Breve nota introduttiva

 

Sono nato a Siena nel luglio del 1935. In gioventù sono vissuto a Roma. Ho fatto studi secondari francesi, dalla prima media alla maturità. Buona parte della mia vita da adulto si è svolta all’estero, in Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Lussemburgo. Mi sono però laureato in lingue e letterature straniere moderne (francese e nederlandese) a Bologna.

Nel presente volume ho voluto raccogliere la mia poesia della maturità o, se così si preferirà considerare, della seconda fase o parabola discendente della mia vita attiva, scritta sostanzialmente tra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Il primo piccolo  componimento presentato reca subito, nello stesso titolo, l’evidenza dell’impronta paneuropea della scrittura. Nel contempo segna patentemente, nei temi, l’abbrivo del percorso in discesa della vita, che però è anche il momento di maggiore pienezza delle risorse e dell’esperienza.

Come si vedrà, ho scelto di sistemare l’insieme di questa mia produzione lirica in varie sezioni, munite di specifici sottotitoli e rispondenti a criteri di genere, oppure, in taluni casi, di effettiva unità d’argomento o tempo e spirito della composizione. Mi auguro che tale compartimentazione agevoli la fruizione dell’opera.

Pubblicare, oggi come oggi e in Italia, è assai difficoltoso. Pressoché impossibile è pubblicare poesia. Nel migliore dei casi, l’editore che non si sarà accontentato di cestinare il dattiloscritto offerto o non si sarà dato per educazione solo la pena di rispondere picche, chiederà allo scrittore squattrinato di finanziare in toto  la stampa o di trovarsi uno sponsor disponibile ad esborsare migliaia di euro.

Segnalo comunque – per scrupolo d’informazione – che tre, e solo tre, dei pezzi figuranti in questa silloge sono stati accolti anni addietro in piccole riviste di poesia. Si tratta precisamente di Biancaneve e i sette nani, apparso in «Anterem» n. 17/18, Verona 1981, di Monumento e Nuovi Ulissi inseriti in «Offerta speciale» n. 8/9, Torino 1982.

Manfredi Lanza – Castelvetro (MO), aprile 2007

 

*          *          * 

 

 

                        I                                                         

CANTI   ARIDI

 

 

1. THE GAP

 

è estate e son solo ed ho perso il respiro

da un occhio ci vedo e dall’altro straluno

sapevo che un giorno sarebbe accaduto

la vita prosegue ma io resto indietro

 

il mio passo si è fatto oscillante e insicuro

incedo a tentoni e non oso parlare

conosco il sorriso di chi mi spalleggia

conosco i pensieri di chi mi sorride

 

i fiori son triti ma la siepe verdeggia

i mosconi mi scattano brillanti attorno

i merli saltellano e raspano nel giardino

e sento risuonare la voce del vicino

 

sapevo che un giorno doveva accadere

come quando si sogna che si scappa invano

ed il giorno è venuto al momento segnato

e la vita prosegue ma io resto indietro
 

 

 

2. BIANCANEVE  E  I  SETTE  NANI

 

una fama da rompiballe

una fame da saltimbanco

una fetta di salame

affettata col coltello

sì lo so che sono bello

che ti garbo

e che non puoi

quando Ecate tondeggia

fare a men

de’ vezzi miei

 

gioco di mani

gioco di villani

Biancaneve e i sette nani

le dita nel naso

il culo sul vaso

sette palmi di ramazza

e Biancaneve geme

Biancaneve freme

sorride appena appena

si lascia prendere dal fou rire

si tormenta

non sa proprio più se schiantare in un pianto dirotto

o se toccare il cielo con un dito – il mignolo

la bella illusa nel bosco

l’eterna assopita

si desta a nuova vita

 

lo so che sono bello

che ti vado a genio eccome

e che non puoi

fare a meno di me

quando Ecate trabocca
 

 

 

3. AMOR  FATUO,  AMOR  PROFANO

 

mi avrai

senz’altro

sarò tuo

quando vorrai

sarò tra dieci o vent’anni

il tuo ragazzo squillo

 

calvo

ti saliverò

nella bocca sdentata

e socchiuderai

gli occhi disperatamente

presbiti

 

bisbiglieranno sommessamente

saltellando

i pappagallini

tra le esili filettature

della gabbia sospesa

in controluce

 

e il tè nelle tazze

si farà sempre più denso

e fuori stilleranno goccioline di pioggia diffusa

il cielo basso bassissimo

dilatato

ci coprirà

avvolgerà tutto il minuto mondo quotidiano

in cui avremo

a lungo

caparbiamente

vissuto
 

 

 

4. MONUMENTO

 

strappo alla regola approssimativamente in tre

quattro a babordo e tre a tribordo

uno un po’ zoppo e l’altro balordo

essenzialmente in tredici

che è un numero poco fausto

poco in gamba e con le scarpe anzi

rotte

con rotti i fondi dei calzoni

con le culotte sdrucite

con le mani sudicissime

e il viso coperto di un denso spessore di morchia

con il salvacondotto scaduto

con mille pensieri per il capo uno più preoccupante dell’altro

e con la coca cola che fa bollicine di sete tuttavia

e sotto si vede il seno proteso bipartito da un profondo solco arancione e si

             intuiscono sproporzionate anche a tenaglia

mehr cola trinken drink more cola

una mela fa bene alla salute e due mele ti fanno schiattare

mentre una cola ti mozza addirittura il fiato se è inverno

e ti ritrovi eterno come la brace

rimani di stucco, di sasso, di marmo insomma

monumento secolare al poeta

monumento all’improvvisazione folle

te con un pesce in bocca

te con un’accetta a tracolla

e un mezz’etto di burro nelle mani

te con occhi gonfi e sodi

 

 

 

5. NUOVI   ULISSI

Saremo dei battistrada favolosi

Saremo dei guardrail

Installeremo binari a senso unico

con tratto dentato per le salite

con respingenti elastici all’arrivo

Saremo dei Dante Alighieri

dei Rembrandt van Rijn

spietatissimi

sempre puntuali

mai deludenti

Saremo più unici che rari

con la canottiera del caimano

e lo slip di puro cotone

Chiaveremo come conigli

come mitragliatrici a rullo compressore

ma soprattutto leggeremo tanto

avremo assimilato tutto il romanzo russo

e quasi tutta la poesia americana

Sapremo ritardare lo sbadiglio

e reprimere lo starnuto

Sapremo sorridere in modo irresistibile

con gli occhi che luccicano

e scoprendo un tantino i denti canini

sapremo stare al gioco

stare calmi

attendere la nostra ora

 

 

 

6. A LA MANIÈRE DE

 

il sole che ti brilla in testa

ti fa brillare gli occhi Alina

come un sole che brilla in cielo

ed il cielo si sfalda come uno shampoo

tra i tuoi vaghi crini Alina

e la groppa

tu l’hai cavallina!

 

Alina non è amor

il bruciore che per te mi ustiona

il pensiero che di te mi rode

Alina giumenta scozzese

carina non è amor

quell’ardor

che per te mi consuma!

 

è turpe lo ammetto ma

l’appetito di te mi divora

mi dilania la smania

di sbranarti

straziarti

assennarti (oh furor)

il colpo di grazia fatal!

 

 

 

7. AD A.

 

te sola voglio te sola impetro

tu non mi degni

d’un tuo sguardo

tu non mi degni

d’un tuo saluto

 

mi snobbi tu sola mi snobbi

ed io t’imploro

e non mi assolvi

ed io t’imploro

e non indulgi

 

sei colei che idolatro tu sola

e il tempo deflette

e non ci congiunge

e il tempo decorre

e sempre più divergono

le nostre vie

 

 

 

8. AUTONOMIA

 

la donna oggetto

la donna trastullo

del maschio greve

che l’avvilisce

e tuttavia la culla

 

declina

l’autolesivo privilegio

di restar sola

ed inservibile

 

ripudia

l’ostico diritto

di negarsi alla vita

 

 

 

9. LIRICA  DEL  XXI  SECOLO

 

eh sì eran pieni di luce i tuoi occhi

eran traversati da bagliori intermittenti

eran lampeggiatori al neon

 

eri priva di scrupoli

viziata

frigida e nel contempo esasperatamente ninfomane

e volevi che assistessi senza batter ciglio

alle tue danze del ventre salaci

mentre

l’altra la zoppa la simpaticona

cantava di là la gelida manina

ma cosa pensavi

che potesse durare in eterno la commedia

che mi dovessi per forza suicidare

o annegare nella vasca da bagno

o accoltellare come un giapponese di vecchio stampo

tutto fila meglio ora

tutto va meglio a gonfie vele

tutto prorompe a tutto vapore

taci

non ti far più viva

sparisci dalla circolazione

trapassa o almeno emigra in eritrea

trasportati in altre zone più confacenti alla tua natura selvaggia

e mettiamoci una pietra sopra

una pietra di sasso

una lastra di ghiaccio

per processi irreversibili di ibernazione

 

 

 

10. DICHIARAZIONE

 

queste sono le tue labbra sottili

queste le tue palpebre galvanizzate

le tue mani

di fata si atteggiano ad un gesto d’impudica sollecitazione

le tue labbra si schiudono

i tuoi occhi lampeggiano

e il tuo flessuoso addome intanto

si sottrae ad un’ipotetica presa inarcuandosi

s’impenna

 

ondeggi

spumeggi

sfarfalleggi

 

e non so cosa dirti grossolano pantalone

mendicante muto

attonito

non trovo le parole né i concetti del resto

dubito del pensiero che mi pervade

devio verso la malinconia

 

tu lo sai che non sono nessuno

che non ho nulla da dirti né da darti

e che solo vorrei

abbattermi su di te come un falco sulla preda senza indugi né compassione

come un fanciullo inetto e stolido che s’aggrappa alla madre

come un neonato famelico e urlante che sugge

sfinendolo il seno che lo nutre

come un feto che non ragiona

 

tu lo sai qual è il destino inderogabile dell’uomo

e della donna

qual è la meccanica della vita

lo sai in che senso girano

le lancette dell’orologio

 

penso a te quando ti son lontano

penso a te quando mi manchi

penso a te quando ti vedo né mai

posso dismettere questo pensiero fisso

questa ossessiva

visione di te in piedi leggermente china con le masse gluteiche dilatate

e le poppe che sporgono e i capelli che ti occultano il viso mentre versi il tè

di te che cuci fingendoti assorta in quelle minute occupazioni

di te di profilo in controluce davanti alla finestra

di te adagiata sul sofà con le gambe di sbieco e la gonna

tirata a forza sopra le ginocchia

di te intera e di tutte le tue singole parti

 

ti penso intensamente e non recupero il tuo nome

e non ricordo quando e come fu che una prima volta

ci ignorammo

ci incrociammo

rasentammo assieme i muri e quasi ci sfiorammo

ci spiammo

senza proferire una sillaba sola

un inarticolato

iato

 

 

 

11. PASTICHE

 

me ne va

do a pa

scolare tra le mucche olandesi

e la

dichiarazione dei capi di Stato dell’Africa australe

mi la

scia più che perplesso

meditabondo

inter detto

 

ma che fa

re nelle regioni del nord sostanzialmente sfavorite

quando piovono goccioloni ma goccioloni di due

chili e mezzo

e la

stagione invernale infierisce contro gli accalappiacani

 

no ti

assicuro è un de

stino ingrato e preferirei finire piantatore di cardi nelle piane cinesi

del re

sto tu mi capisci mi passi soavemente il cappio al collo

anche tu quoque brutale

ed ecco che tornano alla carica con il conflitto armato Iran-Iraq

          senza voler peraltro prender posizione

 

è un destino ti assicuro un destino quanto mai

ingrato

ma come nel caso della mela di Guglielmo Tell e in tutti gli altri casi

non ci si può sottrarre al dovere I WANT YOU

how d’you do – zoo zoo

 

 

 

12. DISCORDANZE

 

ma

se ti dico che

me l’ha data a me

non permette più

che la prenda tu

 

mai accettar potrà

l’irremissività

dell’indomita

tua volontà

 

pa

esi e buoi suoi

sì tu lo sai che puoi

pa

rare se lo vuoi

a tutti i guai miei

 

cherchez la femme se va

le la candela intonsa

la saponetta intatta

sul lavandino terso

 

cherchez la gloire sennò

cherchez la petite bête

l’aiguille dans le foin

la paix aux quatre coins

du monde

 

 

 

13. CUCCIA

 

Sissi succhia il lecca lecca

Sissi lecca il lecca lecca

Sissi si ciuccia il pollice

Sissi la caramella la lascia sciogliere piano piano in bocca

voluttuosamente Sissi aspetta

che tutto si svolga da solo

perennemente lascia fare

il destino che la impalma

la sbalordisce la fa tremare

di rabbia d’incontrollata tenerezza

prennemente Sissi si sa

socchiuse e gonfie le labbra e gli occhioni sbarrati

le natiche tenute leggermente scostate

ginocchioni

oppure sbattuta tra i cuscini dal destino indeflettibile

la clitoride che prospiciente urge

e un fran senso di richiamo un’apprensione abissale

e lei Sissi poverina abbandonata lì come latte versato

indifesa arrossata pervasa da fremiti di vergognoso autolesionismo

angosciosamente si palpa ciò che può

imposta le parti protese dissigillate

sotto e tutt’intorno passa un fiume

una corrente

 

 

 

14. INVADENZA

 

a proposito di

petu

lanza

a propo

sito di che

mi dici che mi dici

che mi canti

mi minchioni

a proposito di cantastorie

a proposito di fatti di progetti ultimati senza storie

a proposito di gatti bigi e di ruffiane

di ultima ratio e di speranza

costanza e perseveranza

in tema di pernottamento in parchi pubblici

vietati dopo le diciannove e trenta

a proposito di circoncisione

che mi dici che mi dici

che mi canti

a proposito di conti

chiusi in passivo

a proposito di tono remissivo

quando suona e per chi suona la campana

conversando di campanule nei prati

e di spazi verdi ecologicamente inappuntabili

riguardo a Buttafuoco l’atroce

che mi mormori che

sussurri

cosa bisbigli

trattandosi di giochi proibiti

trattandosi di circoli viziosi

trattandosi di megalomania

mi fai fesso mi canzoni

in ordine ai noumeni e fenomeni

per quanto concerne la cosa in sé

con riferimento al massimo comune multiplo

e minimo comune quoziente di attrito

sul prezzo della benzina e del gasolio

sul problema dell’olio d’oliva

mi esautori a priori

solo parli e non ascolti

solo ambisci e interloquisci

non transigi

non acquiesci

 

 

 

15. ROTTURE

 

ma mi rimase il riso in gola

una foglia di lattuga

non fu emolliente

bastevolmente espediente

nella strozza

mi si formò un ingorgo

incostituzionale

con eczema pruriginoso

a largo raggio diffondente

ti prego

dimmi tu qual rimedio

per chi non si trova dalla parte del mestolo

possa escogitarsi in redenzione

dei poveri affogati

nel proprio sangue

nella loro vergogna

nella loro vita infranta

a tratti mi riprendo

rimetto mano sul bandolo della speranza

e tiro

ma il filo è fragile

e forse corto

chissà com’è

che molti altri campano ignari

crogiolandosi al tepore

delle lampade a raggi infrarossi

chissà com’è

che l’alternanza è fatale

e mai la realtà può trovare un punto definitivo d’appoggio

naufraghiamo

naufraghiamo in due

sarà romantico

sentimentale

sarà bellissimo

se lo rivedremo un giorno in film

magari in altra vita altrettanto priva di vie d’uscita

sarà eroismo involontario

obbligato

eroismo da derelitti

macché

amami Alfredo ti pare

amami mi diceva ma non mi far male

mattacchione d’un Alfredo mi diceva

e lui cioè io nicchiava

nicchiava minchione si defilava

riandando con la mente alla canzone

dell’amaro che ti può restare in bocca

aborriamo il guizzo osceno del pesce che abbocca

purtuttavia

allora appunto

rimasi perplesso

e fu un progresso dovetti riconoscere

che non tutte le ciambelle riescono col buco

e che quando riescono conviene approfittarne

accantonando ogni considerazione

sull’utilità e confacenza del buco in sé

per non dire della sua decenza e ammissibilità sotto il profilo morale

Cartesio esagerava e Spinoza esagerava ancora più

senonché cos’è un passo in un deserto che lentamente scivola all’indietro

labile è ogni umano acquisto

tenue l’esperienza

 

 

 

16. RETICOLATO

 

chissà perché

a me proprio tocca mordermi il fegato

a me succede d’ingrassare

sudo freddo e sento il cuore vacillare

le marine ricordo di quand’ero io

le lunghe spiagge vuote che da un lato chiude

un basso e denso fronte di cardi e di ginepri

e dall’altro dilatano

sconfinamenti azzurrini

giochi al limite del proibito giocavamo

negli affossamenti di quelle plaghe desertate fuori stagione

e, per fruire di tutto lo scarso sole

a ridosso di qualche negletta chiglia

o d’un residuo sgangherato di cabina

 

la vita è trascorsa e non ho potuto riflettere

non ho avuto un attimo di tempo libero

non ho potuto fare il punto e sapere

cosa volevo e cosa sarebbe stato bene volere

la vita è filata via d’un tratto

come una saracinesca subito abbassata

come una promessa data e ripresa

 

 

 

 17. METERMENEUTICA

 

sempre più pensoso

quando attraverso i campi

deserti della vita breve

 

sempre più distratto

quando la pioggia inzacchera

borghi spumosi e spenti

 

sempre più distrutto

mentre la voce attonita

come fosse d’un altro compita

vacue calolalie

 

sempre più ridotto

a un nome sulla carta

per ora dei registri

dei cittadini in vita

 

sempre più cittadino

con casupola monofamiliare

e minuscolo giardino

intercluso tra siepi di ligustro

 

sempre e per sempre

in attesa del messia

in attesa di avere

ancora una volta il coraggio

di guardare in faccia il sole

 

 

 

18. GENERAZIONE E MORTE

 

come piove quanto piove

da ogni dove stilla l’acqua

l’acqua bagna l’insalata

l’acqua è marcia e bagna il tetto

della casa dirimpetto

goccia dentro e bagna il letto

dell’Elmira e di Geppetto

 

cosa credi ch’è il diluvio

il pediluvio universale

l’alluvione radicale senza scampo e senza attesa

di un domani rinnovato

di un radioso paradiso

di un utopico ideale

 

non è vero tutto muta

tutto agise e reagisce

se fluisce rifluisce

avvitandosi a spirale

non è vero che la notte

ferma immobile e fatale

non darà più passo al giorno

 

ma allorché in un cielo terso

tornerà a vibrare il sole

suscitando dalle falde

nuova vita e nuovo canto

nuova vita e nuovo riso

tu sarai tu solo muto

imperterrito e stecchito

sotto un metro o due di argilla

 

 

 

19. SACRAMENTO

 

scoraggiamento scoramento scollamento scorrazzare scortecciare sbucciare sbiancare in volto imbiancare imbandire bandire bendare, ben dare, ben dare, tornare a dare, dare ancora una volta poi più, mai più, dare da bere agli assetati, dare da trincare agli assediati, dare da deglutire tutto un secchio colmo d’acqua gelata agli assillati, agli scalmanati, dare da triturare da dilaniare un pacco di gramaglie, dare da distillare un sacco di balle da sorbire un sacco e mezzo di bugie raccontar frottole propinar bubbole dar da invocare cristi e madonne suggerire grugniti dall’etimo incerto indurre ad enigmatiche interiezioni mettere in mezzo parenti stretti e prischi antecessori dare da fare compiti eruditissimi da impostare equazioni all’ennesima potenza più ics, da smantellare intere città dormitorio, da disintegrare intere zone interregionali, da sfaldare complesse e serratissime mentalità, dar da riflettere da considerare senza scopo alcuno di lucro

 

 

 

20.

 

tacere non recedere non mollare

non zittire chi parla perché obbligatovi

dall’erompente prestanza della personalità

non impedire di parlare a chi sa parlare a chi ama parlare

a chi vuole dir la sua a tutti i costi

a tutti i costi far risuonare le aule e le piazze

della sua stentorea parlantina

a chi vuole commuovere far rabbrividire far allibire

intanto tacere

tenere gli occhi non bassi ma a mezz’altezza a mezz’aria

rimanere in piedi imperterriti

senza arroganza ma con ostinazione

e intanto tacere tacere attendere aspettare sperare resistere continuare a

          tacere continuare la lotta insistere non deviare non tornare indietro

          continuare a sperare ad attendere

ad aspettare

l’ora fatidica in cui

anche tutt’attorno

sarà

illimitato

il silenzio

 

*          *          *

 

 

II

INTERMEZZO   ELOCUTORIO

 

 

1. NOLI TURBARE CIRCULOS MEOS

 

è meglio prendere il treno in corsa

è meglio correre all’impazzata

lo so

ELVINGER

JEAN HOSS

ti cova con lo sguardo

assassino

ma tu vola spicca il volo

è meglio prendere l’aereo in volo

è meglio ridere quando sei solo

è meglio urlare al vento

ELVINGER

JEAN HOSS

lo so

ti cova con lo sguardo

si sganascia dalle risa

ma tu scatta

produciti in un balzo felino

battendo il record assoluto d’altezza detenuto dai russi

ELVINGER

rimarrà di stucco

e JEAN HOSS

diverrà di sale

mentre il destino inclemente provvisoriamente

rifluisce

 

 

 

2. RIFLUSSO (di nuovo a proposito di Elvinger e Jean Hoss)

 

non si sia silenziosi sempre e sempre stanchi

non si pieghi continuamente annuendo la testa

e smettiamola perdio di sorridere slavatamente senza

motivo

senza un solo motivo valido

 

la vita è bella ma può non sembrare

tutto sta a saperla prendere per il verso più giusto

tutto sta a saper saltare gli handicap a piè pari

e mi chiedo Elvinger se mi avesse sentito parlare

così cosa ne avrebbe pensato

 

tuttavia me ne frego di sapere cosa ne pensa

Elvinger

Elvinger non conta per me mi è indifferente

Elvinger da un pezzo mi ha rotto i coglioni

Elvinger è il non plus ultra della melensaggine

e la sua dama di compagnia lo trascura moltissimo

sicché

 

planiamo e proiettiamo i nostri sguardi

su oggetti più degni di speculazione del pene di Elvinger

dei suoi penduli gemelli per nulla preziosi

della ficona della sua eletta dama di compagnia

della sua stronza cugina ninfomane

 

la vita è bella ma bisogna saperne dissolvere le nodosità

diradare le nebbie

e soprattutto – come suggeriva l’altro drittone, il Jean Hoss – bisogna sapersi

          accontentare

sapersi accontentare di acqua e pane

sapersi accontentare di poco sole

 

planiamo e superiamo la recriminazioni terra a terra

i mugolii inutili

prendiamo esempio dai grandi spiriti del glorioso firmamento della storia

          dell'umanità

dalla sana inerzia dei nostri padri

 

cosa facevano i nostri padri e le nostre madri mentre

il cielo continuava a dipanarsi sul loro capo recando alterne influenze

determinando continui sovvertimenti e nuove

ricomposizioni

e continuava a girare e a pesare come un rullo compressore

e continuava sempre a farsi i cazzi suoi e a deragliare come e quanto gli

          pareva e piaceva?

 

ridevano i nostri padri piativano le nostre madri

socchiudevano le labbra e proiettavano il culo

leggermente all’indietro tirando su le gonne

le nostre cugine

digrignavano i denti acuminati soffiando e arcuando la schiena ispida i gatti

delle nostre madri che imprecavano come scaricatori di porto contro il destino

          carnefice

 

pertanto noi che figli siamo

 

e l’ho sempre detto che in fondo in fondo Elvinger e Jean Hoss avevano

          sempre ragione

e se non l’avevano se la prendevano lo stesso e avevano

ragione di prendersela

espettorando sdegnosamente per liberare le vie respiratorie

 

viva ELVINGER, viva JEAN HOSS

abbasso ELVINGER, abbasso JEAN HOSS

 

 

 

3. VICENDA ROMANZESCA

 

Amalrik che lo sapeva

che conosceva per filo e per segno tutti i retroscena della subdola montatura

ne edusse mio padre

il quale ne informò il cugino di un mio prozio

che militava nelle file dei moti irredentisti degli anni Sessanta

ed è appunto in tal modo e per questo tramite

che anch’io lo venni a sapere

e per lunghi anni

specie negli interminabili inverni

mentre fuori imperversava la tempesta di nevischio

o crepitavano senza deflettere le diacce grandinate

potetti fruttuosamente meditare

sull’arcano ingenito deviare

della quiddità intrinseca

sul destrutturarsi perenne e dall’interno

per cui tutto ad ogni istante

inavvertitamente ma ineludibilmente

tende a slittare ad altro

in un complesso processo di rinaturazione

 

 

 

4. IN MEMORIA DI AMALRIK

 

Cosa sai tu di Amalrik?

amava Amalrik il riso?

amava Amalrik il pianto?

il riso o magari preferiva le rotture di riso le piante di gardenia o – che so – il

          pianto a dirotto?

Era Amalrik congenitamente propenso a prediligere la cucina cinese o

comunque orientale? La gonnella scozzese detta whisk? E quando sorrideva

s’imbrattava regolarmente il colletto della camicia la cravatta il risvolto della

giacca di saliva bava moccio quando starnutiva quando tossiva raffrenandosi

portando ilfazzoletto alla bocca sporco, sozzo, già lurido di sudori

penosamente asciugati e sottaciuti o espottorando addirittura grumi polposi

sputando i denti emettendo scintille sanguinolente in tutte le direzioni

irraggiando un pulviscolo in sospensione di personal humectation fluid

penetrantissimo, inconfondibile, ad oltre due metri?

 

Purtroppo i ricordi si sono andati sfaldando nel tempo e despecificando le

memorie si sono arenate nulla più di preciso e di chiaramente identificante

risulta. Scarsi e laconici i documenti non consentono che induzioni a carattere

più che altro illativo. Ci si chiede perché come mai non ci si sia occupati di

Amalrik l’incomparabile quando era ancora tempo prima molto prima

quando sarebbe stato un gioco scattargli una serie infinita di translucid foto-

radiografie diapositive spettrogrammi in bianco e nero e a colori chiedergli

l’autografo intervistarlo

 

Oggi si saprebbe tutto se non avesse taciuto o piuttosto se non si fosse

inspiegabilmente trascurato di farlo parlare di farlo dissertare sulle sue

originalissime tesi possibiliste di accorgersi di lui che nicchiava. E invece ne

siamo ridotti ad interrogarci con ansia a tormentarci la mente a non saper

decidere perfino se il re della sfumatura l’illustre inconcludente, massimo

genio della quarta dimensione dopo Einstein, si dilettasse di ortofonesi od

ortofonopoiesi nei pochi momenti di relax delectation concessigli come alcuni

rovistatori accaniti della storia hanno sostenuto senza addurre l’ombra di una

prova che sia una prova

 

Chi suppone che Amalrik fosse allievo di Borgnik, e chi predica che seguisse

l’insegnamento di Malik. Studiò basso continuo studiò batik. Agile e flessibile

era di certo nella mente e forse nel corpo da giovane che ignoriamo se fosse

breve e tozzo o breve e smilzo o longilineo. Come una liana si snodava

indubbiamente il suo spirito. Come una liana avvolgente e s’insinuava

fremente nei più tenui interstizi tra pensiero e pensiero tra elementi del

paradigma mentale indi inturgidendosi gonfiandosi e facendo saltare le

paratie più fragili determinando confluenze e travasi del tutto imprevedibili

risistemando in chiave sempre nuovamente alternativa lo scibile e l’inferibile

 

Come faremo senza Amalrik? Come faremo senza sapere chi realmente fosse

donde venisse e dove andasse verso quali recondite mete planasse o si

spingesse la sua incomparabile metavisione? Rimarremo vedovi di un insigne

fratello in Cristo ed orbi purtroppo anche in parte di un inestimabile retaggio

inabissatosi nelle falde oceaniche del non più attuale invano scandagliate dai

trattati anacritici

 

Né mai cesseremo il funereo singhiozzo

 

*          *          *

 

 

III

NUOVE   CRISALIDI

 

1.

 

costruisci l’Europa occidentale

e intanto scava l’obbrobriosa fossa

 

l’orizzonte sbanda

ma tu

metti da parte più arte che puoi

ostruisci i punti di fuga

 

tra la folla dei loquaci taci

non rivelare il tuo cocente segreto

edifica l’Europa occidentale

erigi l’esiziale stele


 

2. VERTENZE  CONIUGALI

 

perché ostinarci a darci del se

da tanto tempo siamo parenti stretti

sempre scattiamo sull’attenti battendo i tacchi

quando c’incrociamo a caso per le scale

nulla mai turbò i nostri rapporti ameni

 

siamo o non siamo moglie e marito

adusi a formare sotto medesime coltri

il portento bicefalo

 

diciamoci una buona volta il fatto nostro in faccia

apertis verbis rinfacciamoci le nostre mende

diamo la stura alla logorrea

 

perché non ti lasci sbattere la porta sul naso

perché non ti fai ghermire per i capelli

schiaffare inerme

in una baignoire con copertura stagna

 

non ne posso più di te

ti detesto, ti esecro

e domani potremo ricominciare daccapo

a girare scrutandoci silenti e indispettiti

 

 

 

3.

 

00461

569059

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ricordo che quattro piroscafi grigi

giunsero al porto in meno d’un’ora

io intanto cercavo una via d’uscita

poi mi destavo con un groppo in gola

 

non tutti sanno stare beati a guardare

mentre si proietta una scena d’orrore

mentre si mostra minuto per minuto

come affoga nella melma Amaya la colombiana

 

io, che un orco inseguiva per le scale

e una visione astratta di espansione

assillava, quand’ero fanciullo, al primo imbrunire

 

come comporrei una cifra propizia

o compiterei l’arcana formula deprecatoria

se non mi sostenesse una fede imperitura

che chi la dura la strappa

e che comunque o la va o la spacca

 

 

 

4.

 

con chi parlo

con chi gioco a ruzzica

con chi gioco a rimpiattino

 

eri sola e ti guardavo

stavi seduta e ti covavo con lo sguardo

tenevi gli occhi abbassati sulle screziature del tappeto

fissavi i supporti stecchiti del tavolino da tè

ed io sommessamente ti ambivo

 

sviavi la conversazione

ti effondevi in disguidi elusivi

blandendo con la mano esperta la testa informe

dell’orsacchiotto in

peluche

tirando a forza sulle ginocchia il lembo della sottana

e faticavo ad inspirare

a rimanere impassibile e non infierire

poi ecco che subito il quarto d’ora era trascorso e l’occasione

sfumava

 

dopo tanti anni le stagioni si sono accorciate e rimane il rimpianto

di non aver colto il momento propizio

che allora sembrava qualsiasi e ripetibile

ed era invece unico e predestinato

 

 

 

5. SWING, SWING (tempi moderni)

 

il disco è sempre quello

ovale

e con i solchi deformati

la vita circuisce

la morte piace

 

non son picnic

son leptosoma

o Roma o morte

la penna bic

 

le isole Faeroer e gli atolli del Pacifico

emettono sibili strazianti

mentre il cow-boy di turno si lascia crivellare di pallottole esplosive

sfoggiando il solito sorriso

rassegnato

il disco è eccentrico

contorto

accartocciato

 

la colonna sonora ingrana sull’urlo raccapricciante delle sirene

cos’è stato: un colpo di mano delle cellule comuniste combattenti

una strage d’innocenti, un collasso dello Stato

le isole Faeroer sono gremite di gabbiani

e i gabbiani planano ad ali distese

quindi piombano in picchiata a ghermire

pesciolini guizzanti alla superficie del mare

 

a portata di canocchiale

sfilano senza sosta lungo la costa le petroliere

il disco è sempre quello

bello, bellissimo

con sull’etichetta sontuose volute dorate

ghirigori arabeschi

la colonna sonora

sfondando il tetto dei decibel consentiti

ora propina ruggiti inverecondi

rantoli soffi

lunghe, modulate, esalazioni

 

si scopre che dietro una siepe invero alquanto sguarnita

Gary Cooper e Judith Garland girano una scena d’amore

e all’orizzonte si profila

il polverone dei nostri che caricano in ritardo sul gong

 

il disco, Messieurs, Ladies and Gentlemen

è un big bang

un reprint, un replay

first class garantito eccezionale

un colossal atipico con dominanti western

patetico

quantunque scandito su ritmi afrocubani

 

 

 

6. LA VITA, COME VA – IL DESTINO, COME VIENE

 

elles n’ont pas de rendez-vous

e le rondini sul declinar dell’estate

sguazzano in aria senza meta

gracchiando come lame arrugginite

non più aduse al taglio

 

se volete non sputiamo più

sul latte versato

se volete guardiamoci intensamente

nei globi degli occhi

e se volete lanciamo l’urlo lancinante di richiamo

 

se non son rose fioccheranno denti avvelenati

e chi ci proteggerà quale scudo stellare

quale flotta affondata di pacifisti

 

se non son rose rosse scogliere coralline

chi ci proteggerà dal destino carnefice

chi mai ci tenderà una mano pietosa

 

non sputiamo più, no, sul latte sciupato

non immoliamo all’impudenza

gli uccelli appestati e le lane arrugginite

mentre chi ci protegge ci tende la mano

e il destino che infierisce ci segna a dito

 

se non saranno rose scarlatte scogliere coralline

lapislazzuli smeraldi né rubini

bensì ghiaia, ciottoli, volgari sassi di fiume

scarti di carriere in disuso rottami di carrucole

rotture di riso

 

la vita come va

non si sa se dura

se piace

né se ne conoscono i risvolti repentini

le conseguenze parallele

 

cosa faremo mai schierati in fila indiana

o a ranghi serrati e accostati a due a due

cosa escogiteremo per consolare i figli

dove approderemo per scongiurare il blizzard

cosa elucubreremo per prosciugare le lacrime delle vedove affrante

 

°       °       °

 

scrivere a macchina se non son rose fioccheranno denti avvelenati

se non son denti sono parenti e se non sono parenti amici, amici carissimi,

amici del cuore intossicati intorbidati stridenti micidiali, amici affilati

acuminati e fioccheranno fioccheranno come tempeste boreali di neve come

ghiaccioli al polo nord come aureole non richieste né auspicate o meritate

irraggianti un senso definitivo di edificante cordoglio

 

scrivere a macchina del cordoglio edificante di colui che nella scena sta in

piedi proprio accanto all’amico distrutto disfatto per sempre stroncato

scrivere SE a caratteri d’oro

scrivere a caratteri cubitali rossi e dorati SCRIVERE il caso del cordoglio

mesto degli astanti impietriti alla presenza dell’amico al capezzale radunati

attorno al feretro EDIFICANTE in silenzio raccolto patetico SE

 

ma se son rose se son rose rosse se fossero scogliere coralline lapislazzuli

smeraldi gemme e rubini non ghiaia capite non sassi comunissimi di fiume

non ciottoli non conglomerati ibridi opachi ed informi non scarti di carriere

scorie rottami di carrucole rotture di riso bensì pietre preziose autentiche

concrezioni cristalline sedimentazioni aurifere

 

mazzi e mazzi di fiori montagne capite masse infinite di boccioli di escrescenze

tuberosità floreali migliaia e migliaia di scogliere al sole gramite di volatili

multicolori e strepitanti che chiasso capite che clamorosa bordata di luce

 

se fossero rose tenui rose delicate se fossero rose imperlate di rugiada del

          mattino

se non fossero goccioloni di pianto corrosivi che han solcato un volto rigato lo

          specchio di una vita

 

a scanso di equivoci

per ogni utile evenienza

a scopo comunque cautelativo

rielaborare – dicevamo – a macchina il nome della rosa copiare riscrivere

anzi daccapo con opportune rettifiche e ribattere in bella riciclostilare il nome

della rosa in versione nettamente migliorata in base ai nuovi orientamenti del

gusto ricostruita a fin di bene

 

e se son rose si dilateranno ai raggi del sole

se non son rose spunteranno ai cani randagi

denti acuminati

 

 

 

7. L’ECOLOGO

 

cucinerai foglie di cavolo per un’intera stagione invernale

sorseggerai acqua San Pellegrino

ma io sono un tipo più sanguigno

una zuppa di pesce la preferisco

e meglio la bistecca con un sorso di quel buono

 

atteggerai la bocca a smorfia e ti velerai la faccia

quando si scorgerà in tivù l’ondeggiare d’un’anca

ma io sono un tipo che l’anca me la schiaccerei sul pube

la spoglierei dei veli residui

la triturerei la morderei a sangue

 

sdegnato ti ritirerai nei tuoi appartamenti

a fissare la parete e reggerti la testa tra le mani

ma io sono un ganzo un po’ più loquace

e quando rimango solo con me stesso

coltivo l’idea fissa

del sesso d’Antonia compatto come una pigna

 

 

 

8.

 

donchisciotte o dongiovanni

giuda iscariota o landrù

 

tu lo decreterai

lo farai sapere al mondo

lo proclamerai coram populo

 

polli ruspanti e rospi sparlanti

vitelli, cammelli affetti da afasia

coiote ipertiroidei

e le viscide bisce, soprattutto, dagli occhi storti

dovranno allora acquietarsi e tacere

 

 

 

9. FOSSILI

 

silenti inerti

minerali

giacciono

sepolti

perenne omaggio

perpetuo messaggio

indecifrato

 

al risvolto d’una zolla

affiora

il convolvolo convesso

le cui spire

iscrivono in sasso

l’esatta norma divina

 

mi chino a raccoglierlo

lo depongo sul palmo della mano

lo scruto

 

considero recupero

ripiego sul reale

avverto l’impeto incombente

dell’immensità

e mi si appanna la vista

di soverchia presenza

 

innumeri

ebeti

coorti

frattanto

inutilmente calcano la terra

che lasciano impronte

subito eluse

 

 

*          *          * 

 

 

IV

Love   entertainment

 

1.

 

sicché sei una che se gli se ne offre il destro

non esita a rasentare le cinte perimetrali del destino

una di quelle che camminano e vanno lontano lontano

e che ne dici se una di queste sere

ci facessimo una cassata panachée al bar dell’angolo

spiandoci a vicenda con la coda dell’occhio

ci leccassimo l’estremo angolo sinistro della bocca

ci sporcassimo il vestito con getti di gelato al pistacchio

ci cavassimo la voglia

lascia stare che si vede che sei una di quelle che gradiscono

che sanno prendere la palla al balzo

che ne dici se una di queste mattine

accennassimo ad un inchino nell’incontrarci sul pianerottolo

sorridessimo malinconicamente

azzardassimo una parvenza di commento

sei robusta perdio sei ben messa davvero

che ne dici se uno di questi fine settimana

ti facessi recapitare un bel biglietto da visita

con il timbro in calce della Cole & co

 

 

 

2.

 

perché non m’invii un mazzo di rose

perché non mi dici che sei pazza di me

ti attendo velato davanti al glob-o-bar

e passeremo se vuoi ore selvagge

ho in testa di trascinarti al guinzaglio

per le vie pedonali del centrocittà

ho in mente di applicarti alle caviglie anelli e catene

e di farti trottar balzelloni nel giardino pubblico

ho scoperto che si dorme bene in ospedale

e forse faremo insieme uno splendido scivolone

che ci taglierà fuori dal consesso dei comuni mortali

e forse faremo insieme altre cose da matti

cose da chiodi

se vuoi solo se vuoi

ti aspetto all’ora solita vicino al chiosco

vestito di tutto punto col casco e il giubbotto

e la chiusura lampo ai pantaloni

coi pattini a rotelle

fileremo quatti quatti in men che non si dica

ce la daremo a gambe

e nessun impertinente mai più avrà il destro

di farci calare lo sportello sulle dita

di farci calare la mannaia sul collo

 

 

 

3.

 

non  mi far disperare

cedi ai miei richiami lusinghieri

sai quando

con la coda dell’occhio ti scruto di sfuggita

con le mani nelle tasche ammicco

quando alzo il mento con virile baldanza

sai quando tutto congiura contro di noi

prendo l’autobus al volo e tu rimani a terra ostaggio inerme delle crude plebi

ti sorrido scoprendo le belle file di denti da mastino

e proprio in quel frangente ti sei voltata a cogliere

un’ispida fronda di biancospino

vocalizzo, gorgheggio, atteggio nuovamente al sorriso le tumide labbra

e in quella tu scatti a rattener la cuffia

che un’improvvida raffica di vento invola

ammiro la tua splendida silhouette restituita a frammenti balenanti

e labili dalle vetrine

ammiro l’erompere delle tue flessuosità quando fai fare il giro dell’aiola sotto

casa al paziente pechinese

 

non mi far disperare

cedi alle mie brame

accogli le mie impetrazioni assennate

recedi dall’equidistanza

 

 

 

4.

 

ma sì, dimmi che m’ami

divertiti a dirmi che sono tutto per te

giocando a ping-pong ho scoperto la legge del rimpallo universale

né ignoro

il principio dello scatto improbabile

la strategia del dilazionamento anticipato

che permette di tenere in sospeso il peggio

l’harakiri

per lunghe decine di minuti, ore, decenni e al limite secoli

ma sì, abbandonati sfogati

ruzza tra le coltri e le nivee lenzuola

e intanto rivolgimi appassionate confidenze di liala

attraimi con lo sguardo che si accende e si spegne

lancia richiami d’emergenza

io

mosso da un empito di provvido altruismo

mi infilerò tra le tue braccia chiuse in croce

ti farò capolino tra grembo e sfilacciate dita

ti sorprenderò piacevolmente te lo giuro

con il mio sense of humour sommato al sex appeal

ti impalmerò al cento per cento

sussurrandoti sommessamente all’orecchio storielle oscene

e mai sacrificio cruento

sarà stato più intrinsecamente goduto

da ambo le parti in causa

 

 

 

5.

 

volevi

volavi

ed io t’inseguivo amatissima

spiccando aneliti roventi

dischiudendo le ali dell’ardore

e tu volevi volevi ancora altro che se volevi tantissimo

degna esponente della specie che mai non si arrende

che mai non si affatica

degna figliastra della dea antica

sagoma incorruttibile

glutei delicatamente ambrati seno turgido e lindo

 

volevi ed anch’io altroché se volevo

volavo volavo con le ali della brama

con le cento risorse del pensiero

elastico plastico ridondante

ti inseguivo ti pedinavo amatissima

non ti mollavo più di un millimetro

ti serravo stretta stretta e aderivo alle tue carni

mi adagiavo

sulle tue avvolgenti cedevolezze

 

ma tu dov’eri, dov’eri invece

mentre chiamavo ad alta voce

dov’eri mentre intonavo cantici di lode

mentre smaniavo

dov’eri mentre le libere elucubrazioni

mi conducevano lontano

seno turgido e candido glutei da capogiro

dov’eri degna pupilla della dea antica

figliastra della matrigna

mentre ti saettavo incontro ad ali tese

mentre applicavo mentalmente tutto il mio corpo al tuo

esaurendomi in te

 

eri lo so, sì, più giudiziosa e più terrena

preferivi in realtà tergiversare

affacciarti sull’abisso senza patire di vertigini

rimanere sospesa in perenne pregnante attesa

 

il tuo slancio era assai circoscritto

il tuo volo uno starnazzare strepitoso di gallina

in angusto covile

e la mia frenesia mi rimane

come un nodo scorsoio stretto in gola

 

*          *          *

 

 

V

Divertimenti   e   bisticci

 

 

1. Divertimento

 

mangia la foglia se vuoi parlare

trincia l’aringa se vuoi ballare

stingi l’arancia se vuoi bruciare

 

brucia la buccia se vuoi mangiare

balla la samba se vuoi scoppiare

stringi le chiappe se vuoi sputare

 

òrca che rossa la melagrana

òrca che sorca la Vincenzina

òrca che porca la francesina

 

si fa per dire ma se il mal di mare

ti avesse a cogliere in piena manfrina

ostia che grana

cacca che spina

 

 

 

2. Permissivismo

 

ma chi sei ma che vuoi

fatti gli affaracci tuoi

statti fermo giù le mani

torna indietro chiudi il becco

non pensare alla Mimì

non sbirciar la Teresina

lascia perder Guendalina

molla l’osso broccolone

lascia fare a chi ha la mano

lascia vivere i manenti

lascia correre i furfanti

boia cane tacerai

starai fermo mollerai

disgraziato figlio di

che ti prenda un accidente

acqua in bocca hai capito

non fiatare o sei spacciato

non piatire o sei finito

non mi chiedere la grazia

che ti mangio in un boccone

che t’inchiodo sul portone

che ti estirpo le budella

 

 

3. Permissivismo (2)

 

cosa vuoi

cosa puoi

pensa solo ai cazzi tuoi

 

mangia il rancio

bevi tutto

chiava il bue e vai a letto

 

ti ricordo pisellino

che il destino ti è vicino

che il malore programmato

è in agguato e non aspetta

 

tira fuori la linguetta

prega iddio e fai in fretta

tira fuori il portafoglio

dai a me e spulcia l’aglio

 

 

 

4. Fallocrazia

 

tutte le sere cala la notte

tutte le donne calan le brache

tutte le barche viaggiano a vela

 

dimmi se il frutto del melo è bacato

dimmi se il muro del pianto è crollato

dimmi se il buco del culo è profondo

 

vorrei fare il giro del mondo

seguendo il filo dell’equatore

nuotando a rana o a farfalla

a lunghi balzi tra le meduse

 

vorrei andare sulla luna

cantare salmi a squarciagola

saltellando di duna in duna

con gli occhiali da saldatore

 

vorrei giocare a rimpiattino

a mosca cieca al più assassino

solo con te nel tuo giardino

 

 

 

5. Fallocrazia (2)

 

tutte le sere cala la notte

tutte le donne calan le brache

tutte le barche viaggiano a vela

 

andare a caccia della farfalla

colla doppietta che mai non falla

colla cannuccia e la reticella

è cosa, amici, quanto mai bella

 

io vado matto per l’insalata

condita all’agro e ben mescolata

detesto invece la cioccolata

la noce di cocco e la noce moscata

 

dimmi se l’acqua del pozzo è gelata

dimmi se il buco del culo è profondo

dimmi se hai fatto il giro del mondo

 

 

 

6. Stampa

 

il bollettino

il più cretino

è il più carino

e il più sopraffino

 

il gazzettino

scrive che Nino

ha preso un pino

con lo slittino

 

nicchia la gazza

scopa ramazza

piange ragazza

come una pazza

 

il gatto puzza

brucia la pizza

frigge la pozza

schiatta la pezza

 

 

 

7. Stampa (2)

 

il bollettino

il più cretino

è il più carino

e il più sopraffino

 

il gazzettino

scrive che Nino

ha preso un pino

con lo slittino

 

il notiziario

dice che Mario

ha preso un granchio

con il secchiello

 

bello il calvario

sudario orpello

tipo bonario

segui il binario

 

ganzo l’erbario

disossa il pollo

circo boario

abecedario

 

 

 

8. Serie

 

albo

albero

albicocca

allume

alluminoterapia

allucinogeno psicodislettico

psicofarmacologia

psichedelico

psittacosi

ptosi dei visceri addominali

apofisi pterigoidea

pteroglosso

pterosauro

ptialina

 

 

 

9. Cifre

 

favo            letta           istri            one

scarsa         mente        gante          ele

lini              rumi           bego           panno

rosa            nosa           ziosa           o

 

 

 

10. PPAD

 

p.t.

p.d.

p.c.

d.c.

p.c.d.

d.d.t.

p.p.

psss

prrr

blub

sdong

uahhh

scrashhh

 

 

 

11. IL CAVALIERE INESISTENTE

 

Pipino il breve

periclitava stranamente

bofonchiava pericolosamente

starnutiva e si batteva il mea culpa

facendo agghiacciare il sangue nelle vene

ai boscimani di passaggio

la spada a doppio taglio

era tanto se riusciva a sollevarla con due mani

                  e a deporla sul tavolo

per non farsela scivolare sui piedi

i piedi

era tanto se riusciva a spingerli approssimativamente tutt’e due

                  nella medesima direzione

le gambe divaricate e arcuate come in sella ad una cavalcatura

implausibile

duca bien sûr per antonomasia

troglodita e protonotaro

bersagliere e condottiero

esemplare

 

 

 

12. VITA VESTRA, MORS MEA

4 e 5 agosto 2004, Castelvetro.

 

Son parato, sono pronto

Per spiccar il salto eterno.

Quando calerà l’inverno

Su di me non fate conto.

 

Sarò in cielo ad occhieggiare

Tra le creature belle,

Tra le nuvole e le stelle,

La distesa del gran mare.

 

Quaggiù bombe ed incidenti,

Con imprechi e gran tormenti,

Mentre diverrò – attenti! –

Il beato tra le genti!!!

 

 

 

13. IL DESTINO

Luglio 2007, Porto San Giorgio.

 

caro amico

te lo dico

c’è qualcosa

che non va

 

è la ruota del destino

che condanna il clandestino

la campana della sera

batte a morto e si dispera

 

soffia il vento

e riesco a stento

a guardare verso il mare

che si alza a straripare

 

caro amico

Federico

c’è qualcosa che non gira

 

c’è un che da qualche parte

un disguido posto ad arte

nella grana della vita

nel tablò della partita

 

 

 

14. LA VAMPA

Luglio 2007, Porto San Giorgio.

 

Divampava il destino

a cavallo dell’onda.

Sciabordava al mattino

la maretta gioconda.

 

Giocava con i marosi

alti, belli, dispettosi

il giovane spensierato

curioso del fato.

 

Ma il destino, si diceva,

divampava anzi che no.

L’onda s’infrangeva,

la spuma dilagava.

 

E ora il giovane si turbava,

si ricredeva, si affrettava,

nuotava alla sponda sicura,

all’arenile della sabbia dura.

 

 

 

15. ARTE CONTEMPORANEA

Gennaio 2008, Castelvetro di Modena.

 

L’arte contemporanea sono io

O diciamo che potrei essere io

Forse sono io – perché no

Magari sono io in estrema ipotesi

E, se poi non lo sono, pazienza

Chi se ne frega, dopo tutto, dell’arte contemporanea

Semmai inclinerei all’arte intemporale

Ministeri della cultura e dei beni artistici permettendo

Musei acconsentendo

Critici e storici dell’arte tacendo

Galleristi stupendo

Mercanti d’arte andando a quel paese

 

Sai del resto che ti dico?

Poco m’importa di tutto quanto ora c’è ma non conta

Ora vige ma non vale niente

La verità più profonda è che sono un povero diavolo

Come ce ne sono a milioni e a miliardi

La verità è che saremo circondati dai materiali cancerogeni

Sommersi dal riscaldamento climatico

Travolti dai cicloni e dai maremoti

Geneticamente disfatti dai veleni nell’aria, nell’acqua, nel cibo

E che questo capolavoro di discreazione astratta del reale

Rimarrà anonimo

E sarà stato realizzato da loro in condominio

I campioni borghesi

della non-art