(Vicende lussemburghesi - 6)
I
Che vien dalla monta-a-a-agna!
Quando il coretto di vecchi pseudoalpini assunto dal principale della Buca di Bacco per infondere allegria nel locale italiano tipico giunse a questo punto della melopea si udì un botto sordo. Il capocameriere strabuzzò gli occhi, lasciò scivolare il piatto di portata carico di vivande fumanti con cui si appropinquava alla tavolata degli impiegati di banca e piombò a terra.
Un’unica voce proseguì in falsetto: «Lo voglio re-e-egalare» … Indi, però, zittì, ammutolita dalla taciturnità delle altre.
Il commissario Van Ertvelde, gli ispettori Kassel e Zumthor e l’appuntato Kierkegaard, i quali sorbivano l’aperitivo della casa ad un tavolo da quattro dopo aver ordinato bistecche al pepe e boccali di birra, rimasero per un attimo incerti. Non si attendevano davvero ad una roba del genere proprio una sera di libera uscita in cui avevano deciso di darsi alla bella vita lontano dai cupi uffici. Ma subito si riebbero e balzarono in piedi. Gli ispettori, più giovani, si precipitarono verso il corridoio che conduceva all’uscita in strada per sorprendervi, se del caso, eventuali fuggitivi o pali, che però non furono avvistati. Van Ertvelde ingiunse ai clienti di non muoversi dai rispettivi posti e ordinò a Kierkegaard di procedere ad un’attenta ricognizione di ogni più recondito angolo della sala. Neppure lì, però, c’era alcun’altro oltre ai clienti seduti; e la porta della cucina a battenti pieghevoli, riparata da un paravento, era accostata.
Furono chiamate telefonicamente due squadre della centrale, una di agenti e una di specialisti della scientifica. Si procedette, da un lato, ad una ricostruzione corredata da schizzi e foto e, d’altro lato, alla registrazione delle generalità di tutti i presenti.
Però non si cavò un ragno dal buco, o dalla Buca, che dir si voglia. Non si riuscì a stabilire quella sera stessa né chi avesse sparato, né da dove si fosse sparato. L’unica cosa certa era che qualcuno lo aveva fatto, e con grande professionalità, dato che il povero cameriere anziano aveva un bel foro nella schiena, a fianco della scapola sinistra, ed era morto sul colpo. Eppure non si era notato alcuno alle sue spalle. I clienti erano tutti seduti e chiunque di loro avesse impugnato un’arma, immancabilmente, sarebbe stato visto dai vicini di tavolo.
L’indomani soltanto, nel corso di una seconda perlustrazione a mente riposata, quelli della scientifica fecero caso a un pertugio rotondo di pochi centimetri di diametro, ad altezza d’uomo, nella parete di fondo. Dalla parte della sala era mascherato da un dischetto metallico, anch’esso rotondo e dipinto dello stesso colore del muro. Un dispositivo elettrico, in cucina, permetteva di far roteare il coperchio verso l’alto. Il capocuoco spiegò che si trattava di una spia per sorvegliare l’interno del locale. Ma non ci si era accorti di alcun movimento sospetto in cucina, la sera precedente.
Certamente, comunque, il colpo mortale era stato sparato da lì, e pertanto Van Ertvelde fece dire ai cinque addetti alla preparazione dei pasti, nonché a tre camerieri in seconda di cui era incerto se si trovassero in sala o in cucina al momento dello sparo, di non lasciare Lussemburgo e di tenersi a disposizione della polizia.
In cucina, una porta poco in vista al di là del banco dei fornelli si apriva su una scala a chiocciola che conduceva in cantina; si scoprì inoltre che da quest’ultima, in pratica costituita da un ampio seminterrato, mediante un portoncino e una nuova scaletta in salita si poteva accedere direttamente alla strada.
La ricerca dell’arma fu vana, ma s’intuiva che il colpevole poteva averla fatta sparire andandosene e portandola con sé oppure consegnandola ad un complice che lo avesse atteso all’uscita dello scantinato. Ovviamente l’assassino e l’eventuale compare avevano fatto in tempo a svignarsela prima che gli ispettori fossero sbucati dal portone. Dovevano avere svoltato l’angolo e, magari, lì erano poi saliti su un’auto parcheggiata che si era allontanata senza dare nell’occhio.
Van Ertvelde, nonostante gli anni, era un tipo decisamente sportivo. Alzò la mazza e con un elegante quanto potente movimento di bilanciere delle braccia centrò il pallino; questo schizzò via e scavalcò un rialzo del terreno che occultava il green alla vista.
– Bel colpo – gli soffiò Archibald Begum, alto funzionario inglese del Parlamento europeo che lo accompagnava per compiacerlo dopo essersi fatto personalmente squalificare per tiro fuori perimetro.
– Dice?
– Sì, la parabola era perfetta. Giurerei che le mancano ormai pochi metri all’ultima buca.
Salirono sui rispettivi tricicli a motore e, nell’erba rada del prato, si avviarono a velocità ridotta, fianco a fianco, verso il punto presunto d’approdo del pallino.
– Ho udito della strana faccenda di omicidio in un ristorante italiano – suggerì, ostentando indifferenza, l’inglese, mentre si portavano in cima al dosso.
– Un caso singolare davvero, fortunatamente insolito nel nostro felice granducato.
– Si è potuto accertare chi ha commesso il fatto?
– Siamo solo all’inizio delle indagini. Ma, non fosse l’esigenza di scongiurare il ripetersi di casi analoghi, la faccenda sarebbe di scarsa rilevanza, data la modesta levatura sociale della vittima.
Erano giunti dall’altra parte del terrapieno e la bandierina della buca era a una cinquantina di metri. Tuttavia, per quanto si affannassero a cercare dappertutto, il pallino non si trovava. Venne mezzogiorno e dovettero desistere da ulteriori ricerche. Van Ertvelde incaricò il caddie di farsi aiutare dai compagni e di passare in rassegna, centimetro per centimetro, l’intero spazio al di qua del rialzo.
Mentre si avviavano ormai a piedi verso la mensa del lussuoso impianto di Bridel dove si sarebbero uniti all’affiatata congrega degli altri direttori, imprenditori, vicepresidenti, assessori e caporali in genere, videro Kierkegaard che correva loro incontro. L’appuntato prese il superiore da parte per riferirgli che la pallottola estratta dalla salma era di calibro 7,65 Browning. Proveniva da un revolver americano, uno Skorpion. Van Ertvelde lodò, a parole, la premura con cui l’appuntato aveva voluto informarlo, ma lo rispedì difilato in centrale.
L’indomani era domenica, la domenica delle Palme. C’era in città la processione solenne annuale cui partecipava il granduca in persona e in cui, pertanto, si facevano un dovere di farsi notare tutti i personaggi più influenti dell’infimo Stato.
Il lungo corteo muoveva dalla cattedrale della Vergine degli Afflitti per farvi ritorno dopo circa tre quarti d’ora di deambulazioni a gomitolo nelle vie del centro. In testa, un baldacchino sorretto da sei ufficiali in alta uniforme su cui si ergeva una Madonna sconsolata, con gli occhi rivolti al cielo e quattro o cinque lacrimoni che le imperlavano le guance. Era in cartapesta dipinta di bianco e d’azzurro chiaro, con una mezza dozzina di stelle d’oro sparse sul manto. Subito dietro incedevano il vescovo ed alcuni prelati, quindi il granduca a testa scoperta e sguarnita di capelli ma con energici baffetti neri a spazzola sotto il naso, attorniato dalle principali cariche del governo. Poi gli importanti di seconda e terza zona, tra cui il commissario con i suoi ispettori. E infine la calca della gente qualunque che non si sarebbe persa l’occasione di recitare la sua parte nel fastoso spettacolo per nessuna ragione al mondo.
Gli ecclesiastici, cui si univano i più entusiasti nel pubblico, recitavano un lungo, strascicato rosario. Intonavano un inno, quindi ricominciavano daccapo. Invocavano dal cielo la protezione divina su Lussemburgo.
Ogni tanto qualcuno sveniva. Erano la stanchezza e, soprattutto, l’emozione. Crollavano donne anziane, che, subito, venivano tratte in disparte e assistite: tre o quattro scapaccioni, un bicchierino di acquavite, sali ammoniacali e l’arzilla vecchietta, in genere, si riaveva. Quando la cura empirica rimaneva senz’esito, le disgraziate erano caricate su ambulanze sapientemente dislocate nei paraggi, quindi trasportate a sirene spiegate verso i più vicini nosocomi. Però ci fu un mancamento anomalo: quello di un giovanotto nel fiore dell’età. Al pronto soccorso giunse in fin di vita. Gli riscontrarono una ferita al petto, tra la quarta e la quinta costola a sinistra, da lama di coltello. Il cuore, per miracolo, non era stato leso, senonché l’ambulanza non disponeva di sacche di sangue per trasfusioni ed era rimasta incastrata da due auto parcheggiate in doppia fila per oltre venti minuti. Nonostante le fasciature, il paziente si era totalmente dissanguato.
Non si resero conto della triste circostanza i pellegrini, i quali, facendo ritorno alla chiesa madre, furono accolti sul sagrato da una banda di una cinquantina di strumenti, a fiato e a percussione. Fu suonato l’inno nazionale e il granduca, sorridendo e allargando le provvide braccia, espresse tutta la sua simpatia alla popolazione, che, dal canto suo, il vescovo poi benedisse.
Suonavano ora a distesa le campane e Van Ertvelde si segnava compunto, quando quel solito guastafeste del Kierkegaard, raggiunto non senza sovrumani sforzi lo spiazzo pavimentato interamente a lastre di granito grigio e accostatosi al graduato, gli sibilò all’orecchio:
– Uno sconosciuto è stato pugnalato a morte durante la processione e giace stecchito all’obitorio.
– Pugnalato? – ribattè, incredulo, il commissario.
– Al petto.
– Chi l’avrebbe pugnalato?
– Non lo si sa.
– Quando è successo?
– Mezz’ora fa circa, all’angolo tra la Rue Notre-Dame e la Rue Philippe II.
– Come mai lo vengo a sapere solo ora?
– Quelli che l’hanno caricato in ambulanza credevano si trattasse di un banale malore. Solo sul veicolo si è visto che l’individuo grondava sangue.
– E perché, a questo punto, non è stato subito assistito?
– L’ambulanza non era attrezzata. Il traffico era intenso ed era troppo tardi quando la macchina è arrivata in clinica.
Il ministro degli interni convocò il commissario e volle sapere di persona cosa stesse accadendo in città. Due morti ammazzati in un locale pubblico affollato e per strada, in mezzo alla gente, nel giro di una settimana! Era inconcepibile.
– Non si sono mai viste certe cose, qua da noi.
– Concordo al cento per cento, signor ministro, e creda che deploro l’accaduto.
– Deplora? Il suo compito non è di deplorare! Lei è tenuto a impedire che vengano commessi fatti del genere, che offendono l’illibata reputazione della nostra fiera nazione. E, quand’anche vengano perpetrati, il suo compito è di correre ai ripari senza indugi. Mi capisce? Senza indugi! Dal primo fatto di sangue sono trascorse non ventiquattro, non quarantotto, bensì oltre centosessantott’ore e cos’è lei in grado di dirmi al riguardo dell’efferato episodio?
– Purtroppo quasi nulla, signor ministro.
– Quasi nulla?!! Si burla di me, commissario? Mi prende forse per un ministro finto della commedia dell’arte?
– Me ne guardo bene, signor ministro, la stimo e la riverisco.
– Mi riverisce? Ebbene, sappia che lo Stato non può transigere in situazioni del genere. S’impone una repressione immediata. Se lei è incapace di assolvere alle sue funzioni, nonostante gli ottimi stati di servizio pregressi sarò costretto a sollevarla dall’incarico. Le suona chiaro, adesso, il mio discorso? Si dia da fare subito. Subito, ha capito? Non tollererò che la polizia trascorra un’altra settimana con le mani in mano, manco fosse in vacanza.
Il ministro, dietro al grande tavolo stile Settecento che gli serviva da scrivania, si era addirittura rizzato in piedi. Era alto e magro, con il viso smunto e occhiali di tartaruga smisurati. La sua figura così secca e arcigna contrastava con la luminosa eleganza delle dorature che, in quel vasto studio, abbondavano, nel soffitto, sulle pareti, sul mobilio. Van Ertvelde fu come tramortito dalla veemente sfuriata, balbettò alla meglio formule di mortificazione, di saluto, e prese l’uscio a ritroso poco meno che barcollando. Fortunatamente, in strada aveva l’autista, perché non sarebbe riuscito da sé a guidare fino al commissariato.
In Rue Glesener si versò un bicchierino di cognac francese e lo bevve d’una tratta. In un vano della libreria a muro con sportello chiuso a chiave teneva quattro o cinque bottiglie di liquori forti per le liete o funeste occasioni. Sprofondato nella sua poltroncina girevole, cominciò a riaversi dopo due o tre minuti. Prese la cornetta e telefonò a casa: «Cara, purtroppo non potrò accompagnarti dal sarto questo pomeriggio e dobbiamo rimandare la scappata al cinema». La moglie si era messa a strillare come un’ossessa, peggio del titolare del dicastero degli interni poco prima, tanto che il funzionario aveva dovuto scostare dall’orecchio il ricevitore. Era l’ultima prova per il vestito da sera e lei ci teneva ad avere il parere del marito! Voleva tanto vedere La luce fredda che stilla dalle stelle di cui le avevano parlato le amiche ed era l’ultimo giorno della proiezione! Il commissario disse che il dovere lo tratteneva in ufficio. Le dava carta bianca per il vestito e si facesse accompagnare dalla sorella al cineclub.
Chiamò Kassel e Zumthor affinché facessero insieme il punto. Sulla vicenda della Buca di Bacco non era saltato fuori alcunché di nuovo. L’accoltellato della Rue Notre-Dame si chiamava Georg Gily, era un agente delle Assicurazioni Granducali, trentacinquenne, celibe, di origini ungheresi ma da oltre dieci anni residente in Lussemburgo. Non aveva famiglia, né amici.
Le due ammazzatine, insomma, si presentavano come classici vicoli ciechi. In altra località e in circostanze normali, avrebbero potuto rimanere irrisolte ed essere archiviate. In Lussemburgo gli omicidi freddamente eseguiti in pubblico erano invece una novità assoluta, che suscitava vivo allarme. D’altronde, la mancanza d’esperienza in merito concorreva a spiazzare la polizia. Non si sapeva a che santo votarsi per risolvere casi come questi, senza rei apparenti, senza rei confessi.
Ad ogni buon conto, Van Ertvelde esigette che si indagasse a fondo sulla vita, gli antecedenti, i legami dei due uccisi.
V
Mina, la moglie di Zumthor, era andata tre volte a Parigi, per farsi gonfiare i seni, rimodellare i glutei, ridimensionare il naso. Da manico di scopa con capigliatura biondastro-grigia e nasone adunco tipo becco di gufo era divenuta, nel giro di alcuni mesi, una venere callipigia con due bocce simili a meloni e un grazioso nasino a trombetta. Sulle prime il coniuge si era voluto opporre agli interventi, aveva scongiurato la sua Mina di rimanere tale e quale la mamma l’aveva fatta e lui se l’era impalmata escludendo in partenza il rischio delle corna, ma non era venuto a capo di niente. Lei aveva un dannato caratterino… e da anni la sua bruttezza befanesca l’ostacolava nelle relazioni sociali. Se non aveva lavorato, non era solo perché Zumthor la preferiva in casa, ma anche perché le tre volte che si era candidata ad un impiego di segretaria il responsabile delle assunzioni l’aveva rimandata a casa al primo scorgerla. Non aveva osato frequentare le piscine, né andava volentieri in vacanza al mare, perché si vergognava a mostrarsi in costume da bagno; ed era sempre stata restia persino a passeggiare nella Grand-Rue e ad entrare a far compere nei negozi come le altre signore.
Vedendola tornare con i seni nuovi dopo la prima operazione, a dire il vero, Zumthor aveva cominciato a ricredersi. Certo, la correzione estetica era dovuta all’incorporazione di sacche di silicone sotto le mammelle. Ma, all’esterno, non si vedeva niente: non vi era traccia di cicatrici. Erano seni finti fin che si vorrà, ma sembravano veri. Ancor più sorprendente fu giudicata dall’ispettore la maestria del chirurgo quando la moglie si fu fatta rifare le cosce. In ultimo, con il nasuccio a fungo, oltre che prosperosa, Mina divenne persino graziosa! Un vero miracolo, non c’è che dire.
Un inconveniente in certo senso prevedibile, che però sorprese il tenero marito non meno del miracolo, fu che la terza volta Mina non tornò sola dalla Francia. Giunse alla stazione accompagnata da un amico. Le presentazioni, giù dal predellino del vagone di prima classe, furono imbarazzate. Lui era un capocommissario francese della lotta al gran banditismo: Jules Ferry. Grande e grosso, aveva una quarantina d’anni. Mina disse che l’aveva incontrato casualmente per strada allorché si preparava alla prima operazione e non riusciva a vincere l’angoscia della paura. Il galante poliziotto le aveva offerto un caffè al bar, l’aveva fatta parlare e rincuorata. Lei si era fidata, dacché si trattava quasi di un collega del marito. Da allora era stato come un padre per lei.
Zumthor aveva abbozzato, anche perché era la moglie che comandava in casa. Ferry dormiva sul divano, in salotto. Ma si può facilmente immaginare che non fosse insensibile al fascino delle poppe e, vieppiù, del deretano ricostruito ad arte dell’ormai desiderabile Mina. Quando il lussemburghese andava al lavoro, passava in camera da letto, per tener compagnia alla protetta, la quale non si peritava mai di alzarsi prima di mezzogiorno.
C’è da dire che l’immancabile siluramento sodomitico del mattino rendeva Mina assai più arrendevole che in passato nei confronti del marito, la notte, quanto a prestazioni amatorie classiche, di compensazione. Per cui, alla fin fine, Zumthor ci guadagnava. La moglie era rifiorita. La sua carnagione aveva assunto toni d’un rosa mai creduto possibile. Gli occhi le luccicavano. Cantava, piroettava, preparava da mangiare. I due torelli da monta finirono col simpatizzare.
VI
«Entri pure, collega, si accomodi nella poltrona» – aveva detto Van Ertvelde a Ferry, che Zumthor gli aveva voluto presentare, spostandosi nell’angolo salottino del suo ufficio. Subito aveva aperto lo sportello degli alcolici e aveva chiesto: «preferisce cognac o whisky?
– Prendo un whisky, all’americana, per cambiare. – E si era seduto.
– Avrà sentito dall’ispettore in che pasticcio ci troviamo?
– Zumthor mi ha raccontato degli omicidi, infatti. Le confesso, però, che non capisco perché le indagini non procedano.
– Vede, i due malcapitati sono dei poveracci qualunque. Persone di modestissima caratura e privi di famigliari. Gli assassini non si sono fatti vedere. Mancano gli appigli per una ricerca che possa approdare a qualcosa.
– Il personale della Buca di Bacco è stato interrogato con la debita fermezza? Se hanno sparato dalla cucina è impossibile che nessuno abbia visto né sentito niente, che nessuno sappia niente.
– Gli ispettori hanno fatto venire qui cuochi e camerieri.
Andò alla scrivania e da un cassetto estrasse i verbali d’interrogatorio. Li porse al francese, aggiungendo: – non dovrei mostrarli, ma lei è un collega, e un collega autorevole.
Ferry sfogliò i documenti ad uno ad uno:
– Qui, effettivamente, non c’è assolutamente niente. Questi verbali sono aria fritta. Ma non sono persuaso. Ho l’impressione che i vostri metodi d’inchiesta siano troppo accomodanti. Non voglio essere invadente e tanto meno impertinente, però credo che, se lei affidasse a me questi testimoni, in un paio d’ore li indurrei a sbottonarsi.
– Davvero lei si presterebbe a darci una mano?
– Senz’altro. Tra colleghi …
– Certo, la procedura è del tutto irregolare. Ma nulla ci costringe a far sapere agli interessati che lei è uno straniero, né alle gerarchie ch’è stato un francese a condurre gli interrogatori.
VII
Ferry volle essere lasciato solo con il capocuoco e si assisté a un prodigio come quello degli interventi di chirurgia estetica su Mina. In capo a mezz’ora l’energumeno ammise di sapere chi erano i colpevoli. Al momento dello sparo, lui era al gabinetto. Ma, tornato in cucina, aveva notato che non c’era Frédéric Babel, uno degli aiuti. E, appena dopo, quello era risalito dalla cantina assieme a due dei camerieri.
Si procedette per direttissima al fermo dell’aiuto cuoco e dei due camerieri. Furono in questura nel pomeriggio, ma negavano tutto ostinatamente.
La sera stessa Ferry si chiuse in ufficio con Babel. La seduta durò più a lungo di quella del mattino, ma alla fine l’inquisito dichiarò che era stato il cameriere Zinkel a sparare. Dov’era la carabina? Lui non lo sapeva, bisognava chiedere a Zinkel. E perché erano scesi in cantina? Faceva lo gnorri. Il campione della lotta al gran banditismo opinò che avesse parlato abbastanza per il momento e decise di soprassedere, ma lo fece chiudere in cella, come già il capocuoco. Quando due agenti lo trascinarono fuori dal camerino in cui si era svolta la procedura investigativa tenendolo saldamente per le braccia, Van Ertvelde si avvide che il malcapitato si reggeva a malapena in piedi e aveva chiari segni di percosse in faccia, ma, si sa, sono i metodi che usano in Francia. Zumthor, quando convocava un testimone, lo salutava cortesemente, lo faceva sedere, gli offriva una tazza di caffè, e, quando l’altro diceva di non sapere niente, lo premiava con un largo sorriso e lo congedava. Il sistema di Ferry era più virile e dava subito risultati come il prugno che, a scuoterlo ben bene, lascia cader le prugne.
VIII
Il direttore delle Assicurazioni Granducali aveva descritto Georg Gily come un giovane di buone speranze, lavoratore, capace, privo di difetti, ma anche molto riservato. Non gli si conoscevano amici, né amiche. Era un’attestazione priva di costrutto che non arrecava alcun positivo contributo alle indagini, ritenne Victor Kassel, l’altro ispettore e vice di Van Ertvelde. Decise di rivolgersi ai servizi del controspionaggio, in seno ai quali aveva buoni contatti, per appurare se l’individuo socialmente tanto trasparente e inafferrabile non fosse però almeno da quelli noto. E ci prese: venne infatti a sapere che l’impiego nel settore delle assicurazioni, quantunque svolto con encomiabile impegno, era di fatto una copertura. Quanto meno, era stato una copertura in passato, quando l’ungherese era andato a più riprese in missione nell’Europa dell’Est per conto della CIA.
Zinkel, prelevato di brutta al domicilio alle otto di sera, era subito finito in cella di sicurezza.
Van Ertvelde gongolava: i conti cominciavano a tornare, si intravedeva un orizzonte di possibili concreti esiti dell’inchiesta.
Priscilla Van Ertvelde e Mina Zumthor si frequentavano. S’incontrarono in una sala da tè dell’Avenue de la Liberté, su invito della prima, la quale aveva sentito di Ferry dal marito e agognava più circostanziati ragguagli:
– Ciao, hai l’aria di una vera stella del cinema da quando sei tornata da Parigi!
– Grazie, sì, sto benone.
Si erano sedute. Mina era raggiante, teneva ben eretto il busto sul quale si stagliavano i possenti rigonfiamenti dei seni, d’altronde in parte scoperti grazie alla generosa scollatura della camicetta di lino grezzo.
– Volevo sapere del commissario francese vostro ospite. Poes, mio marito, mi dice che fa prodigi in questura.
– Cosa prendono le signore? – Chiese la gerente del locale, che si era avvicinata.
– Per me, una cioccolata calda – Rispose un po’ bruscamente la Van Ertvelde.
Assai più distesa, invece, la Zumthor sorrise e sussurrò:
– Gradirei un tè al limone, cara signora. E un paio di paste.
– Vuole venire a sceglierle?
– Non importa. Mi fido di lei. Magari alle mandorle e alla panna.
– Dunque, cosa mi dici, com’è questo Ferry?
– Un vero parigino.
– Cioè?
– Educato, premuroso.
– E donnaiolo?
– Beh, sai com’è? Non è sposato.
– Ho capito, ma qua da noi i trenta e quarantenni celibi sono tutti, diciamo, dei perversi.
Mina scoppiò a ridere e la sua risata era argentina, superiore come tutto il suo nuovo aspetto fisico. Gli angoli della bocca le si arricciavano lievemente in su, le gote si colorivano, gli occhi le scintillavano.
– No, non è della quinta colonna. Tutt’altro.
– Come puoi affermarlo tanto perentoriamente?
– Guarda, tra te e me, lo so per esperienza personale.
E la Zumthor si rimise a ridere di cuore. Sulle guance gli si venivano a formare due fossette come ai bambini, notò la Van Ertvelde. E che sfacciata! Cosa mi viene a parlare di esperienza personale? Vuol forse suggerire che ci fa l’amore, con il francese? E, se così fosse, ti pare siano cose da andarle a raccontare in giro? E il marito? Come la mette con il marito?
– Scusa, ma tuo marito come lo trova?
– Per carità, sono amicissimi, lui e mio marito. Vanno d’amore e d’accordo.
– Sì? Ma non è geloso?
– Sulle prime ci sono state delle perplessità. Ma poi hanno scoperto che in fondo si completavano a vicenda. Insomma, si è instaurato un clima di collaborazione.
IX
Un po’ per il bisogno di rilassarsi e un po’ per festeggiare il progredire dell’iter investigativo, Van Ertvelde decise un pomeriggio di fare una pausa e recarsi in gita all’abbazia di Echternach. Giunto nel paese, parcheggiò la macchina nei pressi dell’edificio religioso e si avviò a piedi verso il sagrato. Maestosi, ma tetri palazzi si appoggiano alla chiesa dal lato sinistro. La facciata in pietra grezza d’un color verde-violetto produce un’impressione di grande solidità. All’interno le navate sono prodigiosamente scure, ma le alte volte trasportano l’animo del fedele in sfere sovraterrene. L’organo suonava Bach e la musica decisamente incideva, perfezionando nel commissario l’illusione di aver varcato la soglia verso un altro mondo in cui le realtà di quello solito decadevano. Si sedette su una panca di legno duro, alquanto scomoda. Diverse decine di persone se ne stavano come lui in ascolto, in preghiera o in meditazione.
Pensò che la vita è assurda. Intanto il caso vi ha una parte enorme. Perché lui era lussemburghese? Perché era commissario di polizia? Pensò che erano contingenze fortuite. E qual era il senso, quale l’importanza delle vicissitudini minute, o anche meno minute, che costituiscono la tessitura dell’esistenza? Se tutto il quadro cambiasse da un momento all’altro, se ci si svegliasse come da un sogno e tutte le vicende non fossero più vere, cosa ci perderemmo? Forse sarebbe meglio, infinitamente meglio, se potessimo scrollarci di dosso tutte le finte, artificiose parvenze di realtà tra cui ci dibattiamo incessantemente durante settanta o ottant’anni, per poi scomparire.
Quella di Bach, lo aveva sempre creduto ma ora se ne accorgeva con incredibile intensità, è una musica profetica, divina. Raggiunge il massimo della profondità e della raffinatezza nell’esplorare le chiavi e proporzioni della realtà universale. La vita vissuta da un uomo qualunque, a confronto, si sbriciola in cenere. L’uomo qualunque si occupa e preoccupa affannosamente, fintanto che respira, di cose che non contano, di riflessi di superficie privi di consistenza.
Uscì dall’abbazia, frastornato e sognante. Dall’altra parte del viale dove aveva lasciato l’auto, c’era una birreria con grande finestrato sulla strada. Al di là dei vetri scintillavano i lumi già accesi e il commissario volle fermarsi a bere un boccale. L’atmosfera contrastava con quella del sacro speco. I muri erano ornati di tinozze e padelle di rame, in centro alla sala campeggiava una stufa in maiolica bianca con ghirigori d’azzurro scuro, il cui condotto verticale di scarico dei fumi era altresì rivestito in rame. Un’allegria esagerata e fanciullesca regnava ai tavoli. Si scolava birra e si vociava, si sghignazzava e s’intonavano strofette licenziose, subito interrotte per lacunosa memoria.
Di nuovo, e sotto la pressione di sollecitazioni di segno opposto, il commissario trasecolò. C’erano nel mondo tante situazioni, tanti quadri ambientali, lontani le mille miglia da ciò che lui sin dai più giovani anni si era abituato a considerare comune e normale. Molte folle umane non avevano affatto la sua stessa concezione dell’ordinarietà. E nel melting pot delle diverse ordinarietà è chiaro che poteva accadere di tutto, molte cose che lui non si sarebbe mai sognato di ritenere plausibili potevano divenire d’una ferrea logicità.
X
In centrale, quando arrivò alle nove, scorse subito a una certa distanza Kierkegaard che sembrava nervoso. Si ingegnò di evitarlo. Tanto Zumthor quanto il francese avevano lungamente interrogato Zinkel il giorno prima, senza decisivi risultati – gli dissero. Dov’era, ora, il presunto omicida? Era stato riaccompagnato al carcere di Schrassig.
Ferry fece capolino al commissariato poco prima di mezzogiorno.
– Mi riferiscono che il cameriere non sputa l’osso.
– Lasciatelo marinare in gattabuia e tra un paio di giorni torno a vedermela io con lui. Il gaglioffo confesserà.
L’ispettore Kassel, dal canto suo, aveva finito coll’apprendere che anche il capocameriere ucciso in sala era un tipo meno pacioso di quanto potesse parere e si fosse dato per scontato. Ullrich Schlesinger, del controspionaggio, gli aveva lasciato intendere che anche la prima vittima era a suo tempo figurata nei registri degli addetti della CIA in Europa.
Van Ertvelde si disse che la coincidenza su cui insisteva l’ispettore era irrilevante, dato che comunque i due personaggi erano semmai solo degli ex, quali agenti segreti. Chiamò il ministero e gli passarono il segretario del ministro:
– Kopfel. Dica pure.
– Mi preme informare il ministro che le indagini hanno fatto passi da gigante. Abbiamo arrestato il colpevole dell’omicidio della Buca di Bacco!
– Ha confessato?
– Non ancora, ma tra due o tre giorni saremo in grado di presentarlo al giudice. Sono formale. Il caso può considerarsi chiuso!
– Complimenti. Rimaniamo comunque in attesa di conferma. E l’altra faccenda, quella dell’accoltellamento?
– Su quella non abbiamo ancora elementi che consentano di prevedere una risoluzione a breve, però stiamo seguendo una pista.
– Seguitela, commissario, senza indugi! Glielo raccomando. Il ministro, l’altro giorno, era fuori di sé. Le garantisco che non è il caso che meniate il can per l’aia. Datevi da fare!
Priscilla, la moglie, lo chiamò alle sedici. Come al solito, lui le ebbe a dire che era troppo occupato e non sarebbe rincasato se non a notte tarda.
XI
Perché bisognava proprio attendere due o tre giorni per tornare ad interrogare Zinkel? «Farlo marinare nel suo brodo», aveva suggerito Ferry. Stando in cella il manigoldo si sarebbe disanimato? Avrebbe capito che non gli serviva a niente, ormai, negare? Avrebbe maturato qualcosa come un mezzo pentimento e si sarebbe deciso a rivelare anche dov’era finita l’arma, cosa l’aveva spinto all’insano gesto e chi erano i suoi complici?
Comunque, l’incriminazione di Zinkel lasciava del tutto irrisolto l’accoppamento di Georg Gily in Rue Notre-Dame, come gliel’aveva fatto implicitamente notare l’addetto del ministero. Se i due fattacci di sangue erano correlati – il che rimaneva da dimostrare, ma qualsiasi buon lussemburghese non poteva esimersi dal credere sulla base del loro carattere altamente straordinario e della contiguità dei tempi – nulla, per ora, stava a indicare che Zinkel fosse coinvolto nel secondo assassinio. Ferry era andato troppo per le spicce. Lo si sarebbe dovuto indurre a parlare anche riguardo a quest’altro scenario.
Frattanto Van Ertvelde fece venire Kassel, che forse aveva troppo trascurato:
– Caro collega, lei sa quanto la stimi e consideri prezioso il suo aiuto.
– La ringrazio, signor commissario, ma non occorre che si perda in complimenti con me.
– Ha ragione, non serve che perdiamo tempo a dirci vicendevolmente che ci reputiamo bravi. Comunque, l’ho fatta chiamare per ringraziarla di quanto sta facendo per acquisire informazioni presso il Controspionaggio.
– Dovere mio, signor commissario.
– D’accordo, dovere suo. Ma non tutti fanno il proprio dovere a questo mondo e pochi possono vantare lo spirito d’iniziativa e il fiuto che le riconosco.
– Davvero mi vuol fare arrossire, stamattina. Ma insisto: sono poco sensibile alle lodi.
– Vede, mi rendo conto di non avere prestato tutta l’attenzione che meritavano ai dati da lei appurati in questi giorni. Il fatto si è che siamo stati tutti sconvolti dagli avvenimenti e abbiamo un po’ perso il controllo.
– Non si scusi. Io le comunico le informazioni che raccolgo, ma so benissimo che spetta poi a lei valutarle e sfruttarle come meglio crede.
– Ebbene, caro amico, porti avanti i contatti con i Servizi. Insista. Veda se non si possano avere altre notizie che ci soccorrano nell’arduo compito d’indagine ch’è il nostro.
XII
Il granduca era andato in visita ufficiale in Belgio e in Olanda, accompagnato dal figlio. In ambedue i paesi i principi erano stati accolti con onore e sussiego dai locali monarchi. C’erano legami di parentela. C’era soprattutto il fatto che il Benelux costituisce come un cuore silente dell’Europa unita. I vincoli sono strettissimi. Le politiche attuate sono concertate e univoche, soprattutto tra Belgio e Lussemburgo.
Inoltre, in Belgio la regina è un’oriunda romana, quindi particolarmente versata nelle relazioni umane, quantunque la lunga permanenza nel piovoso Occidente possa averne smorzato la spontanea cordialità. La cena e i festeggiamenti a palazzo furono sontuosi, ampiamente coperti da televisioni e fotografi dei rotocalchi. In Olanda l’evento, a onor del vero, passò più in sordina.
Si parlava sottobanco, si mormorava, si fantasticava di nuovi accordi, nuove armonizzazioni ancor più stringenti in materia monetaria, di politica delle poste e delle ferrovie, intese a dare l’esempio nel continente.
Soprattutto, poi, si moltiplicavano le supposizioni, illazioni, rivelazioni e scoop su sorrisi scambiati tra l’erede al granducato e le principessine Sassonia-Coburgo-Gotha, nonché Orange-Nassau, o del parentado; sugli incontri programmati o casuali in occasione di visite ai musei, ai monumenti.
L’eccitazione della saga principesca contagiava la popolazione e relegava, ora, decisamente in secondo piano l’orrore delle uccisioni. La stagione primaverile confortava gli ottimismi e gli slanci velleitari verso nuovi orizzonti, nuove ideali conquiste.
Subito dopo il ritorno del granduca, vi fu, a margine di un consiglio europeo dei ministri degli interni ai piani bassi dei palazzi del Kirchberg, un’imponente manifestazione transnazionale di gay-pride. Omosessuali francesi, tedeschi, inglesi, italiani e spagnoli, belgi e olandesi, danesi erano convenuti a Lussemburgo a decine di migliaia, inquadrati dall’Unione Internazionale Froci e Lesbiche e con il concorso di Puttane d’Europa. Quella massa umana sopravanzante in numero la popolazione endemica della capitale da operetta, sfilava per le strade su carri attrezzati e a piedi, sbracata, seminuda, pesantemente truccata, travestita, con accompagnamenti musicali stravaganti. Coppie scelte di checche e di fanatiche saffiche si abbracciavano, baciavano, masturbavano sotto l’accigliato sguardo degli impotenti tutori dell’ordine. Cantando a squarciagola e inscenando danze oscene, sbandierando drappi colorati e issando cartelloni con scritte libertarie, il chilometrico corteo puntava al piazzalone degli edifici europei. Ma, superato il «ponte rosso», fu accolto da bombardamento idrico, lancio di lacrimogeni, cariche della gendarmeria in assetto di guerra.
Fu una seconda e ancor più ghiotta manna per i giornalisti televisivi, radiofonici e della carta stampata. Servizi, articoli, inchieste fecero furore. Ovviamente, comunque, primeggiava la componente fotografica e cinematografica. Gli addetti alle riprese televisive, come i fotografi dei giornali, erano stati avvertiti sin dal primo mattino e si erano quindi potuti assicurare postazioni privilegiate nei boschetti e nei prati lungo l’Avenue John Kennedy. Con discreta calma e ottimo risultato tecnico avevano girato le scene di manganellate, ammucchiate di retrocedenti terrorizzati, cadute a terra singole o di interi gruppi, svenimenti, sanguinamenti, disperazione.
XIII
La sacca e risacca della marea sado-masochista e sodomitica aveva lasciato cinque vittime esanimi in strada o decedute in ospedale dopo i soccorsi. Ma, per lo meno, non erano state assassinate a sangue freddo. Si poteva quasi dire che si fosse trattato di volontari e volontarie della morte. Due erano decedute d’infarto, per l’emozione. Tre erano state sbattute sull’asfalto e calpestate dalla folla in fuga.
Il proprietario della Buca di Bacco si presentò in commissariato per implorare che gli lasciassero riaprire il ristorante, che gli consentissero di locarlo alla squadra che già lo aveva gestito fino ad allora o che gli imponessero di affidarlo a personale diverso. In alternativa, gli permettessero di farvi svolgere attività commerciali d’altro genere, di farvi aprire, ad esempio, un negozio di calzature. La chiusura secca prolungata gli costava troppo, sia in soldi che in reputazione. Rischiava di trovarsi costretto a vendere, e vendere in perdita.
Van Ertvelde gli fece chiedere dove abitasse e venne così a sapere che, quantunque non fosse coinvolto né poco, né tanto, nella conduzione della Buca, alloggiava con la famiglia al piano di sopra.
Quanto a Priscilla Van Ertvelde, com’è facile intuirlo, si annoiava da morire a rimanere sempre sola soletta e chiusa in casa. Si mise ad uscire più spesso di pomeriggio, talvolta con le amiche. Volle rivedere Mina Zumthor e le chiese di presentarle Ferry. Propose che, occasionalmente, potesse aggregarsi alla coppia quando quella si recava in qualche locale o al cinema. Mina cominciava a trovare il parigino troppo assillante e s’ingegnava di scaricarlo. Pertanto, il progetto presentava un certo interesse per ambo le parti in causa ed era attuabile.
Anche Paul Van Ertvelde, che – come sappiamo – la moglie soprannominava affettuosamente Poes, provava ogni tanto l’esigenza di evadere dagli uffici, di distrarsi. Ciò, però, non lo determinava a cercare la compagnia né di Priscilla, né di altri. Per estraniarsi davvero dalla vita corrente doveva rimanere solo, cercare in luoghi peregrini spunti di approfondita riflessione. Prendeva l’auto e si allontanava, una volta di qua, verso la Francia, una volta di là, verso la Germania o il Belgio. Faceva lunghe passeggiate nei boschi o rimaneva per ore seduto in stamberghe di campagna e di paesini.
A forza di cogitare si era convinto che la vita è un sogno, leggero, effimero, che talvolta si trasforma in incubo. Non vi è alcunché di certo, di costante, di solido in ciò che viviamo. Solo trasformazioni, mutamenti, contraddizioni, contrasti. A star fermi, seduti da qualche parte, senza muovere un dito né prendere la benché minima decisione – se fosse possibile e ne fossimo capaci – è da credere che, passati cent’anni, tutto rimarrebbe esattamente come prima. Le immagini, le impressioni, le sensazioni, le emozioni sarebbero passate sullo schermo della nostra mente come l’acqua che scorre nel letto d’un fiume.
XIV
La primavera è la stagione degli slanci, delle illusioni, delle allergie. Zumthor era allergico alle graminacee e in giugno, ogni anno, doveva soffiarsi costantemente il naso, starnutiva e soffriva di crisi di soffocamento. Gli occhi gli si arrossavano e i rari capelli gli si rizzavano in testa. Quantunque l’affezione fosse banale, questo insieme di piccoli inconvenienti, tutti fastidiosissimi, determinava una condizione fisica tutt’altro che ottimale per una chiara e serena riflessione. D’accordo, la Mina era divenuta più alla mano, ma non se ne stava mai tranquilla in casa. Era sempre a zonzo con il Ferry. Ottimo e brillante personaggio, il poliziotto francese, ma anche lui sempre aggiro, appunto con sua moglie.
Della questione degli assassini, in fondo a Zumthor non fregava un bel niente. Mettervi una pietra sopra a queste seccature, archiviarle, dimenticarle, sarebbe stata soluzione a lui congeniale. Tutto quel rimestio per designare dei colpevoli gli dava alla testa.
A Zumthor piaceva nuotare. Era un fanatico dell’acqua. Regolarmente, il giovedì mattina, si assentava dal commissariato per andare in piscina e farsi la sua buona quarantina di vasche, a rana, a farfalla, a crawl, sul dorso. Ma ciò che preferiva, soprattutto, erano i cavalli. Si recava al maneggio di Strassen e lì trascorreva ore ed ore ad ammirare le splendide bestie che sfilavano al trotto, al galoppo, che saltavano gli ostacoli, che scrollavano la testa e nitrivano. Andava matto, addirittura, per i pony, così graziosi, un po’ commoventi, un po’ comici nelle loro corporature sottodimensionate. Sedeva al bar, sorbiva una coca cola dopo l’altra, e si beava a guardare.
XV
L’altro ispettore, Kassel, aveva frattanto sentito da Schlesinger che anche uno dei figli del propretario della Buca, Tom Goesting, aveva a che fare con la CIA. Era un trentenne aitante, specialista – gli riferirono – di arti marziali. Volle incontrarlo, il che non risultò agevole. Non abitava con il padre, che del resto era lui stesso spesso in trasferta perché aveva interessi in Germania. Nessuno sembrava sapere dove alloggiasse. Al quarto giorno delle ricerche, tuttavia, Tom si presentò spontaneamente in commissariato. Disse di abitare ad Esch-sur-Alzette e fornì l’indirizzo della sua mansarda. Che lavoro faceva? Era magazziniere presso le ferrovie dello Stato. Aveva o aveva avuto incarichi di lavoro da enti americani? Sì, aveva lavorato in passato un paio di volte per un centro di ricerca. E in cosa era consistito il suo lavoro in quel contesto? Semplice: si trattava di inchieste sulla base di questionari presso ditte e impianti europei. Di che tipo erano le domande di tali questionari? Si trattava di richieste d’informazioni tecniche. Cosa sapeva e cosa pensava dell’uccisione del capocameriere? Aveva vagamente letto la notizia sui giornali, ma non ne sapeva, né pensava, niente.
Ferry, dal canto suo, aveva proceduto al nuovo interrogatorio del sospetto una mattina in cui Van Ertvelde latitava. Zumthor riferì che l’incontro era durato oltre un’ora ed era stato durissimo, ma il francese era riuscito a far confessare al garzone solo che il capocameriere gli era sempre stato antipatico. Il commissario apprese inoltre che, a seguito della rude seduta, era stato necessario ricoverare Zinkel in ospedale.
– In ospedale, mi dice?
– Eh già.
– Ma che interrogatorio è stato?
– Gliel’ho accennato: alquanto robusto.
– Al punto da provocare lesioni, fratture, o magari, chissà, commozioni cerebrali?
– Non lo escludo.
– E lei, Zumthor, cosa faceva? Stava a guardare?
– Fu lei a disporre che Ferry interrogasse nuovamente Zinkel. Io non mi sono permesso d’interferire.
XVI
A casa, Priscilla collezionava le riviste con servizi sulle destinazioni esotiche e dépliant delle agenzie turistiche: Costa del Sol, Marocco, Canarie, Seicelle, Maldive… Disse al suo Poes che aveva fatto amicizia con la direttrice dell’agenzia Vita Sfiziosa e gli mostrò i rotocalchi e libercoli aperti alle doppie pagine più suggestive sul lungo tavolino basso del salotto: spiagge chilometriche di sabbia pulita in golfi incontaminati con il mare di un blu intensissimo, senza uno stabilimento, senza un ombrellone, senza un bagnante… gruppi pittoreschi di palme dalle larghe foglie a ventaglio, con grappoli di noci di cocco attaccati… figure di indigeni e indigene dal colorito scuro, con sguardi penetranti, dentature bianchissime, indossanti tessuti sgargianti o pressoché nudi, senza complessi né problemi:
– Perché non ce ne andiamo in vacanza in uno di questi paradisi da sogno ad agosto? Che ne dici?
Il commissario condivideva l’aspirazione al disimpegno e annuiva, sorridendo. Però, sinceramente, gli sembrava esagerato, stravagante di andare a cercare la pace così lontano, così fuori mano. Dopo tutto l’identità, le tradizioni, avevano molto di buono; erano un ancora di sicurezza e forse, comunque, una zavorra irrinunciabile. Non capiva quelli che correvano a farsi arrostire ai tropici e all’equatore, che andavano ad arruffianarsi con i negri, nutrendo nei loro confronti una venerazione spiegabile solo come reazione al senso di colpa per le colonizzazioni e discriminazioni sistematiche di un passato non troppo remoto. Bastava recarsi al Mare del Nord, a Scheveningen o a Ostenda. Lì, non si rischiava l’insolazione. Anche in piena estate il cielo vi era coperto un giorno su tre. E tirava pressoché in continuazione un sano vento che costringeva, sulle spiagge, a rintanarsi in buche protette da alte sponde onde non beccarsi infreddature e polmoniti. Sdraiati in quelle fosse si poteva leggere tranquillamente, per ore, il giornale; tanto non c’era altro da fare. Quanto a tuffarsi in acqua, neanche a parlarne. Il mare era livido, le ondate furibonde e, se uno malgrado tutto si fosse azzardato a bagnarsi i piedi, il bagnino sarebbe saltato sù sul suo terrazzino coperto e avrebbe fischiato. Di quelle postazioni di sorveglianza, ce n’era una ogni cento metri e in cima ai tettucci sventolavano regolarmente bandiere rosse di pericolo estremo.
I lungomare, ricordava, sono lunghe file di ristoranti, bettole, fast food, gelaterie, dal lato della città, da dove non si vede più il mare per la sopraelevazione del piano stradale. E anche in questi locali ci si può rifugiare a sfogliare il quotidiano quando ci si stanca delle buche in spiaggia o nei frequenti giorni di temporale. Così si trascorrono vacanze di vero far niente, davvero riposanti, senza pericoli, né sorprese. Altro che l’ombra incerta della palma in una sorta di deserto inospitale, con il rischio della noce che si stacca, ti cade in testa e ti accoppa!
XVII
Non avendo cavato gran che da Zinkel, ora Ferry tornava a vedersela con gli altri membri del personale della Buca. Dallo stanzino degli interrogatori in cui si era ritirato con Babel provenivano suoni di tonfi e urla.
«Lo cucina per le feste», fece Zumthor a Van Ertvelde che giungeva in ufficio. Nell’atrio il commissario aveva incrociato anche questa volta Kierkegaard, che lo aveva guardato serio serio, digrignando i denti. Poes pensò che era il caso di verificare de visu quali fossero esattamente i sistemi pesanti del collega francese. Entrò nel bugigattolo attiguo alla camera degli interrogatori, dal quale si poteva assistere, non visti, alla scena, attraverso una grande finestra di vetro infrangibile trasparente solo dalla parte, appunto, dello spiatoio.
Più stravaccato che seduto su un seggiolone a braccioli, Babel aveva il viso tra il paonazzo e il tumefatto. Alzava un braccio come per difendersi da nuove percosse e si guardava intorno terrorizzato col solo occhio ancora spalancato, mentre l’altro era ricoperto dal gonfiore livido della guancia. Ferry era calmissimo. Si era seduto su un angolo della scrivania. Estrasse una pistola a tamburo e, lentamente, inserì una pallottola nel congegno. Babel lo fissava spaventatissimo:
– Non so nient’altro, commissario. Glielo giuro. Io non c’entro. Ero in cantina. Ho detto tutto quello che so.
Ferry, senza batter ciglio, reinserì il tamburo, lo fece girare, alzò la pistola e se la poggiò sulla tempia. Fece scattare il grilletto, con un colpo secco a vuoto che tuttavia finì di atterrire il testimone sotto interrogatorio. Babel, immaginando che la prossima prova sarebbe stata effettuata con la canna sulla propria fronte, sbiancò tutto, salvo dove in viso era già bluastro, e venne meno.
Van Ertvelde, a questo punto, non poteva tollerare oltre le bravate del francese. Si precipitò di là, trovando sulla porta Kierkegaard pronto a dargli man forte.
– Commissario, mi consegni la sua pistola! – Disse seccamente, con un tono di voce che non ammetteva repliche. – Kierkegaard, prenda in consegna il testimone e chiami un’ambulanza.
Fu fatto capire al poliziotto francese che certi metodi non erano tollerabili all'infuori dei confini dell’Esagono e che la sua collaborazione non era più gradita. Vedesse di stare alla larga dal commissariato. Anche Zumthor si beccò una ramanzina. Era pur lui che aveva portato Ferry in lì da loro! E, nei giorni scorsi, ne aveva seguito più d’ogni altro agente l’operato. Sapeva perfettamente in quale modo il parigino estorcesse ammissioni e informazioni, magari fasulle o distorte, a imputati e semplici testimoni. La finisse di trincerarsi dietro la sua presunta dappochezza gerarchica e conseguente irresponsabilità. Era suo espresso dovere opporsi a pratiche disumane e illecite. Se gli addetti all’ordine pubblico non rispettano i più elementari diritti umani, cosa si può pretendere poi dai cittadini comuni? Prendesse esempio su Kierkegaard, il quale, privo, lui sì, di qualsiasi autorità gerarchica, se non altro durante tutto quel periodo aveva tenuto ostentatamente il broncio!
XVIII
Telefonò Kopfel, dal ministero. Volevano sapere a che punto fosse l’indagine. Il commissario non si era più fatto vivo. Il suo pronostico di rapidissima soluzione si era avverato? Poes dovette ammettere che c’era stato qualche disguido. Però dichiarò che si era su una buona pista e le prospettive di un chiarimento del tutto soddisfacente rimanevano favorevoli.
– Speriamo che, come lei dice, risulti davvero soddisfacente. Perché, quanto a rapido, è ormai escluso.
– Signor segretario, ci vuole pazienza. Farei di tutto per venire incontro ai desideri del ministro, lei lo sa. E, anzi, faccio di tutto, ma nei limiti del ragionevolmente possibile. Ci vuole pazienza.
– Non sto a ribadirle quanto le ho già accennato in proposito. La pazienza ha un limite!
– La prego, segretario. Mi lasci fare. Vedrà che, alla fine, rimarrete contenti.
Van Ertvelde era ben obbligato di fare discorsi del genere, rassicuranti, positivi, per difendere il posto. Una retrocessione a semplice ispettore o anche solo un blocco della carriera con emarginazione in impieghi di secondario rango sarebbero stati esiziali per lui. Già la moglie era poco contenta, figurarsi se gli fosse andata a rotoli anche la carriera lavorativa. Oltretutto, gli avrebbero ridotto lo stipendio che, a suo modo di vedere, era già poco più che da dignitosa sopravvivenza.
Però era preoccupato. Ferry aveva sfruttato fino all’osso la carta del personale della Buca, mandando all’ospedale più di un innocente ignaro di tutto e non raggiungendo alcun solido risultato. Si era al punto di partenza. Con quel fesso di Zumthor, poi, che in casa si beava a farsi mettere le corna e in centrale era come non esistesse.
Puntò, ora, su Kassel, che si incaponiva a individuare l’uccisore dell’altro malcapitato a partire dalle indiscrezioni che era riuscito a strappare ai Servizi segreti:
– Dal canto suo, come va, caro Kassel?
– Ottimamente.
– Lei mi piace, per il suo ottimismo a tutta prova, per il suo spirito positivo. Ma mi sembra che, se sta procedendo, lo sta facendo senza che ce ne accorgiamo e alquanto lentamente.
– Chi va piano, va sano, recita il detto.
– Dal ministero mi mettono fretta.
– Fanno presto quei burocrati a mettere fretta a chi realmente agisce. La loro parte è facile da interpretare: brontolare, minacciare, alzare la voce, battere i pugni sui tavoli…
– Già.
– Ma per venire a capo di qualcosa bisogna andare avanti passo passo, badando a non infilare i piedi nelle buche.
– Meglio acquisire dati seri poco a poco, mi suggerisce, che far finta di scoprire l’America da un giorno all’altro e rimanere poi con un pugno di mosche?
– È così che la penso. Dobbiamo ricostruire il puzzle tassello per tassello, senza lasciarci trascinare da facili miraggi. Prima di gridare vittoria dobbiamo assicurarci dell’autenticità dei pezzi.
– Ha ragione. Ma quali pezzi? Zumthor e il francese hanno preso una via sbagliata.
– Proprio perché si sono precipitati verso una soluzione alla mano, comoda, e l’hanno fatto senza circospezione, né moderazione.
– D’accordo, ma quelle soffiate relative a trascorsi con la CIA hanno una reale consistenza, hanno rilevanza per noi?
– Non che ne potessimo essere certi in partenza, tuttavia valeva la pena scavare. E, scavando, ho appurato che anche il giovane figlio del proprietario della Buca è stato arruolato dai servizi statunitensi.
– È una supposizione o una notizia certa?
– È certo. L’ho interrogato ed ha confermato.
– Dice davvero? Questo cambia le carte in tavola. È il filo di un’ipotetica matassa che potrebbe collegare i due assassini.
XIX
Casualmente il commissario s’imbatté in Archibald Begum nel Café de la Résistance della Place d’Armes, dove si era trattenuto a centellinare a un tavolo un bicchierino di oud jenever olandese, una domenica sera.
– Hello, commissario. Che simpatica sorpresa! Come va, come vanno tutte cose? È qui da solo? Dove ha lasciato la sua dolce metà? E i colleghi del commissariato non le tengono compagnia?
– Oh, buona sera, amico mio. Sa come si dice: la solitudine, talvolta, può essere di buon consiglio.
– Permette che mi sieda, avvicinando, abbinando la mia goccia di puro scozzese al suo nettare delle basse regioni dell’Occidente continentale e interrompa il suo disquisire tra sé e sé senza un terzo arbitrale?
– Direttore, la prego. Apprezzo la sua compagnia, che non compromette affatto la mia riflessione, anzi la migliora. Cosa mi dice dell’Europa?
– Caro lei, l’Europa è introvabile. Tutti affermano che c’è, o ci deve essere, non può far difetto, ma nessuno sa di preciso dove sia, né in cosa consista.
– Proprio lei pessimista, euroscettico, Begum?
– Non se ne abbia a male e non attribuisca un’importanza spropositata a quanto mi trapela spontaneo, senza controllo, dal cuore. Noi, si lavora. Ci diamo da fare dalla mattina alla sera nelle istituzioni, ma spesso, troppo spesso, abbiamo l’impressione di macinare aria fritta e di sbracciarci nel più arido dei deserti. Ma mi parli piuttosto lei delle vicende di sangue che hanno sconvolto l’opinione pubblica lussemburghese. I quotidiani continuano a pubblicare in proposito articoletti e foto che suscitano scalpore, seminando tuttavia confusione quanto a dati accertati e ipotetiche spiegazioni.
– Ci vuole tempo, sa. I non addetti ai lavori, ministeri e pubblico, vanno in tilt alla minima notizia ferale. Vogliono iniziative immediate: arresti, ricostruzioni, condanne per direttissima. Ma non è un atteggiamento serio.
– È ben comprensibile, secondo me, che si chiedano chiarimenti e provvedimenti.
– Vede, la fretta è sempre controproducente. Nelle indagini criminali, come in ogni altra attività umana, ci sono tempi e ritmi che vanno rispettati. Solo nelle leggende religiose ci sono i miracoli, l’attuazione dell’impossibile da un momento all’altro grazie ad una parola magica o a un semplice gesto della mano.
– Mi lascia intendere, quindi, che siete ancora in alto mare? Che non avete la minima idea di chi possa avere perpetrato i due omicidi, né perché?
– Non ho detto questo, direttore. Anzi. Siamo, direi, sulla buona strada, siamo un pezzo avanti.
– E cioè?
– Non posso dirle di più, al momento.
XX
Nel petto di Van Ertvelde era rinata la speranza. Però il Goesting era di nuovo irreperibile. Al lavoro non si presentava da tempo e gli agenti piantonavano invano a turno il portone dell’immobile di Esch nel cui sottotetto era ubicata la sua mansarda. Anche nell’abitazione del padre, al di sopra del ristorante, non c’era nessuno.
Il commissario chiese in alto loco di poter forzare le porte e procedere a perquisizioni. La motivazione poteva sembrare poco convincente, ma Van Ertvelde insistette. Ottenuto il benestare e l’ordine scritto, inviò due squadre agli ordini del vice di Zumthor e di Kassel. Quest’ultimo aveva preferito occuparsi dell’appartamento di famiglia, sovrastante il locale dell’omicidio.
Non si trovò peraltro alcunché di anomalo, né di compromettente nei due domicili. Tutto era in ordine e non c’erano armi nascoste, né documenti sospetti. La scientifica, sguinzagliata nei due alloggi, scattò centinaia di foto, procedette a prelievi di materiali, isolò impronte digitali a iosa e tutto ciò fu raccolto da ultimo in più voluminosi dossier, ma non se ne evinse il benché minimo indizio.
Kassel, tuttavia, scoprì che un capace montacarichi collegava il domicilio privato con la sottostante cucina. I colleghi non avevano notato il pannello scorrevole che gli faceva da porta, di sotto, oppure, notandolo, avevano creduto si trattasse di un semplice armadio a muro o ripostiglio. Eppure i due pulsanti posti a lato del pannello, sia in cucina che in casa, erano rivelatori e avrebbero dovuto stimolare il loro ingegno. Uno comandava gli invii e le chiamate della cabina, l’altro era un campanello con cui attirare l’attenzione sugli invii imminenti o già avvenuti. Kassel si assicurò che nel vano del montacarichi potesse entrare un uomo seduto. Lo poteva comodamente. La prova fu fatta con due agenti, uno dopo l’altro. Non c’erano problemi. Va da sé che, se l’assassino non aveva complici in cucina, ma ne aveva nell’appartamento di sopra, aveva potuto, suonando, segnalare che si apprestava ad entrare nel montacarichi e, di sopra, potevano aver azionato il meccanismo della risalita. Nella cucina, lo sportello scorrevole stava un po’ in disparte rispetto al vero e proprio locale dei fornelli e dei tavoli di lavorazione, quasi di fronte al famoso foro coperto da cui si sorvegliava la sala.
Questa tacita conferma oggettiva della tesi adombrata sin dall’inizio da Kassel fece l’effetto d’una bomba in commissariato. Certo, l’intera famiglia del proprietario si era dileguata, ma ora si sapeva davvero chi si doveva cercare e perché. Mancavano le prove e anche difettavano spiegazioni precise e dettagliate sull’insieme dell’accaduto, tanto nella Buca di Bacco quanto durante la solenne processione, però non si brancolava più nel buio assoluto.
Van Ertvelde fu così contento del primo tassello ottenuto grazie alla diligente testardaggine del suo migliore ispettore che uscì in strada. Camminò per un centinaio di metri senza meta. Ma più camminava e più si eccitava. Se ne accorse. Il sangue gli saliva alla testa. Che fare? Pensò di rincasare. Poteva prendersi un pomeriggio di riposo, poteva accordarsi un anticipo di esultanza nell’ambiente domestico.
Senonché la sua iniziativa era davvero inedita. Da almeno trent’anni non aveva messo piede in casa durante gli orari lavorativi e persino il tempo libero lo trascorreva ad errare per campagne e boschi. Nell’anticamera vide con sorpresa, per terra, la pelliccia di visone di Priscilla e, sopra, un pastrano pesante da uomo color grigio ferro. Passato nel soggiorno, scorse sempre per terra e su una poltrona il vestito fine di seta azzurro cielo che lei metteva solo nelle grandi occasioni, un paio di pantalonacci e una giacca grigio ferro, poi persino la camicetta di lei ricoperta da camiciona d’un bianco meno immacolato e, dio mio no, indumenti intimi di ambo i sessi. Quindi, entrato di prepotenza in camera da letto, inquadrò sul lettone matrimoniale un culaccione maschile scuro e peloso che si agitava e premeva sul sottostante deretano così fine, dalla pelle lattea, della sua Priscilla, la quale gemeva: «sì, sì…».
XXI
– Cosa succede qua?!
Diciamolo, la domanda esclamativa era del tutto incongrua. Vogliamo definirla richiesta retorica, espletiva? O, forse meglio, abbrivo d’incazzatura assoluta?
Di fatto il povero Poes non sapeva cosa gli stesse capitando, né come comportarsi in simili circostanze, in cui mai e poi mai si era immaginato potersi un giorno trovare.
Comunque il suo improvviso sopravvenire e quel disperato grido di guerra ebbero il loro effetto. Ferry, poiché era lui – come il lettore non avrà mancato d’afferrare –, saltò su, nudo come un porcello. Aveva consumato e l’arnese gli pendeva davanti svigorito come un passerotto impallinato.
– La riverisco, signor commissario.
– Vuole anche beffarsi di me oltre ad avermi messo le corna senza alcun ritegno, e in modo oltretutto tanto abietto?
Van Ertvelde si riferiva all’invereconda preferenza data al pertugio anale, ma Ferry, certo, non afferrò l’allusione.
– Si rivesta e se ne vada al diavolo!
– Mi dispiace, mi creda, che lei se la prenda così tanto. Ho solo voluto offrire alla sua signora un po’ di conforto. Dimostrarle quanto sia ancora desiderabile e farla sentire viva…
– Basta! Ha capito? Si tolga dai piedi.
Priscilla non era riuscita a scuotersi dal gaudente torpore prontamente quanto il suo amante occasionale. Era rimasta per un attimo stordita. Mai, in vita sua, aveva provato un senso d’intimo piacere, una soddisfazione tanto piena quanto in quell’atipico amplesso. Van Ertvelde la vide stesa prona, in posizione di totale resa sessuale, e si disse che, stupidamente, non si era mai accorto prima d’allora che fosse tanto desiderabile. Quant’era che non ci faceva più all’amore, lui? Che non la scopava, non foss’altro, alla spicciolata, alla cieca, all’arrabbiata, senza starci ad arzigogolare con le esitazioni e i pentimenti?
Finalmente si era riavuta, si era girata, era scivolata giù dal letto e Van Ertvelde l’aveva vista, ora, nuda in piedi, in movimento, di profilo con il seno sporgente, poi di nuovo voltata, con quelle natiche carnosissime cui lui non aveva mai fatto caso in passato. Aveva afferrato una vestaglia e se l’era infilata addosso.
– Poes, non ti arrabbiare, stai calmo. Lo sai che agitarti ti fa male alla pressione.
– Come: ti fai trovare a prenderlo nel didietro da un mascalzone di francese nel nostro letto coniugale e mi dici che non mi devo agitare?!
– No, ti assicuro, non è il caso. D’accordo, per te non dev’essere stato piacevole tornare a casa e sorprenderci. Però non rientri mai alle quattro di pomeriggio. Non potevamo immaginarlo.
– Sarebbe una scusa, questa? Non si tratta di evitare di causarmi delle forti emozioni. Si tratta di non andare a letto con estranei. Anzi di non andare a letto affatto con chicchessia, all’infuori di tuo marito. Sono forse cose che si devono precisare?
– Vedi? Ero così sola da tanto tempo. Cercavo di parlarti, ma tu non mi stavi mai a sentire. Mina Zumthor mi ha parlato bene di questo francese. Ed era vero. Lui non è come te, è tanto di compagnia.
– Guarda che qui stiamo parlando di tradimento coniugale, non di quisquilie. Tu ti potevi sentire trascurata, lo ammetto, e il Ferry può essere di buona compagnia quanto ti pare, ma il tradimento è un fatto gravissimo, che nulla può scusare.
– Esageri, Poes, ti assicuro. Ti voglio tanto bene, non meno di prima. Il francese è stato solo una distrazione passeggera.
XXII
Van Ertvelde telefonò al ministero. Chiese che Ferry fosse espulso per direttissima dal territorio come persona non grata. Bisognava motivare un provvedimento tanto drastico e il commissario tirò in ballo il comportamento inqualificabile del francese con i testimoni del caso Buca di Bacco. Disse che ne aveva spediti due all’ospedale e che ne aveva fatto rinchiudere abusivamente un terzo in carcere. Si volle sapere perché fosse stata data al francese latitudine di comportarsi alla stregua di un funzionario locale con pieni poteri e di impartire ordini di tale portata. Non fu facile spiegarlo, ma Van Ertvelde si arrabattò come meglio gli riuscì, gettando la pietra addosso allo Zumthor, che a dire il vero lo meritava. Lo Zumthor fu raggiunto da un’ammonizione del ministero. Ma Ferry, lui, fu accompagnato alla stazione e costretto a prendere il primo treno per Parigi. D’altronde cominciava ad averne le bocce piene di quel paesucolo di buoni a niente, sgarbati per giunta.
Priscilla e Mina si videro di mattina presso la sala da thè della Grand-Rue. Stettero lì un’oretta a raccontarsi le novità e a ridacchiare bevendosi cioccolate calde e mangiando pasticcini.
– Avevi ragione. Il francese non era solo buono a far complimenti e regalini. Noi, certo, abbiamo un’esperienza degli uomini limitata. La società non ci consente molte libere avventure. Davvero, però, non immaginavo che ci fossero tipi con cosi tanto lunghi, tanto grossi e dinamici, diciamo.
– Te l’ha menato in corpo con foga, eh? Anche a me ne aveva fatte vedere di tutti i colori. Ma dimmi, solo nell’organo a ciò deputato?
– Scherzi? L’organo deputato l’ha sommerso di sperma non so quante volte. Non smetteva mai. Gli dava e gli dava...
– Già. Ma è quando te lo ha messo in mano e te l’ha fatto leccare e succhiare che ti sei davvero accorta delle incredibili dimensioni, penso.
– Ah certo. A vederlo, sulle prime sono rimasta allibita. Non credevo possibile una roba del genere. E stringerlo, infilarselo in bocca, era una cosa da brivido. Non ti dico lui, poi, come spasimava a sentirmi tremare…
– So tutto. Ci sono passata prima di te, ricorda.
– Comunque il godimento massimo è stato prenderlo in culo. Poes, poverino, non mi ha mai fatto nulla del genere. È troppo morigerato e ha sempre tanto da fare.
– I nostri mariti sono persone troppo serie, troppo dedite al lavoro, troppo comprese del loro ruolo sociale. Come ha reagito Poes?
– È capitato in camera che avevo toccato l’acme dell’orgasmo estremo. Avevamo le chiappe all’aria.
– Poveretto!
– È voluto andare in escandescenze, capirai, e devo riconoscere che non aveva tutti i torti dal suo punto di vista. Ha cacciato Ferry di casa urlando come un ossesso.
– Che spavento ti sarai presa anche tu!
– Beh no. Non proprio. La cura d’amore m’ha reso coraggiosa. Ho rabbonito Poes con quattro balle inventate lì per lì.
XXIII
Fu trovata l’arma che aveva freddato il capocameriere della Buca: una carabina a tiro smorzato e con silenziatore. Si trattò di ritrovamento del tutto fortuito durante banali operazioni di dragaggio per l’ordinaria manutenzione del letto del fiume Alzette. L’assassino se n’era sbarazzato gettandola in acqua, nella convinzione che nessuno l’avrebbe cercata, né potuta trovare nel fiume.
Però, di per sé, non servì a gran che reperirla, dato che, prima di impugnarla, il malvivente doveva essersi infilato guanti di plastica oppure l’aveva ripulita a fondo in un secondo tempo. Quindi: niente impronte.
Le ricerche dei Goesting, figlio, padre e parenti vari, continuavano a rimanere infruttuose. Si era cercato anche in Germania, tramite la polizia tedesca, ma erano scomparsi anche da lì.
Durante un’ennesima ricostituzione alla Buca con la carabina in cui fu fatto indossare al Kierkegaard il ruolo del terrorista, Zumthor si avvicinò a Van Ertvelde con atteggiamenti da can bastonato:
– Commissario, non so come scusarmi con lei. Avevo sbagliato tutto.
Non lo guardava in faccia, teneva gli occhi bassi.
– Lei si deve vergognare. E ciò, non solo per la leggerezza con cui si è lasciato indurre a battere una strada sbagliata. Soprattutto per averci portato in casa quel disgraziato di superpoliziotto francese dei miei stivali!
– Ha ragione, non so come ho fatto.
– Come ha potuto farlo venire da Parigi, piazzarlo in centrale, farsi sostituire da lui nelle indagini e negli interrogatori? Si rende conto che quello ha mandato un semplice testimone, sospetto ma presunto innocente fino a prova del contrario, in ospedale con ecchimosi, contusioni e fratture multiple?
– Lo riconosco, è stata una svista imperdonabile.
– Me la chiama una svista? Guardi che è molto peggio di una semplice svista o di uno scivolone su buccia di banana.
– Sono qui a chiederle scusa, umilmente e dal più profondo del cuore.
– Scusa un corno! Mentre, da un lato, sviava le nostre indagini e spediva i testimoni al pronto soccorso, d’altro lato il Ferry si ingroppava le nostre mogli. E, lei, oltre che un imbecille era anche un babbeo. Ha capito?!
– Lo ammetto e capisco. Però osserverei che ci siamo lasciati un po’ tutti abbindolare dal fascino del capocommissario gallico.
Al Van Ertvelde cominciavano a prudere le mani, ordinò agli agenti presenti di toglierglielo di torno.
XXIV
Kassel era tornato da Schlesinger, dei servizi segreti. Solo quelli, si era detto, potevano essere in grado di appurare dove fosse finita la famiglia Goesting. I servizi ordinari avevano esaurito il loro potenziale d’azione investigativa, non sapevano più a che santo votarsi. La sola risorsa sembrava essere d’attendere, attendere sine die che qualcosa di nuovo saltasse fuori o si producesse, che gli indiziati facessero passi falsi e si scoprissero. Ma il giovane ispettore, come sappiamo, era un intraprendente, non certo il tipo da accontentarsi di ottimismi dilatori del genere.
– Dove possono essere finiti questi Goesting?
– Ti abbiamo già molto aiutato, Kassel. E tu torni sempre alla carica. Ma quale può essere il nostro interesse a dare una mano alla polizia?
– Siamo tutti lussemburghesi e, tra lussemburghesi, dobbiamo essere solidali. È nostro comune interesse che viga qui da noi un ordine ineccepibile.
– Il mondo si è allargato. A livello di investigazioni occulte si è sviluppata un’ampia rete di strette relazioni internazionali. Non so quanto noi, dei servizi lussemburghesi, lavoriamo nell’interesse del Lussemburgo. Abbiamo un po’ perso di vista questi quadri nazionali.
– E i Goesting potrebbero essere protetti, loro, da potenze straniere in modo tale da costringere o indurre anche voi al silenzio?
– Certo che, se si sono resi a tal punto introvabili, non possono averlo fatto da soli, con mezzi ordinari e privati. Qualcuno li copre.
– Gli Stati Uniti? La Russia?
– Tanto Gily quanto Goesting sono stati agenti della CIA, lo sai. Ti aggiungo che pure il primo morto ammazzato ha lavorato anni fa per i servizi americani.
– Questa coincidenza plurima conferma alla grande la tesi di liquidazioni per motivi legati allo spionaggio.
– Sì. Non spiega però né quali siano le cause specifiche delle decisioni ferali, né quale sia il servizio che ha emanato gli ordini. Tieni presente che le spie fanno spesso il doppio gioco e, ad esempio, lavorano, a seconda delle opportunità e delle convenienze, tanto in favore degli States quanto per la Repubblica socialista.
– Quale potrebbe essere, a parer suo, un motivo plausibile per il duplice omicidio?
– Si direbbe che un servizio, non sappiamo quale, abbia voluto far fuori suoi ex agenti compromessi, elementi che erano passati sostanzialmente all’avversario o che in qualche altro modo non servivano più ed erano divenuti, semmai, pericolosi.
XXV
Mina e Priscilla, perduto Ferry, non sapevano più da chi farsi corteggiare, portare al cinema e più, se affinità. Victor Kassel non si poteva proprio pervertire, era un funzionario tutto d’un pezzo. Un pezzo di legno, un pezzo di ghiaccio. Non un babbeo impotente come lo erano i loro mariti, ma uno che all’amore non pensava proprio. Aveva in testa solo un dovere astratto. Finirono col mettere gli occhi su un pivellino, nuovo arruolato alla centrale di Rue Glesener. Si chiamava Gaston, aveva ventidue anni, i capelli ricci e dei baffetti biondi.
– Non è una cima.
– No, ma è carino, dai.
– Paragonato a Ferry, a mio parere, vale zero spaccato.
– Non me la dai da bere, non lo disprezzi mica tanto. Ho ben visto come lo guardavi ieri quando siamo riuscite a trascinarlo con noi al tè.
– E come lo guardavo, secondo te?
– Lo fissavi incantata, con gli occhi lucidi. Sorridevi. La vocina ti si era fatta più suadente del solito. Se fossi stata sola con lui, come minimo l’avresti abbracciato e baciato.
– E io, credi che non mi sia accorta che gli hai addirittura preso una mano posandotela sul seno come per caso o per sbaglio?
– Quindi, ammettilo. Siamo invasate tutt’e due. In mancanza di meglio, si può puntare su lui.
– L’inconveniente è ch’è molto giovane. Si vede che non conosce nulla della vita.
– È distratto, e anche duro di comprendonio: d’accordo. Ma, poco a poco, lo si può ammaestrare.
– E pensi che, come il Ferry, possa farcela a star dietro a due povere donne tanto bisognose d’affetto quanto noi? Oltre che impacciato, lo vedo così magro, così delicato.
– È la giovane età, che però nasconde sempre grosse possibilità di sviluppo, risorse vergini tutte da sfruttare.
– Ti trovo molto ottimista. Io ancora non mi do pace per l’allontanamento del nostro francese.
– Non fare né la disfattista, né l’ipocrita. Bada che non ce lo dobbiamo contendere, il nuovo cavaliere. Non dobbiamo tentare di rubarcelo a vicenda. Dobbiamo assolutamente abituarlo al doppio gioco erotico: una volta con l’una, un’altra volta con l’altra.
– E se i mariti di nuovo ci scoprono?
– Cosa vuoi che scoprano e cosa vuoi, comunque, che facciano i nostri due bamboloni? Qualsiasi cosa accada, per loro l’unica via d’uscita è sempre di far buon viso a cattivo gioco.
XXVI
Su indicazione del commissario, Zumthor fu, non proprio degradato, ma trasferito a Diderich, centro infimo dell’ultraprovincia. Lì c’erano solo ladri di polli e qualche caso di scazzottata a seguito di contenzioso tra vicini. Vedeva, così, condannate senza appello tutte le sue ambizioni. Avrebbe tirato avanti senza una soddisfazione fino al pensionamento. Poi si sarebbe ritirato da oscuro e tristo ex funzionario nella casa ereditata dai suoi a Unterpallen a marcire ancora una decina d’anni funesti tra i prati e i faggeti carichi d’acqua sotto cieli plumbei.
Inutile dire che la svolta fu, ancor più che per lui, micidiale per Mina. Lei non aveva colpe, pensava, e a causa di quell’imbelle del marito doveva subire l’ostracismo e l’esilio. Addio biondino con i baffetti! Se lo sarebbe semmai aggiudicato la Priscilla, che non l’avrebbe dovuto dividere con nessun’altra. E cos’aveva la Priscilla più di lei? Proprio nulla, né dal punto di vista del fisico, da quando Mina si era fatta ricostruire a Parigi, né soprattutto da quello dell’intelligenza. Il Ferry, a suo tempo, chi era stata ad adescarlo? A Priscilla, l’aveva prestato lei.
In quei buchi rustici, freddi e bui, in cui si apprestava a condurla il coniuge, avrebbe trascorso le giornate a piangersi addosso, a tormentarsi e, subito, sarebbe invecchiata senza riscatto. A nulla, proprio a nulla ormai sarebbero serviti i rischi e sacrifici affrontati per trasformarsi a trent’anni suonati in una femmina avvenente. Pensò alla separazione, al divorzio. A cosa serviva un marito, che neppure più era un uomo a letto, se non ti sosteneva, sorreggeva, consentiva di vivere al livello che meritavi, esprimerti, affermarti nel mondo? Diveniva una palla al piede. Ma senza marito sarebbe stato ancora peggio, dovette rassegnarsi ad ammettere. Non avrebbe neppur più avuto un tozzo di pane da mettere sotto ai denti, si sarebbe trovata in mezzo a una strada. E pertanto, sconsolatamente quanto si vorrà, era costretta a sottostare al proprio destino.
XXVII
Van Ertvelde si recò assieme a Kassel al ministero per recapitare in mani fidate una relazione a duplice firma, contrassegnata top secret sulla busta sigillata. Vi si attestava che i due omicidi della Buca di Bacco e della Rue Notre-Dame andavano ricondotti a trame e rivalità tra servizi di spionaggio e controspionaggio statunitensi e sovietici. Anima, fulcro, o quanto meno braccio armato delle due liquidazioni era stata la famiglia Goesting, con più particolare riguardo al giovane Tom Goesting. Detta famiglia, tuttavia, era ultimamente sparita senza che si riuscisse a determinare ne quando, né come avesse lasciato il territorio lussemburghese, né tanto meno in quale paese avesse trovato ricetto. Quanto a quest’ultimo punto, non tutte le speranze di compiere progressi erano state abbandonate e venivano esperite indagini molteplici presso stazioni, aeroporti, alberghi, servizi di polizia e amministrazioni d’Europa e d’America. C’era, però, da considerare che, se i Goesting erano agenti di servizi segreti, difficilmente sarebbero stati lasciati senza adeguata copertura dai loro mandanti. Pertanto, era giocoforza accontentarsi – almeno per il momento – di queste semplici chiavi di delucidazione.
Non appena ebbe sentore della dimensione internazionale di quella che, inizialmente, era stata presa per una duplice vicenda efferata di semplice criminalità tra semplici disgraziati, il ministro sfebbrò. E l’intero ministero, il segretario Kopfel, gli altri funzionari di rango si rabbonirono. Adottarono, quanto meno, un atteggiamento assai più circospetto, abbassarono i toni, si ammantarono di riserva e presero a sfoggiare un equivoco sorriso. Commissario e ispettore furono di colpo trattati con inusitata cortesia ed uscirono dal tetro palazzo con la testa alta.
– Le confesso, Victor, che non metto più piede in un locale italiano da quando mi hanno freddato quel cameriere della Buca a pochi passi dal tavolo. Né accetto più aperitivi della casa.
– La capisco, commissario. È stata un’esperienza davvero più che spiacevole. D’altronde non mancano da noi ristoranti e tavole calde cinesi, giapponesi, francesi, portoghesi, oltre che Lussemburghesi. Vi sono persino locali irlandesi, scozzesi e… tedeschi.
– E le canzonette italiane, sì, non c’è che dire saranno vivaci e pittoresche. Ma vuoi metterle con motivi quali Oh! Mein liebe Augustin, Augustin, Augustin… , che ci ricordano la nostra tenera infanzia, ci richiamano alla nostra vera e autentica identità, alle nostre profonde origini. Suscitano tanta e tale nostalgia!
– Certo. Tutti ci vantano i paesi esteri. Ma, a lasciarsi montare la testa, si finisce col tirarsi in casa tipi del genere del Jules Ferry.
– Eh sì, davvero. Bisogna reagire. Smettiamola di farci pestare i piedi. Vogliamo rimanere quelli che siamo!
XXVIII
Divenuti pressoché inseparabili, commissario ed ispettore andarono a pescare insieme lungo la riva lussemburghese della Sûre, in aperta campagna, quel fine settimana. A nord, avevano superato Ettelbruck, Diekirch, e preso per stradine. Ora, alle loro spalle, li tagliava fuori dal mondo civile una cortina di grandi alberi dal fitto fogliame che proiettavano dense ombre sul pelo dell’acqua. Il pesce, a dire il vero, abboccava poco, ma non ci facevano caso. Non ambivano a catturare animali vivi di cui non avrebbero saputo che fare e che semmai avrebbero dovuto restituire al fluire della corrente. Cercavano solo silenzio ed un contesto propizio all’introspezione; condizioni ambientali che consentissero loro, insomma, un vero riposo, il distacco dalle complicazioni rumorose e sguaiate della vita urbana, d’ufficio, di servizio. Volevano tornare per un paio d’ore ad essere uomini totalmente umani, circondati da un incontaminato quadro naturale.
Lo stare insieme e la solidarietà d’intenti li rafforzava in questa loro determinazione. Non parlavano. L’immersione silente in quel mondo primigenio li accomunava più di quanto avrebbe potuto fare la conversazione, la quale trae immancabilmente verso la superficie, ossia il guscio, delle cose.
Quali raffinatissime varietà e sfumature di grigio, d’argento, di verde in quel paesaggio magico!
L’incanto fu rotto a mezzogiorno e mezzo. Avevano accettato che Kierkegaard li raggiungesse a fine mattinata. Era un importuno, un seccatore, ma di buon cuore e meno sciocco di quanto si tendesse a pensare. Dopo tutto, bisognava riconoscere che anche lui, nel suo piccolo, aveva sempre indovinato giusto, come Kassel. Ci aveva preso in tante minime cose, prima che le avessero subodorate, quindi appurate i superiori. Meritava un modesto premio di riconoscenza e di plauso.
E venne sbracciandosi sin dalla siepe che celava il ciglio della strada, dove aveva parcheggiato la macchina. Faceva dei grandi gesti scomposti e allungava il passo… Aveva un giornale in mano, che sventolava.
XXIX
Van Ertvelde aveva poco più di sei anni da tirare ancora. I commissari vanno in pensione a cinquantacinque anni. E, con la piega che avevano preso gli eventi nell’ultimo burrascoso torno di tempo, Kassel, ormai, si era assicurata la successione.
Ma cosa aveva Kierkegaard da agitarsi in quel modo?
Il commissario capì che la pacchia della parentesi fuori dal tempo e dalla realtà grama era finita. Ritirò l’amo dall’acqua e depose la canna con tutte le precauzioni dell’autentico patito della pesca. Mal volentieri si voltò verso il sopraggiungente appuntato ai cui modi e alla cui sola presenza era incontenibilmente allergico. Kassel, sempre padrone di se stesso, e d’indole cordiale, ingiungeva, tuonando: «piano, piano. Attento a non inciampare. Non ci cada in un fosso. Non si rompa una gamba o l’osso del collo. Piano, le dico… ». Kierkegaard, saltellando e roteando il quotidiano, ansimava: «commissario… ispettore… commissario… ispettore… ».
Quando li raggiunse, i poliziotti constatarono che quello che brandiva era, ovviamente, il «Luxemburger Word» del giorno. Fin qui, nulla di più banale. Senonché in prima pagina vi figurava una grande foto della famiglia Goesting al completo: Tom al centro; accanto padre, madre e uno zio; di lato due sorelle minori e quattro cuginette. Il titolo a caratteri cubitali dell’articolo che accompagnava recitava: «Famiglia americana barbaramente trucidata a Liverpool». Nel pezzo, redatto da uno specialista della cronaca nera, si leggeva come i Valentine, tranquilla famiglia di benestanti americani da oltre dieci anni immigrati e stabilmente residenti nel Regno Unito, fossero stati tutti freddati da sventagliate di mitra lungo un ex molo di carico di un’area dismessa del grande porto del mare d’Irlanda. Una strage. Perché e per opera di chi, era, rimaneva ed era destinato a rimanere un buco nero, tale da consentire liberamente ogni sorta di ipotesi ed illazioni, acrobatismi dietrologici, strumentalizzazioni politiche.