonisti di una guerra santa, rappresentanti dell’asse del bene, e, qualsiasi atrocità commettano, la reputano giustificata perché orientata al bene.

Rousseau, nelle sue Confessioni, spiega per pagine e pagine come sia stato un poveretto perseguitato da tutti, principalmente dai sedicenti amici, e non si rende conto della soggettività dei suoi giudizi, cioè che è proprio inutile cercare di spiegare nei minimi particolari il perché e il percome le cose ci siano andate ad un certo modo nella vita.

 

 

 

Sandrone – 31.12.04

 

Mio figlio si droga, spaccia cocaina ed eroina, ha chiuso mesi fa una sua ditta con un passivo residuo e da saldare di oltre centomila euro. Mia moglie, a mia insaputa, aveva sottoscritto a suo tempo una piccola partecipazione alla società e, ora, la commercialista m’informa che, in virtù del regime di comunione dei beni, sono io che devo far fronte a questo debito.

A parte le operazioni di liquidazione dell’importo dovuto, ci rechiamo dall’avvocato per vedere se convenga e sia possibile far interdire C., il quale ha altre pendenze personali e sembra muoversi come fuori dalla realtà. Il legale spiega che l’«interdizione» in senso tecnico-giuridico non scatta in simili casi, ma che ci sono altre forme meno radicali di presa sotto controllo, praticabili a richiesta dei familiari. In particolare si potrebbe ottenere un’inabilitazione comportante la nomina, da parte del Tribunale, di un tutore, cui spetterebbe la suprema decisione per tutto quanto riguarda le attività economiche e finanziarie dell’interessato. La formula sarebbe prevista a tutela non degli incapaci ed irresponsabili totali, bensì dei sempliciotti e degli immaturi. Penso alla figura tradizionale modenese del Sandrone. Ma mi dico che, se C. verrà giudicato un Sandrone in questa vicenda, il più Sandrone rimarrò comunque io e magari sarei io ad avere per primo bisogno di un tutore.

Mi dico altresì che viviamo in una società di agguati permanenti e di attacchi striscianti che provengono da ogni lato. I non sandroni, in questo contesto, sono solo i perfetti borghesi, i professionisti in giacca e cravatta, veri lupi famelici in mute da pecore.

 

 

 

Realtà come fluire – 03.01.05

 

Se il colore, il contrasto luce/ombra, il volume ossia la profondità e la prospettiva e soprattutto se il movimento e il cambiamento non sono dettagli superficiali, accidentali, inessenziali dello spettacolo del mondo come lo hanno creduto gli antichi; se la linea di congiunzione più diretta tra due punti nello spazio non è la retta, bensì una parabola curva a causa del fattore tempo; se la vera realtà non è quella semplice ed astratta che la ragione ci indurrebbe a figurarci, ma è invece complessa e inafferrabile per via solo analitica; dovremo sforzarci di adeguare le nostre facoltà cognitive a questa complessità, invece di improntare e  ridurre lo scibile alla nostra misura umana.

 

 

 

Cinematografia – 03.01.05

 

Il problema della rappresentazione visiva, della cifratura della realtà come intrinseco fluire non è stato affatto risolto dalla fotografia, che dà immagini ferme; né dalla cinematografia, che produce solo e artificiosamente l’impressione, l’illusione del fluire, mediante sequenze di immagini ferme.

Il problema, ovviamente, non è quello di riprodurre, mediante espedienti tecnici e solo in termini d’illusoria impressione, la materialità del movimento, del cambiamento.

Il problema è di capacitarsi di questa dimensione tutt’altro che razionale del reale, di persuadersene ossia – per quanto possibile – di capirla e di trovarne la chiave d’espressione nella rappresentazione visiva, sia pure, e anzi meglio, di attimi fermi.

La pittura, la scultura e la stessa architettura si sono avviate per questa strada scivolosa da Michelangelo Buonarroti in poi.

 

 

 

Riuscire – 03.01.05

 

Per i calvinisti, i riformati in generale e le culture derivate dall’evangelismo neocristiano, essere figli d’una buona donna è un dovere morale.

Bisogna riuscire, avere successo nella vita, in quanto l’uomo avrebbe una fondamentale missione sociale e il successo sarebbe il crisma della grazia divina, ossia dimostrerebbe che e quanto vantaggiosamente siamo piazzati sull’asse portante del bene nella mente divina.

Tradizionalmente, invece, si intuisce che non è possibile farsi strada nel «mondo» a prescindere da dosi certe di cattiveria e furbizia, di arroganza e falsità. Perciò ai migliori è sempre stata prospettata come ottima, e anzi sola via sicura di salvezza il ritiro dal «mondo», la contemplazione.

 

 

 

Valori e pregiudizi – 06.01.05

 

La scuola, che tendenzialmente monopolizza la formazione della gioventù dai sei ai diciotto o diciannove anni, non tanto si applica a impartire ai ragazzi un’istruzione neutrale quanto a socializzarli, a renderli compatibili con i sistemi sociali.

Le società concrete differiscono tra di loro. Ciascuna si presenta come società tipo o società potenzialmente ideale, ma tutte poggiano su fondamenti largamente arbitrari: i cosiddetti «valori», per altro verso definibili come pregiudizi. All’individuo non è concesso derogare a quelli che sono i principi fondanti della società in cui cresce.

Le società occidentali e «democratiche» si sprecano in critiche nei confronti di quelle che si ispirano ad altri modelli e si atteggiano a consessi basati esclusivamente sulla razionalità, la libertà e la giustizia. Ma è autoincensamento, cecità e/o ipocrisia. Non meno di tutte le altre, prendono appoggio su verità e valori apparenti, illusori; le loro scuole e il loro mercato esautorano, snaturano, asserviscono l’individuo.

 

 

 

Vantaggi della società civile – 17.01.05

 

Ogni medaglia ha due facce: un diritto e un rovescio. La società civile occidentale dei nostri giorni condiziona l’individuo o cittadino pesantemente; e ne stritola la personalità tramite la formazione, il lavoro obbligato, i mass media. Ma lascia o predispone suo malgrado degli spazi di elusione e fuga di varia natura. Il più vistoso è quello conseguente al pensionamento, alla messa a riposo retribuita dell’agrume creduto ormai spremuto fino all’ultima goccia.

L’assetto societario si regge su intricatissimi sistemi di «leggi» e «regole» e, per altro verso, è connotato da una radicale indifferenza umana. Sfuggito alla stretta coercitiva, l’individuo si ritrova abbandonato a se stesso. Può credere, pensare, fare quel che gli pare purché non turbi l’ordine pubblico, e a nessuno frega niente di quel che può pensare o fare. Professi pure qualsiasi dottrina e si dia alla passione di sua preferenza in attesa del decesso incombente.

È quanto mi viene in mente, tra l’altro, quando un pensionato, mio ex collega e corrispondente assiduo, si dichiara palese palese in una sua mail un «edonista pagano». A me sembra una professione di fede vergognosa e da far illividire. Ma, al di là dell’intima reazione personale, rifletto che affermare sfacciatamente una cosa del genere non sarebbe stato possibile fino al 1789 senza rischiare di finire o su un rogo o, quanto meno, in gattabuia a vita. Che oggi, invece, si possa proclamare questo ed altro, da un lato evidenzia il degrado avanzatissimo in cui ormai affonda il nostro sedicente «progresso» civile e sociale, ma d’altro lato rappresenta un vantaggio reale. Che quasi tutta l’umanità, una volta redenta dalla servitù della vita attiva, entri in crisi non sapendo più che fare né a che santo votarsi e si applichi ad accelerare il momento della propria scomparsa, è nell’ordine delle cose. Che molti, invece, sappiano cogliere il fiore tardivo del riscatto, ma scelgano liberamente di votarsi all’inconcludenza, non deve sorprendere. Rimarranno, com’è sempre stato, i quattro gatti sani e votati al bene, tra i quali rarissimi saranno poi quelli che si illustreranno per meriti straordinari divenendo splendenti stelle polari nel firmamento notturno del destino umano. Ma, in tutti questi casi, sarà inequivocabile il carattere di scelta autonoma, non casuale o indotta da circostanze contestuali, di questi orientamenti adottati.

 

 

 

Predestinazione e libero arbitrio – 18. 01.05

 

«Giudicare» e «giudizio» mi sembrano vocaboli che sostanzialmente coprono un duplice concetto. Subito si pensa all’accezione che vale «esprimere una valutazione positiva o negativa, un giudizio di valore, con riferimento privilegiato alla sfera morale». Ma, a mio parere, i termini in questione comportano un significato primo a monte: «individuare, identificare, definire».

«Non giudicate per non essere giudicati» (Matteo 7, 1) esemplifica l’uso del verbo nella sua accezione seconda, in certo senso derivata, che – come si è detto – è quella cui si pensa per prima e cui anzi si tende a pensare in maniera esclusiva.

«Giudicare», nell’accezione seconda, tende ad assumere una valenza negativa, riprovevole o che, per lo meno, sarà per principio riprovata da alcuni. Ma nella prima accezione il giudicare è un atto assolutamente costruttivo: utile, e anzi indispensabile. È quell’atto grazie al quale impariamo a vedere, a distinguere la realtà e diveniamo capaci di orientarci, di muoverci nel mondo, di dirigere le nostre azioni. «Giudizio» significa anche «buon senso».

I due concetti, quello di identificare le cose e le persone nelle loro caratteristiche precipue e quello di darne un giudizio di valore eventualmente morale, sono logicamente connessi. Ma non indissolubilmente connessi e non sovrapponibili. Le Sacre Scritture bibliche ci invitano a non far deviare la facoltà di comprendere in arbitrio censorio.

Un sasso, una pianta, un cane, un uomo sono componenti diversi della realtà naturale e cui attribuiamo valori diversi, in scala ascendente, ma non nel senso di una graduatoria etica o morale. Un bianco, un negro, un asiatico sono tipi umani diversi tra i quali non è istituibile alcuna scala generale di valori, contrariamente a quanto hanno creduto di poter fare i popoli occidentali in tempi storici ancora vicini. Un biondo con gli occhi azzurri non è di per sé, né superiore, né inferiore a un moro con gli occhi scuri. La differenziazione non implica necessariamente classifiche di tipo gerarchico.

Fin qui, però, ho sommariamente accennato a diversità native. Diversità ricevute e/o, se vogliamo, subite. Il discorso si fa più ostico se affrontiamo il campo dei comportamenti e delle opzioni esistenziali umane. Un uomo dedica l’intera vita allo studio o all’arte, un altro alla contemplazione religiosa e alla preghiera, un altro alle opere di bene e di assistenza, un altro mette su famiglia e fa l’operaio o l’impiegato, un altro si gode la vita senza combinare nulla di utile, un altro ancora arraffa quanto può e fa solo del male attorno a sé. Tra queste linee di comportamento può essere stabilita una scala di valori morali che non sia arbitraria e solo posticcia? Non è sicuro quanto potrebbe parere e, in certo senso, risulterebbe comodo che fosse. Si pone, infatti, il problema del libero arbitrio e della predestinazione. Qual è l’estensione vera del libero arbitrio umano? In quale misura certe opzioni sono iscritte nello stesso patrimonio genetico delle singole persone e, pertanto, non rappresentano scelte libere e imputabili al soggetto, bensì chine lungo le quali egli scivola per causa di forza maggiore?

Peraltro, la questione ha ripercussioni anche al di là della legittimità o meno della valutazione morale. In particolare sulla sensatezza delle discussioni. Un mio corrispondente si dichiara un edonista pagano e mi rimprovera di essere un cataro. Prendiamo per buone queste qualifiche e chiediamoci se tra questi due personaggi, con orientamenti intellettuali e di vita così divergenti, possa svolgersi un qualche utile scambio di idee, e soprattutto un utile dibattito di merito. Se le scelte anzidette sono connaturate a questi individui, ossia non sono in realtà vere scelte ma destini, chiaramente i due non potranno mai trovare alcun terreno d’intesa e le eventuali dispute si configureranno come sprechi di energie privi di prospettive concrete.

 

 

 

Babbo Natale – 25.01.05

 

Ci sono i Buoni e ci sono i Cattivi. L’amico G. S. sostiene che Lanza del Vasto ed Evola avevano molto in comune, ma che sostanzialmente il primo era un «buono», mentre il secondo era un «cattivo». In questo tipo di apprezzamenti, «buono» sta – credo – per «ottimista» e «cattivo» per «pessimista». Altre equivalenze più sfumate: idealista, sognatore, per il primo; realista, positivo, per il secondo. Un icastico termine nederlandese designa il «realismo» di cui si tratta come: «nuchterheid», che letteralmente significa «digiuno». La sua chiave filosofico-psicologica è data dalla formula coniata da Hobbes nel Seicento: «Homo homini lupus». È anche ovvio che chi esprime giudizi quali quello sopra riportato inclina a reputare più fondato il secondo atteggiamento generale dinanzi alla vita.

L’uomo «buono» crede. Deve credere per giustificare il suo ottimismo, per far poggiare la sua moralità su un fondamento teoretico solido. Il suo credo potrà essere teologico e religioso oppure anche solo umanistico e sociale. Ma non potrà prescindere da una dottrina, quanto meno nucleare.

L’uomo «cattivo» non ha bisogno di supporti e sostegni di alcun tipo. Potrà sviluppare una dottrina, un programma nero, ma potrà anche farne a meno.

Per i bimbi si inventano, e soprattutto si inventavano, storie e sceneggiate di Babbo Natale, della Befana, dell’Uomo Nero e simili. C’è però da dire che anche la religione, cui invece si era supposti conservarsi ligi da grandi, era animata da figure non dissimili dalle anzidette: i re magi, gli angeli custodi, gli angeli ed arcangeli in genere, Satana o Belzebù e i diavoli dell’inferno, la Madonna, i santi, Gesù bambino, e via dicendo. E i miracoli fanno altresì pensare alle favole del tipo Cenerentola o Biancaneve e i sette nani.

Tutta la mitologia religiosa è assimilabile alle leggiadre sciocchezze con cui si illudono i fanciulli per farli divertire, per nutrire la loro fantasia fino a che un primo grado di maturità consenta loro di emanciparsi ed aprire gli occhi, divenendo più responsabili in prima persona? Penso di sì. Ma ciò non significa che sia menzognera e da buttare. L’uomo «buono», come già suggerito, ha bisogno di strutture cui appoggiare il proprio ottimismo. Che il valore intrinseco di dette strutture sia eminentemente relativo, provvisorio o sia pure posticcio importa poco se esse consentono all’uomo «buono» di essere e rimanere tale, di esercitare la propria «bontà».

E cosa dire della filosofia astratta? Anche la teologia più severa, disincarnata e ridotta all’osso, ai minimi termini ideali, è forse una mitologia. E così pure le pratiche rituali e/o devote, gli esercizi spirituali, l’ascetismo sono di per sé strumenti illusori di aggancio ad una creduta divinità. Forse è così. Però permettono di continuare a credere ed anzi rafforzano la fede, ossia la «bontà».

Se la fede e la «bontà» sono giustificate, ossia se colgono nel segno e corrispondono a qualcosa, è fondamentale che si conservino e fioriscano sulla terra. Non ha molta importanza la (forzata) inadeguatezza o imperfezione dei mezzi.

E ciò che occorre soprattutto osservare è che a priori, contrariamente all’implicito suggerimento dell’ex collega, è del tutto impossibile stabilire quale delle due opzioni, quella ottimistica o quella pessimistica, sia più sensata e da privilegiare. Nulla sappiamo, né possiamo sapere dell’eternità. La scelta in un senso o nell’altro sembra dipendere dagli orientamenti innati dei singoli, da una predestinazione.

 

 

 

Bontà e cattiveria – 27.01.05

 

La «bontà» è sospetta e non fa tendenza nella cultura moderna, che è in sostanza una cultura borghese. La borghesia trae le sue origini più che altro dall’artigianato, dalla mercatura, dal traffico finanziario e dei banchi di prestito o di cambio medievali. La borghesia è sempre preoccupata del tornaconto e non si fida alla leggera.

La «cattiveria» piace, o quanto meno convince assai più.

Si pensa che la vita sia una «lotta per la vita», una concorrenza inarrestabile, un processo selettivo in cui gli inadatti sono sempre destinati a soccombere e a sparire. Pertanto, bisogna essere forti se si può, e comunque intelligenti, furbi e abili, più furbi e abili degli altri.

In quest’ottica è indispensabile un minimo di cattiveria, un’indifferenza alle miserie e disgrazie altrui – giacché la nostra fortuna non potrebbe che costruirsi sulle disgrazie degli altri –, un certo grado di lucido cinismo.

Quanta poi debba essere questa cattiveria da cui non si può prescindere, fino a che punto di indifferenza o anche di aggressività malefica essa debba spingersi, è questione soggetta ad apprezzamenti vari. Ma ci si può chiedere se, una volta accettato il principio generale, la gradualizzazione in materia, la moderazione soprattutto apparente, non si riduca a una forma, sì, di cautela, ma sostanzialmente anche di ipocrisia.

Queste considerazioni sono fondamentali per capacitarsi della «cattiveria» sistematica e straordinaria posta in atto nel Millenovecento dai regimi totalitari di Destra e di Sinistra: quella dei campi di concentramento e di sterminio. Si può pensare che, a guardar bene, fascismo, nazismo e comunismo sono stati anomali solo per l’estrema franchezza, per la mancanza di complessi e di remore, con cui hanno applicato principi che, però, guidano anche l’azione dei governi democratici e il comportamento privato e pubblico dei cittadini del mondo occidentale.

 

 

 

Auschwitz, ovvero Oswiecim – 28.01.05

 

Ieri, credo, è stato solennemente celebrato il sessantennio dalla liberazione dei campi di Auschwitz. Una cinquantina di capi di Stato o di governo o di loro rappresentanti ed altre personalità di primo piano sono convenuti in loco e sono state pronunciate allocuzioni dal tono – suppongo – contrito e fermo. Numerose sono anche in televisione, in queste serate, le trasmissioni (documentari, interviste, dibattiti, film) vertenti sull’olocausto.

Prima riflessione: ci si può stupire del ritardo con cui l’attenzione del mondo si è portata su quegli eventi, pur tanto particolari e significativi. Le prime pubblicazioni di superstiti e di diari postumi di vittime e le prime indagini serie risalgono alla fine degli anni Sessanta o ai Settanta e sono, cioè, già in ritardo di oltre un ventennio. La stessa cinematografia in materia si sviluppa lentamente. Una commemorazione come quella di quest’anno non si era mai vista. Ma oggi rimangono in vita meno di un decimo degli stessi scampati alla morte, che già non sono stati moltissimi.

Seconda riflessione: i politici fanno per mestiere discorsi politici con parole di cartapesta. Serve a poco stracciarsi le vesti, parlare di mostruosità o di follia e caricare metaforicamente la croce della colpa atroce sulle spalle degli squadristi defunti. Parlare di «dovere di memoria» ed esclamare «mai più!» è poca cosa.

A me sembra che in primis dobbiamo non tanto accanirci sulle responsabilità dei carnefici, ovvie e che non meritano commenti, quanto chiederci quali e quante siano state le corresponsabilità degli altri, di coloro che si sono chiamati fuori o addirittura hanno assunto a posteriori atteggiamenti di sdegno illimitato e persino – a voler spingere le cose fino in fondo – delle vittime medesime, oltre che nostre; di noi che, appartenendo a generazioni successive rispetto a quelle interessate dai fatti, certo (anche se, ad esempio, di cittadinanza tedesca) non possiamo essere minimamente considerati colpevoli, ma che, nonostante ciò, forse alberghiamo ancora nelle nostre menti e nei nostri cuori orientamenti analoghi a quelli che in quel frangente particolare e nel contesto di quell’epoca scatenarono lo sterminio a parole esecrato.

Riflettiamo alle vicende storiche mondiali posteriori al 1945. Pensiamo ai sessant’anni da allora trascorsi. In questo periodo non si è avuta traccia nel mondo occidentale di svolte politiche, di eventi militari, per qualche verso e in qualche misura affini a quelli che ci ha dato da vedere la Germania tra il 1933 e il 1945? Vorrei si potesse affermare che non vi siano più stati da allora campi di concentramento e campi di prigionia forzata in condizioni inumane; si potesse sostenere fondatamente che non vi siano state aggressioni militari arbitrarie di Stati indipendenti per motivi strategici e di mero interesse nazionale, eccidi in massa di civili, distruzioni di intere comunità umane, uso sistematico di armi anticonvenzionali, mene oscure di servizi segreti volte a destabilizzare poteri legittimamente costituiti in paesi terzi, da parte di potenze occidentali; si potesse credere che non vi siano state svolte fasciste, accompagnate persino da persecuzione dell’opposizione con sequestrazione, tortura ed esecuzione di centinaia di migliaia di cittadini, nel reggimento di Stati appartenenti in senso lato all’alveo occidentale. Ma non è così.

Pertanto Auschwitz ci deve soprattutto indurre a riflettere su ciò che non va nel nostro mondo occidentale in genere. Anche la Francia e l’Italia hanno contribuito alle deportazioni di ebrei. E, se la Germania è stata nazista, l’Italia è stata fascista. L’antiebraismo ha radici storiche profondissime in Europa. Gli ebrei farebbero bene a chiedersi se non abbiano essi stessi delle responsabilità di qualche tipo in questo sentimento tanto duraturo e generalizzato, invece di accontentarsi di ripiegare sull’alibi dell’avversione delle Chiese e degli ambienti cristiani e di atteggiarsi a sventurate, fatali vittime. Sono solo gli altri che si ostinano ad escluderli o sono anche loro che, gelosi della loro identità, recalcitrano ad integrarsi nelle popolazioni locali? Gli statunitensi sono stati dei salvatori provvidenziali e dei campioni dei valori di libertà e di democrazia per l’Europa nelle due grandi guerre mondiali del XX secolo. Ma ciò non li dispensa dall’interrogarsi sulla legittimità della pretesa di dominare il mondo civile da essi maturata a partire dalla metà del secolo scorso, nonché delle azioni militari e diplomatiche concretamente condotte in quest’ordine di idee a scapito e con grave danno di altri popoli.

 

 

 

Religione (2) – 30.01.05

 

Religione, come legame, collegamento con un punto di riferimento implicito, con un aldilà che la nostra stessa esistenza, innegabile ma anche innegabilmente e drammaticamente imperfetta, esige.

In questo senso, credo che la religione sia universale, ossia che tutti, senza possibili eccezioni, siano religiosi.

Ma questa religione intima non va confusa certo con l’adesione a confessioni e riti particolari. Detta adesione esplicita rende più religiosi o fonda una religiosità più corretta, più giustificata, con migliori prospettive di favore – diciamo – divino? Non credo proprio.

Non vi è nulla di male nella religiosità, né nell’adesione ad una fede particolare, se può servire alle persone. I caratteri degli umani sono vari e vi sono molte persone cui giova appoggiarsi ad un rito, e non poche cui anzi è psicologicamente indispensabile. Non di rado, tuttavia, il religioso confesso sconfina nel fanatismo religioso. E il fanatismo religioso, ottuso nel concepire e impietoso nell’agire, risulta controproducente per l’interessato e per il contesto sociale in cui vive.

Il laicismo in materia di organizzazione politica e amministrativa è un atteggiamento sano. Consiste nel prescindere da qualsiasi considerazione religiosa, ossia relativa a fedi religiose particolari, nell’assicurare la coesione sociale. Certo, nel contrapporsi alla pressione delle Chiese, il governo e l’amministrazione laica devono godere di una grande autorità indipendente, che deriverà loro dalla storia dei loro successi e anche – immancabilmente – da una forte tensione etica, pertanto da visioni chiare e ferme nel delicatissimo campo delle valutazioni morali.

Il mondo laico dev’essere geloso della sua laicità, ma deve anche concedere alle Chiese la libertà effettiva di sviluppare proprie etiche e propri insegnamenti che, senza contrastare con quelli dello Stato, siano più esigenti e più severi. Da un pluralismo etico e da una competizione scevra da fondamentale ostilità non dovrebbero potersi sviluppare se non frutti positivi. Ma il gioco è delicato e difficile. Ognuna delle parti in causa è inevitabilmente tentata di prevaricare. Se lo Stato laico non sarà capace di costruire una società sostanzialmente funzionante e credibile e di additare sempre mete etiche convincenti e attrattive, le Chiese potranno scavalcarlo. Lo Stato vorrà metterle a tacere, tarperà loro le ali abusando della sua autorità. Oppure, più vilmente e maliziosamente, vorrà associarsi le Chiese, lasciare che si occupino di fatto di molte problematiche sociali scabrose e accontentarsi di conservare un alto patrocinio e il controllo finanziario sull’insieme della gestione.

Questi inciuci tra Stato e Chiese sono massimamente deleteri e pericolosi. Di fatto sanciscono la debolezza dei poteri laici.

I laici possono anche essere degli agnostici, degli atei e magari dei mangiapreti. Se ne sono avuti e se ne hanno tuttora parecchi esempi. Un’eccessiva ostilità nei confronti delle Chiese costituite, comprensibilissima dal punto di vista storico, nuoce però, fondamentalmente, al laicismo o alla laicità. L’atteggiamento più responsabile e vantaggioso è quello, equilibrato, della tolleranza senza compiacenze: lasciar vivere e non credere che gli altri non possano avere e fornire spunti positivi, ma nel contempo badare a tenere la rotta, a tenere saldo il timone e a non farsi camminare sui piedi.

 

 

 

Documentazione, scienza e arte – 31.01.05

 

La documentazione dà atto della realtà, ne conserva e tramanda la memoria. La scienza anzitutto esamina e descrive la realtà nei suoi minimi dettagli, poi ne estrapola le relative leggi di funzionamento e di evoluzione. L’arte coglie la realtà nei suoi impliciti rinvii ad altre realtà; essa potrebbe essere definita eterologa e dietrologa.

Ogni cosa, ogni segno rinvia ad infinite altre cose e segni. Quello della realtà è un mondo complesso e infraconnesso come un grosso fascio di fibre ottiche.

La linea verticale, la linea orizzontale, la retta, l’ondulazione hanno ciascuna un loro significato, nel senso che richiamano, evocano particolari oggetti, stati, sentimenti, gli uni diversi dagli altri e talvolta antitetici. Così i volumi cubici, sferici, ecc… Così i colori rossi, verdi, azzurri, gialli, ecc…

L’artista è sensibile a questi suggerimenti latenti nella natura ed è, per altro verso, un maestro della combinazione ex novo di questi valori. Da un lato, si soffermerà dinanzi a un paesaggio, una composizione d’oggetti, una figura o un viso di particolare interesse a causa della moltitudine dei richiami evocativi. Dall’altro, accentuerà di suo tali richiami virtuali o creerà lui stesso un coacervo di significanti.

Va precisato che i collegamenti in discorso, i quali dell’arte fanno una disciplina metafisica, sono principalmente subliminali e avvertiti con evidenza maggiore o minore solo dai destinatari ricettivi del messaggio artistico. Rimangono opportunamente lettera morta per il grande pubblico e per i non iniziati in genere, ivi comprese le categorie dei saccenti. In questo senso l’arte è una pratica sostanzialmente occulta, che dà a vedere sulle prime un che di posticcio, ma riserva il suo substrato cognitivo ai soli addetti.

 

 

 

Filone della delusione – 02.02.05

 

Nel romanzo moderno esiste un importante filone d’ispirazione che s’impernia sulla delusione o disillusione umana. Si tratta, per impiegare la terminologia del libertinaggio seicentesco, del processo del «déniaisement», studiato però non in chiave speculativa astratta, bensì con riferimento alla vita personale e corrente nella prosa dei romanzi.

Si può forse considerare che la vena d’ispirazione in questione sia egregiamente sfruttata, per la prima volta e sul tramonto del Seicento, dalla Princesse de Clèves di Marie-Madeleine Pioche de la Vergne de la Fayette. Poi, nell’Ottocento, Balzac scrive Illusions perdues. E Flaubert, che tanto disprezzava quest’ultimo per la rozzezza dello stile, L’éducation sentimentale.

La delusione e la disillusione sono elementi psicologici di primaria importanza nella modernità. Significano un ridimensionamento, un fondamentale riaggiustamento dello slancio vitale ed intellettuale. Un trapasso dai sogni dell’età infantile al realismo dell’età matura dell’uomo, del giudizio, della sensibilità.

 

 

 

Mentalità – 06.02.05

 

Viviamo in una civiltà borghese mercantilistica in cui, ovviamente, non si crede che siano realistici e praticabili altri sistemi di pensiero e di organizzazione sociale se non quello basato sullo scambio, sul mercato e sul denaro. Tutto ha un valore pecuniario, tutto è potenzialmente vendibile ed acquistabile. E ciò che non si esprime in termini di denaro è illusione, immaginazione fine a se stessa, pseudoelemento privo di rilevanza.

Ma altri sistemi di riferimento culturale sono esistiti, e tuttora esistono in subordine. Nelle mentalità cavalleresca, mistico-ascetica, artistica, il denaro non conta. Gli scopi perseguiti non sono l’arricchimento, né sono di natura economica. La borghesia considera queste mentalità superate, stravaganti o retrograde.

 

 

 

Vita eterna – 11.02.05

 

Il nostro parroco di Castelvetro di Modena, nella predica dell’ultima domenica, ha affrontato il tema scabroso dei problemi di civiltà che si pongono oggi alle nostre società umane con riferimento, in particolare, alle prospettive di manipolazione genetica. Ciò lo ha condotto a soffermarsi sul concetto del valore sacro della vita. Egli, tra l’altro, ci ha detto, in perfetto allineamento alla tradizione, come la vita sia eterna e cioè come, una volta accesa, sia destinata a perdurare in eterno e non possa in alcun modo essere spenta. Lo sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale è un capitolo odioso e raccapricciante, ma, a guardar bene, meno di quanto si voglia credere o pensare, se teniamo conto che le vittime (oltre quattro milioni) sono in realtà rimaste tutte vive e giulive e ci guardano sorridendo dall’aldilà.

Crede veramente ciò che afferma, o ripete a pappagallo e per la forma un insegnamento a lui giunto da un’epoca quasi preistorica?

Non spetta certo a me stabilire quanto simili concezioni possano essere ancor oggi autenticamente sentite. Semmai mi sorprende che non vi sia chi si elevi contro siffatte predicazioni, chi si scandalizzi e si metta ad urlare.

  

 

 

 Il riso nella cultura – 17.02.05

 

«Mieulx est de ris que de larmes escrire, / Pour ce que rire est le propre de l’homme».

Vi sono vari registri di leggerezza e di riso nella storia della cultura e, in particolare, della letteratura. L’antichità classica aveva tendenza a considerare il riso come un appannaggio degli sciocchi: «risus abundat in ore stultorum». E soprattutto, con Aristotele, aveva decretato che i generi vanno tenuti rigorosamente separati. La tragedia e l’epica sono nobili, la commedia è popolare. Tra questi due mondi era vietata la commistione. Certo, la leggerezza e il sorriso, se non proprio il riso, erano tollerati nell’ambito delle trattazioni gravi o serie sotto la specie del sarcasmo o dell’ironia.

E, appunto alla leggerezza dell’ironia, dell’innocuo cazzeggio, all’umorismo, credo tu m’inviti. Vorresti che condissi il mio stile con cali di tono rilassanti e barzellettucce che fanno passare il tempo. Non t’infastidisce che io sia serio, ma che sia serioso, e ciò sostanzialmente perché questo tono ti pare innaturale e ti sconcerta. Così come ti sconcerta il mio ricorrente andare a parare in argomentazioni astratte e filosofiche, invece di crogiolarmi, come tutti i cretini normali che frequenti, in chiacchiericcio e maldicenze di spicciola attualità.

Senonché ognuno è fatto com’è. Non solo ha il pieno diritto di essere com’è, ma ne ha anche il dovere. Deve vivere la propria identità quanto più genuinamente gli riesce senza preoccuparsi delle eventuali critiche e antipatie che può suscitare.

Quanto al riso, al riso vero, è un’altra cosa. Una cosa, in certo senso, grave quanto il pianto. Attiene alla sensibilità, alla logica volgare, alla quale mi sembra che tu sia del tutto estraneo. Comunque, è errato affermare che vi sia estraneo io, per lo meno nel senso che non me ne sia mai affatto occupato. Un grandissimo maestro di questo repertorio ha allignato nella letteratura italiana, ma, com’è ovvio, ha urtato il pudore della borghesia e si stima di pessimo gusto tirare in ballo le sue elegantissime prodezze scatologiche. Ho profondamente goduto della poesia di questo geniale autore, ma in quasi assoluta solitudine dacché nessun conoscente o amico avrebbe corso il rischio di farsi sorprendere nell’atto di ammirare simili turpitudini. Ne ho sempre parlato solo evasivamente con te, perché, sotto questo profilo, mi sei apparso non meno, anzi più, chiuso al riso di tanti altri.

 

 

 

Astrazione, espressione, irrisione – 02.03.05

 

Per il dotto amico ed ex collega G. S., cui faccio spesso riferimento in questi appunti in quanto è uno dei pochissimi contatti che mi rimangono nella fase declinante della vita, l’arte è un artigianato fine, al servizio della borghesia. Il poeta comporrà pezzi eleganti, eruditi, che lusingheranno l’establishment oppure vorranno blandire l’eletta congrega dei congeneri. Il pittore sarà un protofotografo, soprattutto attento a celebrare le figure dei «grandi» personaggi e i «grandi» eventi storici.

Per me, è tutto il contrario. L’arte è in certo senso asociale e, in partenza, fondamentalmente rivoluzionaria.

È anzitutto un distacco, una franca presa di distanza dal falso ordine, dalle convenzioni, dall’ipocrisia sociale. Un girare le spalle a quello che nella patristica viene designato come «il mondo», ossia alla cosiddetta «società civile». E un’iniziazione alla verità, alle verità che subito si cominciano a intravedere non appena si depongono i paraocchi imposti dall’ortodossia perbenistica, non appena cade il velo. Quindi una scoperta.

*     *     *

 Il distacco, non agevole, niente affatto gradevole, rischioso, dai luoghi comuni, dalle interpretazioni autorizzate, si configura in termini tecnico-artistici come astrazione.

Nella mia esperienza artistica personale l’astrazione si è ampiamente configurata come stilizzazione e geometrizzazione. Cézanne, i cubisti, i futuristi italiani mi fornivano recenti esempi di un’interpretazione strutturalistica geometrizzante del reale, ma già la filosofia greca classica aveva proclamato che «tutto è numero».

Pertanto l’astrazione, nelle mie prove poetiche e soprattutto pittoriche, si caricava di due valenze, sposava due dimensioni culturali. Da un lato, e più immediatamente, rappresentava un raccordarsi con una scuola moderna e viva, che peraltro si era ulteriormente evoluta nel vero e proprio astrattismo geometrizzante di maestri, quali, poniamo, Mondrian. D’altro lato implicava un richiamo alle più antiche e più autorevoli tradizioni, anche attraverso i Luca Pacioli, i Paolo Uccello, i Piero della Francesca rinascimentali, e più a monte il «primitivismo» senese o bizantino.

*     *     *

Ma alla fase del distacco e dell’astrazione sempre più matura, sempre più spinta, fino a rasentare l’esaurimento, la rinuncia all’arte come tale, ha fatto seguito una fase di conversione e, se si vuole, di conciliazione sociale.

L’ordine della società civile ordinaria è fasullo. Ciò, però, non toglie che dietro la cortina di quello apparente si celi un altro ordine, questo misterioso, ma universale e vero.

L’apparenza, in tutta la sua effimera fragilità, è il solo libro sacro autentico di cui disponiamo, il solo livello di contatto con l’aldilà divino o il piano delle verità profonde e ideali. Solo misurandoci con la realtà oggettiva di questo mondo e tutto quanto comporta di eminentemente ingannevole andremo incontro al vero, potremo progredire nella conoscenza intuitiva della vita.

Da qui, un inevitabile ritorno, dopo la sillabazione dadà, alla frase costruita e, dopo le combinazioni di colore puro, alla figura, ritorno che immancabilmente sarà giudicato una forma di involuzione retrocessiva dagli artisti e critici attardati.

Senonché, va da sé che quest’arte ordinata al vero nulla avrà a che vedere con un conformismo passivo.

*     *     *

Ogni artista ha la sua personalità specifica e i suoi strumenti connaturati di ricerca. I due principali strumenti di cui penso di essermi avvalso sono quelli dell’espressione e dell’irrisione.

L’espressione è una tecnica della forzatura e della deformazione. Essa tende a rivelare e sottolineare quanto, pur presente nello spettacolo del mondo e della natura, rimarrebbe altrimenti non avvertito dall’occhio comune. Ma ciò che si pone così in piena luce, ciò su cui si puntano i riflettori, sono sostanzialmente elementi deteriori quali difetti, insidie. Pertanto l’espressione crea tendenzialmente allarme, ansia, angoscia e può indurre chi guarda a ritrarsi indietro e a chiudersi in un’ostilità pregiudiziale.

L’irrisione è, in certo senso, connessa all’espressione o ne deriva. Le anomalie fanno sorridere. Rilevo che, nella mia arte e soprattutto in quella poetica, l’irrisione è anche in ampia misura autoirrisione.

 

 

 

Mestiere e ispirazione – 04.03.05

 

L’arte, per chi fa l’economia della fede in Dio è necessariamente mestiere, per chi crede in Dio è ispirazione.

Gli antichi hanno pensato che l’uomo, nelle sue ambizioni di fare e di conoscere, fosse comunque sempre impedito dal fardello del peccato originale. Tutto ciò che poteva escogitare e produrre da sé era per forza irrilevante o errato. E, per compiere un qualsiasi, anche minimo, passo avanti, il discendente di Adamo doveva appoggiarsi a Dio.

Così il mestiere, nella concezione tradizionale, non è talento umano e personale che consenta all’individuo singolo di elevarsi fino a raggiungere idealmente l’empireo divino («diverrete come Dio, acquistando la conoscenza del bene e del male»), bensì una rete fitta di precauzioni, di respingenti e battifolli, di binari obbligati, tali da impedire all’architetto, al poeta, al pittore, allo scultore, al musico, di divagare, di prendere per sentieri capricciosi ed arbitrari sfocianti nell’insignificanza e nelle retrovie dell’inferno.

 Il metro, il gioco delle cesure, le rime costringono il poeta a dire, non ciò che gli sarebbe passato per il cervello di dire sulle prime, ma altre cose che non aveva a priori immaginato. Guidano, cioè, il poeta ad un discorso che non sarebbe stato il suo e che a lui medesimo si rivela miracolosamente più pertinente, più prezioso.

Michelangelo usava dire che lo scultore non può fare ciò che gli pare con un blocco di marmo. Non può scolpirvi le figure che vuole. Infatti il marmo non è un materiale inerte, neutro. È attraversato da vene, presenta parti più tenere e più dure. In realtà, sempre secondo quel maestro massimo della scultura in pietra, il blocco contiene in potenza precise figure che all’artigiano attento spetterà solo liberare dallo scagliame che le avviluppa nascondendole agli sguardi del profano.

 

 

 

Settant’anni – 13.03.05

 

Quest’anno, a luglio, compirò settant’anni, e (7 x 10) è una bell’età. Un’età alla quale si può degnamente morire. Alla quale ci si può spegnere senza rimpianti. La speranza di vita per gli individui di sesso maschile, a dire il vero, è di 76 o 77 anni. Ed anche 77 (7 x 10+1) è un’età perfetta.

Oggi, dopo che avevo potato la pergola del glicine, poi ridisceso la scala a pioli, mi è preso come un senso di vertigine, un mezzo svenimento. Sono segnali anticipatori. Ma non si può prevedere con esattezza e certezza quando, né come la morte verrà.

 

 

 

 Dottrina di G.I.G. – 19.03.05

 

L’uomo comune è un idiota, immerso nel sonno, nell’incoscienza, nella distrazione. E per uomo comune s’intende il contadino, il bracciante, l’operaio, l’impiegato, il funzionario, il professore, il medico, l’ingegnere, il professionista in genere, lo scrittore, l’artista, ecc… Non meno, anzi forse più, l’uomo detto «preparato» che l’eventuale analfabeta.

La pianta vive e cresce, ma è inconsapevole di vivere e di crescere. L’animale si muove, si sposta e ha un cervello, ossia già una centrale nervosa e una sua vita anche psichica fatta di sensazioni e sentimenti, ma anzitutto d’istinti, di comportamenti programmati. Quanto a consapevolezza è di poco superiore al regno vegetale. Il suo agire gli è dettato da spinte preordinate che non controlla. L’uomo ha un cerebro assai più sviluppato, la parola, la facoltà di astrazione e di riflessione. Pertanto, più dell’animale, ragiona su quello che vede e sente attorno a sé, su ciò che sperimenta, e così scopre le leggi del funzionamento del mondo e mette a punto tecniche per migliorare le proprie condizioni materiali di vita.

Eppure anche l’uomo rimane inconsapevole di sé e della vita. Quando dorme, sogna. Ma quando si sveglia, continua a sognare. Anche lui agisce sostanzialmente mosso da spinte preordinate oppure esterne. Non è padrone di se stesso.

Seduto in una poltrona, non riuscirai a rimanere concentrato a lungo, non un minuto, sull’idea che ti chiami Manfredi Lanza. Il tuo pensiero non rimarrà fermo su questo semplice concetto, pur basilare per te. Divagherà, si sposterà su altri oggetti materiali o mentali. Varierà quanto a intensità. Quando ti riuscirà brevemente di reggere il timone puntando sulla giusta meta e senza deviare, intimamente ti congratulerai con te e questo stesso compiacimento costituirà una distrazione.

Seduto in una stanza dinanzi a un orologio, non riuscirai, con lo sguardo appuntato sulla lancetta dei minuti, a conservare durevolmente una concentrata consapevolezza del tuo braccio destro, dalla spalla, al gomito, all’avambraccio, alla mano, alle dita e alle unghie delle dita. Ancora meno vi riuscirai trovandoti su un mezzo pubblico o in un’adunata di gente che ti spinge da ogni lato e vocifera.

Insomma, nel vivere non hai una costante consapevolezza di te, non sai davvero chi sei né perché lo sei, non vivi perché vuoi vivere, non fai quel che vuoi fare, ma vivi ed agisci lanciato da forze che ti precedono, ti dominano e ti guidano. Non sei in alcuna misura un soggetto responsabile a cui abbia senso rivolgere la parola.

 

 

 

Verità – 19.03.05

 

Non vi è alcuna «vera Chiesa» o «vera religione», non vi è alcuna vera dottrina, né alcun libro della vera dottrina. La verità è una sola, l’uomo la può cercare, può tendere ad essa, consacrarsi ad essa. Ma, come tale, nella sua pienezza ed interezza, essa non scade mai al livello del creato disperso.

Il proselitismo che si sforza di farci aderire a determinati gruppi per rinforzarli o in vista di una celebrazione posticcia dell’unità, se riuscisse nel suo intento, ci trasformerebbe da miseri, ma liberi e autentici ricercatori della verità in ciechi adepti di una scuola e adoratori di idoli.

 

 

 

Realismo e nominalismo (3) – 20.03.05

 

Credere in Dio significa, di fatto, credere nell’esistenza concreta di qualcosa; credere che qualcosa, che il mondo, esista. Certo, non così come a noi appare, non nella sua immediatezza. Ma credere che dietro lo schermo dell’apparenza immediata si celi una realtà.

Ciò che è capitale aver presente nelle posizioni agnostiche o atee e nel positivismo moderno di tipo scientista è non tanto che negano o trascurano una dimensione divina, quanto che implicitamente e di rimbalzo negano una qualsiasi concretezza dell’esistenza. Non tanto negano Dio, ma negano recisamente che l’esistenza abbia – a nostra conoscenza – una realtà più che solo psicologica.

Insomma, mentre per gli antichi il mondo è un sogno che però nasconde una realtà, per i moderni il mondo è un sogno e basta. Con il risultato sul piano etico che, se per i primi il mondo indirettamente vale, per i secondi non vale; se per i primi vi sono regole di comportamento sacre da osservare, per i secondi si è liberi di fare quel che si vuole, a condizione di poterlo e che sembri convenire.

 

 

 

Libertà e Giustizia – 21.03.05

 

Non ci occuperemo qui delle posizioni conservatrici, ma del solo progressismo, di destra come di sinistra.

I progressisti di destra invocano la libertà, mentre quelli di sinistra si appellano ai principi dell’eguaglianza e della giustizia.

Quanto al capitolo della libertà, c’è da dire anzitutto che l’uomo nasce, cresce e vive comunque ampiamente condizionato. È condizionato dalla propria natura, dai geni, dall’ereditarietà. Una volta nato, è condizionato dall’ambiente, dall’educazione. Da adulto rimane molto sensibile alla pubblicità, ricettivo nei confronti della propaganda.

Pertanto l’uomo è strutturalmente pochissimo libero. La libertà dell’uomo è più che altro illusoria o immaginaria.

In politica si può semmai parlare di «libertà civile». Consiste nel sacrosanto diritto del cittadino di non subire costrizioni, divieti, ostracismi da parte dei pubblici poteri e dei poteri terzi indotti. A prescindere da ogni considerazione o esame relativo alla libertà o non libertà intima, profonda dell’uomo, i poteri dello Stato e i terzi non devono interferire nella spontanea esplicazione dell’animo del cittadino, né a livello di fatti, né a livello di espressione di opinioni e giudizi.

È una fetta stretta di libertà, una libertà ben relativa, minuscola, ma preziosa, da cui dipende la stessa dignità sociale dell’uomo. Lo Stato democratico, in teoria, la garantisce e, a parole e solenni proclami, ne fa anzi uno degli zoccoli duri della sua dottrina.

Ma, se non siamo accecati da un ingenuo ottimismo, persino questa libertà minima e di facciata ci apparirà in realtà minacciata quando rifletteremo che può essere conculcata senza ricorrere a obblighi e dinieghi di diritto espliciti. La pubblicità, la propaganda, i programmi educativi, l’addomesticamento dell’informazione sono strumenti di grande efficacia che consentono d’impostare un totalitarismo soft, un condizionamento integrale con il sorriso. Si può emanare una legislazione libertaria che servirà come utile alibi e contemporaneamente manovrare l’umanità a suon di coazioni dolci.

Quanto alla giustizia, è ovvio che l’eguaglianza non può essere altro che una convenzione. In natura e nella realtà non vi è mai alcuna eguaglianza, né parità, ma si può astrattamente decidere che gli uomini sono tutti eguali e hanno pari diritti e si può puntare alla realizzazione di una simile condizione. Certo, il gioco è ipocrita e, dietro la mascheratura posticcia, sempre rispunterà ovunque, prepotente, l’evidenza della disparità.

Pilastri della giustizia dovrebbero essere l’ordinamento giurisprudenziale e l’amministrazione della giustizia medesima. Ma, sin dal Settecento, Muratori ha brillantemente illustrato come l’edificio della giurisprudenza sia minato alla base da difetti, parte accidentali, parte strutturali.

 

 

 

Politica e modestia – 21.03.05

 

La politica o amministrazione della «polis» dev’essere modesta.

I grandi regimi a coloritura netta che credono di riformare il mondo da un giorno all’altro sono micidiali. Conducono i paesi alla rovina e durano sempre non più di alcuni decenni.

La vita è complicata. Il mondo, l’esistenza sono complicati. Pertanto anche l’amministrazione della cosa pubblica è un’arte complicata. Richiede pazienza, prudenza, saggezza.

Ma i protagonisti della vita politica che ci ritroviamo sono tutti primi attori. Su di loro sono puntati i riflettori della pubblica attenzione. Devono fare cose che piacciano o che suscitino l’ammirazione e hanno sempre, in democrazia, tempi limitati per agire.

Fortunatamente – potremmo dirci – la natura è grande, con tutto il groviglio inestricabile delle sue complicazioni all’infinito. I guai relativi che gli uni e gli altri riusciranno a compiere nel tentativo di illustrarsi saranno riparati dal tempo. La ferita che, per lasciare la loro impronta, avranno aperto nella corteccia dell’albero si rimarginerà. Il mondo è grande e i politici sono minuscoli personaggi. Si può sperare che il loro agitarsi disordinato non arrechi mai danni davvero seri.

 

 

 

Fondamenti ambigui delle politiche democratiche (Ambiguità ed opacità della politica) – 30.05.05

 

La politica, nell’era contemporanea, è anzitutto contrassegnata – a mio parere – da un amplissimo margine di ambiguità, mancanza di chiarezza, implicazioni e omissioni determinanti, ipocrisia, menzogna.

Il linguaggio della politica, apparentemente declamatorio, è invece cifrato, sinuoso, infarcito di espressioni sostanzialmente vacue, tautologie, anfibologie, trabocchetti. Un linguaggio di cartapesta, imbottito di stoppa. Un linguaggio da non recepire in prima battuta, ma che, semmai, va costantemente interpretato. Insomma, un linguaggio che di per sé dice poco e lascia l’interlocutore nella necessità di ricostruire, di pensare da solo e, in certo qual modo, di trincerarsi nel monologo personale.

     . Democrazia.

Sì, se con tale vocabolo intendiamo escludere i regimi di tirannia o anche solo di monarchia assoluta; optiamo per una conduzione politica ed amministrativa collegiale e articolata, per una suddivisione di poteri, per un Parlamento in cui rappresentanti designati siano abilitati a dibattere dei problemi esistenti, delle misure legislative ed esecutive previste e svolgano funzioni di vigilanza, di verifica e controllo, nonché di eventuale licenziamento del governo.

No, se tendenzialmente ci riferiamo a una dittatura del proletariato, ossia ad una tirannia a rovescio; se puntiamo ad una leadership delle masse o delle piazze.

     . Libertà.

È un concetto difficile. Si rifletta che la libertà umana e individuale è pesantemente limitata alla fonte da condizionamenti genetici, fisici, psicologici.

In politica si può ragionare solo di libertà civica, ossia di libertà del singolo nei confronti degli altri cittadini o nel suo rapporto ai pubblici poteri. Ma anche questa libertà particolare sarà necessariamente limitata nel suo ambito, pur già in partenza ristretto: infatti bisogna tener conto dei legittimi diritti, delle legittime esigenze tanto degli altri individui, quanto delle autorità dello Stato. Non posso essere lasciato libero di diffamare, di molestare, di ingannare, e simili. Né posso esser lasciato libero di turbare l’ordine e la quiete pubblica. Pertanto la mia libertà trova ovvi confini da osservare nei codici e nei regolamenti. Lo Stato avrebbe però, teoricamente, il dovere di far sì che al singolo sia effettivamente riconosciuta tutta quella libertà individuale che è possibile non negargli, partendo dal principio di una libertà di base che si identifica con la sua stessa dignità.

Ritengo che il ruolo dello Stato, in questa materia, non sia affatto anodino. Non è facile stabilire l’esatto tracciato del discrimine ideale tra sfera delle libertà e sfera degli obblighi sociali e pubblici. Lo Stato dovrebbe essere di una rigorosa severità nel far rispettare i doveri dei cittadini, quanto di una puntigliosa premura nel salvaguardare l’autentica libertà e dignità dei singoli.

Le menate consuete sulla «libertà di opinione», «libertà di espressione», «libertà di associazione» e simili, a me appaiono piuttosto derisorie.

Chiaramente «libertà» è una parola del tutto vana se sono di fatto costretto a vivere i miei trentacinque anni migliori in pratica da schiavo o semischiavo e ai lavori forzati. E, addirittura, se rischio che le contingenze sociali mi releghino nel ruolo di «disoccupato» e di cittadino di serie C. È anche una parola relativamente vana se, ad esempio, la fruizione di pubblici servizi o pubblici beni mi viene concessa solo in via condizionata, in base a mille limiti di orari, di formulari e tagliandi da compilare, oboli da versare, restrizioni in materia di fotocopiatura, divieti di fotografare, assoggettamento della pubblicazione ad autorizzazioni arbitrarie da parte di direzioni parassitarie, ecc…; se un agente di polizia o di sicurezza mi può a suo arbitrio  interpellare per strada e condurre in commissariato o addirittura trattenere agli arresti, se può mancarmi di rispetto, darmi del tu, ingiuriarmi e persino maltrattarmi fisicamente.

Il cittadino, retoricamente dichiarato «libero», si defila, rasenta i muri nelle città, consapevole che la sua libertà autentica è salvaguardata semmai dall’anonimato, dalla non appariscenza, dal non avere a che fare con lo Stato e con i suoi guardiani occhiuti, dalle mani lunghe ed avide, che in concreto possono fare in buona misura il bello e il cattivo tempo.

     . Eguaglianza.

Anche per quanto attiene a questo proclamato valore molti sono gli equivoci e molte le opacità.

Nessun essere umano è uguale a un altro in natura. Ne lo è, né è da auspicare che lo diventi il più possibile. Occorre ridurre il campo semantico di quest’altro vocabolo, non meno che del precedente, se vogliamo utilizzarlo con attinenza alla sfera politica. Potremo parlare di eguaglianza di principio dinanzi alla legge.

Ma nelle aule dei tribunali è scritto in caratteri cubitali che la Legge è eguale per tutti e tutti sappiamo benissimo che nulla è meno vero e infiniti esempi tornano a dimostrarcelo ogni giorno.

Come in quello della libertà, anche in quest’ambito oggi gli Stati da un lato si spingono troppo lontano, dall’altro sono ben lungi dal raggiungere un banale standard ragionevole.

Voler costringere ad un’eguaglianza d’intelligenza gli stupidi e i sagaci, ad un’eguaglianza in termini di talento i destri e i maldestri, voler costringere tutti allo stesso tipo predeterminato d’intelligenza, di sapere e di abilità, pertanto inquadrare tutti in una sola ed unica scuola dell’obbligo da cui usciranno «maturi» con lo stesso voto d’eccellenza, è un crimine sistematico contro l’umanità e le sue risorse morali e mentali. Un proposito assolutamente idiota, d’altronde, oltre che criminoso. Così, incentivare la mascolinizzazione delle donne e la femminizzazione degli uomini e altri simili scelte di rifondazione della natura. L’eguaglianza non esiste in natura e non va ricercata. Ciascuno, anzi, dev’essere aiutato e spinto a realizzare il più pienamente possibile quelle che sono le sue doti precipue. Pertanto l’educazione o istruzione, ad esempio, dev’essere differenziata, consentendo alle varie categorie di giovani e anche agli esseri d’eccezione di svilupparsi conformemente alle loro possibilità ed aspirazioni, sotto la tutela dei genitori.

Invece è fondamentale attuare la parità effettiva in materia di diritti. Devono esservi codici civili e penali chiari e completi. Devono esservi tribunali e giudici a sufficienza e adeguatamente preparati, che garantiscano un disbrigo sollecito delle vertenze: salvo casi eccezionali, una vertenza dev’essere decisa in via definitiva entro uno o due anni. Occorre trovare una soluzione per evitare la discriminazione in materia di accesso alla difesa: è chiaro che l’eguaglianza in sede di diritto non si può dare se, l’accesso alla difesa essendo a pagamento, chi è più ricco automaticamente sarà difeso meglio di chi è povero.

E sono appunti pesantissimi che qui muovo ai sistemi vigenti. Non originali, perché altri lo hanno fatto prima di me, ma tali da non poter lasciare il tempo che trovano.

     . Solidarietà.

Il motto della rivoluzione francese diceva: «fraternità». Ma parlare di valori tanto intimi e familiari in politica è palesemente un controsenso. Sostituiamo quella parola d’ordine troppo impegnativa con quest’altra, oltretutto ben più di moda da svariati decenni.

Direi che questo è, dei quattro qui esaminati, il vocabolo dal significato meno problematico, il concetto che si presta a minori fraintendimenti.

Sulla necessità della solidarietà in una società non si possono elevare perplessità. La solidarietà è il legante stesso di una società libera, di una qualsiasi società che non sia tenuta insieme con la forza da un potere supremo oppressivo. Si può dire che sia l’anima della società democratica rettamente intesa.

Tuttavia vi sono pericoli connessi anche a questo concetto. Il significato ne può essere distorto a sua volta in modo da collimare con la nozione di assistenza sistematica di Stato senza contropartite. Infatti la solidarietà implica regimi di aiuto a chi, ad esempio, non abbia lavoro, né di che mantenersi. Ma un congruo aiuto pecuniario regolarmente versato potrà avere come effetto di dissuadere il nullatenente dal cercare ulteriormente un’altra soluzione al suo problema di approvvigionamento finanziario. E con misure che vorrebbero essere di solidarietà si rischia di andare più che altro a creare le condizioni di una disoccupazione volontaria, falsando l’assetto societario generale.

Questa è una difficoltà che sembra di natura pratica, di poco conto teorico, ma che invece – a mio modo di vedere – si riconnette a un punto di dottrina assolutamente fondamentale, da nessuno studiato perché ormai ritenuto non sottoponibile a discussioni o contestazioni: quello del denaro come mezzo di scambio. Qual è il ruolo del denaro nelle nostre società? Qual è quello che di fatto oggi ha e quale quello che vogliamo tendere a conferirgli? Molti pensano e dicono che il denaro è tutto nella vita sociale. Ma io osservo che la parte delle attività spontanee e non retribuite o retribuite solo simbolicamente in denaro rimane invece significativamente consistente: si pensi, ad esempio, al volontariato. C’è anzi da chiedersi se la società potrebbe fare a meno di un certo margine di umanità e buona volontà non retribuita. Il che può indurre ad interrogarsi sulla possibilità e l’auspicabilità eventuale di un potenziamento degli scambi fuori moneta. La vita sociale attuale non è resa troppo frenetica e ingiusta proprio da un eccessivo suo declinarsi in termini monetari?

 

 

 

Trappole lessicali – 09.07.05

 

Vi sono vocaboli che piacciono, che attirano consenso e che pertanto hanno un alto valore positivo in sede emotiva, quantunque in sostanza significhino poco o niente o, per lo meno, siano polivalenti e fortemente ambigui sotto il profilo semantico. I politici, ovviamente, sbandierano spesso e volentieri tali vocaboli: democrazia, giustizia, libertà.

Cosa concretamente si intenda con la parola «democrazia» non è affatto chiaro. Anzi, ciò che è chiaro è che le concezioni in merito sono piuttosto discordanti. È raro che il concetto venga sottoposto ad un’analisi critica che, se non altro, ne rivelerebbe la problematica complessità. È raro, perché si considera che non serva e sarebbe, anzi, controproducente. Appunto perché il vocabolo, sostanzialmente, è solo brandito come una bandiera, un vessillo. È quindi, deve essere, deve rimanere una rifulgente apparenza di sostanza tale da consentire ai cittadini di serrare i ranghi. Nulla più.

 

 

 

Libertà (2) – 09.07.05

 

Libertà è autonomia e pieno potere, per lo meno su se stessi.

Come tale, non esiste proprio in seno alle società moderne, dette democratiche, imperniate su un’interdipendenza capillare tra gli individui. Sforzandosi di ricorrere ad un eufemismo, si potrà accettare di dire semmai che non esiste quasi.

In seno alle società moderne e democratiche i condizionamenti cui l’individuo è soggetto sono numerosi e gravosissimi.

Tutta la gioventù del cittadino è segnata dall’obbligo della scuola e sottoposta quindi ad un condizionamento formativo di cui si può considerare che da solo escluda la libertà. Certo, ci si compiace di affermare che la scuola sviluppa la personalità e lo spirito critico, ma lo scopo perseguito è invece quello di un’integrazione dell’individuo nella società, che in realtà presuppone obbedienza e incoraggia il conformismo.

In età adulta, alla scuola subentra l’attività lavorativa. Per vivere l’uomo deve disporre di denaro e, per procurarsi quest’ultimo, il cittadino deve esercitare un’attività retribuita. Quest’attività, non spontanea e per lo più non liberamente scelta in funzione di spinte interiori o gusti personali, occuperà quasi interamente gli anni migliori della sua vita. E l’obbligo sociale di prestarsi a questi lavori in pratica forzati costituisce un secondo condizionamento radicale.

Pur fatta astrazione da queste due fondamentali premesse che da sole rendono perfettamente inconsistente il mito di una libertà dell’uomo nelle società democratiche, svariate altre forme di condizionamento dell’individuo sono facilmente individuabili nel nostro comune vivere sociale. Si pensi ad esempio al bombardamento delle pubblicità, ma più a monte si pensi anche più semplicemente alla cosiddetta «informazione» e ai programmi di svago ameno, i quali, in larga parte, sono propaganda mascherata. Si pensi al fatto che la proprietà è ormai un diritto che quasi sconfina in un mero possesso condizionato oltretutto al versamento di canoni fiscali, che l’individuo non può più contare su un luogo di sepoltura durevole, che non può disporre dei suoi beni dopo la morte se non in misura assai ridotta. Si pensi a come il cittadino sia succube di pratiche e balzelli disposti dalle Banche, per non parlare di quelli predisposti dallo Stato e dalle altre autorità amministrative di meno alto livello. Si pensi a come sia perseguitato da moduli da compilare, a come sia tenuto continuamente ad espletare formalità e a munire di bolli infiniti fogli di carta straccia. Si pensi a come, in realtà, il cittadino sia pochissimo libero dei suoi movimenti, salvo parlare di movimenti banali privi di qualsiasi effettiva rilevanza.

Neppure esiste veramente la tanto decantata libertà di opinione e d’espressione. Intanto l’espressione deve forzare i filtri tutt’altro che permeabili degli organi di diffusione: editoria, stampa quotidiana e periodica, teledistribuzione. Inoltre, sfido chicchessia ad osare scrivere a chiare lettere in un contesto come quello odierno, ad esempio, che gli attentati di arabi in America ed in Europa sono atti, sì di disperati e che in linea di massima non possono essere approvati, ma certamente non di pazzi e non inspiegabili; atti dietro i quali vanno debitamente valutate anche le gravissime responsabilità dei paesi occidentali connesse. Nessun organo di stampa accetterebbe di pubblicare una presa di posizione del genere e, se quest’opinione venisse pubblicamente espressa, è indubitabile che costerebbe cara a chi l’avesse esternata. Solleverebbe reazioni ostili non solo da parte di privati, ma anche e principalmente da parte dei poteri pubblici. Come minimo, il responsabile si vedrebbe negare il visto d’entrata negli Stati Uniti.

 

 

 

Sesso – 09.07.05

 

Vi sono molti fraintendimenti riguardo all’attività sessuale.

Anzitutto è utile rendersi conto che, osservata dal di fuori, da lontano, guardata imparzialmente da soggetti non coinvolti e che essa possa non riguardare, considerata in astratto o dal cielo, l’attività sessuale non comporta in sé alcun elemento di bellezza o che richiami un giustificato moto di adesione emotiva. È anzi un qualcosa di francamente schifoso: commistione di corpi, strofinio di organi mollicci e secretivi che poi sono anche organi di espulsione di escrementi o contigui. Sono i sentimenti, le emozioni degli interessati; alla base sono gli impulsi, i bisogni del tutto irrazionali e irresistibili dei protagonisti, la soddisfazione di tali bisogni; e, sotto altra angolatura, è la funzione riproduttiva, che riscattano il sesso e anzi ce lo fanno considerare una delle vie più sicure e complete di raggiungimento della felicità.

In secondo luogo occorre sottrarsi al convincimento diffuso secondo cui il sentimento d’amore, o meglio l’impulso amoroso e sessuale, sarebbe scatenato dalla vista, dal contatto con il soggetto amato. Non è il/la partner ad accendere in noi l’impulso ad amare. Siamo noi a maturare il bisogno impellente d’amare e questo bisogno, già straripante, s’imbatte nel(la) partner che consente di dargli un pieno sfogo. Ne deriva che, nell’amare, noi certamente amiamo la controparte, ma meno di quanto pretendiamo e forse crediamo. Il nostro amore sarebbe amore anche senza di essa, sia pure amore onanista, incompleto e immaturo, insoddisfatto o disperato.

Nel(la) partner noi amiamo, più di quanto pensiamo, noi stessi. Per cui può accadere che l’amiamo a lungo senza conoscerlo/a, credendo di conoscerlo/a, di avere a che fare con una persona che ci figuriamo a modo nostro, ma che poi subitamente potremo scoprire essere del tutto diversa.

 

 

 

Non nominare Iddio invano – 16.07.05

 

Molti parlano troppo di Dio e ricorrono troppo spesso a concetti tecnici delle tradizioni religiose parlando della vita e dei problemi della vita. Dio è inconoscibile direttamente e conoscibile in parte solo attraverso la vita ordinaria. I luoghi comuni concettuali religiosi, più che aiutare a capire la vita, fuorviano, soprattutto se tirati in ballo ad ogni piè sospinto.

Da tempo è stato detto che la religione può essere l’oppio dei popoli; un qualcosa che addormenta, culla e consola, invece di aprire gli occhi; un velo, un diaframma che nasconde l’immagine della dura realtà; uno scudo che ripara dalla realtà.

La vita va affrontata com’è e per quel che è, con coraggio e lucidità. Non bisogna cercare alibi e nascondersi dietro immagini di bellezza, di bontà e di purezza illusorie.

Solo nella vita e al di là della vita si intuisce il vero Dio. Non rifugiandosi in ammissioni spettacolari quanto retoriche di colpa, «conversioni», «riconciliazioni», «perdoni», assoluzioni e autoassoluzioni posticci.

La vita autentica è un intreccio di tensioni, che spesso danno luogo a conflitti. Nel conflitto una o più parti coinvolte possono subire danni materiali ed offese morali. I conflitti minuti sono all’ordine del giorno, in famiglia, sul lavoro e per la strada. I conflitti relativamente gravi sono rari, ma in una vita di settant’anni come la mia se ne possono contare più delle dita di una mano.

La riconciliazione vera e propria è cosa tutt’altro che semplice da realizzare, ma soprattutto, salvo che in casi particolari, non è necessaria e mi sembra che nessuno la cerchi. Si cerca semmai un superamento nel condono, più che nel perdono, per motivi di praticità; o, per i conflitti gravi, un superamento nel distacco e nell’oblio, nella rimozione dello sdegno.

L’opportunità o necessità di un perdono può essere avvertita semmai quando siamo stati noi a fare un torto a qualcuno, volontariamente oppure senza volere o per sbadataggine; quando abbiamo cagionato noi la situazione conflittuale. Ma, se non saniamo preventivamente il danno arrecato, la parte avversa non avrà motivo di perdonarci e, se anche lo saniamo, nulla costringerà il danneggiato a non tenerci rancore dell’offesa morale che accompagna e riveste la malefatta. Comunque, ciò che più dipende da noi e più conta, in pratica, è compensare materialmente il danno.

Quando il danno l’abbiamo subìto o riteniamo di averlo subìto, a parte le possibilità di rivalsa spesso scarse o inesistenti, ci affrettiamo a porre tra la controparte e noi stessi un serio muro di distanza. Nulla ci obbliga, in genere, a continuare a frequentare l’individuo che ci ha fatto uno sgambetto pesante. Anche se è un parente prossimo, taglieremo i ponti, per un periodo più o meno lungo. Certo, se si tratta di una sorella o di un figlio, la separazione non potrà durare in eterno. Ma un lungo periodo di distacco è inevitabile e non potrà farci che del bene, aiutandoci a ridimensionare l’accaduto. Se poi il disgraziato è un estraneo, cesseremo di vederlo definitivamente.

Non sarebbe preferibile la «riconciliazione»?

Ammetto che potrebbe essere preferibile in astratta teoria. Ma la mia impressione è che coloro che non hanno che questa ed altre consimili parole alla bocca sono persone che sottovalutano la realtà dei conflitti umani e pretendono di cancellarla a parole in uno spirito di angelico idealismo; persone che non conoscono, né hanno mai affrontato la realtà; sognatori che non denigreremo come tali, ma di cui non potremo seguire né l’esempio, né le raccomandazioni. La riconciliazione è ardua sotto svariati aspetti e per più motivi. Essa si profila pressoché impossibile a prescindere dall’intervento di un arbitro, al di sopra delle parti e che sia accreditato da ambo i contendenti e questa stessa designazione di un giudice supremo comporta non poche difficoltà. D’altro canto, una riconciliazione è tutt’altro che indispensabile. Ambedue gli attori continueranno a vivere benissimo, ciascuno per conto proprio, senza alcun bisogno di un abbraccio, magari fasullo, che li riconcili in apparenza.

 

 

 

Ispirazione e creazione – 17.07.05

 

Non è l’ispirazione che mi muove o meno a creare. L’uomo comune pensa che la creazione artistica proceda da quello stato privilegiato, di cui beneficerebbero pochi eletti, che va sotto il nome di «ispirazione». Ma l’uomo comune si fa molte idee sbagliate o inadeguate.

L’ispirazione è un dato di partenza, un presupposto, in me strutturale. Mi cova dentro costantemente, o quasi. Non è l’ispirazione a spingermi a creare di quando in quando. Né la mancanza d’ispirazione a costringermi a lunghi periodi d’inattività. La molla che fa scattare il processo creativo è, semmai, la convinzione, l’impressione di poter essere ascoltato, guardato, apprezzato. La sensazione di poter comunicare, dialogare. Quando il mondo, gli ambienti in cui vivo, mi manifestano assoluta indifferenza oppure ostilità, il che appunto avviene spesso e per lunghi periodi, non riesco ad aver voglia di creare. Non è che mi manchi l’ispirazione, la quale è sempre presente in me e che mi consentirebbe, di per sé, di dipingere decine di tele a settimana. Mi manca la ragione sufficiente per metterla in moto.

 

 

 

Religiosità allotropica e ritualistica – 25.07.05

 

La religione in genere degenera in religiosità allotropica e ritualista. Cioè in sostituzione psicologica della realtà effettiva con interpretazioni e illazioni allotropiche, con una mascheratura di convenienza. Diviene pertanto un alibi per non affrontare la vita così com’è. Un’invenzione di miti e simboli, di leggende e di dottrine, di riti ripetitivi che si sovrapporranno, occultandola, alla vita semplice e cruda.

La religione vera, a mio parere, non può basarsi su un rinnegamento della vita, non può configurarsi come soluzione sostitutiva rispetto alla vita.

Capisco che vi siano persone, e forse anche molte persone, che, dinanzi allo spettacolo – e, diciamo pure, alla minaccia – della vita, possano provare l’esigenza di nascondersi, di tirarsi indietro, di cercare un riparo. E che si rifugino in immagini sostitutive, consolanti, corroboranti, soprattutto tutelanti.

Ma non credo che la religione sia sostanzialmente questa cura mediante alienazione benefica per persone dalla flebile fibra.

Dio ci ha dato questa vita ed è questa vita che siamo chiamati a vivere. Dio ci ha dato questa vita e non dobbiamo cercare alibi. Dio ci ha dato questa vita e noi la dobbiamo affrontare.

La pratica di richiami, formulazioni, simbologie, cerimonie religiose, a mio parere, è sano sia ridotta a un minimo. Il dilungarsi in preghiere verbose, il ricorrere ossessivo a riti e gesti rituali, il perdersi in lunghe celebrazioni è indice di animo o malato o fuorviato.

Così mi pare. Condannerò, dunque, o criticherò chi invece segue imperterrito la via della religiosità ritualizzata? No certo, rispetterò le sue scelte. Il mio proposito non è di giudicare gli altri, i quali si conformano a ispirazioni genuine direttamente ricevute. Il mio scopo è fare chiarezza onde orientare me stesso. Capire perché io, personalmente, vivo in un certo modo, vagliare la fondatezza dei principi cui mi rifaccio.

 

 

 

Silenzio – 25.07.05

 

Eremo francescano di Campello sul Clitunno.

Il silenzio è d’oro. È semplicità e accettazione.

Molti, però, si sentono a disagio nel silenzio, hanno bisogno di parlare e sentir parlare. Il parlare scade nel chiacchierare. E il pregare è spesso un gran chiacchierare, un dire tante parole invano, con scarsissima attenzione e concentrazione.

Per molti il silenzio è vuoto, mentre per pochi eletti è pieno.

Cosa dire di una insulsa giaculatoria comune in un prato mentre, nel folto delle fronde di una quercia cinguettano gli uccellini e sotto il cielo terso stridono senza sosta le cicale?

Vero è che l’orazione può essere compresa come una sorta di ginnastica della respirazione, della voce e della mente, come nella recita cantata dei salmi. In questo caso e in questo senso è un valido esercizio spirituale. Ma mi sembra che il ricorso più volte al giorno e in orari predeterminati a preghiere di sentimento o di implorazione di grazie e miracoli sia un alibi discretamente pericoloso per la salute psichica. Così mi pare. Induce a scambiare una fitta rete di simboli per realtà e a prendere lucciole per lanterne.

Il primo passo nella vita adulta è l’accettazione, tutt’altro che agevole sotto svariati profili, della realtà. Della nostra realtà fisica e psichica, della realtà degli ambienti in cui viviamo, della realtà del mondo nelle sue tante dimensioni. E, secondo me, questo è anche il primo passo verso una vita religiosa seria.

 

 

 

Assillo della religione – 27.07.05

 

     . Difficoltà, sempre, estrema difficoltà di mantenere l’equilibrio, di mantenersi in equilibrio, di essere un microcosmo che accoglie e comprende i contrari, che vive di temperanza e contemperamento, che non urla sulle piazze, che non si esaurisce nello sforzo di persuadere gli altri di ciò che egli stesso non sa e non capisce. Difficoltà di rimanere raccolti nella pochezza e nel sorriso.

Non sono certamente un nemico, un avversario della religione. Ma lo sembro, perché mi chiamo decisamente fuori da tutti i generi di religione che trovo praticati, e soprattutto da quelli che lo sono di più.

Uno dei maggiori pericoli per l’umanità, per i popoli e per i singoli è sempre stato l’assillo della religione, il fanatismo religioso.

     . La religione che è senso del mistero e pertanto consapevolezza di non poter mai capire appieno e di essere inadeguati diviene per certuni, per molti, invece, presunzione di detenere il Vero, dottrina cogente, movente di pressioni e aggressioni psicologiche, inquisitorie, fisiche, poliziesche e persino militari. 

La religione è coscienza profonda e meditazione. La religione è un interrogarsi incessante sul senso delle cose ed un attonito, parzialissimo, intuire verità che, poi, non si possono neppure comunicare in prima battuta. È un cercare di comportarsi nella vita in conformità di orientamenti di cui si è intuita la giustezza. Aiutano le letture, aiutano gli incontri, aiutano le esperienze. Ma, fondamentalmente, la religione è un fatto personale.

Gli inquadramenti istituzionali, i riti canonici, le discipline di insegnamento sono necessari? Tutto ciò, mi pare, può servire e forse anche molto, o moltissimo. Ma cessa assolutamente di servire e diviene anzi un potente sistema di lotta alla vera religione quando assume caratteristiche di supremazia sulle scelte personali e di imposizione.

Consideriamo la vicenda di Maria Pastorella e del vescovo di Spoleto: Maria è una santa e il vescovo è l’agente del demonio. Bisogna dire pane al pane. Tergiversare, tentando di salvare il lupo e l’agnello, non conduce ad altro che ad una controproducente confusione.

     . E ora torniamo ad esaminare il caso nostro. Più sono maturato in età e più sono divenuto impaziente nei confronti di un’esternazione plateale ed insistita delle credenze religiose. Le lunghe cerimonie, le lunghe preghiere, le professioni prolisse di fede, i richiami ostentati al sacro mi danno francamente fastidio.

Ho simpatia per le testimoni di Geova che mi vengono regolarmente a visitare, ma la monomania biblica ch’è stata loro inculcata, il loro proselitismo invadente, sono davvero molesti. Cerco di aprire loro gli occhi sul fatto che il mondo è grande, la cristianità è molto vasta e differenziata, la comunità dei credenti nel mondo lo è ancora di più; sul fatto che la storia, la meditazione sulle Scritture e la produzione di commenti, sono ultramillenarie; sul fatto che la loro particolare comunità ecclesiale è assai recente e tipicamente statunitense, il che, a priori, non la connota come molto affidabile; che sono una briciola forse insignificante nel mondo e nella storia; che, oltretutto, le Scritture sono piene di passi di dubbia interpretazione e presentano altresì enigmi tutt’altro che risolti dagli studi teologici. Ma invano. Il suggerimento che fa breccia oggi, viene dimenticato domani. E la loro predicazione non richiesta, sospinta chiaramente da maestri predicatori indefessi che stanno loro alle spalle, continua ad imperversare.

Suscita in me simpatia e solidarietà la figura di sorella Maria di Campello, ma, tanto recandomi sul luogo che leggendo libercoli vari che ne illustrano la personalità e ne ritracciano la vita, mi vengo a trovare immerso in tutto un universo di orazioni e giaculatorie, di rimandi ai salmi e ai Vangeli, di appigli a concetti e miti della tradizione cattolica e – diciamolo – di sensibilità e sensitività religiosa, che non solo mi è estraneo, ma dal quale tengo, per motivi d’igiene, a mantenere le distanze.

E ripenso all’Arca dello zio. Già laggiù mi dava ai nervi tutto un religiosume, di cui pur dovevo riconoscere che costituiva uno dei punti di forza di quella compagine, se non il principale, ma cui io, per me, non potevo aderire.

     . Sono un laico nel senso che credo la vita sociale e individuale debba poggiare su basi razionali. La tradizione razionale e razionalistica rifondata dall’illuminismo settecentesco costituisce oggigiorno e deve costituire la piattaforma d’appoggio dell’organizzazione statuale e sociale, come dell’insegnamento scolastico che intellettualmente ne è garanzia di salvaguardia. La laicità e il laicismo sono conquiste storiche capitali e irrinunciabili.

La fede serve e dev’essere coltivata. La fede è anche più importante dell’organizzazione sociale umana e, per altro verso, le conferisce il suggello della conformità alla volontà divina. La fede può e deve ispirare direttrici di azione e scelte politiche. Ma mi riferisco alla fede autentica, che spontaneamente alberga nei cuori. Alla coscienza umana. Alla riflessione sul senso, sui limiti, sul mistero in cui siamo avvolti. Non si deve assolutamente permettere che ad invadere il campo della politica siano organizzazioni sedicenti religiose, Chiese e simili.

Inoltre, a mio parere, dobbiamo evitare sul piano individuale di farci travolgere da ondate di emozione e propaganda pseudoprofetica, da sentimentalismi religiosi tali da impedirci di guardare alla realtà senza pregiudizi, con occhi aperti ed animo semplice.

  

 

 

Sesso e religione – 31. 07.05

 

Sessualità e religione sono due grandi dimensioni della vita umana, per molti versi contrastanti. La sessualità non sembra entrare in contrasto con la superstizione, che è uno stadio primario della religione. E colla religione matura non entra necessariamente in contrasto, nel senso che, se vengono accettate forme di vita sessuale imbrigliate, sono previsti compromessi con la religione, cui è fatto amplissimo ricorso.

Ma la sessualità autentica non si lascia imbrigliare. E allora il conflitto è inevitabile.

D’altra parte, la sessualità non è solo capriccio che lascia il tempo che trova. La vita è fondata sull’istinto e la pulsione sessuale. La sessualità è indispensabile al genere umano.

La sessualità libera, senza freni, non confligge d’altronde solo con la religione, confligge con l’organizzazione della società e, al di là di certi limiti, è antisociale. Pertanto l’ordine sociale laico si allea alle Chiese per raffrenarla e regolarla.

Per la società, sia essa laica o religiosa, la sessualità è insomma positiva fintanto che si lascia addomesticare e limitare e diviene peccato mortale, depravazione, reato, crimine, quando si scatena.

Notiamo però che vi è anche come un legame interno, una passerella, uno slittamento connaturato da sesso a socializzazione e persino a religione.

La smodatezza sessuale conduce a spossatezza fisica, a temporanea impotenza, talvolta a stati d’animo di disgusto, quando non provoca addirittura malattie, e, attraverso questi tempi morti o di reazione, induce a ripensamenti, alla riflessione.

Suscitano riflessione le combinazioni con diverse partner, forse non tutte disposte a sottoporsi senza recriminare al nostro istinto poligamico. E suscitano riflessione, soprattutto, i rifiuti, la non corrispondenza ai desideri da noi manifestati.

Ciò che accresce notevolmente le esigenze di riflessione e di responsabilizzazione è poi il fatto che il sesso comporta procreazione. Le esaltazioni orgiastiche sono seguite da gravidanze e da nascite di figli, i quali ci costringono comunque ad affrontare una vita di inserimento sociale e di lavoro.

Le delusioni amorose, le deficienze fisiche e le patologie da eros sono tra gli stimolanti principali della religiosità.

 

 

 

Essere il proprio corpo, un’anima o la propria immagine – 31.07.05

 

Non ci identifichiamo con il nostro corpo nella sua totalità, dato che ci tagliamo regolarmente i capelli e le unghie senza perciò pensare di andar perdendo qualcosa di noi. Possiamo perdere denti, un dito, una mano o un piede, un braccio o una gamba, un orecchio, il naso, un occhio e anche tutt’e due, litri di sangue e, nel quadro di operazioni chirurgiche, organi interni quali un rene, lo stomaco, segmenti di intestino, ecc…, senza considerare di avere perso qualcosa della nostra identità fondamentale.

Vi sono però parti del corpo che sembrano più essenziali, in particolare il cervello, la materia grigia. E alle asportazioni o sostituzioni mediante trapianti di organi interni quali cuore, fegato, polmoni, sembra dovervi essere un limite oltre il quale il sangue cesserebbe di circolare, il cervello stesso di funzionare, e moriremmo.

Secondo alcune scuole e fedi, una volta morti continueremmo però ad esistere nel senso che dal corpo inerte fuoriuscirebbe un’anima a sé stante e noi saremmo non il nostro corpo, appunto, il quale ci sarebbe servito solo da involucro provvisorio, ma quel soffio di vita incorporeo. Dove va poi l’anima, che non si vede? In cielo e in paradiso? Sottoterra e in inferno? Secondo taluni potrebbe rimanere a vagolare attorno ai luoghi consueti e talvolta apparire ai viventi sotto forma ectoplasmatica.

Non vi è alcun motivo di aderire a credenze del genere, che non vantano a loro sostegno alcun tipo di constatazione di fatto accertata e che chiaramente sono legate a una forma di wishfull thinking, ossia scaturiscono da pii auspici di vita duratura alquanto ingenui.

Non sono il mio corpo, lo ammetto, e diciamo pure che sostanzialmente ignoro cosa e chi sono, come ignoro tutto del mondo e del creato. Sono tuttavia strettamente connesso al mio corpo, dipendente dalla mia esistenza corporea che è conditio sine qua non della mia esistenza tout court.

Comunque il problema dell’identificazione o meno con il corpo è una questione filosofica classica, cioè antica e primitiva e, in sede di mode del pensiero, oggi alquanto trascurata, superata. Direi che l’uomo della strada e della televisione tende ormai a credere non tanto di essere il proprio corpo, quanto la propria immagine. L’uomo moderno cura l’immagine oltre ogni dire. Ciò, cercando di condizionarla, plasmarla e di metterla in mostra, di farla vedere. Un’immagine che non si faccia vedere (in televisione) non esiste come tale. Nel condizionare la propria immagine ci si rifà a modelli sociali affermati. Modelli fisici, di abbigliamento e acconciature, professionali e persino intellettuali e morali. Un uomo che vorrà apparire serio, un politico, un alto funzionario che vorrà fare buona impressione indosserà sempre giacca e cravatta; preferibilmente un completo grigio scuro con scarpe nere, camicia sull’azzurro e cravatta blu. Mestieri apprezzati sono avvocato, sacerdote, opinionmaker, giornalista; ma anche, su un altro versante, musicista, cantante, sportivo, ovviamente con capi di vestiario casual. La donna dovrà essere o parere una modella da sfilate di moda, un’attrice sexy o qualcosa del genere. Sempre più frequente è il ricorso, oltre che alle diete alimentari, alla chirurgia estetica che può modificare significativamente le fattezze tanto del corpo, quanto dei tratti del viso.

Dal canto mio, credo effettivamente che la mia immagine naturale abbia a che fare con me, sia in certa misura un’espressione della mia personalità o comunque correlata alla mia personalità. Se ingrasso, mi accorgo che mi sto alimentando male e/o che è bene faccia più moto. In altri termini, eventuali deterioramenti della mia immagine fisica mi indurranno a mutare o correggere i miei comportamenti. Ma non cercherò mai di ingannare me stesso e il prossimo facendo alterare artificiosamente il mio aspetto. Capisco che per alcune categorie di persone questo travestimento permanente può essere in pratica un obbligo indirimibile, in quanto hanno un bisogno vitale del gradimento o della buona opinione altrui per andare avanti nella vita. Ma fortunatamente non sono colpito da aut aut così severi e, se lo fossi mai stato, avrei fatto di tutto per sfuggire alla presa. Tengo troppo a me stesso quale sono e come mi ha creato Iddio, indipendentemente dall’analisi bilanciata dei pregi e difetti.

 

 

 

Religione e religiosità – 04.08.05

 

Da un lato mi dico che, senza religione, l’umanità punta al disastro. Non basta la riflessione razionale, se prescinde dall’ultimo anello, quello della religione ossia del riconoscimento del mistero fondamentale, e dai doveri morali che questo implica.

Ad esempio, l’assistenza sanitaria basata su meri impegni contrattualistici da parte del personale medico e paramedico è assolutamente inadeguata. Altro e ancor più grave esempio, le nazioni che si lasciano condurre da criteri di presunto interesse economico e di potere conducono ai grandi drammi storici ed è prevedibile condannino l’umanità all’autodistruzione.

D’altro lato la querula, lamentosa ingerenza delle Chiese nella vita civile e politica è una piaga molestissima. La religione è stata, nei secoli, motivo o pretesto di infiniti, sanguinosi, vergognosi conflitti. Non vi è maggior pericolo che il fanatismo religioso. E non vi è esempio di nazione retta dalle Chiese che sia risultata felicemente amministrata. La fede e l’ubbidienza religiosa non sono adatte a reggere lo Stato, né devono pretendere di regolamentare la scuola e la società civile. Esse hanno una naturale funzione coadiuvante e devono accontentarsi di un ruolo ausiliario, quantunque indispensabile.

Non si deve passare il proprio tempo a recitare orazioni, a celebrare riti, a invocare Scritture, a travestirsi da spauracchi e a sparare parole grosse. Occorre essere semplici, equilibrati, realisti e affrontare la vita qual è, senza schermi, affabulazioni, mascherature. La religione è riflessione e consapevolezza del sostanziale mistero che avvolge l’esistenza. È, dunque, cautela, rispetto, attesa. È apertura, generosità, tolleranza e sopportazione. È tentativo perenne di comprendere e superare gli scogli. È voler fare del bene o del proprio meglio.

Come al solito, riguardo a questo problema, io mi colloco in una posizione intermedia, lontanissima dallo sposare le tesi estreme o francamente di parte. Non sto né a destra, né a sinistra. O, più esattamente, ritengo che tanto la sinistra quanto la destra abbiano la loro parte, ma solo la loro parte, da svolgere nella vita sociale e che molte turbative di quest’ultima dipendano da slittamenti funesti che o ci rendono succubi di una sacerdotaglia vaneggiante, o decretano la morte di Dio.

 

 

 

Tre registri della religione – 06.08.05

 

Vi sono più registri o modalità della religiosità e della religione. Vi è una religione dell’intelletto, una religione del cuore e una religione devozionale.

Il registro intellettuale è quello della teologia, ossia della riflessione ontologica e sui dettati delle rivelazioni e dei testi sacri. Questa modalità, ovviamente fondamentale, spesso è considerata con sospetto e non è capita dalle altre due categorie. I praticanti di ogni risma, coloro che esauriscono il loro impegno religioso nella dedizione al prossimo oppure in atti di devozione diffidano degli speculativi.

La prassi, appunto, si scinde in due famiglie, ben differenziate.

Da un lato c’è il volontariato di chi che si adopera ad assistere il prossimo. In questo settore si hanno esempi d’impegno e talvolta di sacrificio missionario luminosissimi. L’«abbé» Pierre si è fatto in quattro per recare soccorso ai senzatetto parigini, Coluche ha istituito in Francia le mense del cuore. Albert Schweitzer ha curato in Africa i diseredati e gli affetti da malattie tropicali. Madre Teresa di Calcutta ha organizzato in India l’assistenza ai nullatenenti e agli emarginati.

D’altro lato ci sono i devoti, i quali si dedicano a pratiche quali la preghiera, la partecipazione a uffizi e riti sacri, l’astinenza e il digiuno, gli esercizi spirituali e i ritiri, le letture di testi e la predicazione, l’ascolto di prediche e simili. Questa categoria riempie di religione devozionale e disciplinata la sua vita, pensa, agisce, respira in funzione di un «sacro» tradotto in concetti chiave, simboli, richiami a una determinata tradizione religiosa. All’osservatore esterno e neutrale essa appare ossessionata dal «sacro» e come avvolta da una grande ondata di illusioni. Usa un suo particolare linguaggio convenzionale, propone a ogni piè sospinto concetti peregrini (vocazione, conversione, conciliazione, ecc…) e paludamenti che corrispondono ad un’allucinata mentalità.

Personalmente, apprezzo la prima e, incondizionatamente, la seconda tipologia di questi fedeli. Mi dà ai nervi, invece, la terza. Non reputo sia buona cosa il chiudersi in Chiese basate su pregiudizi ed esclusioni, passare il proprio tempo a parlare tra sé e sé o al muro, affidarsi a pratiche di magia religiosa, guardare la semplice vita attraverso lenti deformanti, ostinarsi a credere di avere ragione contro gli altri, in quanto detentori del solo vero Graal.

La religione è necessaria nella vita. Una razionalità pura è monca, invalida; è una catena cui manca l’ultimo e più essenziale anello, quello che si proietta nell’infinito e congiunge l’attuale con l’eterno; cui manca, insomma, la chiave di volta. Una razionalità pura è stupida nonostante i rigorosi concatenamenti mentali che sa costruire, e mena a dei vicoli ciechi.

Ma la religione non dev’essere né superstizione, né alienazione dal reale. La religione deve investire la vita. Non dev’essere rifiuto della vita, ma anzi uno scatto in più nella vita.

Non credo ci si debba affidare più di tanto, in religione, a strutture istituzionali, a discipline non direttamente motivate dalla vita medesima, a cerimonie e giaculatorie prolisse e ripetitive. Bisogna ridurre l’apparato religioso a un minimo. È vivendo, e nel vivere la vita comune, che si deve attuare la sacra pietà. Non per finta e in un mondo finto. La religione non è teatro.

 

 

 

Religione e surreligione – 11.08.05

 

L’intellettualità, la cultura massificata di oggi – ammesso che vogliamo chiamarle intellettualità e cultura – tende ad una visione semplificata della realtà in bianco e nero, se non piuttosto in rosso e nero. Si è o marxisti-leninisti o fascisti, o buoni o cattivi.

Ma è un pessimo modo di inquadrare i problemi. I classici antichi hanno insegnato che la virtù sta nel mezzo e, tra i due estremi, c’è sempre tutta una complessa gamma di sfumature. Gli estremi, quantunque opposti e contrari, in realtà si incontrano in un’eguale venerazione dell’offensiva violenta, nell’aggressività sistematica. Le soluzioni e le teorie più sagge sono le più caute.

La religione è un’ottima cosa, una dimensione indispensabile all’umanità. Ma la surreligione, l’ossessione religiosa, è pericolosa e spesso pessima.

Si deve far posto, nella società, alla cultura, all’insegnamento scolastico, alla riflessione religiosa, alla storia delle religioni e alla sollecitazione delle coscienze a farsi carico dei problemi di civiltà. Bisogna tendere a formare cittadini responsabili e attivi, dotati cioè non solo di senso critico passivo, ma anche di senso delle responsabilità e che non si facciano inertemente dettare i loro comportamenti dalle esigenze dell’economia, dagli ambienti in cui vivono, dagli Stati e dai governi. Però le strutture fondamentali e il reggimento della società devono mantenersi rigorosamente laici.

La religione è una quota di coscienza in più nella vita ordinaria che l’uomo è destinato a vivere. È la piena assunzione delle proprie responsabilità in un mondo per molti versi misterioso. È un tentar di vivere rettamente e correttamente, con moderazione, mansuetudine, intelligenza. Invece la surreligione annulla l’uomo. Induce taluni a «fuggire il mondo», sia nel senso di ritirarsi dalla comune società e vivere in un relativo isolamento, sia nel senso di vivere «nel mondo», ma accecati da una fede fanatica. Spinge altri, come negli USA, a un patriottismo settario, pronto a tutte le aberrazioni nel nome di una divinità immaginaria.

 

 

 

Realtà soggettiva – 11.08.05

 

La realtà non è mai vista, né interessa, come tale. Cioè nella sua oggettività pura; dal suo punto di vista neutro, se vogliamo. È vista ed interessa dal punto di vista di chi la guarda, di chi la esamina.

Chi la guarda ed esamina la filtra, ne seleziona momenti, episodi, dettagli, sfondi, tonalità di colore, ecc… E riaggiusta il quadro d’insieme accentuando dati che gli sono parsi significativi, dominanti, prevalenti. Insomma, ricostruisce immagini soggettive di quella realtà.

Così, come giustamente osservava e raccomandava Giovanni Costetti, il pittore interpreta autonomamente la realtà, dipingendo. In funzione della propria sensibilità e delle proprie esigenze espressive.

Ma anche il pubblicista ricostruisce la realtà a modo suo. E persino lo storico più scrupoloso, nello studio e nelle pubblicazioni, è animato da aneliti, interessi specifici, che costituiscono un filtro ed uno specchio deformante. La combinazione di più studi, sottesi da presupposti diversi, fa progredire la conoscenza verso una maggiore oggettività. Ma la perfezione dell’oggettività non è raggiungibile.

 

 

 

Riconoscimento e fama – 11.08.05

 

Ciò che si scrive o si dipinge non interessa mai al momento, perché non interessa né interesserà mai in sé e di per sé, ma solo in funzione di esigenze altrui che richiedono tempo per divenire consapevoli e manifestarsi. Si deve attendere che un tale, un critico o storico influente, una scuola di pe