Breve nota introduttiva
Sono nato a Siena nel luglio del 1935. In gioventù sono
vissuto a Roma. Ho fatto studi secondari francesi, dalla prima media alla
maturità. Buona parte della mia vita da adulto si è svolta all’estero, in
Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Lussemburgo. Mi sono però laureato in lingue
e letterature straniere moderne (francese e nederlandese) a Bologna.
Nel presente volume ho voluto raccogliere la mia poesia
della maturità o, se così si preferirà considerare, della seconda fase o
parabola discendente della mia vita attiva, scritta sostanzialmente tra la metà
degli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Il primo piccolo
componimento presentato reca subito, nello stesso titolo, l’evidenza
dell’impronta paneuropea della scrittura. Nel contempo segna patentemente, nei
temi, l’abbrivo del percorso in discesa della vita, che però è anche il momento
di maggiore pienezza delle risorse e dell’esperienza.
Come si vedrà, ho scelto di sistemare l’insieme di
questa mia produzione lirica in varie sezioni, munite di specifici sottotitoli e
rispondenti a criteri di genere, oppure, in taluni casi, di effettiva unità
d’argomento o tempo e spirito della composizione. Mi auguro che tale
compartimentazione agevoli la fruizione dell’opera.
Pubblicare, oggi come oggi e in Italia, è assai
difficoltoso. Pressoché impossibile è pubblicare poesia. Nel migliore dei casi,
l’editore che non si sarà accontentato di cestinare il dattiloscritto offerto o
non si sarà dato per educazione solo la pena di rispondere picche, chiederà allo
scrittore squattrinato di finanziare in toto la stampa o di trovarsi uno
sponsor disponibile ad esborsare migliaia di euro.
Segnalo comunque – per scrupolo d’informazione – che
tre, e solo tre, dei pezzi figuranti in questa silloge sono stati accolti anni
addietro in piccole riviste di poesia. Si tratta precisamente di Biancaneve e i
sette nani, apparso in «Anterem» n. 17/18, Verona 1981, di Monumento e
Nuovi Ulissi inseriti in «Offerta speciale» n. 8/9, Torino
1982.
Manfredi Lanza – Castelvetro (MO), aprile 2007
*
* *
I
CANTI ARIDI
1.
THE GAP
è
estate e son solo ed ho perso il respiro
da un occhio ci vedo e dall’altro straluno
sapevo che un giorno sarebbe accaduto
la vita prosegue ma io resto indietro
il mio passo si è fatto oscillante e insicuro
incedo a tentoni e non oso parlare
conosco il sorriso di chi mi spalleggia
conosco i pensieri di chi mi sorride
i
fiori son triti ma la siepe verdeggia
i
mosconi mi scattano brillanti attorno
i
merli saltellano e raspano nel giardino
e
sento risuonare la voce del vicino
sapevo che un giorno doveva accadere
come quando si sogna che si scappa invano
ed il giorno è venuto al momento segnato
e la vita prosegue ma io
resto indietro
2.
BIANCANEVE E I SETTE NANI
una fama da rompiballe
una fame da saltimbanco
una fetta di salame
affettata col coltello
sì lo so che sono bello
che ti garbo
e
che non puoi
quando Ecate tondeggia
fare a men
de’ vezzi miei
gioco di mani
gioco di villani
Biancaneve e i sette nani
le dita nel naso
il culo sul vaso
sette palmi di ramazza
e
Biancaneve geme
Biancaneve freme
sorride appena appena
si lascia prendere dal fou rire
si tormenta
non sa proprio più se schiantare in un pianto dirotto
o
se toccare il cielo con un dito – il mignolo
la bella illusa nel bosco
l’eterna assopita
si desta a nuova vita
lo so che sono bello
che ti vado a genio eccome
e
che non puoi
fare a meno di me
quando Ecate trabocca
3.
AMOR FATUO, AMOR PROFANO
mi avrai
senz’altro
sarò tuo
quando vorrai
sarò tra dieci o vent’anni
il tuo ragazzo squillo
calvo
ti saliverò
nella bocca sdentata
e
socchiuderai
gli occhi disperatamente
presbiti
bisbiglieranno sommessamente
saltellando
i
pappagallini
tra le esili filettature
della gabbia sospesa
in controluce
e
il tè nelle tazze
si farà sempre più denso
e
fuori stilleranno goccioline di pioggia diffusa
il cielo basso bassissimo
dilatato
ci coprirà
avvolgerà tutto il minuto mondo quotidiano
in cui avremo
a
lungo
caparbiamente
vissuto
4.
MONUMENTO
strappo alla regola approssimativamente in tre
quattro a babordo e tre a tribordo
uno un po’ zoppo e l’altro balordo
essenzialmente in tredici
che è un numero poco fausto
poco in gamba e con le scarpe anzi
rotte
con rotti i fondi dei calzoni
con le culotte sdrucite
con le mani sudicissime
e
il viso coperto di un denso spessore di morchia
con il salvacondotto scaduto
con mille pensieri per il capo uno più preoccupante dell’altro
e
con la coca cola che fa bollicine di sete tuttavia
e
sotto si vede il seno proteso bipartito da un profondo solco arancione e si
intuiscono sproporzionate anche a tenaglia
mehr cola trinken drink more cola
una mela fa bene alla salute e due mele ti fanno schiattare
mentre una cola ti mozza addirittura il fiato se è inverno
e
ti ritrovi eterno come la brace
rimani di stucco, di sasso, di marmo insomma
monumento secolare al poeta
monumento all’improvvisazione folle
te con un pesce in bocca
te con un’accetta a tracolla
e
un mezz’etto di burro nelle mani
te con occhi gonfi e sodi
5. NUOVI ULISSI
Saremo dei battistrada
favolosi
Saremo dei guardrail
Installeremo binari a senso
unico
con tratto dentato per le
salite
con respingenti elastici
all’arrivo
Saremo dei Dante Alighieri
dei Rembrandt van Rijn
spietatissimi
sempre puntuali
mai deludenti
Saremo più unici che rari
con la canottiera del
caimano
e lo slip di puro cotone
Chiaveremo come conigli
come mitragliatrici a rullo
compressore
ma soprattutto leggeremo
tanto
avremo assimilato tutto il
romanzo russo
e quasi tutta la poesia
americana
Sapremo ritardare lo
sbadiglio
e reprimere lo starnuto
Sapremo sorridere in modo
irresistibile
con gli occhi che luccicano
e scoprendo un tantino i
denti canini
sapremo stare al gioco
stare calmi
attendere la nostra ora
6. A LA MANIÈRE DE
il sole che ti brilla in
testa
ti fa brillare gli occhi
Alina
come un sole che brilla in
cielo
ed il cielo si sfalda come
uno shampoo
tra i tuoi vaghi crini
Alina
e la groppa
tu l’hai cavallina!
Alina non è amor
il bruciore che per te mi
ustiona
il pensiero che di te mi
rode
Alina giumenta scozzese
carina non è amor
quell’ardor
che per te mi consuma!
è turpe lo ammetto ma
l’appetito di te mi divora
mi dilania la smania
di sbranarti
straziarti
assennarti (oh furor)
il colpo di grazia fatal!
7. AD A.
te sola voglio te sola
impetro
tu non mi degni
d’un tuo sguardo
tu non mi degni
d’un tuo saluto
mi snobbi tu sola mi snobbi
ed io t’imploro
e non mi assolvi
ed io t’imploro
e non indulgi
sei colei che idolatro tu
sola
e il tempo deflette
e non ci congiunge
e il tempo decorre
e sempre più divergono
le nostre vie
8. AUTONOMIA
la donna oggetto
la donna trastullo
del maschio greve
che l’avvilisce
e tuttavia la culla
declina
l’autolesivo privilegio
di restar sola
ed inservibile
ripudia
l’ostico diritto
di negarsi alla vita
9. LIRICA DEL XXI
SECOLO
eh sì eran pieni di luce i
tuoi occhi
eran traversati da bagliori
intermittenti
eran lampeggiatori al neon
eri priva di scrupoli
viziata
frigida e nel contempo
esasperatamente ninfomane
e volevi che assistessi
senza batter ciglio
alle tue danze del ventre
salaci
mentre
l’altra la zoppa la
simpaticona
cantava di là la gelida
manina
ma cosa pensavi
che potesse durare in
eterno la commedia
che mi dovessi per forza
suicidare
o annegare nella vasca da
bagno
o accoltellare come un
giapponese di vecchio stampo
tutto fila meglio ora
tutto va meglio a gonfie
vele
tutto prorompe a tutto
vapore
taci
non ti far più viva
sparisci dalla circolazione
trapassa o almeno emigra in
eritrea
trasportati in altre zone
più confacenti alla tua natura selvaggia
e mettiamoci una pietra
sopra
una pietra di sasso
una lastra di ghiaccio
per processi irreversibili
di ibernazione
10.
DICHIARAZIONE
queste sono le tue labbra
sottili
queste le tue palpebre
galvanizzate
le tue mani
di fata si atteggiano ad un
gesto d’impudica sollecitazione
le tue labbra si schiudono
i tuoi occhi lampeggiano
e il tuo flessuoso addome
intanto
si sottrae ad un’ipotetica
presa inarcuandosi
s’impenna
ondeggi
spumeggi
sfarfalleggi
e non so cosa dirti
grossolano pantalone
mendicante muto
attonito
non trovo le parole né i
concetti del resto
dubito del pensiero che mi
pervade
devio verso la malinconia
tu lo sai che non sono
nessuno
che non ho nulla da dirti
né da darti
e che solo vorrei
abbattermi su di te come un
falco sulla preda senza indugi né compassione
come un fanciullo inetto e
stolido che s’aggrappa alla madre
come un neonato famelico e
urlante che sugge
sfinendolo il seno che lo nutre
come un feto che non
ragiona
tu lo sai qual è il destino
inderogabile dell’uomo
e della donna
qual è la meccanica della
vita
lo sai in che senso girano
le lancette dell’orologio
penso a te quando ti son
lontano
penso a te quando mi manchi
penso a te quando ti vedo
né mai
posso dismettere questo
pensiero fisso
questa ossessiva
visione di te in piedi
leggermente china con le masse gluteiche dilatate
e le poppe che sporgono e i
capelli che ti occultano il viso mentre versi il tè
di te che cuci fingendoti
assorta in quelle minute occupazioni
di te di profilo in
controluce davanti alla finestra
di te adagiata sul sofà con
le gambe di sbieco e la gonna
tirata a forza sopra le ginocchia
di te intera e di tutte le
tue singole parti
ti penso intensamente e non
recupero il tuo nome
e non ricordo quando e come
fu che una prima volta
ci ignorammo
ci incrociammo
rasentammo assieme i muri e
quasi ci sfiorammo
ci spiammo
senza proferire una sillaba
sola
un inarticolato
iato
11. PASTICHE
me ne va
do a pa
scolare tra le mucche
olandesi
e la
dichiarazione dei capi di
Stato dell’Africa australe
mi la
scia più che perplesso
meditabondo
inter detto
ma che fa
re nelle regioni del nord
sostanzialmente sfavorite
quando piovono goccioloni
ma goccioloni di due
chili e mezzo
e la
stagione invernale
infierisce contro gli accalappiacani
no ti
assicuro è un de
stino ingrato e preferirei
finire piantatore di cardi nelle piane cinesi
del re
sto tu mi capisci mi passi
soavemente il cappio al collo
anche tu quoque brutale
ed ecco che tornano alla
carica con il conflitto armato Iran-Iraq
senza voler peraltro prender
posizione
è un destino ti assicuro un
destino quanto mai
ingrato
ma come nel caso della mela
di Guglielmo Tell e in tutti gli altri casi
non ci si può sottrarre al
dovere I WANT YOU
how d’you do – zoo zoo
12. DISCORDANZE
ma
se ti dico che
me l’ha data a me
non permette più
che la prenda tu
mai accettar potrà
l’irremissività
dell’indomita
tua volontà
pa
esi e buoi suoi
sì tu lo sai che puoi
pa
rare se lo vuoi
a tutti i guai miei
cherchez la femme se va
le la candela intonsa
la saponetta intatta
sul lavandino terso
cherchez la gloire sennò
cherchez la petite bête
l’aiguille dans le foin
la paix aux quatre coins
du monde
13. CUCCIA
Sissi succhia il lecca
lecca
Sissi lecca il lecca lecca
Sissi si ciuccia il pollice
Sissi la caramella la
lascia sciogliere piano piano in bocca
voluttuosamente Sissi
aspetta
che tutto si svolga da solo
perennemente lascia fare
il destino che la impalma
la sbalordisce la fa
tremare
di rabbia d’incontrollata
tenerezza
prennemente Sissi si sa
socchiuse e gonfie le
labbra e gli occhioni sbarrati
le natiche tenute
leggermente scostate
ginocchioni
oppure sbattuta tra i
cuscini dal destino indeflettibile
la clitoride che
prospiciente urge
e un fran senso di richiamo
un’apprensione abissale
e lei Sissi poverina
abbandonata lì come latte versato
indifesa arrossata pervasa
da fremiti di vergognoso autolesionismo
angosciosamente si palpa
ciò che può
imposta le parti protese
dissigillate
sotto e tutt’intorno passa
un fiume
una corrente
14. INVADENZA
a proposito di
petu
lanza
a propo
sito di che
mi dici che mi dici
che mi canti
mi minchioni
a proposito di cantastorie
a proposito di fatti di
progetti ultimati senza storie
a proposito di gatti bigi e
di ruffiane
di ultima ratio e di
speranza
costanza e perseveranza
in tema di pernottamento in
parchi pubblici
vietati dopo le diciannove
e trenta
a proposito di
circoncisione
che mi dici che mi dici
che mi canti
a proposito di conti
chiusi in passivo
a proposito di tono
remissivo
quando suona e per chi
suona la campana
conversando di campanule
nei prati
e di spazi verdi
ecologicamente inappuntabili
riguardo a Buttafuoco
l’atroce
che mi mormori che
sussurri
cosa bisbigli
trattandosi di giochi
proibiti
trattandosi di circoli
viziosi
trattandosi di megalomania
mi fai fesso mi canzoni
in ordine ai noumeni e
fenomeni
per quanto concerne la cosa
in sé
con riferimento al massimo
comune multiplo
e minimo comune quoziente
di attrito
sul prezzo della benzina e
del gasolio
sul problema dell’olio
d’oliva
mi esautori a priori
solo parli e non ascolti
solo ambisci e
interloquisci
non transigi
non acquiesci
15. ROTTURE
ma mi rimase il riso in
gola
una foglia di lattuga
non fu emolliente
bastevolmente espediente
nella strozza
mi si formò un ingorgo
incostituzionale
con eczema pruriginoso
a largo raggio diffondente
ti prego
dimmi tu qual rimedio
per chi non si trova dalla
parte del mestolo
possa escogitarsi in
redenzione
dei poveri affogati
nel proprio sangue
nella loro vergogna
nella loro vita infranta
a tratti mi riprendo
rimetto mano sul bandolo
della speranza
e tiro
ma il filo è fragile
e forse corto
chissà com’è
che molti altri campano
ignari
crogiolandosi al tepore
delle lampade a raggi
infrarossi
chissà com’è
che l’alternanza è fatale
e mai la realtà può trovare
un punto definitivo d’appoggio
naufraghiamo
naufraghiamo in due
sarà romantico
sentimentale
sarà bellissimo
se lo rivedremo un giorno
in film
magari in altra vita
altrettanto priva di vie d’uscita
sarà eroismo involontario
obbligato
eroismo da derelitti
macché
amami Alfredo ti pare
amami mi diceva ma non mi
far male
mattacchione d’un Alfredo
mi diceva
e lui cioè io nicchiava
nicchiava minchione si
defilava
riandando con la mente alla
canzone
dell’amaro che ti può
restare in bocca
aborriamo il guizzo osceno
del pesce che abbocca
purtuttavia
allora appunto
rimasi perplesso
e fu un progresso dovetti
riconoscere
che non tutte le ciambelle
riescono col buco
e che quando riescono
conviene approfittarne
accantonando ogni
considerazione
sull’utilità e confacenza
del buco in sé
per non dire della sua
decenza e ammissibilità sotto il profilo morale
Cartesio esagerava e
Spinoza esagerava ancora più
senonché cos’è un passo in
un deserto che lentamente scivola all’indietro
labile è ogni umano
acquisto
tenue l’esperienza
16. RETICOLATO
chissà perché
a me proprio tocca mordermi
il fegato
a me succede d’ingrassare
sudo freddo e sento il
cuore vacillare
le marine ricordo di
quand’ero io
le lunghe spiagge vuote che
da un lato chiude
un basso e denso fronte di
cardi e di ginepri
e dall’altro dilatano
sconfinamenti azzurrini
giochi al limite del
proibito giocavamo
negli affossamenti di
quelle plaghe desertate fuori stagione
e, per fruire di tutto lo
scarso sole
a ridosso di qualche
negletta chiglia
o d’un residuo sgangherato
di cabina
la vita è trascorsa e non
ho potuto riflettere
non ho avuto un attimo di
tempo libero
non ho potuto fare il punto
e sapere
cosa volevo e cosa sarebbe
stato bene volere
la vita è filata via d’un
tratto
come una saracinesca subito
abbassata
come una promessa data e
ripresa
17. METERMENEUTICA
sempre più pensoso
quando attraverso i campi
deserti della vita breve
sempre più distratto
quando la pioggia
inzacchera
borghi spumosi e spenti
sempre più distrutto
mentre la voce attonita
come fosse d’un altro
compita
vacue calolalie
sempre più ridotto
a un nome sulla carta
per ora dei registri
dei cittadini in vita
sempre più cittadino
con casupola monofamiliare
e minuscolo giardino
intercluso tra siepi di
ligustro
sempre e per sempre
in attesa del messia
in attesa di avere
ancora una volta il
coraggio
di guardare in faccia il
sole
18. GENERAZIONE E MORTE
come piove quanto piove
da ogni dove stilla l’acqua
l’acqua bagna l’insalata
l’acqua è marcia e bagna il
tetto
della casa dirimpetto
goccia dentro e bagna il
letto
dell’Elmira e di Geppetto
cosa credi ch’è il diluvio
il pediluvio universale
l’alluvione radicale senza
scampo e senza attesa
di un domani rinnovato
di un radioso paradiso
di un utopico ideale
non è vero tutto muta
tutto agise e reagisce
se fluisce rifluisce
avvitandosi a spirale
non è vero che la notte
ferma immobile e fatale
non darà più passo al
giorno
ma allorché in un cielo
terso
tornerà a vibrare il sole
suscitando dalle falde
nuova vita e nuovo canto
nuova vita e nuovo riso
tu sarai tu solo muto
imperterrito e stecchito
sotto un metro o due di
argilla
19. SACRAMENTO
scoraggiamento scoramento scollamento scorrazzare scortecciare sbucciare sbiancare in volto imbiancare imbandire bandire bendare, ben dare, ben dare,
tornare a dare, dare ancora una volta poi più, mai più, dare da bere agli
assetati, dare da trincare agli assediati, dare da deglutire tutto un secchio
colmo d’acqua gelata agli assillati, agli scalmanati, dare da triturare da
dilaniare un pacco di gramaglie, dare da distillare un sacco di balle da sorbire
un sacco e mezzo di bugie raccontar frottole propinar bubbole dar da invocare
cristi e madonne suggerire grugniti dall’etimo incerto indurre ad enigmatiche
interiezioni mettere in mezzo parenti stretti e prischi antecessori dare da fare
compiti eruditissimi da impostare equazioni all’ennesima potenza più ics, da
smantellare intere città dormitorio, da disintegrare intere zone interregionali,
da sfaldare complesse e serratissime mentalità, dar da riflettere da considerare
senza scopo alcuno di lucro
20.
tacere non recedere non mollare
non zittire chi parla perché obbligatovi
dall’erompente prestanza della personalità
non impedire di parlare a chi sa parlare a chi ama parlare
a chi vuole dir la sua a tutti i costi
a tutti i costi far risuonare le aule e le piazze
della sua stentorea parlantina
a chi vuole commuovere far rabbrividire far allibire
intanto tacere
tenere gli occhi non bassi ma a mezz’altezza a mezz’aria
rimanere in piedi imperterriti
senza arroganza ma con ostinazione
e intanto tacere tacere attendere aspettare sperare resistere continuare a
tacere continuare la lotta insistere non deviare non tornare indietro
continuare a
sperare ad attendere
ad aspettare
l’ora fatidica in cui
anche tutt’attorno
sarà
illimitato
il silenzio
*
* *
II
INTERMEZZO
ELOCUTORIO
1. NOLI TURBARE CIRCULOS
MEOS
è meglio prendere il treno
in corsa
è meglio correre
all’impazzata
lo so
ELVINGER
JEAN HOSS
ti cova con lo sguardo
assassino
ma tu vola spicca il volo
è meglio prendere l’aereo
in volo
è meglio ridere quando sei
solo
è meglio urlare al vento
ELVINGER
JEAN HOSS
lo so
ti cova con lo sguardo
si sganascia dalle risa
ma tu scatta
produciti in un balzo
felino
battendo il record assoluto
d’altezza detenuto dai russi
ELVINGER
rimarrà di stucco
e JEAN HOSS
diverrà di sale
mentre il destino
inclemente provvisoriamente
rifluisce
2. RIFLUSSO
(di nuovo a proposito di Elvinger e Jean Hoss)
non si sia silenziosi
sempre e sempre stanchi
non si pieghi continuamente
annuendo la testa
e smettiamola perdio di
sorridere slavatamente senza
motivo
senza un solo motivo valido
la vita è bella ma può non
sembrare
tutto sta a saperla
prendere per il verso più giusto
tutto sta a saper saltare
gli handicap a piè pari
e mi chiedo Elvinger se mi
avesse sentito parlare
così cosa ne avrebbe pensato
tuttavia me ne frego di
sapere cosa ne pensa
Elvinger
Elvinger non conta per me
mi è indifferente
Elvinger da un pezzo mi ha
rotto i coglioni
Elvinger è il non plus
ultra della melensaggine
e la sua dama di compagnia
lo trascura moltissimo
sicché
planiamo e proiettiamo i
nostri sguardi
su oggetti più degni di
speculazione del pene di Elvinger
dei suoi penduli gemelli
per nulla preziosi
della ficona della sua
eletta dama di compagnia
della sua stronza cugina
ninfomane
la vita è bella ma bisogna
saperne dissolvere le nodosità
diradare le nebbie
e soprattutto – come
suggeriva l’altro drittone, il Jean Hoss – bisogna sapersi
accontentare
sapersi accontentare di
acqua e pane
sapersi accontentare di
poco sole
planiamo e superiamo la
recriminazioni terra a terra
i mugolii inutili
prendiamo esempio dai
grandi spiriti del glorioso firmamento della storia
dell'umanità
dalla sana inerzia dei
nostri padri
cosa facevano i nostri
padri e le nostre madri mentre
il cielo continuava a dipanarsi sul loro capo
recando alterne influenze
determinando continui sovvertimenti e nuove
ricomposizioni
e continuava a girare e a
pesare come un rullo compressore
e continuava sempre a farsi
i cazzi suoi e a deragliare come e quanto gli
pareva e piaceva?
ridevano i nostri padri
piativano le nostre madri
socchiudevano le labbra e
proiettavano il culo
leggermente all’indietro tirando su le gonne
le nostre
cugine
digrignavano i denti
acuminati soffiando e arcuando la schiena ispida i gatti
delle nostre madri che imprecavano come
scaricatori di porto contro il destino
carnefice
pertanto noi che figli
siamo
e l’ho sempre detto che in
fondo in fondo Elvinger e Jean Hoss avevano
sempre ragione
e se non l’avevano se la
prendevano lo stesso e avevano
ragione di prendersela
espettorando sdegnosamente
per liberare le vie respiratorie
viva ELVINGER, viva JEAN
HOSS
abbasso ELVINGER, abbasso
JEAN HOSS
3. VICENDA
ROMANZESCA
Amalrik che lo sapeva
che conosceva per filo e
per segno tutti i retroscena della subdola montatura
ne edusse mio padre
il quale ne informò il
cugino di un mio prozio
che militava nelle file dei
moti irredentisti degli anni Sessanta
ed è appunto in tal modo e
per questo tramite
che anch’io lo venni a
sapere
e per lunghi anni
specie negli interminabili
inverni
mentre fuori imperversava
la tempesta di nevischio
o crepitavano senza
deflettere le diacce grandinate
potetti fruttuosamente
meditare
sull’arcano ingenito
deviare
della quiddità intrinseca
sul destrutturarsi perenne
e dall’interno
per cui tutto ad ogni
istante
inavvertitamente ma
ineludibilmente
tende a slittare ad altro
in un complesso processo di
rinaturazione
4. IN
MEMORIA DI AMALRIK
Cosa sai tu di Amalrik?
amava Amalrik il riso?
amava Amalrik il pianto?
il riso o magari
preferiva le rotture di riso le piante di gardenia o – che so – il
pianto a
dirotto?
Era Amalrik
congenitamente propenso a prediligere la cucina cinese o
comunque
orientale? La gonnella scozzese detta whisk? E quando sorrideva
s’imbrattava
regolarmente il colletto della camicia la cravatta il risvolto della
giacca
di saliva
bava moccio quando starnutiva quando tossiva raffrenandosi
portando ilfazzoletto alla bocca sporco, sozzo, già lurido di sudori
penosamente asciugati
e sottaciuti o espottorando addirittura grumi polposi
sputando i denti emettendo
scintille sanguinolente in tutte le direzioni
irraggiando un pulviscolo in sospensione di personal humectation fluid
penetrantissimo,
inconfondibile, ad oltre due metri?
Purtroppo i ricordi si sono andati
sfaldando nel tempo e despecificando le
memorie si sono arenate nulla più di
preciso e di chiaramente identificante
risulta. Scarsi e laconici i documenti
non consentono che induzioni a carattere
più che altro illativo. Ci si chiede
perché come mai non ci si sia occupati di
Amalrik l’incomparabile quando era
ancora tempo prima molto prima
quando sarebbe stato un gioco scattargli una
serie infinita di translucid foto-
radiografie diapositive spettrogrammi in
bianco e nero e a colori chiedergli
l’autografo intervistarlo
Oggi si saprebbe tutto se non avesse
taciuto o piuttosto se non si fosse
inspiegabilmente trascurato di farlo parlare
di farlo dissertare sulle sue
originalissime tesi possibiliste di accorgersi di
lui che nicchiava. E invece ne
siamo ridotti ad interrogarci con ansia a
tormentarci la mente a non saper
decidere perfino se il re della sfumatura
l’illustre inconcludente, massimo
genio della quarta dimensione dopo Einstein,
si dilettasse di ortofonesi od
ortofonopoiesi nei pochi momenti di relax
delectation concessigli come alcuni
rovistatori accaniti della storia hanno
sostenuto senza addurre l’ombra di una
prova che sia una prova
Chi suppone che Amalrik fosse allievo di
Borgnik, e chi predica che seguisse
l’insegnamento di Malik. Studiò basso
continuo studiò batik. Agile e flessibile
era di certo nella mente e forse nel
corpo da giovane che ignoriamo se fosse
breve e tozzo o breve e smilzo o
longilineo. Come una liana si snodava
indubbiamente il suo spirito. Come una
liana avvolgente e s’insinuava
fremente nei più tenui interstizi tra pensiero e
pensiero tra elementi del
paradigma mentale indi inturgidendosi gonfiandosi e
facendo saltare le
paratie più fragili determinando confluenze e travasi del
tutto imprevedibili
risistemando in chiave sempre nuovamente alternativa lo
scibile e l’inferibile
Come faremo senza Amalrik? Come faremo
senza sapere chi realmente fosse
donde venisse e dove andasse verso quali
recondite mete planasse o si
spingesse la sua incomparabile metavisione?
Rimarremo vedovi di un insigne
fratello in Cristo ed orbi purtroppo anche in
parte di un inestimabile retaggio
inabissatosi nelle falde oceaniche del non più
attuale invano scandagliate dai
trattati anacritici
Né mai cesseremo il funereo singhiozzo
*
* *
III
NUOVE CRISALIDI
1.
costruisci l’Europa occidentale
e
intanto scava l’obbrobriosa fossa
l’orizzonte sbanda
ma tu
metti da parte più arte che puoi
ostruisci i punti di fuga
tra la folla dei loquaci taci
non rivelare il tuo cocente segreto
edifica l’Europa occidentale
erigi l’esiziale stele
2.
VERTENZE CONIUGALI
perché ostinarci a darci del se
da tanto tempo siamo parenti stretti
sempre scattiamo sull’attenti battendo i tacchi
quando c’incrociamo a caso per le scale
nulla mai turbò i nostri rapporti ameni
siamo o non siamo moglie e marito
adusi a formare sotto medesime coltri
il portento bicefalo
diciamoci una buona volta il fatto nostro in faccia
apertis verbis rinfacciamoci le nostre mende
diamo la stura alla logorrea
perché non ti lasci sbattere la porta sul naso
perché non ti fai ghermire per i capelli
schiaffare inerme
in una baignoire con copertura stagna
non ne posso più di te
ti detesto, ti esecro
e
domani potremo ricominciare daccapo
a girare scrutandoci silenti e indispettiti
3.
00461
569059
448201
ricordo che quattro
piroscafi grigi
giunsero al porto in meno
d’un’ora
io intanto cercavo una via
d’uscita
poi mi destavo con un
groppo in gola
non tutti sanno stare beati
a guardare
mentre si proietta una
scena d’orrore
mentre si mostra minuto per
minuto
come affoga nella melma
Amaya la colombiana
io, che un orco inseguiva
per le scale
e una visione astratta di
espansione
assillava, quand’ero
fanciullo, al primo imbrunire
come comporrei una cifra
propizia
o compiterei l’arcana
formula deprecatoria
se non mi sostenesse una
fede imperitura
che chi la dura la strappa
e che comunque o la va o la
spacca
4.
con chi parlo
con chi gioco a ruzzica
con chi gioco a rimpiattino
eri sola e ti guardavo
stavi seduta e ti covavo
con lo sguardo
tenevi gli occhi abbassati
sulle screziature del tappeto
fissavi i supporti
stecchiti del tavolino da tè
ed io sommessamente ti
ambivo
sviavi la conversazione
ti effondevi in disguidi
elusivi
blandendo con la mano
esperta la testa informe
dell’orsacchiotto in
peluche
tirando a forza sulle
ginocchia il lembo della sottana
e faticavo ad inspirare
a rimanere impassibile e
non infierire
poi ecco che subito il
quarto d’ora era trascorso e l’occasione
sfumava
dopo tanti anni le stagioni
si sono accorciate e rimane il rimpianto
di non aver colto il
momento propizio
che allora sembrava
qualsiasi e ripetibile
ed era invece unico e
predestinato
5. SWING, SWING (tempi
moderni)
il disco è sempre quello
ovale
e con i solchi deformati
la vita circuisce
la morte piace
non son picnic
son leptosoma
o Roma o morte
la penna bic
le isole Faeroer e gli
atolli del Pacifico
emettono sibili strazianti
mentre il cow-boy di turno
si lascia crivellare di pallottole esplosive
sfoggiando il solito sorriso
rassegnato
il disco è eccentrico
contorto
accartocciato
la colonna sonora ingrana
sull’urlo raccapricciante delle sirene
cos’è stato: un colpo di
mano delle cellule comuniste combattenti
una strage d’innocenti, un
collasso dello Stato
le isole Faeroer sono
gremite di gabbiani
e i gabbiani planano ad ali
distese
quindi piombano in
picchiata a ghermire
pesciolini guizzanti alla
superficie del mare
a portata di canocchiale
sfilano senza sosta lungo
la costa le petroliere
il disco è sempre quello
bello, bellissimo
con sull’etichetta sontuose
volute dorate
ghirigori arabeschi
la colonna sonora
sfondando il tetto dei
decibel consentiti
ora propina ruggiti
inverecondi
rantoli soffi
lunghe, modulate,
esalazioni
si scopre che dietro una
siepe invero alquanto sguarnita
Gary Cooper e Judith
Garland girano una scena d’amore
e all’orizzonte si profila
il polverone dei nostri che
caricano in ritardo sul gong
il disco, Messieurs, Ladies
and Gentlemen
è un big bang
un reprint, un replay
first class garantito
eccezionale
un colossal atipico con
dominanti western
patetico
quantunque scandito su
ritmi afrocubani
6. LA VITA, COME VA – IL
DESTINO, COME VIENE
elles n’ont pas de
rendez-vous
e le rondini sul declinar
dell’estate
sguazzano in aria senza
meta
gracchiando come lame
arrugginite
non più aduse al taglio
se volete non sputiamo più
sul latte versato
se volete guardiamoci
intensamente
nei globi degli occhi
e se volete lanciamo l’urlo
lancinante di richiamo
se non son rose
fioccheranno denti avvelenati
e chi ci proteggerà quale
scudo stellare
quale flotta affondata di
pacifisti
se non son rose rosse
scogliere coralline
chi ci proteggerà dal
destino carnefice
chi mai ci tenderà una mano
pietosa
non sputiamo più, no, sul
latte sciupato
non immoliamo all’impudenza
gli uccelli appestati e le
lane arrugginite
mentre chi ci protegge ci
tende la mano
e il destino che infierisce
ci segna a dito
se non saranno rose
scarlatte scogliere coralline
lapislazzuli smeraldi né
rubini
bensì ghiaia, ciottoli,
volgari sassi di fiume
scarti di carriere in
disuso rottami di carrucole
rotture di riso
la vita come va
non si sa se dura
se piace
né se ne conoscono i
risvolti repentini
le conseguenze parallele
cosa faremo mai schierati
in fila indiana
o a ranghi serrati e
accostati a due a due
cosa escogiteremo per
consolare i figli
dove approderemo per
scongiurare il blizzard
cosa elucubreremo per
prosciugare le lacrime delle vedove affrante
° ° °
scrivere a macchina se non
son rose fioccheranno denti avvelenati
se non son denti
sono parenti e se non sono parenti amici, amici carissimi,
amici del cuore
intossicati intorbidati stridenti micidiali, amici affilati
acuminati e
fioccheranno fioccheranno come tempeste boreali di neve come
ghiaccioli al polo
nord come aureole non richieste né auspicate o meritate
irraggianti un senso
definitivo di edificante cordoglio
scrivere a macchina del cordoglio
edificante di colui che nella scena sta in
piedi proprio accanto all’amico
distrutto disfatto per sempre stroncato
scrivere SE a caratteri d’oro
scrivere a caratteri cubitali rossi e
dorati SCRIVERE il caso del cordoglio
mesto degli astanti impietriti alla
presenza dell’amico al capezzale radunati
attorno al feretro EDIFICANTE in
silenzio raccolto patetico SE
ma se son rose se son rose rosse se
fossero scogliere coralline lapislazzuli
smeraldi gemme e rubini non ghiaia
capite non sassi comunissimi di fiume
non ciottoli non conglomerati ibridi
opachi ed informi non scarti di carriere
scorie rottami di carrucole rotture di
riso bensì pietre preziose autentiche
concrezioni cristalline sedimentazioni
aurifere
mazzi e mazzi di fiori montagne capite
masse infinite di boccioli di escrescenze
tuberosità floreali migliaia e
migliaia di scogliere al sole gramite di volatili
multicolori e strepitanti che
chiasso capite che clamorosa bordata di luce
se fossero rose tenui rose delicate se
fossero rose imperlate di rugiada del
mattino
se non fossero goccioloni di pianto
corrosivi che han solcato un volto rigato lo
specchio di una vita
a scanso di equivoci
per ogni utile evenienza
a scopo comunque cautelativo
rielaborare –
dicevamo – a macchina il nome della rosa copiare riscrivere
anzi daccapo con
opportune rettifiche e ribattere in bella riciclostilare il nome
della rosa in
versione nettamente migliorata in base ai nuovi orientamenti del
gusto
ricostruita a fin di bene
e se son rose si dilateranno ai raggi del sole
se non son rose spunteranno ai cani randagi
denti acuminati
7. L’ECOLOGO
cucinerai foglie di cavolo per un’intera
stagione invernale
sorseggerai acqua San Pellegrino
ma io sono un tipo più sanguigno
una zuppa di pesce la preferisco
e meglio la bistecca con un sorso di quel buono
atteggerai la bocca a smorfia e ti velerai la
faccia
quando si scorgerà in tivù l’ondeggiare
d’un’anca
ma io sono un tipo che l’anca me la schiaccerei
sul pube
la spoglierei dei veli residui
la triturerei la morderei a sangue
sdegnato ti ritirerai nei tuoi appartamenti
a fissare la parete e reggerti la testa tra le
mani
ma io sono un ganzo un po’ più loquace
e quando rimango solo con me stesso
coltivo l’idea fissa
del sesso d’Antonia compatto come una pigna
8.
donchisciotte o dongiovanni
giuda iscariota o landrù
tu lo decreterai
lo farai sapere al mondo
lo proclamerai coram populo
polli ruspanti e rospi sparlanti
vitelli, cammelli affetti da afasia
coiote ipertiroidei
e le viscide bisce, soprattutto, dagli occhi
storti
dovranno allora acquietarsi e tacere
9. FOSSILI
silenti inerti
minerali
giacciono
sepolti
perenne omaggio
perpetuo messaggio
indecifrato
al risvolto d’una zolla
affiora
il convolvolo convesso
le cui spire
iscrivono in sasso
l’esatta norma divina
mi chino a raccoglierlo
lo depongo sul palmo della mano
lo scruto
considero recupero
ripiego sul reale
avverto l’impeto incombente
dell’immensità
e mi si appanna la vista
di soverchia presenza
innumeri
ebeti
coorti
frattanto
inutilmente calcano la terra
che lasciano impronte
subito eluse
*
* *
IV
Love entertainment
1.
sicché sei una che se gli se
ne offre il destro
non esita a rasentare le
cinte perimetrali del destino
una di quelle che
camminano e vanno lontano lontano
e che ne dici se una di
queste sere
ci facessimo una cassata
panachée al bar dell’angolo
spiandoci a vicenda con la
coda dell’occhio
ci leccassimo l’estremo
angolo sinistro della bocca
ci sporcassimo il vestito
con getti di gelato al pistacchio
ci cavassimo la voglia
lascia stare che si vede
che sei una di quelle che gradiscono
che sanno prendere la palla
al balzo
che ne dici se una di
queste mattine
accennassimo ad un inchino
nell’incontrarci sul pianerottolo
sorridessimo
malinconicamente
azzardassimo una parvenza
di commento
sei robusta perdio sei ben
messa davvero
che ne dici se uno di
questi fine settimana
ti facessi recapitare un
bel biglietto da visita
con il timbro in calce
della Cole & co
2.
perché non m’invii un mazzo
di rose
perché non mi dici che sei
pazza di me
ti attendo velato davanti
al glob-o-bar
e passeremo se vuoi ore
selvagge
ho in testa di trascinarti
al guinzaglio
per le vie pedonali del
centrocittà
ho in mente di applicarti
alle caviglie anelli e catene
e di farti trottar
balzelloni nel giardino pubblico
ho scoperto che si dorme
bene in ospedale
e forse faremo insieme uno
splendido scivolone
che ci taglierà fuori dal
consesso dei comuni mortali
e forse faremo insieme
altre cose da matti
cose da chiodi
se vuoi solo se vuoi
ti aspetto all’ora solita
vicino al chiosco
vestito di tutto punto col
casco e il giubbotto
e la chiusura lampo ai
pantaloni
coi pattini a rotelle
fileremo quatti quatti in
men che non si dica
ce la daremo a gambe
e nessun impertinente mai
più avrà il destro
di farci calare lo
sportello sulle dita
di farci calare la mannaia
sul collo
3.
non mi far disperare
cedi ai miei richiami
lusinghieri
sai quando
con la coda dell’occhio ti
scruto di sfuggita
con le mani nelle tasche
ammicco
quando alzo il mento con
virile baldanza
sai quando tutto congiura
contro di noi
prendo l’autobus al volo e
tu rimani a terra ostaggio inerme delle crude
plebi
ti sorrido scoprendo le
belle file di denti da mastino
e proprio in quel frangente
ti sei voltata a cogliere
un’ispida fronda di biancospino
vocalizzo, gorgheggio,
atteggio nuovamente al sorriso le tumide labbra
e in quella tu scatti a
rattener la cuffia
che un’improvvida raffica
di vento invola
ammiro la tua splendida
silhouette restituita a frammenti balenanti
e labili dalle vetrine
ammiro l’erompere delle tue
flessuosità quando fai fare il giro dell’aiola sotto
casa al paziente
pechinese
non mi far disperare
cedi alle mie brame
accogli le mie impetrazioni
assennate
recedi dall’equidistanza
4.
ma sì, dimmi che m’ami
divertiti a dirmi che sono
tutto per te
giocando a ping-pong ho
scoperto la legge del rimpallo universale
né ignoro
il principio dello scatto
improbabile
la strategia del
dilazionamento anticipato
che permette di tenere in
sospeso il peggio
l’harakiri
per lunghe decine di
minuti, ore, decenni e al limite secoli
ma sì, abbandonati sfogati
ruzza tra le coltri e le
nivee lenzuola
e intanto rivolgimi
appassionate confidenze di liala
attraimi con lo sguardo che
si accende e si spegne
lancia richiami d’emergenza
io
mosso da un empito di
provvido altruismo
mi infilerò tra le tue
braccia chiuse in croce
ti farò capolino tra grembo
e sfilacciate dita
ti sorprenderò
piacevolmente te lo giuro
con il mio sense of humour
sommato al sex appeal
ti impalmerò al cento per
cento
sussurrandoti sommessamente
all’orecchio storielle oscene
e mai sacrificio cruento
sarà stato più
intrinsecamente goduto
da ambo le parti in causa
5.
volevi
volavi
ed io t’inseguivo
amatissima
spiccando aneliti roventi
dischiudendo le ali
dell’ardore
e tu volevi volevi ancora
altro che se volevi tantissimo
degna esponente della
specie che mai non si arrende
che mai non si affatica
degna figliastra della dea
antica
sagoma incorruttibile
glutei delicatamente
ambrati seno turgido e lindo
volevi ed anch’io altroché
se volevo
volavo volavo con le ali
della brama
con le cento risorse del
pensiero
elastico plastico
ridondante
ti inseguivo ti pedinavo
amatissima
non ti mollavo più di un
millimetro
ti serravo stretta stretta
e aderivo alle tue carni
mi adagiavo
sulle tue avvolgenti
cedevolezze
ma tu dov’eri, dov’eri
invece
mentre chiamavo ad alta
voce
dov’eri mentre intonavo
cantici di lode
mentre smaniavo
dov’eri mentre le libere
elucubrazioni
mi conducevano lontano
seno turgido e candido
glutei da capogiro
dov’eri degna pupilla della
dea antica
figliastra della matrigna
mentre ti saettavo incontro
ad ali tese
mentre applicavo
mentalmente tutto il mio corpo al tuo
esaurendomi in te
eri lo so, sì, più
giudiziosa e più terrena
preferivi in realtà
tergiversare
affacciarti sull’abisso
senza patire di vertigini
rimanere sospesa in perenne
pregnante attesa
il tuo slancio era assai
circoscritto
il tuo volo uno starnazzare
strepitoso di gallina
in angusto covile
e la mia frenesia mi rimane
come un nodo scorsoio
stretto in gola
*
* *
V
Divertimenti e bisticci
1. Divertimento
mangia la foglia se vuoi
parlare
trincia l’aringa se vuoi
ballare
stingi l’arancia se vuoi
bruciare
brucia la buccia se vuoi
mangiare
balla la samba se vuoi
scoppiare
stringi le chiappe se vuoi
sputare
òrca che rossa la melagrana
òrca che sorca la
Vincenzina
òrca che porca la
francesina
si fa per dire ma se il mal
di mare
ti avesse a cogliere in
piena manfrina
ostia che grana
cacca che spina
2.
Permissivismo
ma chi sei ma che vuoi
fatti gli affaracci tuoi
statti fermo giù le mani
torna indietro chiudi il
becco
non pensare alla Mimì
non sbirciar la Teresina
lascia perder Guendalina
molla l’osso broccolone
lascia fare a chi ha la
mano
lascia vivere i manenti
lascia correre i furfanti
boia cane tacerai
starai fermo mollerai
disgraziato figlio di
che ti prenda un accidente
acqua in bocca hai capito
non fiatare o sei spacciato
non piatire o sei finito
non mi chiedere la grazia
che ti mangio in un boccone
che t’inchiodo sul portone
che ti estirpo le budella
3.
Permissivismo (2)
cosa vuoi
cosa puoi
pensa solo ai cazzi tuoi
mangia il rancio
bevi tutto
chiava il bue e vai a letto
ti ricordo pisellino
che il destino ti è vicino
che il malore programmato
è in agguato e non aspetta
tira fuori la linguetta
prega iddio e fai in fretta
tira fuori il portafoglio
dai a me e spulcia l’aglio
4.
Fallocrazia
tutte le sere cala la notte
tutte le donne calan le
brache
tutte le barche viaggiano a
vela
dimmi se il frutto del melo
è bacato
dimmi se il muro del pianto
è crollato
dimmi se il buco del culo è
profondo
vorrei fare il giro del
mondo
seguendo il filo
dell’equatore
nuotando a rana o a
farfalla
a lunghi balzi tra le
meduse
vorrei andare sulla luna
cantare salmi a
squarciagola
saltellando di duna in duna
con gli occhiali da
saldatore
vorrei giocare a
rimpiattino
a mosca cieca al più
assassino
solo con te nel tuo
giardino
5.
Fallocrazia (2)
tutte le sere cala la notte
tutte le donne calan le
brache
tutte le barche viaggiano a
vela
andare a caccia della
farfalla
colla doppietta che mai non
falla
colla cannuccia e la
reticella
è cosa, amici, quanto mai
bella
io vado matto per
l’insalata
condita all’agro e ben
mescolata
detesto invece la
cioccolata
la noce di cocco e la noce
moscata
dimmi se l’acqua del pozzo
è gelata
dimmi se il buco del culo è
profondo
dimmi se hai fatto il giro
del mondo
6. Stampa
il bollettino
il più cretino
è il più carino
e il più sopraffino
il gazzettino
scrive che Nino
ha preso un pino
con lo slittino
nicchia la gazza
scopa ramazza
piange ragazza
come una pazza
il gatto puzza
brucia la pizza
frigge la pozza
schiatta la pezza
7. Stampa
(2)
il bollettino
il più cretino
è il più carino
e il più sopraffino
il gazzettino
scrive che Nino
ha preso un pino
con lo slittino
il notiziario
dice che Mario
ha preso un granchio
con il secchiello
bello il calvario
sudario orpello
tipo bonario
segui il binario
ganzo l’erbario
disossa il pollo
circo boario
abecedario
8. Serie
albo
albero
albicocca
allume
alluminoterapia
allucinogeno
psicodislettico
psicofarmacologia
psichedelico
psittacosi
ptosi dei visceri
addominali
apofisi pterigoidea
pteroglosso
pterosauro
ptialina
9. Cifre
favo letta
istri one
scarsa mente gante
ele
lini rumi bego panno
rosa nosa
ziosa o
10. PPAD
p.t.
p.d.
p.c.
d.c.
p.c.d.
d.d.t.
p.p.
psss
prrr
blub
sdong
uahhh
scrashhh
11. IL
CAVALIERE INESISTENTE
Pipino il breve
periclitava stranamente
bofonchiava pericolosamente
starnutiva e si batteva il
mea culpa
facendo agghiacciare il
sangue nelle vene
ai boscimani di passaggio
la spada a doppio taglio
era tanto se riusciva a
sollevarla con due mani
e a
deporla sul tavolo
per non farsela scivolare
sui piedi
i piedi
era tanto se riusciva a
spingerli approssimativamente tutt’e due
nella medesima direzione
le gambe divaricate e
arcuate come in sella ad una cavalcatura
implausibile
duca bien sûr per
antonomasia
troglodita e protonotaro
bersagliere e condottiero
esemplare
12.
VITA VESTRA, MORS MEA
4 e 5 agosto 2004, Castelvetro.
Son parato, sono pronto
Per spiccar il salto eterno.
Quando calerà l’inverno
Su di me non fate conto.
Sarò in cielo ad occhieggiare
Tra le creature belle,
Tra le nuvole e le stelle,
La distesa del gran mare.
Quaggiù bombe ed incidenti,
Con imprechi e gran tormenti,
Mentre diverrò – attenti! –
Il beato tra le genti!!!
13. IL
DESTINO
Luglio 2007, Porto San
Giorgio.
caro amico
te lo dico
c’è qualcosa
che non va
è la ruota del destino
che condanna il clandestino
la campana della sera
batte a morto e si dispera
soffia il vento
e riesco a stento
a guardare verso il mare
che si alza a straripare
caro amico
Federico
c’è qualcosa che non gira
c’è un che da qualche parte
un disguido posto ad arte
nella grana della vita
nel tablò della partita
14. LA
VAMPA
Luglio 2007, Porto San
Giorgio.
Divampava il destino
a cavallo dell’onda.
Sciabordava al mattino
la maretta gioconda.
Giocava con i marosi
alti, belli, dispettosi
il giovane spensierato
curioso del fato.
Ma il destino, si diceva,
divampava anzi che no.
L’onda s’infrangeva,
la spuma dilagava.
E ora il giovane si
turbava,
si ricredeva, si
affrettava,
nuotava alla sponda sicura,
all’arenile della sabbia
dura.
15. ARTE CONTEMPORANEA
Gennaio 2008, Castelvetro
di Modena.
L’arte contemporanea sono
io
O diciamo che potrei essere io
Forse sono io – perché no
Magari sono io in estrema
ipotesi
E, se poi non lo sono,
pazienza
Chi se ne frega, dopo
tutto, dell’arte contemporanea
Semmai inclinerei all’arte
intemporale
Ministeri della cultura e
dei beni artistici permettendo
Musei acconsentendo
Critici e storici dell’arte
tacendo
Galleristi stupendo
Mercanti d’arte andando a
quel paese
Sai del resto che ti dico?
Poco m’importa di tutto
quanto ora c’è ma non conta
Ora vige ma non vale niente
La verità più profonda è
che sono un povero diavolo
Come ce ne sono a milioni e
a miliardi
La verità è che saremo
circondati dai materiali cancerogeni
Sommersi dal riscaldamento
climatico
Travolti dai cicloni e dai
maremoti
Geneticamente disfatti dai
veleni nell’aria, nell’acqua, nel cibo
E che questo capolavoro di
discreazione astratta del reale
Rimarrà anonimo
E sarà stato realizzato da
loro in condominio
I campioni borghesi
della non-art