Premessa

 

 

Per quanto attiene all’impostazione generale e alla presentazione, questo secondo volume di appunti si conforma al modello del primo, relativo alle annate dal 1997 al 2006 e già stampato da ultimo nello scorso mese di giugno. In proposito, rinvio pertanto a quanto esposto nella Nota introduttiva a quella precedente pubblicazione per i tipi  domestici.

Il presente lavoro ne prolunga nel tempo le riflessioni circa, da un lato, l’attualità e, dall’altro, le grandi questioni fondamentali che hanno da sempre costituito il fulcro della speculazione e del rovello intellettuale umano.

Va da sé che, se, in quanto a tematiche affrontate, i due volumi grosso modo si corrispondono, questo secondo, però, non si configura come una mera riproposizione dei contenuti specifici del primo, se non altro in quanto le risposte alle sollecitazioni intellettuali, necessariamente, si evolvono, si completano e si precisano nel decorrere del tempo. E, da tale punto di vista, sono constatabili linee di movimento già all’interno di ciascuno dei volumi preso a sé.

Come ho a suo luogo spiegato il mio approccio alla scrittura è, in questi faldoni di appunti, anzitutto naturale, non schematico, né sistematico. La natura è divenire, e il divenire semmai progredisce tramite corsi e ricorsi, ma non mai  pratica il calpestio e lo scalpiccio sul posto.

Ho pensato bene di arricchire in appendice il presente tomo, come già il precedente, di un indice analitico e alfabetico dei temi affrontati e personaggi citati. Si vedrà che, quantunque non certo esaustivo, esso è alquanto dettagliato. Confido che possa risultare di positiva utilità per chiunque si impegni in una lettura non superficiale delle mie prose.  

 

 

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Libertà, eguaglianza = Indifferenza – 18.01.07.

 

Libertà ed eguaglianza sono diritti e benefici dal punto di vista dei soggetti passivi. Dal punto di vista dei soggetti concedenti, la società nel suo complesso e i poteri pubblici più particolarmente, si tratta sostanzialmente di indifferenza. Per la società e i poteri che la governano è indifferente, o piuttosto dovrebb’essere indifferente, si spera divenga quanto prima del tutto indifferente, che il cittadino sia cristiano, musulmano, buddista o ateo; che sia di destra o di sinistra; che sia bruno o biondo, bianco o di colore; che sia uomo o donna; che sia eterosessuale o omosessuale, e così via. Ed è questa indifferenza che genera libertà ed eguaglianza.Data siffatta fondamentale premessa, il funzionamento dell’umanità si impernierà sul libero mercato basato sulla domanda e sull’offerta, il quale si avvale dello strumento di scambio ch’è la moneta. Tutti sono liberi ed eguali e tutti possono vendere e comprare onde soddisfare al meglio i loro bisogni.

Quanto al mercato insorge però una differenza tra la posizione radicale, che è quella propriamente liberale, e quella più circospetta del social-liberalismo. Ciò, in quanto il gioco del libero mercato genera automaticamente una consistente fascia di perdenti incapaci di rialzarsi, di prender quota, ossia di emarginati o semiemarginati. Il liberalismo duro si affida al principio «chi mòre, mòre» (G.G. Belli, Sonetti romani, n. 360). Esso ritiene che la vita sia una lotta in cui, inevitabilmente, devono esserci vincenti e perdenti ed è dell’avviso che, se incapaci di riaversi, di riformarsi, di riciclarsi, questi debbano essere abbandonati al loro destino. La società non può correre dietro agli inetti e non può mettere a repentaglio il proprio benessere, sacrificare i propri livelli di successo, solo per raddrizzare le gambe ai cani. I perdenti sono una pietra al collo per la società e, prima verranno lasciati soffocare nel loro brodo, meglio sarà per l’insieme dell’umanità sana. Il socialismo o social-liberalismo è, invece, dell’avviso che la povertà vada assistita e sovvenzionata, almeno entro una certa misura. Preferisce un benessere meno esagerato, un progresso meno rapido, a condizione che si possano salvare i poveracci.

Da parte mia, osservo che già il costituirsi di questo bassofondo di sfavoriti sta a dimostrare che il sistema dell’indifferenza e del libero mercato lascia a desiderare. Non è, cioè, un sistema ideale.

Altro indice di inadeguatezza: l’offerta che non incontra domanda, non è detto che sia priva di valore; tant’è vero che, disprezzata oggi, risulterà talvolta apprezzatissima domani. In altri termini, il semplice gioco della domanda e offerta stabilisce nei singoli momenti storici valori dubbi e persino fasulli. I valori veri gli sfuggono e risultano, pertanto, sacrificati. Un pittore geniale il cui talento non sia riconosciuto dai contemporanei farà la fame e si troverà costretto ad accettare l’impiego di netturbino.

L’indifferenza dello Stato, dei suoi organi, degli addetti dei pubblici uffici è certamente un prezioso bene per il cittadino nel senso che lo lascia, in teoria, liberissimo di essere e fare quel che più gli pare. Ma la glaciale e spesso idiota freddezza che le fa da risvolto spinge il cittadino a disinteressarsi e diffidare della cosa pubblica. Dirò di più: lo convince che il potere pubblico è, semmai, un nemico potenziale, un nemico in agguato, ostile e disdegnoso, che ti lascia stare, ma solo perché non meriti – ai suoi occhi – un’attenzione sostenuta.

Non mancano casi particolari che illustrano come lo Stato e i suoi organi possano facilmente passare dalla mera indifferenza all’aperta ostilità nei confronti di cittadini deboli, emarginati, non sostenuti da una vasta opinione pubblica. Citerò quello dei falciatori di coltivazioni transgeniche in Francia, i quali violano la legge e trasgrediscono i principi in materia di proprietà privata per scopi esclusivamente altruistici e umanitari, ma vengono attaccati e condannati dai tribunali. Citerò quello degli islamici che, in Europa e in Francia, sono stati costretti ad accettare mesi fa la diffusione di immagini blasfeme in ottemperanza pretestuosa alla libertà d’opinione e d’espressione.

 

 

 

Il carro davanti ai buoi – 20.01.07.

 

Gabriele e la Titti cominciano a riflettere e a tentar di scrivere qualcosa. Si avvicinano alla quarantina e i loro figli sono ormai grandi. D’altro canto, hanno ambedue un lavoro e un salario. Hanno la casa, che anzi è stata riattata l’anno scorso. Insomma, hanno da poco raggiunto l’apice, hanno tagliato il traguardo delle loro vite attive. Possono ora permettersi di pensare. Pensare è un lusso che esige tempo libero e una preventiva soluzione di tutti i problemi fondamentali della vita: quelli del mestiere o ruolo sociale retribuito e dell’indipendenza economica, dell’impostazione e risoluzione delle questioni di sesso con l’eventuale corollario della fondazione di una famiglia.

Molti non risolvono mai i loro problemi di fondo e molti non cominciano mai davvero a riflettere.

Io mi accorgo di aver fatto tutto al contrario. Non ho cominciato coll’affrontare i problemi basilari della vita, bensì col cercare le soluzioni dei problemi filosofici e religiosi. Ho sacrificato la gioventù alla ricerca della verità. Solo in un secondo tempo, passata la trentina, mi sono occupato della mia vita. Quindi sono maturato assai tardivamente. E ora mi ritrovo scrittore a settant’anni.

 

 

 

Le grandi opere – 21.01.07.

 

Le grandi opere, spesso, non trovano eco, la trovano distorta o, soprattutto, la trovano assai tardi, troppo tardi rispetto al momento in cui i loro autori se ne sono fatti tramiti, troppo tardi perché questi si avvertano premiati dall’umanità del loro sacrificio.

L’umanità non è né riconoscente, né intelligente.

Per un verso e a sua scusa si può dire che la massa degli umani è troppo impegnata, soprattutto in gioventù, a risolvere i propri problemi di sussistenza e di affermazione per potersi seriamente occupare di cose più importanti e più grandi. È troppo presa dalle sue difficoltà per poter ascoltare i suggerimenti di soluzione che vengono dall’alto.

L’alto continua a librarsi in alto. E il basso tende a volare basso. I due poli si incontrano poco, non si integrano. Si evolvono in parallelo.

 

 

 

Criterio della democrazia – 23.01.07.

 

Fasullo, mitico, pretestuoso, ipocrita: non si sa come meglio definirlo.

Per ben comprendere queste caratteristiche che lo relegano, se non altro, nel novero delle astrattezze, basta considerare, osservare, studiare non solo qualsiasi società animale, ma altresì qualsiasi gruppo reale umano: la famiglia, una banda d’amici, un condominio, una società di giochi o culturale, ecc…

Nei gruppi costituiti tanto di animali allo stato selvatico quanto di esseri umani non si dà mai un’organizzazione spontanea di tipo democratico con decisioni e scelte adottate davvero a maggioranza secondo il principio «una testa, un voto». Sempre regna un ordine gerarchico, sempre vi sono figure dominanti e comprimari.

È una legge naturale insita nella natura stessa del creato e assolutamente inderogabile e incomprimibile sulla quale si può solo applicare un velo democratico a mo’ di maschera carnascialesca.

Anche nei gruppi politici o partiti, anche nelle Camere e nelle commissioni parlamentari, al di là delle formali apparenze, ferve tutto un gioco d’autorità, di prevalenza e potere naturale, d’influenze.

L’apparente logica umana è un velo di scarso spessore sovrapposto alla complessa realtà naturale, la logica divina, da cui non si può prescindere.

 

 

 

La barba – 23.01.07.

 

La barba cresce da sola e, se non la si rade, rimane lì.

Lasciarsi crescere la barba non dovrebb’essere un problema, soprattutto in una società tanto diversificata quanto la nostra e in cui si inneggia alla libertà ad ogni minima occasione.

Invece, il problema c’è in una certa qual misura. Notiamo anzitutto che l’espressione corrente non è «lasciarsi», ma «farsi crescere la barba». Avere la barba sembra non sia avvertito in termini di passività, d’inerzia, bensì in termini di scelta attiva.

Presenza ed assenza di barba sono simboli, veicolano valori culturali.

Una barba non curata è quasi una professione di fede antisociale, anticivile, antiprogressista. Evoca il francescanesimo, il ritiro eremitico; oppure evoca l’anarchismo. Sempre la ribellione, l’indipendenza dalle società costituite; una pretesa d’originalità e la povertà.

Una barba curata può star bene ai professori, agli intellettuali, agli artisti di settori che non implichino un contatto di stretta dipendenza dal pubblico. Anche questa vuole indicare originalità, quantunque in grado meno radicale. E significa supposta superiorità intellettuale.

Molte persone hanno una vera avversione per le barbe e i barbuti. Per lo più, si tratta dei cittadini laici delle democrazie più ottimisti e compresi del loro impegnato qualunquismo democratico.

 

 

 

Vivere è peccare – 03.03.07.

 

Per convincersene basta riflettere come l’alimentazione sia ovvio presupposto della vita.

Le basi dell’alimentazione umana sono animali e vegetali. L’apporto minerale, in acqua e sali, è pur esso di primaria importanza, ma configura una semplice premessa o un apporto integrativo rispetto all’alimentazione vera e propria. Consumare tessuti non solo carnei, ma anche solo vegetali, implica l’uccisione di esseri «che hanno alito di vita» ed è contrario al sesto comandamento del decalogo: non uccidere.

L’uomo non può vivere senza occasionare un’uccisione relativamente massiccia di esseri vegetali e animali, di cui approfitta e, come individuo, è quanto meno complice. L’uomo, e peraltro già l’animale, non può vivere senza costantemente peccare.

Preso coscienza di ciò, ci soccorre la raccomandazione di Martin Lutero: pecca spavaldamente e pecca allegramente. Sii conscio, nel contempo, che solo la grazia divina salva.

L’uomo non può sottrarsi al suo destino di peccato. E deve contare su Dio per raddrizzare la frittata. Solo il Creatore sa quale sia la chiave dell’esistenza e il senso della vita. Solo in lui i misteri hanno soluzione.

Per intanto è certo che l’essere umano deve badare a non incrementare il fardello di peccato che reca con sé. Accetterà la negatività insita nel suo destino sperando in Dio. Ma soprattutto si guarderà dal combinarne altre di suo. Dovrà condursi nella vita con moderazione, cautela e spirito costruttivo. Far fruttare i propri talenti, ossia i propri doni naturali, e, d’altro canto, andare quanto più gli sarà possibile incontro al prossimo.

Coraggio e buon umore, in questa prospettiva, sono un dovere morale. Nulla è contrario ad una vita autenticamente religiosa quanto l’ipocrisia, le pose di sacrificio, i sacrifici illusori e falsi: «gradisco la pietà e non il sacrificio» (Osea 6, 6). Donde il rischio pesante che corrono le confessioni e professioni di fede troppo ostentate; per non parlare delle carriere ecclesiastiche, le quali condizionano ad atteggiamenti e a militanze esclusive.

 

 

 

Politeismo cattolico romano – 07.03.07.

 

La Chiesa romana va fiera, tra l’altro, del suo dichiarato monoteismo. Si considera che il «monoteismo» rappresenti un progresso teologico capitale e decisivo rispetto al politeismo antico.

Sono parole per aria, propagandistiche.

La Chiesa romana, universale solo in sede di ambizioni e arbitrarie pretese, è di fatto, con assoluta evidenza, politeista.

Il suo Dio unico è trino. Il crocifisso è il suo simbolo più idolatrato, presente in tutte le aule scolastiche e in tutte le corsie d’ospedale d’Italia. Un culto specifico è anche tributato allo Spirito Santo, cui sono intitolate chiese e cappelle. Ma il ripiego sul paganesimo politeista più rozzo è in essa configurato dal culto della Dea madre, caratteristico delle religiosità primitive. Inoltre, pullulano nel suo calendario i santi protettori, che sono altrettante divinità minori.

Il monoteismo autentico è implicitamente filosofico e presuppone una robusta capacità mentale d’astrazione.

La religione più venerabile per anzianità è l’induismo, che non è certo più politeista del cristianesimo romano. Il politeismo non merita il disprezzo che, in genere, si affetta di riservargli. È naturale che, a livello di gente comune e popolare, la religiosità assuma caratteristiche pagane e politeistiche. E il politeismo popolare non si oppone necessariamente ad una prospettiva di religiosità più elevata, monoteista, da abbracciare e coltivare da parte di chi ne sia capace.

Insomma, la religione può essere popolare, pagana e politeista e, nel contempo, tendere al monoteismo, che sarà vissuto dalle coscienze e dalle menti più elevate.

Per conservarsi il più possibile puro e difendersi dalle tentazioni o dagli slittamenti politeisti, il monoteismo, quanto ad esso, limiterà a un minimo o vieterà non solo le rappresentazioni di deità in immagini visive (come espressamente vuole il secondo comandamento del Decalogo, sempre disatteso), ma anche il pronunciare ad ogni piè sospinto il nome di Dio; rifuggirà dalle funzioni pompose e convenzionali, dalle lunghe orazioni pubbliche.

Delle grandi religioni oggi sussistenti, la meno politeista è indubbiamente l’ateista: il buddismo.

 

 

 

La barba (2) – 07.03.07.

 

A settantun’anni sono tornato a lasciarmi crescere la barba.

La mia barba implica ribellione antisociale o pretese di superiorità intellettuale?

Certamente implica la consapevolezza di una differenza rispetto all’uomo della strada dei nostri consessi civili.

Il festival di San Remo mi lascia indifferente e non sono un patito delle partite di calcio. Non ho fumato in anni in cui tutti fumavano, non sono stato tentato dal comunismo in anni in cui tutti erano comunisti.

Questa differenza è una superiorità? Mi augurerei, ma non pretendo lo sia. Soprattutto, essa è fedeltà a me stesso, è identità, è fede in Dio. Gli ambienti in cui sono vissuto l’hanno regolarmente interpretata come singolarità, bizzarria e, sostanzialmente, insufficienza umana o inferiorità. Non mi sono mai stupito di queste interpretazioni e non le ho contestate. Ognuno pensi quel che vuole.

 

 

 

La nuova intolleranza – 10.03.07.

 

Chi crede di avere ragione, soprattutto se è di mente ottusa e i suoi orizzonti culturali sono limitati, lo crede fortemente, incondizionatamente, ostinatamente. Crede anche, per converso, che gli altri, tutti coloro – cioè – che la pensano diversamente, abbiano per forza torto. Torto da vendere, se mi è consentito il gioco di parole.

Una certezza ferrea, adamantina, di avere ragione conduce all’intolleranza e alle persecuzioni.

La tolleranza ha la sua prima radice nel ragionevole dubbio.

Assistiamo oggi, in seno alle nostre società laiche, all’affermarsi di nuove certezze che implicano automaticamente intolleranze.

Il mondo sembra avere scoperto da un giorno all’altro, pochi anni fa, che il fumo nuoce alla salute. Per centinaia d’anni si è fumato tabacco, per decine di anni il fumo è stato incoraggiato, promosso dallo Stato, che, addirittura, vi lucrava sopra. E, di colpo, prevalgono campagne contrarie ed escono divieti severissimi che, oltretutto, squalificano moralmente ed intellettualmente i fumatori, insinuando che sono uomini del passato.

In maniera non meno improvvisa è partita dopo il Duemila la rivalutazione dell’omosessualità. Non solo nei film televisivi c’imbattiamo in scenette sempre più insistite e più sofisticate di abbracci, baci e amplessi omosessuali, ma, nei dibattiti pubblici, apprendiamo che noi, eterosessuali senza complessi, siamo ormai, da quattro o cinque anni, giudicati come dei ritardati. Non sappiamo adattarci alla nuova mano del gioco sociale. Ormai gli omosessuali sono degli eguali a tutti gli effetti e non dobbiamo batter ciglio all’idea di poterceli ritrovare stretti addosso.

Ciò che più mi colpisce è quanto si riscaldi un sedicente liberale laico all’idea che la Chiesa cattolica continui a ribadire la sua condanna dell’omosessualità.

Agli omosessuali sembra non bastare che sia riconosciuto loro il diritto di vivere da gay. Vogliono essere parificati agli eterosessuali, e anche in tema di costituzione di coppie con tutti i diritti correlati.

A certi laici non basta che gli omosessuali siano ammessi a pieno titolo a partecipare alla vita della società, devono anche essere cooptati dagli eterosessuali nelle loro cerchie, devono essere esaltati, portati in trionfo come progressisti esemplari, come eroi. L’eterosessuale deve convertirsi all’omosessualità, se non di fatto (qualora non vi riesca proprio, per sue carenze istintuali innate), almeno idealmente.

Quello dell’omosessualità non sarà più considerato come un caso particolare, marginale. Bensì come il canone vero della normalità. E l’eterosessuale pervicace diverrà il buffone di turno, il pagliaccio di cui si ride, lo scemo del villaggio.

C’è, nei paesi che sbandierano libertà e liberalismo, uno specifico pensiero politicamente corretto con cui bisogna fare i conti. Posso mettermi le dita nel naso, ma passerò per un maleducato retrogrado. Posso, forse, azzardarmi a dire che l’omosessualità non mi piace, ma sarò bollato come reazionario.

 

 

 

Disobbedienza e resistenza civile – 10.03.07.

 

Il concetto di disobbedienza civile è stato introdotto da Thoreau a metà dell’Ottocento. Aggiungerei quello, più modesto, di resistenza civile.

Quand’ero giovane decisamente non fumavo, e ciò mi isolava, mi identificava in una società di tutti fumatori accaniti come un essere singolare, sensibile, testardo, egoista. Non ero comunista in un mondo in cui tutti i giovani in gamba erano progressisti senza complessi, sventolavano bandiere rosse e cantavano «bella ciao», e ciò accentuava la mia emarginazione.

Sul fumo e sul comunismo la storia mi ha dato ragione, ma non mi sono state espresse lodi, conferite medaglie, né, certo, presentate scuse.

Oggi salta fuori questa questione dell’omosessualità. E, di nuovo, l’opinione pubblica mi darà torto, sarò fatto oggetto di motteggi, se non d’aperto scherno, in quanto eterosessuale ordinario ostile ad ogni forma d’incoraggiamento dell’omosessualità. Non so come si evolverà la storia, ignoro se un giorno sarà innestata la marcia indietro o, piuttosto, reinserita la giusta marcia avanti. Tanto meno so quando ciò potrà avvenire. Ma ho la mia bell’età e, comunque sia, non vedrò la fine di questo nuovo tunnel. Sarebbe stato bello che le tante esperienze dolorosissime vissute dall’umanità avessero se non altro fruttato una maturità, una maggiore saggezza. Invece, sembra che si esca da un tunnel solo per imboccarne quasi subito un altro.

 

 

 

Vincere – 20.03.07.

 

«Vincere!», proclamava il Fascio italiano. E la parola d’ordine, non so quanto rispondente ad intenti propiziatori o apotropaici, accompagnava ritratti in bianco e nero di Mussolini con la ganascia rinforzata e lo sguardo fulminante. Si è visto il risultato, potrei osservare. Disastroso e analogo a quello raggiunto da altri prepotenti: Napoleone, Hitler, Stalin.

De Coubertin aveva pienamente ragione quando affermava che non conta vincere, bensì partecipare. Correlava, però, questa massima alla pratica dello sport, in cui, invece, vincere e primeggiare è un obiettivo fondamentale. Lo sport, come insieme di attività fisiche volte ad uno sviluppo del corpo senza attinenza all’ottenimento diretto di vantaggi materiali, è stato inventato e codificato dagli inglesi. Non è certo la sola forma possibile di attività fisica, né di attività fisica avulsa da scopi concreti. Ma, così com’è e nella sua voga oggi pressoché esclusiva, è innervato, sostanzialmente, da una weltanschauung e da un’etica anglicana e protestante. Da una visione del mondo come strenua lotta per la sopravvivenza e come conflitto permanente tra l’asse del Bene e l’asse del Male, in cui il prevalere è sinonimo di grazia divina.

 

 

 

Vincenti e perdenti – 20.03.07.

 

Una distinzione fondamentale nella psico-sociologia degli statunitensi è quella tra vincenti (winners) e perdenti (loosers). In francese, il «vincente» americano ha un quasi sinonimo: battant, che possiamo approssimativamente rendere in italiano con «dinamico», «volenteroso», «intraprendente».

Non è chiarissimo se, dal punto di vista americano, l’essere «vincente» o «perdente» sia un merito o demerito attribuibile al soggetto, il risultato – cioè – di atteggiamenti responsabili e comportamenti, oppure – almeno in (larga) parte – un destino, una predestinazione. Interferiscono infatti in questo schema sottintesi e pregiudizi teologico-religiosi. Il «vincente» è segnato dalla grazia divina, il «perdente» è un peccatore abbandonato da Dio.

Notiamo tra l’altro che, in base a questa logica, il «vincente» e il «perdente» continueranno ad essere tali in eterno e, qualora si creda in un aldilà, il primo, morendo, passerà da posizioni di preminenza e comando nel mondo al paradiso, il secondo dalla miseria all’inferno. È una visione perfettamente antitetica all’annuncio evangelico secondo cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, profondamente radicato nella memoria e nella coscienza dei cattolici romani e delle genti dell’area mediterranea in genere.

 

 

 

Fede in Dio e relativismo etico – 20.03.07.

 

In materia di indagine etica si presenta subito un discrimine, sostanzialmente filosofico o teologico: si muove o meno dal presupposto di un Dio?

Nel primo caso l’etica tenderà ad organizzarsi unitariamente e ad assumere forme assolutizzanti.

Nel secondo tenderà a sbriciolarsi aderendo di volta in volta e sempre più a situazioni particolari e sarà connotata da un deciso relativismo.

Pertanto ragionare di etica senza preventivamente affrontare le questioni ontologiche significa condannarsi alla confusione e a perdite di tempo.

L’esistenza va presa in considerazione alla luce di una premessa di fede in un Dio creatore ed unificatore? In tal caso, quantunque i tempi, le situazioni della vita possanno essere vari e diversi, si penserà, o quanto meno si punterà, ad una morale che sostanzialmente rimanga la stessa per tutti. La vita sarà concepita come una provvisoria festa in maschera, un carnevale. Gli infiniti mutamenti che la connotano non saranno presi troppo sul serio. Si riterrà che la vera verità debba apparire tale e quale in un aldilà; che l’etica valida sia un’etica morale che informa l’aldilà e cui dobbiamo sforzarci di tener fede anche già nell’aldiquà.

Se Iddio – sussista egli o meno – non è comunque da tener presente in sede di etica, automaticamente le regole di comportamento saranno adattabili e dovranno conformarsi ai tempi storici, alle caratteristiche dei singoli soggetti e degli ambienti in cui si trovano a vivere. In altri termini, non vi saranno princìpi di comportamento generali, universali, se non in senso decisamente relativo.

Eugenio Scalfari, giornalista, ravvisa la fonte diretta dell’etica nell’istinto di conservazione, dell’individuo e della specie. E spiega che la morale, nei tempi moderni, si frammenta in una miriade di deontologie particolari legate alle professioni.

Riguardo alla sua stimolante posizione illustrata in un breve articolo ne «L’espresso» del 15 marzo 2007 noto quanto segue: l’autore identifica la morale con un istinto di conservazione che egli dà per individuale e della specie; inoltre, sottolinea la rilevanza etica delle deontologie, che, oggi, sarebbero le principali etiche operanti.

Mi dico che, sì, la prima fonte dell’etica è forse l’istinto di conservazione. Ma l’istinto di conservazione, intanto, è accompagnato anche da un istinto di affermazione. L’individuo, per natura, è proteso non solo a conservarsi sano in vita, bensì anche a crescere e moltiplicare le proprie potenzialità. Pertanto, l’espressione «spirito di conservazione», molto di moda e filosoficamente corretta nei nostri contesti culturali, è insufficiente. Inoltre, mi pare sia discutibile che allo spirito di conservazione e affermazione individuale innato si abbini un altrettanto radicale spirito di conservazione e affermazione della specie. Non lo nego, ma la cosa mi sembra di un’evidenza meno flagrante.

Altra serie di considerazioni: l’autore identifica morale ed etica. Certamente i due concetti sono affini, ma non totalmente collimanti. Tanto l’etica quanto la morale sono discipline dei comportamenti utili e opportuni, ma l’etica è laica e la morale è religiosa. L’etica, cioè, può essere agnostica e prescindere dalla premessa divina. La morale, invece, dipende da una fede. Ovviamente, il laico moderno, persuaso dell’inconsistenza del bagaglio religioso in genere, procede all’identificazione o confusione in parola giacché dà per scontato che, come la religione, la morale religiosa siano nulla più che travestimenti di istanze fondamentalmente laiche.

In tema di fonti, si può considerare che la fonte prima dell’etica, come semplice etica, sia l’istinto di conservazione individuale. Le fonti della morale, invece, sono plurime. È vero che la morale è come un innesto sul fusto preesistente dell’etica istintuale e, in questo senso, l’istinto di conservazione e d’affermazione individuale è una sua fonte. Ma altre sue fonti primarie per rilevanza, quantunque forse secondarie cronologicamente, sono la saggezza e la coscienza religiosa.

 

 

 

Elezione democratica: Sarkozy, Royal e Bayrou – 22.03.07.

            È prossima l’elezione presidenziale in Francia e tre, secondo i sondaggi, sono i candidati favoriti: Sarkozy, Royal e Bayrou. La campagna è cominciata molto in anticipo e da mesi la seguo in tivù. Seguo la politica francese più di quella italiana. In quanto italiano non avrò da pronunciarmi, ma mi chiedo come mi regolerei se invece, in quanto europeo, fossi coinvolto.

Ciascuno dei tre candidati ha i suoi meriti, i suoi argomenti, il suo stile. Tutti e tre mi paiono sinceri, validi, ma nel contempo limitati. Sarkozy è più dinamico, ma anche duro e agitato. Royal è più simpatica, ma forse troppo imbevuta di vacui ottimismi di stampo socialista. Bayrou è più umanamente saggio, ci si chiede però se ciò basti per regnare su uno Stato. I programmi lasciano il tempo che trovano, dato che mai un presidente, una volta eletto, ha tenuto fede alle sue promesse. Come stabilire quale dei tre personaggi farebbe un presidente oggettivamente migliore?

Secondo me l’elettore non dispone dei mezzi necessari. Voterà in base a pregiudizi di parte presunta, oppure per creduta affinità o simpatia. È un tirare a indovinare e il risultato sarà in buona misura fortuito. E mi chiedo: è così che dev’essere governato un paese?

Rifletto alle problematiche più ardue, più gravi, che ormai avrà da affrontare sempre più la politica. Non più problematiche interne, e quelle interne francesi sono già da sole ben pesanti. Ma problematiche internazionali e mondiali. Di queste, nella campagna elettorale, si parla poco e in via accessoria. Mentre rischiano di divenire per forza di cose la vera posta in gioco.

La democrazia ci è di poco o punto aiuto di fronte alle sfide che già tuonano in lontananza.

 

 

 

La stufa di Cartesio – 22.03.07.

Cartesio mi sta poco simpatico, come persona umana (per quel poco che conosco del suo aspetto fisico e della sua vita) e come pensatore. Limitandomi al pensiero di costui, mi indispone la secca, arida vena d’ispirazione che lo impronta, la sua inopia intrinseca; l’ipocrisia o fallacità del suo barocchismo mascherato da inclemente razionalismo.

Cartesio mi appare come un falso razionalista, il primo dei falsi razionalisti dell’era moderna.

Ci sono però ingredienti, elementi nella sua figura d’uomo, di scrittore e di pensatore, rispetto ai quali mi devo riconoscere delle affinità, comunque io li giudichi, e che addirittura quasi mi commuovono.

La stringatezza del suo stile letterario e d’esposizione delle idee, la sua antiretoricità, che è poi alla base di una scuola di prosa tipicamente francese cui aderirà pienamente, ad esempio, Voltaire, mi pare da lodare e condividere.

Non posso esimermi dall’accompagnare il francese con la mente quando mi racconta come si sia rifugiato in Olanda per sfuggire alle persecuzioni e come, ad Amsterdam, godesse al riscontrarsi abbandonato da tutti in mezzo ad una folla di ignari indifferenti al suo destino come a quello d’ogni altro uomo. Nessuno lo conosceva, né voleva conoscerlo. Così, non lo salutavano e lo lasciavano in pace.

Un clou biografico prezioso è quello del suo ritiro in una «stufa» – intendi: stanza occupata da una grande stufa al di sopra della quale prendevano posto le persone – durante la pausa invernale dell’attività bellica in Germania, allorché militava in uno degli eserciti in campagna. È proprio durante questo ritiro forzato e inattivo nella «stufa» che egli ha maturato la sua «filosofia». E in questo aneddoto si annidano implicitamente alcune grandi verità. L’ispirazione coglie il creatore non quando la cerca, ma di sorpresa, malgrado lui, e più facilmente nei periodi d’interruzione dell’ordinaria attività umana, protesa a risultati concreti esteriori.

 

 

 

Politica e televisione in Italia – 24.03.07.

 

La televisione italiana è, mi sembra, all’immagine della politica italiana: sommamente deludente.

Sono visceralmente e risolutamente italiano. Non però nel senso di confondermi con la massa dei provinciali e burini italiani, invasati di calcio e di donnine, che scalpitano e si sbracciano in tutta la Penisola. E, dato che la lingua francese mi è familiare quasi quanto l’italiana, preferisco di molto guardare le reti televisive francesi. Mi appassiono anche più alla politica francese che a quella italiana, nonostante questa mi riguardi più direttamente.

Una differenza, per me molto rilevante, tra Francia e Italia viste attraverso le loro televisioni è l’importanza data, nella prima, all’editoria e ai libri. In Francia vengono pubblicate e reclamizzate in televisione molte opere originali di narrativa e di saggistica. In Italia, posto che accolga per la pubblicazione lo scritto di un autore nazionale non ancora affermato, un editore solleciterà preventivamente da lui un finanziamento che copra le spese di edizione. Quanto a pubblicità nella stampa e in tivù, non se ne parla quasi. D’altronde, a quanto pare, gli appassionati di calcio e di erotismo non leggono, quindi non vi è mercato per i libri che non si appoggino a forti richiami extraletterari: politica, sport, spettacolo, attualità. A un più alto livello si avranno, in libreria, alcune opere dedicate alla storia e all’economia, poco vendute, in buona parte tradotte e di autori stranieri, le rimanenti dovute a professori universitari spinti nell’edizione a forza dalle loro accademie.

 

 

 

Cinquantennale dei trattati di Roma – 25.03.07.

 

Oggi i capi di Stato e di governo celebrano a Berlino il cinquantesimo anniversario della firma dei trattati CEE e CEEA di Roma. Ieri sera ARTE ha diffuso, in occasione del solenne cinquantennale, un film francese la cui azione si svolge negli anni Cinquanta e cioè, in un clima da dopoguerra mondiale, allorché Monet lancia il progetto di una Comunità europea e riesce a far partire la CECA. I protagonisti sono un tedesco ed una francese che si sono amati in una cittadina di provincia durante il periodo dell’occupazione nazista, mettendo al mondo un figlio biondo. Ora si ritrovano dopo anni di separazione dovuta ai rivolgimenti della liberazione, della sconfitta tedesca, della prima ricostruzione e si sposano.

Si nota subito che il film è un’opera di giovani per i quali quelli ricordati sono tempi non vissuti di persona e da ricostruire di seconda mano in base a quanto si presume di sapere, in larga misura a luoghi comuni sfruttati fuori di misura, o a quanto ci si crede autorizzati ad immaginare a ruota libera.

In secondo luogo si misura quanto i francesi siano ancor oggi lontani da un’autentica prospettiva europea, quanto perdurino la loro visione miope, il loro nazionalismo becero.

Colpisce che presentino quello comunitario originario come un patto pressoché esclusivo tra Francia e Germania, lasciando più che in ombra il concorso dell’Italia e degli Stati del Benelux. Colpisce l’esigenza, di cui è vittima l’autore, di mettere in scena e drammatizzare resistenze nazionalistiche al progetto in Germania, del tipo di quelle che si sono invece avute in Francia. Colpisce che l’autore, come i suoi connazionali, continuino a interpretare l’Unione europea come un che di sostanzialmente francese, l’attuazione del sogno napoleonico di un’Europa francese, un’estensione della Francia all’intera Europa, con i suoi valori, i suoi pregiudizi, le sue interpretazioni della storia, i suoi modelli strutturali in materia di organizzazione dello Stato e amministrazione, in materia fiscale, in materia di economia e di provvidenze sociali.

 

 

 

Il bello e il brutto dell’eguaglianza – 26.03.07.

 

L’umanità si discosta sempre più dal naturale, puntando all’artificioso; dal concreto, puntando all’astratto; dal reale, puntando al virtuale.

L’ordine dell’astratto e quello del concreto sono profondamente diversi. Ciò ch’è di una splendente bellezza e seduce in astratto può essere della più turpe bruttezza in concreto. Esempio: l’eguaglianza. Non meno degli altri due, il principio rivoluzionario dell’eguaglianza incanta, trascina e subito persuade le menti superficiali per la sua immacolata bellezza astratta. Ma non appena lo esaminiamo con un minimo di attenzione quanto alle sue implicazioni nel concreto ci deve inorridire.

Tutti gli uomini sono o devono essere resi uguali quanto a diritti e doveri e quanto ad opportunità di affermazione. Ma, anche, le donne sono o devono essere rese uguali agli uomini. Cos’è, però, un’eguaglianza di diritti e doveri teorici cui non corrisponda un’eguaglianza di fatto? Pertanto si deve tendere il più possibile ad instaurare un’eguaglianza di fatto – che, oggi come oggi, è ben lungi dal riscontrarsi in seno agli stessi paesi più «democratici» – tra uomini e donne, ma anche tra uomini di diversa categoria sociale e soprattutto diversa ricchezza o povertà, diverso potere e diverso prestigio, tra uomini di diversa provenienza etnico-geografica, diversa cultura e diversa religione.

Limitiamoci a considerare la parità tra uomini e donne. Raggiungere un’effettiva, e non più solo teorica, eguaglianza tra i sessi comporta una mascolinizzazione delle femmine ed una femminizzazione dei maschi. Una parificazione vera nei ruoli sociali non può non accompagnarsi con una radicale mutazione della psicologia femminile e maschile. Si va, così, verso una paradisiaca umanità asessuata o bisessuale. Non è un caso se da alcuni anni imperversa nei media una campagna aggressiva di propaganda e valorizzazzione degli amori omosessuali.

Dio non ha creato un mondo di eguaglianze, anzi di infinite diversità e diseguaglianze; né ha creato un genere umano asessuato o bisessuale, bensì un’umanità scissa in mascolinità e femminilità con caratteristiche, doti e funzioni distinte. Questo è il mistero pluridimensionale del mondo concreto al quale il socialismo preferisce lo schema di un mondo monodimensionale piatto.

 

 

 

Squallore del Male – 26.03.07.

 

Il Male è di moda, fa tendenza da quando, sul tardo Rinascimento, l’uomo ha finito col rendersi conto che il mondo, il creato, la realtà, sono infinitamente complessi.

Prima si credeva che Iddio fosse Uno, che l’esistenza avesse un suo Primo Principio, che regnasse, insomma, una semplice coerenza nell’universo.

Lo scoprire l’in-finitezza del mondo (che il mondo è in divenire e non finito) o in-sensatezza del mondo (che il mondo non ha un sopra e un sotto, un lato destro e un lato sinistro) ha sconvolto l’umanità. E ne sono derivati negli animi colti: un fondo ineludibile non solo di sconcerto o insicurezza, bensì anche di malinconia, ed il gusto diffuso del Male, del tormento e della cattiveria.

Molti filosofi antichi hanno considerato che il Male non esistesse, o piuttosto non consistesse, di per sé, configurandosi esclusivamente in termini negativi come un’assenza di Bene. Altri antichi, però, hanno contrapposto il Male al Bene e hanno suggerito che la vita potesse essere una costante lotta tra questi due princìpi. Presso i moderni il dilemma si ripropone: c’è chi crede e chi non crede al diavolo.

Charles Baudelaire ha cantato il Male, presentandolo come attraente e bello.

Hannah Arendt, occupandosi del nazismo, ha sostenuto che la cattiveria più atroce alberga o può albergare in animi umani del tutto comuni, inconsapevoli della mostruosità dei propri atteggiamenti positivi o negativi. Ha formulato, cioè, il teorema della banalità del Male.

Il Male è incontestabilmente tale, ed è tutt’altro che banale, per chi ne è vittima. Chi lo commette, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa, non si accorge di commetterlo. È un Male perpetrato sbadatamente. Oppure è un Male che si crede invece Bene, che si crede Giustizia, che si crede sacrosanto Diritto. I nazisti avevano per motto: Gott mit uns. Nessuno – come ha sottolineato Lanza del Vasto – è malvagio e terrificante quanto i giusti, i puri, coloro che sono certi di essere degli eletti e di stare dalla parte del Bene.

 

 

 

Conformismo – 26.03.07.

 

È quieto vivere intellettuale, acquiescenza al pensiero dominante.

In ogni paese e periodo, in seno ad ogni società, vi è un pensiero convenuto e dominante in politica e nella cultura, con suoi assunti pregiudiziali e magici.

Vi sono mode di pensiero legate soprattutto a svolte propriamente culturali, ma anche legate a specifici orientamenti politici. E il dominare di una data linea di pensiero può essere più che altro una moda culturale, ma può anche procedere da pressioni politiche.

L’originalità si sgancia dalle mode e dalle dominanze, qualunque forma esse assumano. L’autenticità non china il viso dinanzi alla norma scontata. Chi vuole pensare genuinamente si emancipa dal pensiero politicamente e culturalmente corretto.

Il pensiero genuino sarà contrastato da tutti gli establishment e poteri costituiti. Sarà a lungo ignorato, poi trascurato. Sarà avversato con ogni possibile mezzo quando non si potrà più impedire che affiori, che venga a galla, che s’imponga all’attenzione generale. In ultimo, si vedrà di riassorbirlo entro l’ambito di ciò che la società può sopportare.

 

 

 

Modi di pensare e modi d’essere – 27.03.07.

 

Il pensiero umano non è mai puro, né può esserlo, dato che viene pensato in un uomo e da un uomo, il quale ha una sua realtà fisica e naturale. Il pensiero dell’uomo parte condizionatissimo dalla natura umana generale e singolare. Il pensiero dell’uomo è connotato da decisive aderenze e forti attriti che lo legano e in certa misura lo rendono dipendente dalle condizioni di vita.

Due interlocutori che discutono fingono sempre un dibattito di idee e indirizzi intellettuali fuori contesto contingente. Ma le loro idee in larghissima parte riflettono complessi psicologici, timori irrazionali, aspirazioni gratuite ed altrettanto poco fondate nella ragione. E il linguaggio razional-discorsivo utilizzato nello scambio è solo una veste, un travestimento di pulsioni e tensioni sostanzialmente emotive.

Quelli che si presentano come modi di pensare sono spesso, soprattutto, modi d’essere.

Ed è ciò che rende il confronto problematico. Sembra che gli interlocutori ragionino, ma ciascuno di essi, in realtà, esprime bisogni che crede vitali e si ingegna di prevalere sulla controparte, intimidendola.

 

 

 

Pensare ed essere – 27.03.07.

 

Il «cogito, ergo sum» di Cartesio è formula barocca e, per certi versi, ridicola soprattutto in quanto inverte le parti e i ruoli. Chiaramente non è l’essere a dipendere dal pensiero, né a potersi definire in base al pensiero; è semmai il pensiero che dipende dall’essere e che ne rappresenta un’espressione. Così intuisce il semplice senso comune della gente ordinaria, che non cammina con gli occhi levati esclusivamente al cielo senza guardare dove mette i piedi.

E c’è da notare che il pensiero, non solo dipende dall’essere, ma anche è condizionato dall’essere particolare di chi lo pensa.

Pensiero neutro e ragion pura sono chimere. Il pensiero è generato dalla vita ed affonda tutte le sue radici nella vita. Se così non fosse, d’altronde, il pensiero sarebbe inconcludente e vano. La neutralità, altro non è che il nulla. Nel nulla e con il nulla non si può costruire alcunché, né vi è motivo di costruire alcunché. L’essere e la vita sono miracoli di cui il pensiero non può rendere conto e sui quali il pensiero si innesta.

Solo, ma grosso, neo in questo quadro idilliaco: il pensiero nasce e rimane necessariamente condizionato. L’uomo dipende dalla natura e non può assolutamente sostituirsi a Dio.

 

 

 

Atteggiamenti filosofici – 27.03.07.

 

Il pubblico volgare crede che la filosofia come la scienza siano soprattutto discipline normative, non di costante ed infinita ricerca. La ricerca non può essere concepita da quel pubblico come un fine in sé, un valore al di sopra di ogni altro valore umano. Ed è proprio perciò e in ciò che il pubblico volgare ignora la vera natura tanto della filosofia, quanto della scienza.

La scienza piace al pubblico solo in virtù dei miracoli tecnici e tecnologici che, accessoriamente, ingenera.

Il pubblico ha bisogno di certezze; non può capire, né accettare, che scienza e filosofia muovano da, e approdino a, un gran punto interrogativo. Nella misura in cui lo intuisce, rinnega la scienza da ricerca e torna ad appigliarsi alle dottrine da religione, cioè alla superstizione. 

Atteggiamenti eminentemente filosofici sono lo sbalordimento o stupore e la perplessità (Que sais-je?). Il pubblico volgare assimila questi atteggiamenti alla dabbenaggine, alla citrullaggine, ad una fondamentale inadeguatezza ad affrontare i problemi reali della vita.

 

 

 

Editoria – 27.03.07.

 

Gli editori italiani sono oggi modesti operatori commerciali, non culturali. Pubblicano volumi che, a priori, siano pressoché certi di vendere in quantità d’esemplari quanto meno sufficiente a rientrare nelle spese, il che significa che non orientano il mercato, bensì vi si adattano e lo seguono. Svolgono pochissima autentica attività di promozione e pubblicizzazione. Stampano e inviano i loro libri a distributori sprovvisti di qualsiasi preparazione culturale, nonché interesse specifico.

In questo contesto le sole pubblicazioni a valenza preminentemente culturale che possono uscire sono quelle accademiche, che hanno il loro piccolo mercato assicurato delle biblioteche degli istituti pubblici.

Lo scrittore indipendente che voglia pubblicare deve appoggiarsi a gruppi d’interesse sufficientemente robusti, a enti pubblici o a sponsor privati, o pagare di tasca propria la realizzazione di opere che gli rimarranno in casa o che si limiterà a distribuire lui stesso in omaggio ai suoi quattro gatti di amici. Unica alternativa meno grama: scrivere testi che possano tirare, ad esempio romanzetti scemi, semmai infarcendoli di considerazioni serie di cui il lettore, tuttavia, non dovrà troppo accorgersi. Insomma, in sostanza scrivere scemenze di possibile successo, inseguire a sua volta il mercato.

È quanto meno comprensibile che chi ha la scrittura nel sangue finisca, vuoi o non vuoi, col risolversi all’alternativa indicata. Ovviamente, rimane da vedere se abbia il talento, il dono di redigere storielle che tengano sufficientemente i cretini con il fiato sospeso. E se, indipendentemente dalla loro qualità intrinseca, l’editore avrà i mezzi e saprà lanciarle efficacemente.

 

 

 

Specialismi e competenza – 28.03.07.

 

I problemi e limiti connessi con un trattamento eminentemente settoriale e specialistico della realtà in genere, qual è tipicamente quello moderno, ad esempio nella sfera delle discipline conoscitive e dell’apprendimento scolastico, universitario e professionale, si rendono evidenti a livello di vita corrente quando, ad esempio, si vuole o si deve procedere a ristrutturazioni o impianti di nuove apparecchiature in casa. Si chiamerà un geometra, il quale presenterà un preventivo e, in teoria, presiederà ai lavori. Nella concreta realtà il geometra non si muoverà dall’ufficio della ditta madre e incaricherà operai specializzati dei vari tipi di intervento. Ci verranno in casa muratori, idraulici, elettricisti, i quali opereranno, ciascuno, in autonomia. Scopriremo subito che non vorranno seguire alla lettera il progetto genericamente ideato assieme al geometra, ma, forti della loro particolare competenza, praticheranno senz’altro o suggeriranno modifiche, che toccherà all’incompetente interessato valutare e approvare o meno.

Ci dovremo far carico personalmente di armonizzare le strategie e i tempi di intervento dei singoli mestieri. Da ignari, dovremo sorvegliare i competenti dei singoli settori al lavoro e arbitrare le collaborazioni. Alla fine scopriremo che, anche facendosi scudo di presunte inadempienze, dimenticanze, trascuratezze o intempestività degli altri, ciascun settore avrà potuto lasciare piccole parti del proprio compito inevase o male evase. Si tratterà di dettagli, di aspetti secondari, magari di sciocchezze, però non più migliorabili, né risolvibili, a intervento complessivo ultimato.

 

 

 

Modelli di gerenza democratica – 29.03.07.

 

Sarebbe ora che la si smettesse di parlare e pensare in materia di democrazia in termini meramente astratti e di bandiera. La democrazia dovrebb’essere meno oggetto di idealizzazioni e pregiudizi, del resto negativi quanto positivi. Possiamo sceglierla, preferirla, come mezzo di gerenza della cosa pubblica meno peggiore – suggeriva Churchill – degli altri. Ma va considerata nella sua concretezza e nella realtà, comunque, di tutti i suoi limiti.

Casi concreti di gerenza democratica sono, nei nostri paesi, l’esplicarsi dell’azione delle camere parlamentari e dei governi, nonché, in particolare in Francia, il ruolo svolto dai presidenti delle repubbliche. Diverse osservazioni tutt’altro che anodine possono essere mosse a proposito tanto del funzionamento, quanto già dell’elezione, dei titolari delle massime cariche di governo, persino della democraticità effettiva delle cariche e dei meccanismi decisionali.

Ma, per ben capire i limiti della democrazia, il meglio è concentrarsi su organi e funzionamento di organi molto più vicini al cittadino e che lo coinvolgono più direttamente e concretamente, nel piccolo. Penso, ad esempio, all’amministrazione dei condomìni. L’esperienza della locazione o proprietà in condominio è rivelatrice tanto dei pesanti obblighi di partenza che legano le mani ai cittadini proclamati e supposti liberi, quale quello di rivolgersi per la carica di amministratore ad un professionista esterno entro una ristretta rosa di specialisti del lucro da gestione di beni di terzi, quanto delle arroganze, prepotenze e degli sgambetti che di fatto regolano la formazione di maggioranze di conduzione di gruppi umani. La vita in condominio è, sotto il profilo dell’amministrazione del bene comune, una continua lotta di bassa lega a forza di colpi bassi tra condomini e con l’amministratore. Quest’ultimo, che poi è un estraneo interessato in via provvisoria al bene per un suo personale profitto, si trova in posizione di forza, per prestigio e anche perché, comunque, non ha nulla da perdere. Di una forza particolare godono poi i condomini con rilevanti posizioni sociali e, soprattutto, che abbiano facilità d’eloquio e talento nel relazionarsi con gli altri.

Si può fare l’esperienza del condominio disinteressandosene, non partecipando alle riunioni e ai voti, lasciando che siano gli altri ad affrontarsi e a decidere. È ciò che a livello politico alto si chiama qualunquismo. Molti condomini vi si risolvono per effettiva propensione qualunquistica, ma anche per non lasciarsi amareggiare e sconvolgere da lotte accanite che non ne valgono la pena. Quanto è preferibile abitare in villetta indipendente e di proprietà che non implichi giochi obbligati di pseudodemocrazia, ossia che scongiuri ogni condizionamento da pressioni esterne!

Se subiamo in modo molto meno drammatico le pressioni del mondo politico d’alto livello è solo perché sfuggiamo in larga misura alla sua presa. Siamo solo uno dei sessanta milioni di cittadini dello Stato. Lo Stato ha le braccia lunghe, ma non può arrivare con sufficiente robustezza coercitiva fin dove vuole. Ci inseguono e taglieggiano le sue tasse, ci irretiscono e umiliano molte sue misure. Ma, per quanto possa inventare, non riesce a sottrarci un’ampia parte di autonomia e libertà privata, non ci può soffocare fino all’asfissia. Siamo troppi e componiamo una tavolozza sociale troppo variegata. Si accontenterà di governare in mera superficie, di far finta di governare la colossale nave, già così aspirando risorse a sufficienza e soddisfacendo i suoi appetiti.

 

 

 

Democrazia remota e prossima – 29.03.07.

 

C’è una democrazia che viviamo da lontano, o da relativamente lontano. È quella delle istituzioni, del governo del paese. Non che non ne subiamo e avvertiamo gli effetti, ma rimane un qualcosa che sostanzialmente si esplica lontano da noi. La vediamo, più che altro, in televisione ed è uno spettacolo (sconsolante) i cui protagonisti e comprimari sono presidenti, ministri, parlamentari, alti funzionari.

Ma, nella nostra vita concreta e nel nostro piccolo, avremo anche esperienze concrete di democrazia. Non mi riferisco al voto in elezioni nazionali, regionali o locali, che pur sempre rimane episodico e un qualcosa di afferente a delle astrazioni. Penso semmai al coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica, ai condomìni, alle associazioni di cittadini e ai sindacati. È in questi ambiti modesti che abbiamo modo di scoprire cosa sia effettivamente la democrazia, quali ne siano gli effettivi valori, i vantaggi, quali i difetti e gli svantaggi.

Uno degli aspetti che mi ha colpito nella mia esperienza personale al Parlamento europeo, nelle scuole e in condominio, è che i protagonisti vincenti del gioco democratico non sembrano mai essere persone connotate da insigni o chiari meriti professionali, scientifici o umani, bensì mezze tacche con parte certa, ma senz’arte. Un grande scrittore, un genio matematico, un fisico o medico di particolare fama non si presenteranno mai alla presidenza della repubblica, né ambiranno o accetteranno posti di governo, e tanto meno vorranno essere sindaci di città. Al Parlamento, uno dei più scadenti traduttori del nostro servizio, assunto per il rotto della cuffia quanto a profilo professionale, divenne un autorevole membro di sindacato. Come tale, sedeva nelle giurie dei concorsi e influiva su assunzioni e promozioni, mentre i colleghi professionalmente preparati ed esperti si affaticavano sulle carte.

Non scriverò che i vari cosiddetti rappresentanti popolari debbano tutti essere per forza persone di modestissima levatura intellettuale e culturale. Come ammetteva, credo, Bernard Shaw, non è indispensabile essere degli assoluti cretini per giocare al cricket. Certamente, per affermarsi nel loro campo, i politici, i sindacalisti devono avere loro doti precipue ed eccellere nella relazione pubblica corrente. Appunto, però, questa eccellenza nella vita sociale ordinaria sembra corrispondere ad una decisa mediocrità intellettuale e scientifica.

 

 

 

Riflessione e meditazione – 30.03.06.

 

La riflessione si appunta su oggetti, concreti o astratti, che le stanno davanti e, articolandosi, sostanzialmente scorre verso valle come l’acqua d’un fiume. La meditazione, invece, è un tornare indietro e un risalire. È un andare in cerca, in sé, delle fonti, delle origini del pensiero e della coscienza.

Mentre la riflessione è un atto mentale ed intellettuale, la meditazione è un atto spirituale.

Meditare significa appartarsi in una postura fisica di riposo vigilante; staccarsi fisicamente e mentalmente dalla contingenza quotidiana, dalla vita e dai condizionamenti sociali; rientrare in un sé profondo, anteriore all’azione e avulso dai drammi che connotano l’azione. Insomma fingere a se stessi di essere senza esistere.

La meditazione non è necessariamente fideistica o confessionale, ossia correlata ad una tradizione religiosa e da essa inquadrata nelle modalità di attuazione. Vi è una meditazione cristiana che volentieri si impernia su temi d’appoggio cristologici o affini. Ma esiste una meditazione orientale ben più slegata da credenze metafisiche particolari, più pratica ed empirica e che si basa volentieri su esercizi fisici e respiratori.

 

 

 

Automatismi e consapevolezza – 31.03.07.

 

Va da sé che l’etica, quale disciplina dei comportamenti, si applica esclusivamente alla sfera dei comportamenti consapevoli e volontari. Non interessa, cioè, l’intero complesso dei comportamenti umani, ma solo vengono considerati i comportamenti umani consapevoli e che la volontà può guidare.

Non è una constatazione anodina, come può sembrare. Perché la parte consapevole e volontaria, nei comportamenti umani, è limitata, se non molto limitata.

Nei suoi comportamenti, ancor prima che subentri ed eventualmente incida un’etica consapevole e volontaria, l’uomo è orientato dai bisogni primari, dagli istinti, quindi dalle pressioni sociali e dalle consuetudini acquisite. Questo insieme di chiavi di pilotaggio basta da solo a guidare intere masse umane nella vita. E non sono poche le persone che faranno spallucce nell’udire evocare un’etica di cui, a priori, non ravvisano l’utilità. Vivono benissimo senza porsi particolari quesiti etici e, con tutti i problemi concreti che devono affrontare, non possono provare che stizza, semmai, al sentir parlare di un supplemento di preoccupazioni d’ordine piuttosto astratto.

Ciò induce a riflettere sulla relazione tra, da un lato, la vita e, dall’altro, la consapevolezza e la volontà. Consapevolezza e volontà sono legate alla vita, ma la vita non significa pienezza di consapevolezza e volontà.

Il mondo minerale è considerato inerte, privo di consapevolezza e volontà e interamente retto nel suo evolversi da automatismi, detti anche leggi della fisica. Il mondo vegetale non è inerte, ma è anch’esso considerato privo di consapevolezza e volontà ed è retto, nel suo evolversi, da leggi biologiche o biofisiche. Molto più mobile è, per definizione, il mondo animale, ma in genere si ritiene che le specie, salvo l’umana, siano connotate da scarsa o punta consapevolezza e scarsa o punta volontà consapevole. L’uomo ama immaginarsi e raffigurarsi come un essere del tutto particolare, privilegiato, eletto, creato – lui solo – a immagine di Dio. In realtà egli affonda ampiamente le radici nella natura animale comune: non controlla certo, né può guidare la fisiologia della muscolatura involontaria, l’attività cerebrale di base e dei collegamenti nervosi; ogni giorno respira, mangia, urina e defeca, ogni giorno dorme in media per otto ore. Fruisce della vita elementare, ma non la domina. Molte sue attività, anche superiori, sono mosse o condizionate da automatismi, innati o acquisiti.

E quali sono i legami tra, da un lato, la vita e l’intelligenza, d’altro lato l’intelligenza e la consapevolezza?

Un tempo si è pensato che l’uomo non fosse un animale, bensì una creatura sui generis, quasi un angelo decaduto in istanza di redenzione. Si è pensato che la natura fosse inanimata, che gli animali fossero automi senz’anima (Cartesio). Oggi ci rendiamo conto, anche grazie e a seguito della teoria dell’evoluzione darwiniana, che l’uomo è un animale a pieno titolo; che la natura è viva; persino che talune specie animali diverse dalla nostra sono dotate di intelligenza strumentale. L’intelligenza non è facoltà esclusivamente umana, anche se nell’uomo, che ha sviluppato la parola articolata, ha assunto una dimensione potenziata e un notevole grado di sofisticazione.

L’intelligenza consiste nel saper mentalmente collegare, rapportare le cose e i fatti tra di loro. Vi sono scimmie che capiscono che urtando le noci con un sasso se ne può rompere il guscio, quindi poi portare alla bocca il contenuto commestibile.

La consapevolezza è un’altra cosa e si situa ad un livello ancora decisamente superiore. Questa sì che, forse, è solo umana, ma piuttosto rara anche tra gli uomini. Consiste non nella comprensione dei collegamenti, dei concatenamenti, dei meccanismi dell’orologeria esistenziale, bensì in una valutazione morale della natura e dell’opportunità delle cose, delle persone, degli atti, degli eventi. In una comprensione, da grazia divina, non del loro funzionare, ma del loro intimo essere e valore.

 

 

 

Generazione spontanea – 01.04.07.

 

Si scopre, a rovescio della negazione della generazione spontanea un po’ troppo disinvoltamente sancita dalle scienze nell’Ottocento, che l’universo, la materia, l’ordine minerale sono potenzialmente vivi. Infatti gli astronomi, oggi, cercano freneticamente d’individuare nello spazio astri o satelliti in cui siano riunite le condizioni della vita, non solo in vista di auspicate colonizzazioni, ma anche perché reputano assurdo e decisamente improbabile che la vita sia apparsa esclusivamente sulla terra. La vita terrena dev’essere, a loro parere, un caso particolare di una realtà ben più vasta. La vita è un fenomeno che, scientificamente, è logico e pertanto probabile si riscontri su più corpi celesti.

Ma ciò equivale a dire che una volta che siano riunite determinate condizioni (in particolare presenza di acqua e temperature non estreme) la vita appare, si genera, spontaneamente nei mondi. Più radicalmente equivale a dire che la vita è presente quale potenzialità o in germe nell’ordine minerale. E Leonardo non vaneggiava dunque quando affermava che il mondo è un animale vivo.

Sotto tale profilo è anche interessante tener presente il testo del Genesi, laddove narra per simboli come Iddio creò l’uomo: ne plasmò il corpo con il fango prima d’infondere in lui la vita. A parte la ricerca scientifica, anche nelle Sacre Scritture l’uomo nasce dal fango.

 

 

 

Sudoku – 02.04.07.

 

Furoreggia da un po’ di tempo in qua il sudoku, gioco giapponese di cifre incrociate. In italiano pronunciamo sudoku  e non c’è problema. Ma, data la grafia derivata dalla lingua d’origine, ai francesi verrebbe naturale pronunciare südokü. Senonché (scritto cul), in francese è culo: che atroce e sconveniente vocabolo! Pertanto, a scanso di equivoci, prende piede nella lingua dei cugini d’oltralpe la lettura orale südoku, che implicherebbe una grafia sudokou, ancora non comparsa. Ku (scritto cou) significa collo, non si presta a fraintendimenti o associazioni sgradevoli e non solleva obiezioni da parte dei pudibondi borghesi.

Quest’anodino caso di evoluzione eufonica generata da repulsione nei confronti di parole e concetti considerati da censurare ricorda le manipolazioni della storia e persino della scienza dovute ad altrettali preconcetti benauguranti, deprecativi, apotropaici. L’asserzione di verità nasconde slanci, speranze, desideri. Il dato presunto oggettivo è in realtà sotteso da pulsioni soggettive.

La verità non è semplicemente quella che appare e viene dimostrata tale. Sconfinano nella verità bramosie, certezze positive e negative imperniate su nostri profondi bisogni, effettivi o immaginari.

 

 

 

 

Convinzioni – 03.04.07.

 

Le convinzioni ed opinioni soggettive sono tenaci, non tanto – forse – radicate in evidenze di fatto, quanto in orientamenti legati ai temperamenti, alle inclinazioni e ai caratteri personali o semplicemente a bisogni materiali, fisiologici o psicologici.

Comunque sia, i fatti, gli eventi, le stesse scoperte scientifiche le scalfiscono poco e solo lentamente.

La sconfitta bellica del nazismo e del fascismo ha veramente convinto della fallacia e nefandezza delle dottrine di Hitler e Mussolini solo chi già ne era convinto in partenza. Regimi affini a quelli del Kaiser e del Duce hanno continuato a vigere o hanno preso piede da allora in diversi paesi senza che neppure i paesi «democratici» vi trovassero da ridire, anzi, in qualche caso, persino con il sostegno degli USA. Quanto ai lupi di casa nostra, non hanno cessato per lo più di pensare da lupi, magari attenuando i toni rispetto al passato o mascherandosi da semplici cani da guardia.

L’implosione dell’URSS e il crollo del muro di Berlino hanno costretto i rossi di casa nostra ad annacquare, se non altro, il vino dei loro programmi e discorsi e, in certa misura, anche a ripensamenti. Ma solo la nutrita schiera degli opportunisti ha davvero voltato gabbana convergendo nell’alveo della «democrazia». Per i puri e duri, i flop della Russia e della Cina non hanno dimostrato se non che quelle particolari esperienze di comunismo erano viziate da deviazioni e  gravi errori. Loro continuano sostanzialmente a credere nel comunismo autentico dei loro sogni.

Insomma la realtà sembra insegnarci poco. Ci appoggiamo ad essa per rafforzarci nelle nostre convinzioni nate più che altro da esigenze interiori e a scopo propagandistico, quando ce lo consente e quando ci conviene.

 

 

 

Offensiva e difensiva – 04.04.07.

 

Anche se non siamo fanatici cultori dello Hobbes e se sottoscriviamo all’ Homo homini lupus e al principio della vita come strenua lotta di ciascuno contro tutti in cui è fatale che i meno dotati sempre soccombano solo, semmai, sub condicione ossia con ampie riserve, non possiamo non ammettere che si deve costantemente lottare per vivere.

C’è chi vive dinamicamente, in posizione di costante offensiva nei confronti dei problemi che si pongono a lui e nei confronti dei competitori; c’è chi si attesta piuttosto sulla difensiva, tira, cioè, a scansare le aggressioni, le minacce, tende a defilarsi.

Chi è o si crede forte o più furbo ed abile della media può adottare spontaneamente il primo atteggiamento. Chi non si fida delle proprie capacità o comunque non vuole rischiare, né affaticarsi, opterà per il secondo. Ma tanto l’uno quanto l’altro, a seconda dei casi, possono risultare vincenti o perdenti. E non è escluso, d’altronde, che un medesimo individuo passi da un atteggiamento all’altro in fasi diverse della vita o in occasioni diverse.

Nella difesa senza offesa, che è l’atteggiamento, certo, meno protervo, più umano e anche – a mio parere – più intelligente, la difficoltà sostanziale sta nel fatto che non sono da evitare solo i colpi, le ferite materiali, né solo quelle anche morali. Vanno fugate le ansie, le amarezze, gli stress, gli insulti o vulnera psicologici che in origine accompagnano quelli reali come un livido, una macchia transeunte, ma con il tempo possono tendere a sopravanzare gli stessi danni materiali o morali, a precorrerli, a permanere quasi indelebili, a sostituirsi ad essi in parte. La sensibilità non sempre regge alle offese, né, con il tempo, alle impressioni di offese. La sensibilità troppo esposta si sregola, deraglia e conduce l’inoffensivo abele a rifugiarsi in una solitudine sempre più radicale.

 

 

 

Oggettivismo e soggettivismo – 09.04.07.

 

La disputa tra realismo e nominalismo non si è mai conclusa ed è tutt’altro che superata. Non si tratta di una questione medievale di sesso degli angeli.

C’è tutt’oggi chi crede che la realtà sia fondamentalmente qualcosa di dato, di esterno, da indagare e studiare, sì, ma anche da rispettare, perché ineludibile quadro d’insieme in cui deve iscriversi la vita dell’uomo. E c’è, soprattutto oggi, chi tende a credere che la realtà sia da prendere in considerazione comunque principalmente nella sua valenza psicologica, in pratica come una proiezione e creazione della psiche umana.

C’è chi accetta la realtà e cerca di conformarsi il più possibile a ciò che essa esige dall’uomo. C’è chi si propone di rifondare, ricreare la realtà.

Questa radicale differenza di approccio si nota anche a livello di vita quotidiana. Molta gente comune è affetta da un’incredibile logorrea, come dalla mania di mangiucchiare e bere costantemente qualcosa. Chiacchiera, chiacchiera… Di cosa chiacchiera? Come può trovare di continuo nuovi argomenti di elocuzione per ore e ore? Non è questo che conta, non chiacchiera di argomenti, non dice qualcosa che stia in piedi o voglia avere un pregnante significato. Sgrana filastrocche di futilità qualsiasi che le consentano di sentirsi viva, di avvertirsi in rapporto con gli altri, insomma di distrarsi e sognare che esiste. Funzione non dissimile hanno i sottofondi musicali, in salotto o al ristorante, la televisione accesa durante i pasti; nel senso che generano l’illusione di una compagnia, forniscono un contesto sonoro e immaginifico da sogno.

Molta gente comune preferisce l’argento all’oro e non sopporta il silenzio. Molta gente non sopporta né la vista, né l’idea della verità. Molta gente aborrisce il reale; crede decisamente che la vita sia un sogno e vuole sognare.

Io sono un solitario, che costantemente s’interroga a proposito della verità. Sono, o cerco di essere, in costante ascolto della verità, nel silenzio. Il silenzio è un’assenza di inframmettenze, velature, giochi di luce, ombre cinesi. Una condizione di presa diretta. E in esso una vocina interiore sommessamente ci parla, ci ispira, ci fa nascere idee e suggerisce soluzioni. Una vocina ci critica, ci corregge, ci fa coraggio.

I veli di presenza umana, avvolgenti, appiccicosi, ci distolgono dall’ispirazione interiore, coprono la vocina e la ricacciano nel profondo della coscienza, laddove rimane inascoltata ed inefficace.

 

 

 

Lotta ad oltranza e composizione – 17.04.07.

 

Ci sono due grandi filosofie della vita: quella della lotta ad oltranza e quella della conciliazione.

Oggi va per la maggiore e sembra prevalere la concezione secondo cui l’esistenza è lotta ai ferri corti di ciascuno contro tutti. La vita dell’uno è morte dell’altro. Vigono dunque la competizione e la reciproca prevaricazione e sempre la deve spuntare il più forte, o più intelligente, o più abile, o più scaltro. Pertanto si istiga la gioventù al dinamismo, al confronto, alla sopraffazione; a primeggiare nello studio, nello sport e nell’attività lavorativa.

Una saggezza più antica predica che l’universo è complesso. In esso vi sono molteplici elementi validi intercorrelati e funzionali gli uni agli altri. Una situazione particolarmente felice e positiva non è quella in cui alcuni elementi prevalgono su altri, bensì quella in cui l’insieme coesiste in maniera armoniosa. Lo stesso dicasi per la comunità umana: la condizione da ricercare è quella di un ideale equilibrio.

Non si deve tendere all’opposizione, allo scontro, tra forze contrastanti. Si deve tendere alla conciliazione e composizione.

Talvolta lo scontro sarà inevitabile. Questa prospettiva dev’essere realisticamente accettata, per cui è certamente consigliabile che i gruppi umani si preparino adeguatamente al caso di eventuali scontri futuri.

Ma lo scontro e la prevaricazione non devono rappresentare obiettivi, non devono essere i cardini dell’assetto sociale. Le società si devono organizzare attorno a ricerche di convergenza, di collaborazione, di solidarietà.

 

 

 

Profilo del dittatore – 19.04.07.

 

La figura del dittatore è unanimemente esecrata dalle opinioni pubbliche e soprattutto dai pubblicisti delle nostre società democratiche. Lo è in assoluto e senza sfumature. Quando si vuole malgrado tutto onorare o venerare un dittatore del passato si elude o elide la sua dimensione autocratica, ponendo l’accento unicamente o quasi sulle sue realizzazioni positive, come dimostra ottimamente il caso di Napoleone.

C’è però appunto da dire che i dittatori non fanno solo e sistematicamente del male, ma anche del bene, nei paesi che governano e, anche se per lo più il bilancio finale è da ritenersi negativo, ciò non è necessariamente vero in tutti i casi. Inoltre, i profili dei dittatori sono differenziati e ve n’è anche di relativamente simpatici.

Il tipo del dittatore antipatico è certamente Hitler e poco simpatici risultano in genere i dittatori dal temperamento freddo, silenti o poco eloquenti, quali Franco o Pinochet. Ma Castro è simpatico e il suo compagno di ventura Guevara è stato addirittura idolatrato. Stalin è una figura odiosa quasi quanto Hitler, ma Mussolini non era privo di un certo suo fascino.

Riguardo al merito dell’autocrazia, c’è da chiedersi quanto essa sia stata ambita, preventivata, voluta dagli interessati, nei singoli casi; o quanto essi siano approdati al despotismo, alla tirannia, più per forza di cose che in conseguenza di uno specifico progetto, una volta lanciata la loro azione politica che si è configurata o ha preteso di configurarsi come salvataggio di paesi allo sbando. I dittatori in parte hanno voluto esserlo o sono stati disponibili ad esserlo, ma in parte sono stati trascinati ad esserlo dallo svolgersi delle vicende politiche dei loro Stati.

C’è da chiedersi quanto gli scopi perseguiti dai vari tiranni fossero in origine e alla radice disonesti o onesti, quanto fossero ingiustificati o giustificati, quanto fossero ingiusti o giusti, insani o sani, e ciò indipendentemente dai risultati politici da loro in ultimo conseguiti nei rispettivi paesi. Insomma, erano sostanzialmente dei mostri o erano dei giusti che, semmai, si sono esizialmente sbagliati nei mezzi da usare, nelle strategie, o che addirittura hanno puntato per sbaglio verso miraggi più che verso obiettivi concretamente positivi?

Ciò che rafforza la liceità di simili interrogativi è anzitutto la constatazione che vi è sempre un lato e un portato positivo di queste tirannie. In genere sparisce, viene occultato negli esami a posteriori dal prevalere fuori proporzione di portati orrendamente negativi. Non sempre, però, si può procedere ad una condanna senza riserve. È quanto meno discutibile se Napoleone sia stato una figura più nera o più bianca. Meriti certi devono essere riconosciuti a Mussolini, a Franco, a Castro, se non a Pinochet, anche da parte di chi reputi che il male prevalga più o meno nettamente sul bene nel complesso del loro operato.

Se ne ricava principalmente la lezione di come sia facile e quanto sia dannoso sbagliarsi nella vita. Quanto sia inopportuno e sciocco intestardirsi nei propri giudizi e pregiudizi. Quanto siano necessarie la prudenza e la moderazione. Di come non sia con certezza giusto chi si crede tale. Di come una passione smodata di presunta giustizia conduca alle più efferate ingiustizie.

Un’altra riflessione cui inducono le figure dei dittatori è quella relativa ai macroscopici errori tattici commessi da alcuni di loro dopo anni di prodezze e successi, errori in certo senso sorprendenti, in altro fatali, che hanno determinato nella maggioranza dei casi il fallimento finale delle loro imprese e la loro scomparsa dallo scenario politico. Mentre altri hanno saputo contenersi in una sorta di silenzio e di passività tattica che sono valsi loro la tolleranza della comunità internazionale.

Napoleone a forza di vincere guerre e trionfare ovunque su tutti gli eserciti terrestri europei ha finito col lanciarsi nell’avventura militare della conquista della Russia, che certamente non gli era necessaria. D’altra parte ha trascurato la potenza marittima e di posizione dell’Inghilterra. A Waterloo ha affrontato inglesi, austriaci, tedeschi e russi con un esercito di ragazzini. Hitler ha attaccato senza bisogno e a sorpresa l’URSS con cui aveva sottoscritto un patto di reciproca non aggressione e non ha previsto la portata che avrebbe avuto un’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’Inghilterra. Mussolini ha stupidamente dato per scontato il successo militare della Germania in Europa ed è voluto saltare sul treno in corsa. Stalin si è ingenuamente fidato del patto di non aggressione con la Germania, che gli aveva permesso di occupare parte della Polonia. A lui l’errore non è stato fatale, essendosi rivelato più cospicuo quello della controparte, per cui ha finito col farlo dimenticare e trasformarlo, anzi, in una sorta di accorgimento strategico. Ciò non toglie che certe cantonate fanciullesche destino stupore da parte di personaggi in altre occasioni abili, protervi e spietati.

Franco e Pinochet hanno saputo farsi dimenticare. Particolarmente scaltra appare la linea di Franco che, pur essendo riuscito a imporsi in Spagna a suo tempo grazie all’appoggio decisivo dell’aviazione tedesca e a rinforzi fascisti nelle truppe di terra, diversamente da Mussolini non si è lasciato coinvolgere nella guerra europea della Germania.

 

 

 

Puzzone e Baffone – 19.04.07.

 

Durante un ventennio l’Italia del XX secolo è stata governata da un Puzzone e nel dopo seconda guerra mondiale le folle vi invocavano l’avvento del Baffone.

Oggi, le minacce di fascismo e di comunismo sembrano fugate, scongiurate. Ma mi dico che è quasi solo un felice caso fortuito. Gli uomini sono sempre gli stessi, gli italiani sono gli stessi. Se è possibile una volta che una comunità di milioni di cittadini si appigli a ideali politici tanto spaventosi e si lasci arruolare in facinorose bande nere o rosse, l’eventualità potrà riproporsi infinite altre volte. Tutto dipende dai contesti mondiali e storici.

In televisione, su una rete francotedesca, si proponeva ieri per celia di annunciare così il buon compleanno a un giovane di dieci anni: «ora che non sei più un fanciullino, ti devo rivelare che Babbo Natale non esiste, Dio non esiste, la morte invece esiste». È uno scherzo serio, che mi è sembrato assai significativo. Questa battuta riflette lo stato del credo profondo della nostra società laica, che è la società guida, quella che sola veramente conta. E, a suo modo, rende ben conto del pessimismo di fondo del mondo occidentale attuale; della preferenza generalizzata del male rispetto al bene, della cattiveria rispetto alla bontà, del diritto rispetto alla solidarietà, della contrattualità rispetto alla generosità, del formalismo rispetto alla spontaneità. Essa implica l’illusorietà della religione e la futilità dell’arte.

 

 

 

Tra il credere e il volere – 23.04.07.

 

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come regolarmente dimostra, in particolare, la discrepanza tra le promesse e le realizzazioni dei politici. Ma tra il credere, da un lato, e il desiderare e volere, dall’altro, c’è una larga area di convergenza e confusione. Spesso si dice di credere o di sapere qualcosa che, più esattamente, si vuole credere, perché si desidera.

Lo osservo in questi giorni a proposito dell’elezione presidenziale francese, di cui si è avuto ieri il primo turno. I due candidati rimasti in lizza sono oggettivamente alla pari. Sarkozy ha preso il 31% e Royal il 25%. Però la Royal può contare con certezza, al secondo turno, sul trasferimento a suo favore dei suffragi delle sinistre estreme che complessivamente rappresentano un 9%. Sarkozy, in sede di probabilità, beneficia di un margine di riporti assai più stretto, dato che l’estrema destra di Le Pen potrà astenersi o ridistribuirsi in parte in ordine sparso. L’ago della bilancia, che anzi più che un ago è un travicello o una traversina, è costituito dagli elettori di Bayrou, il terzo uomo, che sono il 18%. Come voterà questo corpo intermedio è, allo stato, un’incognita. Si attende di sapere se Bayrou passerà accordi con l’uno o con l’altro candidato potenzialmente vincente e se darà ai suoi direttive specifiche di voto. Se così non sarà e Bayrou si chiuderà in un neutrale silenzio, le sue truppe si pronunceranno parte in favore di Sarkozy, parte in favore di Royal, e si ignora quali saranno le proporzioni delle due parti.

Ma la destra italiana dichiara già da tempo di essere certa della vittoria di Sarkozy. Perché lo dichiara e perché ha questa certezza? Perché lo desidera. Non è che veramente lo possa credere, dato che non vi sono gli elementi per credere ragionevolmente alcunché in materia, ma lo vuole fortemente.

 

 

 

Filosofia deambulatoria – 23.04.07.

 

Appena mi vede, mia moglie si mette a dire qualcosa, a parlare del più e del meno, a disquisire di cose irrilevanti e cinguettare. Spesso la cosa mi dà fastidio perché, dal canto mio, sono assorto nei miei pensieri. Mi è da poco scaturito nella mente un embrione di riflessione, uno spunto di pensiero, che continua a emergere ed elaborarsi da solo. È una voce oltremodo preziosa, un suggerimento divino che tengo a recare alla luce del foglio di carta sul quale lo trascriverò.

Ci sono due livelli di parola e due corrispondenti livelli di attività mentale, uno di superficie, l’altro profondo. Il livello superficiale al quale si situano quasi tutte le attività mentali comuni e quasi tutti gli scambi, ossia le conversazioni, viene a costituire un velo che avviluppa, occulta, rende imperscrutabile il pensiero profondo.

I pensatori autentici non si compiacciono nelle argomentazioni coram populo, e ancor meno nelle discussioni. Privilegiano il silenzio. È dal cuore del silenzio, di un silenzio pressoché impersonale, che sbocciano le massime intuizioni.

Il dialogo può servire. Platone mette in scena Socrate che dialoga e guida l’interlocutore alla scoperta della verità attraverso l’interrogazione e lo scambio. Ma la scuola di Aristotele si era accorta che si ragionava meglio deambulando, passeggiando. Anche Lanza del Vasto componeva poesia, e forse pensava, camminando.

Il vantaggio del camminare, per la riflessione, sta nel fatto che, se la persona fisica è occupata in un’attività, oltretutto tranquilla, continua e ritmata, non perturba il pensiero; che così può liberarsi, librarsi e viaggiare per conto suo.

 

 

 

Libertà – 24.04.07.

 

È un concetto troppo vasto e che sconfina nell’indeterminazione, un concetto, cioè, che significa poco o nulla se non è accompagnato da complementi di determinazione. Ciò, anche perché, come l’ho rilevato in altre mie precedenti note, la libertà dell’uomo è comunque molto limitata a priori, da condizionamenti naturali e psichici.

La libertà come emancipazione da dominazioni dall’estero o assoggettamenti sociali è un valore, principalmente, di sinistra. La libertà di destra è più che altro libertà di prevaricare, di sfruttare, di licenziare, quindi tutt’altro che un valore costruttivo. Una terza libertà d’attualità è quella di sputare in faccia al prossimo, di offendere la dignità o sensibilità altrui: a questa tengono tanto la sinistra quanto la destra, come recentemente ha dimostrato la faccenda delle vignette danesi irridenti a Maometto e all’Islam bombarolo.

Per me, vista dall’angolatura dei godenti diritto, la libertà dev’essere anzitutto libertà di crescere e affermarsi quale individuo con una propria insindacabile e personale individualità, salvo ripercussioni dannose che ne possano derivare ad altri. È un diritto alla dignità e alla sovranità personale, tutt’altro che assicurato dai regimi che si autoproclamano enfaticamente democratici. Infatti, in questi, l’individualità e l’originalità sono contrastate dalla scuola e dal mondo del lavoro. L’individuo è di fatto costretto a conformarsi a direttrici di costume e di pensiero politicamente corrette. La dignità personale è una favola.

Vista dall’angolatura dei poteri pubblici la libertà dev’essere rispetto dell’integrità individuale dei cittadini. Tale rispetto è grossolanamente violato dagli eccessi di burocrazia e regolamentazione e addirittura di legislazione, dagli abusi ampiamente tollerati delle forze di tutela dell’ordine, dalle ricorrenti campagne massicce di condizionamento dell’opinione. Per tacere della mancata autentica tutela dei diritti privati da parte degli organi di giustizia e dei professionisti del giure, nonché delle forze dell’ordine.

 

 

 

Destra e debolezza – 24.04.07.

 

Alcuni commentatori del primo turno dell’elezione presidenziale francese rilevano che la maggioranza delle francesi ha votato non per Ségolène Royal, bensì per Sarkozy. Sembrano sorpresi del fatto che le elettrici non abbiano cooptato la loro pari sesso, chiamata, secondo la pubblicistica, a fare assurgere forse per la prima volta una donna al massimo livello dello Stato in Francia.

A mio parere, trascurano due fattori. La gelosia, l’invidia femminile, in base alla quale le donne hanno quasi sempre tendenza a preferire gli uomini alle loro consimili e virtuali concorrenti. Il fatto che i deboli sono sempre succubi del fascino dei forti; che il socialismo, salvo in quanto implichi prospettive specifiche di vantaggi sociali ed economici diretti per gli elettori, è un’ideologia che esige generosità, coraggio e, pertanto, indole robusta.

Le donne optano più facilmente per la destra in ragione delle loro molteplici debolezze. Sperano soprattutto ordine e protezione.

 

 

 

Arazionalità dell’esistenza – 25.04.07.

 

«Ragione» è vocabolo cui si possono riferire due accezioni alquanto diverse. Si può parlare di ragione divina, quale principio stesso del creato, ossia di Dio come Ragione. In questo caso alludiamo ad una ragione misteriosa di cui possiamo sapere e capire, dal canto nostro, ben poco o quasi niente. Ma, comunemente, si pensa alla ragione umana, che è una facoltà di discorrere delle cose raccordandole logicamente le une alle altre.

Se privilegiamo questa seconda accezione del termine, da tutti ammessa, dovremo subito osservare che l’esistenza è un fenomeno arazionale. Un dato, per la ragione, a partire dal quale dovrà svolgere i suoi ragionamenti, a meno che non preferisca trincerarsi nella negazione dell’evidenza. Ma un dato di per sé inspiegabile, assolutamente non giustificabile e persino assurdo. Infatti la ragione umana è neutralità, tabula rasa. È un collodio continuo e omogeneo che non ammette impurità, né interferenze. Com’è concepibile, in base alla ragione umana, non dico l’esistenza, ma già l’essere? È del tutto inconcepibile, perché dato tutt’altro che neutro, dato arbitrario e impegnativo. Come concepire che vi sia stata in origine una massa compatta di materia, un nucleo di materia, che deflagrando e disseminandosi in mille brandelli abbia originato l’universo? Cosa significa «materia» e come può esservi una qualsiasi «materia» a partire dal vuoto razionale?

Sono riflessioni del genere che costringono a lasciare spazio, a ridosso di tutte le scienze basate sulla ragione umana e che potremmo definire discorsive, ad un ambito di conoscenze o sia pure ignoranze, di ricognizione e attività intellettuale, se non altro di ricerca a tentoni e aspirazioni o ambizioni, in cui si adagiano le religioni, le teologie e, in buona misura, anche le arti.

 

 

 

L’intelligenza – 25.04.07.

 

Ieri sera, programma tivù condotto da una cretinotta, sull’intelligenza. Si tratta di una minitavola rotonda con sei o sette interlocutori di cui solo tre o quattro sono poi autentici esperti in materia di funzionamento della psiche, mentre uno che è un letterato, ad esempio, si limita, per brillare, a fare dello spirito. I quesiti proposti dalla mezzobusto sono di una desolante banalità e il riflesso di luoghi comuni privi di qualsiasi interesse. Ma gli specialisti sottolineano subito soprattutto una cosa: non vi è un’intelligenza che sia una facoltà unitaria con una sua specifica sede cerebrale. Il concetto di «intelligenza» ricopre una moltitudine di realtà cerebrali diverse. Gli uomini inventano una parola astratta come «intelligenza», quindi poi pensano che l’idea da loro nominata debba esistere come cosa determinata e a sé stante. Ma l’intelligenza, sempre che d’intelligenza si debba o possa parlare, è una rete di fenomeni cerebrali e psichici svariati.

Subito si va a parare sull’argomento del quoziente intellettuale. Gli esperti strillano come fosse stato loro acciaccato un piede: il q.i. è solo uno strumento di valutazione valido in relazione a determinati contesti, a determinati scopi specifici. Non misura realmente l’intelligenza, la quale non può essere racchiusa in una semplice espressione numerica! Intanto, però, si continua a discettare in materia per oltre mezz’ora.

Si viene a sapere che, in Francia, vengono sottoposti ad esami del q.i. gli alunni delle medie, se non delle elementari, e che gli infanti trovati in possesso di un q.i. di 140 punti e oltre vengono segregati in scuole speciali per geni in erba. La presentatrice annuncia che nel paese ci sono oltre mezzo milione di tali superdotati.

La Francia ha sempre avuto la mania delle classifiche, delle bocciature secche e dei premi ai presunti migliori.

Non credo che mentalità e sistemi del genere favoriscano una crescita equilibrata della gioventù, né l’intelligenza dei pochi più dotati degli altri. Lo sviluppo dell’intelligenza dei geni e dei non geni è certamente aiutato da un clima di fiducia, di amorevolezza, di scambio e di solidarietà reciproca.

 

 

 

Provocazioni e offese – 30.04.07.

 

In un ordine, o disordine, sociale fondato sul principio della lotta di tutti contro tutti e del «giusto» prevalere del più forte è naturale attendersi ad essere continuamente provocati, attaccati, offesi. E ciò, effettivamente, avviene nelle nostre società occidentali che si autoproclamano civili.

Avviene sul piano interpersonale, in particolare nell’ambito del mondo del lavoro, dove vige sostanzialmente la concorrenza e, pertanto, un incessante confronto a chi è più produttivo, più abile e/o più brillante. Perciò è una benedizione il pensionamento, l’uscita dall’arena, anche se ovviamente non dovrebbe allietare l’approdo all’ultima fase della vita in cui l’individuo in genere non ha più molte risorse, non è più gran che capace di approfittare delle occasioni di felicità che si presentano e anzi spesso è ormai completamente destrutturato fin nel profondo dell’animo.

Ma avviene moltissimo anche a livello di vita corrente, con regolari aggressioni in provenienza dall’ambito pubblico o parapubblico, che diminuiscono di numero ma non cessano con il ritiro dalla vita attiva. Giorni fa mi è stata notificata per via postale una multa di 81 euro da versare agli uffici amministrativi della città di Pisa in relazione ad un’infrazione commessa tre mesi or sono nel centro urbano, allorché cercavo semplicemente di raggiungere l’albergo e, con la macchina, mi ero perso nel dedalo delle stradine. Ero andato a Pisa perché invitato ad un congresso e, una volta pervenuto con difficoltà all’albergo, non ero più salito in macchina fino al giorno della partenza, in cui peraltro ero tornato a perdermi, questa volta in campagna per mancanza di un’adeguata e chiara segnaletica, non riuscendo a entrare in autostrada se non ad Altopascio. Pagherò questa multa senza fiatare all’ufficio postale di Castelvetro (MO), che d’altronde non c’entra e se ne frega. Però non accetterò a cuor leggero eventuali nuovi inviti ad eventi culturali in quella città.  

Altro esempio, con le compagnie d’assicurazione. La compagnia presso la quale ho assicurato la casa di nostra proprietà contro l’incendio e il furto ci sollecita con oltre un anno d’anticipo sulla scadenza un rinnovo decennale del contratto. Rispondiamo, invece, annunciando che non siamo intenzionati a proseguire il rapporto e recediamo dal contratto alla data di scadenza. Da Genova, in cinque o sei righe, ci fanno sapere che non possiamo cavarcela tanto a buon conto: dovremo versare il premio da loro fissato per altri dieci anni. Ecco che, per tagliar corto senza perderci in telefonate dalla dubbia efficacia ed evitare che il sangue ci salga alla testa, incarichiamo un’avvocatessa di risolvere il caso. Con quale esito, tuttavia? A noi, la faccenda sembra banale e anodina: è ovvio che o c’è stato un disguido tra l’agenzia di Modena e la centrale di Genova e quest’ultima è male informata, oppure si cerca d’intimidirci e forzarci la mano. In ambedue i casi la situazione dovrebb’essere rapidamente chiarita. Però rimane la possibilità non troppo remota che l’agenzia sia riuscita a far firmare a mia moglie impegni di cui non si è resa conto, oppure che vi siano nascoste da qualche parte clausolette tali da legarci le mani a tradimento. Inoltre, la competenza e autorità dell’avvocatessa è tutt’altro che garantita. Forse salteranno fuori pateracchi inestricabili. Forse dovremo risolverci a consultare a Modena un avvocato più agguerrito che, a prescindere dai risultati del nuovo intervento, esigerà intanto una seconda parcella, spropositata.

Queste offese, queste ferite, cui alcuni possono essere scarsamente sensibili o insensibili ma che per altri costituiscono di per sé un concreto danno, se non altro alla salute, sono imparabili, ineludibili e non compensabili. Certamente si cercherà di prenderle con filosofia, perché è l’unica vera difesa possibile. Ma rimarranno lì, cicatrizzate, come macchie scure che senz’altro connotano il tessuto della nostra vita sociale.

 

 

 

Onestà e protervia – 06.05.07.

 

Castigatezza, decenza, modestia sono sinonimi d’onestà. Contrari all’onestà sono l’eccesso, l’iperbole, il fanatismo.

L’onestà alberga in molti animi nel nostro tempo, ma non si fa vedere e non si vede. Non è una virtù in voga, tutt’altro. È in voga l’iperbole. Si idolatra il meglio che, come dicevano i nostri vecchi, è nemico del bene.

Tanto gentile e tanto onesta pare, cantava Dante. Non: tanto procace e ammaliante.

L’uomo onesto del Rinascimento poteva talvolta essere geniale, ma prima di tutto era equilibrato. Come uomo di cultura s’interessava un po’ di tutte le discipline, e di matematica e scienze come di filosofia e di arti.

Oggi, se vuol farsi considerare, l’uomo deve eccellere, anzi possibilmente primeggiare, in una disciplina: sportiva, del campo dello spettacolo e della comunicazione, professionale, politica, o dei rami accademici.

Un ciclista non è un calciatore, un nuotatore non pratica la corsa né il salto, un tennista non pattina sul ghiaccio. Uno sportivo, sul tardi, può riciclarsi in cantante o giornalista sportivo. Ma ciò avviene raramente, semmai diverrà allenatore. Al massimo un attore cinematografico potrà trasformarsi in regista o produttore. Un professionista non è un accademico. Forse la politica è ancora il grande settore in cui possono più facilmente approdare elementi di varia estrazione. Ma, in genere, i trasferimenti di ruolo e di competenze non sono ben visti dai nostri contemporanei e suscitano perplessità, sfiducia.

Nell’ambito intellettuale è ovvio che uno dovrà quasi necessariamente essere portato più per la matematica e le scienze oppure più per le lettere, la filosofia e le lingue. Ognuno sceglierà la sua via e non la dovrà mai abbandonare, anzi la dovrà approfondire tanto da dimenticare le altre.

Si giunge al punto che uno storico che si sia specializzato nel medioevo non dovrà azzardarsi a ficcare il naso nel Rinascimento, nel Sei o Settecento e, tanto meno, nell’era moderna e contemporanea. Anzi sarà meglio decida se occuparsi di alto o di basso medioevo, dopo di che non dovrà andare a calpestare le aiuole dei colleghi addetti agli altri periodi.

 

 

 

Volgere delle mode e libertà personale – 12.05.07.

 

Il tempo fugge, il tempo volge e rivolge le sue capricciose folate di vento, cambia incessantemente il viso delle presunte verità e delle esigenze sociali. Ciò ch’era verissimo ieri, oggi è falso e da condannare con deciso cipiglio. Ciò ch’è vero oggi sarà ridicolo domani.

Sono nato in epoca fascista, cioè in epoca in cui il progressismo era fascista, il modernismo era fascista, si pensava che il mondo intero fosse destinato a divenire in tempi brevi fascista. Nel dopoguerra l’arroganza fascista è stata sostituita dall’arroganza comunista. Ora il progressismo era marxista, il modernismo era marxista. I giovani, gli studenti dovevano essere comunisti, così mi disse con foga il responsabile di una cellula del partito che esponeva manifesti e volantini su un marciapiede nei pressi di piazza Fiume, a Roma. Quando un giorno, da studente, mi presentai a Bologna presso una libreria per cercare lavoro e, a tal fine, feci valere la mia preparazione letteraria e linguistica, il mio entusiasmo giovanile, mi risero in faccia: il primo ed unico requisito richiesto era implicitamente la tessera del partito. Oggi, in teoria e quanto meno in via provvisoria, né fascismo, né comunismo sono più tanto di moda. Però in Francia si parla di svolta a destra della società nel suo insieme, mentre nel ’68 e negli anni Settanta si era registrato un prepotente sbandamento a sinistra e guai, allora, a mostrarsi conservatori, patrioti, fautori dell’ordine o della disciplina.

Quand’ero piccolo, e ancora quand’ero giovane, tutti fumavano. I non fumatori erano rari, specie quelli di sesso maschile. Il non fumare, soprattutto da parte dei giovanotti, era decisamente mal visto: un sintomo di delicatezza, di femminilità, di asocialità. Da pochi anni è calata invece come una mannaia una condanna drastica della sigaretta e i fumatori sono fatti oggetto di una caccia alle streghe. Quand’ero giovane ben si sapeva che l’omosessualità esisteva dalla notte dei tempi. Però se ne parlava poco, il meno possibile. Era considerata un’anomalia, un vizio da nascondere se non da provarne vergogna. Ma da alcuni anni assistiamo, ora, ad una massiccia campagna di propaganda in favore degli amori intramaschili e lesbici. Non si vede più un film, sugli schermi e in tivù, in cui non facciano capolino vicende, baci e amplessi omosessuali.

Qual è, tra l’imperversare dei regimi e delle mode, la vera consistenza, il margine di manovra della libertà individuale e personale? Si inneggia alla libertà, ma il moto perpetuo di assalto e risacca delle onde del mare della storia lascia spazio per un’autentica libertà? Il moto del mare inevitabilmente, in superficie, trascina e la libertà autentica non è mai quella ufficialmente cantata, lodata, premiata. È invece anticonformismo e si configura regolarmente come una resistenza. È difficile, presuppone durezza di carattere o saldi agganci intellettuali e si costruisce nel tempo.

Può accadere che l’uomo libero prenda la parola, con vario esito. Più spesso, tuttavia, tace. Vive la sua vita privata, pazientando, confidando che la burrasca del momento passi.

I poteri pubblici, gli opinion maker in genere, danno per scontato che ciò che stabiliscono, decidono, decretano divenga verità e sia da tutti accettato. Non è così. La maggioranza silenziosa non protesta, ma si riserva di cambiare un giorno tutte le carte in tavola. Verranno nuovi poteri e nuovi opinion maker, che incapperanno in difetti non dissimili da quelli che connotavano i loro predecessori. Ma ciò che rimane davvero e che perdura è la massa del mare, non sono le correnti, non sono le maree né le ondate.

Il germe della libertà si conserva in quel sottostrato informe e silente. In certa misura vi opera e vi si sviluppa. Più tardi il suo portato, il suo frutto potranno risultare evidenti e, allora, si considererà che il messaggio c’è stato e rifulgeva in un tempo in cui, però, nessuno se n’era accorto.

 

 

 

Fiducia – 23.05.07.

 

La fiducia, come la bontà, non è una disposizione d’animo apprezzata dai moderni. Virtù troppo semplice, semplicistica e sempliciotta, la giudicano. La vita, la realtà sono eminentemente complesse e, a fronte di tanta complessità, l’animo umano dovrebbe dotarsi di risorse e armi psicologiche sofisticate.

Ma, intanto, vi sono vari tipi di fiducia, che meritano giudizi differenziati.

Difficile davvero negare il carattere positivo, e anzi necessario e addirittura indispensabile, della fiducia in se stessi. Senza un minimo di fiducia in se stessi non si va da nessuna parte. La fiducia in se stessi è il presupposto ineludibile di qualsiasi raggiungimento e realizzazione, eccezionale o modesta che sia. Senza fiducia in se stessi non c’è vita.

Altra cosa è la fiducia negli altri, nei famigliari, negli amici, nei mentori e nei compagni di strada a scuola, nel lavoro, negli estranei e sconosciuti, negli umani in genere. Sotto questo profilo, il neonato, poi il fanciullo, sostanzialmente dipendenti, partono carichi di un’illimitata fiducia, che poi va circoscrivendosi in estensione e ridimensionandosi in intensità con la crescita e l’acquisizione di una certa esperienza. Da parte di un adulto, certamente una fiducia eccessiva negli altri in genere è peccato d’ingenuità. Senza fiducia alcuna, però, non si potrebbe vivere e certamente non è facile identificare l’esatto discrimine tra fiducia utile e azzardo di fiducia pericoloso, spericolato o dannoso.

Un aspetto particolare della fiducia negli altri è quello relazionabile alla loro capacità e disponibilità a capirci, ad apprezzarci. Io dipingo e scrivo, ma credo che terze persone se ne accorgeranno un giorno? Ho fiducia in me, credo nel valore di quanto dipingo e scrivo, credo di esistere in quanto operatore culturale, ma tutto ciò rimane eminentemente virtuale fintanto che questi miei assunti saranno solo personali, fintanto che non saranno stati omologati e convalidati da un’altra sponda. Credo in questa futura sponda, di cui, allo stato e da decenni, non si nota la minima traccia? Un tempo ho potuto sperare; oggi credo che gli altri difficilmente mi verranno incontro per un fatto di disinteressata intelligenza, per un fatto di disinteressata sensibilità; credo che mi accetteranno e valorizzeranno solo quando, e se, saranno mossi da una considerazione d’interesse, personale o di categoria. Insomma mi accetteranno e valorizzeranno semmai per motivi frivoli e nel contempo distorceranno il mio profilo, la mia immagine.

Un’altra fiducia di cui oggi quasi non si può più osare scrivere è la fiducia in Dio, più specificamente detta fede. È però il perno d’ogni altra fiducia.

 

 

 

Caso Laure Manaudou: tempesta in un bicchier d’acqua – 24.05.07.

 

Una ventenne nuotatrice «francese» si è innamorata di un altrettanto giovane nuotatore italiano ed ha deciso di trasferirsi in Italia. La circostanza sarebbe banalissima e non meriterebbe, di per sé, di far notizia. Senonché la sportiva era uscita dall’anonimato più assoluto tre anni fa per vincere di colpo medaglie su medaglie e battere record su record, imponendosi all’attenzione fanatica del nazionalismo francese. I francesi, che all’inizio le avevano piuttosto messo i bastoni tra le ruote, si erano poi convertiti in massa alla sua religione e già ne avevano fatto la loro mascotte privilegiata in sostituzione di Zidane, da poco andato in pensione.

A dire il vero Laure, come ancor più Platini e Zidane, è in partenza «francese» per modo di dire. Certo, è nata in Francia, ma da madre olandese, il che in larga parte spiega implicitamente la sua vocazione e le sue doti per il nuoto. D’altra parte, quasi tutti i francesi importanti del mondo dello sport, come dello spettacolo e dell’arte, sono dei finti francesi. I francesi «di ceppo» sono per lo più dei cretinotti limitati ed arroganti e, in fatto di discipline sportive, delle schiappe. La nazionale di calcio di quel paese, tenuta a intonare fieramente la marsigliese prima degli incontri, si compone per tre quarti almeno di ragazzi di colore.

Però l’assimilazione, in Francia, è cosa davvero seria e, in qualche modo, potenzialmente bilaterale. Non appena uno che postula alla cittadinanza francese si illustra nel mondo, la francesità gli viene attribuita oltre il richiesto.

L’improvvisa decisione di Laure di trasferirsi in Italia ha scatenato un putiferio. Il popolo francese, che quattro anni fa ne ignorava l’esistenza, oggi s’indigna di questa inaudita scelta. Per un capriccio d’amore (in francese: une histoire de cul) la zidanina butta via la gloriosa nazione dei diritti dell’uomo appigliandosi a quel «povero paese» ch’è l’Italia? È un tradimento ed è una sciocchezza! L’Italia non saprà mai prepararla a raggiungere nuovi traguardi! E il suo bellimbusto d’innamorato non tarderà a scaricarla! Queste convinzioni non vengono dette apertis verbis, ma sottintese e suggerite con notevole aggressività persino in tivù.

Trovo la ragazza decisamente simpatica e ritengo abbia fatto benissimo a sottrarsi al controllo dei suoi mentori interessati. Ma, da supercampionessa di nuoto, va da sé che da noi s’imbatterà in nuovi mentori non meno interessati. Temo per la sua fragilità. Se abbandonasse in toto il nuoto, preferendogli la fondazione di una famiglia e una vita ordinaria, certamente ammirerei ancor più il suo coraggio. Probabilmente, però, non sarebbe ragionevole e lei non può. Le conviene ancora sfruttare le sue doti straordinarie fintanto ch’è giovane, cioè per un pugno di anni, anche – se non soprattutto – per le cospicue rendite finanziarie da pubblicità che ormai accompagnano la sua carriera sportiva.

 

 

 

Una vita rettangolare – 27.05.07.

 

Dice che l’allungamento della vita in continua ulteriore progressione, dovuto ai passi da gigante compiuti dalla medicina e che è uno splendido successo, comporta però effetti secondari o collaterali infausti ragguardevoli: principalmente, l’invecchiamento generalizzato della popolazione, nonché il frequente protrarsi di processi invalidanti e degradanti di decesso. La lunghissima vita si conclude, insomma, con una lunga morte, indegna dell’uomo.

Siffatte considerazioni conducono alla teorizzazione, in ambienti scientifici illuminati, della «vita rettangolare». Questo modello implicherebbe una progettazione controllata della vita in tutto il suo decorso, con morte volontariamente fissata o accettata in data determinata.

Rimango allibito, non di rado, al sentir divagare a ruota libera e sragionare uomini di mera scienza.

Rifletto che non posso saper gran che, in anticipo, sulla mia propria morte, comunque certo ormai non più lontana le mille miglia. Ma che, intanto, la mia vita ad oggi vissuta è stata quanto di meno rettangolare si possa immaginare, e ciò a prescindere da scelte mie o altrui. È stata a zigzag, infarcita di aspre difficoltà e contraddizioni.

Difficilmente il percorso di uno che cresce, deve scoprire chi è e cos’ha da dire, può essere pianificato e «rettangolare». Come una pianta, si alza cercando il sole. Ma incontra cento ostacoli, che deve aggirare, in funzione dei quali e per aggirare i quali deve costantemente modificare i suoi programmi, le sue strategie.

Altra preoccupazione è quella della morte. Eutanasia e suicidio per decorrenza dei termini autodecisa sono, a mio avviso, temi da affrontare in separata sede e che non implicano una razionalizzazione dell’intero decorso della vita in quanto tale.

La questione dell’eutanasia è delicata soprattutto in quanto è difficile stabilire risolutivamente, senza ripensamenti né pentimenti, a chi spetti la decisione di abbandonare alla morte o d’infliggere la morte. Le società civili in cui viviamo, pressate dall’opinione, vareranno in materia man mano e sempre comunque in ritardo regolamentazioni di comodo del tipo di quelle che hanno adottato sull’interruzione di gravidanza e l’aborto, osservate poi in modo approssimativo e destinate sempre ad evolversi. Cioè, non risolveranno affatto il problema nel merito, ma lo tratteranno alla meno peggio in sede empirica.

L’autosoppressione è sempre possibile in teoria, a condizione che l’interessato disponga ancora delle forze per buttarsi da un ponte, da un piano alto o sotto un treno, di impiccarsi a una trave, tagliarsi le vene o piantarsi un coltello nel petto. La società, tuttavia, fa di tutto per evitare simili evenienze. La vendita di armi da fuoco è severamente regolamentata e limitata in Europa; e anche quella di sostanze potenzialmente nocive per la salute è oggetto di limitazioni e cautele. Soprattutto, comunque, c’è da dire che chi raggiunge un’età in cui decide che vorrebbe morire spesso non ha più la forza né i mezzi per sopprimersi da solo. Anche psicologicamente può avere bisogno di un aiuto, di un appoggio che lo conforti nel suo verdetto autosoppressorio. Inoltre, solo i medici sono in grado di proporre e procurare strumenti di morte insensibile, dolce. Il che, anche riguardo a questa voce, sostanzialmente ci riconduce al concetto dell’eutanasia.

 

 

Porta a porta, portale a portale – 28.05.07.

 

Siamo nella civiltà della comunicazione, dell’informazione e delle offerte.

Vivo in un piccolo paese dell’Italia settentrionale e, qui, è tuttora attuale l’offerta di beni porta a porta. Regolarmente degli africani suonano al campanello e, per allontanarli, mia moglie, facendosi passare per la donna di servizio, citofona loro che «la signora non è in casa». Vendono asciugamani, canottiere, occhiali da sole e cianfrusaglie. Anche qualora non si sia disposti all’acquisto, si lamentano della loro vita grama e chiedono un’offerta. Un camioncino di meridionali che vendono frutta e verdura visita la nostra via saltuariamente. Procede a passo di lumaca, sostando ogni venti o trenta metri. Arringa le casalinghe mediante altoparlante: «patate, patate, cipolle, aglio nuovo, pomodori, meloni!».

Offerte d’altro genere, meno rustiche e più differenziate, piovono a decine e centinaia in Outlook, se si è in possesso d’un p.c., collegati a Internet e titolari d’un indirizzo elettronico, salvo filtraggio dei messaggi da parte del provider. È il cosiddetto spam: orologi, generi vari, ma soprattutto prodotti di potenziamento sessuale.

C’è da dire che il porta a porta comporta anche un altro genere di pressioni da subire. I testimoni di Geova ci vengono a chiedere se crediamo nella Bibbia e ad annunciarci la fine imminente del mondo. Ci lasciano loro opuscoli di propaganda e si sforzano d’invitarci alle loro riunioni.

Per posta ricevo il calendario francescano di Frate Indovino, sollecitazioni iterative e pressanti di abbonarmi e riabbonarmi al Fondo per l’Ambiente Italiano, ad una società pseudoculturale piemontese, ad una decina buona di associazioni e riviste.

L’informazione televisiva è in misura non indifferente propaganda. E i programmi televisivi di entertainment divulgano insistentemente messaggi e quasi parole d’ordine «culturali» e di comportamento sociale. Da pochi anni è in atto, attraverso soap e filmini, una massiccia rivalutazione e quasi esaltazione dell’omosessualità. L’improvviso e tanto intenso accavallarsi di vicende amorose intramaschili ed intrafemminili non dipende certo da una mera svolta dell’ispirazione dei produttori e degli artisti. Il minculpop continua di fatto da sempre ad esistere e ad imperversare sotto nuove, mentite spoglie, anzi rendendosi il più possibile inavvertibile in quanto tale, inidentificabile.

 

 

 

Castigo o rieducazione – 28.05.07.

 

Com’è più giusto o più ragionevole reagire di fronte ad un comportamento deviante dalle regole sociali, morali e/o legali vigenti? Sarà il caso di punire o, soprattutto, di rieducare il responsabile dell’infrazione? È un dilemma che si pone a livello di collettività e di Stati, e altresì si pone, nel piccolo, in seno alle famiglie naturali.

Viene spontaneo suggerire che rieducare è preferibile. Ma la rieducazione, per essere efficace, non presuppone e necessita anzitutto forme di penalizzazione? Inoltre, è sempre possibile rieducare? Non vi sono persone da credersi irrimediabilmente refrattarie alla rieducazione, né comportamenti aberranti e atroci al punto da rendere inconcepibile un qualsivoglia riscatto?

Altre questioni rilevanti: indipendentemente dall’idoneità o meno del soggetto ad essere rieducato, siamo noi sempre in grado ed abbiamo noi sempre i mezzi di procedere ad un’adeguata rieducazione? Come valutare il grado di consapevole responsabilità di chi abbia commesso un’azione riprovevole, come valutare la sua salute mentale e la sua maturità umana? Crediamo che gli strumenti psicologici disponibili davvero ci rendano capaci di ciò? Se l’individuo ha compiuto il male per disperazione o non comprendendo la portata controproducente del gesto, non dovrebbe egli essere curato più che castigato o rieducato? Ma siamo noi in grado di curarlo, e ne abbiamo i mezzi?

La Giustizia pubblica, da sempre si barcamena tra questi problemi. E così il padre di famiglia si angoscia e si strappa i capelli. Ci si accontenta in via provvisoria di soluzioni approssimative ed empiriche.

La pena di morte per i reati gravi, a mio avviso, comporta due soli veri inconvenienti in sede di dottrina. Il primo è che rimarrà sempre incerto il discrimine tra reati gravi e meno gravi, quindi non determinabile con certezza indiscutibile l’ambito d’opportuna effettiva applicazione della pena capitale. Il secondo è che, a causa dell’incerta preparazione, attenzione e capacità dei singoli magistrati, appare del tutto impossibile escludere nella pratica giudizi affrettati o abusivi, nonché errori giudiziari, con conseguenze, nel caso specifico, esiziali, cui nessun sistema può sottoscrivere a cuor leggero.

L’abolizione della pena di morte è considerata un grande progresso civile. Ma ha senso detenere a vita o anche solo per lunghissimi periodi individui che si sono macchiati di crimini efferati e sono da reputare irrecuperabili? O è forse giudizioso rimettere in libertà dopo pochi anni persone non recuperate o irrecuperabili che quasi fatalmente commetteranno recidive?

Si finge, per comodità intellettuale e pratica, che questi nodi non esistano o che, comunque, non intacchino la sostanziale validità dei sistemi giudiziari. Si finge che la Giustizia sia giusta e affidabile. Ma la giustizia autentica è un’arte, eminentemente responsabile ed umana. Oggi mancano gli artisti e, oltretutto, nessun giudice si assumerebbe mai l’onere di comportarsi da artista responsabile. Ci si affida a voluminose compilazioni di prescrizioni, a procedure rituali, a protocolli collaudati e soprattutto a un bailamme di gesticolazioni e giaculatorie retoriche.

 

 

 

Colpevolezza – 29.05.07.

 

Tema oltremodo complesso, anzi complicato e delicato.

Chi commette atti riprovevoli può essere consapevole della propria colpevolezza e pertanto accettare di buon grado la sanzione della Giustizia, se non addirittura sollecitarla. Parliamo di colpevoli coscienti, che rimpiangono il loro gesto, si pentono, e di cui si può pensare possano redimersi.

Ma la maggior parte di coloro che si rendono responsabili di crimini gravi o atroci non ne sono consapevoli, non lo riconoscono, quanto meno reputano il loro comportamento giustificato dalle circostanze oppure negano i fatti. E questo, per la Giustizia, costituisce un primo grosso problema. È più difficile e problematico condannare e punire uno che si protesti e si creda innocente. Certo, di fronte all’evidenza pluricomprovata dell’atto criminoso verrà comunque pronunciata la condanna. Ma sarà una condanna che potrà lasciare l’amaro in bocca o sollevare interrogazioni retrospettive, in quanto non condivisa dall’interessato. Ci si potranno chiedere molte cose: se l’imputato fosse davvero colpevole, se lo fosse nella misura stabilita, se non si fossero trascurate circostanze attenuanti, ecc…

La disinvoltura leggera con cui molti atti criminosi vengono perpetrati suscita stupore in osservatori esterni edotti.

D’altra parte, invece – e, se vogliamo, è un caso speculare –, abbiamo soggetti che nutrono e covano sensi di colpa infondati: schiere di colpevoli per convinzione e vocazione, che non hanno mai fatto male a una mosca.

Insomma vi è un notevole sfasamento tra malvagità oggettiva e consapevolezza di colpa.

Il quadro è poi ancor più turbato dalla relativa arbitrarietà della morale e della legge in seno a ciascuna società. Non è detto che la morale e la legge ci prendano quando decretano cosa sia bene o male, pongono paletti e divieti. Forse ci prendono solo in parte e, certamente, fanno anche fatica ad adeguarsi all’evoluzione delle sensibilità e del costume. Ciò ch’è vietato e considerato abominevole in determinate società e determinati periodi è invece reputato banale e ammesso in altre o in altri.

Il male non è tutto definibile in maniera perfettamente certa. Quindi vi è già anche uno sfasamento tra un eventuale male autentico e i tabù morali o legislativi.

 

 

 

Rifulge il progresso democratico – 11.06.07.

 

Neppure hai un tuo stretto parentado cui possa affidare i pochi tesori di cui disponi (disegni, dipinti, archivi di documenti, oggetti tramandati da genitori e antenati, libri) e su cui tu possa contare per conservare di te un qualche ricordo. Perché la democrazia progressista ha disgregato le famiglie.

Neppure hai un fazzoletto di terra su cui far scavare la tua tomba. Perché la democrazia egualitaria e populista ha di fatto abolito la proprietà.

Già ora, e da sempre, non conti nel consesso umano e, non appena morrai, sarà cancellata di te ogni traccia di memoria. Perché in un autentico alveare democratico ciascuno pensa solo ai fatti propri e tutti se ne fregano di te.

 

 

 

Eva Braun – 13.06.07.

 

Già in un recente passato mi è capitato di vederne qualche scorcio, ma ieri sera ARTE ha mandato in onda una lunga sequenza di filmini girati o fatti girare da Eva Braun «in famiglia», principalmente al nido d’aquila che Hitler si era fatto costruire nelle Alpi bavaresi.

I commenti del giornalista sono severi e oltretutto insinuano sospetti d’ogni genere, ma le immagini mostrano una vita spensierata, lieta, tra amici, con più presenze femminili e diversi bambini. Hitler ha tutta l’aria di un comunissimo padre di famiglia nordico-occidentale, sul giulivo e sorridente. Gli alti ufficiali che gli tengono compagnia sono affabili e discretamente galanti con le signorine.

Frattanto l’Inghilterra è pesantemente bombardata, è vero. Poi parte e si arena la pseudo guerra lampo contro l’URSS e muoiono milioni di persone, tra cui oltre duecentomila valorosi militari tedeschi. Inoltre è lanciato il piano di sistematica eliminazione degli inabili, degli zingari, degli ebrei, che, questo, darà due milioni di morti almeno, senza contare la detenzione di masse cospicue di diseredati in campi di lavoro e/o di concentramento inumani.

Ma la Braun, che c’entra? È responsabile? È corresponsabile, e in quale misura?

Certo, la sua responsabilità, lei l’ha assunta pienamente raggiungendo in extremis il suo uomo nel bunker di Berlino e suicidandosi assieme al Führer. Ma noi, pur consapevoli dell’atrocità degli scempi perpetrati dal nazismo, questa responsabilità o corresponsabilità, gliela possiamo francamente imputare, e fino a che punto?

Nei filmini è una giovane donna disinibita e apparentemente priva di crucci. Una sua sorella sposa un generale delle SS senza problemi e la cerimonia è quanto di più normale si possa immaginare nel genere. Lo stesso Hitler è un tizio qualunque, bonario, sognante, senza la minima traccia di cattiveria nelle espressioni del volto.

Soprattutto, queste riprese pongono il problema della consapevolezza, della responsabilità umana, e del rapporto tra atti, conseguenze degli atti, e intenti.

Giustamente, Hannah Arendt ha sottolineato che le più crudeli atrocità non sono in genere commesse da mostri, bensì da comunissimi uomini qualunque che non si rendono pienamente conto di ciò che fanno. Ci può essere un gap d’inconsapevolezza, anche molto esteso, tra ciò che pensiamo, vogliamo fare, crediamo di fare, e ciò che effettivamente facciamo.

 

 

 

Responsabilità e Giustizia – 13.06.07.

 

La Giustizia degli Stati è ben lungi dal poter essere davvero giusta ed equa.

La Giustizia degli Stati è una giustizia largamente empirica, una giustizia di comodo e alla meno peggio. Si sa ch’è ingiusta, inadeguata, arbitraria, ma non se ne può fare a meno negli Stati. Senza di essa regnerebbe il caos, che sarebbe peggiore del semplice disordine entro cui viviamo.

Il nodo che condanna la Giustizia umana è quello dato dall’impossibilità di determinare le responsabilità reali.

Nei tempi antichi la valutazione della responsabilità era affidata sostanzialmente alla saggezza dei re o di giudici plenipotenziari nominati dai re. Oggi i giudici, come pure gli avvocati, fanno capo e riferimento ad un armamentario di leggi e di codici, ossia sono preposti a far funzionare un macchinario in cui si finge abbia sede l’autorità in quanto esso sarebbe voluto dal popolo. La Giustizia è dunque divenuta in sostanza meccanica e i funzionari del settore si sottraggono con questo alibi al peso morale di un giudizio personale.

Senonché la macchina, qualunque essa sia, è assai meno in grado di evidenziare le vere responsabilità umane del senno e dell’esperienza di un giudice autorevole.

Come sondare l’animo umano?

Qual è, in un crimine commesso, la parte d’intenzione, la parte d’incoscienza, la parte di malattia mentale?

Anzitutto, certo, si tratta di stabilire se il crimine sia stato effettivamente commesso e vi sono purtroppo processi in cui risulta proprio questo il punto cruciale da appurare, mentre l’indagine sui fatti dovrebb’essere interamente preprocessuale e dovrebbe competere ai servizi di sicurezza. Ma, una volta accertato che il fatto è avvenuto, come riscontrarne le responsabilità reali? La Giustizia si farà semmai venire dubbi sulla salute mentale del criminale, sulle circostanze attenuanti la responsabilità. Ma mai potrà veramente definire l’esatto grado di responsabilità del tristo protagonista, perché non ha i mezzi per sondare efficacemente l’animo umano. Né le pene che infliggerà potranno mai, nelle condizioni correnti della carcerazione, avere un effetto rieducativo, né, in caso di malattia mentale, un effetto concretamente risanante.

 

 

 

Scrivere a bella posta o trascrivere quanto la coscienza detta – 13.06.07.

 

In televisione informano riguardo ai temi di filosofia dati da svolgere in Francia per l’esame di maturità ed io mi sorprendo ad interrogarmi su come avrei svolto eventualmente quegli argomenti. Ho l’impressione che i miei sforzi di dissertazione sarebbero approdati ad altrettanti fiaschi.

Per lo più la gente, quando scrive, scrive apposta, su argomenti stabiliti da altri o prescelti, ma volontariamente, e ponendo in gioco tutte le proprie capacità, nonché le proprie competenze (donde il rito delle citazioni).

Altro è lo scrivere perché ispirati, spinti, come sotto dettato o suggerimento di uno Spirito Santo.

Gli scritti umani possono essere informati, eruditi, composti a regola d’arte. Ma in genere sono tremendamente noiosi. Solo la voce di Dio non viene mai a noia.

 

 

 

Libertà d’espressione e di stampa – 13.06.07.

 

Ricordo che diversi anni fa un capo di Stato di un paese del Terzo Mondo ebbe a lamentarsi con l’allora presidente della Repubblica francese del fatto che veniva pesantemente criticato e sbeffeggiato nella stampa dell’Esagono. Il capo dello Stato neogallico rispose fieramente che in Francia la stampa è libera e che il potere politico non avrebbe alcun mezzo di influire su di essa. In conformità di tale dichiarazione, tempo fa, quando uscirono in Danimarca le famigerate vignette antimaomettane, un noto giornale francese si affrettò a riprodurle e vinse un processo contro la comunità islamica a dimostrazione ed esaltazione della libertà di stampa.

Però, allorché circa un anno fa un altro periodico a grande tiratura si azzardò a pubblicare un servizio fotografico dal quale si evinceva con sconcertante chiarezza come la moglie, Cécilia, cornificasse l’allora ministro dell’interno e oggi presidente della Repubblica Sarkozy, il direttore del medesimo fu costretto a dimettersi. E pochi giorni fa, quando la televisione belga mandò in onda una ripresa di una laconica conferenza stampa tenuta, all’uscita da un suo incontro a quattr’occhi con Putin, da un Sarkozy ilare, ammiccante, titubante, incapace di spiccicare due parole e che forse non aveva bevuto solo acqua, si rasentò l’incidente diplomatico e al giornalista fu imposto di presentare formali scuse.

Se ne ricava che, se, da un lato, è certo che il giornalismo sfrutta ad oltranza fatterelli e tematiche di cui sarebbe più opportuno tacere, d’altro lato la cosiddetta libertà d’opinione, d’espressione e di stampa esiste nei nostri paesi solo per quel tanto che non guasta o che, anzi, magari conviene ai potenti.

 

 

 

Anticamere di smistamento della sessualità – 15.06.07.

 

Ci sono esperienze giovanili di cui si tace, un po’ perché considerate prive al tutto di rilevanza, un po’ perché forse imbarazzanti e comunque non esaltanti. La memoria, si sa, è selettiva: non registra tutto e in particolare oblitera non solo quanto pare non servire, ma anche, totalmente o parzialmente, quanto pare poter danneggiare, più che servire, il soggetto. Eppure le esperienze cui mi riferisco sono basilari per la formazione e hanno inciso nelle età in cui non era chiarissimo ancora l’orientamento della nostra sessualità.

Ricordo di essermi scoperto una vocazione sensuale o, direi, protosessuale in età precocissima, attorno ai cinque-sei anni. Mi piaceva guardare il culetto delle bambine e ad una, con cui avevo simpatizzato, feci calare le mutandine in una rimessa vuota nei dintorni di Siena; mentre in altra occasione, affacciato da una finestra dell’appartamento di mia nonna, mi beai della vista di un’altra che, accovacciata di spalle a gambe divaricate, faceva la pipì in piazza Santa Croce a Firenze.

Quando ero ormai un ragazzino d’un undici o dodici anni, ricordo un gioco a quattro in una stanza alta d’un immobile in cui eravamo condannati dai genitori a fare, per modo di dire, la siesta, in estate, in una località della costa adriatica. Non potevamo dormire, vivaci com’eravamo, alla luce del giorno, e invece scherzavamo. Giocavamo a darci manate e a scansarle, in particolare sul deretano. Una cuginetta, che era la più piccola del gruppo e meno riusciva a difendersi, finì col prendere anche gusto al ruolo di bersaglio. Si lasciò andare prona sul letto e noi, a turno, paf… paf…, la sculacciavamo e, con le dita dell’altra mano, scostavamo, ridendo, la striscia di tessuto divenuta quasi una cordicella tra le cosce e le scoprivamo l’orifizio anale. Lei rimaneva lì passiva, senza reagire, e tutti, soprattutto lei ed io – credo –, godevamo senza capire di che, né perché. Questo gioco ricominciò a Fregene, tra me e lei soli, in una capanna di frasche che ci eravamo costruita, ma eravamo troppo immaturi perché potesse svilupparsi ulteriormente e approdare a veri e propri atti sessuali, di cui ancora non avevamo idea.

Sono di grande attualità oggi l’omosessualità e la pedofilia. M’interrogo circa le eventuali esperienze, forse rimosse, in questi due settori, il primo dei quali è stato ampiamente decolpevolizzato e trionfa in tivù, mentre il secondo è a parole colpito da tabù ed esecrazioni, ma oggetto, sui media e nei tribunali, di un’attenzione ossessiva, sostanzialmente ambigua.

La mia sessualità vera e propria si è sviluppata tardivamente. Talvolta mi sono state attribuite, credo, potenziali tendenze omosessuali da conoscenti malevoli o stupidi, ma in realtà non ho mai provato la benché minima attrazione, né attiva né passiva, per il sesso maschile. L’omosessualità maschile mi ha più che altro fatto sorridere o ridere quand’ero giovane. Di fronte a qualche occasionale avance maschile di cui sono stato effettivamente oggetto da giovane e anche da meno giovane ricordo di essermi sempre mostrato di una disarmante ingenuità, che mi è valsa anche da impermeabile difesa: accorgendosi che io neppure immaginavo di cosa si volesse parlare e non ero minimamente incuriosito, i maschi depravati si convincevano  rapidamente che ero un irrecuperabile stupido e si stancavano delle schermaglie vane.

Una discreta focalizzazione meritano invece alcune vicessitudini che ricordo essermi capitate da giovane adulto con bimbe piccole. Vicessitudini tenui e fortuite, implicanti scarsissima intenzione da parte dei protagonisti e che pertanto possono definirsi senz’altro largamente accidentali.

Per un breve periodo dopo l’esame di maturità, a Roma, ho lavoricchiato quale accompagnatore di scolaresche in un pulmino che riconduceva a casa gli studenti a fine mattinata. La scuola era il ginnasio e liceo francese della capitale in cui io stesso avevo precedentemente studiato. Una ragazzina francese in età prepuberale veniva regolarmente a sedersi nel posto vuoto accanto a me, o forse ero io che talvolta mi sedevo accanto a lei. Parlavamo del più e del meno ed era come se quella conversazione animata, sbarazzina, mi riportasse per una parentesi di pochi minuti anni addietro, al tempo cioè della spensieratezza, delle speranze sconfinate, mentre già a quell’epoca cominciavo a scontrarmi con i gorghi ostici e le amarezze della «vita attiva». Lei doveva provare nei miei confronti una confusa empatia anche connessa – suppongo – alla mia condizione di compiuto adulto e, attraverso lei, a me tornava a trasparire il paradiso dell’adolescenza. Così, il nostro affiatamento diveniva sempre più stretto e appariscente. E l’intesa particolare non piacque all’autista del mezzo, che finì, un bel mattino, coll’andare in escandescenze, coll’accusarmi, vociferando tra tutti quei giovani, di peccaminose mie intenzioni e minacciarmi di denuncia alla direzione della scuola. Non seppi reagire all’insana sfuriata. Rimasi frastornato, non capacitandomi di cosa quel volgare ignorante intendesse esattamente suggerire, di cosa mi rimproverasse, ma presentendo che potessero esserci anche effettive tracce di verità a mio carico nelle considerazioni che lo muovevano a tanta rabbia. Smisi comunque, per varie ragioni, di prestarmi a quel lavoro. Ignoro cosa la francesina abbia, dal canto suo, compreso e  ricavato dall’incidente.

All’epoca in cui menavo una vita da libero frate operaio in quel d’Arezzo andavo talvolta a visita in un casolare vicino a quello abbandonato da me occupato. Vi risiedeva una famiglia di contadini, con due figlie tra i nove e gli undici anni. Mi è rimasto impresso nella memoria come queste mi facessero sempre festa e come un pomeriggio, mentre stavo seduto su una seggiola impagliata davanti al camino acceso, mi vennero intorno, mi si arrampicarono a cavalcioni sulle ginocchia. La più grandicella si era sistemata sul mio ginocchio destro e, presumibilmente priva d’indumento intimo sotto il corto gonnellino, aveva preso a sdrusciarsi avanti e indietro sul pantalone di velluto grezzo. Sperimentava senza saperlo, senza malizia intenzionale, il godimento sessuale, e ci prendeva gusto. Io, che per di più ero allora invischiato in pregiudizi religiosi e di astinenza ascetica, venivo colto dallo sconcerto, non sapevo cosa fare. Da un lato, avrei potuto scandalizzarmi, alzare la voce, brontolarla e cacciarla, accusarla di fronte ai genitori e farla punire. D’altro lato, quasi mi sarebbe piaciuto invece stringere con lei un patto, incoraggiarla, prenderla in disparte per aprirle gli occhi su segreti ancor più godibili.

Quando ero allievo infermiere ad Amsterdam, mi capitò d’essere incaricato più volte di far fare il bagno a una bambina di una decina d’anni, forse meno. L’operazione si svolgeva in un bagnetto attiguo alle sale dei degenti. Si trattava di controllare che la piccola entrasse nella vaschetta piena d’acqua tiepida per lei predisposta, che s’insaponasse ben bene, che poi si sciacquasse e si asciugasse; ma anche di aiutarla in queste varie fasi, perché non sapeva cavarsela da sola. Quando una prima volta e, diciamo, casualmente, nell’insaponarla o risciacquarla, le dita della mia mano destra le sfiorarono la clitoride, lei ebbe un sussulto, un vistoso fremito. Io, le successive volte, volevo evitare di ripetere l’incauto gesto, ma lei, che invece non sperava altro, inscenava pretesti tali da indurmi a farle rivivere la commozione.

Da queste informazioni mnemoniche evinco che la questione detta della «pedofilia» è senz’altro più complessa di come la si vorrebbe far sembrare per ragioni di economia intellettuale, morale, legale, ecc… Come diverse norme e leggi, così anche determinate concezioni convenute sono nasi posticci applicati su realtà serie e persistenti. È comodo stabilire per legge che si raggiunge la maggiore età, mettiamo, a 18 anni. Che a partire dai 18 anni, pertanto, si può fare ciò che si vuole e si è responsabili di se stessi; ma che prima si è, sessualmente parlando, degli innocenti intoccabili. La natura se ne frega delle leggi e prevale su di esse, quando siano arbitrarie e artificiose. Ed è un pregiudizio credere che l’erotismo con minori sia sempre e necessariamente da riferire a istinti devianti di adulti. La maturità sessuale non subentra, né organicamente, né psicologicamente, da un giorno all’altro; si costruisce nel tempo; e certamente comincia a costruirsi molto prima dei 18 anni. Per cui la richiesta d’erotismo, quantunque non pienamente consapevole, non adeguatamente espressa, né orientata, può perfettamente emanare da giovani preadolescenti ed impuberi. Non va incoraggiata, d’accordo; e non se ne deve trarre occasione per abusi egoistici che inficino l’integrità fisica e morale del(la) minore. Ma una risposta drasticamente inibitoria basata esclusivamente su dinieghi, divieti, sanzioni, urla e punizioni, d’altra parte, non può rappresentare un modello educativo valido, né raccomandabile.

 

 

 

Riconoscimenti – 30.06.07.

 

L’autore soffre di non essere riconosciuto come tale, soffre della mancata adeguata corrispondenza, soffre nell’avvertirsi solo e della mancanza di scambio. D’altra parte, sono la sua stessa statura e la sua natura di talento originale a costituire ostacoli oggettivi ad un pieno riconoscimento, soprattutto nelle epoche in cui il giudizio decisivo è demandato a masse di sprovveduti o a operatori culturali di bassa lega, vicini ai gusti di dette masse e condizionati sotto il profilo economico-finanziario.

Gli ignoranti senz’arte, né parte, puntano anzitutto sulla comprovata frequentazione di scuole e accademie, nonché e soprattutto sui diplomi conseguiti, per stabilire chi sia cosa. Dato che sono assolutamente incapaci di apprezzare, quindi di valutare, sanno di esserlo oppure si ritengono a priori tali, i certificati cartacei sono ai loro occhi, quanto meno, una garanzia di base imprescindibile. A partire dal curriculum formativo e dagli avalli accademici si può cominciare a ragionare in sede critica.

Un pittore è uno che ha studiato presso accademie, studi di maestri, scuole di nudo, e soprattutto che ha fatto mostre, in contesto nazionale ed internazionale. Un poeta è uno che ha pubblicato volumi di poesia. Un filosofo è uno che si è laureato in filosofia e che poi ha insegnato la materia e pubblicato saggi e volumi specialistici. Faranno la coda per visitare musei, metteranno in bella mostra dorsi di volumi sulle scansie delle biblioteche, citeranno frasi prese qua e là, non perché la cultura faccia parte integrante della loro vita vissuta, ma per obbedienza reverente nei confronti della mass opinion, per complesso d’illimitata inferiorità e soggezione rispetto all’Autorità costituita.

 

 

 

Lunghezza del pene – 15.07.07.

 

Pare che i maschi italiani siano oggi ossessionati da preoccupazioni di lunghezza del pene. Leggo in una rivista abbinata al Corriere della sera che oltre ventimila concittadini si sarebbero sottoposti negli ultimissimi anni ad operazioni chirurgiche finalizzate ad allungar loro il membro virile.

Nell’articolo si sostiene che la lunghezza media del pene degli italiani sarebbe di 12,5 cm. La stessa iniziativa consistente nel fornire nero su bianco indicazioni cifrate e per altro verso così generiche è un chiaro indizio, a mio parere, dell’angoscia surriferita che sembra estendersi, in termini di fantasticheria onirica, alla categoria dei giornalisti.

A riposo, il pene è un’appendice eminentemente molle, di massa e lunghezza variabili. Incidono sulla sua consistenza in un momento dato vari fattori, ad esempio termico-ambientali, emotivi, psicologici, ecc… Più rigorosamente e significativamente determinabili sono indubbiamente la consistenza, la lunghezza e la grossezza del pene in erezione.

Quando si propongano misurazioni del pene in centimetri, andrebbe anzitutto precisato se l’organo sia considerato a riposo o in erezione. Inoltre, sarebbe opportuno specificare da quale base parta la misurazione, se dalla base dell’organo sul pube o da punti di riferimento più arretrati, magari assai più arretrati. Infine, la misurazione s’intende effettuata a glande scoperto o, sul pene a riposo, fino all’estrema punta del prepuzio? Mancando queste precisazioni fondamentali, il discorso diviene vaniloquio e si limiterà a nutrire evanescenti speculazioni psicologiche volte all’autocompiacimento, all’autoesaltazione, oppure – semmai, ma non credo – ordinate all’autocompianto.

È chiaro che, del pene altrui, non si ha in genere una conoscenza particolareggiata. Né, d’altronde, ci se ne cura. A ciascuno basta e avanza la familiarità con il proprio, a condizione di non soffrire a priori di sensi d’inferiorità e d’inadeguatezza.

Si sente e si legge di raffronti di lunghezza del membro cui si darebbero i ragazzini molto giovani, ad esempio andando ad urinare in gruppo sul ciglio d’un fosso. Suppongo che simili concorsi improvvisati avvengano realmente e che possano originare complessi di vario genere. Io, forse anche perché ero sin da piccolo un individualista piuttosto scontroso, non ho mai partecipato al gioco.

12,5 cm. di lunghezza media del pene a riposo mi sembrano tanti. Su di me, dal pube all’estremità del glande scoperto, misuro 10 cm. In erezione, ricordo che raggiungevo i 16,5 cm. Non escludo che siano, perché no, dimensioni modeste. Si sente parlare di lunghezze di oltre 20 cm. Comunque sia, non sono mai stato afflitto da particolari complessi d’insufficienza, ho avuto da mia moglie tre figlie e un figlio e ho ingravidato a suo tempo almeno tre altre ragazze che, da un giorno all’altro, non mi hanno più voluto guardare in faccia e si sono fatte abortire.

 

 

 

Età della procreazione – 15.07.07.

 

Una delle caratteristiche distintive deteriori più tipiche delle nostre civiltà democratiche occidentali è, a parte la stessa limitazione indotta delle nascite, l’età molto tardiva della procreazione.

Dato l’aumento demografico galoppante nel mondo, il freno alla procreazione tanto sotto specie di limitazione vera e propria del numero dei figli, quanto – in via secondaria e accessoria – di dilazionamento sistematico dell’attività procreativa, può essere superficialmente considerato come un male, comunque, minore.

Ma la procreazione tardiva ha svariate incidenze nefaste, in termini, ad esempio, di vitalità dei figli e di affinità tra generazioni dei genitori e dei figli che propizi un’educazione più partecipata.

Quanto alla natura e alla biologia, maschi e femmine sono sessualmente maturi a tredici, quattordici o quindici anni. Ma l’ordinamento sociale impone una minorità irresponsabile fino ai 18 anni, quindi una minorità economica e di fatto per una sempre più larga fascia della popolazione quanto meno fino alla conclusione degli studi superiori (in genere, dai 24 ai 26 anni), poi fino all’accesso alla vita attiva, se non alla conquista di un posto di lavoro garantito, il che facilmente conduce oltre i 30 anni.

Altro elemento da tener presente: la difficoltà, l’asprezza, della vita nel tessuto sociale. Sempre che ci si riesca a inserire nel mondo del lavoro (ma la disoccupazione raggiunge in molti paesi quote ragguardevoli), si guadagnano per lo più stipendi da miseria, si è taglieggiati senza mercede dallo Stato mediante imposte e multe, si è attesi al varco da centinaia di migliaia di lupi mascherati da pecore quali i truffatori, i ladri, le mafie, ma anche gli strozzini, e, non ultimi, le banche, gli assicuratori, le assistenti sociali, gli avvocati. In queste condizioni è logico che si esiti ad impegnarsi e metter su famiglia. Certo, da sposati, si potrà lavorare come dannati in due e portare a casa due salari da fame, ma le prospettive, salvo la speranza che aiuta le anime dabbene, rimarranno molto grame.

Il risultato oggi constatabile è che l’uomo difficilmente si coniuga prima dei 30 anni. E persino le femmine, ormai, tendono a varcare la soglia dei 30 per concepire il loro primo nato, che magari rimarrà figlio unico.

Insomma la filiazione si attua quasi raggiunto il mezzo del cammin di nostra vita, sulla soglia della parabola discendente. E non sono belle queste famiglie rachitiche di vecchi con rampollo unico o al massimo due rampolli subito parcheggiati negli asili nido, poi sottoposti ad anni ed anni di scuola dell’obbligo dove impareranno ad essere distratti, larvatamente debosciati e obbedienti al permissivismo politico.

 

 

 

Il tempo e lo spazio come sensoria Dei – 17.07.07.

 

Divenire, è lo sgretolarsi dell’essere nelle due dimensioni del tempo e dello spazio. Ma Newton pensava che tempo e spazio fossero sensoria Dei e che un’intelligenza cosmica invisibile tirasse comunque le fila di questa infinita frantumazione, conferendole il suo senso, garantendole il suo permanere nell’alveo della realtà.

Dal punto di vista umano lo sbriciolamento della realtà nel tempo e nello spazio, la perdita costante di unità, non possono essere avvertiti che come allontanamento da Dio e come una iattura.

L’arte, nelle sue varie branche, è quell’attività larvatamente religiosa e filosofica che mira a porre riparo alla deflagrazione o big bang del divenire. La musica, in particolare grazie al ritmo, ferma il tempo e le arti visive ricompattano, ordinandolo, lo spazio.

  

 

 

Essere e divenire – 29.07.07.

 

Esistere non significa essere, bensì divenire. Cioè apparire e scomparire, crescere e decrescere, costantemente mutare. Il verbo «essere» è abusato da noi viventi ed esistenti, perché, in realtà, l’essere appartiene a un registro diverso da quello dell’esistenza, con il quale abbiamo poco o nulla da spartire.

«Essere» non è sinonimo di «esistere», come per comodo, universale errore, si assume.

Nell’esistenza non si è, semmai si diviene, buoni o cattivi. Nulla è, semmai diviene, vero o falso. Il nostro è il registro della tendenzialità.

La questione, spesso posta, dell’esistenza di Dio poggia su un equivoco. Dèi pagani, forze della natura, possono esistere. Ma il Dio assoluto chiaramente non esiste, semmai è. «Sono colui che sono. Così dirai ai figli d’Israele: Io Sono mi ha mandato a voi» [Esodo: III, 14].

Credere o non credere in Dio equivale a valorizzare o meno il concetto di «essere». «Essere», a prescindere dall’esistere, vuol dire qualcosa? È un concetto basilare di cui, invece, possiamo fare l’economia? Possiamo vivere, pensare, orientarci, costruirci, senza supporre uno sfondo alle percezioni fenomeniche, emancipandoci dall’intuizione metafisica?

Ma, una volta che si sia riconosciuta l’esigenza imprescindibile dell’essere, quali sono i rapporti, se ve ne sono, tra l’essere e il divenire? O, in altri termini, come si rapporta l’esistere all’essere?

Anzitutto c’è da dire che noi conosciamo, anzi sperimentiamo, una sola condizione, ch’è quella dell’esistere e del divenire. Questa è la sola che effettivamente constatiamo, vivendoci dentro. L’essere, la ragione ci costringe a ipostatizzarlo, a crederlo, a confessarlo, ma contestualmente dobbiamo avere l’onestà intellettuale di ammettere che nulla sappiamo, né possiamo sapere di esso o di lui. I registri sono del tutto distinti. C’è però comunicazione, c’è un ponte, un nesso? Un nesso c’è, dato ch’è proprio a partire dall’esistere che intuiamo l’essere. Ma qual è appunto questo nesso e cosa ne consegue per noi nel nostro esistere?

Si può pensare che l’esistere sia una degradazione dell’essere, una sua degenerescenza, un derivato fuoriuscito da una sua distrazione o qualcosa di simile. Si può temere anche che l’esistenza vada sempre più sfuggendo all’essere da cui è originata e che sia pertanto condannata a scadenza più o meno vicina o lontana ad una «fine del mondo». Ossia che non vi sia prospettiva di salvezza per l’esistenza in quanto tale.

Ma vi sono anche altre proiezioni possibili, meno pessimistiche. L’unica cosa che rimane sicura per noi è che il legame con l’essere è da ricercare il più possibile e solo rimane alquanto dubbio quali siano le vie più raccomandabili di una simile ricerca. Da giovane ero stato molto recettivo riguardo ai suggerimenti della cultura e degli spettacoli che accreditavano l’eroismo, il sacrificio, l’ascesi come percorsi di adesione al vero riservati agli eletti. Come nessun mio coetaneo, ho creduto in questi messaggi da fiera e ho sperimentato la straordinarietà, riempiendo di sconcerto gli stessi predicatori, i quali mai avrebbero immaginato che qualcuno prendesse davvero sul serio le parabole da loro enunciate soprattutto per farsi valere.

È a partire da poco meno del mezzo del cammino della vita che ho intrapreso gradatamente la strada a ritroso, venendo a creder di comprendere che l’obbedienza ai divini precetti va invece realizzata senza alibi e  nella piena ordinarietà.

 

 

 

Calzature e cravatte – 01.08.07.

 

Un problema serio delle società occidentali è quello delle scarpe. L’abbigliamento nel suo complesso comporta diversi inconvenienti su cui può esser utile riflettere, ma il tassello più dolente e meno denunciato quanto al settore dell’abbigliamento mi par essere quello delle calzature.

Calzature davvero comode quali le pantofole o pianelle sono usate solo nel segreto della propria casa o camera da letto e spesso non senza un po’ di vergogna.

Nel mondo si devono indossare calzature solide, certamente, e a relativa tenuta d’acqua, ma soprattutto prestigiose, costose ed eleganti. Sono inevitabilmente pesanti e strette, lunghe magari appena abbastanza. Insomma costringono, deformano il piede, segnatamente le dita del piede. E si vive tutt’una vita attiva con questi strumenti di tortura lenta, continua, alle estremità inferiori.

La scarpa è l’emblema del lavoro obbligato, come dell’obbligo di decenza sociale.

Emblema meno masochistico, ma ben più vistoso della servitù sociale è, ovviamente, la cravatta, in origine fazzoletto al collo portato caratteristicamente da truppe mercenarie croate. I cortigiani del re sole se ne incapricciarono ed è, così, divenuto man mano un accessorio, una bandiera, che connota la serietà borghese. Mio padre, però, faceva notare come il suo nodo ricordasse in modo inequivocabile un cappio al collo e come non vi fosse, nel vestiario, emblema più parlante dell’umiliazione servile.

 

 

 

Tranquillità – 01.08.07.

 

La tranquillità è una condizione desiderata, ambita e, in certa misura, necessaria alla vita. Ma non è facile da ottenere, raggiungere e, ancor meno, salvaguardare durevolmente. Infatti la vita è, di per sé e per definizione, cambiamento, movimento; in determinati frangenti, non si può evitare che volga al turbinio, implichi contrasti, conflitti, scontri.

I temperamenti vulnerabili ed emotivi hanno un’esigenza di tranquillità maggiore degli altri, ma sono più facilmente turbati e spesso, dal canto loro, se da un lato si rifugiano in timidezza e ritrosia, d’altro lato non sono alieni da un’asprezza nei rapporti umani che vorrebb’essere una forma di difesa e invece prelude piuttosto a contrasti.

In pensione, i rischi di scazzi e di fastidi si riducono. Un discreto grado di quiete è propiziato dall’uscita dal giro della vita attiva, dalla diminuzione dei contatti e rapporti umani, soprattutto dei rapporti umani obbligati, dall’indifferenza generale di cui si diviene largamente oggetto. Però alcuni doveri sociali rimangono vivi; le amministrazioni non vi perdono d’occhio ed esigono saltuariamente l’espletamento di pratiche, la compilazione di formulari; le polizie trovano ancora modo di comminarvi multe in occasione dei rarissimi spostamenti in auto che effettuate; i medici, ai quali siete costretti di rivolgervi per ogni minimo problema di salute, continuano a risultare inefficienti.

Amici, si può dire che non ne abbiate più, perché chi può avere interesse ad esservi amico ora che avete varcato la soglia dell’anticamera dell’aldilà? Con tre o quattro corrispondenti vi scambiate e.mail a distanza, foriere semmai di discussioni velleitarie e, insomma, virtuali.

Gli unici che restano potenziali nemici seri – per la salute, per i nervi, per l’umore – sono gli stretti parenti. Hanno libero accesso a voi e alla vostra casa, sono stati da voi sempre aiutati nei limiti delle vostre capacità umane e finanziarie e ciò forse li inclina, più che a riconoscenza e affetto, a rivendicazioni di autonomia e risentimenti nei vostri confronti. È vero che anche loro, logicamente, non vi cercano più dello stretto necessario. Li vedete, sì e no, quattro o cinque volte l’anno. Ma a partire da questo relitto di rapporto possono scaturire e scatenarsi, cagionati da contrattempi di insignificante portata, scenate drammatiche, vociferazioni, accuse, minacce, stracciamenti di vesti, uscite di scena con sbattimento d’uscio, ecc… .

 

 

 

Boomerang – 02.08.07.

 

L’errore è un boomerang, che finisce col tornarti indietro e colpirti in faccia. Puoi lanciare il bastone ricurvo lontano, molto lontano, con molta forza, e può volerci del tempo prima che l’arma inverta la marcia. Ma, alla fine, il castello di bugie e soprusi crollerà da solo, la montatura si sgonfierà e ci si ritroverà con il culo per terra. Ciò, tuttavia, non scoraggia dal continuare ad errare. Rari sono i soggetti onesti e leali che ammetteranno in cuor loro e di fronte agli altri di aver preso un solenne granchio, gravido di conseguenze di fatto drammatiche, imperdonabili, e che semmai si sforzeranno di ricavarne o farne ricavare ammonimenti e lezioni. Diranno che il loro non è stato davvero un errore, sostanzialmente avevano ragione da vendere. Il principio cui si rifacevano era giustissimo e progressivo. E le cose sono poi andate male per via di circostanze imponderabili o secondarie. L’ispirazione ideale resta valida e viva. E passeranno ad altro bestiale errore o a un groviglio di nuovi errori che richiederanno ancora tantissimo tempo per risolversi in fumata nera.

Si speculava sul paradiso e l’inferno. Direi che paradiso ed inferno sono presenti in questa vita. L’inferno è il luogo in cui si annidano e annodano gli errori, dove la ricerca smodata di vantaggi ingenera continue frustrazioni e punizioni. Il paradiso è una serenità che premia gli spiriti e i comportamenti privi di malizia.

A dimostrare inequivocabilmente il carattere erroneo di una pretesa, di una teoria, di una dottrina, è proprio l’effetto boomerang. Il fatto, cioè, che si autodistrugga ed autocondanni da sola. Certo, sarebbe auspicabile che gli interessati intuissero a priori il carattere erroneo delle loro ambizioni, prima di cominciare a volerle soddisfare. Quella sarebbe l’unica vera e piena parata, dettata dall’intelligenza e dall’etica. E, invece, si constata con spiaciuto stupore che neppure la prova irrefutabile dei fatti convince cuori e cervici induriti.

 

 

 

Psicosomatismo – 03.08.07.

 

Nell’Ottocento la medicina occidentale ha fatto passi da gigante e il progresso delle sue varie discipline è proseguito alla grande nel Novecento. Ma specialmente in quest’ultimo secolo essa ha anche, se non proprio scoperto, almeno cominciato a intuire i limiti della sua fondamentale impostazione positivista e meccanicista. Nel primo Novecento gli anglosassoni hanno sviluppato l’angolatura psicosomatica, che, non solo – come già Freud – presuppone che la psiche sia una vera e seria realtà di cui debba occuparsi la scienza medica, ma riconosce l’esistenza d’importanti interazioni tra psiche e funzionalità corporea.

Ciò che, tuttavia, connota l’approccio occidentale è la tendenza a considerare comunque il fisico e la psiche come due entità che, pur influenzandosi a vicenda, sarebbero distinte e da tenere ben separate. È sotto questo profilo che la nostra medicina pecca ancora di occidentalismo.

C’è però da dire che una piena presa d’atto della realtà della psiche e della sua rilevanza fa rientrare in certa misura dalla finestra nella nostra dotazione culturale la questione metafisica dell’anima. Infatti tra psiche e anima l’affinità è notevole, concettualmente.

La voga dilagante delle terapie alternative, in particolare d’origine tradizionale orientale, sta poi comunque a indicare senza equivoco quanto siano di fatto in crisi nella mentalità dei contemporanei gli stessi fondamenti e tabù dogmatici della medicina occidentale.

 

 

 

Je sens, donc je suis – 04.08.07.

 

Al je pense, donc je suis cartesiano Lanza del Vasto oppone je sens, donc je suis: «sento, dunque sono».

Il primo merito di questa replica lanziana è certamente quello di situare la consapevolezza dell’essere a un livello molto più basso e profondo dell’esistere o del vivere e, contemporaneamente, di implicare una radicale rivalutazione della sensibilità, a suo tempo condannata come inaffidabile da tutta la tradizione filosofica antica e classica.

Una seconda caratteristica, se non un secondo merito, è di coinvolgere nella prova intuitiva dell’essere, oltre il soggetto che sente, l’intero mondo sentito. Il pensiero cartesiano poteva essere pensiero astratto e non implicava di per sé l’esistenza del mondo esteriore. È così che, poi, nella filosofia moderna bene o male derivata dall’atteggiamento cartesiano, e segnatamente nell’idealismo tedesco, il mondo esteriore tendeva a trasformarsi in immaginazione soggettiva di un mondo, la cui realtà diveniva assai più problematica da valutare di quella della coscienza del soggetto pensante.

L’intuizione sostitutiva di Lanza del Vasto accomuna il senziente e il sentito in un’assunzione complessiva dell’essere, senza introdurre scale o gerarchie. E costituisce un approccio sostanzialmente realista, invece che idealista; oggettivo, anziché soggettivo.

Viene poi da riflettere che, mentre il pensiero può essere concepito come atto intellettuale unilaterale e dominante, il sentire è pluripolare. È tutt’altro che certo a priori che il pensato, a sua volta, pensi, perché è addirittura dubbio che esista come soggetto alternativo a sé stante. Invece il sentito, a sua volta, sente. E veniamo automaticamente a trovarci in seno ad un’esistenza di soggetti plurimi.

Altra considerazione: il soggetto che sente è animato, ossia vivo. Vi è come un’equipollenza, per non dire una sinonimia, tra sensazioni, anima e vita. E, se affermiamo che il sentire è la chiave dell’esistenza e, attraverso questa, dell’essere, non siamo lontani dall’inferire che tutto quanto esiste sente e, se sente, è animato. Objets inanimés, avez-vous donc une âme …?, chiedeva in una sua elegia Lamartine, poeta romantico francese dell’Ottocento. Ed il verso mi era sembrato un tempo alquanto magniloquente, retorico, vacuo di senso. Ma, al contrario, è basilare la questione di decidere se l’universo sia animato o inanimato, nei suoi elementi e nel suo tutto; se sia un meccanismo che ha un senso o che non ha alcun senso.

 

 

 

Mode – 06.08.07.

 

Chi abbia vissuto una settantina d’anni avrà visto evolversi il corso delle cose, mutare il contesto politico, sociale, tecnologico, culturale, avrà visto cambiare attorno a sé il mondo. A molti cambiamenti ci si abitua, un po’ perché sono comunque imposti dalle circostanze, un po’ perché si verificano gradualmente e quasi insensibilmente, un po’ perché magari li giudichiamo positivi, progressivi, e ce ne compiaciamo.

L’osservatore attento e sensibile, però, non può non provare un’ombra di sgomento e sconcerto di fronte allo spettacolo delle mode che si succedono, contraddicendosi. Ciascuna si afferma come quella giusta, dinanzi alla quale le altre sono vocate a scomparire, mentre lo spettatore si accorge che sono tutte transeunti e nessuna merita adesione incondizionata.

In politica sono stati di moda i regimi autoritari e ora è di moda la democrazia. Il pensiero politicamente corretto, le certezze convenzionali da tacito gentlemen’s agreement, gli orientamenti e le interpretazioni culturali mutano, così come mutano, a un livello di vita più ordinaria, i canoni dell’abbigliamento, delle pettinature, del trucco.

Due svolte piuttosto drastiche avutesi recentemente sono state quelle relative al fumo e all’omosessualità. Il fumo di sigarette e tabacco, a lungo incoraggiato di fatto dai governi che credevano di lucrarvi sopra, è stato di colpo vietato, neanche si fosse scoperto da un giorno all’altro che nuoceva alla salute. In realtà ci si era resi conto dell’enorme costo che i relativi danni alla salute rappresentavano per il bilancio pubblico. L’omosessualità, tollerata ma abominata da sempre, è stata improvvisamente promossa al rango non solo di condizione normale equivalente, bensì addirittura quasi più normale dell’eterosessualità, in quanto più disinibita e libertaria. L’osservatore, da sempre consapevole che il fumo è nocivo e che pertanto, in assoluta semplicità, in un mondo appestato dal fumo non ha mai fumato, sorride sconsolatamente. Se la ride ancor più, ma ride amaro, nel constatare i ponti d’oro fatti all’omosessualità, rispetto alla quale non cambierà certo, lui, d’atteggiamento, solo per adeguarsi al capriccio dell’autorità costituita.

Ma sono soprattutto due nuove mode minori e anodine a suggerirmi questa annotazione tra il faceto e il caustico. Quella degli spazzolini per i denti con crini pieghevoli di gomma o plastica, lanciati sul mercato con l’avvertenza inedita che non sono solo i denti e le gengive a dover essere spazzolati due o tre volte al giorno, bensì anche la lingua, ricettacolo di molti batteri. Nonché quella dei pantaloni femminili la cui vita si abbassa sempre più sul bacino. L’indumento di nuova foggia lascia scoperta la parte alta dei glutei e, quando la ragazza si piega in avanti o si accoccola, denuda l’attacco delle cosce alla radice del solco infragluteico. Mi torna in mente un sonetto del Quattro, Cinque o Seicento francese letto casualmente un giorno nella vetrina di un venditore di libri antichi e d’occasione nei pressi della piazza Navona romana, in cui ci si beffava delle mode femminili già all’epoca, a quanto pare, inclini a lasciare in bella mostra elementi anatomici quali il seno, l’ombelico, ecc… e che si concludeva con i due versi: «Sus, sus, enfans, prenons courage / Nous leur verrons bientost le con!».

 

 

 

Difetti – 06.08.07.

 

Abbiamo tutti qualità e difetti. Ma dei nostri difetti sono consapevoli soprattutto i parenti, gli amici, i conoscenti stretti, i quali peraltro non sembrano altrettanto sensibili alle nostre qualità. A noi personalmente riesce difficile individuarli e dar atto che, in effetti, ne siamo afflitti. Soprattutto ci riesce quasi impossibile misurarne e riconoscerne la gravità, abbiamo tendenza a ridimensionarne l’incidenza. Pensiamo che, comunque, le nostre doti positive compensino alla grande le mancanze, fino a doverle far trascurare. Insomma, guardandoci allo specchio, ci troviamo belli, o bellissimi.

I figli ereditano parte delle nostre caratteristiche. Noto che, da me, la mia prole sembra aver ereditato esclusivamente i difetti e mi accorgo che quelli che in me mi parevano irrilevanti, interpretati da loro mi sconvolgono. L’unico maschio ha preso da me la parte nascosta di pusillanimità, di tendenza a defilarsi, d’inaffidabilità e di slealtà; e, certo, queste particolari mende sono specialmente disdicevoli negli esponenti del sesso forte. Una figlia ha derivato da me un’aggressività autoritaristica da maschiaccio, accompagnata da superficialità e volgarità. Un’altra, la maggiore, si è appropriata della caratteristica asprezza, con tendenza all’isteria, che connota molti miei comportamenti.

Che collezioncina d’inconvenienti caratteriali! Che delusione di vedersi così proiettato nel futuro in ciò che si ha di peggiore!

 

 

 

Medicina burocratica – 08.08.07.

 

Specialmente in Italia, mi sembra, la medicina si è largamente trasformata in una funzione passiva d’ufficio. Medico di base, specialista, tecnico di settore ti ricevono nel loro studiolo, t’interrogano, vogliono sapere tutto a voce da te. Ti visitano pochissimo, si basano su ciò che chiedi e le informazioni che dai, semmai, e preferibilmente, su documentazioni tecniche relative all’antefatto che avrai conservato. Si appigliano a esami del sangue e dell’urina, a radiografie, ecografie, risonanze magnetiche ed applicano protocolli stabiliti a monte nella più assoluta indifferenza e disumanità.

Il medico non è più un artista taumaturgo, un guaritore, un soggetto di saperi e poteri privilegiati, un dispensatore di rimedi miracolosi e un amico su cui si può contare. È solo un piccolo impiegato e la sua responsabilità è molto limitata. La responsabilità della malattia e della guarigione incombe principalmente al malato. Se ha la bronchite è colpa sua, perché ha i polmoni deboli e si è esposto alle correnti d’aria; se ha la colite, è in causa il suo temperamento nervoso; se ha una dermatite tra le dita dei piedi è colpa sua, perché certamente i piedi gli sudano e gli puzzano e trascura di lavarseli mattina e sera. E così via. Il sanitario se ne lava sostanzialmente le mani. Il paziente prenda le tali pillole mattina e sera e, se si ostinerà a non guarire, sarà – si capisce – di nuovo e ancor più, se non proprio colpa sua, almeno certamente affar suo.

Parallelamente, in televisione fanno furore i programmi sui progressi giganteschi compiuti dalla scienza e dalla pratica medica. Vengono intervistati fior di professionisti dei maggiori ospedali nazionali che, in un linguaggio forbito ed enigmatico solo per quel tanto ch’è atto a incutere un reverenziale rispetto, illustrano uno stato della medicina occidentale entusiasmante. Le nubi, i nuvoloni dell’esperienza ordinaria si diradano. Come una rondine non fa primavera, così il nostro disagio e malcontento conta poco, anzi non conta affatto. Senz’altro abbiamo avuto sfortuna, sfiga, e anche questa è più che altro una colpa o un problema personale. La medicina con l’iniziale maiuscola se ne frega di noi, plana alta e continua, trionfante, a passare di successo in successo, a sforare tetti statistici, a segnare abbacinanti record.

 

 

 

Contemplazione – 09.08.07.

 

L’uomo comune (il 99,99% dell’umanità) prende la vita come viene. Subisce – si potrebbe dire – la vita, che lo impegna costantemente in prestazioni d’obbligo correnti al punto da non lasciargli né il tempo, né la voglia, di riflettere. Riflettere non sembrerebbe avere, per lui, alcuna positiva utilità, rappresenterebbe una distrazione da perditempo originale, da mentecatto o da spirito perverso.

I dati fondamentali, le condizioni, le circostanze della vita sembrano all’uomo comune sostanzialmente ineludibili, inderogabili. Non necessariamente indiscutibili, incontestabili, ma che senso avrebbe per lui sollevare obiezioni? Pertanto si limita a prenderne di volta in volta passivamente atto, ad accettare il suo destino. E, nell’accettarlo, lo dà per scontato e lo giudica banale.

Il filosofo non ravvisa alcunché di banale nella vita. Si stupisce, si meraviglia, nel contempo estasiato e intrigato, di tutto, dalle realtà più minute e concrete alle più grandi e astratte. Nulla importa per lui se non la riflessione, la speculazione intellettuale, la meditazione volta a cogliere per quanto possibile il bandolo di quella matassa ch’è il mistero dell’esistenza.

Una cosa, una qualsiasi cosa, non è la stessa agli occhi di chi la deprezza come ovvia, scevra di riferimenti allogeni, limitata alle sue valenze utilitarie immediate, e di chi la coglie nelle sue infinite potenzialità relazionali che ne spaccano il guscio chiuso e la proiettano virtualmente ben al di là dell’apparenza presente. Un fiore, un ramo, un gruppo di frutti su un piatto non sono affatto le medesime realtà per l’uomo comune e per un pittore, né per l’uomo sbadato e per l’uomo attento. Firenze non è la medesima città per un fiorentino, un toscano, un italiano comune e per un amatore d’arte svedese, norvegese o russo.

 

 

 

Anonimato – 11.08.07.

 

Il pubblico occidentale ordinario, potenzialmente constante di centinaia di milioni di persone, non è sensibile all’espressione in materia d’arte, né all’umanità, bensì alle tecniche illusionistiche oppure, critica e grossi finanziamenti aiutando, agli enigmi del simbolismo o dell’astrazione. Gli addetti ai lavori della stessa critica, delle accademie, dei musei, non sono sensibili al talento, ossia alla forza e disperazione dell’espressione, ma sempre si dimostrano di un’esigenza implacabile in materia di titoli quali scuola frequentata, patrocini, mostre, curriculum pregresso documentato.

Così, il pittore che si è formato al di fuori dell’ambiente continua a dipingere in solitudine per una vita, senza un cane che si interessi alla sua opera o che lo sostenga. Opererà a margine delle proprie attività ufficiali ed alimentari, saltuariamente, magari di notte, solo nei periodi in cui gli si risveglierà, prepotente, la fiamma dentro a controcorrente del verdetto e delle pressioni del mondo circostante, avallati dall’indifferenza sostanziale degli amici. Diranno ch’è un illuso, un ingenuo, un grattatele ed autore di croste, o al massimo, per andargli incontro, che aveva le doti, ma non le ha adeguatamente coltivate, non si è sottoposto all’indispensabile tirocinio dell’ammaestramento accademico o non si è sufficientemente piegato alle direttive di pittura socioculturalmente corretta che ne emanano. Insomma è un idealista inconcludente. Scusa e consolazione non da poco, però: un appunto non dissimile è stato mosso a suo tempo a carico di Cézanne, Van Gogh, Modigliani.

 

 

 

Falsi profeti – 12.08.07.

 

I sacerdoti, i preti cattolici rinunciano ad una vita naturale per dedicarsi – così dicono e credono – interamente a Dio. Si fanno – così dicono e credono – tramiti del Vangelo all’umanità. Anche partendo da tale constatazione, impressiona il fatto che, qualora compaia qualcuno il quale effettivamente si applichi ad osservare i precetti delle Scritture nell’abbandono di sé, nella presa di distanza dal mondo, nella povertà e nel sacrificio, loro sono i primi ad offuscarsene, a giudicarlo scemo o insano di mente. Dai fedeli pretendono l’assidua frequentazione delle chiese, una copiosa partecipazione ai culti e magari alle attività sociali delle parrocchie, un’obbedienza ingenua ai dettami della gerarchia romana, una pia, inerte, passività. Non pretendono la santità originale, attiva, ed anzi la temono, l’ostacolano, la denigrano. E i santi vengono proclamati tali dopo la morte, quando hanno cessato di essere pericolosi concorrenti ed avversari, quando la loro testimonianza può essere tranquillamente manipolata.

Assimilabile a questo comportamento che tanto stupisce e delude il santo in erba è quello dei funzionari e sacerdoti della cultura e dell’arte, dei critici e storici dell’arte, degli editori e galleristi, dei direttori di musei e dei docenti delle accademie, nei confronti dell’artista che si affaccia sulla scena del mondo. I professori d’arte vogliono artisti morti che servano loro da supporto elastico per le loro pubblicazioni e carriere. Diffidano dell’artista vivo, scomodo, inaffidabile fintanto che è, appunto, vivo e non si può prevedere né ciò che farà, né ciò che dirà un domani. Senza contare che, sotto il profilo del rischio, una cosa è appoggiarsi ad una figura comunque già nota e documentata, altra cosa scommettere su completi sconosciuti. Il coraggio, la generosità, non sono virtù borghesi.

 

 

 

Attenzione, concentrazione – 13.08.07.

 

La vita vibra, procede ondulatoriamente, non progredisce linearmente lungo una retta infinita.

Mi accorgo che, per finire di dipingere una tela, per riuscire a piazzare gli ultimi tocchi che la perfezioneranno, ho bisogno d’impostare frattanto un nuovo dipinto. Mi riesce difficile indovinare la rifinitura d’un’opera rimanendo caparbiamente concentrato sulla medesima. Devo distaccare l’attenzione; occuparmi d’altro, seriamente, totalmente d’altro. Dopo questa sorta di pausa e di presa d’un nuovo respiro, d’un nuovo slancio altrimenti orientato, tornerò a lavorare sul quadro pressoché ultimato e non avrò difficoltà a concludere in un’unica, breve seduta.

Il distacco ridimensiona e riordina i valori. Sparisce la paura di rovinare il già raggiunto, torna il coraggio d’osare, la fiducia nel miracolo dell’ispirazione e dell’estro.

 

 

 

Mancanza di riconoscenza, gelosia, invidia – 14.08.07.

 

Sono stati psicologici molto diffusi. Denotano caratteristicamente il temperamento ignobile, che, ovviamente, in una società democratica è il più ordinario.

Si tratta sostanzialmente di reazioni di difesa dei beneficiari di atti di generosità, i quali, al di là del vantaggio acquisito, si sentono da questi posti in condizione d’inferiorità, di potenziale dipendenza, e pertanto offesi.

È un fenomeno sorprendente, inaudito, incredibile per chi vi sia psicologicamente del tutto estraneo. Ma molto reale.

Il beneficato finge che il dono, la regalia, l’agevolazione siano stati elargiti per caso, senza intenzione oppure per dabbenaggine del beneficante. Il beneficante è un distratto, un tonto, o magari si comporta così in quanto persegue suoi subdoli fini di allettamento e interessi personali inconfessabili. L’interessato finge, cioè, che non si tratti di iniziative meritorie, degne di attenzione e gratitudine. In alcuni, non rari casi, trova modo di fingere che l’elargizione gli fosse comunque dovuta, che non si ha dunque a che fare con un gratuito atto di liberalità, bensì con un debito doverosamente saldato. In altri sostiene che è sostanzialmente, anche se forse illusoriamente, interessata, il che la sguarnisce a priori d’ogni reale valore morale.

Dalla semplice mancanza di gratitudine si passa alla gelosia e all’invidia quando al beneficato, psicologicamente, non basta difendersi contro la bontà del donatore. Matura in cuor suo un risentimento che oltrepassa il livello del mero diniego di aver ricevuto. Vagheggia segretamente di vendicarsi della superiorità dei buoni o dei capaci. Vuole abbatterli. La sua malevolenza pungente, acida, fila trame sottobanco o, talvolta, si scatena improvvisamente in colpi gobbi o in scenate e piazzate grottesche che lasciano attonito il benefattore. Questi aveva tutte le ragioni di credersi benvoluto e riamato e, ingenuamente, si credeva appunto tale.

 

 

 

Ovvietà inaudita – 16.08.07.

 

L’uomo ordinario, e cioè il lettore a fior di carta del presente appunto, vive in un contesto di ovvietà prive di sfondo, mosso da istinti di sopravvivenza e di affermazione sui quali s’impernia tutta l’attenzione di cui è capace. Tutto è sostanzialmente normale a suo giudizio attorno a lui, a parte, semmai, le pressioni di vario genere che costantemente subisce e che lo costringono a reazioni, ad adattamenti, a modifiche del comportamento talvolta scomode o disagevoli da attuare.

Non gli passa, certo, per l’anticamera del cervello d’interrogarsi sui dati stessi della vita, di concepirli come niente affatto scontati, meritevoli, ad uno ad uno, di riflessione, di messe a punto intellettuali, di ripensamenti. Le realtà forse più flagranti, ma anche di per sé più incomprensibili ed inaudite, non lo sconcertano, non richiamano affatto la sua attenzione. Non sarà lui a rimanere interdetto e incantato a fissare per un’ora e più una macchia nel soffitto, sul muro, su un albero, il rigagnolo disegnatosi su un marciapiede a séguito della minzione di un cane. Né potrà esser lui ad arrovellarsi cinquant’anni a cercar di capire cosa siano lo spazio e il tempo, se dimensioni soggettive della nostra sensibilità, se realtà sostanzialmente oggettive quantunque non oggettivabili.

L’uomo qualunque non è un filosofo ed applica le sue facoltà di pensiero alla sola soddisfazione dei suoi bisogni naturali, fisiologici, psicologici, sociali immediati, o poco meno che immediati. Neppure i cani, i gatti, le mucche, le pecore, i cavalli riflettono. Neppure gli uccelli e i pesci, né le formiche, le mosche, le vespe. Neppure e meno che mai le piante, gli alberi, l’erba dei prati.

L’uomo è un animale pensante, ma che pensa, ordinariamente, solo a mangiare, bere, stare bene, fare all’amore, divertirsi, competere e – possibilmente – vincere, trionfare; affermarsi, far carriera, arricchirsi, divenire sempre più benestante, rispettato e potente. Insomma, coltiva i suoi interessi, o piuttosto i suoi presunti tali. Frattanto le vere realtà della vita, i veri problemi e valori dell’esistenza, gli passano sotto il naso senza che, neppur lontanamente, li avverta, né li intuisca.

 

 

 

Filosofia – 20.08.07.

 

Etimologicamente, è l’amore della saggezza; pertanto, tensione verso la saggezza. La saggezza non comporta necessariamente, né essenzialmente, la riflessione. E, in questo senso primo e più nobile, la filosofia è soprattutto uno stile di vita. Anzitutto la rinuncia alla frivolezza, all’irresponsabilità. Il rifiuto di vivere nell’illusione. Un «ritorno all’evidenza» di ciò che conta e, in ampia misura, un rientrare in sé («conosci te stesso»).

Ma, in un significato più tecnico, filosofia è riflessione sulla vita, sull’esistenza, sul reale. Le due accezioni sono collegate soprattutto in quanto i saggi della Grecia antica hanno praticato sistematicamente la riflessione.

Da cosa nasce la riflessione? Da una sorpresa e da un connesso risveglio. Sorpresa e risveglio nell’accorgersi che le cose, attorno a noi, non sono affatto ovvie, allant de soi, come l’umano ordinario dà per scontato. Non sono ovvie, non sono semplicemente come appaiono, la realtà è una valigia a doppio o plurimo fondo. Ciò giustifica l’indagine e incita all’indagine «filosofica», intesa a capire e stabilire come veramente stanno le cose.

Superfluo sottolineare che una larga maggioranza dell’umanità non afferra cosa sia la filosofia e non ne intuisce l’utilità. Perché si tratta di un’umanità che dorme, che continua a dormire il beato sonno dell’illusione e dell’ovvietà. Per essa le cose non sono, forse, come sembrano, ma sono comunque più o meno come sembrano. Non ha mai provato la sconvolgente sorpresa di capire che non capiva, che le cose non sono affatto come le appaiono. Arzigogolare circa la natura delle cose le pare vano, astratto, formalistico e maniacale.

 

 

 

Cosa piace? – 20.08.07.

 

Piace non ciò che è oggettivamente bello o buono, posto che espressioni del genere possano avere un senso, bensì ciò di cui si ha bisogno, fisicamente o psicologicamente.

Vittorio Emanuele II di Sardegna, poi d'Italia, andava in giro per le campagne piemontesi con la scusa della caccia, a quanto si dice frequentemente in cerca più che altro di «selvaggina» donnesca. Si faceva allegramente le contadine dei cascinali. I cortigiani addetti alla cura ravvicinata del suo benessere si premuravano di precederlo e sottoporre le ragazze cenciose ad abluzioni radicali, onde si presentassero il più possibile all’incontro fresche come rose di primavera. Senonché il Sabaudo andava su tutte le furie: a lui, le fanciulle piacevano genuine, analfabete, povere, sporche, olezzanti e con la cacca al culo!

Non è agevolissimo indovinare a priori cosa possa piacere o dispiacere ad un eventuale partner.

Ogni esplicita allusione di una femmina a minzioni mi fa rabbrividire e m’ispira disgusto. Un disgusto che, poi, non potrò più superare in relazione a quella persona.

Noto che anche una vogliosità sessuale troppo dichiarata, una troppo scoperta intraprendenza, determinano in me reazioni di diffidenza, di difesa e persino di contrarietà latente.

Dev’essere disponibile, ossia nel suo intimo, segretamente, vogliosa; ma, quanto a comportamento esteriore, solo amabile e passiva. Deve starci e obbedire, corrispondere a qualsiasi più pazzo desiderio, ma non deve voler menare la danza.

Pertanto detesto le donne autoritarie, e non solo in fatto di sesso. L’ostilità all’autoritarismo sessuale stinge in me sull’apprezzamento d’ogni altro settore dell’attività femminile. Una donna che alza la voce, parla in tono perentorio o accampa stridule esigenze, mi spinge a dileguarmi, a disertare, a voltare l’angolo.

 

 

 

Perché, e in che senso, un dipinto può essere riuscito o «bello»? – 21.08.07.

 

Un quadro è bello perché rappresenta cose belle, consolanti, esaltanti? È, cioè, bello in quanto ci piace l’oggetto o la scena rappresentati? Bello in virtù e in funzione di ciò che rappresenta? Un bel mazzo di fiori o cesto di frutta, uno splendido paesaggio, un viso fine ed un vestito elegante, figure di personaggi degni o decorativi, corpi di ragazze nel fior dell’età e prosperose succintamente vestite (rese magari con un pizzico di malizia, ma senza rude volgarità), addirittura nudi dalle forme piene ed armoniose, madri con fanciulli, famiglie, accademie e corpi di mestiere, madonne con bambino, crocifissioni, resurrezioni, ascensioni, giudizi universali e altre scene sacre, eroi, re, cardinali e papi, imperatori, scene di battaglie e di vittorie sul campo, ecc…? Niente affatto. Contrariamente a quanto molti tendono a pensare, la bellezza del quadro non è data da ciò che rappresenta.

Un dipinto è bello a causa della maestria tecnica con cui è stato eseguito e che lo pone all’altezza della fotografia a colori da quanto raggiunge l’illusione della realtà oggettiva? Certo che no: se così fosse, la pittura sarebbe oggi del tutto inutile, la fotografia l’avrebbe vantaggiosamente soppiantata nel XX secolo. La maestria tecnica d’imitazione dell’immagine oggettiva è tutt’altro che risolutiva, anche se non manca chi appunto assimila la pittura alla fotografia  e pertanto reputa l’arte del pennello definitivamente superata.

Ultimamente ho dipinto un 60 x 70 di cui sono particolarmente soddisfatto. Raffigura i torsi e le teste di due bambini, un maschio e una femmina, su una spiaggia. Sullo sfondo la distesa di sabbia digrada nel mare e un gruppo di figure piccole saltella e folleggia vicino a riva, laddove corre la banda biancastra della schiuma. Un’altra mezza figura di comprimario meno minuto cammina e gesticola incolore sul bagnasciuga venendo dal lato sinistro, ma rimane anch’essa in secondo o terzo piano, lontana dai due fanciulli.

Perché questo mio quadro mi piace?

A causa delle proporzioni e del giusto rapporto tra proporzioni conferite ai singoli personaggi. A causa del dosaggio dei colori, per la maggior parte terre povere distribuite con opportuna parsimonia. A causa della suggestione dell’espressione, della carica espressiva delle figure, che schiude prospettive aperte e orizzonti infinitamente profondi d’umanità.

Una fotografia (e del resto ho lavorato a partire da una fotografia) avrebbe dato un’immagine fredda, di un’oggettività esclusivamente visiva. Ma l’impressione che riceve di fatto lo spettatore che di colpo si trova davanti ad una scena non è astrattamente visiva, è complessa. Non è certo precisa e pignola come quella dell’apparecchio fotografico e, d’altro canto, include invece elementi ambientali, nonché elementi soggettivi ingenerati dal ricordo, dai desideri, dalle speranze, dai sentimenti, dalle idee, che forniscono un apporto interpretativo e valutativo, donde l’esigenza, per il pittore, dell’espressione, che consiste nel manifestare in certa misura ciò che l’immagine registrata dall’occhio ci fa intuire dei protagonisti e di noi stessi, nonché delle strutture del mondo e della vita.

 

 

 

In vino veritas – 22.08.07.

 

La vita in società, e ancor più nell’ambito di società complesse, fittamente intessute di convenzioni come le nostre, induce ed educa al controllo delle emozioni, dei sentimenti, delle esternazioni in generale. Ci si adegua il più possibile ai luoghi comuni in quanto ciò è necessario, o almeno comodo, per campare nel contesto che da ogni lato ci condiziona.

L’uomo civile, pertanto, è un campione in fatto di dissimulazione. Finge in larga misura che tutto vada bene e di andare d’amore e d’accordo con tutti. L’arte del sorriso è considerata indispensabile e raggiunge estremi in diversi mestieri, in tutte quelle professioni in cui sia di primaria importanza il contatto con gli altri.

Ma l’ebbrezza da alcolici libera l’uomo da lacci e freni della vita sociale; lo rende improvvisamente sincero; gli fa dire persino ciò che non sapeva di pensare. Così pure quella da stupefacenti morbidi. E il medesimo effetto scatenante, disinibente, hanno le forti, improvvise, emozioni, soprattutto sui temperamenti, appunto, emotivi.

Un’emozione repentina  fa perdere la testa come l’intossicazione da prodotti voluttuari dei tipi sopra indicati, ed ecco che un parente stretto, un amico te ne dice di tutti i colori, palesando risentimenti annosi e profondi di cui non avevi mai avuto sentore, muovendoti rimproveri amari di cui non afferri il senso. È un deposito psichico irrazionale che viene a galla, generato a suo tempo forse anche da tue carenze o mosse errate di cui non ti sei ben reso conto, ma, in larga parte, da problemi mentali del soggetto. Non si può asportare, eradicare, curare con i discorsi. Meglio prendere atto e, altresì, farsi da parte. Solo il tempo e l’esperienza della vita possono, se non sanare, forse attenuare la sofferenza connessa, per gli interessati, a simili vulnera.

 

 

 

Sentimentalismo – 22.08.07.

 

Di temperamento, sono assai sensibile e piuttosto emotivo, ma non sono un sentimentale.

Ciò che accade genera in me facilmente, copiosamente e anche troppo, sensazioni ed emozioni; talvolta anche commozione. Spesso il mio agire è in parte determinato da stati emotivi che incontro difficoltà a controllare.

Ma non sono affatto incline al pianto, ai lamenti, ai piagnistei. Non mi lascio prendere la mano da desideri o rimpianti. Giudico scandaloso il perdono agli assassini o rapitori di parenti annunciato in televisione sin dall’indomani del misfatto, come usa nella cattolica Italia. Non mi dispero ai funerali, né mi tiro i capelli all’annuncio d’incidenti o malattie gravi di stretti parenti.

La sensazione è incontrollabile. Ma, sul sentimento, ch’è un secondo momento della vita interiore, prevale in me la ragione.

Ciò mi rende relativamente particolare, come tipo d’uomo italiano. Infatti, il tipo comune e più diffuso è appunto quello del sentimentale. Si dirà ch’è spontaneo, che ha il cuore sulla mano. Mentre il razionale è anche un intellettuale e suscita, sì, un certo rispetto, ma soprattutto diffidenza e antipatia.

La scrittura del sentimentale è grossa e poco ordinata. Quella dell’intellettuale razionale è minuta e ordinatissima.

 

 

 

Omosessualità e pedofilia – 23.08.07.

 

Dopo la notte viene il giorno, dopo l’inverno la primavera. Sono mutazioni radicali, ma alle quali siamo abituatissimi e che ci paiono del tutto naturali. Oltretutto notte e giorno si alternano in continuazione, e così pure le stagioni. Il cambiamento in questione è fatto di corsi e ricorsi secondo uno schema ritmato che, in qualche modo, consacra malgrado tutto una costante stabilità nella variazione.

Sono sorprendenti, sconcertanti, invece, quei mutamenti repentini che si verificano una sola volta nel corso di una vita umana. Talvolta si connotano come fausti, il che ci induce ad accoglierli comunque con soddisfazione e a ravvisarvi una logica predeterminante. Altre volte comportano ambiguità e preoccupano.

Tutti, nel mondo intero, sono rimasti a bocca aperta quando il regime comunista è imploso nell’URSS. Da potenza mondiale che minacciava l’altra metà dell’Occidente tenendola da decenni con il fiato sospeso, la Russia si è trasformata in un paese in rovina. Poche settimane prima della dichiarazione di forfait, alcuni studenti, all’uscita di un supermercato di Modena, ancora mi pressavano perché m’iscrivessi al partito: «non è mai troppo tardi», mi dicevano convinti.

Quand’ero giovane era normale fumare. Tutti, o quasi, fumavano e il non fumare era considerato un atteggiamento tendenzialmente antisociale. Negli Stati Uniti si è calcolato che il fumo comportava costi elevatissimi per i bilanci pubblici a causa delle ingenti spese sanitarie connesse. E, dopo due o tre secoli d’incoraggiamento inverecondo al fumo, la pratica è stata severamente contrastata, anzi vietata da un giorno all’altro. I paesi satelliti si sono tutti rapidamente accodati al nuovo orientamento.

Quand’ero giovane, si sapeva benissimo che esisteva l’omosessualità, che però era considerata una devianza squalificante. Negli ultimi tempi, invece, l’omosessualità è stata rivalutata, riscattata. Nelle capitali vengono organizzate dimostrazioni pubbliche di orgoglio dell’esser froci e le televisioni propagandano la passione intrasessuale a tappeto. I gay esigono di poter contrarre tra loro sposalizi equiparati a quelli degli eterosessuali e di essere ammessi ad adottare bambini. Né basta più riconoscere alla genia diritti di esistenza identitaria. I gay vengono additati ad esempio quali umani più liberi e disinibiti. I gay non si accontentano di stare per conto loro, vogliono poter essere insegnanti nelle scuole, istruttori di ginnastica e di nuoto dei nostri bambini, sacerdoti, senza che alcuno vi trovi da ridire. I gay vogliono entrarti in casa e il provare avversione nei loro confronti, lo sforzarsi di tenerli tuttavia lontani, sono reputate forme di «razzismo» da cui il cittadino onesto deve guardarsi.

La pedofilia è esecrata, ma ogni giorno più presente sui media. Ci si accorge ch’è alquanto diffusa. Le pressioni morali intese a debellare il flagello sembra non sortano esiti di sorta. Il fenomeno dilaga. Ne ricavo l’impressione che, entro certi limiti, essa possa beneficiare a lungo andare di un perdono sociale simile a quello di cui gode oggi l’omosessualità. Si rifletterà che deriva da pulsioni naturali ed irresistibili; che le vittime minorenni sono talvolta consenzienti. Si argomenterà che, se non vi è stata violenza caratterizzata, i palpeggiamenti o le penetrazioni subìte non sono un così grave danno fisico o psichico; che possono esser viste, dopo tutto, anche come iniziazioni, prime esperienze formatrici.

Ci sono, peraltro, rigidità e formalismi nella condanna che favoriscono un’evoluzione verso un approccio meno drastico. Ad esempio, qual è l’età al di sotto della quale si è considerati dalla Legge minorenni intoccabili? Diciotto anni, quindici anni? Va da sé che il fissare una qualsiasi età in materia è eminentemente arbitrario. Vi sono ragazzine mature a tredici anni e l’età di soglia della maturità sessuale varia alquanto da individuo a individuo, senza contare che l’istinto sessuale si risveglia e agisce già prima che venga raggiunta l’efficienza. D’altro canto, riesce ostico e poco logico differenziare le età della maturità sessuale e della maturità e responsabilità civica. Insomma, è arduo stabilire a partire da quando si debba essere considerati adulti. E il fissare certe date di soglia a casaccio, per comodo o sola convenzione, conduce immancabilmente al verificarsi di comportamenti in disaccordo con la norma.

 

 

 

Ebrei e omosessuali – 23.08.07.

 

Gli ebrei hanno una spiccata tendenza a ravvisare loro congeneri etnici in molti personaggi che si siano distinti in qualche settore durante il corso della storia umana. Prendendo lo spunto dalla scoperta che una loro nonna o bisnonna era forse ebrea, hanno sostenuto che fossero ebrei Colombo e Montaigne.

Allo stesso modo, sulla base di indizi più che altro pretestuosi, gli omosessuali attribuiscono passioni intrasessuali a diverse figure storiche di primo piano: Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Michelangelo.

Le minoranze si sforzano di prendere quota e di allargarsi.

Un espediente è quello di appoggiarsi alla tipologia presunta del congenere ignaro di esserlo, che lo è senza ammetterlo. Esso consente agli omosessuali di vedere gay virtuali ovunque. D’altronde la genia è persuasa che l’omosessualità sia la condizione sessuale normale e più sana. Pertanto è ovvio, dal suo punto di vista, che i renitenti irredimibili debbano costituire solo un’infima brigata di complessati e perfetti imbecilli.

 

 

 

Religiosità popolare – 25.08.07.

 

Cos’è la religione per le masse? Un attaccamento viscerale e del tutto irrazionale a tradizioni ancestrali fatte di minute consuetudini, credenze cieche e riti.

Ovviamente, le tradizioni sono diverse sulla superficie della terra e la fedeltà ad ogni singola tradizione è esclusiva delle altre. Sotto questo profilo le confessioni religiose divengono qualcosa di comparabile alle appartenenze etniche o nazionali e gli scontri tra religioni, infatti, sono simili alle guerre tra Stati o, in seno agli Stati, si configurano come vere e proprie guerre civili.

In questo modo la religione diviene l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere: un distinguersi dagli altri, un incancrenirsi nel torto marcio invece che un’apertura e una ricerca d’infinito.

Direi che una religiosità autentica esige, sì, una solida educazione nell’ambito di una precisa tradizione; ma poi una presa di distanza da ogni pretesa di essere più nel giusto degli altri, dalle consorterie e dalle Chiese.

Fulcro della religione autentica è la consapevolezza di Dio.

Come e ancor più dello spazio e del tempo, dimensioni astratte del reale, Dio è un’evidenza. L’universo non è un semplice meccanismo semovente e le creature non sono congegni meccanici. L’universo è vivo.

 

 

 

Lo spazio e il tempo – 25.08.07.

 

Lo spazio e il tempo sono le due condizioni o dimensioni fondamentali del reale ed è significativo osservare come, quantunque indispensabili alla realtà e alle sue rappresentazioni, costituiscano però entità del tutto astratte, inaccessibili ai cinque sensi e inverificabili, se non attraverso i loro effetti derivati.

 

 

 

Doni – 25.08.07.

 

Il donare non sempre è riscontrato, non sempre ingenera riconoscenza e una riconoscenza commisurata all’elargizione. Molto spesso cade semplicemente nel vuoto ed è seguito da indifferenza della controparte. Può accadere che il beneficato non si accorga affatto del dono, lo riceva come cosa dovuta o come frutto caduto casualmente dal cielo. Quando invece il beneficato è consapevole, il dono può suscitare addirittura sentimenti negativi, quali inimicizia, gelosia, desiderio di rivalsa. Può essere vissuto dal beneficato come uno schiaffo, una pretesa di superiorità nei suoi confronti, un’offesa.

Pertanto, bisogna andarci cauti nel donare, per non fare più male che bene. «Non gettate le vostre perle ai porci affinché, rivoltandosi, non le calpestino».

Quel ch’è certo, poi, è che donare in vista della riconoscenza rappresenta un pacchiano errore. La riconoscenza fa piacere, ma è tutt’altro che scontata. Di fatto è, a sua volta, una manifestazione di nobiltà e generosità d’animo da parte del ricevente. Gli animi nobili e generosi non abbondano.

Il dono è vero dono solo quando è disinteressato, un abbandono di beni ad altri, cieco e smemorato. «La tua destra ignori ciò che fa la sinistra». 

 

 

 

Educazione – 30.08.07.

 

Educazione, buon’educazione, e – se me lo consentissero gli ingenerosi custodi dell’ortodossia linguistica – preferirei intitolare: «educatezza».

È un orpello da tempo relegato nelle soffitte del ricordo. Oggi bisogna essere dinamici, efficienti, e non si può perdere tempo in convenevoli. Gli incolti ignari del nostro tempo sono visceralmente persuasi che il percorso più diretto e rapido da un punto a un altro nello spazio sia una retta; ne sono rimasti, cioè, alla geometria euclidea in fatto di cognizioni e hanno senz’altro sfondato tutti i record antichi in fatto di brutalità nella vita.

Io stesso sono già nato in anni in cui non andava più di moda l’educazione, veniva promossa la libera spontaneità e, lo riconosco, mi sono sempre mostrato poco premuroso. Ma la generazione dei miei figli si è spinta ben oltre per questa china.

Eppure, rifletto, quanti eccessi deleteri, che a posteriori si rimpiangono, risparmierebbe un minimo d’educazione! L’educazione frenerebbe gli eccessi, ridurrebbe le impennate, imbriglierebbe le sbandate e, in un secondo tempo, si sarebbe ben felici di non aver commesso pacchiani errori di comportamento, di non aver fatto oltretutto la parte degli sciocchi, non di rado con conseguenze pesanti e difficilmente sanabili.

 

 

 

Accuse reciproche e scontri verbali – 01.09.07.

 

Lo scontro verbale, la formulazione di reciproche accuse, può avere cause e moventi vari. Spesso, si sa, le vere cause, i veri motivi, l’oggetto del contendere, non sono quelli che appaiono in superficie, che semmai si configurano come pretesti, gocce che fanno traboccare il vaso. La radice degli scontri può essere profonda e persino non chiara agli stessi contendenti. Anche se non è ignota, sfugge però a una piena consapevolezza.

Il meccanismo vuole che ciascuno dei due attori coinvolti in uno scazzo sia persuaso, e vieppiù si persuada, di essere interamente dalla parte della ragione e che la controparte sia nel torto marcio. Quand’anche qualche dubbio albergasse nel segreto dell’animo dell’uno o dell’altro dei litiganti, essi si trovano costretti dalla strategia o dalla tattica a proclamare la propria innocenza, onestà, sincerità, nonché a denunciare il presunto mal agire e malanimo altrui.

Da tempo immemorabile i saggi sanno e insegnano che questi confronti interpersonali, oltre a risultare sgradevolissimi, sono privi di senso e di utilità.

In genere nessuno ha quasi mai del tutto ragione, né torto. Ciascuno ha le proprie ragioni e i propri torti. La realtà è complessa e i suoi nodi non si superano prendendosela con il prossimo.

Non dico che non ci siano situazioni e casi della vita in cui si sia costretti ad andare allo scontro. E, quando è così, occorre farlo con tutto l’impeto di cui siamo capaci. Non intendo difendere i timidi, gl’incapaci, né i vili.

Ma nella stragrande maggioranza delle circostanze ordinarie, specie se il potenziale conflitto riguarda solo due persone, evitare il duello aperto è una soluzione praticabile. È preferibile fare un passo indietro, defilarsi. Dal braccio di ferro non uscirebbe alcunché di buono. La vera natura del contrasto si chiarirà assai più facilmente quando saranno state prese le debite distanze.

Con il tempo diverremo disponibili a riconoscere che chi ci ha rimproverato o avversato poteva avere una sua quota di ragione. Ci si sveleranno nostre carenze o insufficienze che in origine non scorgevamo perché le avevamo troppo addosso e dietro gli occhi. Quindi l’improvvido strattone dell’importuno ci sarà comunque risultato utile. Oppure scopriremo che l’incidente che abbiamo scansato in sul nascere scaturiva da un malinteso. Si erano credute o capite cose che non avevano alcuna consistenza reale. È poi anche possibile – perché no? – che il nostro interlocutore sia stato vittima di una crisi di nervi irrazionale o sia uscito pazzo. Ma non sono circostanze che dobbiamo dare per scontate in partenza.

Litigare è incivile e non offre vantaggi. Né certo dall’avere la peggio, né dall’avere la meglio in una scazzottata oppure in una tenzone retorica, si ricava un solido vantaggio. L’eventuale trionfo è solo d’apparenza. Il vinto continuerà a recriminare in cuor suo e tornerà all’attacco non appena gli se ne schiuderà l’opportunità. E, come una volta è stato sconfitto, così un’altra volta potrà spuntarla. Frattanto le realtà che sono nei cuori e nei cervelli rimangono lì intere, estranee alle giostre esteriori e plateali. Quindi, il problema di fondo non si risolve.

 

 

 

Sensibilità e razionalità – 02.09.07.

 

Lanza del Vasto aveva soprattutto due qualità fondamentali, che potrebbero sembrare contraddittorie, inconciliabili. Era dotato di una rara sensibilità e, per altro verso, di una spietata razionalità. È l’inedita combinazione tra queste due qualità estreme che definisce la sua particolare personalità.

La sensibilità, la si concede senza remore al prossimo, un po’ sorridendo, un po’ compiangendolo. Magari la si presenterà a parole come una dote insigne, ma in cuor proprio la si giudicherà soprattutto come un indice di vulnerabilità. È una dote considerata femminile. E la si abbandona senza rimpianti ai poeti e agli artisti.

La razionalità, invece, fa paura. È una qualità d’alto livello, pericolosa. Vi si associano la freddezza di temperamento, l’indifferenza, il cinismo. E l’umanità ordinaria, che prospera animalmente nel brago e il cui grado massimo di elevatezza psichico-morale è semmai un vago empito sentimentale, diffida della persona in cui chiaramente la ragione prevale e nutre nei suoi confronti una spiccata, prudenziale antipatia.

 

 

 

Disagio fisico da sofferenza morale – 02.09.07.

 

Sperimento in concreto in questi giorni qualcosa che è generalmente noto e che pertanto tutti sappiamo in teoria: una sofferenza morale provoca anche disagio fisico, fisiologico, incide sulla pressione, sul battito cardiaco. Potrebbe farti ammalare e mandarti all’altro mondo.

Ho subìto senza colpa qualificata due scazzi assai violenti. Mia figlia, a seguito di un banale incidente domestico, ha alzato la voce coprendomi di rimproveri e improperi, evocando senza specifiche torti gravi che le avrei arrecato sin da un lontano passato. Un amico e collaboratore belga mi ha lasciato con un palmo di naso, accusandomi da un giorno all’altro di un sacco e una sporta di gravi distorsioni mentali.

Sono tempeste improvvise di fronte alle quali non si può far altro che defilarsi, tirarsi indietro. Se la vedano loro con le acredini e rabbie che li assalgono. Dato che non vengono espressi appunti precisi che si riferiscano a fatti recenti determinati, non ha senso controbattere, né discutere. Gli interlocutori sono scossi da vortici emotivi che li riguardano, che non sembrano doverci realmente coinvolgere e che, certamente, non siamo competenti per sanare.

Però queste sfuriate, per quanto insensate appaiano, lasciano una traccia nella psiche e nel corpo di chi le subisce per diversi giorni almeno, durante i quali non si riuscirà a non pensare costantemente alle vicende, a non cercarne vanamente le cause, a non chiedersi quali effettivi nostri errori o nostre carenze abbiano se non altro concorso a scatenarle, a non escogitarne immaginarie soluzioni rapide e alla buona.

 

 

 

Indifferenza, ostilità, malevolenza aggressiva – 04.09.07.

 

L’indifferenza generica è un oceano. Nuotiamo in questo oceano costantemente. Può scoraggiare, deprimere, ma in genere i suoi effetti deteriori sono quanto meno blandi. Per certi versi, anzi, l’indifferenza è la benvenuta e protegge. Rappresenta come un humus o una gelatina neutra, infinitamente preferibile a coinvolgimenti inibenti o corrosivi. In essa scompariamo e possiamo farci, indisturbati, gli affari nostri.

L’ostilità è fonte di difficoltà e attriti. Può derivare da semplice antipatia irrazionale che suscitiamo in tizio o caio, ma più spesso dipende da pregiudizi che investono intere categorie o gruppi etnici. La incontriamo all’estero e negli ambienti diversi dal nostro. La incontriamo trasferendoci in un paesino in cui faremo la figura degli intrusi. Certamente infastidisce e anche ostacola oggettivamente il normale corso della vita. Ma è raro che giunga ad uccidere chi la subisce e si può per lo più superare, sia ignorando i maldisposti, se nostre condizioni di autonomia o superiorità ce lo consentono; sia evitandoli e, ad esempio, ritrasferendosi in luoghi più ameni e familiari.

Un’indifferenza potenzialmente ostile di cui occorre evitare oculatamente gli strali è quella degli Stati e delle autorità pubbliche ad essi connesse. In linea di massima lo Stato, sotto le specie del fisco, dei servizi di polizia, delle giurisdizioni e dell’assistenza sociale, se ne infischia di voi. Ma, se, per una ragione qualsiasi, magari un malinteso, un disguido, un concorso di circostanze sfavorevole, viene a interessarsi alla vostra persona, rischiano di essere guai! Infatti lo Stato è quasi onnipotente, molto inefficiente, del tutto irragionevole e cieco. Vi potrà affibbiare multe anche colossali, chiudere in gattabuia per anni, strappare i figli e affidarli all’assistenza pubblica, prima, eventualmente, di concludere all’errore d’interpretazione, all’errore giudiziario, al non luogo a procedere a danni irrecuperabili già subìti.

Il malanimo qualificato, però, ha un impatto ben più decisivo e radicale. Può avere origini diverse e, talvolta, procedere anch’esso sostanzialmente da equivoci. Ma ha comunque effetti concreti immediati e di lungo periodo su chi prende di mira, sia esso colpevole o responsabile di qualcosa, oppure no. Il malanimo ferisce, nella psiche e nel fisico.

 

 

 

Innovazione e riforme – 19.09.07.

 

L’ottimista ha creato il mito del Progresso e idolatra l’innovazione e le riforme. Ma l’ottimista è un superficiale.

Nessun sistema, nessun insieme di leggi è mai perfetto. Nel senso, intanto, che non è chiuso. La realtà è costantemente in divenire, ossia muta. E un sistema, una legislazione, che fossero stati perfetti ad un dato momento, non lo sono più in prosieguo perché si è modificato il quadro delle situazioni cui si applicano. Ma vi è una ragione più fondamentale ancora, che esclude persino la possibilità di una perfezione istantanea: il sistema non può mai corrispondere perfettamente alle problematiche che mira a risolvere. Vi è un margine, un gap, tra problema e soluzione: ogni soluzione istituzionale o legislativa ciurla nel manico.

Una legge viene varata per un dato scopo. Ma l’esperienza dimostra che non colpisce mai pienamente ed esclusivamente nel segno. In parte, magari, ha l’effetto previsto o sperato. Ma in parte diviene invece strumento per il raggiungimento di fini di tutt’altro genere, e forse deleteri. Tutto sta a vedere qual è la consistenza dei risultati positivi, quale quella degli esiti perversi.

Una riforma è quel procedimento con cui un sistema o una legge di cui si conoscono gli inconvenienti viene sostituito da altro o altra i cui inconvenienti, essendo da venire, rimangono in partenza ignoti. Ma, quanto a stabilire se le leggi nuove saranno più efficaci e migliori di quelle abrogate, solo il passare del tempo permetterà di farlo. In genere, non è affatto certo in partenza.

E questo non significa che non occorra cambiare molte cose nella vita e nel corso della storia, né che i cambiamenti non possano essere positivi. Vuol solo dire che non bisogna navigare nell’illusione: il fatto di cambiare, di mutare, di riformare, di per sé non implica necessariamente un progredire, un passare dal peggio al meno peggio o al meglio. I cambiamenti non sono necessariamente costruttivi.

 

 

 

Forme e contenuti – 16.10.07.

 

Quand’ho sposato mia moglie ad Amsterdam, nel 1968, lei ha ipso facto ottenuto la cittadinanza e il passaporto italiani, senza tuttavia decadere dalla cittadinanza originaria e continuando a poter fruire altresì del passaporto olandese. La duplice cittadinanza, nel caso specifico, presenta alcuni vantaggi. Si tenga conto, ad esempio, che, se quale italiana mia moglie ha diritto all’assistenza sanitaria pressoché gratuita nel nostro paese, d’altra parte quale olandese ha diritto al versamento di una piccola pensione di vecchiaia elargita dai ministeri dei Paesi Bassi ad ogni cittadino nazionale ultrasessantacinquenne indipendentemente dall’eventuale pensione da lavoro e in aggiunta ad essa. Inoltre, volendosi recare in Israele, paese che lei di quando in quando visita, è opportuno e preferibile esibire un documento olandese, piuttosto che italiano.

Ma la doppia cittadinanza schiude altre possibilità e prospettive, queste del tutto anomali. In particolare in materia di voto. Chiaramente il cittadino di due Stati è ammesso al voto in ambedue i suoi paesi di riferimento. Nelle elezioni europee, potrebbe, volendo, votare due volte. E queste facilità abnormi di voto addirittura a ripetizione contrastano in maniera aspra con le difficoltà vissute per decenni dagli italiani all’estero, quando, per partecipare alle elezioni della rappresentanza parlamentare nazionale, dovevano sobbarcarsi a viaggi anche intercontinentali.

La democrazia è intessuta di tali assurdità di cui il legislatore si disinteressa lungamente in quanto si reputa non incidano in misura significativa sulla vita pubblica.

 

Da una trentina d’anni, credo, è subentrata in Italia la prassi di conservare alla donna coniugata il suo cognome d’origine. In tutti i documenti ufficiali, mia moglie è e resta, pur avendo assunto con la straordinaria semplicità di cui si è detto la cittadinanza italiana, «Maria Koopman». Certamente, noi ci pieghiamo a questa consuetudine legale, anche perché non potremmo fare altrimenti. Tuttavia, per quanto ci riguarda, nelle nostre consuetudini familiari e nel nostro intimo, siamo fondamentalmente dei conservatori a questo riguardo. Lei ci tiene a essere mia moglie, preferirebbe esser designata quale «Maria Lanza» e così tende a firmarsi. Peraltro, c’è da dire che l’evoluzione degli altri paesi europei in questa materia è assai più lenta. Nella stessa Francia, per non parlare del Belgio e dell’Olanda, la moglie assume il cognome del marito e, anzi, negli inviti ufficiali a cerimonie o ricevimenti d’un certo livello si tende ad accomunare moglie e marito non solo nel cognome, ma persino nel nome di battesimo. Si scrive: «il Signor e la Signora Manfredi Lanza».

Mia moglie si firma «Maria Koopman» a malincuore e solo se a ciò espressamente invitata. Inutile dire che ne nasce una confusione potenzialmente foriera di seccature. Come convincere funzionari dei pubblici servizi, delle agenzie bancarie o dei commissariati di polizia che Maria Koopman e Maria Lanza sono un’unica e medesima persona?

 

La mia figlia maggiore è nata in Olanda. Nel decidere in merito al suo nome di battesimo, mi sono ingegnato di sceglierne uno che rendesse onore a tutte le sue origini e le lasciasse tutte le porte aperte. Ci voleva, possibilmente, un nome femminile che fosse italiano e nondimeno anche olandese; cristiano e giudaico (data l’attinenza di mia moglie all’ebraismo). Così ho optato per «Miriam». Dato comunque che eravamo in Olanda e che, all’epoca, si presumeva che vi saremmo rimasti, ho impiegato o lasciato impiegare nell’atto di nascita l’ortografia europea con la y: «Myriam».

Più tardi siamo rientrati in Italia, quindi nuovamente emigrati in Lussemburgo e infine riapprodati in patria solo quando i figli raggiungevano la maggiore età. Ciò ha indotto, vuoi o non vuoi, frequenti mutamenti dell’ortografia del nome nei documenti amministrativi e scolastici. In Emilia, sul finire del XX secolo, si è scoperto che queste oscillazioni comportavano inconvenienti molto seri. Mia figlia mi ha rimproverato di aver adottato inizialmente l’ortografia «sbagliata» e di aver lasciato poi correre con l’ambiguità connessa alla duplice versione ortografica. Ha dovuto impostare un’azione amministrativa delicata per la rettifica definitiva in favore della versione ortografica italiana. Per le pubbliche autorità «Myriam» e «Miriam» non avrebbero potuto essere la medesima persona.

 

Da simili circostanze ed esperienze siamo indotti a riflettere anzitutto sullo strettissimo margine di libertà personale in materia di presentazione di se stessi in termini di cognome e di nome.

D’altro canto colpisce l’alto grado di formalismo cui è approdata una società o civiltà sempre più democratica e, pertanto, smemorata ed ignorante.

A questa società non importa gran che se Maria Koopman e Manfredi Lanza sono sposati. Se lo sono, domani o dopodomani possono non esserlo più ed è indispensabile che l’amministrazione sia in grado d’identificare, rintracciare e seguire ognuno costantemente a prescindere dalle sue arbitrarie scelte di vita. «Myriam» e «Miriam» sono nomi diversi, anche se molto somiglianti. Non interessa la sostanza del nome, ciò che può significare. Conta solo la forma del medesimo. Come dire: per noi sei un codice, una cifra, un numero, una sigla e devi rimanere quella. Concediamo solo ai genitori di stabilire ad libitum la sigla da loro preferita alla nascita, con l’illusione di dare al figlio o alla figlia un’identità umana. Ma poi la sigla non dovrà più, né mai, variare.

Figurare se io mi firmassi, invece che «Manfredi», nome peregrino ma accettato dall’amministrazione una volta per tutte in base al principio della libertà dei genitori di far pazzie fantastiche quanto vogliano al momento della prima designazione, «Manfredo», oppure, più eruditamente, «Mainfredo», «Maginfredo» o «Magnifredo»!

 

 

 

Parlare e non parlare – 29.10.07.

 

Come a proposito di tanti altri argomenti, se non della maggior parte degli argomenti e forse di tutti, vi sono due posizioni antitetiche, due filosofie e dottrine riguardo alla parola.

I moderni e contemporanei sono fanatici dell’espressione e della parola oltre ogni dire. Vogliono che si comunichi, che si esternino i propri problemi, le proprie angosce, che su tutto ci si sfoghi e si discuta copiosamente. Sono persuasi che la parola guarisca, permetta di superare le incomprensioni, riduca le tensioni interiori e preluda alle intese, agli accordi, fondi la pace nella fratellanza.

La parola, per certi versi, è come l’acqua. In quanto facoltà virtuale di dire la propria e di scambiare impressioni, informazioni, giudizi, è preziosissima, vitale. Ma è anche facile e corriva. Parlare non costa niente. E ciò fa sì che si tenda a sparlare; a far un uso sconfinato del linguaggio, come, appunto, dell’acqua. L’acqua e la parola si sprecano perché sono di agevolissimo accesso e l’abbondante disponibilità della risorsa, in un caso come nell’altro, ci induce a dimenticare il loro raro, incomparabile, valore intrinseco.

La chiacchiera invade e sommerge la vita sociale.

Gli antichi ritenevano che, se la parola era d’argento, il silenzio fosse d’oro. In alcuni ordini religiosi, com’è risaputo, è vietata la parola, non sono ammessi né conversazioni, né dibattiti. Perché? Solo come forma di privazione volontaria, di sacrificio, di mortificazione? Non credo. Anzitutto per favorire l’ascolto della parola di Dio, l’attenzione ai suggerimenti dello Spirito Santo.

Dio, attraverso lo Spirito Santo, ci parla nel silenzio. Ma questi messaggi senza voce sono tenuissimi e in genere non li udiamo.

 

 

 

Pelare la cipolla – 29.10.07.

 

Alberto Giacometti era un disegnatore, pittore e scultore accanito. Faceva, disfaceva, rifaceva le figure, mai contento, mai soddisfatto. In un’intervista degli ultimi anni si lamentava con la giornalista della difficoltà, e anzi impossibilità, di raggiungere il vero cuore delle cose, di carpire l’essenziale. Aggiungeva che, per lui, fare arte era come pelare una cipolla: si toglie una pelle e sotto c’è un’altra pelle. Rimossa anche questa, di nuovo ci s’imbatte in una squama. E così via, fino a che in mano non resta proprio nulla. La cifra della cipolla sfugge all’analisi materiale e ad ogni dissezione: rimane incognita, intangibile, inattingibile.

Per me l’arte è l’esatto contrario. Non farei arte se non intuissi a priori la cifra delle cose, delle vedute, delle scene, dei paesaggi. L’intuizione della cifra si traduce in composizione dello spazio sul piano della tela, mediante il disegno, e distribuzione delle grandi masse di colore. La difficoltà vera si situa al livello del rivestimento della struttura portante, dell’armatura, dello scheletro, con i particolari e con le aggiunte e le sfumature di colore. È nel vestire la cifra da capo a fondo che s’incontrano i nodi di osservazione, nonché di resa tecnica. È nel vestire la cifra che si fanno le scoperte e s’impara qualcosa. La realtà risulta d’una ricchezza inarrivabile proprio nei suoi veli più di superficie. Non riuscendo ad eguagliare la natura, si taglia corto, ci si aggrappa a formule sintetiche e meri suggerimenti, a mezze misure. Però si progredisce gradatamente a forza d’esperienze ripetute. Man mano, ci si avvicina al bearsi di prese dirette sui misteri della costituzione del mondo.

 

 

 

La cultura umana tra due abissi – 02.11.07.

 

Nella sua storia durata circa tre millenni la cultura umana è precipitata da uno ad altro abisso.

L’antichità più remota e soprattutto l’interminabile cosiddetta età di mezzo sono state caratterizzate da fede nell’eterno, da valorizzazione della durata e della staticità, da visioni teocentriche e teocratiche dell’universo. Si è dunque vissuti nella contemptio mundi, nella fuga dal, e nella negazione del, sensibile. Insomma ci si è irretiti, paralizzati nella scommessa su un valore unico al di là delle cose.

Parentesi davvero beata è stata la breve età del Rinascimento, che, in Italia, è già stata annunciata da Dante e Giotto, poi ha occupato grosso modo l’intero Quattrocento. In questa fase, richiamandosi al classicismo greco e latino, ci si è liberati dagli schemi fissi del bizantinismo, ci si è emancipati dalle soffocanti servitù della religione istituzionalizzata. Si ha finalmente respirato a pieni polmoni.

Senonché il felice recupero della dimensione naturale ed umana  ha poi tosto condotto ad una nuova, forse più esiziale, angoscia: l’esistenza naturale, il mondo reale, è costante, mai cessante, inesorabile rivolgimento, mutamento, divenire. Il mondo reale non è stabile, né certo. Sempre è diverso da ciò che è, sempre muta e sfugge alla presa, sempre svaniscono tutte le forme in cui si esprime.

 

 

 

Voce flebile di Dio – 11.11.07.

 

Solo nelle leggende per fanciulli e per adulti rimbambiti Dio è annunciato dal fragore del tuono o dallo squillare di assordanti trombe.

I suggerimenti sacri sono sussurrati all’orecchio umano con voce quanto mai flebile, anzi a sorpresa alla mente umana senza fiato di voce.

Una mattina ci si sveglia con un’idea in testa che non si ricollega a nulla di ciò di cui ci occupiamo, che stiamo tentando di costruire o cui ci interessiamo; che non si riconnette a impressioni recentemente provate, a letture, a spettacoli o programmi televisivi seguiti. Insomma, un’idea fuori contesto, fuori dalle righe. E, per di più, un’idea che sembra di scarsissima rilevanza, di poca affidabilità e incidenza pari a zero.

L’ispirazione è così tenue che non potremo comunque coglierla se saremo distratti e, ad esempio, troppo impegnati nella cosiddetta «vita attiva» delle incessanti relazioni umane. Peraltro nulla ci costringe a coglierla, essa non s’impone a noi. Potremo considerarla un fermento balzano, accidentale e privo di qualsiasi peso, potremo togliercela di torno, cacciarla con un gesto della mano come una mosca molesta.

La sua sola forza sta proprio nella caratteristica apparentemente illogica, inspiegata, incongrua. Sveglia, semmai, e trattiene la nostra attenzione proprio perché anomala, non riconducibile all’alveo dei nostri ordinari pensieri.

I nostri pensieri, i nostri pensamenti, le nostre idee cercano di farci progredire, di portarci avanti. Ma spesso e volentieri si scontrano contro muraglie d’incomprensione, d’indifferenza, contro muri di gomma, reti di lacci e lacciuoli, ostacoli insormontabili.

I nostri pensieri, che credevamo buoni e ottimi, che muovevano da ottime intenzioni, finiscono col rivelarsi improduttivi, fallaci e, talvolta, in definitiva persino malvagi.

Invece l’idea da nulla suggeritaci senza che l’avessimo cercata dalla vocina intima nel silenzio solitario del primo mattino ci spinge a iniziative che, se avremo la faccia tosta di prenderle, potranno compiere miracoli, tipo il tramutamento dell’acqua in vino o la moltiplicazione dei pesci e dei pani.

 

 

 

Rispondono – 11.11.07.

 

Rispondono ch’è pericoloso fidarsi di se stessi e così pure delle vocine interiori che immaginiamo di udire. La vocina, più che un suggerimento dello Spirito Santo, potrebb’essere un allettamento del demonio, una falsa ispirazione, una tentazione. Magari uno si alza con l’idea fissa di far fuori sua moglie o di sterminare la famiglia. È assurdo credere che qualsiasi pensiero ci nasca spontaneo nella mente sia sacro.

Secondo la tradizione cattolica l’unica vera ancora di salvataggio spirituale sarebbe la Chiesa nel suo complesso, il corpo della Chiesa, con i suoi sacramenti e, soprattutto, i suoi sacerdoti e i suoi dottori. È difficile aderire appieno a questa concezione se si considera a quanti madornali errori la Chiesa romana si sia lasciata andare nel corso della storia, quanto esizialmente ingiuste si siano rivelate prese di posizione, condanne, persecuzioni delle più alte autorità ecclesiali, quanto peccaminosa sia apparsa la condotta di non pochi preti, e simili.

Le credenze protestanti, evangeliche e neoevangeliche, pretendono invece che la pietra di paragone siano le Sacre Scritture, le quali conterrebbero tutto, parlerebbero semplice e chiaro di tutto, sarebbero parola testuale di Geova. Non è così. Le Scritture sono tutt’altro che di una lampante chiarezza, tutt’altro che oro colato. Non sono certo state redatte da Dio, bensì da un’ottantina di diversi scrittori in epoche storiche varie e comunque tutte remote, assai diverse dalla nostra. Le Scritture sono un’eventuale fonte indiretta di luce e d’ispirazione, ma necessariamente richiedono una lettura critica, cioè sorretta dalla riflessione, qua e là anche dall’erudizione, e, nei loro significati profondi, sono mediate dall’interpretazione.

Chi pone le Scritture al di sopra di tutto non si accorge di prestare fede di fatto a particolari pregiudizi interpretativi, a dottrine ricavate, sì, dalle Scritture, ma in maniere contestabilissime e contestate dai non affiliati.

Necessariamente, volendo assumere nella vita una postura costruttiva, positiva, tesa verso qualcosa di buono, si deve prendere appoggio sostanziale ed ultimo in se stessi e nella natura. Solo tramite noi stessi e la natura abbiamo qualche affidabile nozione di Dio. Solo attraverso noi stessi e la natura Dio ci traspare. L’interpretazione delle Scritture o della stessa natura propostaci da altri non deve mai prevalere nel nostro animo sull’intuizione diretta del vero e del buono di cui Iddio ci dota in partenza, creandoci, e che egli abbina strettamente alla responsabilità di vivere di cui ci carica. Quando saremo interrogati nel giorno del giudizio non verremo esaminati in merito ad una nostra adesione più o meno pervicace a dottrine altrui, bensì alla nostra fedeltà personale e immediata al richiamo interiore alla salvezza.

 

 

 

Questione del Male – 13.11.07.

 

A questo proposito si pone, affiora, la questione del Male, da sempre discussa e oggetto di contese filosofiche.

Le religioni, soprattutto a livello di divulgazione popolare, tendono non solo ad oggettivare il Male, ma addirittura a personificarlo. D’altronde personificano Dio, che sarebbe il campione del Bene. E a fronte del loro Padre Eterno dalla barba bianca fluente ipostatizzano un Lucifero o Satanasso, angelo traditore precipitato negli Inferi, che minerebbe il creato, si contrapporrebbe alla salvezza, si sforzerebbe con l’astuzia di trascinare l’uomo e il mondo alla dannazione.

Automaticamente si delineano nodi di problematica soluzione. Dio ha creato solo il Bene? Si è però lasciato sfuggire l’ingenerarsi di un Male non voluto e non previsto? Ha solo concesso che il Male potesse insorgere perché vi ha individuato un possibile fattore di elevazione ad un grado di perfezione del reale superiore? È ammissibile, in sede teorica, che il Male possa migliorare il Bene? Se il Male non svolge alcuna funzione positiva, come ha potuto Dio permettere che prendesse piede? L’esistenza di un Male oggettivo e quella, persino, di un eventuale campione del Male che validamente si contrapponga a Dio non ridimensionano la proclamata onnipotenza dell’Eterno? Come, soprattutto, stabilire l’esatto discrimine tra Bene e Male?

Per rafforzare l’impatto delle loro suggestioni i credenti pagani soggiungeranno con protervia che chi nega l’esistenza di Satana è accecato dall’essere, lui, già passato interamente sotto la sua dominazione.

Io, certo, non credo all’uomo nero, e ancor meno all’angelo nero. Tendenzialmente la mia posizione è affine a quella dei pensatori che hanno definito il male in termini di sola assenza di bene, di bene impedito o di bene sviato. L’universo non è il teatro di una lotta tra poli del Bene e del Male. Il polo del male non esiste come realtà o forza a sé stante. Esistono molti mali relativi che sono, appunto, indubitabili in ordine a determinate persone o situazioni, ma non sono mali assoluti in sé. Ed esistono molte forme di disfunzioni, disfunzionamenti, disguidi, impedimenti di bene. L’ampia zona d’ombra che ne deriva costituisce ciò che denominiamo «il male».

 

 

 

Futuro dell’umanità – 13.11.07.

 

Vengono al pettine dell’attenzione e sensibilità di governi ed opinioni pubbliche problemi cruciali di cui io, almeno in parte, mi rendevo conto sin dagli anni 1950 e Lanza del Vasto sin dagli anni 1920 e 1930. A cominciare dalle questioni generali delle risorse energetiche, dell’ecologia, degli stili di vita.

Che le risorse energetiche fossili non fossero inesauribili era un’evidenza, a rifletterci. Che a bruciare combustibili a tutto spiano per il riscaldamento, per l’industria, per la circolazione di autoveicoli, a fertilizzare e a disinfestare chimicamente la terra e le colture in misura sfrenata, s’inquinavano, ossia avvelenavano, l’atmosfera e la falda freatica, bisognava essere dei geni a rovescio per non capirlo. Ma l’ottimismo atavico induceva le popolazioni a chiudere ambedue gli occhi. Le popolazioni si contraddistinguono per un alto grado d’incoscienza, stupidità, cieco opportunismo, come hanno platealmente dimostrato fenomeni storici recenti quali il fascismo, il nazismo, il comunismo sovietico.

Oggi, con un ritardo oggettivo di oltre duecento anni, si è costretti dai fatti ad accorgersi che qualcosa non va. Ci si decide, quantunque svogliatamente, a far mente locale. È in vista la fine della pacchia dell’abbondante disponibilità di petrolio. I prezzi del greggio sono in costante aumento. Le emissioni di gas nocivi hanno innestato un processo generalizzato di riscaldamento climatico con scioglimento rapido, tra l’altro, dei ghiacci dei poli, previsioni d’innalzamento delle acque dei mari, episodi meteorologici estremi e tragici, paventate minacce di desertificazione, ecc…

Un altro nodo, di cui si parla per ora con minore ansia ma altrettanto serio, è quello dell’aumento demografico. Abbiamo raggiunto sulla terra un totale di ben sei miliardi e mezzo di esseri umani. Si prevede entro non molti anni il superamento del traguardo degli otto, forse dei dieci, miliardi. È ovvio che ciò comporta nuove preoccupazioni di vario genere e anzitutto per quanto attiene alle risorse alimentari e idriche.

Assisto sulla tivù francotedesca (non certo ancora sui canali italiani) a tavole rotonde su questi argomenti. Sulla diagnosi c’è ormai consenso. Dal punto di vista degli orientamenti, ossia delle prospettive per il futuro, vedo delinearsi due scuole. Ve n’è una che predica un deciso ripensamento e ripiego su modalità di vita più controllate, in pratica qualcosa come un mezzo ritorno al passato. Ma continuano nonostante tutto a prevalere gli ottimisti, i quali sono fondamentalmente persuasi che l’uomo debba proseguire il proprio volo d’Icaro ad ogni costo e che la scienza e la tecnologia siano in grado di trovare soluzioni ai problemi da esse stesse ingenerati. Si affineranno gli strumenti, si svilupperanno altre fonti d’energia (in particolare quella atomica) e si andrà avanti, perché, certo, non ci si può, né deve, risolvere a tornare indietro. Un progresso ulteriore sanerà le malefatte del primo, più rozzo, progresso.

Le conseguenze degli errori del passato ci presseranno con celerità e gravità sufficiente ad indurre una parte congrua degli ottimisti a ravvedersi per tempo? Quando – se ciò avverrà – l’umanità, in maggioranza, si sarà decisa ad una svolta vera, saremo ancora in tempo per adottare misure che possano preservare il mondo da una completa catastrofe?

 

 

 

Brindare – 15.11.07.

 

Quando succede qualcosa, bisognerebbe brindare. Noi la prendiamo sotto gamba, ci sembra naturale e, pertanto, andiamo avanti nella quotidianità come niente fosse. E invece no: è straordinario, quasi impossibile che succeda qualcosa, che esca un nostro articolo, sia pubblicato un nostro libro, venga allestita una mostra di nostre tele! Ogni qualvolta, per puro miracolo, l’uscita di un nostro contributo culturale è programmato in questa società civile di storditi, ci vogliono poi mesi e anni perché l’evento s’inveri. E non mancano certo, nell’intervallo d’interminabile attesa, le difficoltà tecniche, i disguidi, i ridimensionamenti del progetto iniziale attuati dal mediatore commerciale.

Bisognerebbe, quindi, dirsi che il giorno in cui ci perviene la certezza oggettiva di un’avvenuta edizione sotto specie di pacco postale contenente gli esemplari riservati all’autore è un giorno da segnarsi con una bandierina sul calendario e di cui, magari, celebrare la ricorrenza di anno in anno. E frattanto dovremmo levare al cielo un calice di quello buono in rendimento di grazie per gli occulti influssi che ci hanno favorito.

Ma non ha senso brindare da soli, né brindare comunque con chi non esulti quanto noi, anche perché non ha potuto quanto noi soffrire delle dannate tensioni dovute al mancato esito per tempi lunghissimi. Ed è perciò che, seppure l’idea ci sfiora che potremmo farlo, che dovremmo farlo, senz’altro rinunciamo. Nella prospettiva, peraltro, dell’immancabile successivo agone, non meno impegnativo, incerto e bisognoso della mano di Dio per approdare a un ulteriore emblematico successo, di cui forse saremo ancora una volta il solo testimone consapevole e garante.

 

 

 

Memoria e presenza – 18.11.07.

 

Ricordare, ricostruire il passato per ricavarne insegnamenti, moniti, ma anche e soprattutto incoraggiamenti, motivi di fierezza che ci aiutino ad affrontare il presente e il futuro. Celebrare i grandi fatti, le grandi svolte, i grandi protagonisti della storia.

La memoria è dimensione culturale insostituibile, certo.

Non deve, però, divenire un mero rifugio, un alibi, un antro di cui siano bloccate le uscite all’aria aperta, ossia un semplice e comodo succedaneo della vita presente.

La memoria del passato è e dev’essere funzionale al vivere nel presente.

A tale proposito rileviamo che passato e ricostruzione del passato, oggettivamente, non coincidono, né possono coincidere. Non sono una medesima cosa, anche se i ricercatori si sforzeranno di aderire il più scrupolosamente che riuscirà loro al modello. L’essenziale funzionalità di cui si diceva indurrà comunque molti studiosi a deformare il profilo della storia, tirando l’acqua ai mulini di parti cui essi facciano in vario modo capo, sia perché direttamente o indirettamente assoldati da dette parti, sia anche solo per motivi ideali.

Ma c’è soprattutto da osservare, a mio parere, che l’indagine storica rende per lo più gli specialisti del tutto ciechi e sordi al presente.

Uno storico dell’arte moderna del XXI secolo elogerà con trascinante fervore la pittura di Cézanne, Van Gogh, Modigliani, nonché, se italiano, dei Macchiaioli. Ma dobbiamo riflettere che nessuno dei tre pittori citati è stato «scoperto» in vita dai critici e che la fortuna dei connazionali sopra ricordati è stata a suo tempo magrissima. L’importanza di detti autori è stata compresa a ritardamento. E quando le prime tele impressioniste fecero scandalo presso il pubblico borghese nei «saloni» francesi i quadri ben più rivoluzionari di Turner erano stati dipinti da oltre un cinquantennio.

La storia è una cosa, la sensibilità al presente, la presenza al presente, la presenza di spirito, un’altra.

 

 

 

Sessualità – 24.11.07.

 

Che la sessualità sia una delle più fondamentali funzioni della vita è una verità lampante; una verità della Palisse, per dirla alla francese. È ovvio che la stessa sopravvivenza della specie ne dipende. Chi dicesse che l’essere umano deve soprattutto respirare, mangiare, eliminare, fare sesso, e le tre prime cose principalmente nella prospettiva della quarta, che è quella verso la quale tende tutta l’esistenza animale per assicurare il suo perpetuarsi, verrebbe tacciato di materialismo e volgarità dalla società borghese e da molti intellettuali con la testa tra le nuvole, ma non sgarrerebbe d’una mezza virgola.

Cartesio, che era un intellettuale quanto mai sofisticato, ha proclamato: «penso, dunque sono». Certamente sarebbe stato più nel vero se avesse dichiarato «caco, dunque sono». E la formula più sicura è in definitiva: «chiavo, dunque sono». Il fare sesso costituisce una catena di anelli e fermagli in cui si articola il genere umano.

Courbet, credo, ha dipinto uno splendido solco infragluteico femminile, una fica – per dirla in chiaro –, e ha intitolato la tela: «l’origine del mondo». A questo emblema si possono efficacemente ricollegare i due sonetti del Belli sul padre dei santi e sulla madre delle sante (nn. 560 e 561).

La società civile tende a trascurare l’attività respiratoria, che è incessante e pertanto ritenuta banale, scontata, e che invece è la più basilare affinché essere animato vi sia. Esalta semmai la dimensione alimentare, in quanto foriera di piaceri dati per innocenti, costruendoci sopra raffinatezze e mode artificiose. Tace, in sostanza, dei pur altrettanto frequenti e stringenti momenti escretori che costellano le umane giornate, e li nasconde. Quanto al sesso, l’atteggiamento pubblico e privato in ordine ad esso è ambiguo, ambivalente; oscilla tra due estremità contrarie: il tacere, il censurare, il velarsi la faccia e il negare, da un lato; l’ostentare, sbandierare ed esagerare, dall’altro.

Tutti covano nel loro caldo cuore un dirompente bisogno di sesso, ma per lo più non lo fanno trasparire e addirittura lo reprimono, quasi celandolo a loro stessi.

Gli individui si contengono, paventando scivolate che dovessero esser loro, per uno o altro verso, fatali. C’è il pericolo delle malattie, ma c’è ancor più quello di mettersi in ridicolo e di perdere la testa: si possono subire rifiuti cocenti, irrisioni squalificanti da parte degli ambienti di vita; si può andare incontro a guai e drammi sociali, ingenerando terremoti nelle famiglie, mettendo al mondo mocciosi indesiderati che costituiscano un peso e un ostacolo all’attività, creando il presupposto di un attaccamento affettivo non meno handicappante, prestando il fianco a esigenze, querimonie, ricatti.

Soprattutto c’è la società stessa, la famiglia, la Chiesa, le autorità morali, che premono perché non ci lasciamo andare, ci impongono impegni di formazione, orientamenti lavorativi, ruoli nei confronti della collettività, chiudendoci di fatto in morse, in busti assai serrati.

Tanto l’individuo stesso quanto la società temono l’eros come potenziale fattore di disordine irrazionale, disgregazione, perdizione.

Da sempre i consorzi civili si sono adoperati a razionalizzare il più possibile i rapporti amorosi tra i singoli. Istituto capitale, in questo senso, è il matrimonio. Si stabilisce, cioè, che l’amore, dal quale l’umanità non è in grado di difendersi in toto, può andare bene, è moralmente lecito e persino costruttivo e da encomiare, a condizione che si espleti tra due partner di sesso opposto per fini di procreazione e s’imperni su un’unione celebrata coram populo nel quadro della legge. Anche per il bene dei figli, si tende a preferire che queste congiunzioni maritali siano di lunga durata e, magari, a vita.

In Occidente e nell’alveo della cristianità, inoltre, le unioni coniugali dovevano essere, di regola, esclusive di ogni altra relazione erotica. Vigeva, ufficialmente, la monogamia. Si consideravano peccaminose, immorali e illecite, le relazioni extraconiugali di qualsiasi genere, che pur spesso venivano intrecciate ufficiosamente in seno alle classi agiate. La precettistica cattolica tradizionale esigeva addirittura non molti decenni fa che l’uomo e la donna non avviassero relazioni sessuali, né con terzi né tra loro, durante l’intero periodo giovanile e la stessa fase prematrimoniale. La donna, soprattutto, doveva giungere illibata e ignara delle cose dell’amore all’altare. La deflorazione era un vero e proprio rito, peraltro non sempre intimo e del cui effettivo espletamento andava dato pubblico atto, nelle regioni mediterranee meridionali, mediante esposizione al balcone della camera degli sposi del lenzuolo insanguinato al mattino consecutivo alla prima notte.

Questo inquadramento istituzionale classico è stato ampiamente scosso a partire dalla seconda metà del XX secolo. Oggi è, sotto molti aspetti, saltato. Le relazioni prematromoniali multiple sono consentite e persino incoraggiate dagli educatori. Il matrimonio è tutt’altro che una scelta obbligata e si può vivere da single. La contraccezione e l’aborto hanno decisamente ridimensionato i problemi di gravidanze indesiderate. Il matrimonio stesso può essere seguito da divorzio e non mancano nelle classi privilegiate persone che si sposano fino a quattro o cinque volte. Persino riguardo ai rapporti extraconiugali è diffuso negli ambienti più evoluti un atteggiamento di relativa tolleranza. Inoltre, è stata persino rivalutata la masturbazione. E ultimamente l’omosessualità guadagna terreno a livello di omologazione sociale e riconoscimenti legali.

Ciò non toglie che le mentalità e le stesse strutture siano però rimaste fondamentalmente le stesse, mi dico. Sul singolo continua a pesare una schiacciante cappa, mirante a distoglierlo dalle divagazioni erotiche. È vero ch’è sottoposto ad un bombardamento assillante d’immagini e messaggi erotici negli spettacoli e nella pubblicità, ma l’ampio margine di manovra che gli è concesso a livello di virtualità chimerica, di aspirazioni e sogni, non corrisponde a gran che nei fatti. Il sesso costa ed è accessibile in pratica solo ai pochi che hanno soldi da buttare dalle finestre. Inoltre e soprattutto i tanti condizionamenti da obbligo del lavoro, da esigenza della correttezza sociale, ridimensionano drasticamente l’immaginaria libertà e castigano le voglie capricciose. Sono diminuiti determinati rischi del sesso, ma una pesante opera di dissuasione perdura.

Mi chiedo di quanto e sotto quali profili le regolamentazioni e pressioni sociali tuttora in essere siano tali da impedire alla natura umana di esprimersi pienamente, quindi da impedire la felicità dei singoli.

Anzitutto il modello monogamo ancora in auge nonostante tutto come mèta sociale ideale, come faro nella nebbia, è davvero proponibile per il genere umano? A tale proposito, penso che, come esistono specie animali che effettivamente praticano l’unione a due esclusiva a vita mentre la maggioranza segue il principio di rapporti a termine o della promiscuità, così pure la monogamia può convenire a determinati temperamenti umani, mentre i più tenderanno ad una sessualità diversificata. 

Il matrimonio non va condannato, ma riservato a chi ne rechi in sé o ne abbia maturato la vocazione, e ne vanno riviste le condizioni.

Lasciando da parte il caso dei monogami maschi e femmine per vocazione naturale o esigenza maturata, riguardo ai quali ci potremo accontentare di considerare che non insorgono problemi di fondo e che è logico continuino a fondare e costituire belle famiglie di tipo tradizionale, occupiamoci delle esigenze insufficientemente indagate, allo stato inevase o disordinatamente e incompletamente evase dei numerosi comuni mortali, se non altro durante l’età giovanile. Occupiamoci della stragrande maggioranza, soprattutto maschile, che ha bisogno di libero sesso.

Va detto che, contrariamente a quanto si sforzano con tutti i mezzi di stabilire gli integralisti della democrazia e del femminismo, la situazione dell’uomo e della donna non è identica, né paritaria, in materia di sesso. A prescindere dalle importanti differenze di sensibilità indotte dai diversi regimi ormonali delle due categorie di umani, la donna rischia oggettivamente di più e s’investe più dell’uomo nel sesso. Ciò si riflette in un maggior bisogno di stabilità, di sicurezze, e in un meno marcato anelito all’avventura incontrollata per la protagonista femminile. È poi ovvio che la maternità, avvenuta, attesa o programmata, accentua in maniera determinante questa vitale distinzione. L’uomo è più naturalmente portato ai cambi di partner, ad una molteplicità di rapporti, nel tempo e anche in contemporanea.

Non è sano, né ragionevole, sottoscrivere alle opzioni degli incondizionali del sesso, la cui prima preoccupazione è proprio quella di parificare la donna e l’uomo nell’eros, e pertanto anzitutto di espungere dal quadro della realtà naturale e della sessualità la maternità con le connesse servitù; e che, spingendosi sconsideratamente in avanti a suon di sensi incontrollati e logica astratta, approdano in ultimo a programmi di sistematica omosessualità dei due sessi, omosessualità fine a se stessa, o bisessualità indifferenziata. La maternità è la ragione di fondo del sesso e Iddio, o la Natura che sia, hanno posto in essere la differenziazione e complementarità sessuale come pure l’esigenza e il godimento struggente del sesso per assicurare la procreazione e la continuità della vita. Ed è dunque a causa della procreazione, e della maternità che la attua, che il sesso è quello che è, un momento di felicità incomparabile.

Però, allo stato, se consideriamo l’uomo e la donna a prescindere dall’aspetto della procreazione, dobbiamo riconoscere che gli esponenti di ambedue i generi umani provano anzitutto un diffuso e potente bisogno di sessualità come tale, possibilmente diversificata, e che il matrimonio classico rappresenta una gabbia per quanto attiene all’erotismo. In molti casi la donna accetterà in cuor suo le limitazioni dello sposalizio in virtù della speranza dei vantaggi connessi in termini di stabilità e sicurezza. L’uomo, spesso, sarà costretto dal temperamento a cercare vie di fuga, frequentando case pubbliche d’incontri, seducendo in casa, negli uffici e in giro per il mondo ancelle, segretarie e collaboratrici, facendosi delle amanti. Vie di fuga, ovviamente tacite e segrete per non creare problemi, ma di cui la moglie verrà magari a sapere. Lei potrà far finta di niente, fare buon viso a cattivo gioco, sempre privilegiando il tasto della continuità di fondo e della sicurezza. Qualora però l’indole della moglie sia tale che, date le scappatelle del marito, non sappia resistere agli allettamenti di esperienze fuori matrimonio, l’unione diverrà subito a rischio ed è facile pericliti rapidamente.

Insomma, la procreazione è fondamentale. Senonché il bisogno di sesso che si è sviluppato nell’essere umano a motivo e in ragione di essa, ma collateralmente ad essa e anche indipendentemente da essa, è prepotente e chiede soddisfazioni che in genere il matrimonio monogamico non è sufficiente a fornire, in particolare per l’uomo.

 

Riprendiamo più dettagliatamente l’esame dall’inizio, e cioè dal primo, più solitario e semplice atto sessuale: la masturbazione. Il ragazzo di 13 o 14 anni, ancor prima d’aver raggiunto il traguardo della pubertà, si masturba a letto prima d’addormentarsi, strofinando il sesso che comunque già gli si rizza e gonfia sul lenzuolo e, attraverso questo, contro il materasso, il quale offre l’opportuna resistenza elastica. Il giovincello ancora non eiacula, ma ciò non gli impedisce di raggiungere l’orgasmo e improvvisamente lo pervade un’intensa sensazione di piacere, accompagnata come da uno stordimento. Ripete, sera dopo sera, questo strano rito spontaneamente senza comprenderne affatto il significato, né l’implicita portata. Fantastica frattanto di forme di bambine in base a cose intraviste, a impressioni ed emozioni provate, a fatti che ha sentito raccontare o spiegare. Alcune compagne di scuola o di giochi hanno, sì, richiamato la sua attenzione, ma mai si azzarderebbe di giorno ad accennare con loro delle sue eccitazioni notturne, a dichiarare pulsioni d’amore di cui non è affatto sicuro, non sa lui stesso cosa pensare e forse tende a vergognarsi. Ogni sera però, come si è detto, pensa e ripensa alle coetanee, nonché a giovani immaginarie, a frammenti d’immagini spigolati qua e là, su riviste o nei film, e inventa giustificazioni al suo divagare, allettamenti, vicende supposte che lo incantano e lo conturbano. Queste silenti fantasticherie sono peraltro come una cantilena, una ninna nanna che gli concilia il sonno. L’indomani mattina è di nuovo il solito ragazzino modello e figlio di mamma sua. Una notte la masturbazione per soffregamento del pene provocherà i primi gettiti di sperma e lascerà sul lenzuolo e nel pantalone del pigiama tracce di cui si accorgerà e sorriderà tra sé la domestica.

Tutti i giovani maschi si masturbano a letto senza saperlo e sin da prima della pubertà? Non lo affermo, ed è possibile che l’esperienza connoti solo una parte dei preadolescenti. Quanto alle femmine, dal canto loro, cosa fanno? Sono ancor più taciturne e segrete dei maschi su certe cose, ma ciò non significa che siano meno coinvolte. La clitoride è sensibilissima sin da età precoce e basta un qualsiasi contatto o sfreghio accidentale perché, alla piccola, si riveli quello strano, irresistibile piacere. Si può credere che, scoperto il tesoro intimo di quel godimento che oltretutto non espone a rimproveri, né critiche, dato che ce lo si dà da sole nel più assoluto segreto, la femminuccia non ne approfitti e si astenga dal ricorrervi persino nei momenti, non rari nell’infanzia, di sconforto? Passarsi e ripassarsi le dita sul piroletto, massaggiarsi, accarezzarsi tra gli attacchi delle cosce è facilissimo e nessuno può vederlo, né saperlo, se lo facciamo nel segreto della camera, di notte o di giorno. Neppure noi ce ne rendiamo veramente conto mentre siamo nel dormiveglia ed è per così dire un’inclinazione automatica, un qualcosa che si genera ed espleta da solo e a proposito di cui non abbiamo da assumerci la minima responsabilità. L’orgasmo autoprocurato ci consola di tutto, ci autoesalta e rincuora. Quando saremo più grandicelle, il fatidico andirivieni delle dita e delle mani diverrà consapevole, voluto e lo praticheremo anche in bagno o stese sul divano del salotto e ci servirà a compensare le delusioni, gli abbandoni.

Anche quando, maschi e femmine, avremo al nostro attivo esperienze e vere relazioni sessuali, la masturbazione solitaria continuerà a svolgere un suo ruolo nei momenti d’indisponibilità di partner, di crisi di vita. D’altronde è ovvio che essa non è necessariamente operazione solitaria e l’onanismo assume un indiscutibile rilievo anche nel contesto della relazione a due. La donna può masturbare l’uomo, manualmente o con prestazioni orali. E così pure l’uomo masturba la donna con la mano e con la lingua. In questa seconda versione, bilaterale, la masturbazione è una diversione, un accompagno, un complemento tutt’altro che trascurabile rispetto all’atto sessuale principale; come chi dicesse la ciliegina sulla torta, se vi è acuta sensibilità nei partner, nel quadro della relazione continuata.

Certo, il passaggio da una sessualità meramente solitaria ed immaginaria alla sessualità effettiva a due rappresenta un immenso progresso per l’individuo. In genere è un passo che viene compiuto presto, e certo prima dei vent’anni. Ma, da un punto di vista squisitamente erotico, è anche un passo che comporta limiti e pericoli. Quali? Anzitutto la relazione a due tra persone di sesso opposto rischia d’approdare quasi subito al cosiddetto stato interessante della partner femminile, cioè poi alla maternità, al matrimonio, quindi ad una relazione esclusiva obbligata.

Ho già brevemente accennato alle soluzioni empiriche cui la coppia può appigliarsi per cercare di scongiurare la rinuncia alla libertà e la chiusura a rapporti con terzi. Sono soluzioni tutte assai problematiche. La frequentazione di prostitute frutta all’uomo una soddisfazione del tutto relativa. L’amore a pagamento entro tempi ristretti non appaga. Libera semmai, lì per lì, da un’insopportabile tensione, ma nulla più. Le amanti stabili, dal canto loro, mettono a repentaglio l’unione matrimoniale e ingenerano sensi di colpa. Gli amanti delle mogli, poi, sono una macchia infame che evidenzia l’insanabile disfunzione del patto a vita e fa traboccare il vaso.

Oltre a quello di condannare i partner ad un rapporto esclusivo, cieco, a vita, il problema del matrimonio è quello di operare una congiunzione, una fusione di due livelli: quello erotico, che ha fatto scattare la relazione sessuale in origine, e quello personale, sentimentale o affettivo. In pratica, in esso, la dimensione erotica finisce coll’essere sacrificata a quella affettiva.

I sentimenti e gli affetti sono importantissimi. La personalità umana e spirituale è fondamentale. Ma l’eros è un’altra cosa, una cosa più terra a terra, che viene prima; una realtà autonoma corporale, fisiologica, psicologica imperniata su un approccio biologico scevro da artificiose sovrastrutture. Può accompagnarsi ad affetti? Forse difficilmente ad affetti che siano troppo marcatamente esclusivi. L’affetto le aggiunge un prezioso complemento, la arricchisce decisamente, la completa ed incorona, ma solo a condizione di non causare drastiche chiusure a riccio. Vi è, nell’eros, una componente insopprimibile di libera spontaneità.

 

Dal punto di vista erotico l’ideale, per un uomo sano e normalmente costituito, sarebbe di poter amare contemporaneamente più di una donna, ad esempio tre, quattro o cinque, o un numero indeterminato di donne. E vi sono al mondo, del resto, tradizioni religiose e culturali che hanno istituzionalizzato, o che quanto meno autorizzano, la poligamia maschile.

Anche per una donna l’ideale potrebb’essere di coltivare amori plurimi in contemporanea? Per una maggioranza di donne, non credo, a causa della dimensione della maternità che – come ho già accennato – è malgrado tutto un approdo ultimo incontestabile della sessualità femminile e, di per sé, richiede stabilità. La dimensione della maternità, in termini se non altro di prospettiva futura, investe la personalità femminile radicalmente, divenendo una componente ineludibile del suo rapportarsi alla genia maschile. Si tenga conto, peraltro, che la futura madre si fa psicologicamente carico anche della sicurezza di vita della prole. Però, per talune donne che tendono a privilegiare più di altre il lato propriamente erotico rispetto a quello riproduttivo, l’ideale degli amori plurimi non è escluso; e vi è malgrado tutto pletora di tali donne, come dimostra indirettamente il dilagare della prostituzione femminile a scopo di lucro, che non potrebbe darsi se non vi fosse un’ampia disponibilità femminile alla prestazione sessuale fine a se stessa.

Si può  discutere, quindi, se ad un apprezzabile numero di femmine, anche di quelle niente affatto orientate alla prostituzione in senso stretto, non convenga assoggettarsi tra la prima pubertà e i 28 anni circa ad un curriculum di esperienze sessuali variate.

Come si possono attuare, combinare e conciliare simili supposti ideali di massima?

Se l’uomo pratica in contemporanea più compagne, dovrà farlo in sedi separate e senza informarne le interessate? Qualora la sua felicità dipenda dalla pluralità e diversificazione erotica, cercherà di realizzarla superando le remore socio-morali. Le modalità specifiche dipenderanno dalle condizioni concrete, caso per caso.

Perché ci tiene a far l’amore con più protagoniste? Perché ciascuna è diversa dall’altra e la diversità, costantemente avvertita, esalta le qualità di ciascuna, avvalora le singole personalità. Amando le altre, amerà maggiormente ciascuna delle compagne nelle sue singolari caratteristiche fisiche e di comportamento. Pertanto l’amore plurimo sarà per lui amore più pieno e più sentito, amore più vero di ciascuna delle partner. Gli amori, assommandosi, non si contraddirranno, non si annulleranno vicendevolmente, anzi si esalteranno.

In linea di principio è preferibile il massimo grado di franchezza e semplicità nei comportamenti. Sarebbe dunque meglio che le partner fossero tutte debitamente informate della situazione. Sarebbe auspicabile che ciò non inducesse alcuna di loro a scandalizzarsi, a mollare. E l’optimum sarebbe che anzi tutte si sentissero vieppiù stimolate dalla particolare combinazione. Sempre in sede astrattamente ideale sarebbe nettamente da preferire che le varie partner si conoscessero, si frequentassero, magari fossero buone o intime amiche e che, anzi, uomo e partner plurime vivessero insieme almeno in alcuni periodi dell’anno.

Salta agli occhi che in termini di attuabilità formule del genere vanno incontro a difficoltà spinosissime. E questo indurrà, in concreto, ad orientarsi piuttosto verso applicazioni intermedie. Perché non accontentarsi della prospettiva di amare due sole femmine per volta, ma almeno due insieme, sullo stesso lettone? Potranno essere due amiche che, inizialmente, avevano avvicinato il protagonista in coppia per farsi coraggio e di fronte alle quali lui, a sorpresa, se ne sarà uscito con un’infiammata dichiarazione comune ad ambedue, chiedendo loro di spogliarsi e andare a letto in terna e che si lasciassero l’una e l’altra baciare e accarezzare, quindi penetrare a turno. 

Entusiasmante sarebbe in alternativa amare insieme due sorelle inseparabili, semmai una più intraprendente e l’altra più timida, con la scusa apprezzabile per la prima di non voler discriminare, né umiliare, la seconda. Più ostico da programmare, un duplice amore nei confronti di madre tra i trentacinque e i quaranta e figlia quindicenne o ventenne, ma nulla è impossibile, come hanno dimostrato noti precedenti.

Mi spingerò oltre: nel caso più facile da immaginare, non di consanguinee, ma di amiche per di più dissimili, sarebbe bello, accessoriamente, farle amare anche tra loro. Indurle dapprima ad abbracciarsi, accarezzarsi, baciarsi sulle guance, sulle labbra – tanto sono amiche – e a prendere l’una e l’altra attenta visione del rispettivo fisico, ammirarsi il petto, le cosce; poi a baciarsi nella bocca, con tenerezza e passione; a palparsi e succhiarsi vicendevolmente i seni; a straleccarsi la fica e il culo; a masturbarsi a vicenda. Tutto ciò, meglio forse in apertura di rapporto, prima dell’intervento decisivo del protagonista maschile, del vero e proprio coito, vulvare o anale a seconda delle volte, o dell’altra masturbazione orale più impegnativa sul sesso del maschio.

A tale proposito sottolineo che non va trascurato, in amore, il piacere della vista. Vedere un bel corpo femminile nudo ci piace; vederlo in movimento, con cambi di posizioni e di atteggiamenti, ci eccita. Masturbare una ragazza consenziente e vederla o sentirla agitarsi, fremere, emettere sospiri e lamenti è assolutamente gratificante, quantunque sia solo lei a godere direttamente e in senso pieno in quei frangenti. Ma lo stesso assistere da semplici spettatori non coinvolti ad un’automasturbazione femminile è stimolante. E così, perché non sarebbe doppiamente stimolante far da testimone oculare ad una presa di piaceri proibiti e ad una masturbazione reciproca da parte di due deliranti ancelle?

Ad una delle partner o ad ambedue, nell’occasione successiva, potrebbero subentrare altre amanti tenute in riserva e si avrebbe così un turnover gratificante per tutte le parti coinvolte.

Per scendere in terra dall’empireo delle speculazioni oniriche e tornare alla realtà concreta, ho incontrato in vita mia di queste coppie di amiche o di sorelle che avrebbero potuto fare al caso sopra indicato? Devo dire di sì: coppie di amiche potenzialmente disponibili che solo non ho voluto – per scrupoli morali – o saputo – per timidezza, goffaggine, ignavia – incoraggiare alla trasgressione, cioè gestire a fini erotici, almeno tre; coppie di sorelle alle quali mi sorprendo talvolta a ripensare in chiave nostalgica, almeno due.

Una soluzione radicalmente alternativa e più democratica che si potrebbe ipotizzare è la costituzione di una sorta di club privato del sesso libero per pochi adepti scelti, diciamo attorno ai sei maschi e a una dozzina di ragazze. Vi si discetterebbe di anatomia, di funzioni vitali ed eros e vi si praticherebbero esercitazioni alla disinibita e libera sessualità. Va da sé che l’iniziativa dovrebb’essere tenuta coperta, se non dal segreto, da una stretta confidenzialità. I più esperti vi svolgerebbero lezioni dimostrative, a cui poi seguirebbero cicli di notti e giornate in coppie, in terne o in gruppi con protagonisti ruotanti.

In seno alla selettiva accolta i maschi, che sono – com’è noto – di più tarda maturazione, andrebbero sulla trentina o sulla quarantina, mentre le femmine dovrebbero tutte essere di età comprese tra i 20 e i 28 anni. La cura risulterebbe di particolare beneficio per le ventiquattrenni, permettendo loro di dare l’aire senza inibizioni a tutta la ricca gamma degli impulsi repressi, sfogare il sovrappieno degli ardori e desideri passivi inconfessabili, dare un patente esempio della loro dolcezza, delicatezza, estrema sensibilità. Successivamente potrebbero votarsi al sacrificio della maternità e del matrimonio con animo tranquillo, in piena cognizione di causa, e cioè affrontandolo con la consapevolezza di aver conosciuto e sperimentato a fondo negli anni migliori quanto l’erotismo puro aveva loro da offrire.

L’omosessualità maschile non è contemplata affatto nel mio programma, importa rilevarlo. Sarei un innovatore privo di complessi rispetto alla tradizione, ma non sono un incondizionale del sesso per il sesso e, in tal senso, rimango schierato nell’alveo conservatore. Quantunque io proponga di scartarne la prospettiva nell’esercitazione erotica, ponendola a margine o rinviandola a scadenze da venire, la procreazione rimane per me sostanzialmente il fulcro, la colonna portante, la giustificazione finale e il sale della sessualità. L’omosessualità pura è pertanto, dal mio punto di vista, totalmente priva di senso, di utilità e di valore. Come ho spiegato, l’omosessualità femminile può svolgere, in via accessoria e transitoria, una sua funzione e, alternata o inframmezzata agli assalti maschili, rendere più diversificati e piccanti gli scambi erotici. La femmina può essere dolcemente stimolata da altra femmina ad un più lascivo e franco godimento della penetrazione maschile da venire o incombente. Invece l’omosessualità maschile non sembra poter spronare i protagonisti eventuali a penetrazioni più sentite sulle femmine, né apportare alcunché di aggiuntivo all’amore intersessuale. Se è nella natura della femmina subire ed essere disponibile all’assalto sessuale, l’uomo, nell’amore, è colui che aggredisce. Se altrimenti fosse, si dovrebbe poter immaginare un amore intersessuale in cui fosse la femmina a pesare sul maschio e a penetrare il maschio.

Ammetto di non poter escludere che questo mio ostracismo nei confronti dell’omosessualità maschile a fronte di un’indulgenza, invece, spinta per l’omosessualità femminile possa essere stimata un partito preso. Ricordo un’incisione del Settecento in cui è raffigurata una lunga fila di maschi che si sodomizzano mentre l’ultimo a prenderlo in culo penetra, dal canto suo, una femmina a cianche larghe. Simili rappresentazioni suggeriscono che l’omosessualità maschile possa conciliarsi con la bisessualità, quindi non fare necessariamente banda a parte e invece poter rientrare nel circolo della sessualità generale. Il punto può essere lasciato in certa misura in sospeso fino a più stringenti accertamenti. A me, comunque, risulta difficile credere che uno che goda a farsi femmineamente penetrare ed umiliare da un dominante possa poi recuperare la maschia baldanza e altresì godere ad empire di sesso e sperma le arrendevoli parti della donna.

 

Sono tutte questioni eminentemente complesse, delicate, difficoltose sotto il profilo teorico e ancor più in una prospettiva attuativa. Ma progetti di sessualità altrimenti strutturata covano negli animi di molti cresciuti tra le pastoie delle viete consuetudini sociali ed ispirano o guidano talvolta abbozzi di realizzazioni nella vita privata che, presentandosene l’occasione e verificandosene le opportune disponibilità di risorse umane e logistiche, guadagnerebbero ad essere portate conclusivamente avanti.

 

 

 

Prostituzione – 30.11.07.

 

Le definizioni che i vocabolari danno di questo vocabolo sono riduttive, oltre a lasciar trasparire un imbarazzo, un ritegno ridicolo ad affrontare la realtà per quel che è. Lo Zingarelli mi parla di «concessione ad altri, per denaro o per qualsiasi interesse materiale, di ciò che, secondo i principi morali di una società, non può costituire oggetto di lucro: il proprio ingegno, la propria penna, la propria dignità, il proprio corpo». Subito si nota che gli estensori, nel loro mini elenco dei campi interessati dal fenomeno, partono dai più nobili e citano per ultimo quello erotico, che invece è il primo e il solo direttamente implicato; il solo al quale la prostituzione propriamente appartenga; il solo che fondi il concetto di prostituzione, mentre si parla di prostituzione intellettuale per analogia.

C’è poi senz’altro da osservare che la nozione di «principi morali di una società» non è dei più perspicui e ci si chiede se si possa considerare che la nostra società laica occidentale, culturalmente diversificata e sostanzialmente consumistica, faccia capo ancor oggi a principi morali ben identificabili e univoci. Più che su principi morali le varie società che si assommano e intrecciano in quella che denominiamo la «società civile» sembrano reggersi su reti di convenzioni, improntate più a preoccupazioni di efficienza pratica che a valori ideali.

Inoltre, il criterio del lucro (compensi in denaro o in soddisfazione di qualsiasi altro interesse materiale) è eminentemente ambiguo ed apre ad una serie di quesiti e contestazioni tali da far senz’altro saltare gli steccati dell’artificioso recinto in cui si cerca di costringere una realtà importante, legata a doppio e triplo filo con la sessualità in genere. Infatti, anzitutto, si possono veramente distinguere interessi materiali da interessi che non lo siano e, ad esempio, intellettuali o spirituali? La realtà non è tutta affondata nella materialità ad un punto tale che nulla sfugga in toto alla dimensione materiale? Vi sono interessi che non siano affatto materiali? E, d’altra parte, quando mai una persona farà qualcosa che non tenda ad un suo interesse?

L’amore non è spirituale, né sentimentale, radicalmente; né certo solo accessoriamente e a un livello inferiore da controllare, se non da reprimere, fisico, materiale. L’amore è anzitutto e più essenzialmente un fenomeno erotico, sul quale possono innestarsi e svilupparsi in seconda istanza elementi sentimentali e d’affetto.

Quando facciamo all’amore non lo facciamo certo in primis per ragioni ideali, né sentimentali, bensì per motivi di animale appetito di sesso. Certamente, consapevoli o inconsapevoli, lo facciamo per interesse. Quanto meno per un interesse e presunto acquisto sessuale, per una soddisfazione, un appagamento dei sensi. E non è raro che a questo interesse primario se ne accompagnino o sovrappongano altri, ad esempio di natura sociale o pecuniaria. Un ragazzo aitante e ricco, che gira in macchina sportiva, ha più successo con le ragazze che non un povero scalcagnato. Una ricca ereditiera ha intorno più pretendenti alla sua mano di una commessa. Chiunque svolga nella società una funzione di prestigio avrà più facilità a trovarsi una compagna o un compagno rispetto al povero diavolo qualsiasi. Nell’intrecciare una relazione amorosa e nel concludere un matrimonio la chiave quanto meno iniziale o è il sesso puro, o è un mix tra sesso e aspettative di vantaggi indotti d’altro ordine.

Quindi la prostituzione e il sesso sono, si può dire, un tutt’uno. Sempre ci si prostituisce quando si fa sesso. Il sesso è prostituzione.

Sarebbe dunque più morale astenersi dal sesso? Niente affatto: sarebbe immorale ed irrealistico, perché la vita è divenire ed uno scommettere sulla redenzione. Tirarsi indietro quanto al nostro destino naturale di sporcarci le mani significa opporre un rifiuto d’obbedienza al Creatore. Come predicava Lutero, facciamo con coraggio i maiali centoventi giorni all’anno e confidiamo nel riscatto da grazia divina.

 

 

 

Enormità e spropositi – 30.11.07.

 

Scrivo in questi giorni di argomenti connessi alla sessualità e, data la mia educazione giovanile, la mia estrazione sociale e culturale, mi sembra di lasciarmi sfuggire delle enormità, di versare in pesanti spropositi. La realtà è invece che sono un pavido in materia sessuale. Ciò, quanto meno, nella vita. Dai mezzi d’informazione, direttamente o indirettamente, filtrano notizie che c’informano di una larga diffusione di pratiche sessuali eterodosse rispetto ai canoni sociali ufficialmente vigenti ed estranee a qualsivoglia cosiddetta preoccupazione morale.

L’omosessualità maschile è dilagante e quella femminile tutt’altro che eccezionale. La transessualità è un caso particolare di confusione dei sessi. Altro fenomeno in forte incremento, a quanto pare, è la pedofilia. Le condanne cipigliose, a parole, della prostituzione dimostrano più che altro quanto una pseudo élite e il perbenismo siano avulsi dalla vita ordinaria, tagliati fuori dalla comune realtà sociale; a qual segno si trincerino in una forma comoda di cecità volontaria. Esistono anche lo scambio di partner tra coppie sposate e non, e l’erotismo in gruppi ossia tra più partner in contemporanea. Non sono affatto cose meramente immaginarie o dell’altro mondo. Non parliamo poi di amori multipli, con coniuge e amanti, che sono comunissimi soprattutto, ma non solo, da parte degli uomini.

L’idea di amori a tre in cui due maschi pratichino insieme una stessa femmina in contemporanea penetrandola l’uno in vagina e l’altro in retto; oppure l’uno facendosi succhiare il pene mentre l’altro la sodomizza; o che si facciano l’uno e l’altro eseguire una ricca sega manuale dalla partner con la destra e la sinistra; in alternativa, di un maschio con due femmine preventivamente fatte baciarsi, accarezzarsi, leccarsi, masturbarsi tra loro; pare originale e vertiginosa solo a me e, semmai, a pochi altri innocenti rimasti sciocchi. Lo scriverne senza reticenze mi varrà sibilanti condanne da parte degli ambienti bene e di una nutrita schiera di ferratissimi ipocriti. Ma a chi sia del giro verrà solo da sorridere e beffarsi di me, nel leggermi; quanto la faccio lunga, complicata e pesante! Quante arie mi do, implicitamente, per avere scoperto l’acqua tiepida e rivelato al mondo l’aneddoto dell’uovo di Colombo!

 

 

 

Vista duplice – 30.11.07.

 

Si tenga presente che abbiamo due occhi. Sulle retine si formano due distinte immagini, dalle quali sono i centri nervosi cerebrali ad elaborare una sintesi unitaria che ci fa «vedere» le cose. La vista non è dunque un fatto meramente meccanico e passivo, ma comporta una sua fase di elaborazione attiva dell’immagine a livello cerebrale.

Ce ne accorgiamo stando seduti o sdraiati davanti a una finestra chiusa. Al di là vi sarà un giardino con la sua vegetazione che sale sul fianco di un’altura. In mezzo alla finestra, però, c’è la barra verticale di chiusura delle due ante della finestra. Ci impedisce di vedere una stretta striscia di giardino. Se chiudiamo l’occhio destro, la barra si dilata appunto a destra; e, se chiudiamo l’occhio sinistro, si dilata a sinistra. In altri termini, con ciascuno dei nostri obiettivi oculari preso da solo ci viene a mancare, in sede di vista, una striscia centrale abbastanza larga di giardino. Ma, quando guardiamo con ambedue gli occhi aperti, le due immagini trasmesse al cervello danno luogo a una ricostruzione istantanea che copre quasi tutto il giardino ed è facile ricostruire persino la stretta banda centrale ricongiungendo con l’immaginazione i lembi interni dei due cliché.

L’intervento soggettivo non falsa l’immagine, che anzi, elaborata dal cervello, risulta più vera e più ricca delle due passivamente recepite dagli occhi. Corrisponde, cioè, più esattamente e compiutamente alla realtà oggettiva. In particolare ci fornisce una più adeguata conoscenza dei rapporti di profondità e di volume.

Così, non è da escludere che ulteriori interventi e condizionamenti emotivo-cerebrali la possano ancor più perfezionare, ne possano far risaltare modalità e valori sfuggiti ad un primo sguardo distratto. È quanto crede il pittore figurativo dal vero, la cui funzione non è certamente quella di proporre del soggetto contemplato – sia esso natura morta, figura, ritratto o paesaggio – una visione monoculare fotografica; bensì di esplorarlo in suoi possibili contenuti, in richiami e rimandi, in significati che lo spettatore superficiale non coglie con immediatezza.

 

 

 

Impressione ed espressione – 02.12.07.

 

Eraclito, nel quinto secolo a.C., aveva annunciato che l’esistenza è divenire: nulla è, ma tutto scorre; lo stesso uomo non può immergere due volte il piede nello stesso fiume; ogni cosa è in quanto si trasforma in altro, ossia cessa di essere quello che è; e, insomma, in ragione del suo costante non essere ciò che era. Gli idealisti matematici hanno però avuto il sopravvento nell’antichità, ipotizzando, al di là dell’illusione del reale, sfere celesti dell’essere e ripristinando per questo tramite la fiducia umana in valori di stabilità e immutabilità, sia pur riferiti a entità metafisiche di là da venire. Tutta la secolare tradizione orientale ed occidentale connessa al cristianesimo si è tenuta abbarbicata ad una visione apparentata e peraltro in larga misura derivata da pitagorismo, platonismo e aristotelismo, e, in pittura, ha proposto nell’alto e basso medioevo raffigurazioni simboliche prive di volume e ombre, su fondi oro.

L’attenzione dell’umanità è tornata a rivolgersi alla vita quale appare nell’età detta del Rinascimento, anche in relazione alla riscoperta di testi e manufatti d’arte risalenti ai tempi d’oro del classicismo romano e greco sui quali l’idealismo metafisico aveva avuto un impatto di sola superficie. Il Quattrocento è stato, in Italia, il secolo di un incredibile slancio d’entusiasmo e ottimismo, che però è tosto approdato ad una nuova, lunga, fase di angosce entro le quali tutt’oggi ci dibattiamo. Approfondendo lo studio del mondo reale, ci siamo presto resi conto che la terra non era il centro dell’universo, ma un pianeta neppure grande, che ruotava su se stesso e intorno al sole. Al di là dell’Atlantico ci siamo imbattuti in un nuovo mondo che, assieme ai crescenti contatti con l’Asia, ci ha condotti altresì a ridimensionare la posizione monopolistica dell’Europa nella nostra concezione geografica e geopolitica del mondo e, tanto più, la preminenza – se non altro culturale – dell’Italia, la quale, al massimo, poteva pretendere a una modesta centralità nell’area mediterranea. Nelle arti visive, la riscoperta del volume, dello spessore, dello spazio e della prospettiva; delle ombre e del chiaroscuro; delle combinazioni e mescolanze di colore; ci ha introdotti in conclusione alla presa di coscienza del movimento come dato chiave della realtà.

L’intuizione eraclitea è tornata di piena attualità, nelle sensibilità ancor prima che nel pensiero. Ciò, in contemporanea con l’affermarsi del protestantesimo, il concilio di Trento e la controriforma, le guerre di religione, si è tradotto, in pittura, scultura e architettura, in manierismo, quindi in arte barocca. Nel meridione cattolico è imperversato un barocco ostentatamente trionfalistico di santi assunti in cielo e angeli svolazzanti, mentre nel Nord e nell’Occidente protestante si è avuto un barocco cupo, malinconico, introspettivo.

Un passo ulteriore in ordine alla consapevolezza del movimento e della variazione come dato fondamentale del reale fenomenico è stato compiuto nell’Ottocento, con William Turner, poi gli impressionisti francesi e i macchiaioli italiani.

Se guardo, ad esempio, un paesaggio naturale, non vedo – come danno per scontato gli accademici e i borghesi – un che di ben definito sul piano dell’obiettività, né lo vedo in maniera pienamente obiettiva. Infatti, il paesaggio muta ad ogni istante; non è un qualcosa di immobile, di fermo, di stabile, di totalmente concreto e chiuso in sé, ma un qualcosa di sostanzialmente mutante. Per dipingerlo dal vero, oltretutto, mi ci vorrà del tempo e durante questo tempo ne varierà se non altro sensibilmente l’illuminazione, ne varieranno le sfumature di colore. D’altra parte, si noti che l’essere umano percepisce sulle retine di due occhi due immagini distinte di ciò che vede e che la sintesi delle due immagini, la quale non si identifica come tale con alcunché che sia meramente ricevuto dall’esterno, si opera nel cervello del soggetto, per cui non sfugge già a un primo grado di soggettività.

Gli impressionisti riflettono che la cosiddetta realtà oggettiva non è, né di per sé, né tanto meno in quanto attinta dalla vista umana, troppo oggettiva. La fisica del ventesimo secolo ha evidenziato come gli oggetti che vediamo, come la materia, consistano in realtà in turbinii di atomi in delimitati spazi vuoti, quindi, successivamente, che gli stessi atomi sono vuoti in cui si agitano elettroni attorno a protoni e neutroni. Insomma, nulla di ciò che vediamo è ciò che vediamo, né come lo vediamo. La cosiddetta realtà oggettiva è una mascheratura della realtà oggettiva reale o, a dire il vero, una realtà convenzionale, un’interpretazione convenzionale della realtà data per ferma, stabile e incontestabile per comodità intellettuale dagli animi pavidi. Di fatto vediamo, semmai, impressioni. Impressioni dipendenti, peraltro, in assoluto dalla luce. Sappiamo che lo stesso colore altro non è che un fenomeno luminoso, dovuto al fatto che le diverse materie assorbono, sottraendole alla rifrazione e alla visione dello spettatore, parti diverse dei raggi della luce solare. 

Spingendo oltre la riflessione, dobbiamo chiederci se nella fase attiva dell’operazione di vedere, quella cioè della sintesi istantanea delle due immagini registrate dalle retine, non confluiscano altri apporti soggettivi. Quanto influisce sulla vista la memoria, il fatto di avere già visto più volte in passato immagini analoghe atte ad agevolare, accelerare la nostra comprensione, interpretazione delle forme e macchie di colore, ma anche ad orientarle? Quanto influisce, ad esempio, l’umore del momento? Quanto l’esperienza che è assimilabile alla memoria e quanto la previsione che prolunga l’esperienza?

L’immagine che più compiutamente vediamo non è neppure solo quella rielaborata a partire dalle mere impressioni retiniche; un’immagine quasi solo passiva e neutra. Ma può essere quella ricostruita coinvolgendo anche altri parametri della sensibilità e, in tal caso, diviene espressione.

 

 

 

Angosce religiose in ordine al sesso – 03.12.07.

 

In seno al cristianesimo e soprattutto al cattolicesimo cristiano si è avuto storicamente un grave disguido, si è fatta una fissazione sul sesso inteso come peccato e ne è derivata una distorsione molto pregiudizievole della religiosità.

L’ossessione antierotica ha generato un’interpretazione popolare del «peccato originale» come banalissimo e un po’ ridicolo peccato carnale, sviando l’attenzione dal fondamentalissimo concetto del peccato contro la conoscenza contemplativa. Correlatamente si è insinuata nell’articolato dei cosiddetti dieci comandamenti, contaminando, inquinando e sovvertendo il settimo («non commettere adulterio») e, parzialmente, il decimo («non desiderare cosa alcuna che sia del tuo prossimo»). Ciò, al punto che, soprattutto in sede di confessione, i peccati «contro la purezza» («non commettere atti impuri» – nono nel catechismo ancora in auge nella mia giovinezza) hanno finito con il costituire il grosso e il fulcro delle preoccupazioni morali dei pii cattolici. Il tutto è poi culminato nel barocco dogma ossimoro dell’immacolata concezione.

In realtà l’erotica ha pochissimo a che vedere con la religione e viceversa. I due settori non si oppongono affatto. Sostanzialmente sono eterogenei e potrebbero esistere senza interferire l’uno con l’altro. Solo in via indiretta e/o accessoria è ragionevole che la religione si occupi di sesso. Non per il sesso in sé, che non ha alcunché di peccaminoso, né di censurabile, ma per quel tanto che un erotismo troppo disinvolto, smodato, può comportare di disdicevole o rischioso per i protagonisti in prima persona e per i loro partner.

Che il sesso implichi rischi sanitari deve preoccupare più i medici che i sacerdoti. Possono invece interpellare i sacerdoti e le autorità religiose i rischi psicologici e anche materiali di tradimenti, abbandoni, delusioni d’amore; i dissesti connessi allo scardinarsi delle famiglie; il grave problema della liquidazione di nascituri, ossia dell’aborto legale.  Inoltre, l’eccesso di sesso ha conseguenze deleterie non solo per la salute fisica, ma anche per quella mentale e spirituale dell’attore o attrice. Se non altro li distrae e distoglie dagli altri loro compiti vitali e sociali. Li istupidisce e li rende più nervosi. È pertanto dovere degli accompagnatori spirituali di predicare, nell’amore, la moderazione, la responsabilità e il superamento degli egoismi.

Nei Vangeli si tratta pochissimo di sesso. Gesù accenna brevemente che l’uomo spirituale si asterrà dal sesso in vista dei beni d’un ordine superiore cui aspira. Chi non se la sente di puntare tanto in alto si prenda una donna su cui scaricare la sua libidine, ma le rimanga fedele in chiave esclusiva e non la cacci. Questo, nella prospettiva di una fine del mondo annunciata come imminente.

Di ciò va preso atto. Tuttavia bisogna notare che Gesù ha predicato in tempi lontani e molto diversi dai nostri e che, oltretutto, la fine del mondo costantemente creduta imminente anche nei secoli successivi dai discepoli e dagli adepti rimane invece ancora di là da venire dopo duemila anni.

Quindi terrei conto con attenzione, ma cum grano salis, delle Scritture su questa materia.

La sessualità è una dimensione d’importanza primaria per la salvaguardia della specie umana, ma anche per l’equilibrio fisico e psichico dell’individuo umano. Una dimensione che credo sia sommamente deleterio trascurare, negare, costringere entro recinti stretti che non le convengano.

 

 

 

Tramonto delle ideologie – 03.12.07.

 

Negli ultimi due secoli e soprattutto nel secolo scorso le schiere umane si sono lasciate abbagliare e guidare da cosiddette ideologie che le hanno regolarmente condotte allo sfascio. A rifletterci, si rimane attoniti dinanzi alla profonda cretineria dell’uomo, che pur si pretende ragionevole e sapiente. L’infatuazione di popoli interi per sistemi d’idee e orientamenti comportamentali di un’erroneità e micidialità che sarebbero dovute saltare agli occhi di tutti non fa ben sperare dei destini di un genere animale in via d’irrefrenata proliferazione e sempre più dotato di strumenti tecnici iperdistruttivi.

Un aspetto particolare del disincanto seguito finalmente a tanti sanguinosissimi conflitti è il clima di disorientamento e il possibilismo a oltranza subentrato ai tanti fanatismi nel settore delle arti. Le arti, tanto per incominciare – e ciò va detto subito – non contano quasi più. Nessuno considera che abbiano un ruolo pilota da svolgere nell’evoluzione della cultura. Vengono ormai intese nella sola loro dimensione decorativa e di passatempo ameno. I galleristi e i critici non discriminano più tra arte visiva figurativa e arte astratta. Si dirà che qualsiasi arte, esteticamente orientata come meglio garberà all’artista, può andar bene se è ben fatta. Ci si appiglia al criterio del mestiere e della qualità d’esecuzione per la selezione e la commercializzazione, sostanzialmente quale supposto criterio di giustificazione e di valore.

Che l’arte proposta sia figurativa o astratta diviene indifferente. Ed è, invece, tutt’altro che indifferente. Certo, l’arte non ha mai voluto essere ideologica nel senso di un partito preso o pregiudizio dottrinale da opporre con la violenza ad altri. Però lo è sempre stata e non può non esserlo nel senso di un’ispirazione ideale.

Io, uomo della seconda metà del ventesimo secolo, sono perfettamente capace di far arte astratta come arte figurativa. Che di fatto abbia optato per il registro figurativo e non per quello astratto non è indifferente, non è casuale, non è un fatto di mero capriccio o gusto. Si tratta di una scelta eminentemente filosofica ed ideologica. Una scelta di fede in Dio.

Se non credessi in Dio, se la fede in Dio non mi animasse fortemente, avrei preso la via astratta, tanto più logica in quel caso. Infatti, l’astratto si occupa dell’animo umano; mentre il figurativo si occupa del creato e riflette le pulsioni dell’animo di rimbalzo, in maniera indiretta. Chi non crede in Dio non crede nel creato, non gli annette alcuna sostanziale importanza. Pertanto gli rimane solo la propria interiorità in cui credere, l’intimo sé da esplorare. Per chi crede in Dio, invece, il creato è un dono preziosissimo, un miracolo inaudito, l’autentico specchio dell’infinita ricchezza di Dio anche in quei moltissimi aspetti che rimangono ignoti ed estranei alla nostra interiorità come tale.

 

 

 

Riflessi – 04.12.07.

 

Sdraiato nel letto, alle otto e mezza del mattino, contemplo l’immagine della plafoniera riflessa nello specchio. È una plafoniera di vetri di Murano a forma di cono svasato con il corpo biancastro e il dischetto di chiusura, in basso, d’un violetto fucsia. Nello specchio due riflessi di luce abbagliante segnano la circonferenza del dischetto come macchie, o piuttosto brevi tratti, in posizione opposta. Un altro riflesso, a striscia circolare, corre lungo tre quarti del giro chiaro in cui è allogato il dischetto. Se ora guardo la plafoniera medesima, cioè la fonte dell’immagine che saremmo tentati di qualificare come plafoniera vera, constato che anche sull’originale vi sono riflessi, tuttavia ben più modesti e distribuiti in modo del tutto diverso.

Rifletto che un pittore primitivo, a supporre che si piegasse a rappresentare la plafoniera (oggetto per lui già insignificante di per sé), la interpreterebbe priva di riflessi. Il pittore astratto ritiene che non solo i riflessi, ma la medesima plafoniera siano privi della benché minima rilevanza e in pratica sostanzialmente irreali.

Il pittore umanista s’interessa alla plafoniera e, più che altro, proprio ai riflessi cangianti di essa che sembrano essere ciò che meno esiste.

In ciò che meno esiste, che, pur esistendo, meno consiste e più presenta problemi e solleva interrogativi circa il come valutarlo e come renderlo, splende più immediata e a noi vicina la firma divina.

Molti uomini si erano immersi in vasche prima che Archimede, facendo il bagno, scoprisse il principio del galleggiamento dei corpi. Molti uomini avevano visto cadere mele dai loro alberi prima che Newton, in occasione consimile, concepisse la legge generale della gravità. Viviamo in un creato magico cosparso di verità che abbiamo sotto gli occhi continuamente e che non vediamo per mancanza di attenzione, perché siamo irretiti da nostre preoccupazioni e nostre meschine visioni preconfezionate di tutto.

 

 

 

Mondanità – 04.12.07.

 

Leggere, soprattutto quotidiani e riviste o anche libri che vanno per la maggiore, andare al cinema, visitare mostre ed ascoltare conferenze, tali sono i presupposti della cultura borghese. Bisogna vedere molto, ascoltare molto di ciò che dicono le più diverse voci. Bisogna aggiornarsi, stare al gioco, navigare nel giro.

Io mi accorgo che non solo lo scomodarmi per assistere a eventi culturali, ma già solo il ricevere in casa estranei e conversare di cultura, mi inibisce l’ispirazione, mi rende meno intraprendente e sicuro nel dipingere. Dopo vacanze estive trascorse al mare me ne starò rintanato nella mia cantina a dipingere tele su tele che sgorgheranno dal mio animo a getto continuo. Ma, non appena avrò avuto primi contatti con editori, galleristi, critici, o solo mi sarò recato a partecipare a qualche banale incontro o poco significativa seduta di studio erudita, mi metterò a lavorare più lentamente, addirittura a stento in determinati frangenti, insomma ricadrà l’ondata dei suggerimenti divini che mi trascinava così incredibilmente lontano nei giorni della solitudine, della cecità e sordità nei confronti del mondo esteriore.

 

 

 

Incentivanti dell’attività sessuale – 04.12.07.

 

Non intendo qui affrontare la questione del viagra, né degli altri farmaci con azione stimolatrice del sesso, né degli afrodisiaci.

Noto come alquanto rilevante, e di primo acchito curioso, il fatto che non di rado le coppie improvvisate o le aggregazioni di partner in gruppo, a decisione di massima già presa, ma prima di passare all’atto, ricorrano, abbiano bisogno di ricorrere all’inebriarsi con alcool o con droghe o alla proiezione di cassette pornografiche. Questa spinta aggiuntiva esterna è necessaria, a quanto pare, per far loro saltare il fosso. E la circostanza sta ad indicare quanto i condizionamenti sociali e morali siano profondi.

Talvolta si faranno bere o si drogheranno più che altro le ragazze, magari a loro insaputa o senza che se ne rendano veramente conto. D’altronde è normale che la resistenza sia più marcata da parte delle femmine.

Ma è certamente singolare che individui dell’uno e dell’altro sesso non sappiano risolversi a fare da svegli, da pienamente coscienti e in piena responsabilità, ciò a cui si abbandoneranno invece da drogati.

 

 

 

Prescrizioni sociali radicate, con mascheratura religiosa – 05.12.07.

 

In Oriente come in Occidente, diverse prescrizioni e diversi tabù sociali, basati in origine su motivazioni sanitarie o di freno demografico, sono confluiti nei tempi antichi nel coacervo delle consuetudini sentite come strettamente connesse alle religioni. Così la circoncisione degli ebrei, l’astinenza dalle carni di maiale tanto degli ebrei quanto dei musulmani, il burka dei musulmani, l’horror erotis dei cristiani cattolici.

Si tratta di princìpi normativi che non hanno, in realtà, alcun fondamento propriamente religioso, non hanno alcunché a che fare con le religioni, ma sono stati in queste ultime integrati in epoche in cui esse erano il tutto dello scibile e dell’etica umana.

 

 

 

Il fine non giustifica i mezzi – 06.12.07.

 

Fine e mezzi sono come cavolo e carote. Non sono realtà del medesimo ordine. I mezzi appartengono all’ordine del concreto, mentre il fine o scopo è una realtà mentale, intellettuale o della volontà. Ciò ch’è concreto è certo, mentre ciò ch’è mentale è mal definito e incerto. Cosa può valere per l’osservatore non coinvolto una dichiarazione d’intenzione? Anzitutto l’intenzione può essere più o meno autentica, più o meno radicata e intensa, oppure labile e transeunte. Al limite, può esistere solo nell’annuncio, come bandiera; oppure come illusione. A supporre che abbiamo a che fare con un soggetto serio, preparato, deciso e che sappia ciò che vuole, questo medesimo soggetto potrebbe venire a scoprire in prosieguo, e ad esempio passando dall’adolescenza alla maturità, che l’intero sistema delle sue costruzioni mentali poggiava su enormi errori d’impostazione e/o valutazione. A questo punto è chiaro che gli scopi un tempo perseguiti con ardore e caparbietà gli si riveleranno fasulli. Frattanto, però, avrà perpetrato attentati micidiali, commesso assassini e simili e il pentimento non ricostruirà, né potrà compensare, ciò ch’è stato distrutto. Se, invece, la campagna del terrorista dovesse riuscire vincente, è vero che l’ingiustizia e l’orrore dei crimini commessi per la causa risultata vincente tenderebbero a passare in secondo e terzo piano nell’opinione pubblica o addirittura a cadere nel dimenticatoio. Sarebbero perciò giustificati? Non lo sarebbero, rimarrebbero presenti a Dio in tutta la loro atrocità e finirebbero col riaffiorare con il tempo a livello di coscienza comune.

Se i moderni sono allettati dalla formula del fine che giustifica i mezzi è, oltre che talvolta per ragioni pratiche e d’interesse malinteso, in quanto fanno capo in sede di concezioni filosofiche alle scuole idealiste tedesche del Sette, Otto e Novecento, le quali discreditano l’oggettività ed esaltano la dimensione soggettiva. Si crede che l’interiorità prevalga sull’esteriorità. Ma l’esteriorità è attestata e ineludibile, mentre l’interiorità è un campo d’incontrollabili variazioni e di chimere.

 

 

 

Terrorismo – 06.12.07.

 

Il ricorso alla violenza nella vita pubblica, le esecuzioni di personaggi in vista, gli attentati, le ribellioni armate, ispirano esecrazione, scandalizzano e mettono paura. Ma in genere muovono almeno in buona parte da motivazioni serie e fondate e implicano che i protagonisti si sentano con le spalle al muro, non ritengano di avere a disposizione altre vie per farsi sentire.

Si può, si deve condannare e contrastare lo strumento del terrore con severità indefettibile. Lo esigono l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini di cui lo Stato è garante.

È tuttavia importante, nel contempo, individuare le ragioni profonde del terrorismo. La cecità destrorsa di tipo americano che si appoggia al discorso degli assi del bene e del male e che consiste nel considerare ipso facto i violenti come altrettanti mascalzoni da trucidare senza processo è quanto di più cretino e deleterio si possa immaginare. Pur punendo severamente i terroristi in relazione alle azioni micidiali da loro portate avanti, bisogna d’altro canto sforzarsi di comprendere le esigenze da loro testimoniate e incarnate, di rispondervi per quanto è nelle nostre possibilità e anzi, preferibilmente, di prevenirle.

Infatti ciò che scatena campagne terroristiche non cesserà di esistere, né di provocarne di nuove, solo perché ci sarà riuscito di tagliare provvisoriamente la testa al toro. Una stessa causa continuerà a produrre medesimi effetti a distanza di tempo.

Riflettiamo che spesso il terrorismo ha accompagnato istanze d’indipendenza nazionale che forze d’occupazione o coloniali non volevano ascoltare. In altri casi ha avuto una matrice sociale: le ingiustizie sociali non sono ciò che manca negli stessi paesi che si vantano d’esser civili e talvolta raggiungono livelli di non ritorno. A fine Settecento la rivoluzione francese, apportatrice di evoluzioni e progressi giudicati in parte fondatori dei tempi moderni, ha praticato ampiamente il terrore.

I servizi di sicurezza nazionali hanno stroncato il terrorismo italiano, tedesco e statunitense degli anni Settanta del XX secolo. È facile e comodo giudicarlo a posteriori come irresponsabile e criminale, ma teniamo presente che ha avuto radici ideali tutt’altro che assurde nella condanna morale di una guerra come quella americana del Vietnam e nel clima di prevaricazione sociale correlato a quel vasto crimine contro l’umanità che si è esteso anche in Europa.

Il terrorismo musulmano venuto alla ribalta agli albori del nuovo secolo richiede reazioni drastiche. Però anch’esso ha in buona parte la sua prima origine in prevaricazioni coloniali e politiche, abusi e discriminazioni secolari di cui si è reso responsabile l’Occidente. Vanno pertanto cercate attivamente altre vie di soluzione dei contenziosi, oltre alla semplice prevenzione e repressione del terrorismo spicciolo. Vie sagge di conciliazione, di riconoscimento di dignità, di aiuto fattivo ad uno sviluppo autonomo.

 

 

Alterità – 09.12.07.

 

Riesce quasi impossibile capire, immaginare, che l’altro possa essere davvero altro. Lo misuriamo con le nostre unità di misura, ne soppesiamo l’importanza e i meriti o demeriti con le nostre unità di peso. Lo pensiamo a modo nostro e in funzione di noi. Man mano che la realtà ci costringe a prenderlo in considerazione sempre più per ciò che è, scopriamo dimensioni che ci erano sconosciute e ci sforziamo d’integrarle ai nostri sistemi. Magari pronunciamo spettacolari mea culpa per le discriminazioni cariche di abominio del passato, per i crimini contro l’umanità cui ci siamo sfrenatamente abbandonati senza avvertirlo in ordine alle donne, alle eterodossie religiose, agli africani. Ma la verità autentica è che non siamo affatto cambiati. È solo mutato il vento, orientando la nostra stupidità aggressiva verso nuove mète.

Stupidi siamo congenitalmente e stupidi resteremo. Tale è il nostro destino.

 

 

 

Essenza e funzione delle arti – 17.12.07.

 

Le arti possono essere considerate da due angolature complementari, volendo qualificarne l’essenza e la funzione.

Possono esser concepite quali discipline d’indagine e di ricerca. Indagano la realtà o verità basandosi sulla sensibilità e l’intuizione e, sotto tale profilo, si distinguono e, in certa misura, oppongono alle scienze, che le indagano con gli strumenti della ragione umana, corredata dalla sperimentazione. Pensare le arti e le scienze come in concorrenza tra di loro in forza della relativa coincidenza dei loro oggetti di studio sarebbe, tuttavia, del tutto errato, proprio a causa della radicale eterogeneità dei mezzi. Questa determina una profonda differenza nei modi di approcciare e concepire gli oggetti medesimi, a tal punto che le discipline dell’una e dell’altra categoria non si rendono affatto conto di essere accomunate da uno stesso teatro d’azione. Inoltre, la disomogeneità dei mezzi fa sì che, nonostante una certa loro complementarità, arti e scienze tendano a detestarsi e disprezzarsi a vicenda.

D’altro canto, le arti possono esser viste – e questo secondo modo di concepirle è non meno pertinente, forse anzi più fondato – come attività apotropaiche e propiziatorie. Per certi versi, le arti sono discipline rituali intese a salvare il mondo. Esse sono pratiche magiche che si oppongono allo sgretolarsi dell’essere in divenire, al diluirsi e allo scomparire dell’essere in divenire. Grazie al ritmo, alla rilevazione delle corrispondenze, la musica ferma il tempo e le arti visive ricompattano lo spazio.

 

 

 

Mondo ancor più nuovo – 17.12.07.

 

È sempre più all’ordine del giorno dal dopo Grande Guerra del ‘14-‘18 in poi la polemica tra mondo vecchio e mondo nuovo. Gli statunitensi, cui il primato economico e militare del loro paese monta la testa, ci coprono di contumelie, vorrebbero insegnarci a vivere, ma anche a pensare e a dipingere e – come ho solo da alcuni anni capito – persino a credere. Sempre più seriamente si parla di «cultura americana» e i nostri operatori dei settori culturali, editori, galleristi, critici, insegnanti, si lasciano trascinare da un vortice alimentato da cospicui investimenti alla luce del giorno e sotto banco.

Gli schiaffi in faccia non si contano e rimane solo dubbio se la migliore strategia di difesa delle nostre identità sia il ribellismo lillipuziano dei francesi o l’accondiscendenza codarda e puttanesca degli italiani.

Ma la sorpresa che prelude a un rimescolarsi generale delle carte è l’emergenza di un mondo ancor più nuovo, con cui quello soltanto nuovo dovrà fare i conti. Sorgono quasi dal nulla, si risvegliano da un sonno ultramillenario due giganti: la Cina e l’India. Diversamente dagli Stati Uniti d’America, i popoli di questi due estesissimi paesi vantano radici storiche ancor più antiche e più illustri di quelle dell’Europa.

 

 

 

L’io e Dio – 17.12.07.

 

L’Ottocento ha creduto nella materia ed è su questa credenza che si è fondato il suo culto dell’oggettività.

I classici antichi pensavano che l’apparenza esteriore fosse tutt’un sogno e il Novecento è tornato a scoprire, scientificamente questa volta, che la materia è inconsistente e vuota.

Se ne dovrebbero trarre le opportune conseguenze a livello filosofico.

Sul piano filosofico la prima domanda ineludibile è: c’è qualcosa? Qualcosa esiste o è?

Solo chi si suicida seduta stante dimostra di pensare forse che nulla è.

Ma chi vive, dimostra invece di credere. Di credere, magari, senza sapere cosa o in cosa; di credere semmai senza oggetto definito o chiarito. Ma, indubitabilmente, di credere.

Se crediamo che ci sia qualcosa o che qualcosa sia, è il caso di procedere a chiedersi cosa sia. E, se la materia e l’universo oggettivo nel suo complesso si rivelano vuoti, rimangono solo due realtà consistenti possibili, o l’io o Dio.

A partire dal «cogito, ergo sum» di Cartesio l’umanità si è orientata ad assumere l’io, la soggettività, come solo valore certo. L’idealismo tedesco ha esplorato questa tesi in tutta la gamma delle sue potenzialità.

Tuttavia, ci si interroga anche sulla consistenza di questo «io», di cui intanto andrebbe ben precisato se vada inteso come individuale, oppure come collettivo. Questo «io» può davvero concepirsi come a sé stante e autonomo, come slegato dalla materia e pertanto dall’esistenza fisica? Se assunto come del tutto staccato dall’oggettività e come universale, questo «io», che non sono certo personalmente io, né è alcun umano, rinvia alla tradizionale nozione di Dio.

Tra il mondo esteriore, l’io e Dio, il qualcosa che è e in cui, vivendo spontaneamente crediamo, sembra dover essere Dio; è razionale che sia Dio.

Dio è quel qualcosa o qualcuno, o forse più di un qualcosa o un qualcuno, che è, e di cui oggettività e soggettività sono lontani riflessi.

A Mosè che gli chiede chi deve riferire al popolo ebraico averlo costituito sua guida in vista dell’esodo dall’Egitto e dell’acquisizione della libertà, qual è il suo nome, la voce che parla dal roveto ardente risponde: «sono chi sono». E il secondo comandamento delle tavole della legge di Mosè proibisce ogni raffigurazione, rappresentazione, e in definitiva ogni concettualizzazione determinata di Dio.

Dio non è un uomo, non somiglia a un uomo, non è pertanto una persona. È un profondo mistero, incomprensibile, inconcepibile, ma che l’esistenza stessa dimostra insindacabilmente e che solo è atto a sostenere l’esistenza come un proprio riflesso.

Negando Dio, scegliendo di fare a meno di questa nozione, vuota – se si vuole – in quanto inconoscibile, ma ch’è il solo supporto possibile della realtà, neghiamo il mondo, neghiamo l’esistenza, versiamo nell’astrazione e determiniamo il dissolversi, il rovinare, il deflagrare, se non altro del nostro mondo.

 

 

 

Cuore e ragione – 02.01.08.

 

«Le cœur a ses raisons, que la raison ne connaît pas».

Ci sono, sì, due poli nella vita, che dovrebbero convergere, completarsi, funzionare insieme e che, invece, spesso e volentieri confliggono.

Il primo problema, in sede di esame, è da ravvisare nella polivalenza, ambiguità o comunque indefinitezza di ciascuno dei poli in questione, nel senso che non si riesce a determinare gli esatti confini che li delimitano.

Già nella ragione umana ci sono come più gradi o stadi. Ad una ragione meramente meccanica, tipo calcolatrice, si oppone o sovrappone una più matura e profonda saggezza razionale, conscia della propria limitatezza.

Il cosiddetto «cuore» è, presuntivamente, la sede dei sentimenti, ma nel contempo e ben più cospicuamente, la sede dei sensi e degli istinti naturali.

Dio è cuore o è ragione? Sta dalla parte del cuore o della ragione?

Vi sono stati secoli in cui Dio, il Dio dei cristiani, è stato pensato come un Dio della ragione di contro agli dei pagani, che in modo assai più congruo impersonavano aneliti ed esigenze istintuali, attaccamenti irrazionali. La religione si è presentata al mondo occidentale come razionalità civile e civilizzatrice. I monasteri hanno tutelato e promosso gli studi. Tommaso d’Aquino ha elaborato una teologia che si poneva in linea con l’aristotelismo antico.

Poi, però, la scienza si è emancipata dalla religione e si è così sviluppata una razionalità autonoma, senza concessioni, critica nei confronti della religione, caustica, negazionista. E, nell’Ottocento, la religione è riaffiorata, sì, come argomentazione razionale, ma soprattutto come sentimento, come bisogno irreprimibile dell’animo umano.

Credo che, in Dio, ragione e cuore coincidano. La ragione di Dio, che non è quella semplicistica dell’uomo, è cuore non meno che ragione. A causa della sua dimensione propriamente razionale ci sconcerta e, soprattutto, sconcerta i sentimentali, i quali vorrebbero che Egli fosse buono, compassionevole, dolce e zuccherino. La sua creativa generosità dietro la maschera di razionale indifferenza ci addossa ad una indicibile, contemplativa, beatitudine.

Ma nella vita corrente i bracci di ferro tra cuore e ragione sono costantemente all’ordine del giorno senza che sia possibile stabilire un criterio sicuro e risolutivo di scelta nel dilemma. Meglio seguire il cuore o la ragione? L’istinto o la ragione? Ambedue le opzioni hanno i loro fautori e i loro detrattori. Ambedue possono rivelarsi o essere pretese a posteriori giuste e proficue, oppure deleterie o fatali. Nell’amore e nelle unioni matrimoniali, nella scelta della carriera lavorativa, nel comportamento con i figli, ecc…

 

 

 

Lindbergh – 02.01.08.

 

Charles Lindbergh è stato il primo aviatore a sorvolare l’Atlantico senza scalo, dagli Stati Uniti alla Francia, nel maggio 1927. Questa prodezza straordinaria per l’epoca lo ha reso famoso. Successivamente, tuttavia, la sua vita è stata funestata dal rapimento e dalla morte di un suo figlio neonato. Fanatico dell’esaltazione della razza bianca, si è poi lasciato abbindolare dalla Germania e dal nazismo. È stato decorato da Goering. Durante i primi anni della seconda guerra mondiale ha svolto in America un’intensa propaganda in favore dell’isolazionismo e affinché Roosevelt non intervenisse in soccorso dell’Inghilterra in Europa. Dopo Pearl Harbour si è gradatamente ricreduto, tornando ad operare nel complesso della vita pubblica americana con funzioni di un certo rilievo. Negli anni del dopoguerra ha accettato incarichi che lo hanno costretto a frequenti e durature trasferte in Europa. Sul finire della vita si è dedicato ad azioni umanitarie in Africa.

Frattanto dalla moglie, in America, aveva avuto altri cinque figli dopo lo sventurato primogenito. Ma anche in Europa ha avuto abbondante prole da tre diverse ragazze, fondando segretamente altre tre famiglie.

A parte il fatto che il personaggio stesso è scomodo, difficile da trattare nella sua fondamentale ambiguità dal punto di vista dei valori convenzionali, sono cose, queste ultime, che non si dicono proprio o di cui non si può accennare che con raccapriccio civile sui nostri media. Cose considerate anomali, aberranti, se non abiette. E cose, invece, del tutto normali di cui sarebbe utile, a mio avviso, fare emergere altre occorrenze esemplificative. Cose da studiare, su cui riflettere e che imporrebbero radicali riforme dei nostri sistemi di assetto sociale.

La figura di Lindbergh è molto interessante proprio in ragione delle apparenti contraddizioni che la connotano. Queste ci invitano ad approfondire e rivedere con più autentico sforzo di aderenza al vero diverse tematiche su cui credevamo di esserci fatti un’opinione definitiva. Il caso degli accasamenti plurimi sta ad illustrare come un certo numero di maschi umani non siano naturalmente portati alla monogamia e, addirittura, possano essere indotti, circostanze soccorrendo, a fondare famiglie con più compagne, nonostante tutti gli inconvenienti e le scomodità della clandestinità obbligata. Dati i ponti d’oro che le attuali società si sono decise a fare addirittura agli omosessuali, non sarebbe il caso di riconsiderare con tutta la debita attenzione la situazione di questi uomini ritenuti atipici, ma che non devono poi essere tanto rari se si tiene conto della consuetudine delle relazioni extramatrimoniali con amanti anche fisse o di lungo periodo diffusissima nei secoli della massima pruderie, quali l’Otto e il primo Novecento? Si replicherà che la libertà sessuale e la contraccezione, oggi, hanno spazzato via questi nodi sociali e psicologici. Ma ciò è vero solo per quella parte di umanità che si è risolta ad una vita finta e superficiale. Non lo può essere per chi voglia invece fondare famiglie e, insomma, fare sul serio.

 

 

 

Discrasie psicologiche – 02.01.08.

 

Da quarant’anni non abbiamo più visto un tale che, però, è stato un amico emblematico e la cui memoria abbiamo conservato non solo intatta, ma addirittura viva, con il sentimento ingannevole come di un perdurante contatto, di una sempiterna e immutabile solidarietà, di una fraternità d’animo indistruttibile. Ritroviamo la sua traccia, un numero di telefono, pur venendo avvertiti che è stato recentemente operato, che non sta affatto bene. Ma la notizia dolorosa ci spinge vieppiù a chiamarlo subito, per testimoniargli la nostra indefettibile lealtà. Mal ce ne incoglie. Già non riconosciamo la sua voce, roca e burbera. Ci sconcerta il tono aspro delle sue succinte risposte. L’annuncio del nostro nome non gli fa né caldo, né freddo. Mentre noi divagavamo, ci dibattevamo tra mille difficoltà, facevamo esperienze strane salvandoci la vita fortunosamente, rimanendo a galla per miracolo e, insomma, cavandocela per il rotto della cuffia, anche lui viveva una sua vita particolare in toto diversa dalla nostra, pensava a cose diverse da quelle a cui abbiamo pensato, si appigliava a valutazioni e certezze che nulla hanno a che vedere con quelle che abbiamo maturato. Non siamo più punto accomunati da speranze, né da scelte affini. Non abbiamo più nulla da dirci. Lui non è quello che ho continuato a frequentare nell’intimo del mio virtuale affetto attraverso tante peripezie. E, insomma, lo scoccio e mi sbatte la porta in faccia.

Continuiamo a vivere dentro di noi, e cioè nel nostro intimo, con le persone che ci hanno colpito da giovani, anche se siamo da loro separati per svariati decenni. Ma la vita dei nostri personaggi interiori differisce da quella dei loro modelli reali. Mario, Aletta, Gisella, non solo sono divenuti fisicamente irriconoscibili, ma non sono affatto o, comunque, non sono più affatto le persone che ci era sembrato incontrare, le quali ora, quanto meno, sono principalmente riflessi della nostra stessa personalità.

 

 

 

Poesia – 18.01.08.

 

La poesia non è necessariamente rima, né, a propriamente parlare, versificazione.

Nella forma, è data dal ritmo, dal fraseggiare ritmato. Che, certamente, può prescindere dalla rima e dal verso regolare. La rima e la regolarità del verso sono, a ben guardare, solo soluzioni meglio garantite, ma garantite per modo di dire. Soluzioni di facilità in cui, per l’appunto, possono rifugiarsi proprio per mancanza d’animo sufficientemente poetico scrittori decisi di loro, ma senza avallo divino, a sciorinar poesia.

Nei contenuti, la poesia è data da una significatività piena e polivalente di ogni frase e ogni singola parola. È magica in quanto significa ed evoca nel contempo una pluralità di cose, suggerendo e insinuando, oltre a ciò che presenta in primo piano, sfondi, dimensioni, sviluppi possibili, come il mago fa uscire colombe dal cappello. In questo senso è profonda. In questo senso, soffermandosi su poche cose, coinvolge però la totalità dell’universo, il presente, il passato e il futuro, il presente e l’assente, l’attuale e il virtuale.

 

 

 

Dipingere dal vero, da foto, da illustrazioni, di memoria, di fantasia – 26.01.08.

 

La pittura è una delle arti visive. È visivo il suo prodotto e lo è, in partenza, il suo oggetto o, se vogliamo, il motivo, la sollecitazione che muove al dipingere.

Tratta materie, colori, forme.

Le immagini che la nutrono, la scatenano, cui si riferisce e si appoggia, cioè le fonti archetipiche, possono essere di vari generi. Principalmente distinguerei, sotto tale profilo, la pittura dal vero, da foto, da illustrazioni di riviste o simili, di memoria, di fantasia.

A proposito della pittura direttamente dal vero c’è da dire che è quanto meno favorita da un buon grado di tranquillità, di placidità e persino d’innocenza, non solo nel pittore, ma anche nell’ambiente, nella società in cui il pittore si trova a dipingere. Infatti implica tempi relativamente lunghi di sforzo assiduo, di concentrazione, da parte dell’artista e d’inerzia da parte dei modelli. È pressoché impossibile, se nei luoghi in cui la si vuole realizzare non vi sia un attimo di tregua, tutto si muova vorticosamente, non ci si possa posare a sedere, viga un’aggressività umana pervicace; se gli umani non abbiano tempo, né voglia, di posare; se si viva in una sorta di costante tsunami, come oggi in larga misura accade nel mondo occidentale.

Sottolineo, d’altronde, che non è soltanto l’ambiente circostante, nella vita moderna, ad essere agitato, disattento, sfuggente e aggressivo. Anche il pittore, che comunque è un cittadino del mondo imballato, è connotato in maggiore o minor misura dalle medesime caratteristiche. Anche lui ha poco tempo disponibile, è impaziente, è nervoso. Non vede i paesaggi, perché vive chiuso tra quattro mura in qualche appartamento o villetta di città. Il paesaggio urbano gli suscita angosce. Il paesaggio naturale gli sembra irreale, superato, non più in fase con i tempi. Soffermarsi su nature morte, in particolare su un’oggettistica casuale, non composta ad hoc, non preordinata, gli può sembrare decorativismo decadente. I ritratti e le figure lo interpellerebbero certamente: l’uomo, la psicologia, la nudità erotica fanno ancora parte della sua realtà. Ma non troverà facilmente chi sia disposto a starsene fermo a farsi vedere e studiare le forme per delle ore, se non semmai contro creduto compenso in acquisto di gloria (per il ritratto) o in pose artificiose e compenso in denaro (per il nudo).

Le pitture da foto e da illustrazioni sono sottospecie della pittura dal vero; pitture dal vero in seconda istanza. Dapprima, dal vero, viene presa un’immagine fotografica ferma; poi si dipinge in base a questa immagine.

La pittura da foto ha diversi vantaggi rispetto alla pittura dal vero diretta. Quali?

Anzitutto sono evitate le scomodità o addirittura le impossibilità della pittura dal vero. La presa d’immagine originaria è istantanea e può esser realizzata anche in piedi, camminando, in mezzo a una folla.

In secondo luogo, la foto risolve di suo in partenza alcuni dei problemi di fondo della rappresentazione: l’inquadratura, la stessa traduzione della tridimensionalità su superficie piana, una scelta di coerenza cromatica generale.

La foto è già un’interpretazione, a partire dalla quale elaboreremo un’interpretazione più spinta della fonte, ma già trovando attuato un primo importante grado di filtraggio e di messa in pagina. La foto, insomma, ci aiuterà a maturare l’espressione.

L’illustrazione di rivista è una foto, ma una foto particolare, in genere molto diversa da quelle che possiamo scattare noi stessi. Un limite dell’illustrazione è costituito dalla finalità della medesima, nonché dalla mentalità e dai pregiudizi degli editori di rotocalchi. Saranno scelte solo immagini spettacolari, che mostrino un mondo civile decoroso, che lusinghino il fisico femminile solleticando gli appetiti maschili o, più raramente, spoglino il corpo maschile ad intenzione degli omosessuali maschi, che sbattano in faccia scene di disastri e di violenze, ecc…

Ma l’illustrazione ha, a sua volta, anche vantaggi sulla foto comune. Spazia sul mondo intero, s’insinua in ambienti in cui non mettiamo, né metteremo mai piede. Opera cioè, in termini di presa d’immagini, su un teatro della realtà infinitamente più vasto di quello della nostra vita privata. Quindi consente al pittore di affrontare, con le immagini, problematiche sociali che vanno ben oltre l’orizzonte delle sue esperienze immediate.

Inutile dire che il dipingere di memoria è dato in pratica solo a chi abbia spiccate doti quanto a memoria visiva. C’è, poi, memoria e memoria. Non vi è solo la memoria spontanea e diretta di determinati visi, corpi, paesaggi, insiemi di oggetti. Vi è anche la memoria culturale di tele di pittori famosi, la memoria di stili e di tecniche. Ad esempio, un cultore di certo paesaggismo latamente romantico potrà inventare di getto una natura con alberi dai tronchi cupi, ma con fronde dorate in cui si riconosceranno singoli rami e foglioline, e a ridosso un qualche castello in rovina su un’altura. Le due memorie, quella diretta e quella culturale, possono incrociarsi ed assommarsi.

Ma, per un certo verso, la pittura di memoria ha affinità con quella di mera fantasia.

La fantasia attinge alla memoria, è condizionata dalla memoria e soprattutto, forse, da strati sepolti e inconsci della memoria.

La fantasia può basarsi su riferimenti alla realtà detta «figurativa». Può, cioè, baloccarsi con immagini di figure, di visi, di paesaggi e di oggettistica, combinandole nei modi più capricciosi o apparentemente assurdi. Va notato che le realtà immaginarie si presentano in genere come meno materiali, meno corporee, di quelle osservate in natura. In esse svolgono un ruolo molto ridimensionato il volume, gli spessori, il chiaroscuro e le ombre. La fantasia tende a prescindere dalla terza dimensione, dalla profondità, dalla prospettiva. Le dimensioni delle immagini nulla hanno a che vedere, nel suo mondo, con una collocazione delle stesse in uno spazio tridimensionale.

In certo senso si potrebbe arguire che la fantasia produce un’iconografia «primitiva», rispetto alla quale l’osservazione, la scoperta del vero, rappresenta una rivelazione capitale, sconcertante, rivoluzionaria. La ricchezza del vero è incommensurabile a paragone con la fantasia, tanto più povera, intrinsecamente e nei mezzi.

Ma la fantasia può liberarsi dal «figurativismo», prescindere da ogni legame, sudditanza, rinvio al mondo esteriore captato dagli occhi. È qui che diviene più seria, più credibile, che propone una vera alternativa alla visione dal vero. Essa può muovere dall’assunto che il mondo «vero» sia di fatto un sogno, un’illusione, e un’illusione irrilevante. Quindi inventare un mondo interiore sostitutivo, con le forme e con il colore. Siamo nell’arte astratta che, oggi, è un’alternativa all’arte «figurativa», ma, come non sembra che i critici e gli storici avvertano, un’alternativa filosofica ancor prima che artistica.

L’alternativa è: credere o non credere nel mondo naturale; credere o non credere in Dio.

 

 

 

Successo – 27.01.08.

 

Ciascuno tende e punta quanto più possibile alla propria affermazione e al proprio successo. È spontaneo e naturale. Crescere significa affermarsi, per cui la tendenza al successo è implicita nella vita.

Il successo di molti, quello raggiunto e persino quello ambito, è modesto. Altri, eccezionalmente, puntano in alto, ritengono di potersi e doversi elevare a livelli straordinari in qualche campo delle umane attività o prerogative. Sono persuasi che tale sia il loro destino.

Il successo altrui, talvolta, ci aiuta, ci trascina, ci apre prospettive insperate. Talvolta ci inebria sul piano emotivo. Ci sentiamo coinvolti, trascinati verso cieli di maggiore felicità, senza esserlo propriamente in termini di realtà obiettiva. Più spesso, e anzi quasi sempre, la promozione altrui ci offusca e ci danneggia, quanto meno ci rimpicciolisce e umilia.

Sui mercati, negli ambienti di lavoro e, più in genere, nella vita sociale vige la concorrenza. L’avanzamento di tizio esclude il progresso di caio. I colleghi d’ufficio sono gelosi e invidiosi l’uno dell’altro e, quantunque si sorridano, si raccontino barzellette e simili, non sono lontani dal nutrire odi e disprezzi violenti nei reciproci confronti.

Se d’un tratto, ora che ho superato i settant’anni, dovesse saltar fuori a livello d’opinione pubblica che sono uno scrittore di talento oppure un pittore di buona levatura, come dovrebbero reagire i parenti e gli amici intimi d’un tempo? Tutti mi hanno conosciuto a fondo e frequentato assiduamente per diversi anni. Pertanto sorgono spontanee le domande: come mai io e non loro, che a priori sono eguali a me e non si vede perché avrebbero qualcosa in meno rispetto a me? Come mai non si sono accorti a suo tempo di queste mie doti particolari, loro che certamente non si reputano del tutto sprovveduti?

Al secondo quesito hanno pronta la risposta: lo hanno sempre saputo, erano convinti di queste mie qualità decenni fa, tanto prima degli editori e dei galleristi.

E, in tal caso, come mai non mi hanno incoraggiato, sostenuto? Come si spiega che non si siano fatti in quattro per farmi uscire dall’anonimato, per spingermi alla ribalta?

Mia sorella, i nipoti – e non parlo neppure dei miei figli –, gli ex amici non si entusiasmano alla notizia che è uscito il mio secondo romanzetto, né, soprattutto, che è imminente una mia mostra a Bologna. Hanno sempre la parata pronta: quella di sostenere che non sono, per loro, importanti novità, in quanto già sapevano tutto da prima. Ma ciò che più conviene loro e ciò che, sommessamente, auspicano è che invece risultino confermate le critiche, le ostilità e i sospetti da sempre espressi allusivamente, a mezze parole. E cioè che io faccia cilecca, che venga ridimensionato dall’insuccesso.

 

 

 

Cerchia domestica e mondo sconfinato – 29.01.08.

 

Salvo casi straordinari, il bimbo nasce e cresce in famiglia, a scuola, circondato da un numero limitato di amici e conoscenti. In un piccolo mondo, insomma.

Così, l’animale selvatico si conquista un suo piccolo territorio, delle dimensioni che gli sono necessarie per alimentarsi e vivere. Alcune specie migrano, stagionalmente, per motivi sostanzialmente alimentari. Ma ritornano ciclicamente sempre nei soliti posti.

L’uomo, divenuto adulto, è in genere costretto a uscire dall’ambiente domestico per guadagnarsi da vivere, per trovare lavoro. Talvolta lascia la sua città o la sua campagna, la sua regione, il suo paese, emigra, va lontano.

Stando al detto, tra l’altro, l’uomo non è mai profeta in patria. Soprattutto l’uomo che ha qualcosa di speciale da dire o da dimostrare scopre di non potersi realizzare tra i suoi. Non lo capiscono. Dovrà girare ramingo per il vasto mondo alla ricerca di strutture e di un uditorio valido, che gli consentano di esprimersi e recepiscano il messaggio che gli cova in cuore.

L’uomo che ha qualcosa da dire, quindi, è sempre un esiliato, un senza terra e un pellegrino. Uno che non dispone neppure di un sasso certo su cui sedere o poggiare il capo.

Ciò, nonostante che, più di altri magari, provi vivissima la nostalgia delle radici e  della culla.

 

 

 

Libero arbitrio o determinismo psichico – 08.02.08.

 

Psichicamente parlando, l’uomo è libero o predeterminato? È un foglio bianco su cui la coscienza può scrivere ciò che vuole come vuole, oppure è una sorta d’automa irresponsabile dei suoi atti? Né l’uno, né l’altro.

L’uomo non nasce libero, perché carico di un’ereditarietà che condiziona fortemente il suo sviluppo fisico e psichico. Non cresce libero, perché strettamente pressato e condizionato dalle società in cui vive e che hanno loro codici espressi o impliciti di vita civile.

Ma ciò non significa che egli non abbia suoi margini di autonomia e responsabilità.

Anzitutto il patrimonio genetico, nonché quello da formazione, è vario, complesso e non esente da contrasti. In secondo luogo l’uomo è dotato di una grande capacità di adattamento che, sì, gli consente di inserirsi negli ambienti in cui si trova a vivere, ma che è anche elasticità e gli permette sia di ritrarsi da situazioni rivelatesi senza uscita, sia di condire l’obbedienza sociale con ingredienti comunque originali.

L’uomo è condizionato, ma non imprescrittibilmente condannato a comportamenti e scelte determinate. Il suo è un backstage fatto di tendenze, di orientamenti di massima, non di prescrizioni inderogabili. E, certamente, la vita è una storia di esperienze che anche inducono evoluzioni e relativi mutamenti.

Le tradizioni progressiste hanno il culto della tabula rasa. Cominciò già Cartesio col fingere di fondare un suo sistema di pensiero sul nulla assoluto. E così, dalla rivoluzione francese in poi, i regimi politici di stampo socialista radicale pretendono di rifare il mondo dopo avere distrutto tutto ciò che c’era prima e cancellato la storia, magari trucidato o costretto ai lavori di fatica forzati l’intera classe intellettuale fino agli stessi maestri di scuola. Si crea un nuovo calendario con nomi dei mesi cervellotici. Si proclamano e sbandierano valori universali eminentemente astratti a prescindere da ogni riflessione e analisi, nonché verifica: democrazia, libertà, eguaglianza, solidarietà generalizzata, giustizia, e via dicendo. Si sviluppa un mondo di meri consumi e godimenti, di sprechi e sfregi, di avvitamento attorno ad una montagna di rifiuti tossici in espansione esponenziale.

Ma Iddio incombe. Le esigenze della natura incombono. La realtà vera incombe, incurante, certo, delle grandi ciance di politici, giornalisti, sociologi e quant’altro.

 

 

 

Inclita lezione dello zio barba – 08.02.08.

 

Lanza del Vasto rifuggiva dalle discussioni e, direi, persino dai dibattiti in genere. Contrariamente ai suoi contemporanei non credeva affatto che la salvezza dell’uomo fosse nel dialogo. Pensava anzi, decisamente, che albergasse nella solitudine e nel silenzio, nella meditazione e contemplazione solitaria. Perché? Perché credeva in Dio, non nei prìncipi di questo mondo. E Iddio parla tramite lo Spirito Santo con voce eminentemente sottile, più piano che piano, più sottovoce che sottovoce. Inoltre il suo messaggio non è subito recepito. Il senso dei suoi suggerimenti richiede un minimo di tempo in assoluta tranquillità per maturare ed evidenziarsi in noi. Tale senso è spesso cospicuo e complesso e affiora come il gusto e retrogusto di un gran vino in fasi che si susseguono fino all’acme dell’illuminazione.

Ricordo che, giovinetto, gli parlavo dell’amarezza, delusione, irritazione provocate da scontri verbali con conoscenti e amici, da scambi gridati d’invettive. E lui, di rimando, sosteneva che non è giudizioso lasciarsi trascinare dalle correnti cieche dei diverbi, che non serve. Pensare serve, ma alzare la voce non serve. Mentre, appunto, si fa baccano, non si ode più neppure l’eco lontana della voce interiore. Dallo scaricarsi l’una sull’altra ed urtarsi belluino delle argomentazioni come altrettante mandate di marosi e maremoti spinti da cause ignote quanto recondite è assurdo attendersi di ricavare lumi o barlumi di verità. Occorre tirarsi indietro, non partecipare alle chiassate. Di fronte all’arroganza, alla sicumera di sfidanti al duello o all’orgia parolieri, chiudersi nell’intimità segreta del proprio silenzio, che cela un tesoro: il solo ad esserci riservato, il solo che per noi conti.

Purtroppo, durante la non breve vita attiva, non sono stato capace di attenermi sempre a questa direttiva. La mia indole me lo ha impedito. Sono troppo emotivo, superficiale, per la saggezza. Certo, con l’avanzare dell’età mi sono un po’ calmato, sono – se si vuole – un po’ migliorato. Temo tuttavia che questo mio distacco relativo automaticamente raggiunto non configuri un grado sufficiente di autentica saggezza.

 

 

 

Dio è Spirito – 10.02.08.

 

Nel luglio 2001 scoprivo che Dio è relazione. Ieri, improvvisamente, ho fatto un nuovo passo avanti capitale. Mi sono accorto che Dio è con ogni probabilità, anzi quasi certamente, Spirito.

Il vocabolo «spirito» è, come non pochi altri, semanticamente polivalente e pertanto spesso ambiguo nell’uso. In religione, è in certo senso l’equivalente di «democrazia» in politica. Si parla molto di «spirito» e di «democrazia» senza specificare cosa esattamente si intenda con tali parole. Sono parole che tornano utili a religiosi e politici per fingere di dire cose concrete e chiare mentre invece guidano i loro ascoltatori e lettori verso banchi di nebbia fitta dove potranno agevolmente spacciare lucciole per lanterne.

Se riferito alla realtà umana, «spirito» ha – direi – due accezioni principali. Da un lato s’intende (A) come soffio vitale, forza di vita, ed è sinonimo di «animo» o di «anima». D’altro lato, e più spesso, vale (B) «psiche», «mente», «intelletto», «intelligenza», o meglio «intelligenza» e «sensibilità» riunite.

In una terza accezione più accessoria, sempre riferito all’uomo, «spirito» significa «humour», senso del ridicolo, capacità di ridere o sorridere, nonché di far sorridere, delle cose. Infine «spirito» è anche sinonimo di alcool: le bevande alcoliche possono dirsi «spiritose». Lasceremo da parte questi significati annessi, di cui sarebbe curioso, ma fuorviante rispetto al nostro intento, indagare come si riconnettano ai precedenti, e terremo presenti qui di seguito esclusivamente i due principali.

Gli spiritualisti ritengono che vi sia anche e soprattutto uno «spirito» a prescindere e a monte dell’uomo. E credono che la realtà in genere sia fondamentalmente non materiale, bensì spirituale. Riferito a questa presunta dimensione extra umana e metafisica, il termine è scritto per lo più con l’iniziale maiuscola. 

Ieri, appunto, mi è venuto da chiedermi se l’ipostatizzazione di questo spirito maiuscolo fosse di fatto un’ubbia razionalmente ingiustificabile oppure fosse invece, diversamente da quanto sono sempre stato propenso a pensare, un atto mentale sano e in qualche misura necessario.

Un’espressione quale «il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove venga, né dove vada» (Giov. 3, 8) ha un senso? L’espressione tradizionale «Spirito Santo» riferita alla divinità, e supposta anzi nominare uno dei modi della divinità, ha una sua concreta e rilevante consistenza?

Si considera che credere nello Spirito, credere che la realtà sia sostanzialmente spirituale, siano fatti di fede, del tutto avulsi dalla comune razionalità. Scelte, quindi, gratuite e arbitrarie, capricciose, oppure connesse a condizionamenti o stati e bisogni psicologici particolari. Forse non è così o, quanto meno, non del tutto così.

Anzitutto, allo stato odierno dell’indagine scientifica sulla materia e sull’energia, ciò che semmai appare poco ragionevole è aggrapparsi a concezioni materialistiche. L’esistenza non è fondamentalmente materiale; e sembra razionalmente plausibile che non sia fondamentalmente né materiale, né energetica. È quindi plausibile che vi sia un aldilà delle apparenze di superficie.

Ho già sottolineato, sulla scia del pensiero di mio zio, che le relazioni tra le cose sembrano più durature e consistenti delle cose medesime. E si ricorderà la piramide delle relazioni idealmente adombrata da Lanza del Vasto e data per culminante in una relazione delle relazioni, non più relativa in quanto ultima immutabile.

Ma, poiché il mondo intero è vivo, poiché l’esistenza è viva in tutti i suoi ordini a cominciare dallo stesso ordine minerale, non è poi troppo azzardato ipotizzare che le relazioni, più reali delle cose, siano esse stesse vive e, soprattutto, che sia viva la relazione delle relazioni.

Un argomento è in particolare invocato dal maestro gandhiano in favore di tale tesi. Il superiore non può essere prodotto dall’inferiore. Se l’universo è pieno di vita è impensabile che la relazione chiave da cui l’universo procede ne sia invece priva.

Da un punto di vista intellettuale queste speculazioni e soprattutto quest’ultima regola mi sembrano apprezzabili, però non tali da rendere la conclusione sicura al di là di ogni ragionevole dubbio. Sussiste incertezza, parecchia incertezza sul piano razionale.

Un altro tipo di argomentazione, tuttavia, risulta più, soggettivamente, stringente. Quella basata sull’esperienza dell’ispirazione, sull’avere recepito talvolta, magari più volte, reiteratamente, la vocina interiore. Riflettendo sull’ispirazione e sui suggerimenti comportamentali ricevuti durante la vita in molteplici occasioni, come flussi di un’acqua sorgiva che sgorga da sola nei momenti più imprevisti, mentre manca in quelli che semmai sarebbero previsti o in cui sembrerebbe a noi averne bisogno, quindi senza preparazione, né apparente logica, senza apparente ragione, in un modo incontrollato e ingiustificabile, indicando direzioni inaspettate, lumeggiando aspetti sconosciuti, mi convinco che la relazione delle relazioni è viva ed è mentale. Essa non è una formula, né una mera astrazione, giacché mi parla, mi guida, mi suggerisce orientamenti e matrici. Io sono un umano ed essa è più che umana. È più viva che viva e più mentale che mentale: è spirituale.

A che mi serve rendermi conto di queste verità ora che ho tra i settantadue e i settantatre anni e sono insomma giunto al termine della vita? È una soddisfazione che aggiunge letizia. Ho fatto in tempo a capire queste elementari cose. Certo, è lecito chiedersi: perché non le ho capite prima? Perché non le ho capite da giovane? Me lo hanno per gran parte impedito coloro che me le ripetevano a sazietà, a pappagallo, suscitando diffidenza e ostilità. Lo dicevano, ma senza capire, loro, cosa dicessero. Lo ribadivano all’infinito attorniati da schiere di ovini belanti. Più insistevano, più decidevo che era senz’altro vero il contrario. Ora sono giunto a queste conclusioni da solo mediante la riflessione e in base alle esperienze di vita. È come aver scritto un poema o aver dipinto un quadro. Ho creato o ricreato in me queste verità, ispirato dallo Spirito che ha guidato la mia mente e la mia mano.

 

 

 

Io e il mondo – 17.02.08.

 

«Mondo» è vocabolo che s’intende in due modi assai differenti, con riferimento, da un lato, al mondo o universo creato da Dio e, dall’altro, alla società civile organizzata e retta dagli uomini. È nella seconda accezione che lo userò nelle righe che seguono.

Dall’8 al 22 marzo prossimi si terrà a Bologna una mostra di mie tele. Il gallerista e un critico incaricato della presentazione sono venuti un paio di volte a interrogarmi sulla mia arte, sugli antefatti di famiglia, sulle vicende della mia vita. In conclusione Valerio Grimaldi, il critico, mi ha chiesto quale fosse il mio rapporto generale al contesto culturale e sociale e io ho risposto che il mondo mi era sostanzialmente indifferente.

Effettivamente, come uomo e ancor più come artista, sono stato un solitario. Aggiungerei che proprio la solitudine è stata la condizione della mia formazione e della mia salvezza. Se non fossi stato un caparbio solo, o semplicemente un imperdonabile solo, mi sarei perso. La resistenza strenua a tutti i condizionamenti, politici, culturali, economici e sociali ha salvaguardato e fatto emergere nel tempo la mia identità. Sono passato indenne attraverso le tempeste che connotano il mondo.

Sono nato in Italia in pieno periodo fascista. Durante tutta la mia gioventù, dopo il crollo del fascismo, poi della monarchia, hanno dominato una democrazia cristiana informe e soprattutto, nei media, nelle università, in molte province e regioni, i comunisti.

La società civile voleva che fumassi e che frequentassi i casini. Fossi venuto alla luce una trentina d’anni dopo avrebbe premuto affinché mi drogassi. È quel che ha fatto con mio figlio, riuscendo a traviarlo, data la personalità ben più scialba di costui rispetto alla mia.

A scuola ci era stato insegnato a venerare la poesia, ma come poeta giovane non si trovava nel dopoguerra alcuno sbocco editoriale. Nell’arte figurativa andava l’arte astratta e, anzi, la morte dell’arte.

Nessuno ha capito quali erano le mie doti. Non è interessato ad alcuno capirlo. Quindi, come artista, mi sono trascinato fino all’anticamera della morte nel più assoluto incognito. Ma in Italia non sono riuscito neppure a inserirmi in un settore d’attività qualunque, non mi hanno cooptato, né assunto da alcuna parte. Anche per fare lavori borghesi a me inadatti, ma che se non altro mi permettessero di sentirmi parte dell’umanità e sbarcare il lunario, ho dovuto emigrare verso paesi nordoccidentali.

Insomma, io non sono esistito per il mondo. Non vedo perché il mondo dovrebbe esistere per me. Se esiste, esiste come un magma di orientamenti errati e fuorvianti, nonché di ostilità latente, dal quale sono infinitamente grato a Dio di garantirmi nella mia vecchiaia un’indipendenza meno faticosa. Per il mondo ho terminato la mia vita attiva e, se non contavo prima, ora conto meno che mai. Sono iscritto sui registri di coloro che solo attendono di scomparire.

Pertanto lasciatemi dire che il mondo è una cosa, io sono tutt’altra. Cosa fa, cosa pensa, cosa predica il mondo poco mi tange. Non che non mi tenga informato, ma non mi lascio trascinare dalle intimazioni e dai miraggi. Chiuso nella cantina che mi serve da studio porto avanti il modesto discorso che mi canta dentro da sempre e che non si correla al mondo in quanto tale, ma al Creatore del cielo e della terra.

 

 

 

Orientamento dei giovani – 18.02.08.

 

L’orientamento dei giovani nella vita attiva è un problema d’importanza cruciale e piuttosto spinoso.

Mio padre era assai dotato e colto sin da giovane, ma scarsamente concreto. Ha conseguito due lauree, in Agraria, poi in Giurisprudenza, e non ha mai avuto l’ombra di un’effettiva competenza né in agricoltura, né in materia di diritto. Nella vita si è occupato di tutt’altre cose: è stato direttore di un’officina del gas, funzionario del ministero della sanità, titolare di un’agenzia di traduzioni. In pratica se l’è cavata, ma è rimasto tutta la vita un disorientato, un uomo che aveva grandi potenzialità e non era al suo posto.

Così, ha spinto anche me, da giovane, a studiare Giurisprudenza, ritenendo fosse una facoltà che apriva un ampio ventaglio di strade. E, nuovamente, non ci ha preso.

Il primo criterio in materia di orientamento non dev’essere quello del valore, delle caratteristiche, della presunta appetibilità oggettiva ed utilità sociale delle discipline e dei mestieri. Bensì, tassativamente, quello delle caratteristiche, tendenze, degli interessi spontanei del soggetto considerato. Meglio fare, da persone portate, uno studio di cui sembri che non serva a niente che esperire controvoglia un curriculum qualificato come prestigioso dalla pubblica opinione e dai mass media. Meglio vivere poveramente di una professione che ci nutra e conforti spiritualmente che vivere alla grande da disperati.

 

 

 

Intelletto e sensibilità – 22.02.08.

 

L’intelletto e la razionalità sono il vertice, la corona, della psiche. Non però, come non pochi pretendono e danno continuamente per scontato, la radice, il fondamento della condizione psichica umana. La fonte prima dello psichismo umano è la sensibilità. E ciò, a tal segno che anche i ragionamenti e le opinioni degli uomini sono ampiamente condizionati dalle sensibilità.

Un mio nipote, succube degli assiomi e pregiudizi della vulgata che in Italia tiene da decenni luogo di cultura, si scandalizzava sentendomi affermare che l’essere di destra o di sinistra dipende largamente da fattori genetici. Si ritiene che l’uomo sia, o debba essere, un animale esclusivamente razionale e, a livello di orientamenti di pensiero, una tabula rasa su cui ognuno scriverà ciò che gli parrà imporsi come oggettivamente vero e giusto. E, dato che vi è un’unica verità razionale vera, tutti coloro che devieranno dalla dottrina, necessariamente lo faranno per cattiva volontà, disonestà intellettuale, animo marcio. È con simili certezze che si addiviene alle dittature del proletariato e ad una discriminazione, se non addirittura liquidazione delle classi colte alla Pol Pot.

Il fatto, invece, peraltro evidente e che solo cattiva volontà e distrazione consentono di eludere, che la sensibilità preceda la ragione, determina ovviamente la pluralità di credi ed orientamenti che, in larga parte, la ragione poi soltanto veste o maschera.

 

 

 

Mascolinità e femminilità – 22.02.08.

 

Dice che la libido maschile è caratterizzata da un approccio plastico alla realtà ed ha un andamento a picchi, a cime di montagna isolate, seguite da precipizi. La libido femminile, invece, sarebbe a sviluppo che si sgrana nel tempo e più melodica che plastica, con un andamento di tipo collinare, ossia a successione di modeste, ma plurime, cupolette collinari.

L’uomo è dinamico, intraprendente e attivo. La sua azione però si spegne, provvisoriamente, in un lampo dopo avere raggiunto lo scopo materiale. La donna è passiva: si lascia o fa intraprendere, è restia, non sa se può o se deve, finge di non volere, si nega. Il maschio, vieppiù eccitato, la incalza finché riesce ad avere ragione di lei. Ma lei, occorrendo, avrà sempre la risorsa di sostenere ch’è stata forzata, che ha subito violenza e non è, né tanto né poco, responsabile. Dice la verità o mente? Spesso non lo sa neppure lei.

La disparità dei due diagrammi erotici, l’uno a picco vertiginoso e brusco seguito da caduta, l’altro a collinette che si susseguono, suggerisce che una piena soddisfazione passiva della donna supporrebbe amplessi plurimi con più partner maschili in quasi immediata successione. Ciò in termini di godimento personale e in origine, dal punto di vista della Natura, in relazione – si può supporre – alla dubitabilità che il primo o il secondo rapporto possano non essere stati fecondi, cioè per garantire il più possibile la procreazione.

Senonché l’amore di gruppo e l’esposizione alla fecondazione da parte di più partner in unica soluzione conduce all’incertezza della paternità del figlio concepito. Pertanto osta seriamente alla presa di responsabilità di uno almeno dei compagni nei confronti del nascituro e della stessa madre. La donna intuisce che rischierebbe socialmente di rimanere sola con il bebè, privi lui e lei di protezione e di aiuti ed anzi lei reietta, disprezzata, bollata da una squalifica a vita.

Così, subconsciamente pesato il pro e il contro, opta decisamente per il rapporto unico e la fedeltà. Le ragioni di cui sopra fanno sì, anzi, che sia una fanatica della fedeltà molto più dell’uomo.

 

 

 

Cachez-moi ça, c’est laid – 22.02.08.

 

Mio padre mi raccontava di un’invasata che a un certo punto, durante una festa, si era improvvisamente alzata la gonna, mostrandogli la fica. «Cachez-moi ça, c’est laid» le aveva poco cavallerescamente ingiunto, lui, su due piedi.

C’è da dire che l’organo sessuale femminile, accompagnato, sì, da vistosi e piacentissimi accessori secondari quali il petto e le cosce, la stessa bocca, gli sguardi, le gambe, la vita sottile, ecc…, è però, di per sé, oltre che eminentemente infossato e nascosto, ben poco corposo, ben poco bello, anzi francamente brutto.

Contrasta con il sesso maschile, che, invece, acquista nell’eccitazione erotica un suo volume, una sua forma tipica, una sua indubitabile e manipolabile consistenza.

Il sesso femminile è solo una piega, un anfratto infragluteico, un buco. Proprio la sua sostanziale dappochezza e bruttezza rende necessaria l’esuberanza e la bellezza della donna nelle altre sue parti, affinché l’uomo sia attratto e sedotto.

Una notazione accessoria da non trascurare è che solo l’approccio maschile all’eros essendo di tipo plastico, mentre quello femminile è di tipo, per così dire, cronico-musicale, esclusivamente l’uomo è sensibile ai volumi e alla materialità. Così, quasi soltanto l’uomo si accorge delle caratteristiche – peraltro retrattili e fugaci – del proprio pene, ne è fiero e ossessionato. Alla donna basta un pene qualsiasi. Ma l’uomo se lo misura, lo paragona a quello dei concorrenti nel sesso, consulta il medico per potenziarne la vigoria o farselo allungare. Lo tira fuori pensando d’impressionare la compagna. Va in brodo di giuggiole facendoselo, grande e grosso, impugnare, palpare, smaneggiare e succhiare. Mentre alla donna basterebbe che gliene infilasse una modesta decina di centimetri duri nell’inestetica fessura segreta di cui si è detto.

 

 

 

Eros femminile – 24.02.08.

 

L’insulto erotico maschile tende ad essere improvviso, catastrofico, quanto poi effimero. Invece l’esaltazione erotica femminile è strisciante, si sviluppa nel tempo, ha bisogno di tempo e tappe per prendere l’aire. Le prime avvisaglie di un possibile amore nascono dalla constatazione di portamenti, comportamenti, di una presenza umana e gestualità che convince e proseguono soprattutto con l’ascolto di propositi giudicati assennati, rassicuranti, confortanti, spiritosi.

L’uomo è colpito subito da caratteristiche fisiche, corporee. Da volumi, masse o, riguardo ai tratti del viso, da finezze. La donna invece si lascia poco a poco incantare dai modi di fare e dai discorsi.

Una volta raggiunta la soglia del passaggio all’azione, l’uomo si butta a corpo morto e di colpo si sfoga. La donna ha bisogno di preliminari e bisogno che l’atto duri e si ripeta. Di nuovo, ha bisogno di tempo per assaporare appieno i piaceri della perdizione.

 

 

 

Funzione dell’arte – 24.02.08.

 

Ci sono equivoci e malintesi circa la funzione o le funzioni dell’arte.

C’è stato e c’è tuttora chi considera che le arti in genere abbiano funzioni eminentemente ancillari. L’arte visiva è da mentalità conservatrici concepita come un artigianato della rappresentazione, dell’abbellimento e della celebrazione. Una protofotografia che fisserà, migliorandole, solennizzandole, le effigi di personaggi che contano, le immagini di eventi storici e di scontri militari. In seconda istanza, come un artigianato della decorazione con un suo ruolo nell’ambito dell’arredamento di palazzi pubblici e private dimore.

L’artista è invece principalmente un ricercatore. Lo è sempre stato sotto mentite spoglie, quelle dell’artigiano al servizio di committenti. Nell’epoca moderna e contemporanea lo è divenuto pienamente e a carte scoperte.

Cosa ricerca l’artista?

L’artista visivo conduce una duplice ricerca. Una ricerca nel mondo che lo circonda e in se stesso: analisi ed autoanalisi – si potrebbe dire – sociale, psicologica, di sensi e sentimenti. Ed una ricerca di fondo sui materiali di cui si avvale e che, in loro stessi e nelle loro specifiche caratteristiche, riassumono l’universo. Il colore riassume l’universo in quanto l’universo è tutto, necessariamente, colorato. L’universo può essere contemplato e studiato attraverso il colore. Il colore è un linguaggio che può parlare di tutto ciò che vi è nell’universo e può dire tutto sull’universo. L’universo è colore.

Il colore è semplice ed è complesso. La luce solare intera è grigia, cioè bianca. A scomporre detta luce mediante prismi ci imbattiamo in tre tinte prime e fondamentali: azzurro, rosso e giallo. Combinando queste, otterremo il viola, l’arancione e il verde. Ovviamente vi sono molti azzurri, rossi, gialli, viola, arancioni e verdi, che non differiscono solo per questioni d’intensità, di maggiore chiarezza o maggiore cupezza. Differiscono per qualità intrinseca. Ma, dietro l’infinita complessità che ingenerano tali differenze qualitative, rimane lo schema dei tre principi coloristici che danno, assieme, il grigio della luce solare.

Va da sé che la rosa dei colori è un oggetto di studio, che è studio dell’universo e dei suoi principi. Ossia uno studio onnicomprensivo. Uno studio sperimentale assiduo nella pratica del pittore. Ed uno studio eminentemente filosofico e religioso a livello di riflessioni indotte e di contemplazione.

 

 

 

Nodi nozionistici a proposito dell’aborto – 24.02.08.

 

La liceità dell’aborto nelle nostre legislazioni e i dibattiti connessi hanno fatto emergere alcuni nodi nozionistici di notevole interesse e che, da soli, dimostrano la fragilità ed arbitrarietà di ogni disposizione umana in ordine a realtà della vita. Apprendo che, secondo gli ambienti laici scientifici, il neoconcepito è da considerare, sì, un essere, ma non un essere umano fino a che si sia conclusa la ventiquattresima settimana di gestazione. Fino a completamento della sedicesima sarebbe un semplice embrione; dalla diciassettesima alla ventiquattresima un feto, e solo a partire dalla venticinquesima raggiungerebbe la dignità di un essere umano o, meglio, di una persona umana. Molto si insiste su questo criterio e concetto della persona, parola che, come ogni cultore della lingua sa, significa sostanzialmente: «maschera».

Che l’essere concepito divenga umano alla venticinquesima settimana di gestazione è con ogni evidenza un postulato arbitrario, di pura, comoda convenzione, e abusivo. La condizione umana non può essere decretata da un’accolta di somari con gli occhiali che si danno tante arie e sono infinitamente soddisfatti di se stessi.

Che, nell’uomo, sia importante la persona, e cioè la maschera del futuro cittadino ossequioso alle carte fondamentali degli Stati, siano esse libretti rossi, costituzioni bianche o azzurre, è un’opinione che la dice lunghissima sull’ignoranza profonda degli uomini di scienza circa i fondamenti della vita e dell’universale realtà. Gli uomini di scienza sono dei tecnici, capaci esclusivamente di arzigogolare con strumenti di piatta razionalità umana. Fanno figura di fanciulli idioti quando ci si sposta a considerare questioni di fondo dell’esistenza e della vita.

L’aborto è innegabilmente un’uccisione, le gerarchie cattoliche hanno ragione di sottolinearlo nonostante ciò indisponga, indispettisca il mondo laico, proteso a banalizzare l’interruzione di gravidanza.

Un’uccisione di persona umana già esistente o potenziale, oppure – come perentoriamente affermano i poteri sanitari civili – di un essere solo protoumano se non sono state maturate le ventiquattro settimane, e cioè di un essere vivo equiparabile ad un’ameba, ad un invertebrato privo di personalità e di coscienza?

Più che di mettersi a disquisire su simili enigmi, vien voglia anzitutto di ricordare che il Decalogo non recita «non uccidere persone umane», bensì laconicamente: «non uccidere». Che il comandamento si riferisca in esclusiva all’uccisione di esseri umani, è dato da tutti per scontato per lunga consuetudine, ma, a mio parere, si tratta di un assunto privo di giustificato fondamento, tanto linguisticamente quanto filosoficamente.

Ne consegue che è, per ebrei e cristiani, peccato mortale uccidere in genere. Altresì ne consegue che il precetto è inosservabile. L’uomo infatti non solo uccide alla grande, ma non può evitare di sacrificare vegetali e animali almeno in una certa, notevolissima, proporzione per nutrirsi: mors tua, vita mea. Inoltre l’umanità fa scempio di esseri viventi per approvvigionarsi in materie prime diverse da quelle alimentari, per diporto o divertimento, per semplice sua comodità; con la pesca e la caccia ad oltranza, con la distruzione di foreste e habitat naturali, causa addirittura l’estinzione di numerose specie.

L’uccisione di esseri umani non è certo giudicata un crimine in ogni caso. Sono previste eccezioni di grande incidenza. In tempo di pace esiste l’istituto della legittima difesa. Soprattutto è non solo prevista, ma addirittura comandata e incoraggiata nel quadro di conflitti armati l’eliminazione fisica del nemico e la stessa Chiesa romana ha a suo tempo ispirato campagne di persecuzione, fatto accendere roghi, indetto e organizzato crociate e inventato le espressioni di «guerra giusta» e persino di «guerra santa».

Raffrontando questi elementi vediamo che, se effettivamente la Scrittura e una riflessione religiosa profonda condannano per principio l’uccisione, quest’ultima, però, fa parte integrante della vita. Può semmai essere mantenuta entro argini ristretti, non certo essere eliminata dal civil vivere. Neppure l’uccisione di esseri umani può essere interamente, radicalmente, eliminata dal civil vivere.

Ne dedurremo che, per quanto sia vero e importante che la religione la condanni, l’ordine civile non può prescindere in toto dall’uccisione come strumento di vita, di difesa e di sano evolversi della società.

Riguardo all’aborto ciò significa che anzitutto si tratta di una pratica non banale, ma grave. Grave e senz’altro da prevenire ed evitare quanto più possibile. D’altro canto che, ciò nonostante, dev’essere ammessa senza complessi in circostanze determinate.

Il punto è che la società civile è ben lungi dal condurre adeguate politiche di prevenzione dell’aborto. Sono stati sviluppati metodi e farmaci contraccettivi, le cui efficacia o innocuità non sono mai garantite al cento per cento. Si sono svolte ampie campagne d’informazione e propaganda in merito, frenate solo debolmente da Chiese e benpensanti. In ciò, un aiuto imprevisto e davvero significativo è venuto dalla comparsa, quindi dal dilagare in Occidente di una nuova malattia venerea, letale: l’AIDS. Questa è presto divenuta uno spauracchio capace di convertire al preservativo anche i più renitenti.

Tuttavia rileviamo che è rimasto presente uno zoccolo duro di fornicatori al naturale. E soprattutto prendiamo nota del fatto che la lotta di prevenzione delle società civili si è tutta incentrata su questo aspetto tecnico-farmacologico, eludendo le problematiche connesse ai modi di vita, ai condizionamenti fisici, psicologici, morali, sociali fatti pesare sugli individui dalle nostre società in ragione dei loro assetti e dei principi cui si ispirano. Quanto le gravidanze occasionali, accidentali e non volute sono dovute alla dissolutezza individuale e quanto alle condizioni in cui vivono i cittadini nelle nostre società? Qual è la quota di responsabilità dell’assetto sociale nell’emergere di gravidanze indesiderate? La maggiore e più seria prevenzione non sarebbe piuttosto da ricercare in assetti sociali più giusti e più tranquilli, più sani ed umanamente accettabili?

Inoltre la società civile, per il tramite dei suoi esimi esponenti politici, ci viene costantemente a ribadire in televisione di considerare l’aborto come un rimedio, comunque, da ultima spiaggia e drammatico per le povere donne interessate. Ci si fa credere che la questione sia trattata dal corpo medico, di volta in volta, con grande serietà. Ma chi ha esperienza di vita e magari ha anche lavorato in cliniche o ospedali ben sa che i medici non sono persone diverse, né più serie di tutte le altre che girovagano per i corridoi ciechi della società. Ciascuno cura i propri interessi: anche se non si può dire, per educazione, precauzione o altro, di nascite e morti, di parti desiderati e indesiderati e di aborti eventuali non gliene può fregar di meno. Ho conosciuto giovani fatte abortire dalle madri all’insaputa dei padri e senza minimamente chiedere il parere del compagno occasionale, padre a sua volta del figlio cancellato; nonché giovani che, dopo avere abortito di loro iniziativa senza neppure avvertire il partner, ricominciavano a chiavare con altro o altri partner allegramente e senza inibizioni.

Insomma, si dice, per la forma, che l’aborto è qualcosa di serio e drammatico. Ma si pratica l’aborto su centinaia di migliaia di soggetti femminili all’anno in condizioni di ordinaria amministrazione, spiccata disinvoltura delle donne coinvolte e dei sanitari e, in definitiva, di ampia irresponsabilità. Come la caccia alle ultime tigri o agli ultimi elefanti superstiti, come la pesca alla balena bianca.

 

 

 

Cachez ce sein que je ne saurais voir – 28.02.08.

 

L’umanità si attribuisce una superiorità rispetto a tutte le altre biospecie del creato, che sostanzialmente la isolerebbe dalla realtà e la proietterebbe ad un livello di quasi deità. Ricordare all’uomo che è un animale, sia pure ragionevole, è spesso avvertito come un’ingiuria e starei per dire una bestemmia.

L’umanità si sforza di rinnegare e dimenticare la propria appartenenza al complesso sistema dell’universo reale. Si sforza quanto più può di superarla. Si rifugia, dunque, nella spiritualità o nell’idealismo.

È un atteggiamento intellettuale, sotteso da ispirazioni emotive ed istintuali.

Pertanto si condanna moralmente o si degrada culturalmente e si ostracizza ogni indugiare a pensare, a parlare, a rappresentare realtà basiche connesse all’alimentazione, all’escrezione e alla sessualità. Una tradizione ultrabimillenaria ha distinto due registri in letteratura e nella drammaturgia, quello eroico-cavalleresco o tragico e quello comico. I riferimenti diretti o indiretti alle realtà basiche sono materia del secondo registro, stimato inferiore, relegato nell’inferno delle biblioteche e spregiato dai benpensanti.

Le reazioni della borghesia dinanzi al nudo in pittura sono ancora, in questo inizio di XXI secolo d.C., molto eloquenti a tale proposito. L’uomo di cultura, l’artista ritengono che ormai si sia visto e detto di tutto, in particolare nel Novecento. Che non esistano più tabù. Si è sforato addirittura nell’astrazione! Ma l’umanità nel suo complesso è ben lungi dall’aver seguito e assimilato l’evoluzione delle arti, non è tanto maturata, è rimasta a poco più del palo di partenza. Un professionista, un funzionario che si rispetti e che intenda far carriera non può appendere nel suo salotto, né certo – figurarsi – in ufficio, un gran nudo di donna procace, ancor meno un amplesso di coppia o un’orgia. Un dipinto non è un dipinto che affronta semplicemente problemi reali di società e soprattutto di pittura; un dipinto è un emblema, una bandiera, uno status symbol, un diploma di benemerenze.

Il borghese non vuol essere un uomo, che si ciba e si disseta (mangia e beve), defeca e minge (caca e piscia), e che fornica (chiava). Vuol credersi ed esser visto, concepito, come un angelo del cielo, un semidio, la cui sede reale sarebbe la mente, la psiche, a mezza strada tra il mondo e Dio.

 

 

 

Jonathan Littel – 29.02.08.

 

Il cognome, che ostenta tanta modestia, mi ricorda per altro verso un inviso toponimo. Istintivamente, vi ravviso pertanto una doppiezza, una celata perfidia.

Ed effettivamente il romanzo monumentale di questo autore, che taluni si sono già sbilanciati a paragonare a Guerra e pace, è perfidamente imperniato sul gusto del disgusto, sul piacere del dispiacere, su un godimento non so se più sadico o masochistico della sofferenza. Sul mistero di tale godimento, comune, a quanto insinua l’autore e dimostra il successo di mercato dello scritto, a tutta o quasi l’umanità.

C’è in esso l’osservazione fredda delle atrocità perpetrate sulle carni altrui, ma da noi perpetrate; oggettiva e soggettiva insieme. Osservazione che, tuttavia, non sarebbe possibile in modo protratto e sistematico senza il sostegno interiore di un sottile sentimento che è insieme dispiacere e piacere, sofferenza e godimento, e certamente fascinazione per il disfarsi della vita. Una soddisfazione di discreare, data per analoga a quella del creare. Una soddisfazione di interrogarsi senza remore, mettere in questione gli arcani della vita, distruggendola.

Littel dissente dalla Arendt. No, i mostri non sono uomini qualunque resi inumani dai sistemi socio-politici. Sono dei perversi. Senonché la loro perversità è anche la nostra. E questo è il nuovo prisma attraverso il quale dovremmo considerare il nazismo. Anche noi siamo attratti dall’abisso del male.

Questa attrazione pone di per sé un problema etico e filosofico.

Con questo libro siamo all’estremo capolinea della cultura barocca, in area decisamente anglo-germanica, non certo mediterranea. Vien fatto di pensare al Profumo di Süskind, ma Littel batte tutti i record.

 

 

 

Il tempo e lo spazio (2) – 01.03.08.

 

Inverificabili, quanto inconfutabili, dimensioni dell’esistenza.

Inverificabili direttamente mediante i sensi, che sono i nostri sensori e leganti alla realtà esistenziale. Non tocchiamo, non vediamo, non udiamo, non odoriamo né gustiamo né il tempo, né lo spazio, né loro parti o elementi in quanto tali. Pertanto non sono dati autentici d’esperienza sensoriale, bensì nozioni derivate, costruite dall’intelletto e in certo qual modo astratte.

Eppure consideriamo tempo e spazio realissimi. Con una convinzione che supera persino la nostra fiducia nella realtà dei singoli oggetti in essi immersi.

Possiamo definire tempo e spazio come le due condizioni generali e sine quae non del reale, dell’esistenza. Costituiscono la cornice ineludibile. Da esse l’esistenza è interamente inquadrata. Ogni oggetto, ogni accadimento e movimento di oggetti e soggetti si iscrivono nel tempo e nello spazio.

Insomma si tratta dei due perni e fondamenti, in certo senso astratti, dell’esistenza concreta.

Certissimi ed evidenti, così ci appaiono, non meno, quasi più, della stessa esistenza, dell’universale oggettività. E ce ne avvaliamo come strumenti, presunti affidabilissimi, di collocazione nell’insieme, d’individuazione tra l’affollarsi delle realtà.

Senonché, filosoficamente parlando, tempo e spazio sono eminentemente enigmatici. Per chi rifletta, presentano e pongono profondissimi, insolubili problemi.

Anzitutto a causa della loro virtuale infinitezza. Tempo e spazio si svolgono ed espandono e sono potenzialmente infiniti; ma l’infinito non è propriamente concepibile. Per simboli ed emblemi lo possiamo rappresentare, possiamo tenerne conto e fingere d’averlo addomesticato, normalizzato. Ma, non essendo finito, essendo cioè non solo estesissimo, grandissimo, molto più grande e grosso di noi, ma addirittura in incessante crescita, privo di limiti che lo circoscrivano, non lo possiamo afferrare con la mente,  comprendere, né assimilare.

Inoltre in quanto implicano il fondamentale problema del rapporto dell’esistenza con l’essere. Cioè veicolano, proiettano perplessità e dubbi su ciò che l’esistenza sia. Come un’infinitezza può essere?

Non diciamo, come molti matematici antichi, che l’infinitezza, in quanto assurda, non può essere. Diciamo però francamente che, come tempo e spazio ce lo possono costantemente ricordare, tutto rimane per noi in sostanza un perfetto dilemma.

 

 

 

Ordine e resistenza (fisica) – 02.03.08.

 

Il segreto principale della resistenza nello sforzo fisico, e non solo, è l’economia delle energie, la loro concentrazione esclusiva nel lavoro volto a raggiungere la specifica mèta.

Anzitutto nuoce ogni incertezza circa la mèta da raggiungere, ogni pluralità disorganizzata di mète, la confusione negli scopi, che, se c’è, è addebitabile al diretto interessato.

Poi nuocciono gli sprechi d’impegno in operazioni accessorie, parassitarie, rese talvolta necessarie da comportamenti di terzi che accompagnano il protagonista e interferiscono a bella posta o distrattamente e senza intenzionalità nell’azione.

In particolare, una cosa che non capiscono i profani e gli sciocchi è il bisogno di non chiacchiericcio di chi tende a una mèta. L’uomo qualunque non si rende conto di quanto distolga dalla semplice diritta via e disturbi la vana parola.

L’uomo qualunque, o sciocco qualunque, vive ridacchiando e ciarlando a non più finire. Non conosce altro modus vivendi, altro approccio alla vita. Riflessione, concentrazione, serietà, sono per lui sinonimi di profonda noia.

Il guaio dell’uomo, come annotava Pascal, sta nell’incapacità di rimanere solo, in silenzio e senza «fare» alcunché in una stanza per lunghi tratti di tempo.

 

 

 

Intelligenza, humour e stupidità – 03.03.08.

 

Uno pseudo intellettuale di sinistra, mio collega di lavoro, sosteneva – ricordo – che non si sa cosa sia l’intelligenza e che non sarebbe mai stata data una definizione attendibile del senso di tale parola. È, direi, una sciocchezza. L’etimologia implica da sola un significato sufficientemente congruo: inter legere = trascegliere, secondo il Cortelazzo Zolli – ma vien voglia di aggiungere e precisare: scegliere tra varie opzioni, leggere tra le righe, collegare > intendere, comprendere.

L’intelligenza è quella facoltà che consente di cogliere i nessi e rapporti tra le cose. Pertanto anche di ordinarle secondo gerarchie di valori.

Lo humour è una forma d’intelligenza sottile, che coglie nessi paradossali che fanno sorridere o ridere.

La stupidità, per converso, consiste nel non saper cogliere i nessi ed i sensi delle cose. In una difficoltà a mettere in relazione le cose tra loro. In una sordità o cecità alle congiunzioni e ai rapporti.

La stupidità esaspera chi sia intelligente, ma non è una colpa. All’intelligente sembra che lo stupido faccia apposta di non capire, di non afferrare al volo. Però non è così. Lo stupido, oltre a non aver colpa, né s’accorge, né può credere di essere davvero stupido. Perché, ovviamente, non concepisce la stupidità, non vede oltre il proprio naso. Semmai sarà attraversato, a forza di farsi ridere addosso e sgridare, da una vaga, indefinita, intuizione della propria dappochezza e, cioè, vessato da un avvilente complesso d’inspiegata inferiorità.

Si consideri, d’altronde, che la stupidità è comunque un limite che ci riguarda tutti. Vi è un tetto all’intelligenza umana. Per quanto profondo, lo spirito umano non può sforare la cappa della condizione esistenziale e le chiavi più essenziali del conoscere gli rimangono negate d’accesso.

 

 

 

Il tempo e lo spazio (3) – 03.03.08.

 

Creduti ovvi e, invece, misteriosissimi, fondamentali concetti di riferimento.

Realtà e condizioni (sine quae non) delle realtà oggettive. Realtà di per se stessi, oppure indotte di riflesso?

Cornici, contenitori delle realtà che, comunque, abbiano anch’essi una loro realtà a sé stante? Ma quale realtà, quale genere di realtà, se i sensi non hanno su di essi la benché minima presa diretta?

A prescindere dai contenuti oggettivi, senza l’oggettività questi contenitori, queste condizioni sussisterebbero di per se stessi? Oppure sono talmente legati agli oggetti che