Gemiti
(Vicende lussemburghesi - 3)
I
Pasquale salta pigramente giù dal letto. Vede che, come annunciava la radio francese, la giornata sarà radiosa e calda. Subito, in pigiama, senza essersi ancora lavato il viso né rasato, siede al p.c. e si mette a completare il suo repertorio di dati statistici.
Ma ecco che sente gemere e ansimare, smaniare e sospirare. Da dove nello stabile, da quale appartamento provengono quei mugolii? Si direbbe che le voci – ne ode ora anche, a intervalli, una maschile, pacata e concionante – emanino dal quattro vani attiguo. Però non era mai capitato che sentisse rumori da quella parte, i muri sono spessi e l’isolamento acustico tra contigui è ottimo. D’altronde la vicina, una piacente parrucchiera fiamminga, sarebbe il tipo da esteriorizzare tanto sfacciatamente i suoi languori? Il marito, è vero, se n’è andato in vacanza con i due figli, abbandonandola alla sua vocazione di lavoratrice indefessa. Che possa avere un amico è scontato. Ma, oltretutto, si farebbe sfondare la ciabatta proprio a quest’ora già avanzata del mattino?
In certo senso sarebbe più plausibile che i lamenti provenissero dall’appartamento di sopra. È da quello che emanano per lo più i rumori di passi, di acqua che cola, ecc… Senonché si ripropone l’obiezione della verosimiglianza fisiologica, psicologica e di costume. Una lussemburghese cinquantenne, a quest’ora, e con estrinsecazioni di struggimento così esagerate?
Del resto proprio voci, anche da quell’abitazione, non ne aveva mai udite. Le pedate sul pavimento sono altra cosa.
Intuisce, comunque, che ci dev’essere un qualche collegamento anomalo tra quell’angolo di stanza e una camera del piano superiore, non necessariamente in asse con la sua: una canna fumaria, uno scolo qualsiasi che scenda di traverso lungo le pareti.
Forse è l’Angela, che si fa strapazzare da un bullo sul divano del salottino. Ora che ci pensa, crede di riconoscere le intonazioni del suo annaspare.
Smette, poi riprende con ostinazione, angoscia, non so. È proprio come fosse lì accanto. Si turba: chi ci dice che lei sia consenziente? Forse si è portata in casa un disgraziato e subisce sevizie contro il suo volere. Si lagna tanto e potrebbe star male. Pasquale si alza, esce come per fare qualcosa, ma sul pianerottolo e nelle scale non si sente più nulla.
II
L’amore cova e travolge in ogni stagione. Ma in estate ci lasciamo più facilmente e generosamente andare. Il fuoco divampa negli ambienti di più stretto contatto, in particolare negli ambienti di lavoro. Infatti, pressati dagli stimoli ormonali, dal bisogno di affermarci e dal timore di invecchiare, dove cercare l’anima gemella se non, in primo luogo, nell’immediata vicinanza?
C’è la valvola di sfogo delle vacanze, per chi non sia costretto a partire in famiglia. Ma gli amori delle vacanze sono come un flash che subito si spegne. Con la collega d’ufficio, un concubinato clandestino può tirare avanti anche a lungo e dare maggiori soddisfazioni. Oltretutto, comporta, in chiave duratura, l’emozione della segreta trasgressione. La trasgressione consente a poveri diavoli, altrimenti ridotti ad automi e burattini dalle contingenze sociali, di recuperare una dimensione soggettiva d’importanza, l’impressione malgrado tutto di esistere.
Quantunque la solitudine sia la sofferenza più largamente diffusa in tutta la società e in tutti gli strati sociali, quantunque i soli siano centinaia di mila, milioni, e drammaticamente soli, paradossalmente gli accoppiamenti non sono, però, né automatici, né facilissimi. Si oppone, nel nostro stesso intimo, un radicato timore di accoppiarsi. Non si osa fare il primo passo, ci si tira indietro, si fa finta di niente e ci si attacca ai doveri e al lavoro.
Si ha paura degli altri e di noi stessi. Gli altri, non si sa mai, a priori, che tipi sono. E noi, una volta impelagati, rischiamo di non controllarci più, di perdere la testa. Amarsi può essere pericoloso. Senza contare i tanti tabù che la società ci pone. Se siamo giovani, dobbiamo fare attenzione a non sprecare la nostra vita, a non impegnarci in unioni sbagliate: pensiamo a studiare, a trovare un lavoro e farci una posizione. Se siamo più maturi, siamo anche certamente sposati. Il matrimonio è spesso più una servitù che una liberazione delle potenzialità dell’individuo e un trampolino di lancio. Ti lega le mani e t’impedisce di respirare. Devi mantenere cinque o sei persone, ti devi costantemente comportare come un individuo posato e responsabile, devi occuparti di far crescere due o tre giovani imbecilli. Se hai raggiunto la cinquantina, ti accorgi ch’è stata come una tragica presa in giro. Tragica per te, si capisce, che ci hai creduto, che sei stato al gioco, che ce l’hai messa tutta e non hai combinato un bel niente. La moglie, che, neppure lei, dev’essersi divertita, è divenuta una vecchierella rinsecchita. Ormai ha il viso vizzo come la buccia di una vecchia mela, brontola ogni volta che sente volare una mosca, ti respinge se vuoi abbracciarla.
III
Se era l’Angela, lui chi era? La ganza era tornata a chiamare il francese colla barbetta dell’altroieri? Non crede. Quello non le doveva essere troppo piaciuto. Ha telefonato all’ex, il trentottenne sposato e con prole di cui vantava le doti amatorie, ma con cui aveva rotto per coerenza?
Lei non ha problemi di reclutamento. Non è bella, non è alta, non è bionda e non ha gli occhi azzurri. Anzi è una ragazza del tutto qualunque e più bruttina che avvenente. Ma ha ventiquattr’anni, una salute di ferro e un’efficienza fisica da invidiare. Ogni mattina inizia la giornata con mezz’ora di salto alla corda, pratica il podismo, il ciclismo, il nuoto, il jazz-ballet. A tutti, in ufficio e altrove, fa intuire senza esuberanze di cattivo gusto la propria disponibilità; e tutti, senza eccezioni, le vanno dietro. Anche i pezzi da novanta, celibi o coniugati. Perché così sono gli uomini, famelici, avidi di avventure e di esperienze.
Una volta ha ceduto alle insistenze di Pasquale. Gli ha permesso di accompagnarla nel suo giro in bicicletta per le campagne. Fiero come un giovanotto di primo pelo ha inforcato il suo velocipede sportivo vecchio di trent’anni, e vai che ti pedalo... Lei aveva un attrezzo magari da professionista, ma che a prima vista non sembrava un gran che: grigio e da donna. Il telaio del suo, invece, era lucente e colorato, di verde e di giallo. Inoltre aveva il sellino da corsa, posizionato molto in alto a causa delle sue lunghe gambe. Si era slanciato di gran lena nel primo tratto di strada fuori dell’abitato, un po’ per vedere come e quanto fosse in grado di recuperare la forma in quella disciplina tralasciata da oltre vent’anni, un po’ per mettere in chiaro chi dei due era il partner di riferimento. Lei teneva un’andatura omogenea e l’aveva staccata di qualche decina di metri. Però si era anche subito accorto che il cambio gli funzionava male, non riusciva a passare le marce.
Dopo poco lo superò, senza forzare, senza fuggire. Lui, invece, faceva sempre più fatica. Quando il circuito cominciò leggermente a salire, la perse di vista. A un bivio, già stanchissimo e consapevole che il gioco dei rapporti di trasmissione, oltretutto, lo penalizzava, smontò e andò ad accucciarsi su un sasso, ai piedi di una grande croce di legno, lì piantata.
IV
Siamo a metà agosto. In Italia si parlerebbe di solleone, ma in queste plaghe il sole non è mai leonino, non ruggisce, non incute timore. È tanto se talvolta torna a comparire, pallido e fugace nello specchio del cielo, per non farci dimenticare del tutto che esiste.
Dio esiste? Il sole esiste? Teoricamente dovrebbero esistere, ma quando si susseguono i giorni cupi; quando la vita è grigia, priva di scopo e di senso; quando nel mondo ne succedono di cotte e di crude, i bimbi muoiono di fame a centinaia di migliaia, le popolazioni si sterminano a colpi di machete, maremoti e onde anomale inghiottono gli abitanti dei litorali, eruzioni vulcaniche e sismi tellurici cancellano persino le tracce dell’umana civiltà su terre fino ad allora feraci e felici; quando gli eserciti degli Stati più progrediti si accaniscono con armi sofisticate contro beduini del deserto; quando la propaganda e la menzogna addormentano e addomesticano i cittadini più dotati d’istruzione e di strumenti critici, trascinandoli senza difficoltà nella notte dell’irrazionalità; può venire da dubitarne, ci si può scoraggiare.
Gian Filippo, lui, non si scoraggia di certo, né si lascia venire per il capo pensamenti tanto neri. È un allegrone, un simpatico. Lo trovi sempre nei bar e sempre a raccontare barzellette. La sai l’ultima? Quale, quella di Berlusconi e Prodi che involano posate d’argento per ricordo al pranzo offerto al Quirinale dal presidente della Repubblica? No, quella del papa che vuole per forza guidare la macchina e si fa cogliere in eccesso di velocità…
Gliela dirà un altro giorno, perché, oggi, ha fretta. Scende coll’ascensore e va a bussare alla porta del capodivisione. È un ometto accorto, combattuto tra un’alta opinione di se stesso, maturata con il tempo, e un senso d’inferiorità innato che credo gli provenga dal fatto di essere ebreo. Gli ebrei, e più ancora gli ebrei convertiti, sono intimamente minati dal dubbio se sia più da invidiare il loro preteso primato d’intelligenza o da compatire l’umiliazione cui si credono condannati dal fato.
Il dottor Ermenegildo Levi gli chiede se sia disposto a recarsi la settimana prossima in trasferta, presso gli uffici di Bruxelles. Perché no? È ovvio che si è liberi, quello della libertà è un principio teorico sacrosanto. Ma non bisogna mai rifiutare. Se si vuole essere stimati e promossi occorre mostrarsi sempre disponibili, dinamici, ottimisti. È solo preoccupato per Angela, di cui ignora che fine abbia fatto. Vorrebbe poterla proteggere in caso di guai. Ma certo non può né genericamente rifiutare, né tirar fuori la questione della ragazza con il capufficio.
V
Rientra presto, verso le diciassette e trenta, e sale a suonare il campanello dall’Angela: nessuna risposta. Riprova due volte, ma non è in casa. Dal suo appartamento telefona a Teresa, una segretaria della Corte di Giustizia che la conosce. Le chiede se, per caso, l’ha incontrata oggi. No, non l’ha vista. E, del resto, perché avrebbe dovuto vederla? Non lavorano neppure in seno al medesimo organismo: Angela è alla Commissione. Gli potrebbe, però, ricordare l’interno telefonico dell’ufficio della ragazza? Teresa, che non sa troppo chi sia l’importuno, esita. Però i numeri non sono segreti, figurano negli elenchi interni. Per cui, dopo tutto…
Chiama dunque, ora, in ufficio. Ma il telefono suona a vuoto. Non risponde nessuno, sono già scappati tutti via.
Alle diciannove esce per andare a mangiare fuori e quando rincasa è troppo tardi. Disturberebbe. È così che ha finito col non riuscire né a vederla, né a parlarle prima della missione in Belgio.
Sono in due traduttori italiani, con le rispettive segretarie, negli uffici di Bruxelles, che assomigliano spiccicati a quelli di Lussemburgo. Qui, comunque, si è più pressati dal lavoro. Sono richieste prestazioni rapide e bisogna improvvisare. Il collega è più giovane, in tutti i sensi: lo è d’età e d’anzianità di servizio; amministrativamente, è di grado inferiore al suo. Senonché viene a Bruxelles più spesso di lui e ha la vocazione del vincente. Pertanto si atteggia a caposquadra. Gli uscieri consegnano a quello le cartelle con i documenti da tradurre e lui li assegna a Pasquale o a se stesso, a seconda delle lingue di partenza. Il nostro dovrebbe reagire, e senz’altro lo farebbe se prendesse sul serio il suo ruolo. La verità è che lo considera accidentale, posticcio. E si diverte a vedere come l’altro faccia l’importante.
Nei ritagli di tempo pensa ai fatti suoi e butta giù appunti per racconti che forse un giorno scriverà. Il collega giovane gira per i corridoi. Si guardano bene dal recarsi insieme al bar o di uscire la sera, insieme, invitando magari le segretarie. Sono implicitamente rivali: l’ambizioso punta a sopravanzarlo nella carriera e tra qualche anno diverrà capufficio.
Il principale monumento di Bruxelles è una fontanina d’angolo tra due vie del centro storico, con un putto di bronzo che spara acqua dal pisellino. Guarda questa sculturella ridicola e pensa a Michelangelo, al Davide, ad esempio; alle fontane romane del Bernini, alla Fontana di Trevi. Non c’è che dire gli occidentali hanno un’idea della grandezza, della bellezza, assai diversa dalla nostra: meno retorica, sì. Ma – osiamo dirlo – anche, e infinitamente, meno proponibile, meno valida.
Essere senza un amico, senza un punto umano d’aggancio, diviene più problematico nelle pause di tempo libero, quando si esce a prendere una boccata d’aria. Stranamente il provare piacere o dispiacere, il divertirsi o anche l’annoiarsi in una città in cui si è di passaggio assumono un’intensità molto maggiore se si è in compagnia. Si ha, infatti, la sensazione di non essere soli a vivere quegli istanti e l’altrui partecipazione ce li rende come più reali.
A Lussemburgo è già solo, ma qui, dove tra l’altro non capisce bene neppure lui cosa sia venuto a fare, si sente un escluso tra i più tagliati fuori dalla vita sociale. Nel contempo si diceva che quello era un sentimento assolutamente normale in un disoccupato, in un maghrebino o negro discriminato, in un povero diavolo di quarantenne o cinquantenne che abbia perduto tutto, come ce n’erano a centinaia di migliaia in Europa, ma ben singolare in un privilegiato come lui a spasso per Bruxelles.
VI
Guidava come un pazzo sulla strada del ritorno. Voleva tornare, tornare presto, tornare subito. Eppure quel ritorno era meramente illusorio, dato che anche nel capoluogo del granducato non sarebbe stato davvero a casa sua. E ancora, guidando, rifletteva. Al fatto che l’affrettarsi è un costume radicato, come un’innata tendenza nell’uomo, il quale tuttavia non si dirige verso alcuna mèta ferma, né sicura. L’ultimo approdo della vita è tutt’altro che un felice porto.
Si è fermato a far benzina non appena oltrepassata la frontiera. In Lussemburgo costava molto meno che in Belgio. E ne ha approfittato per chiedere un caffè, subito però pentendosene, visto che in quel posto di rifornimento per automobilisti frettolosi e camionisti non potevano presentargli che la solita tazzona da un quarto di litro d’acquaccia tiepida, sporca e zuccherata. Il male era fatto, con la conseguenza da lui tardivamente prevista e, per rimediare in parte, si fece allungare altresì un cornetto. Questo risultò freddo e ripienissimo di una marmellata di prugne di scarto, che, assieme alla brodaglia anzidetta, gli fece da indesiderata cena per la sera. Dopo quella combinazione di abominazioni gastronomiche, non si sarebbe più potuto azzardare a mettere altro in bocca fino all’indomani mattina.
Un avventore nativo, che aveva l’aria di un habitué della bottega e, alto, biondastro e slavato, doveva essersi bevuto un bicchierino di troppo, volle attaccare conversazione e gli chiese, vedendolo alquanto più moro di lui, se fosse marocchino. Disse ch’era italiano. «È quasi lo stesso», commentò l’euforico individuo. E si capisce che Pasquale non ne fu invogliato a proseguire lo scambio di convenevoli.
VII
Trovò l’Angela sotto casa. Era uscita dimenticando la chiave del portone. Aveva suonato i campanelli degli altri inquilini, ma, o che nessuno fosse in casa o che temessero di avere a che fare con importuni, non aprivano. Aspettava, dunque, che qualcuno rincasasse e Pasquale capitava a puntino. Oltretutto lei era giù di morale. Stava bene, anche troppo bene, ma si sentiva oppressa da un’inspiegata tristezza.
Entrò con lui, che le chiese educatamente se volesse bere o mangiare qualcosa. Fortunatamente non aveva sete, né fame. Neppure, però, aveva voglia di parlare, né di guardare la televisione. Andò in bagno, poi passò in camera da letto. Pasquale la seguì, l’abbracciò, la baciò. Angela si lasciò andare lunga distesa sul giaciglio e, appena lui le ebbe sfiorato i seni, si sfilò lo slip. Tutto si era svolto troppo inaspettatamente e fulmineamente per l’attempato funzionario. Non era di primo pelo e l’impressione di essere aggredito gli inibì la libido. Lei socchiudeva le cosce agognando il maschio assalto e, a lui (che figura!), l’arnese non s’impennava.
Vista la mala parata, Angela ritirò su l’indumento intimo e scappò via.
VIII
Da ragazzo era stato un fusto, robusto, piacente, ma idealista e malinconico.
Ora, alla sua età, era divenuto magari più entusiasta e pronto a saltare su tutte le occasioni che si presentano di gioire, di sacrificare alla vita, ma non aveva più il fisico per farlo.
Tuttavia cerca, modestamente, di mantenersi in forma. Va a correre al parco del Bambusch con quattro colleghi, i pomeriggi del sabato. D’altronde non saprebbero, altrimenti, che fare. È un modo per far passare il tempo.
La mattina, se il cielo lo consente, si può andare a far la spesa al mercato all’aperto della Place Guillaume II, in pieno centro. Ci sono le bancarelle all’italiana, i verdurai e fruttivendoli che dispongono le loro cassette di merci su tavoloni di legno con rinforzi d’alluminio, i pizzicagnoli in camper appositamente attrezzati con apertura e mostra sul fianco. Da un lato, l’incursione in questo mondo piace e quasi rinfranca, richiamando tanti ricordi tra i più infantili e più cari. Dall’altro suscita un senso di disagio, perché sembra di stare in uno scenario da film montato per l’inganno di un’artificiosa felicità. A pochi passi da lì sono ben più reali la Place d’Armes, con i suoi bar all’antica e i suoi suonatori di trombetta e trombone sotto all’apposito baldacchino, e la Grand-Rue, corso elegante con negozi di paccotiglia.
Ma alle quattordici e trenta, sole, nuvole o pioggerella che sia, s’incontrano fuori città all’entrata dell’area boschiva, in calzoncini corti o in tuta e con le scarpe da ginnastica. Subito si mettono a trotterellare per i sentieri, per non essere tentati di rimanere solo a guardare chi gioca a tennis o a pallavolo, o i bambini che scalciano palloni mezzi sgonfi sul grande spiazzo.
Fanno con grande impegno il loro allenamento collettivo per oltre un’ora in quei sottoboschi privi di attrattive, anche solo naturistiche. Sudano su percorsi curvilinei, zigzaganti, in piano, in lieve salita o pendenza, pieni di buche, di ostacoli, di foglie fradice. Attorno alle sedici sono di ritorno sul vialone d’accesso dove hanno parcheggiato le macchine.
Non si lasciano senza scambiare, ora, lazzi, notizie, confidenze, il tutto in tono ridanciano. Ognuno si vanta delle sue prodezze, vere o presunte, e Pasquale si lascia andare a rivelare ch’è stato con una ventiquattrenne. Non rivela, certo, l’identità della pretesa partner, né, tanto meno, fornisce dettagli sull’andamento dell’incontro d’amore. Ma suscita uno zampillo veemente di curiosità. Si cerca di indovinare, si comincia a immaginare. Entro pochi giorni non si parlerà d’altro nei corridoi, negli uffici, nei bar dei palazzi del Parlamento. E poco a poco, verrà costruendosi tutta una storia attorno al fragile e sostanzialmente fasullo tema da lui suggerito: che mandrillo il Pasquale! Alla sua età, quatto quatto, continua a farsi le ragazzine. Chissà quante ne fotte nei week-end!
IX
Poche stazioni ferroviarie al mondo si fanno notare per una loro speciale bellezza e già non moltissime per un certo spiccato carattere che comunque le renda preziose ai nostri cuori. La stazione di Lussemburgo è particolarmente squallida. Piccola, con un’architettura da tempietto kitsch nella sua parte che prospetta sulla Place de la Gare e, all’interno, una decorazione stomachevole.
Angela gli aveva lasciato nella cassetta delle lettere un biglietto, in cui diceva di essere via e che sarebbe rientrata domenica alle diciannove con il treno. Se fosse andato a prenderla, lei si sarebbe risparmiata il tassì.
Dunque non se l’era presa. Lo aveva perdonato. Fu felicissimo di prestarsi a farle da autista, figurarsi! Questa volta, lo invitò lei nel suo due camere e salotto. Preparò una cenetta, poi gli mostrò la sua stanza, la cui stretta finestra dava sui cortili. Era più in vena della sera sventurata e la fanciulla se ne accertò, strusciandoglisi addosso con la scusa dell’angusto spazio tra la finestra e il letto a due piazze. Andò a farsi una doccia e tornò con un accappatoio ampiamente aperto sul petto e sul ventre.
Per timore di un nuovo cedimento da eccessiva foga della controparte se avesse soprasseduto, la prese subito e Angela se ne dichiarò contenta. Ma non rimase da lei tutta la notte. Lei preferiva sempre dormire da sola.
X
Tradurre, come ha giustamente rilevato Umberto Eco, non è fornire l’esatto equivalente di un testo in altra lingua, bensì darne un equivalente il più possibile esatto, ossia, in definitiva, approssimativo. L’approssimazione è inevitabile in quanto, da lingua a lingua, non vi è perfetta corrispondenza. Ma i profani non lo sanno, non ci pensano, né ci devono pensare. Il traduttore finge che la corrispondenza esatta esista e pretende di fornirla. Quando tutto va liscio, il profano non si accorge della sostituzione e crede di leggere una copia certificata identica all’originale.
La difficoltà dell’esercizio, certo, si accresce notevolmente quando lo scrivente originario mal padroneggia la propria lingua al punto che risulti dubbio cosa intenda dire; e quando, come spesso capita ai politici, a bella posta anzi impiega espressioni ambigue, in modo che possano essere interpretate diversamente da ascoltatori o lettori altrimenti orientati, che ne rimarranno tutti soddisfatti. Peggio quando, come anche avviene, lui stesso non sa né cosa dice, né cosa vuole dire.
Insomma tanto gli interventi orali quanto gli scritti dei politici sono ardui da tradurre, perché difficili da capire pienamente e con certezza. Inoltre il traduttore è solo con il testo battuto a macchina nel suo stanzino e in genere ignora il contesto rispetto al quale il pezzo assumerebbe una più perspicua parvenza di senso.
Quindi butta giù, quasi meccanicamente, con gli strumenti, le procedure e i trucchi del mestiere.
Accade che un testo di grande rilevanza, d’importanza addirittura costituzionale o giuridica, sia stato redatto in origine da scalzacani o che contenga brani di politichese dal senso volutamente indefinito. Accade che politici, in aula, si lamentino di traduzioni imprecise, imprecando contro quegli ignari di poveri diavoli della traduzione, chiusi nei loro angusti bureaux.
E allora potrai essere convocato dal caposervizio che ti intratterrà del più e del meno, e solo quando sarai uscito dalla sua stanza verrai a sapere dalle segretarie o dai colleghi che hai preso uno svarione in qualche proposta di risoluzione sulla curvatura dei rebbi delle forchette. Quelle strane osservazioni del superiore in merito agli incerti della vita avevano voluto essere una lavata di capo al funzionario non sufficientemente accorto, non sufficientemente attento a dove mette i piedi, non sufficientemente capace di esprimersi senza lasciare il segno, senza mai sbilanciarsi, né dire niente di niente.
XI
Cosa vogliamo dalla vita?
Era tornata dalle vacanze Rebecca, una segretaria romana della Commissione, anche lei. In qualche modo si trattava dell’amica più o meno fissa del Pasquale. Non era una sbarazzina come l’Angela. Non che fosse più pudibonda o morigerata, ma meno avventurosa e volubile, sì. Forse aveva solo meno fantasia. Però la sua maggiore costanza affettiva era un pregio comodo e rasserenante.
Meno dell’Angela, ma anche lei era giovane; non aveva raggiunto la trentina.
Rebecca e Angela, tra l’altro, erano amiche e si confidavano quasi tutto. Ma erano anche diverse. Si frequentavano solo quando all’una o all’altra, o a tutt’e due, buttava male. Quando non riuscivano a sopportare l’acredine della loro condizione. Un po’ si masturbavano e smaniavano da sole, nei rispettivi quartierini, ma poi il bisogno di sfogarsi a confidenze e chiacchiere con qualcuno la vinceva.
Le nottate insieme ripartirono come prima tra Rebecca e Pasquale. Nulla era cambiato tra loro. Lei, prima di aver conosciuto Pasquale, aveva inoltrato domanda per essere trasferita a Bruxelles, perché non resisteva a Lussemburgo, che era un buco. Il suo era un problema vitale. Non se la sentiva di stare da sola e rimediare uno spasimante affidabile sarebbe stato – pensava – più agevole in una più grande città, dove tra l’altro c’erano anche molti più svaghi.
Ora, con Pasquale si trovava bene. Però lui non era sempre disponibile e aveva l’età che sappiamo. Rebecca si diceva che la relazione non sarebbe stata sufficientemente salda, non sarebbe durata, un giorno lui l’avrebbe lasciata.
A letto si sentiva rinascere, perché per troppo tempo era stata privata di sesso e della connessa stima di sé. Aveva tanto bisogno d’un uomo che, oltre a farle quanto la natura comanda, la stesse ad ascoltare, le parlasse, le insegnasse come va il mondo, la facesse sentire viva e presente con una sua, pur minima, personalità, dignità.
Pasquale si era affezionato. Lo gratificava avvertire quanto lei avesse bisogno di lui, quanto rinvigorisse a stargli accanto.
Ma non era, Rebecca, una patita dell’erotismo. L’amore, lo concepiva al modo tradizionale. Stando sdraiata sul dorso, lo prendeva con soddisfazione nell’organo fesso a ciò deputato, ogni volta acutamente sensibile al fatto che la penetrazione fosse stata più o meno completa e profonda della volta precedente. Si prestava anche a lambire e suggere il saltimbocca, perché dovevano averle inculcato l’arte sin da prima della pubertà. Però riluttava ad ogni più peregrina prestazione. Le posizioni e combinazioni eterodosse la sconcertavano. Insomma aveva una vocazione da compagna legittima.
XII
Erano arrivati cinque nuovi colleghi, assunti in base al concorso di febbraio e marzo. I loro lavori andavano rivisti. Dovevano abituarsi al linguaggio e alle convenzioni degli organismi europei. Dovevano farsi le ossa. Così si diceva. Ma soprattutto dovevano farsi conoscere, dovevano trovare la loro collocazione nel servizio. Erano alla mano, socievoli, accomodanti; o pieni di sé, infidi e prepotenti? Simpatici o antipatici? Scherani o avversari potenziali rispetto a ciascuna delle figure affermate, da tempo in sella e in tacita concorrenza tra di loro?
I revisori, per il fatto stesso del ruolo da svolgere nei confronti delle matricole, erano combattuti tra la soddisfazione di far valere la loro superiorità e la tentazione della solidarietà. Cercavano, comunque, di legare a loro le reclute. Ma il caposervizio puntava su quelle, invece, per contenere e ridurre l’autorità degli anziani. Pertanto, favoriva i novizi. Li spingeva a familiarizzarsi con le lingue dei nuovi Stati entranti, li inviava a corsi d’informatica. Entro pochi mesi avrebbero sviluppato competenze più aggiornate rispetto alle vecchie leve ed avrebbero cominciato a soppiantarle.
A Pasquale non sfuggivano queste manovre, umilianti per lui come per altri, un tempo portati in palma di mano per qualche loro competenza particolare. Capiva che vi era una sola parata valida: svicolare, ottenere il trasferimento in servizi più essenziali, più politici. Ma a lui interessava solo dall’esterno e in via accessoria la politica. Era capitato al Parlamento e in Lussemburgo per caso. Per cui subiva pazientemente, prendeva tempo.
Uno dei colleghi meno dotati aveva trovato un’ottima via d’uscita. Si era arruolato nel sindacato e vi faceva una strada di cui nessuno lo avrebbe creduto capace. Va da sé però che, data l’indole di Pasquale, quella era ancora meno per lui una soluzione cui appigliarsi.
XIII
Come in ogni autunno, era stata allestita la giostra sul Glacis, un immenso spazio a ridosso del Rond-Point Schuman su cui sbocca, venendo dal Centro Europeo, il cosiddetto «ponte rosso». Durante tutto il resto dell’anno, quello sproporzionato spazio inedificato era adibito a parcheggio per le macchine. Ora l’avevano recintato con steccati metallici e cavalli di Frisia qua e là piantonati da vigili in uniforme nera e, all’interno, avevano sistemato un bengodi di baracche con il tiro a segno, la pesca delle ochette di plastica, gli spacci di zucchero filato e di patate fritte. Dominava il tutto un’enorme ruota panoramica variopinta con sedili appaiati che salivano a decine metri, al di sopra delle fronde già spoglie degli alberi ornamentali piantati sui marciapiedi, al di sopra dei tetti spioventi di ardesia bigia, in pratica nel cielo: di lassù si sarebbe potuta godere una vista esclusiva su tutto il bizzarro patchwork cittadino, non fosse che l’inusuale volo ascensionale dava le vertigini e, già prima di essere precipitati nel contrapposto baratro, si provava l’orrore di quella caduta. Gli avventori erano numerosissimi e facevano la fila: adulti, coppiette di giovinastri, madri di famiglia con mocciosi, vecchi cadenti, tutti si candidavano all’emozione che ti mozza il fiato, volevano provare il brivido, lo spavento del tracollo nel vuoto.
Pasquale era stato trascinato lì dai colleghi Imberti e Tarantino, ma non si divertiva. Non capiva anzi come tanta confusione potesse divertire e men che mai che ci si spassasse a sentirsi morire dalla paura. Imberti insisteva:
– Dai che proviamo a vincere qualche regalo da portare ai nipotini. C’è il lancio del peso sulla guida a saliscendi. Vediamo chi di noi tre ha più muscoli nelle braccia!
– Non siamo mica dei ragazzini.
– Non vuol dire. Ogni tanto bisogna dimenticarsi dell’età. Fa bene tornare giovani e spensierati.
– Certo – sentenziava Tarantino – starsene sempre seri e imbronciati, rimuginare all’infinito i propri affanni non serve e non giova alla salute.
E i due si lasciavano incantare dagli allettamenti dei capannoni.
Abbandonandoli alle loro bambinate, il nostro si era portato sotto la ruota panoramica, soprattutto per osservare la curiosa ressa degli appassionati. Poi, allontanandosi verso l’Avenue de la Faïencerie, aveva insomma raggiunto l’altra estremità del piazzale e, attraversata la strada, si era trovato all’ingresso di un cimitero intitolato alla Vergine. Che contrasto con le baldorie e il baccano del Glacis! Qui solo tombe di marmo, una accanto all’altra lungo viali e viali! La serenità mortuaria di quest’isola di pace gli aveva ridato coraggio. Era tornato a respirare a pieni polmoni.
XIV
Ogni tanto Angela tornava a farsi vedere. A cercarla, nulla da fare. Ma, quando Pasquale meno se l’aspettava, la giovinetta si rifaceva viva. Specialmente se Rebecca era in trasferta per lavoro o assente per qualche altra ragione.
Lei d’altronde, come non gradiva dilungarsi in carezze e abbracci dopo l’amore, così non era il tipo da perdersi in preamboli. Badava al sodo. Era lei e solo lei a decidere se sì o no, ed era sempre solo lei a guidare la danza.
Un pomeriggio venne, si mise nuda e saltò a cavalcioni sul pube offerto di Pasquale, quindi si produsse strillando in uno schiaccia e tira forsennato, che atterrì il partner. Come e ancor più della prima volta, era lui l’elemento passivo del rapporto di coppia, l’oggetto sessuale. Quella ragazzina era una diavolessa!
Per far calare la tensione, lei, e riaversi dallo sconcerto, lui, uscirono poi a passeggio nei boschi. E, mentre camminavano, Pasquale fece presente ad Angela che con quei sistemi prendeva grossi rischi. Si rendeva conto che, a forza di darla a tutti senza precauzioni, un giorno poteva ritrovarsi affetta da malattie veneree o da aids? E comunque anzitutto, chiavando con quell’irruenza cieca, prima o poi sarebbe finita senz’altro incinta.
Angela scoppiava in risate argentine. Correva per i dirupi. Saltellava. Come volesse imitare l’acqua limpida dei torrenti e delle cascatelle.
XV
Giù nel Rollingergrund ci sono i capannoni della Villeroy & Bosch. Sulla sinistra, superati il casotto del custode e la sbarra sempre alzata nei giorni feriali, c’è anche il deposito e negozio del vasellame di non ineccepibile riuscita. In realtà i difetti del prodotto sono irrilevanti, solo gli esperti del settore li vedono o li suppongono. E, al pubblico, servizi da tavola raffinatissimi sono offerti con ragguardevoli sconti.
Rebecca gira ammirata tra tutto quel ben di Dio, ma ne prova, a dire il vero, soggezione. A casa dei suoi, a Roma, si mangiava in scodelle e piatti qualsiasi, spaiati. Non aveva mai visto fino a quella mattina una vera zuppiera di ceramica, con il coperchio bombato che, di lato, presenta una piccola fessura ad arco per lasciar passare l’asta del mestolo d’argento.
Servizi per dodici e più persone con paesaggi tradizionali di castelli lussemburghesi in grisaille; servizi bianchi con decorazioni di motivi vegetali in blu di Sèvres; oppure con parsimonia e leggiadramente ornati di foglie, fiori e frutti di bosco solo sui bordi dei piatti; oppure proprio bianchissimi e abbelliti da filettature e quadrettature in rilievo. Pasquale ripone nel cestello degli acquisti, da presentare alla cassa all’uscita, nove piattini ottagonali decorati con ochette e figure geometriche. È una scelta eccentrica, che sorprende Rebecca, oltretutto a causa della sicurezza e prontezza con cui è stata effettuata. Lui, volentieri, si orienta verso fogge, disegni e tinte impensabili anche con le cravatte, che poi mette di rado.
Rebecca, semmai, prenderebbe qualche piatto o scodella di stile più moderno, con triangoli ottusangoli e scaleni neri e mezzalune arancioni. Ma costano. E poi quando mai servirebbero, da lei. Mangia sempre in frett’e furia sul tavolo da cucina e sono spuntini. Ospiti a pranzo o cena, non ne ha mai. Offre solo saltuariamente brindisi, drink, dopocena danzanti, serate di ciarle tra amici. Per i crostini, i canapè, gli stuzzichini, le olive farcite, bastano vassoietti o ciotole qualsiasi e, più che altro, in quelle occasioni contano le bottiglie e i bicchieri.
XVI
Avveniva che Pasquale rimpiangesse un’altra sua effimera amorosa: Margherita, padana sposata con un buono a nulla e madre di due bimbe piccole. Avevano avuto rapporti stretti di lavoro, poi anche erotici. Lei, dapprima, lo respingeva a parole, ostentando sorpresa e indignazione. Ma, dato che la pressava e le assicurava che la relazione sarebbe rimasta strettamente privata e segreta, si era poi sciolta e abbandonata d’un tratto.
Era una donna di concetto e con lei aveva creduto di poter parlare da pari a pari di letture, lingue, letterature. Si era figurato che avesse gusto e s’intendesse di pittura. L’avrebbe potuto aiutare a sviluppare le sue più personali doti, a coltivare i suoi autentici interessi, lontani le mille miglia dalle quisquilie di cui un amaro destino lo costringeva ad occuparsi.
L’aveva altresì supposta del genere fedele, del tipo che tende a stimarsi proprietà esclusiva dell’uomo cui si sia, una volta, data. Una Rebecca in più radicale, insomma. Ma si era sbagliato. Non era affatto una donna seria, né un’intellettuale; solo, invece, un’inibita, una frustrata. In gioventù si era fatta surclassare da un’infinità di coetanee più disinvolte e carine. Si era sposata per disperazione, troppo felice di aver trovato un pretendente, anche se abulico, impacciato, sgraziato. Ora che, trentenne, raggiungeva l’apice della forma fisica e si era costruita un profilo professionale; ora che, insomma, era stata promossa donna vera, nulla più desiderava che recuperare, scatenarsi. Pasquale aveva creduto di sedurla ed era invece stato, dal punto di vista della Venere or ora emersa dalla spuma marina, la prima conquista di lei. Una conquista intesa come eminentemente transitoria.
A un certo punto non si era più mostrata disponibile, aveva preso le distanze senza fornire spiegazioni. Lui l’aveva incalzata con domande e lei non aveva trovato di meglio da ribattere se non che le si era, sì, concessa poche volte, per mera bontà d’animo e compassione. Ora se la faceva con un altro, a quanto si vociferava nei corridoi del Parlamento; posto poi che quell’altro fosse realmente uno solo.
XVII
L’arrivo di un giovane cugino, che doveva partecipare ai campionati europei di ping-pong a Pulvermühl e che a lui toccò ospitare, lo costrinse a non veder Rebecca per tutt’una settimana. Accompagnava in macchina il parente, lo guardava un po’ giocare con quei tiri radenti, ora lunghi fino quasi a uscire dal rettangolo verde, ora invece smorzati e cortissimi, spesso roteanti e devianti. Iniziava la partita piazzandosi a buona distanza dal tavolo, dava con la racchetta rigida strani colpi, secchi e traditori. Poi, d’un tratto si slanciava in avanti, andava a raccogliere a rete, si tuffava sotto il piano di gioco e salvava palle che si sarebbero dette ormai perse. Mani, braccia, gambe erano in continuo movimento. Nel complesso, però, tutto quel vorticare di arti era una noia per lo spettatore non appassionato.
Pasquale andava ad aspettare la fine della gara al bar o usciva fuori, sul piazzale, a guardare il panorama.
Fece visitare al giovane il Grattacielo del Parlamento, il bar del ventiduesimo piano, le mense. Lo portò anche fuori città, un giorno, in un ristorante sulla strada che conduce alla Mosella. Lì si poteva mangiare all’aperto, su un terrazzo in mezzo agli alberi, se il tempo era buono. E, con un bicchiere di vino, ci si dava l’illusione d’essere felici, d’essere in Italia.
La Mosella è un po’ il mare di Lussemburgo. Da Roma, quando prende la smania di eludere le beghe meschine di cui è contessuta l’esistenza ordinaria, di rappacificarsi l’animo tuffandolo, oltre lo scudo degli occhi, negli spazi del cielo, del mare, ci si reca a Ostia o a Fregene. In Lussemburgo si va a guardare la Mosella a Remich. Il fiume che fa da frontiera con la Germania non è come i nostri modesti corsi d’acqua che rimangono a secco in estate, ma ampio, largo, carico d’acque sempre abbondanti. Un ponte, in alto, lo attraversa. Lungo la riva, un largo viale alberato costeggia l’acqua fluente e, a sinistra, sono allineati alberghi, bar, ristoranti in stile primo Novecento, con gradinate davanti e i pianoterra molto rialzati in previsione delle esondazioni ricorrenti. Ci si siede nelle poltrone davanti ai finestroni che danno sulla allée e sul fiume, si ordinano tazze di cioccolata calda e si guardano passare le chiatte. Dall’altra parte, la costa tedesca ci pare, chissà perché, meno avvincente.
Spostandosi in macchina verso sud o verso nord si scoprono i versanti di colline coperti dalle vigne ed è ancora una componente festiva che ci riporta con il pensiero al Monferrato e alle aree mediterranee. D’altronde, non furono i romani ad incivilire queste zone e a recarvi la vite?
In definitiva si torna a casa con l’impressione di aver fatto un salto nello spazio o nel tempo e di avere rivisto cose familiari.
XVIII
Pasquale era stato, agli inizi della carriera, uno dei beniamini dei capi di allora. Lo avevano favorito e i funzionari di grado intermedio avevano temuto di essere da lui scavalcati. Se l’erano legata al dito. Ora erano loro alle leve di comando e si rifacevano. Continuavano a considerarlo non più come un rivale, certo, ma comunque come un antagonista potenziale. Pertanto badavano a non coinvolgerlo nella gestione del servizio e a lasciare che cuocesse nel suo brodo.
Si profilava la sistematica informatizzazione del lavoro. In traduzione, presto gli addetti avrebbero cessato di registrare su nastri le loro traduzioni per farle poi battere a macchina dalle segretarie, avrebbero digitato direttamente i testi sulle tastiere. Inoltre, in caso di bisogno, avrebbero consultato gli schedari del servizio Terminologia sugli schermi dei loro apparecchi, senza spostarsi dall’ufficio, né perder tempo in telefonate. In questo modo, i passaggi da lingua a lingua sarebbero stati molto più celeri e il fabbisogno di personale ausiliario sarebbe sensibilmente diminuito. E poco importava se la qualità e la chiarezza dei testi ne avrebbe sofferto: in definitiva quella produzione di montagne di carte serviva più che altro a mascherare una sostanziale inerzia del marchingegno europeo e incertezze, indecisioni, divergenze inconfessate.
I primi p.c. in arrivo erano destinati in esclusiva ai neofiti.
Per la forma e per potere un domani accampare scuse attendibili nelle debite sedi la vicecapo, dottoressa Mira Bennati, con simulato candore e voce acidula, fece un giro degli uffici, chiedendo a ciascuno se avesse dimestichezza con l’informatica. Va da sé che la risposta doveva essere negativa. Rimase male quando Pasquale le disse che aveva un p.c. a casa e ne faceva un uso pressoché quotidiano per suoi scopi privati. Storse la bocca in un sorriso d’incredulità e segnò pro forma quel che le parve più conveniente sul registro.
XIX
– Le dirò, caro Lippi – fece a Pasquale il capodivisione Levi –, lei è uno dei nostri collaboratori più apprezzati. E ho appunto bisogno di qualcuno che sia in gamba, che padroneggi il francese scritto come l’italiano. Si tratta di stendere i resoconti dell’assemblea mista Parlamento CEE - Stati Africani. In quella sede le lingue ufficiali sono solo due, ma per lunga tradizione siamo associati ai francofoni quanto alla redazione della parte in lingua francese. Di prammatica venivo sempre inviato io ad assolvere un compito tanto delicato, ma ora, lei capisce, la mia funzione mi tiene bloccato in ufficio.
– Vorrebbe dunque incaricare me?
– Se lei è d’accordo.
– Come potrei non esserlo. È un onore e un piacere, per me, rendermi utile; e talvolta in divisione le giornate e le settimane passano senza che si combini gran che.
– Non deve dire questo, caro amico. Proprio lei che questa settimana ha fatto uscire una relazione della commissione per l’agricoltura di grande momento, di primario interesse, sulle quote lattiere! E la revisione alla signorina Fiorelli sul buco nell’ozono?!
– Scusi se sono così poco al corrente, ma quando avrà luogo la riunione dell’assemblea mista?
– Si svolgerà dal pomeriggio di lunedì alla mattina del giovedì, la prossima settimana, nell’aula del palazzo Schuman, qui a Lussemburgo.
– E a chi mi devo presentare per avere il tesserino d’accesso e sentire cosa esattamente si attenda da me?
– Prenda contatto con il collega belga Jean-Philippe Daewoet. Gli può telefonare oggi. Vi metterete d’accordo sulla ripartizione dei compiti.
Pasquale pensò che, ancora una volta, quello era un espediente per tenerlo il più possibile lontano dal servizio. Con il pretesto dell’eccellenza, in questo caso; della rara competenza, fatta valere quando tornava comodo ai superiori e ciò nondimeno ignorata quando pure faceva comodo, cioè quasi di continuo. Ottimo livello professionale che non gli avrebbe fruttato reali soddisfazioni, né avanzamenti di grado, ormai.
Si faceva atrabiliare con il trascorrere degli anni e forse veniva sviluppando un’ombra di complesso di persecuzione.
XX
Per fortuna il cugino era ripartito, entusiasta del Lussemburgo. Pasquale doveva inaugurare l’auto nuova ed ebbe l’idea di un fine settimana con Rebecca a Parigi.
Senonché la strada era tutt’altro che breve e il motore cominciò a perdere colpi, a diverse riprese. Pasquale accostava nella corsia d’emergenza e subito tutto tornava normale e lui ripartiva. Cominciò a preoccuparsi davvero la terza volta.
Nelle vicinanze della capitale francese chiese a un meccanico di controllare e l’energumeno gli fece presente che il serbatoio del carburante era sporco, forse c’era della ruggine all’interno. Gli consigliò, una volta tornato a casa, di riportare l’auto al venditore che glielo avrebbe sostituito in garanzia.
Frattanto quell’inconveniente aveva già sciupato l’incantesimo della scappata. Pasquale era divenuto nervoso e guardava Rebecca in cagnesco. Passeggiarono sul lungosenna, visitarono Montmartre, mangiarono brodo di cipolle e bistecche al pepe annaffiate di Beaujolais nouveau. Ma non recuperarono il buonumore. La mattina di domenica, prima di riprendere il cammino di casa, vollero recarsi al Beaubourg, senonché nella piazza antistante c’era una folla fittissima che inscenava una manifestazione e il complesso museale era chiuso.
Tornarono a Lussemburgo viaggiando a singhiozzo e sotto scrosci di pioggia, soprattutto dopo la circonvallazione di Metz. Non sempre la fortuna arride agli spavaldi.
XXI
Le discussioni sul bilancio dell’Unione si protraeavano a Strasburgo. Erano stati presentati fiumi di emendamenti e non si veniva a capo di niente. Alcuni proponevano la bocciatura del progetto della Commissione, che, oltretutto, avrebbe fatto capire a quelli di Bruxelles l’importanza imprescindibile cui era assurto ormai il Parlamento. Era il Parlamento, unico organo eletto a suffragio universale, a rappresentare i popoli dell’Europa. E la sovranità appartiene ai popoli, in regime democratico. Pertanto era ora che ministri nazionali ed esperti nominati dai governi la piantassero di farla da padroni e di definire le politiche comunitarie a tavolino tra quattro gatti vecchi e spelacchiati. L’uomo della strada europeo non sapeva, né capiva niente di ciò che si tramava da decenni a Bruxelles. Raramente era stato consultato e lo si poneva regolarmente davanti a fatti compiuti, un po’ perché era un modo di procedere più spiccio e meno costoso, ma soprattutto perché si paventava che, nonostante le campagne pubblicitarie e i lavaggi del cervello televisivi, eventuali referendum avrebbero dato esiti negativi.
Un veto parlamentare, d’altronde, avrebbe scosso l’autorità della Commissione e, perciò, erano iniziate sottobanco trattative finalizzate a salvare capre e cavoli.
Di conseguenza in divisione, a Bruxelles, a Strasburgo, si lavorava come matti a tradurre centinaia di emendamenti di mezza pagina o tre righe che, poi, il responsabile avrebbe ritirato o che sarebbero stati bocciati dall’assemblea uno a uno su indicazione del relatore competente, nel quadro di una procedura di voto interminabile e noiosissima, come constatava Pasquale ascoltando dal vivo dall’impianto di radiodiffusione ad uso interno:
– Emendamento numero 3.045 presentato dall’onorevole Caccamo, a nome del gruppo dei non iscritti, sul finanziamento di centri di formazione per la tutela delle oche selvatiche. Ha facoltà di parlare l’onorevole Caccamo per illustrare la portata della sua proposta di modifica.
– Signor presidente, onorevoli colleghi, le oche selvatiche sono di una rilevanza primordiale per l’Europa. Molti lo ignorano o fingono d’ignorarlo. Ma cosa sarebbe l’Europa di domani se non ci preoccupassimo di salvaguardare le specie animali topiche e le risorse naturali, nonché paesaggistiche? C’è chi si lascia acriticamente trasportare e cullare da miti di un progresso tecnico sconfinato… Faccio appello al senso di responsabilità, alla maturità, alla coscienza umana ed etica dei membri di questo eletto consesso…
– Il suo tempo di parola è scaduto, onorevole Caccamo. Ha facoltà di parlare l’onorevole Wetsemburger, contro l’approvazione.
– Egregi deputati, troppo è troppo! Dovere star qua ad ascoltare baggianate sull’etica delle oche è il colmo! Non siamo ragazzini, mi pare, e non abbiamo tempo da perdere!
– La ringrazio onorevole Wetsemburger. Qual è il parere del relatore?
– Consiglio senz’altro di votare contro, signor presidente.
– Dichiaro aperta la procedura di voto. Prego i deputati di premere il pulsante corrispondente alla loro scelta sul dispositivo apposito… La votazione è chiusa. Risultato: votanti, 271; no, 238; sì, 6; astenuti, 27. L’emendamento è respinto.
XXII
Non c’è soddisfazione, davvero. È come una messa in scena, né tragica, né veramente comica. O piuttosto comica sì, se si vuole. Diciamo che potrebb’essere da ridacchiare, ma ci manca qualcosa, un ultimo tocco. Certamente offre mille spunti per novelle, romanzi e commedie da far crepare. I presupposti comici principali sono dati dalla seriosità, dalla convenzionalità, dall’ipocrisia. I primi attori e i secondi e terzi ruoli portano tutti la maschera. Nessuno è schietto, nessuno è se stesso. Né i politici, né gli amministratori.
Il lato serio della questione è che, malgrado tutto, dall’opera buffa emanano provvedimenti legislativi che andranno a regolare la vita reale della gente. È vero che in passato si è trattato quasi solo di direttive strampalate sul diametro delle capocchie degli spilli o sulla lunghezza regolamentare dei cetrioli. Ma le cose stanno cambiando, l’Europa presto stabilirà se si può o non si può fumare, se è ammessa l’adozione da parte di coppie di omosessuali, se è lecito o vietato fare scuola ai propri figli in casa. E moltiplicherà i formulari da compilare, gli obblighi di iscriversi su registri, di fornire dati personali a fini statistici: cognome e nome, data di nascita, stato civile, studi e diplomi, confessione religiosa, opinione politica, inclinazioni sessuali, e chi più ne ha, più ne metta.
Arrovellarsi in speculazioni amare, tuttavia, rischia di non condurre da nessuna parte.
Il piccolissimo ma opulento Lussemburgo ha impianti sportivi di prim’ordine. Al Kirchberg c’è una piscina olimpionica: una vasca gigantesca con svariate corsie. Per accedere è d’obbligo la doccia. Ma, una volta entrati, non si è tenuti a tuffarsi. Alcuni frequentatori abituali, allungati a terra su asciugamani o su sedie a sdraio, prendono il sole dal lato della parete di vetro. I più si fermano al bar-ristorante a bere qualcosa o a mangiare. È riposante conversare al tavolo contemplando i nuotatori e i singolari effetti dei fasci di luce in diagonale sull’insieme della scena.
Pasquale, spesso, ci veniva da solo verso le undici e mezzo, anticipando l’uscita dal lavoro per la pausa pranzo.
A quelle latitudini incontrare qualcuno per caso, far conoscenze, mettersi a chiacchierare con gli sconosciuti non erano prospettive gran che possibili. La gente è solitaria, diffidente. E, per di più, non ha alcunché da dire. Ma lui ne approfittava per svolgere riflessioni tra sé e sé. In definitiva era una specie di conversazione, tra presunti partner interiori. Una parte di lui era pur sempre avida di novità, di successi. L’altra ammoniva la prima che la vita è come un palo.
XXIII
Si fece viva una maghrebina con passaporto francese, incontrata tempo addietro su un treno. Lavorava in banca, era giunta da poco nel Granducato e non conosceva alcuno all’infuori dei pochi colleghi di lavoro, con i quali preferiva mantenere prudenti distanze. Accettò con trasporto l’idea di una gita comune a Treviri il sabato successivo. I due giorni interamente liberi del fine settimana sono un tormento per i nuovi arrivati, anche perché i locali pubblici sono pochi, non presentano attrattive originali e chiudono tutti alle dieci di sera.
Treviri, per certi versi, sarebbe carina non fosse tedesca. Compiuto il giro dei monumenti romani, la Porta Nigra e l’anfiteatro, non vi è altro da combinarvi. I ristoranti, a causa della diversità degli usi e costumi, ti possono riservare sorprese sgradevoli. Pasquale, nel suo tedesco stentato, credette di ordinare una minestrina e gli piazzarono davanti una zuppiera con oltre un litro e mezzo di un’incerta brodaglia a base di cavoli e rape.
Quanto alla Faridah, chiaramente, se lo aveva cercato, era soltanto perché non sapeva a chi appigliarsi. L’intento era di farsi passare l’angoscia e il pallino del suicidio, scavalcando indenne il weak week-end. Non voleva altro, né avrebbe tollerato avance. Era musulmana, piccola e mora come un tizzone spento e la discriminazione etnica è la disposizione d’animo meno latitante nei paesi che sbandierano democrazia, eguaglianza e solidarietà, questo è vero. Scovarsi un amoroso, di cui pur aveva un incomprimibile bisogno, non le sarebbe stato facile. Però, a meno di un congruo supplemento di profferte specifiche decisamente vantaggiose sotto il profilo patrimoniale o carrieristico, non era suo interesse mettersi con un vecchio. Oltretutto glielo vietava la coscienza religiosa.
XXIV
Nella hall del nuovo edificio BAK ci fu la distribuzione delle medaglie ai funzionari che avevano superato o raggiunto il traguardo dei quindici anni di servizio. Il presidente del Parlamento in persona, con al fianco niente po’ po’ di meno che il segretario generale, lesse un discorsetto di circostanza in inglese che gli era stato preparato da un portaborse. Tracciò in sintesi la storia delle Comunità europee nate nel dopoguerra e che si sono gradatamente evolute. Disse come si reggevano sulle istituzioni, delle quali il Parlamento non era certo la meno prestigiosa. Accennò anche al ruolo sempre più fondamentale svolto dall’organismo da quando, a partire dal 1979, i deputati sono eletti. Quindi si attardò a sottolineare l’importanza capitale dell’opera prestata dai funzionari di ogni rango e settore. Loro erano i costruttori materiali dell’Europa. Dedicavano ad essa tutte le energie. Erano cittadini europei a pieno titolo; più attivi e protagonisti, quali europei, d’ogni altro cittadino d’Europa. Insomma erano un’avanguardia, una guardia d’onore, un patriziato. I loro meriti erano insigni.
Vi fu un applauso generale, quindi gli oltre centocinquanta addetti interessati furono chiamati nominativamente, ad uno ad uno, e andarono a ricevere dalle mani del massimo rappresentante dell’ente prestigioso il loro medaglione d’acciaio argentato in scatoletta blu scuro con la scritta EP/PE e una corona di dodici stelline d’oro. A ciascuno a turno, presidente e segretario generale stringevano la mano.
Pasquale esaminò la patacca. Al verso era liscia, con «Parlamento europeo» scritto in nove lingue a stampatello, in cerchio tutto intorno. Nel disco centrale campeggiava: «Pasquale Lippi». Al recto era invece di fattura irregolare e pseudorustica. A destra figurava una figura femminile in piedi, priva di volto e di mani. A sinistra un torello cornuto sovrastato da un cespo di lattuga da cui emergeva una spiga e che, dall’appendice subaddominale, emetteva un copioso fiotto di liquido seminale sul terreno. Alludeva alla fertilità e all’agricoltura. Di nuovo intorno si leggeva: «coltu ro met», che il nostro giudicò dicitura arcana anzi che no, forse in esperanto, e da rapportare alla simbologia del torello che sparge sperma sui campi. Quindi, in lettere greche: «Europa». «Iddio ci scampi e liberi», pensò tra sé il nostro protagonista. Neppure lui avrebbe saputo precisare a cosa si riferisse con esattezza il suo scongiuro. Ripose comunque l’oggetto nel dozzinale scrigno scuotendo la testa.
XXV
È inaudita la quota di equivalente prodotto interno lordo assorbita dalle strutture pubbliche e apparentate.
Entri alla Deutsche Bank del Boulevard Konrad Adenauer ed è un tempio. Sin dal porticato, pietre nobili per terra e su tutte le pareti. All’interno, due piani con ballatoio che si affaccia sul vasto atrio; e, lungo tutto il perimetro del pianterreno, come tante cappelle separate, ognuna dotata di sue opere d’arte di maestri contemporanei. La cappella è delimitata, verso l’atrio, da un banco simile alla tramezza che nelle chiese separa l’area dell’altare dal transetto e, dietro, ufficiano due o tre addetti vestiti di scuro. Quando una delle cappelle si libera, suona una campanella per avvertire il prossimo cliente che tocca a lui. In centro alla sala, ricoperta in alto da una doppia cupola in plexiglas o altro materiale affine, un’opera di quattro o cinque metri d’altezza, composta di metalli saldati, di cui ci si chiede se intenda rappresentare qualcosa e, in tal caso, cosa: un corpo a corpo tra titani, la lotta per la vita, l’angoscia esistenziale? Tutto questo pomposo bailamme, a realizzarlo e decorarlo, dev’essere costato un bel po’ di milioni. Siamo all’apice della grandiosità bancaria, ma, a pensarci bene, tutte le agenzie, anche le più modeste e anche in giro per la derelitta Italia, hanno quanto meno finestrature imponenti e sono pavimentate a marmi e graniti. E chi paga?
Non diversi, anzi ancor più monumentali e ricchi sono i palazzi che occupano gli organi dell’Unione europea in più città del continente. Graniti a volontà. Parquets e soffittature in legni pregiati. Spazi molteplici e sconfinati: aule grandiose, emicicli, corridoi, stanze, bar, ristoranti, biblioteche, sale di riunione, scalee e scaloni, capricci architettonici all’interno come all’esterno. E chi paga?
Pasquale sa che, per trovare un buco d’appartamento, ha dovuto fare il diavolo a quattro e che se ne va in affitto un importo mensile che, se per lui, funzionario privilegiato, rappresenta solo un ottavo dello stipendio, oggettivamente corrisponde alla somma di due salari medi in Italia. A parte i poveri in canna, cioè coloro che lavorano duro senza mettere un centesimo da parte, abbiamo, nei nostri paesi, milioni di ventenni e trentenni disoccupati. Abbiamo centinaia di migliaia d’immigrati che vengono ammassati in ghetti periferici senza servizi civili, senza scuole, nosocomi, anagrafi, negozi, centrali della polizia, né autobus o metropolitane che consentano loro di evadere da quell’universo concentrazionario. Il contrasto tra quei paradisi del sopruso e questi inferni dell’abbandono urla vendetta. Senza parlare del terzo mondo, dei paesi meno favoriti in cui muore di fame e di malattia oltre la metà dell’umanità e che, dopo averli defraudati delle loro risorse naturali e sfruttati a sangue per due o tre secoli, oggi, sostanzialmente, lasciamo alla loro sorte, accontentandoci di accusarne le popolazioni di radicalismo religioso e politico.
XXVI
Che spreco di vite, che spreco di amori! Pasquale si diceva che la sua, di vita, non era servita a niente. Da giovane avrebbe voluto fare il pittore. Gli piaceva disegnare e, sia nel contemplare il mondo, sia nell’imbrattare tele, aveva un’acuta sensibilità quanto a combinazione dei colori. Ma non lo avevano incoraggiato a seguire quella vocazione. Si sarebbe dovuto iscrivere ad un’accademia e poi far assumere, ad esempio, da un’azienda di pubblicità oppure sarebbe divenuto cartellonista. Però queste derivazioni applicative e utilitarie gli ripugnavano. L’arte, per lui che non ancora era un artista, poteva essere solo libera ricerca della struttura profonda, della ragione, della cifra delle cose. Un mestiere disincarnato, da animo puro, da angelo del cielo.
Spesso, attraversando i quartieri bassi di Lussemburgo, costruiti nell’affossamento che separa in due parti la città alta e lungo il quale corrono fiumiciattoli così esili da sembrare semplici canali di scolo, si era detto che sarebbe stato un privilegio, per lui, abitare in questo rifugio protetto di vita popolare e all’antica, piuttosto che nei quartieri bene con le loro case tutte uguali e prive di carattere. Che lusso sistemarsi uno studio lungo il costolone che guarda a est, verso il Château du Rham, dove, quantunque si sia nel cuore della città, sembra di essere fuori da tutto: non ci sono strade ordinarie, ma solo sentieri, scale e rampe selciate a sampietrini. L’acqua dell’Alzette luccica in basso. Al di là, complessi urbani quasi surrealistici. E poi, dappertutto, a destra e a sinistra, alture rocciose con macchie scure di vegetazione. Che lusso la semplicità, la povertà. Che libertà! Che liberazione! Che tuffo verso l’autenticità!
Ma il padre, la società, a suo tempo, lo avevano richiamato ad una realtà assai meno incantata e fatto rientrare nel rango. E così – lui si diceva – aveva finito con lo sprecare tutte le forze a fingere di fare cose serie e simulare di aderire e farsi coinvolgere contro lauta quanto immeritata retribuzione. Ormai, alla sua età, non vi era prospettiva di riscatto credibile. Eppure la speranza non ci abbandona mai. Un filo di speranza, rimastogli abbarbicato al cuore, gli suggeriva che le cose cambiano repentinamente. Un imprevedibile mutamento dell’intero quadro di vita in cui si muoveva e dibatteva, un cambio di sogno l’avrebbe salvato in extremis.
XXVII
Di bello, in Lussemburgo, ci sono solo gli alberi, i boschi. Senonché stanno lì e non servono a niente. Sono pochissimo visitati, se non dalle squadre di addetti comunali che ne curano la manutenzione con incredibile puntiglio: non un cespuglio sotto le alte, maestose, piante che si elevano verso il cielo a intervalli regolari. Quanto a cartacce, lattine o bottiglie vuote, resti di merende, nemmeno a parlarne. Natura incontaminata ed inesplorata da chicchessia. D’altronde che ragione avrebbero gli incliti cittadini di venire a perder tempo in questi deserti verdi? Passeggiare con le famigliole? Ma ci sono i parchi in città, con le attrezzature per i giochi infantili. Appartarsi con le amanti? È infinitamente più comodo farlo in casa o in albergo, dove, se non altro, c’è il lettone a portata di mano. Raccogliere funghi in autunno? Perché scomodarsi a cercarli qui con il pericolo di metterne nel cestino dei velenosi, mentre gli champignons de Paris costano così poco al mercato?
Pasquale cercava di venirci con Rebecca, ma lei si stancava subito a camminare sul terreno coperto da uno strato di foglie secche e terriccio molle in cui i piedi affondano. Diceva che quei luoghi la spaventavano e gli si appendeva al braccio implorando che tornassero indietro, all’auto. Effettivamente, non c’era tutt’intorno alcuna nota d’allegria. I colori erano spenti e tetri e le canne verticali dei tronchi, quale bianchiccio, quale verdastro, mettevano ansia, creavano tensione. Il cielo non si scorgeva quasi, occultato dall’intrico dei rami spogli. D’altronde il riuscire a vederlo non avrebbe giovato, perché doveva essere tutto imbolsito di bassi nuvoloni.
XXVIII
Per pura curiosità – desiderio d’informazione, pretendeva – il funzionario aveva risposto a un annuncio su uno dei tanti giornalini distribuiti gratuitamente in città e persino infilati nelle buche delle lettere di destinatari volenti o nolenti. C’era scritto entro un riquadro e in grossi caratteri che l’agenzia Omnibus era in grado di risolvere i problemi di cuore di tutti i celibi e affini grazie alla recente semiapertura delle frontiere dei paesi dell’Est. In Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria c’erano migliaia di donne e ragazze giovani, molte delle quali diplomate, che aspiravano ad incontrare maschi benestanti dell’area capitalista. Contro adeguato compenso pecuniario, era possibile vedersi recapitare a Lussemburgo una compagna scelta su repertori fotografici e in base a caratteristiche fisiche, d’età e di cultura predeterminate.
Gli rispose al telefono un signor x, che parlava un discreto francese. Una volta che ebbe ragguagliato l’interlocutore sui propri dati anagrafici e, soprattutto, sulla propria condizione sociale, gli fu detto che gli album con le fotografie erano a sua totale disposizione. Ad ogni viso e silhouette, civilmente vestita, quindi in costume succinto da bagno, corrispondevano notizie particolareggiate. Scelta la candidata, bisognava sborsare una bella sommetta. L’agente avrebbe fatto predisporre tutti i documenti necessari per l’espatrio e si sarebbe incaricato di far viaggiare la ragazza. Arrivata all’aeroporto di Findel o in stazione, questa, contro versamento di una seconda mazzetta, sarebbe stata consegnata all’impetrante, che, precisò la voce, ne avrebbe fatto ciò che meglio gli pareva. Ovviamente, occorreva la massima discrezione. Non che queste intermediazioni fossero sostanzialmente illegali o illecite, però potevano andare incontro quanto meno a critiche e contestazioni, suscettibili di coinvolgere anche il cliente. D’altra parte, l’agente era un rispettabile funzionario della pubblica amministrazione lussemburghese. Se si fosse saputo che si dedicava in privato a intrallazzi del genere, avrebbe rischiato il licenziamento in tronco.
Pasquale, per sganciarsi, bofonchiò che ci avrebbe fatto un pensierino.
XXIX
«Non riterrei assolutamente inaccettabile negoziare una qualsiasi formula»: questa frase in un italiano, se non scorretto, francamente sibillino era sfuggita in sede di traduzione dal tedesco a uno dei colleghi più in vista, promesso, nell’ambito dei servizi, a un radioso avvenire. È un tipico esempio di pseudo resa linguistica da parte di uno spirito attento più agli elementi lessicali presi ad uno ad uno che al senso complessivo delle frasi e dei testi.
Il metodo dell’aderenza alle parole come tali si giustifica, tuttavia, se partiamo dalla convinzione che, nei testi che ci vengono sottoposti, non vi sia quasi mai un vero significato generale, che vada appunto oltre i meri vocaboli; se crediamo che la lingua, orale e scritta, non rinvii a qualcosa come un contenuto. In politica l’assunto è calzante e può invece essere pericoloso avventurarsi lontano dalla trama verbale, cercare o credere di avere scoperto il tesoro di un senso.
Sulla base del sano principio della stretta fedeltà lessicale, tuttavia, un collega di Bruxelles aveva addirittura fatto uscire una proposta di direttiva della Commissione sulle «sottovesti per uomo», da intendersi come indumenti intimi maschili. E, in questo caso specifico, anche i più accesi fautori del rispetto formale degli originali (in francese: sous-vêtements pour homme) tendevano ad ammettere che il limite della ragionevolezza era stato superato. Era già abbastanza ridicolo che le istituzioni comunitarie si reputassero in dovere di legiferare su argomenti tanto futili. Se poi i traduttori aggiungevano, a quello del merito, anche il ridicolo della forma, si approdava senz’altro alla commedia buffa.
XXX
Da un pezzo non aveva più rivisto l’Angela. La incontrò per le scale. Lui usciva e lei rincasava. Avevano fretta ambedue e non c’era tempo per dilungarsi in articolate conversazioni, oltretutto in piedi sui gradini, lei più su, lui più giù. Gli chiese, però, come stava, dov’era finita, e lei gli sparò che aveva abortito.
Non gli aveva fatto sapere niente. Da sola, come fosse la cosa più naturale del mondo, una faccenda che riguardasse lei in esclusiva e che solo a lei spettasse gestire in prima persona, si era recata dai sanitari che l’avevano sgravata dell’indesiderato embrione di figlio. Per la forma le avevano chiesto chi fosse il genitore e lei aveva risposto che l’ignorava, implicitamente dichiarandosi donna pubblica. Non le importava nulla del loro disprezzo e il predicozzo che le dispensarono la fece sghignazzare.
D’ora in ora cresceva in lui la crisi di coscienza: fece autocritica, si pentì. Come aveva potuto lasciarsi abbindolare da quella poco più che adolescente, neppure affascinante, fino a perdere il senso, non solo della decenza, ma persino del dovere morale? E perché lei, tanto vitale, fremente e impaziente in amore, presentava però un diagramma così disperatamente piatto a livello di sentimenti? Né si era confidata con lui, né, tanto meno, l’aveva consultato per sapere come vedesse le cose. Aveva dato per scontato che il frutto della relazione occasionale dovesse esser fatto sparire e si era caricata di tutto il peso psicologico e pratico della decisione.
Pasquale, lui, non avrebbe condannato il nascituro. Ma, appunto, Angela temeva di doversela vedere con reazioni del genere, umane e generose a ritardamento. L’opzione dell’aborto esigeva determinazione, un freddo coraggio. Doveva già superare la propria fragilità; i piagnistei, le implorazioni le avrebbero creato supplementare imbarazzo. La responsabile dell’utero era solo lei. E, se il neonato fosse venuto al mondo, su chi avrebbe gravato quel tremendo handicap? Pasquale si sarebbe offerto di riconoscere il figlio, magari avrebbe tirato fuori soldi, pagato una retta; con tutti i colleghi e gli amici, sotto sotto, si sarebbe vantato dell’exploit; sarebbe stato fiero della paternità. Però sarebbero toccate a lei sola tutte le incombenze pratiche connesse con la crescita e l’educazione del pupo, il quale le sarebbe rimasto per anni aggrappato ai jean e alle minigonne. Quella nascita avrebbe stroncato la sua giovane vita, il corso di tutte le sue velleità sessuali inappagate, ma altresì ogni sua speranza di metter su più tardi famiglia con un coetaneo in condizioni normali, ogni sua velleità di carriera e di promozione.
Angela non si era fidata. Né intendeva unirsi a lui per la vita. Un’avventura, una sperimentazione erotica, un passatempo non doveva trasformarsi in incubo duraturo.
XXXI
In divisione avevano deciso di dare una festicciola, un po’ per celebrare l’immatricolazione dei nuovi impiegati, un po’ con il pretesto della ricorrenza di san Nicola, un po’ tanto per fare, nell’intento di contribuire all’affiatamento dei due piani di traduttori e segretarie italici. In centro al corridoio del piano superiore, e precisamente davanti agli ascensori, avevano sistemato un paio di tavoli con bottiglie d’ogni sorta di bibite e vassoi di tramezzini, nonché dolciumi vari. Le segretarie del capo avevano addobbato alla meglio gli stipiti delle porte e le pareti con festoni colorati luccicanti. Sembrava una prova anticipatrice del Natale e di Capodanno.
L’invito, o piuttosto la convocazione generale, era per le diciassette. Pasquale avrebbe preferito andarsene per i fatti suoi, ma, ancora una volta bisognava adeguarsi. Si fece coraggio e si unì ai colleghi che, poco a poco, affluivano nella sala di ricevimento improvvisata, dove, sin dall’ora stabilita, attendeva lo staff. Porse i suoi rispettosi saluti al Levi e alla Bennati, che se ne stavano insieme in disparte ad uno dei capi del tavolo con le libagioni. Rispose al primo ch’era in piena forma, con ambedue si congratulò per il vivace allestimento della cerimonia, quindi svicolò. Evitò due o tre personaggi invisi, si avvicinò ai soliti collaboratori caciaroni, sempre in vena di lazzi e di scherzi come fanciulli cresciutelli:
– Allora, Lippi, come la mettiamo con le tresche proibite?
buttava lì Tarantino. E Imberti:
– Ma ce la vuoi far conoscere la tua ragazzina?
– Guarda che, se non ce la fai vedere – insisteva Gualdi, un altro della banda –, finiremo col pensare che te la sei inventata.
– Eh sì – riprendeva Tarantino –, l’amico Lippi, lo sappiamo tutti, è uno scrittore facondo. Quando traduce ricama, abbellisce, inventa. E potrebb’essersi inventato anche l’amante ventenne!
– Calmi, ragazzi, state calmi – esortava lui –. Non ho mai detto che andavo dietro a una ventenne. Mi sembra che siate voi a ricamare.
– Già, non l’ha mai detto e non ce lo vuole dire. Ma state certi che non tarderemo a sapere chi è la gentile fatina del Lippi.
Più in là, i traduttori novelli si erano aggregati ciascuno al suo gruppo d’appartenenza clientelare. Non brindavano insieme, no di certo! Anzi già si lanciavano occhiate di sfida e si sorridevano scoprendo i denti. In ciascun gruppo la conversazione si animava. Volavano le allusioni sarcastiche. Vitelli, sempre sognante e pigro, non aveva controllato il foglio battuto dalla segretaria e così si era lasciato sfuggire la frase: «in caso d’incendio, allontanare l’edificio», su un volantino plurilingue d’istruzioni sui sinistri, che era poi stato affisso a tutti i piani. Gli accoliti di Spuma, che avevano in sommo sdegno le pretese umanistico-letterarie del suddetto, ne approfittavano per scoppiare in risate appena contenute vicino all’entrata delle latrine. Gargantone ci aveva provato con la Badao tra gli alti scaffali dell’archivio, dandogli una manata sul culo; ma quella si era girata di scatto e gli aveva mollato uno sganassone che se lo sarebbe ricordato per tutta la vita. E giù grasse risate da un altro punto della sala a carico di colui che era, linguisticamente, il miglior elemento delle giovani schiere. Ravariva si dava un sacco d’arie, ma, a forza d’albagia, s’era scavato la fossa da solo: aveva presentato domanda di trasferimento alla Commissione, credendo che, pur di trattenerlo, Levi gli avrebbe srotolato il tappetino rosso. Invece, il capo non vedeva l’ora di liberarsi di quell’ambizioso strafottente e aveva dato istruzioni che la procedura di distacco fosse espletata per direttissima.
Tutte queste allegre menate ed esagitate ciance davano il mal di testa a Pasquale. In quei corridoi e quegli uffici in cui aveva trascorso metà della vita non solo non aveva l’ombra d’un amico, ma neppure si ritrovava minimamente in ambiente congeniale. Era un alieno, un marziano. Gli altri lo stimavano poco e una sua dipartita di qualsivoglia tipo, pensionamento anticipato, dimissione, morte precoce, avrebbe suscitato in loro solo sollievo, liberando un posto e determinando promozioni a catena. Lui stimava poco o punto i suddetti e, soprattutto, non si sentiva unito a loro da alcun legame.
Scorse, non lontano dal gruppetto dei gerarchi, Ira Inkelpup, una drittona esile sposata con un pezzo grosso danese, che faceva all’ex camerata di Bruxelles gli stessi identici occhi dolci e deliquescenti di cui soleva gratificare lui vent’anni prima, quando incarnava la promessa vincente del servizio.
XXXII
Si seppe che Margherita aveva abbandonato il marito ciondolone e si era accasata con un siciliano dei servizi di seduta. Questi, a sua volta, si era separato dalla moglie tedesca e aveva ottenuto la custodia di una figlia avuta da un’infermiera non meno tedesca durante una permanenza in casa di cura sulle rive del lago di Costanza. Che pasticcio! Oltretutto il siciliano era basso di statura, tozzo e, secondo Pasquale, molto qualsiasi. Cosa ci aveva trovato Margherita? Perché era scappata con lui, terremotando due famiglie? L’universo femminile rimane misterioso per la maggioranza dei maschi. La donna è mobile non più dell’uomo; la vera differenza è che perde il controllo ed è pertanto imprevedibile.
Pasquale rigirava tra sé soprattutto l’aborto di Angela e, riguardo a questo, non si dava pace. Aveva sperato in una lunga conversazione in cui ambedue si fossero detto tutto dei loro pensieri, delle loro preoccupazioni, dei loro sentimenti. Una spiegazione a tutto campo, insomma. Potevano ricominciare da zero, in piena trasparenza e contando l’uno sull’altra. Potevano costruire. Ma Angela, sostanzialmente, lo temeva, lo evitava. Gli accennò che si apprestava a cambiare casa e, da un giorno all’altro, sparì del tutto. Si era messa con un maestro di yoga, dedito ad un severo regime vegetariano.
Stando così le cose, Rebecca gli era divenuta più indispensabile che mai. Non si lasciavano più. Tutti i fini settimana partivano per le varie mète a portata di auto: in Francia, Thionville, Strasburgo e Reims; in Belgio, Namur, Gand e Bruges. Erano tuffi spaesanti nelle autentiche realtà europee, nei contesti monumentali ereditati dal passato e nelle aspre attualità, in aperto contrasto con la soporifera ipocrisia regnante in seno alle istituzioni dell’Unione. A Bruxelles, tra gli altri musei, ne visitarono uno con una sala di sculture romane. Erano figure virili di marmo di grandezza poco meno che naturale, in piedi, nude e con il pisello giulivamente aggettante. Rebecca ne fu estasiata e tutta quella mattina le rimase stampato in volto un sorriso tra il beato e il malizioso.
XXXIII
Vennero davvero il Natale e il Capodanno, passò l’Epifania. Le luminarie, i fuochi d’artificio, le cartoline d’auguri, nuovi brindisi cui il fair play sociale vietava di sottrarsi. Il tutto d’una mestizia senza rimedio.
Ed erano venuti anche, in alternanza, il freddo gelido e le nevicate. Le strade, in città, erano bagnate e, qua e là, melmose. C’era il pericolo del ghiaccio, quando le temperature s’abbassavano. Deambulare a piedi era ancor più rischioso. I privati spalavano e gli spazzaneve lisciavano gli asfalti, ma rimaneva l’acqua che si trasformava in informali tratti di pista da pattinaggio e le ambulanze trasportavano a passo di lumaca decine di fratturati verso gli ospedali. Tra l’altro, farsi ricoverare a Lussemburgo era un ulteriore, estremo rischio, che non correvano i più avveduti. Il personale sanitario di qui era capace di non riuscire a leggere una frattura del femore su una lastra. Farsi ingessare o, peggio, operare da questi medici da farsa del Seicento era da sprovveduti. Bisognava esigere l’immediato trasporto in Francia o in Germania, poi rimanere bloccati lì per oltre una quindicina.
Immancabili, comunque, in questi frangenti, gli infreddamenti, i mal di gola, le otiti, le bronchiti, gli antipiretici, i sulfamidici, gli antibiotici. Insomma, una stagione che, da sola, poteva farti pentire d’esser nato e, se non altro, copriva i crucci reali con assilli congiunturali, allentando la stretta dei primi.
Pasquale si stringeva alla Rebecca, la quale, alla fin fine, aveva imparato il gioco del saliscendi a cavalcioni, che le fruttava esperienze di penetrazione tanto più radicale di quelle fino ad allora godute. Trascorrevano assieme le nottate gelide, abbracciati sotto il piumone. Alla mattina facevano insieme la doccia, pomiciando ancora, toccandosi, succhiandosi, strofinandosi a vicenda. E, infine, giungevano tardi in ufficio, con le labbra tremanti e gli occhi cerchiati:
– Lippi, hai una faccia!
– Non devi aver dormito troppo la notte scorsa.
E la voce si spargeva per tutta la divisione. Le segretarie venivano nel suo ufficio apposta per constatare di persona quanto avesse il viso sciupato:
– Hai capito, la gattamorta?! Fa il depresso, fa lo gnorri. E intanto s’inchiappetta fior di fregne di ventenni – brontolava Imberti nella stanza attigua.
– Ce le facesse almeno conoscere anche a noi – rincarava Tarantino.
– Io dico ch’è un maiale – suggeriva, in tono poco convinto, la Santa Maria, una zitellona d’una cinquantina d’anni con gli occhiali.
– Va là, che ti sarebbe piaciuto anche a te incocciare in un maialaccio del genere prima del calare del sipario.
XXXIV
Il campione d’erotismo fuori categoria rientrava a casa mogio mogio, intirizzito e stralunato alle cinque e mezzo del pomeriggio. Era notte fonda, nevicava a piccoli fiocchi radi, ma folate improvvise di vento ne sbattevano d’un colpo a secchiate sul parabrezza. Il fondo stradale era scivolosissimo e le code erano epocali. La radio crepitava. Pasquale girava il bottoncino e credeva di essere riuscito a captare un notiziario culturale in francese. Risuonarono i primi accordi della Marsigliese, ma ecco, davanti, un botto secco: c’era stato un tamponamento e la corsia sarebbe rimasta bloccata per un po’. Volle immettersi in quella di sinistra, azionò il lampeggiatore, però stai fresco se credi che la fila laterale ti lasci passare. Dietro, non capivano perché volesse deviare e furono convinti che il traffico fosse fermo per colpa sua, per cui cominciarono a claxonare. In men che non si dica fu un inferno. In lontananza si udivano sirene di veicoli della polizia e di ambulanze. Qualcuno cominciò addirittura ad aprire i finestrini e a lanciare imprecazioni e insulti. Dal flusso della corsia attigua, prima che riuscisse finalmente a infilarsi, si prese dell’incapace, del cornuto, del mangiapane senz’arte né parte venuto in Lussemburgo a godersi la bella vita. Quando poté portarsi a sinistra e riprendere ad avanzare a passo d’uomo, tornò a sentire flebilmente la radio che, però, ora prendeva un’emittente tedesca e dava una canzonetta di una volgarità inaudita. Superando le due auto che si erano scontrate, vide i guidatori in piedi sul marciapiede: uno teneva un ombrello nero e l’altro compilava una dichiarazione consensuale di sinistro su formulario prestampato. La corsia sarebbe rimasta morta per almeno mezz’ora. I lampeggiatori delle processionarie rimaste incastrate cominciavano ad accendersi e lo strazio sonoro non cessava.
XXXV
Sotto casa, se la dovette vedere con il problema dell’enorme cumulo di neve rappresa e solidificata in iceberg larghi un metro lungo tutto il marciapiede, attraversati da strettissimi varchi per il passaggio delle macchine in corrispondenza delle porte dei garage; poi con la vertiginosa pendenza della rampa d’accesso alla propria autorimessa sotterranea. A scendere a marcia indietro, comunque, stando ben attenti a mantenersi in centro alla rampa senza accostarsi ai muraglioni laterali di cemento, poteva andare. Ma cosa sarebbe stato l’indomani, per estrarsi dalla topaia con slancio sufficiente a superare il tratto innevato in salita! Magari, poi, un babbeo in bilico su gambe simili a stampelle di legno sul lastricato sdrucciolevole veniva ad attraversare la luce dell’uscita in strada proprio nel momento in cui la macchina sfrecciava fuori.
Quella notte dormì solo e dormì male. Sognò che lo inseguiva una muta di cani da caccia, o forse erano foche canine con zanne aguzze, e lui si girava di qua e di là, chiamava aiuto, cercava un riparo d’emergenza nella foresta polare. Si svegliò alle cinque con un terribile mal di stomaco. Si fece il caffè con la napoletana, e lo versò in una tazza di latte caldo. Man mano che sorseggiava, si calmava.
Avrebbe dovuto sposarsi. Ecco qual era il punto! Celibe alla sua età! Roba da vergognarsi! Perché non si era ammogliato da giovane? Perché non si era fatto assumere in banca in Italia o non aveva insistito affinché il professor Noti, che tanto lo considerava, lo prendesse come assistente in università? Chi gliel’aveva fatto fare d’impelagarsi in una carriera internazionale di pseudo alto rango e falso privilegio che l’aveva tagliato fuori dalla realtà e da ogni affetto? Cosa ci aveva guadagnato ad affettare d’essere più in gamba di tanti ex amici, tanto superiore ai comuni coetanei? A quasi cinquant’anni era solo e disorientato come un pivello che si affaccia alla vita attiva e, dell’imberbe, non aveva il capitale di risorse e d’energie. Insomma, era in realtà un fallito. Uno che si era giocato tutta la posta fino all’ultimo centesimo su un castrone spompato e non aveva più un soldo d’umanità da spendere, non aveva combinato assolutamente nulla di valido.
Doveva sposarsi! Cercar di prendere ancora in corsa il treno della possibilità in più, che l’angelo custode tiene in riserva. Metter su famiglia. Altrimenti i suoi ultimi anni sarebbero stati un concentrato di desolazione tale che, a confronto, era preferibile l’eutanasia. Lui non era più nulla, non aveva più nulla! Ecco il risultato preclaro della prerogativa della funzione europea: insigne miraggio per allocchi. Doveva cambiare strada, cambiare da così a così!
XXXVI
Tra il dire e il fare, tuttavia…
In quei giorni era stato inaugurato nella vicina cittadina francese di Villerupt il festival annuale del cinema italiano. Così, ogni sera, Pasquale e Rebecca, al termine di un viaggetto in macchina per stradine tortuose, piene d’incroci e bivii, sensi vietati, deviazioni, giungevano in quella località disastrata in cui ti prende subito alla gola l’evidenza di una miseria che credevi non potesse più esservi al mondo. Ma la sfilza di creazioni italiane recenti proiettate ininterrottamente in cinque o sei sale, tutte in lingua originale e talune in prima visione, erano un miracolo di quelli che, per altro verso, t’invitano a credere nel dogma della risurrezione.
Miracolo, si diceva Pasquale, per gli aborigeni, ai quali pioveva quella manna dal cielo senza una spiegazione plausibile. Quelli, nelle loro esistenze morigerate e oscure, prive di passioni, ambizioni e orizzonti, non avevano non solo mai visto, ma neppure potuto immaginare alcunché di simile alle vicende da altro mondo date per vita quotidiana e ordinaria nelle regioni mediterranee! E a chi mai era venuta l’idea assurda, cinica, sadica di organizzare il solenne evento periodico proprio a Villerupt, posticciuolo atroce che, a confronto, il Luss’in-borgo diveniva una metropoli?
Ma miracolo, felice, benedetto, per gli italiani emigrati, che, oltre a ritrovarsi immersi per una o più serate in un clima propizio, erano messi in condizione di alzare la testa, di sentirsi fieri di ciò che erano, in quei paesi in cui la xenofobia è ostinata, ricorrente, e sempre si riaffaccia a dispetto dei simulacri di fraternità. Veniva celebrata, lì, la cinematografia, ma anche la creatività italiana in genere e, se vogliamo un’autentica italian way of life. Alla faccia di francesi, tedeschi e americani!
Pasquale stesso, che non era uno sprovveduto ed era venuto a suo tempo all’estero con tutte le carte in regola, non da morto di fame, né da rifugiato politico, ma la cui italianità era stata tuttavia in tante occasioni vilipesa, si sentiva autorizzato a rinascere, recuperava il senso delle radici, in parte perduto, in parte tradito, tra quell’esuberanza di spettacoli.
Perché era venuto via dal suo paese, dalla sua città? Perché si era lasciato dietro gli amici? Cosa si era figurato di trovare in Europa?
Lo entusiasmò il Viaggio con Anita di Monicelli, che trasporta lo spettatore da Roma alla Toscana marittima profonda e affronta con disinvoltura tragicomica i temi dell’incongruenza tra vita di facciata e vita personale intima, nonché dei rapporti duplici tra i sessi.
Rebecca, a dire il vero, si stancava a quelle rappresentazioni. Il troppo stroppia. E vedere fino a due film per sera le pareva davvero troppo. Capiva male quella frenesia che rapiva Pasquale al punto da impedirgli di ragionare e da renderlo ebbro di rinnovati slanci vitali. C’erano, sì, pellicole carine. Ma ce n’erano di molto esagerate e di noiose. Quanto alle problematiche psicologiche arzigogolate, non la interessavano. Le giudicava fuori dalla realtà.
XXXVII
Purtroppo l’inverno non finiva mai. Eravamo, ora, in giugno e si sarebbe detto marzo. La neve aveva finito di sciogliersi a metà aprile e si alternavano temporali, tempeste di vento e brevi squarci di cielo azzurro-grigio. I nuvoloni foschi sulle campagne erano, in certi momenti, così bassi che sembravano lambire i prati. Qualche margheritina bianca spuntava precocemente qua e là, ma come in avanscoperta e pronta a riscomparire subito se del caso.
Comunque, quella domenica mattina sembrava che la cappa cupa si squarciasse. A Pasquale e Rebecca venne l’estro di recarsi alla messa italiana, nella cripta della cattedrale dedicata alla Madonna degli Afflitti. Vi si accede direttamente dall’esterno, scendendo pochi gradini. Le tre navate erano gremite di connazionali, i quali, come ben si sa, abbondano ovunque. A parte i funzionari europei e gli impiegati di banca, vi erano, con le loro famiglie, ex minatori, ex metallurgici, alberghieri, ristoratori, muratori, e altresì tecnici e imprenditori edili. Le luci erano tenute basse e le vetrate dell’abside, con i loro rossi cupi, verdoni e turchini, creavano un’atmosfera da fiaba biblica. Officiava padre Mella, un sacerdote con una grande capigliatura bianca il cui solo tono di voce, caldo, sommesso, indugiante, la diceva lunga sull’esperienza di fede. Ma, seduto su un tronetto, c’era ospite il cardinale vescovo lussemburghese. Fu lui, dopo la lettura del Vangelo, a pronunciare l’omelia. Era piccolo e pingue. La sua loquela contrastava con quella di padre Mella: energica, tesa, dura, inesorabile. Parlava senza tentennamenti, usando un italiano sorprendentemente attendibile nel complesso, ma in cui, tanto più, risaltavano i molti difetti veniali, le sostituzioni di vocali, le elusioni di doppie, la pronuncia aperta di vocali chiuse o chiusa di vocali aperte; e, soprattutto, colpiva il suo prosodiare germanico, l’imperioso ammonire, intimare e minacciare:
– Figli carissime, sono liete de trovarme quest’ogi tra de voe, in una festività tante solenna qual è quèla in cui la chiese tribùta il sue omagio alle corpe sacrosantissime de Criste, nostre seniore! Non vi è feste più gloriose, né più sante di questa che costituisce il fulcre stesse del sacramente dell’eucarestie!!!
E continuava a sgranare la sua collanina di perle, ma Pasquale pensava ai casi suoi, anche perché aveva capito che non avrebbe tratto alcun particolare vantaggio da un eventuale ascolto. E Rebecca, quanto a lei, non si era sforzata di seguire neppure all’inizio della cerimonia. Solo la impressionavano l’illuminazione surreale, l’odore d’incenso e la presenza di tutta quella folla. Si guardava in giro per vedere se riconoscesse qualcuno. Il pubblico delle messe non è quello delle cenette mondane, né delle discoteche. Spiava, però, quei visi apparentemente seri e convinti, i signori con i pastrani atri, le signore con cappellini dalle fogge singolari.
Uscirono che mancava poco a mezzodì e si lanciarono nella folle avventura di una discesa al Grund. Prima, intanto, si deve digradare per scale, vialetti e nuove scale fino a raggiungere il livello zero dell’affossamento, dove scorre la Pétrusse, un cosiddetto fiume, la cui larghezza, nonché profondità delle acque, non supera il singolo metro. Il bello di un’incursione del genere è che si abbandona di sopra la piattaforma del traffico automobilistico. Una vegetazione varia, in cui comunque dominano tinte spente, copre i due argini alti quasi un centinaio di metri. Davanti, i piloni del viadotto, altrettanto elevati. È, sinceramente, uno scenario urbanistico del tutto improbabile, da operetta, che comunque ispira buon umore.
Mentre caracollavano giù per la china, Rebecca si fermava di scatto:
– Lì, lì!
– Cos’hai visto?
– Guarda: un fiore bianco!
– Dove?
– Non vedi? Ai piedi del cespuglio!
– Ma no! È un fungo.
– Dici?
E, subito dopo:
– Ho visto una rondine!
– Sei certa?
– Sì, è sfrecciata nel cielo, laggiù!
– Era un corvo. Le rondini non ci sono ancora.
Al di là del pilone che da basso pesantemente si ancora al terreno trovarono, sulla sinistra, un mini campo da golf, o qualcosa del genere. Dei bambini vi giocavano con le mazze e la boccia seguiva un percorso accidentato, con molte gallerie. Erano eccitati. I genitori piantonavano il quadrilatero recintato e sorridevano contenti.
Pasquale aveva in mente di parlare a Rebecca del matrimonio. Però provava imbarazzo. Cercava, più che le parole, il giusto modo di presentare la cosa. Cioè: come affrontare l’argomento? Come impostare il discorso? Anche allo scopo di evitare inutili e fastidiosi dinieghi di principio da parte di lei, rifiuti recisi che rendessero impossibile qualsiasi successivo sviluppo. Era il caso di prendere i guanti per annunciare una decisione che, a guardar bene, la ragazza avrebbe dovuto accogliere con esultanza? Sì, perché, con le femmine, non si sa mai. Saltano loro in testa i ghiribizzi più strani ed è sempre meglio premunirsi, avvalersi di tutto lo strumentario psicologico e retorico disponibile:
– Che ti pare di queste famigliole?
– Sai che piacere stare qui impalati per delle ore a guardare gli stupidi giochi dei ragazzini!
– Devo ammettere che non è il massimo. Ma avere dei figli, però, è sempre una gran bella soddisfazione. Non credi?
– Ma?…
– I bimbi non sono mica stupidi loro, guardali: sono vivaci, sono furbi! Saltano, corrono, si danno da fare…
– A me sembrano tanti piccoli zombi.
Non insisteva, sarebbe stato controproducente. Intanto erano giunti alla confluenza del rigagnolo sopra ricordato con l’Alzette, altro corso d’acqua non molto più cospicuo. Avevano varcato il ponticello, poi, passando sotto la ferrovia, erano sbucati in vista di Pulvermühl. Lì i campi si aprivano, si era del tutto fuori dalla città, si respirava un’altra aria, la luminosità e i colori del mondo erano diversi. Pasquale tornò a provare quel senso intenso, quanto misterioso, di liberazione che già aveva avvertito altre volte in occasioni consimili, di distacco dai condizionamenti urbani.
XXXVIII
Tornarono a casa che il maturo funzionario non era riuscito a trovare il bandolo della matassa per comunicare i suoi progetti alla compagna. Passarono tre ore davanti al televisore e andarono a letto esausti.
L’indomani Pasquale era ormai ben deciso a fare la sua dichiarazione, senonché la mattina non c’era materialmente il tempo di dirsi qualcosa. Ci si alzava tardi, ci si lavava e vestiva alla meno peggio, si mandava giù una specie di colazione del mattino ristretta e si doveva scappare in ufficio.
A mezzogiorno, vedersi era un problema. L’intervallo era breve e gli orari non coincidevano esattamente. Inoltre, lui e lei lavoravano in palazzi distanti circa mezzo chilometro l’uno dall’altro. Si telefonarono, solo per ripromettersi di andare a mangiare insieme fuori la sera:
– A Clausen – propose Pasquale.
– No, preferisco il ristorantino cinese.
«E vada per il cinese, con il suo brodino leggero, le sue paste e i suoi risi fritti, le frittelle di scampi e altre amenità – annuì. – Però, mentre inghiotte quelle leccornie portandole alla bocca con il cucchiaio di porcellana e con i bastoncini tradizionali, io gliela sparo…»
Rebecca aveva ricevuto una lettera ufficiale dalla direzione del personale. E giunse al ristorante con un sorriso beato:
– Pensa, dopo tutto questo tempo accettano la mia domanda di trasferimento a Bruxelles!
– Ah!
– Che ne dici? Devo rinunciare?
La gioia causatale da quella tardiva, ma favorevole, risposta, non solo le splendeva negli occhi, ma si sarebbe detto che le aureolava addirittura il capo. Che vittoria! Che buona sorte insperata! Sono tantissime le delusioni nella vita e così rari i colpi di fortuna che, quando capitano, uno non sa se ci può credere, non sa se non si debba tirare indietro, ritrattare.
Pasquale capì al volo quanto fosse capitale per Rebecca approfittare di quell’occasione. Era ancora solo una ragazza. A Bruxelles le si potevano schiudere mille strade, tanto sotto il profilo professionale quanto sotto quello umano. E, diciamoci la verità fino in fondo: poteva incontrare un baldo giovanotto che sarebbe stato il marito ideale. Lo meritava. Se il nostro avesse interferito con questo destino di felicità, sarebbe stato l’uomo più egoista e crudele del mondo!
La situazione, non quella personale di Pasquale, ma quella connessa alla relazione con Rebecca, si era all’improvviso capovolta. Effettivamente: da così a così. E Pasquale capiva che non aveva il diritto morale di contrastare il corso naturale degli eventi:
– No, non devi rinunciare. Non si deve mai rinunciare nella vita. Devi saltare sul treno del fausto destino che passa.
– Ma, se vado a Bruxelles, non ci vedremo più.
Pasquale sapeva che Rebecca se ne sarebbe presto fatta una ragione. Le sorrise, le accarezzò una mano.
– Allora dici che devo accettare? – fece lei.
– Sì, devi andare incontro alla tua stella a cuor leggero.