Presentazione

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Louise Alexandre nasce a Parigi il 7 ottobre 1832. Il 15 dicembre 1853 vi sposa Antonio Dentice conte di Massarenghi, nato a Napoli il 29 giugno 1810 e pertanto più vecchio di lei di ben 22 anni. Lei, di estrazione sostanzialmente plebea, è – oltre che giovane – alquanto avvenente. Lui appartiene ad una famiglia insigne del regno delle Due Sicilie, ma è dovuto espatriare in seguito ai moti rivoluzionari del 1848 e a causa della repressione posta in atto dalla polizia borbonica nel 1849, dato che aveva militato nei ranghi liberali.     

Nel ’55 e ’56 nascono dal matrimonio tre figli: Gerardo, a Parigi; quindi, a Firenze, i gemelli Stefano e Clementina.

All’inizio del ’57 Louise ha una relazione extraconiugale con il giovane figlio di un altro patriota meridionale italiano, pressoché suo coetaneo e di rango sociale ancor più prestigioso del marito: il principe siciliano Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia e altri luoghi (nato nel 1833). E da questa unione clandestina nasce in ottobre, a Ginevra, un figlio al quale viene impartito il nome di Luigi Giuseppe. Il piccolo, di cui – ovviamente – non deve trapelare notizia nel bel mondo, viene affidato dalla madre a un amico di famiglia o forse parente, certo Charles-Antoine Calenge, proprietario del palazzo castellano di Escoville, presso Caen, in Normandia.

Nel ’59 si svolge la seconda guerra d’indipendenza. Nel ’60 Garibaldi conquista il regno delle Due Sicilie e ne cede i territori a Vittorio Emanuele II. Lo stesso anno Antonio Dentice è nominato cerimoniere della Real Casa sarda. Il 1° marzo ’61 viene proclamato il regno d’Italia e Antonio, forse già nel ’62, finalmente ritorna nella sua città natale e tra i suoi.

Nella primavera del 1863 Louise, con Clementina, raggiunge a Napoli il marito e gli altri due figlioletti e, verso il mese di giugno, Antonio viene promosso vicegovernatore del palazzo reale di città, funzione pubblica di una discreta importanza. I Dentice avranno il loro appartamento nel palazzo medesimo e, l’estate, nel palazzo di Capodimonte. Vivranno a stretto contatto con le più alte cariche dello Stato di passaggio a Napoli, con le autorità cittadine e in genere nel bel mezzo degli ambienti aristocratici, tanto conservatori quanto liberali, della metropoli meridionale. La capitale del regno è ancora Torino, poi soppiantata nel 1865 da Firenze. Ma Napoli è una città ben più estesa, più popolosa, più famosa e cosmopolita di Torino ed è la chiave di volta dell’intero Sud; una metropoli che il governo piemontese non può trascurare, in attesa di un’occasione favorevole per impadronirsi di Roma.

Il diario, redatto da Louise nella sua lingua materna con grafia nitida e poche cancellature, copre il periodo dall’aprile del 1863 all’agosto del 1864. Per un verso dobbiamo constatare che vi si tratta copiosamente di futilità: programmi giornalieri ripetitivi, vestiario, spettacoli, ricevimenti, cene, balli, gite, passeggiate, pettegolezzi e battibecchi mondani. D’altronde, trattandosi degli appunti personali di una bella trentenne, moglie di un alto funzionario della corte, il tedio riconducibile all’ingrediente frivolo costituisce per il lettore curioso un pedaggio scontato da pagare. Per altro verso, tuttavia, c’è da dire che queste pagine sono gremite di personaggi, taluni dei quali noti o celebri e in massima parte appartenenti alla più alta società, che vediamo così muoversi nella loro quotidianità e su cui la diarista esprime valutazioni in genere giudiziose, venate talvolta di una sapida ironia. Non mancano poi gli accenni a eventi e problemi gravi dell’epoca, quali quello del brigantaggio. E sono continui i richiami concreti a punti specifici della città, a palazzi, chiese, nonché a località varie del Napoletano.

Indubbiamente lo scritto ha un suo interesse innanzi tutto per la storia del costume, oltre che sotto un profilo più intimamente psicologico. Ma, data la levatura delle figure che mette in scena, non è privo, inoltre, di una qualche accessoria rilevanza da un più ampio punto di vista storico generale.

Posto ciò, possono risultare utili due indicazioni complementari, non necessarie alla comprensione e ad una fruizione diretta del testo, bensì funzionali ad una sua più completa messa in prospettiva. Da un lato è bene sapere che la coppia dei Dentice di Massarenghi metterà al mondo altri due figli: Alfredo nel 1867, Amalia nel 1870. Tuttavia, quattro dei cinque figli legittimi di Louise, tra i quali i tre che compaiono nel diario, moriranno in età giovanile o quasi, e senza prole: Gerardo nel 1875, Clementina nel 1876, Alfredo nel 1882, Stefano nel 1885. La sola superstite, Amalia, sposerà a Napoli nel 1896 Luciano Imperiali duca di Tora, cui darà tre figli e quattro figlie. D’altro lato, si tenga presente che il figlio occultato Luigi Giuseppe, divenuto adulto e laureatosi a Parigi in giurisprudenza e scienze economiche, non sarà mai – quantunque riconosciuto alla nascita dal padre – adottato e reintegrato nella famiglia paterna d’origine. Dalla moglie belga, Anne-Marie Nauts-Oedenkoven, egli avrà tre maschi, il maggiore dei quali, Giuseppe Giovanni, altri non è stato che lo scrittore e pensatore di lingua francese noto con lo pseudonimo Lanza del Vasto (1901-1981), fondatore di comuni religiose e apostolo gandhiano della non violenza in Occidente. Lanza del Vasto e i due fratelli, Lorenzo Ercole e Angelo Carlo, nasceranno a San Vito dei Normanni (Brindisi), su terre donate da Louise a Luigi dopo la morte dei quattro figli sopra ricordati e del marito Antonio (1891) e pochi anni prima che venisse ella stessa a mancare, a Sorrento, nel 1898.

 

                                                                  Manfredi Lanza

                                                                  Castelvetro di Modena, aprile 2001  

 

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Diario di Louise Dentice

(Napoli 1863-1864)

 

Sono giunta a Napoli il 13 aprile 1863 al termine di una traversata[1] piuttosto piacevole, ma al mio arrivo, invece di trovare ad attendermi mio marito, ho avuto la delusione di essere accolta dal principe di Frasso[2], il quale mi fece sapere che lui stava poco bene. Era mezzanotte e io mi sentivo assai triste. Napoli mi parve brutta e sporca, come d’altronde è. Mio marito fu felice di vedermi, come pure Berta[3] e i due ragazzi[4]. Quanto a Clementina[5], aveva viaggiato con me. L’indomani ebbi appena il tempo di vestirmi che mi venne a visitare la principessa Dentice[6] con Chiara Gagliati[7]. Provai subito molta simpatia per la principessa che mi trattò con cordialità sincera, e direi persino affettuosa. In seguito ho avuto occasione di apprezzare meglio la sua bontà e tutte le qualità che la fanno adorare da coloro che la circondano. Chiara Gagliati cela, dietro un comportamento freddo, un animo dolcissimo e nutre per noi un’amicizia autentica. Andammo tutte e tre incontro al principe e alla principessa di Frasso[8] che erano venuti a trovarci e la[9] rividi solo tre volte prima della sua partenza. Dirò brevemente l’opinione che me ne sono fatta e che, tuttavia, potrebbe modificarsi in futuro. È una donna assolutamente deliziosa. Ma più che altro distinta, giacché l’aria malaticcia e l’estrema magrezza ne sminuiscono la prestanza[10]. Di carattere, la credo capricciosa, viziata. I successi le ispirano un atteggiamento un tantino sdegnoso, che le dona. Ho trovato suo marito invecchiato, imbruttito, ma contentissimo di sé. È pur sempre un bravo ragazzo, ma con il pallino degli affari per i quali, in verità, non è affatto portato. A tale proposito c’è da dire che gli interessi di mio marito sono legati ai suoi, per cui, a guardar bene, sono gestiti alla carlona e vanno piuttosto male nonostante gli sforzi da lui compiuti da quando è venuto a Napoli. 

Maria Bugnano, il marchese[11], ambedue sempre buonissimi. Abbiamo avuto due cene di famiglia a casa della principessa[12]. Poi, verso il 10 di maggio, sono partiti tutti, per Parigi, Londra o la Germania[13]. La principessa mi ha scritto in occasione del matrimonio di Gabrielle Bray[14], che si è svolto nella gioia e con soddisfazione di tutta la famiglia. Per concludere la rassegna della famiglia di mio marito, non mi sono ancora soffermata su sua sorella, la contessa del Vaglio[15], che ho frequentato tutta l’estate, sia che pranzasse a casa mia, sia che ci visitassimo. Si comporta come una santa con il marito, continuamente infermo. Hanno due figli: uno, sposato e che ha assunto il titolo di duca di Belgioioso, ha una splendida famigliola di bimbi robusti e sani; l’altro, quantunque lo abbia visto spesso, mi è sconosciuto quanto al primo giorno del nostro incontro. Non apre mai bocca. Mi chiedo se sia per via di un innato riserbo o perché è stupido.

Se avessi buttato giù le mie impressioni sin dai primi giorni dopo il mio arrivo, avrei descritto Napoli così com’è: cioè come il luogo più sporco, più arretrato e con il centro storico più orrendo che si possa immaginare, il che dispiace ancor più se si considerano i dintorni e la magnifica veduta del golfo. Ora vi sono da quasi cinque mesi e devo ammettere che mi ci vado abituando. Il tutto mi sembra meno intollerabile e poi, quando si è costretti a vivere in un paese bisogna pur farsene una ragione. Sono passati poco meno di quattro anni da quando il regno di Napoli è stato annesso all’Italia, e quanto poco si è fatto fino ad oggi o quanto, comunque, rimane da fare! Nonostante le accuse e le polemiche nei giornali, l’amministrazione comunale non si scuote per nulla. Il brigantaggio è più violento che mai[16]. La Marmora[17], che detiene il comando militare, e il marchese d’Afflitto[18], responsabile dell’amministrazione civile, non sanno che pesci prendere. A due ore da Napoli vengono fermate alle sei del mattino delle carrozze sulla strada principale, i viaggiatori sono portati via, quindi fatti impunemente oggetto di richieste di riscatto: è inaudito!

Ma torno ad occuparmi delle mie questioni private. Al termine di un mese di ansiosa attesa di notizie da Torino, un mese di solitudine, di scoraggiamento, con la prospettiva di dover rinunciare a vivere a Napoli dopo aver proceduto al laborioso trasferimento di tutta una famiglia, con la difficoltà di trovare un alloggio (ma fu un male poi trasformatosi in un bene), provai una gioia indicibile quando si apprese che mio marito era stato nominato vicegovernatore del palazzo di Napoli[19]. La retribuzione era modesta, ma ci veniva subito assegnato un appartamento, il che, se non altro, risolveva lo spinosissimo problema abitativo.

Quasi nel contempo arrivarono a Napoli il futuro intendente generale Visone[20], poi il

signor Lecour, segretario privato del re. Ci condussero a Capodimonte[21] e ci fecero scegliere un appartamento[22] dove, dopo averlo fatto mettere in ordine, trascorremmo l’estate assai piacevolmente. Ho avuto pochi contatti con Visone perché è un uomo schivo e che ha un concetto meschino di come debba essere amministrata una casa reale. È poco amato, poco socievole, e pare addirittura che non rimarrà a Napoli, dove peraltro non deve trovarsi bene. Si dice comunque che sia un brav’uomo.

Il signor Lecour, che è venuto due volte e si è trattenuto a Napoli per complessivi due mesi, è un uomo di 50-55 anni molto affabile, educatissimo, dai modi francesi. È buono con coloro che gli vanno a genio, ma mi sembra di aver notato che ha pochi riguardi per chi gli sta antipatico. Con noi è stato correttissimo, per cui abbiamo legato senza problemi. Lo abbiamo invitato a cena in famiglia tutte le domeniche e insieme ci siamo recati in escursione a Caserta e a Pompei, divertendoci moltissimo.

Ho trascorso l’estate facendo poche conoscenze. Mio marito tende sistematicamente a evitare gli incontri mondani. All’inizio della stagione ci veniva sempre qualcuno a trovare, ma poi i giorni si sono accorciati e niente più visite. Così, da sei settimane a questa parte le serate sono piuttosto meste. La permanenza a Capodimonte è giovata assai ai bimbi. Ho assunto un precettore per i maschi, ma sono contraria a questo tipo d’istruzione. Gli studi non sono seri, i ragazzi vengono viziati e sono sempre distratti. Il precettore è stato assunto contro il mio parere e il futuro mi darà ragione; mio marito sembra già accorgersene. Quanto a Clementina, dopo averla lasciata approfittare dell’aria buona e della campagna per tutta la stagione estiva, l’ho messa in un collegio francese. Ci sta bene, è già divenuta più sottomessa e mite e comincia a rendersi conto che deve impegnarsi.

Data la posizione di mio marito voglio annotare, per potermene poi ricordare, le mie riflessioni sui personaggi della casa reale che sono venuti a Napoli. Quando sono arrivata c’era la duchessa di Genova[23]. Aveva saputo piacere, il che non è facile qui. Era stata buona e gentile con tutti. Alcuni balli e feste avevano un po’ animato la società e tutti la elogiavano. Si diede malata per un mese. Da Torino continuavano a sollecitare il suo rientro, sostenendo che non stava poi così male ma che si appigliava a quella scusa per rimanere a Napoli. La fecero un po’ spiare (pare che ciò non sia passato di moda) e si venne a sapere che riceveva assai tardi in camera sua, che alla Favorita[24] – sua residenza – non veniva assolutamente rispettata l’etichetta. La cattiveria non era estranea a queste voci, che tuttavia corrispondevano in parte alla realtà. Il marito della duchessa, marchese Rapallo, è un tale piuttosto qualunque che faceva la corte alle signore, ma in modo così volgare che una gli diede un pugno in faccia lasciandoglici il segno come lo avrebbe fatto un pugile inglese. Un’altra volta poi si vide questo medesimo marchese Rapallo dare un calcio in un certo posto a un cerimoniere di corte che, stando alle indiscrezioni, aveva le sue buone ragioni per non prendersela a male. Ad accreditare tale opinione è stato il fatto che questa estate lo stesso cerimoniere (Carafa) è andato a passare un mese nei pressi della residenza della duchessa in assenza del marito.  

A Torino si è preso nota di tutto ciò con vivo disappunto e, tra l’altro, si racconta che la duchessa ha fatto pagare al re i suoi vestiti e che ha fatto operazioni finanziarie poco onorevoli nonostante disponga di una dote cospicua e le sia stata assegnata una fantastica rendita per ciascuno dei figli. Ciò si spiega con il suo bisogno di costituire un capitale al marito. Secondo me la duchessa è semplicemente brutta. Siccome è principessa, non lo si dice, però lo si pensa.

L’estate se n’è andata senza che mio marito abbia avuto alcunché da fare per quanto attiene alla sua nuova funzione. Ciò ha ispirato una tremenda gelosia a certe persone e soprattutto al Carafa con la moglie, che è orrendamente brutta e sgradevole. Con me voleva darsi delle arie ipocrite, ma subito si è resa conto che ho un colpo d’occhio troppo sicuro per prendere lucciole per lanterne. Così, ora ha un comportamento apertamente scostante, e lo preferisco. Il marito fa il gentile, ma non è ancora sicuro delle mie reazioni. A proposito dell’incarico di mio marito, siamo stati felicissimi della nomina al posto di governatore[25] del principe Ottaiano[26]: è un perfetto gentiluomo, molto ben disposto nei nostri confronti. D’altronde deve più o meno sapere che è stato mio marito a farlo designare. Tuttavia ha un grave difetto per il ruolo che deve svolgere: è debole, si lascia facilmente convincere, e a Napoli ciò è più pericoloso che altrove. Sono stati nominati due nuovi cerimonieri di corte. Durante tutta l’estate le ambizioni si sono scatenate, poi è il re che ha proceduto alle nomine, scegliendo persone su cui la gente non si era pronunciata. A me non importa proprio. Mi sembrano tutti degli incapaci e i nuovi direi che sono due imbecillotti provinciali. I vecchi sono il Carafa, che si dà grandi arie, il mio amico Colonna[27], attualmente assente, e un tale Zunica[28]. Quest’ultimo, poi, è da non credere: ha giocato in Borsa causando una perdita di 200.000 franchi, ed è una recidiva dato che la prima volta aveva pagato il fratello maggiore. Ha chiesto e ottenuto un congedo di un anno. L’indulgenza delle autorità in taluni casi stupisce, poiché qui si tratta semplicemente di bancarotta e certi episodi fanno una pessima impressione nell’opinione pubblica.

Successivamente Colonna è stato creato governatore di Caserta e, al suo posto, hanno nominato il signor De Renzis, napoletano[29], bravo ragazzo, ma né troppo intelligente, né spiritoso. Ciò mi ha un po’ contrariata, perché avevo caldamente raccomandato Gerardo del Vaglio[30] e speravo in una sua designazione che avrebbe fatto tanto piacere alla madre, per la quale provo affetto.           


 

Giovedì, 26 novembre 1863[31]. Finalmente torniamo da Capodimonte[32]. Tutta la giornata impiegata a disfare bauli e valigie e a sistemare la roba. La sera, ballo dal Prefetto[33]. Serata deliziosa. Il principe[34] è stato assai premuroso con la duchessa di Sant’Arpino[35]. Si è anche intrattenuto con me per una mezz’ora circa. Ha ballato poco. Io ho ballato abbastanza quella sera, ho conversato a lungo con alcuni signori: Del Vaglio, De Renzis e Pandola[36].

Venerdì. Giornata ancora dedicata alla sistemazione della casa[37]. La sera al teatro del Fondo[38]: uno spettacolo insopportabile.

Sabato. Passeggiata a Posillipo, visita alla principessa Dentice[39]. Serata a casa della signora Agresti[40].

Domenica, pioggia torrenziale. Vivo disappunto per l’impossibilità di recarmi da Clementina[41]. Lunga visita alla principessa Dentice. La sera al teatro del Fondo, dove mi sono parecchio divertita. Davano un vecchio spettacolo, ma tutte quelle balordaggini mi hanno ricordato Parigi[42].

Lunedì. Sono venute a trovarmi Maria Bugnano e la contessa del Vaglio[43]. Ho scritto un po’ meno di quanto avrei dovuto[44], poi mi sono fatta bella per la serata della principessa di Moliterno. Era la prima volta che mi recavo in quella casa e l’ho trovata arredata con un gusto squisito. I padroni di casa sono ambedue gentilissimi e si danno molto da fare[45]. Il principe Umberto è arrivato per primo e se n’è andato per ultimo. Ha chiacchierato con alcune signore e mi ha detto che contava di andare a Torino per qualche giorno. Non si è ballato, non c’è stata musica, ma ci si è divertiti lo stesso ed è il salotto napoletano in cui riesce meglio la conversazione.

Martedì, 1° dicembre. Il cielo è blu e il tempo splendido. Sono andata a trovare Clementina al suo istituto con la contessa del Vaglio. Con me è stata un po’ scontrosa, ma è in gran forma e si trova bene. La sera al teatro del Fondo, dove davano lo stesso spettacolo della domenica. Le dame erano tutte piuttosto in ghingheri perché si credeva che sarebbe intervenuto il principe, ma siamo rimaste deluse. Avevo invitato Maria Bugnano, che ha giudicato lo spettacolo un po’ spinto. Il signor De Renzis ci è venuto a trovare e ci ha annunciato che sabato era in programma una colazione con ballo a Caserta: grande preoccupazione per l’abbigliamento.   

Mercoledì, 2 dicembre. La mia cameriera è malata, che seccatura! Proprio ora che avrei maggiormente bisogno di lei. Sono uscita presto per comprarmi un vestito adatto alla colazione con ballo, ma tanto io quanto mio marito siamo assai contrariati di dover fare questo acquisto. Comunque mi hanno promesso di consegnarmi il vestito giovedì sera. Serata al Fondo. 

Giovedì, 3. Al mattino sono venuti a trovarmi il signor Agresti[46] e il cognato. Un tempo tremendo. Una pioggia che sembrava di pessimo augurio per il posdomani. Sono uscita per procurarmi un cappello di feltro alla moda per andare a Caserta. Dopo pranzo ho trascorso il pomeriggio e la serata in casa.

Venerdì, 4. Seccature e contrarietà con la cameriera, pioggia orrenda, serata a casa.

Sabato, 5. Mi sono alzata presto. Ho indossato un vestito molto fine[47]. Avevo paura di bagnarlo perché pioveva a catinelle. Finalmente alle dieci e un quarto siamo partiti da casa per la stazione. Lì, il cerimoniere duca di Cirella mi ha dato il braccio per condurmi nel vagone del principe[48]. Ho fatto la conoscenza della duchessa di Cirella, persona di bell’aspetto e dall’aria assai distinta. Nel vagone rosso, in fatto di presenze femminili, c’erano la principessa Moliterno, la principessa Gesualdo, la marchesa di Montefalcone, moglie del prefetto, la duchessa di Cirella e la sottoscritta. I vestiti di queste signore erano tutt’altro che eleganti, ma la Gesualdo, soprattutto, sembrava la bambola del diavolo, il che ha fatto divertire Sua Altezza durante l’intero viaggio. Se la rideva di nascosto come uno scolaretto. Gli uomini erano non più di una decina. Ho conversato allegramente con il signor De Renzis e con la duchessa di Cirella, che è spiritosa. Il principe sembrava allegro, ma lo sarebbe stato ancor più se avesse osato. A mezzogiorno siamo arrivati a Caserta e il tempo era sempre tremendo. C’erano 250 invitati, tra cui 50 signore, tutte più o meno ben vestite. Come sempre, la più elegante era la duchessa di Sant’Arpino. Il trasferimento dalla stazione al palazzo si è svolto senza problemi, soprattutto per me che avevo la carrozza di corte: così non ho bagnato il vestito. Da mezzogiorno all’una si è chiacchierato nelle magnifiche sale. All’una, colazione: tutte le signore a tavola con il principe (situazione piuttosto ridicola), musica ininterrottamente. Finita la colazione, siamo salite in carrozza. Sua Altezza e i suoi aiutanti di campo a cavallo seguivano o precedevano le carrozze. Ci siamo fermati nei pressi della peschiera, abbiamo pescato delle trote, siamo risaliti in carrozza e, dopo un giro nel bosco con il tempo che si era fatto bello benché piuttosto freddo, siamo tornati verso il palazzo per la caccia ai fagiani. Le signore, e io in particolare, avevamo dei piccoli fucili e abbiamo cacciato con i battitori durante un’ora. Il principe ha decorato i cappelli delle partecipanti e io ho avuto due piume perché avevo – dicevano – ucciso due fagiani, che poi mi sono stati recapitati l’indomani. Dopo la caccia ci siamo un po’ rinfrescati, quindi ci siamo recati nella sala da ballo stupendamente illuminata. Si è danzato fino alle otto. Alle nove tutti sono risaliti negli stessi vagoni e si è ripartiti per Napoli. Sua Altezza si è mostrato molto premuroso con la duchessa di Rignano, dama romana e figlia del principe Doria[49], la cui presenza a Caserta ha suscitato notevole interesse tra i giornalisti liberali favorevoli alla fusione[50]. Però è alla signora Piccolellis che Sua Altezza ha riservato le smancerie galanti. Lei è un figurino, con due occhioni superbi soprattutto, incredibilmente magra tuttavia nelle spalle e nella schiena. Il principe l’ha invitata nel suo vagone, al ritorno, e le ha fatto una corte davvero troppo scoperta, il che non dovrebbe far piacere al marito[51].

Domenica, 6. Sono andata a messa. Mi sono vestita. Poi, dato che il tempo era splendido, sono stata a trovare Clementina a Capodimonte. La sera ho indossato un altro vestito e ho trascorso la serata al Fondo, abbastanza gradevolmente.

Lunedì, 7. Passeggiata a Posillipo, beghe con la cameriera, serata a casa da sola.

Martedì, 8. Sono andata a passeggiare, ma faceva freddo. Visita alla marchesa Goia. Il mattino mi ero recata a messa con il marchese Bugnano e avevo invitato Maria[52] a venire a teatro. La sera, al Fondo, spettacolo piuttosto scadente, vana attesa di Maria, bella gente.

Mercoledì, 9. Sono andata a piedi a provare il nuovo abito, ho fatto una visita alla duchessa di Belgioioso, poi la sera sono rimasta a casa. È venuto a trovarmi il duca di Montfort, che si è trattenuto fino alle undici. Solenni scocciature e fastidi con la cameriera.

Giovedì, 10. Prove all’infinito per l’acconciatura. La sera, abito di gala per il ballo del prefetto. Serata con molti invitati e abbastanza allegra. Sua Altezza era presente e ha trascorso due ore parlottando teneramente con la Piccolellis. Il giochetto non divertiva affatto il marito, che tra parentesi è un bellissimo ragazzo. Ho ballato e mi sono divertita fino alle una e mezzo del mattino.

Venerdì, 11. Mi sono alzata e ho indossato un completo da città curatissimo per andare ad assistere al funerale del generale Pepe[53], dal prefetto. Tutta la guardia nazionale, gli studenti, la corte e la città erano presenti alla cerimonia. Nessuno sembrava commosso, ma è vero che, dopo tanto tempo, non si può tornare a piangere ancora una volta. Dal prefetto si rideva, chiacchierava, mangiava e il funerale era l’ultima cosa cui ci si interessasse. Era in realtà un pretesto, e i signori si accalcavano più che altro attorno ad alcune belle signore. In seguito ho ricevuto a casa il principe di Frasso, sopraggiunto il giorno precedente. Lunga conversazione, poi passeggiata a Posillipo e a Chiaia[54] in carrozza, molta bella gente, pubblico raffinato. La mia cameriera se n’è andata.

Sabato, 12. Cattivo tempo. Ho avuto freddo tutto il giorno. Mi sono vestita. Ho tirato fuori dai bagagli tutti i miei piccoli accessori da scrivania. Aspettavo Clementina che avrebbe dovuto trascorrere la domenica con me, ma, a causa di un grosso raffreddore, non è potuta uscire. Grande delusione. Ho passato la serata sola in casa.

Domenica, 13. Mi sono alzata presto. Sono andata a messa a San Ferdinando[55], bella chiesa che non avevo ancora visto. Ma una sporcizia, un disordine di sedie, un pigia pigia all’entrata e all’uscita! Sono andata a trovare Clementina a Capodimonte con i bimbi[56] e vi sono rimasta quattro ore. Al ritorno mi sono vestita per il teatro, ho cenato senza mio marito, che era impegnato presso Sua Altezza. Mi sono recata a teatro assai tardi e sono tornata a casa presto. Brutto spettacolo come sempre. Si è atteso invano il principe.

Lunedì, 14. Ero di pessimo umore. Avevo dormito male e mi sentivo già stanca al mattino. Sono andata a trovare la principessa Dentice, che era indisposta. Lì ho trovato la marchesa Goia e in sua presenza, purtroppo, mi sono lasciata sfuggire un’osservazione riguardo al fisico del re[57] (c’era nel salotto un bulldog di porcellana al quale avevo fatto dei baffi con l’inchiostro nel 1860, divertendomi a trovargli una somiglianza con il sovrano). Mi sono ricordata della circostanza, ma ho avuto il torto di farlo ad alta voce. Ho cenato, mi sono vestita per il ballo del circolo di Napoli e vi sono andata alle undici. La festa era troppo affollata, nonostante le grandi sale. C’erano alcune belle mogli di banchieri e negozianti, il che rappresentava un po’ una novità[58]. Sono restata fino all’una in una sala isolata, perché nelle altre si soffocava dal caldo. A quell’ora il ballo è divenuto piacevolissimo, meno gremito di gente, e insomma sarei rimasta volentieri, ma mi sentivo così stanca che me ne sono andata all’una e mezzo. La festa è andata avanti fino alle cinque e il principe di Piemonte[59] si è trattenuto fino alle tre. Ha ballato la quadriglia con la signora Meuricoffre, ha sfarfallato per le sale e come al solito, in ultimo, gli occhi della signora Piccolellis lo hanno irretito per il resto della serata.

Quella sera non ho ballato. Ho chiacchierato con il duca di Belgioioso e il signor De Renzis, con la marchesa Bugnano e con la vecchia, noiosa, contessa Bathiany[60], la quale è riuscita a farsi presentare al principe, nonostante i suoi ripetuti rifiuti di incontrarla, ma credo sia stata comunque accolta con scarsa cordialità. Ha una pessima reputazione, che il suo aspetto esterno non smentisce di sicuro.

Martedì, 15. Freddo umido e cattivo tempo. Sono stata da Clementina a Capodimonte. Rientrando, ho visitato la signora Carafa[61], la quale, come al solito, mi ha detto che tutto andava a rotoli in città e soprattutto alla corte, che Sua Altezza era mal consigliata e circondata da gente incapace, che l’assenza del signor Revel[62], la malattia del generale Sonnaz[63] lo lasciavano in piena libertà, affiancato da quei due giovanotti[64] che pensano solo a divertirsi e dal generale Della Rocca[65], venerando per l’età ma che preferisce assecondare i gusti del principe. A questo riguardo non ha tutti i torti, ed è perciò che annoto qui il suo giudizio. Anzi, dato che ci sono e che ho avuto occasione di conoscere meglio il principe che è qui da diverso tempo, annoto per memoria che è superficiale nel parlare e nell’agire. È un giovanotto al quale la situazione straordinaria in cui si trova ha fatto un po’ perdere il senso della realtà. Riguardo all’aspetto fisico è brutto abbastanza da non ispirare passioni. Ed è solo il prestigio del rango che ha fatto girare la testa, qui, alle donne. Tutte gli hanno fatto moine e profferte che lui non ha preso sul serio. Io, riguardo a questa commedia, mi ero mantenuta ad una distanza rispettosa e disinteressata, e in quanto spettatrice mi sono assai divertita. Ora che ha scelto la sua preferita, le altre si sono calmate e si danno molto meno da fare con i vezzi e il vestiario. È un bravo giovane, peccato che non venga adeguatamente guidato. Ostenta gli stessi gusti di Sua Maestà il re[66], ma sono gusti che semmai si addicono ad una persona dell’età del re. Dispiace che un ragazzo così giovane pensi solo alla caccia, alla guerra e alla donna (quella che gli passa per il capo). Disprezza troppo la conversazione, le letture interessanti; in pratica non si applica, il riposo gli pesa, è sempre in movimento e ho potuto constatare che non studia mai, non scrive, né legge. Sarebbe forse preferibile che il futuro re di un grande paese avesse nozioni più ampie in materia di politica, di economia politica, ecc. Dopotutto, la cosa non mi riguarda.

Ho cenato a casa e ho trascorso la serata malinconicamente.

Mercoledì, 16. Ho scritto a mia sorella[67] la mattina presto. Dopo la colazione[68] sono tornata a scrivere nel mio salottino. Più tardi ho avuto delle visite. Tra l’altro, quel giorno ho fatto la conoscenza della moglie di Andrea Colonna che mi era venuta spesso a cercare invano. È una francese, che ha tutta l’aria di una brava persona. Si è trattenuta a lungo e ne sono stata contenta perché, dato che è una compatriota, ci intendiamo a meraviglia. Ho avuto a cena i signori Assanti e De Luca[69], che sono rimasti fino alle nove e mezzo. Poi mi sono vestita e sono andata alla serata della principessa Strongoli[70]. La casa è troppo piccola per darvi delle feste, ma c’era allegria, vivacità e buona compagnia. Il principe è rimasto fino all’una e mezzo e molte signore sono andate via presto a causa di un rinfresco offerto al principe a Castellammare[71]. Mi è molto dispiaciuto di non essere stata invitata, ma bisogna rassegnarsi. D’altronde la riunione era organizzata dalla solita cricca esclusiva ed era in realtà un pretesto ad un lungo tête-à-tête senza intralci tra Sua Altezza e la Piccolellis. Per concludere a proposito della serata, ho ballato ed avevo un grazioso vestito: in pratica mi sono divertita.

Giovedì, 17. Mi sono data da fare a vestirmi, ho messo ordine tra le mie cose, mi sono occupata dei bimbi, ho fatto colazione e sono rimasta a casa. Il tempo era magnifico la mattina, poi si è guastato verso le due. Quanto è bella la vista del mare, del golfo! Sono davvero soddisfatta del mio appartamento[72]. Mi sono vestita da sera e sono andata al San Carlo[73] con l’immancabile, noiosa signora Carafa. Davano il Guglielmo Tell[74], cantato orrendamente da artisti che erano poi anche e soprattutto pessimi attori. Il teatro era pieno. La mattina c’era stata la colazione a Caserta, su cui Pandola mi ha fornito qualche ragguaglio. In tutto avevano partecipato otto signore, la colazione era stata scadente, fredda. Insomma la gita non era andata come avevano sperato e sono rientrati alle cinque. Ma l’evento della giornata è stato rappresentato da una lite tra la contessa Sassenaye e la signora Piccolellis. Si sono insultate. È stato fatto presente alla Piccolellis che aveva esagerato, ma lei ha risposto: “sai quanto me ne frego!” La battuta gira per tutta la città, non si parla d’altro.

Venerdì, 18. Mi sono vestita e sono rimasta a casa tutto il giorno. Ho scritto lungamente a Parigi. Mi è venuta a salutare Maria Bugnano. Dopo cena sono andata a trovare la moglie di Andrea Colonna[75]. Era la prima volta che la visitavo a casa sua. La casa è incantevole, arredata con gusto squisito. Vi sono oggetti d’arte deliziosi. La dama è gentilissima, ha dei bambini bellissimi. A casa loro c’è gente tutte le sere. Dopo la visita alla signora Colonna sono andata sul tardi al Fondo per vedere una sciocca commedia in cui si esibiva la Scrivaneck che, quella sera, recitava per l’ultima volta.

Sabato, 19. Mi sono vestita per andare a fare delle visite. Ho trovato a casa sua la vedova del generale Pepe, che ci ha lungamente intrattenute sui funerali del marito e ci ha parlato male dei De Luca. Mi sono recata dal conte del Vaglio, sempre malato. Ho fatto una passeggiata a Chiaia, poi sono rientrata per la cena. Mi sono vestita per la serata dalla duchessa Grisolia Cirella. Era un grande party all’inglese, ma mi ci sono assai più divertita che a un ballo: riunione simpatica, bei vestiti, e anch’io avevo un vestito assai carino quella sera. Sua Altezza il principe Umberto mi ha intrattenuta lungamente sulle signore che ammira e su una partita di caccia per la quale doveva partire alle quattro del mattino. Era così allegro che abbiamo riso insieme di tutto, ma soprattutto dell’aspetto e del portamento della duchessa di Sant’Arpino. Era indispettita per il fatto che il principe non le rivolgeva la parola e lo faceva chiaramente capire, cambiando posto ogni minuto. Sua Altezza mi disse: la duchessa è furente perché non le parlo e, per far lievitare il suo cattivo umore, non le parlerò per tutta la serata. Ha tenuto parola e la rabbia della duchessa è divenuta incontenibile, al punto che è venuta a interrompere sgarbatamente il marito che conversava con me, gridando: vieni via, o me ne vado da sola! Il marito era imbarazzato, ma io mi sono divertita. Quella notte si è dormito poco a palazzo, dato che c’è stata una cena e, alle quattro, la partenza per la caccia. Solo dopo è cessato il trambusto delle porte ed è stato possibile addormentarsi.

Domenica, 20. Mi sono recata a messa alle undici nella cappella di palazzo, passando per il portico. Dopo pranzo siamo andati a Capodimonte con la carrozza piccola. Nel bosco[76], ho guidato io i cavalli. Il tempo era fantastico. Dopo la passeggiata siamo andati a trovare Clementina, nel suo istituto. Al ritorno mi sono cambiata e sono andata a cena dalla principessa Dentice. Eravamo tra noi in famiglia e si è discusso fino alle dieci di tutte le dicerie che circolavano. Poi siamo andati dalla signora Agresti che dava un piccolo ricevimento in occasione della sua festa[77]. C’era poca gente, ma lei è una donna così simpatica che da sola basta ad animare un salotto. Troise ha cantato assai bene[78], e anche in francese, benché con un forte accento italiano. Ho dormito come un ghiro fino alle nove dell’indomani. 

Lunedì, 21. Berta si lamenta molto dei bimbi che, a quanto pare, sono insopportabili. Sono rimasta tutto il giorno ad annoiarmi a casa. Il marchese Bugnano mi è venuto a trovare e si è invitato a cena per mercoledì. Ho letto fino all’ora di cena e la sera sono andata dalla principessa di Moliterno. Entrando mi sono imbattuta in Sua Maestà che chiacchierava con la duchessa di Sant’Arpino. Lei esultava ed era tenera e di buon umore. Dopo un bel po’ il principe la ha lasciata ed è venuto a parlare con me. È stato molto galante, mi ha fatto dei complimenti e tra l’altro mi ha detto che sarebbe venuto a trovarmi, se avessi abitato altrove. Certo, se egli salisse da me nel palazzo, subito comincerebbero a girare delle voci. Mi ha detto che sarebbe andato via presto. Credo che una delle ragioni del rapido commiato annunciato fosse l’assenza della signora Piccolellis. Altre persone di spicco presenti: la duchessa di Rignano, elegantissima e circondata da ammiratori; la Pallavicino, di una bellezza unica, ma che non sa proprio vestirsi e si infagotta; Maria Bugnano che porta il lutto; quello scocciatore di suo marito che mi segue dappertutto. Ho parlato con un inglese piuttosto noioso, Pandola, De Renzis e qualche signora. La signora della xxx[79] si è mostrata, come sempre, molto cortese. Quando siamo rientrati, mio marito, svestendomi, è stato alquanto galante e premuroso.

Martedì, 22. Al mattino ho avuto abbastanza da fare come al solito. Dopo pranzo ho scritto a mia sorella, mi sono vestita e sono andata a Posillipo. Sua Altezza era lì e ho notato la sua buona postura a cavallo. Al ritorno ho cenato, poi sono andata ad ascoltare i due primi atti del Guglielmo Tell. Me ne sono andata a dormire alle dieci e mezzo. In mare infuriava la tempesta e non si riusciva a prendere sonno.

Mercoledì. Tempo atroce e pioggia torrenziale. Ho trascorso la giornata più inutile e noiosa che si possa immaginare. Mi sono rifugiata nella lettura, ma ero distratta e non riuscivo a concentrarmi. Il marchese Bugnano ha cenato con noi, ma la cena era pessima. In serata mio marito è uscito. Sono rimasta a casa tutta sola e mi sono coricata presto, sconsolatamente. Eppure ho avuto con me la mia Clementina, che era uscita dall’istituto sin dalla mattina.

Giovedì, 24 dicembre. Ero molto allegra al mattino. Ho ricevuto un piccolo regalo[80] che mi ha fatto molto piacere. Il tempo era splendido e sono dovuta uscire per fare tante visite. Sono andata dalla principessa Dentice e dalla marchesa Bugnano. Abbiamo cenato a casa, festeggiato Stefano[81] e trascorso la serata senza uscire.

Venerdì, 25. Ho sentito con Clementina due messe nella cappella di palazzo. Dopo colazione, con un tempo magnifico quantunque un po’ freddo, ci siamo recati con i bimbi in visita dal conte del Vaglio. Da una passeggiata in carrozza aperta a Posillipo siamo rientrati gelati. Mi è venuta a trovare la principessa di Frasso, sempre carina, distinta e gentile. Mi sono un po’ messa in ordine e, dopo cena, ho passato la serata al San Carlo, dove hanno cantato il Guglielmo Tell[82] piuttosto bene. Il signor Pandola mi ha fatto una lunga visita[83] e ci ha informato che l’indomani doveva debuttare al San Carlo una nuova troupe.

Sabato, 26. Mi sono vestita di buon’ora e, dopo colazione, Clementina è stata ricondotta all’istituto da suo padre. Frattanto mi sono data da fare nel mio salottino. Il tempo era fantastico. Mio marito è venuto a prendermi e, con la carrozza piccola, siamo andati dalla duchessa Laurito Montfort, nipote acquisita di mio marito[84], che ci ha fatto aspettare a lungo in compagnia di sua madre, anziana signora dall’aria rispettabile. Finalmente ci ha raggiunti: è brutta, sporca, malaticcia e, più che altro, mentalmente disturbata. Insomma siamo venuti via con un gran senso di nausea. Che anomalia da parte di un giovane il sacrificarsi per una donna del genere[85]! Avevamo bisogno di respirare a pieni polmoni e siamo andati a Posillipo. Poi mi sono pettinata e vestita e dopo cena, passando per i portici, sono andata al San Carlo a sentire la Traviata[86]. La cantante era piuttosto graziosa e cantava abbastanza bene; ma gli altri: poveretti! Sono stati fischiati a più non posso. Il marchese Bugnano è venuto a trovarmi nel mio palco e, verso le dieci e mezzo, mi sono recata alla serata della signora De Soulange, moglie del console di Francia. L’appartamento ha soffitti molto alti, è male ammobiliato e poco adatto ad ospitare ricevimenti del genere. Sua Altezza era già arrivato e si è messo a chiacchierare con me dell’ecatombe di selvaggina che aveva fatto la mattina a Caserta. Mi ha detto che desiderava compiere devastazioni consimili nei cuori, ma che non sapeva come procedere. Alla fine, dopo un’ora e mezzo di conversazione, è andato in giro a sfarfallare come al solito, aggrappandosi in ultimo alla Piccolellis. Quella sera era splendida, ben pettinata, ben vestita. La compagnia era vivace e allegra. La moglie del console faceva benissimo gli onori di casa. Abbiamo suonato, abbiamo cantato, il che ha tremendamente annoiato il principe[87]. Mi sono ritirata verso l’una.

Domenica, 27. Ero molto in ritardo quella mattina[88]. Ho perso la messa del palazzo e devo riconoscere, con un po’ di vergogna, che non sono andata a sentirne un’altra. Verso l’una sono andata assieme a mio marito a fare una passeggiata a Capodimonte con la carrozza piccola. Ho guidato io stessa Valente[89], che è stato docilissimo. Al ritorno mi sono vestita e abbiamo cenato dalla principessa Dentice. Eravamo in famiglia: il principe e la principessa Frasso e noi stessi. Dopo sono venuti in salotto i bambini[90]. La prima serata è trascorsa chiacchierando. Verso le dieci sono andata a trovare la signora Agresti. Ci ha ricevuti in camera da letto e abbiamo chiacchierato al suo capezzale fino alle undici. Abbiamo molto parlato di Chiara e ho potuto rendermi conto che nessuno ti rovina la reputazione quanto gli amici. Il tema esclusivo della conversazione è stato quello della passione divorante all’antica.

Lunedì, 28. La mattina mi sono occupata del vestito da mettere per il ballo di giovedì: dopo colazione sono andata ad ordinarlo da Cardon[91]. Ho fatto una visita alla signora di Montefalcone (moglie del prefetto), che è stata assai cortese come sempre. Mi sono recata dalla duchessa Grisolia, che però stava salendo in carrozza. Allora sono andata a trovare la duchessa di Sant’Arpino, di una gentilezza e amabilità incredibili. Anche sua madre si è mostrata alquanto premurosa. Abbiamo parlato di vestiti e di tutte le sciocchezze della corte. Mi sono poi recata dalla principessa Pignatelli. Dicono che soffra di nervi e mi auguro che sia proprio così, perché non è stata affatto cortese. Ha parlato costantemente con un tale che era lì presente. Per fortuna la sua figlia maggiore è stata deliziosa e ho passato con lei gradevolmente i venti minuti della mia visita. La sera, dopo cena, non sono uscita; ero invitata dalla principessa di Moliterno, ma ero stanca. Mi è stato poi detto che Sua Altezza vi è andato solo a mezzanotte. Forse, come me, si era addormentato in una poltrona.

Martedì, 29. Dopo colazione ho portato dei biglietti da visita alla principessa di Moliterno[92]. Erano le due circa. Prima mi ero data da fare nel mio salottino. Sono andata dalla marchesa Tupputi, che non avevo mai incontrato. Là mio marito ha voluto camminare a piedi. Ho fatto un giro a Chiaia e vi ho visto Sua Altezza a cavallo. Al ritorno sono stata da Cardon. Uscendo dal cortile, un cavallo della mia carrozza è scivolato e ho rischiato di  sfracellarmi contro uno dei pilastri del portone. A palazzo Sua Altezza è sceso quasi contemporaneamente a me nel vestibolo della mia scala, accompagnato dal signor De Renzis. Non so se fosse imbarazzato a causa della presenza di quest’ultimo, ma è apparso alquanto a disagio. Comunque mi ha dato la mano e mi ha fatto qualche domanda. È andato a far visita al colonnello Boni[93], infermo, che sta all’ammezzato. Mi sono vestita e ho trascorso la serata al San Carlo con Maria Bugnano. Di ritorno a casa, sono andata a letto.

Mercoledì, 30. La mattina mio marito è andato a prendere Clementina al suo istituto. Il tempo era pessimo. Ho avuto varie visite, tra cui quelle di Del Vaglio e di Pandola. Nonostante la pioggia a dirotto sono dovuta uscire per comprare un ventaglio. Mio marito è venuto con me e ha scelto lui il ventaglio, con minuziosa cura. Mi sono poi recata da Cardon per provare i fiocchi da mettere nei capelli. Ho trascorso la serata a casa. Ero un tantino delusa di non essere stata invitata dal console di Russia[94], dove tutti si recavano quella sera. Diciamo che credevo che tutti vi si sarebbero recati, perché poi ho saputo che c’erano in tutto non più di venti signore, che la serata era stata assai mesta e che si era conclusa a mezzanotte o mezzanotte e mezzo con il commiato del principe.

Giovedì, 31 dicembre 1863. Dopo colazione sono andata in carrozza con Clementina e Berta a provare il mio vestito per la serata, sono rientrata al palazzo per prendere mio marito e ci siamo recati a depositare dei biglietti da visita al domicilio della principessa Moliterno[95]. Abbiamo fatto un giro a Chiaia. Sono rincasata per cenare e prepararmi e alle dieci sono scesa al ballo[96]. La sala da ballo era già piena e non trovavo dove sedermi. Ecco gli incidenti che si sono verificati durante la serata. Anzitutto era la duchessa Grisolia Cirella che faceva gli onori di casa, del che non ero stata informata preventivamente. La circostanza è stata commentata e vivamente criticata. Mi sono andata ad accomodare nella sala in cui si trovava l’orchestra. Era male illuminata ma ci faceva meno caldo ed era ciò che più contava per me. Il principe è arrivato verso le dieci e mezzo, ha offerto il braccio alla signora La Marmora e ha preso posizione per la quadriglia. Aveva di fronte il generale Della Rocca con la Sant’Arpino. La Grisolia con un cavaliere che non ricordo chi fosse (benché si trovasse proprio davanti a me) e infine De Renzis ed io stessa completavamo la formazione di questa disgraziata quadriglia, che ha sollevato molte proteste. Si è creduto che fosse una quadriglia d’onore e le dame della corte escluse erano furibonde. Soprattutto la Moliterno si è lamentata amaramente di essere stata dimenticata. Altro incidente: il principe ha parlato con me per quasi un’ora. La nostra conversazione ha suscitato molta insana curiosità e si è cominciato a sparlare. A dire il vero i nostri scambi di vedute sono stati quanto di più innocente si possa immaginare, ma qui la società gonfia smisuratamente i minimi eventi. Il principe mi ha parlato della giornata successiva che prevedeva faticosa, del mal di denti di cui soffriva, e poi mi ha fatto, sì, un tantino la corte, ma in modo tale che si poteva far finta di non accorgersene, come appunto ho fatto. Sono venuti ad avvertirlo che era giunta l’ora della cena ed io, a bella posta, ho tardato ad alzarmi e sono stata tra le ultime ad andare di là. Il mio posto al tavolo del principe è rimasto vuoto e ho cenato sotto il baldacchino del trono, dove mi ero sistemata per caso. Il signor Agresti è stato il mio cavalier servente. Dopo la cena ho ballato molto: la polca con il marchese Bugnano, il valzer con il signor De Renzis, la quadriglia dei lancieri con il duca di Petrizzi, e persino il cotillon[97]. Sono risalita nel mio appartamento alle tre del mattino. Indossavo un vestito semplice, ma che è stato assai apprezzato, fatto di tulle con ricami vegetali e a lucciole. Successivamente negli ambienti dei codini[98] sono stati inventati un sacco di aneddoti fasulli, secondo il più piccante dei quali si sarebbe impedito ai signori di entrare a cenare assieme alle signore e taluni se la sarebbero presa a male. In realtà è stata la discussione sulle precedenze a costituire il principale disguido della giornata. Ci si sarebbe creduti in piene Memorie del Saint-Simon[99]. I principi Moliterno e Gesualdo pretendevano di avere il passo sui cerimonieri in occasione del ricevimento dell’indomani: erano di cattivo umore e si sono resi ridicoli senza guadagnarci niente. Per chiudere la questione il principe Umberto ha espresso apertamente la sua disapprovazione a Moliterno. Questi si è presentato al ricevimento, ma Gesualdo non si è fatto vedere: difficile dire se purtroppo o per fortuna. In questi giorni deve arrivare il signor di Breme[100], gran maestro delle cerimonie a Torino: vedremo se sistemerà tutto o se creerà ancor più scompiglio.


 

Il 1863 si è concluso, per me, più allegramente di come fosse iniziato.

Gennaio 1864. Venerdì, 1°. Il tempo purtroppo era atroce e pioveva a dirotto: il corteo del principe che si è recato al duomo[101] ha preso l’acqua all’andata e al ritorno. Tuttavia era bello da vedere e l’ho guardato dal balcone con l’ombrello. Tanto per cominciare bene l’anno, mio marito non mi ha detto né buongiorno né buonasera, era imbronciatissimo perché doveva svolgere mansioni di rappresentanza tutto il giorno in tenuta ufficiale. Al mattino c’era a corte il Te Deum, dall’una alle quattro Sua Altezza riceveva tutte le deputazioni e i corpi costituiti, quindi cena solenne di corte e, la sera, gran gala al San Carlo. Per la serata di gala avevo invitato sulle prime la duchessa di Grisolia, che però era impegnata, e sotto quella pioggia sono andata con Clementina a invitare la signora Carafa, che ha accettato senza esitare. Quindi mi sono recata in visita dalla contessa del Vaglio e dalla principessa Dentice e infine sono tornata a casa per vestirmi. La cena è stata pessima: il nuovo cuoco ci ha trattati malissimo. Poi ho passato la serata a teatro e vi ho avuto la visita del signor Pandola. Il principe è venuto tardi, e così mio marito e tutti coloro che avevano cenato a palazzo. Dopo lo spettacolo grossa lite con mio marito, il quale sosteneva che ero stata poco cortese con la Carafa, mentre, se mai è successo che io mi sia tenuta con lei un po’ sulle mie, quella sera il mio comportamento era stato irreprensibile, per cui il rimprovero mi ha molto irritato. Ma la vera spiegazione della stizza di mio marito è emersa l’indomani mattina, quando ha detto che Sua Altezza mi aveva compromessa al ballo e che tutti ne parlavano. Ho dovuto informarlo che il principe contava di farmi una visita due giorni dopo e ciò non ha contribuito a fargli passare il malumore.

Sabato, 2. Il cattivo tempo continua. Sono rimasta a casa tutto il giorno, mi sono data da fare nel salottino, ho scritto[102], ho letto, e ho trascorso la serata a sonnecchiare in una poltrona. Alle dieci e mezzo mi hanno consegnato una lettera del signor Maréchal, da Parigi, per una faccenda di soldi. Clementina era tornata in istituto. Sono andata a letto presto, cioè alle undici.

Durante la giornata avevo fatto alcuni preparativi per ricevere Sua Altezza il giorno successivo.

Domenica, 3 gennaio. La mattina mi sono vestita e sono stata alla messa delle undici a palazzo. Dopo la colazione ho messo un altro vestito e mi sono agghindata in previsione della visita del principe[103]. Faceva freddo e aveva addirittura nevicato, il che è eccezionale per Napoli. Alle tre è venuto a farmi visita il duca di Belgioioso, nipote di mio marito, che aveva udito uscire il principe ed era convinto che non sarebbe venuto. Invece alle quattro il principe ha mandato a chiedere se ricevevo e ha fatto annunciare che stava per salire. Il duca si è accomiatato e il principe è entrato con un grande sorriso, con l’aria allegra di uno scolaro in vacanza. È rimasto da me un’ora e cinquantacinque minuti, a quanto mi hanno riferito. Ma chiunque avrebbe potuto assistere alla nostra conversazione. Dapprima si è vantato del gran numero di signore che gli scrivevano e alle quali si accingeva a rispondere. Mi ha assicurato che quasi tutte le dame di Napoli gli avevano fatto delle profferte, persino la Grisolia. Le ho biasimate e gli ho chiesto se francamente non se la rideva di tutto ciò. Poi si è messo a dirmi che la vita che conducevo doveva essere alquanto monotona, che peraltro era persuaso che avessi delle preferenze come si diceva in società. Ma si vedeva che non  esprimeva apertamente il suo pensiero e, in pratica, tastava il terreno e voleva sapere cosa avrei risposto. Mi ha anche detto che mio marito gli sembrava un tipo un po’ rigido, ma io gli ho assicurato che non era vero. Insomma mi ha fatto una corte cauta e se n’è andato raccomandandomi di riflettere alla nostra conversazione. Mi faceva gli occhi dolci, era l’unica cosa sicura. Ma io lo guardavo solo di sfuggita e può aver pensato che non me n’ero accorta, o che non volevo accorgermene. La mia tattica, quando cominciava ad affrontare certi argomenti, è stata costantemente di cambiare discorso, parlando di teatro, di politica e di quant’altro. È timido quantunque mi abbia raccontato di certe sue iniziative audaci andate in porto e di una, invece, fallita: in quest’ultima occasione la dama gli avrebbe dato dello screanzato proprio come a un tale qualunque. Mi ha lasciata alle sei meno pochi minuti. Mio marito lo ha incontrato mentre scendeva e mi ha fatto una faccia incredibilmente accigliata. Abbiamo cenato in famiglia dalla principessa Dentice, poi sono andata al teatro del Fondo dove si esibiva una nuova compagnia francese. Là ho visto qualcosa che mi ha molto contrariata[104] e sono rincasata di cattivo umore.

Lunedì, 4 gennaio. Non sono uscita. Mi sono data da fare nel salottino, ho risposto al signor Maréchal[105] riguardo alla faccenda di soldi, ho avuto tremendamente freddo, ero raffreddata e assai mal disposta. Eppure dopo cena sono andata alla serata del principe di Moliterno. Il principe mi aspettava sulla soglia per scusarsi della scomoda carrozza che mi era stata assegnata durante un certo tempo, protestando che non ne era al corrente[106]. Gli ho assicurato che non me l’ero affatto presa. La principessa è sempre alquanto cortese a casa sua. Mi sono mediocremente divertita. Ho ballato con il barone Barracco[107] e con un conte genovese di cui ignoro il nome. Sua Altezza si è seduto accanto a me e avrebbe voluto parlarmi a lungo. Anzitutto mi ha chiesto se avevo riflettuto alla nostra conversazione del giorno prima. Gli ho risposto in maniera evasiva. Peraltro non potevamo esprimerci liberamente, perché ci ascoltavano. La principessa[108] è venuta ad interrompere il tête-à-tête offrendogli del tè. Io stessa ho lasciato cadere il discorso più volte, intanto perché mi sentivo molto imbarazzata con tutti quegli sguardi puntati su di noi e poi perché avevo mal di testa. In definitiva si è allontanato da me prima di quanto avrebbe voluto e mi sono sentita sollevata. Si è intrattenuto con la Piccolellis, ma meno del solito, e intanto continuava a guardare anche troppo spesso dalla mia parte per vedere se ne ero indispettita. Dal canto mio, non solo non gli ho voluto dare la soddisfazione di mostrarmi dispiaciuta, ma anzi ho chiacchierato molto allegramente con Pandola e il principe Morra. Sono rincasata alle una e mezzo e Sua Altezza si è ritirato alle due. Le dame davvero indispettite sono la duchessa di Sant’Arpino e la principessa Moliterno. Sono furibonde e lo danno a vedere, che sciocche!  

Martedì, 5. Sempre cattivo tempo. Sono molto raffreddata. Ho disdetto la carrozza e ho deciso di non uscire. Sono venute a trovarmi la baronessa Pepe e sua nipote. Sono rimaste quasi un’ora e ciò mi ha un po’ distratto. Dopo mi sono data da fare nel salottino. Mi sono vestita prima di cena e dopo sono andata al San Carlo. Avevo invitato la duchessa di Belgioioso e il marito e davano uno spettacolo proprio carino: Rigoletto[109], cantato alla perfezione. C’è una cantante molto carina e seducente, soprattutto al quarto atto vestita da uomo. È davvero troppo simpatica ed è stata richiamata sul palcoscenico diverse volte. Insomma: gran successo sotto tutti i profili. Sua Altezza è venuto in teatro. La cantante e la ballerina lanciavano sguardi languidi, non so se a lui o ai suoi accompagnatori.

Mercoledì, 6. Sono stata a messa in palazzo. Era bel tempo e sono andata a fare delle visite. Prima che uscissi avevo avuto io quella del principe e della principessa di San Lorenzo. Lei è russa e molto dolce, lui è volgare e ha l’aria sporca. Sono andata a trovare la marchesa della Polla, abbastanza carina ma con molte pretese. Non ho incontrato la duchessa di Zunica né la marchesa Salsa[110]. Dopo un giro a Chiaia sono rientrata a casa. Sono andata a sentire il Rigoletto, poi mi sono messa a letto piuttosto presto. Quella sera c’erano due balli ai quali il principe è intervenuto: uno da un ricco commerciante di ferrame, l’altro da un fiorentino di nome Serristori[111]. Il secondo non era un vero ballo, bensì una serata riservata al clan della Moliterno. Hanno distribuito la torta dei re e la regina della festa vi ha trovato un diamante di un valore di oltre mille franchi[112]. Si è trattato della Marigliano che viene considerata molto avvenente. Effettivamente ha dei bellissimi occhi, ma anche un naso incredibilmente lungo e una bocca che, oddio!, taglia il viso da un’orecchia all’altra. Mi hanno riferito tutti questi dettagli l’indomani mattina. Complessivamente c’erano venti signore e sembra che ci si sia parecchio divertiti.

Giovedì, 7. Sono rimasta a fare varie cose nel mio salottino, poi sono stata a trovare Clementina a Capodimonte. Al ritorno ho fatto un giro da sola a Chiaia, ma era tardi, faceva freddo e non vi ho visto nessuno. La sera volevo vedere la principessa Dentice, ma era andata da Maria  perché la principessa di Frasso aveva organizzato una cena[113]. Ho trascorso il resto della serata da Olimpia, che è ancora a letto e assai mortificata di non potersi alzare, povera donna[114]!

Venerdì, 8. Ho scritto a lungo a mia sorella, ma non ho potuto terminare la lettera. È giunta l’ora della passeggiata e mio marito è venuto a prendermi per andare a Posillipo. Faceva freddo. Sua Altezza girava su un piccolo cavallo arabo assai carino. Mi sono vestita e, dopo la cena, sono andata al Fondo, ma lì ho preso freddo e non mi sono affatto divertita. Brutto spettacolo, pubblico insignificante. Ora che ci penso c’era però la Sant’Arpino con quattro ufficiali in uniforme. È arrivato poi il marito, che però si è spaventato a quella vista, è filato via e ancora corre. Mi sono coricata verso le undici. Dimenticavo di annotare che mio marito è stato molto premuroso quella sera.

Sabato, 9. La mattina il cielo era sereno e io ero di buon umore. Ho scritto alla mamma una lettera che mi è costata molto. Dovevo indicarle quale regalo desideravamo per l’anno nuovo. Mi sono vestita e, dopo colazione, mi sono dedicata alle mie solite attività nel salottino. Mi ha fatto una visita il generale Revel, persona distinta, istruita e degna da ogni punto di vista del ruolo che svolge presso Sua Altezza. Quindi, sotto un sole splendente, sono andata in calesse a Posillipo. C’era un mucchio di gente, e di bella gente. Al ritorno sono stata a vedere delle stoffe, ma non ho trovato nulla di bello. Dopo cena, mio marito voleva che andassi dalla principessa Dentice e dalla Capecelatro[115], ma ero stanca. Così lui è uscito da solo e io ho trascorso la serata dormendo in una poltrona.

Domenica, 10. Mi sono vestita, ho assistito alla messa a palazzo. Benché piovesse, volevo recarmi a Capodimonte e ho fatto preparare la carrozza. Poi, già per strada con mio marito, mi sono accorta che il tempo era troppo brutto e ho rinunciato. Ho fatto una lunga visita alla principessa Dentice. Era sola, abbiamo conversato a lungo e mi ha dato l’ottimo consiglio di non dire apertamente tutto quanto mi passa per la testa. È una mia cattiva abitudine di cui bisogna assolutamente che mi sbarazzi, soprattutto in questo paese in cui la gente è la più provincialmente pettegola che si trovi al mondo. Non fanno mai nulla e si occupano solo degli affari degli altri: curiosità, invidia, gelosia. Mi avevano pur avvertita che i napoletani sono così, ma non potevo immaginare che lo fossero fino a questo punto. Dimenticavo l’incidente più importante della giornata, e cioè la visita del signor di Breme, gran maestro delle cerimonie, che ci è stato inviato per dettar regole su tutto e mettere un po’ d’ordine nelle precedenze. È arrivato qui venerdì sera; sabato mio marito è andato a trovarlo e gli ha riferito di quei signori che vogliono avere la precedenza sui cerimonieri di corte e persino su di lui. Durante l’incontro il signor di Breme gli ha dato ragione, ma domenica ha emanato una circolare in cui assimila mio marito ai principi Moliterno e Gesualdo e ai quattro cerimonieri. Mio marito è furente, tanto più che il marchese di Breme si è lasciato palesemente impressionare dalla minaccia di dimissioni che Moliterno ribadisce ogni minuto. Altra complicazione: all’insaputa di mio marito, il principe Ottaiano ha rassegnato le dimissioni. Il marchese di Breme lo ha incaricato di parlargli e pregarlo di ritirarle. Il principe è un uomo privo di volontà e di energia. Pare che si sia compromesso con l’altro partito[116] al punto da temere di urtare la sensibilità di chicchessia. Lascia fare quel che si vuole e, quando viene spinto ad intervenire, si dà malato, scaricando la bisogna sulle spalle di mio marito. A causa della sua mancanza di volontà è venuto a patti con tutti. Ora ha chiesto un congedo per motivi di salute e Totonno[117] lo sostituirà. In questo momento di melina preferisce chiamarsi fuori. Tutte le suscettibilità sono in allarme, e a chi dare ragione? A chi alzerà la voce più degli altri, come al solito. Non è possibile che quelli di qui vadano d’accordo se i responsabili della corte a Torino sono tra loro come cani e gatti. L’invio del signor di Breme mi sembra una nuova assurdità. Lui sostiene che il suo viaggio è stato determinato dalla necessità di avviare le cose quaggiù, ma Sua Altezza mi ha confidato personalmente che è venuto soltanto per incontrarsi con una donna che ama. Se all’opinione pubblica vengono date da bere sistematicamente simili panzane, c’è poco da stupirsi che le cose vadano male. In pratica l’arrivo del marchese di Breme ha messo di pessimo umore anzitutto Sua Altezza, che non mi ha nascosto di esserne seccato. Quanto al generale Della Rocca, che fungeva da suo intendente e gli lasciava fare tutto quello che gli pareva e piaceva, si è visto imporre dallo zelante marchese un cerimoniale dei più ostici. Offeso, non ha accettato di obbedire se non dopo aver ricevuto ordini direttamente da Torino e, anche nel caso suo, contrasti verbali, cattivo umore. Il marchese di Breme l’ha avuta vinta, Della Rocca è stato richiamato e parte martedì. C’è stata una cena a corte: sei signore, di cui quattro abbastanza carine. Dopo la cena mio marito, cui era stato assegnato il posto d’onore[118], mi ha condotta al Fondo. Lo spettacolo non valeva gran che, il pubblico era di alto livello, ma ero arrivata tardi e me ne sono andata presto. Prima della cena avevo ricevuto il marchese e la marchesa Della Polla e il duca Laurito Montfort. A teatro mi è venuto a far visita Carafa, che si è ristabilito giusto in tempo per creare difficoltà e darsi delle arie con il signor di Breme. Con me fa il galante, ma perde il suo tempo, poveraccio! Glielo farò capire non appena se ne presenterà l’occasione.

Lunedì, 11. Mi sono molto occupata dei miei vestiti e delle disposizioni da prendere per i numerosi balli che verranno dati questa settimana. Ho fatto colazione senza mio marito. Il signor di Breme gli aveva fissato un appuntamento e gli ha dichiarato che sarebbe stato equiparato al direttore delle stalle e della caccia e ai quattro cerimonieri. Sin dal giorno prima gli aveva inviato un messaggio in tal senso, per cui mio marito era preparato a opporgli validi argomenti: quando già era cerimoniere, il ministro aveva inteso promuoverlo nominandolo vicegovernatore; e il re, nell’apposito decreto, dichiara di fargli un favore elevandolo a più alte mansioni. Se l’accomodamento prospettato dal marchese dovesse prevalere, i vantaggi acquisiti decadrebbero. Il marchese di Breme sa che mio marito ha ragione, ma il malcontento degli altri lo imbarazza e così fa appello al solito buon cuore di Totonno. Lui, però, non ha ceduto. Pertanto hanno scritto ambedue, ciascuno per suo conto, al ministro, conte Nigra[119]. Io ho scritto al signor Lecour. La mia paura è che il ministro se ne lavi le mani, adducendo a scusa che il cerimoniale non è cosa di sua pertinenza. Tutto ciò ha fatto sì che mio marito fosse di pessimo umore: è uscito per conto suo e io, in carrozza, sono stata a fare delle compere, a girare per i negozi. Dopo cena ho preso freddo vestendomi, e sono quindi stata dal principe Moliterno. C’era tutto il bel mondo. La serata era ammirevole, ma non mi sono affatto divertita. Avevo un vestito antipatico, soffrivo di nevralgia e vedevo tutto dipinto di nero, poi questa faccenda delle precedenze mi aveva tormentata tutto il giorno. Sua Altezza si è presentato tardi e aveva l’aria di essere anche lui di cattivo umore. Ha chiacchierato un po’ con la duchessa di Marigliano e con la Sant’Arpino; mi ha sorriso e salutato quattro o cinque volte, ma non mi ha rivolto la parola. Ho ballato due quadriglie, chiacchierato con Pandola, De Renzis e il principe Morra. Ho discorso parecchio con varie signore. La principessa di Moliterno è stata particolarmente affabile.

Martedì, 12. Dopo essermi vestita e aver fatto colazione mi sono fermata a lungo da Cardon per prendere accordi riguardo a un vestito da indossare al ballo della corte, ma ho perso molto tempo per nulla. Poi sono stata a Capodimonte a vedere Clementina. Stava bene, era allegra e mi ha fatto un bell’inchino, mentre fino ad allora si era sempre rifiutata. Ho parlato a lungo con la signora Mazay[120], direttrice dell’istituto, che è una grande chiacchierona. Faceva brutto tempo ed era freddo. Totonno non stava bene. Di sera non siamo usciti e mi sono coricata presto. 

Mercoledì, 13. Dopo aver fatto colazione ho girato per botteghe di sarte e modiste fino alle cinque. È incredibile quanto tempo si deve perdere in questo paese per riuscire, o non riuscire, a vestirsi. Ho cenato male ed è quel che ci capita ogni giorno da un po’ di tempo a questa parte: infatti, da quando il cameriere Luigi è tornato a dirigere il personale domestico le cose vanno sempre peggio. Dopo cena mio marito si è recato da Ottaiano per conoscere il risultato di un abboccamento avvenuto il giorno stesso tra lui e il marchese di Breme, sempre a proposito delle precedenze. Poi siamo andati al ballo della principessa Pignatelli Strongoli. Il ballo era piacevole, molto animato, e le signore avevano dei bei vestiti. Ma la casa è un po’ piccola. Sua Altezza è arrivato tardi. Era stato a caccia tutto il giorno e probabilmente si era riposato dopo cena. Ha parlato poco, ma più a lungo con la Dolgoruki[121]. Quanto alla Piccolellis, non c’era. Ho ballato una sola quadriglia perché mancava lo spazio. La principessa di Frasso è venuta alla serata combinata piuttosto male. Aveva in testa un pezzettino di frangia d’argento che sembrava la spallina di un ufficiale, e glielo hanno fatto persino notare. Mi sono abbastanza divertita, ho parlato con molte persone conosciute. Al momento del commiato il principe Moliterno mi ha rivolto un complimento che mi è sembrato un tantino ironico, ma gli ho risposto per le rime e certo si è reso conto della mia perspicacia. Sono rientrata contemporaneamente a Sua Altezza, quasi alle due.

Giovedì, 14. Mi sono alzata e vestita tardissimo. Dopo colazione mi sono occupata delle questioni della casa, poi mi sono vestita più accuratamente e, alle tre, sono uscita per andare a chiedere informazioni al console di Francia. Sono stata a Posillipo, ma ho preso freddo e non c’era quasi nessuno. Al ritorno sono andata da Fass[122] per un cappello. Dopo cena ho indossato un vestito da sera[123] e alle undici sono andata al ballo a casa del signor Meuricoffre[124]. Ballo splendido, bella casa, servizio impeccabile. C’era tanta di quella gente che riusciva alquanto difficile addentrarsi nelle sale. Bellissimi vestiti. Alla Sant’Arpino è toccato il beneficio della conversazione del principe, che ha parlato solo a lei. Aveva sul capo una benda di magnifiche perle. Io non mi sono divertita più di tanto. Avevo troppo caldo e non si poteva ballare, né ci si poteva muovere. Il mio cavalier servente è stato per quasi tutta la serata il giudice Troise: sembra ridicolo che un uomo così giovane, oltretutto superficiale e fondamentalmente mondano, faccia il magistrato. È molto sveglio, anche troppo. Tuttavia l’ho preso in giro con ostentazione tutta la sera, e ciò affinché non si figurasse che prendevo sul serio la corte che si era messo in testa di farmi, e che anzi mi andava positivamente facendo. Non ho ballato affatto. Ho conversato con alcune signore tra cui la principessa di Moliterno, con il duca di Belgioioso, Bugnano, e soprattutto con un inglese, un certo Franklin, a dire il vero troppo appiccicoso. Sono rimasta fino alle due e mezzo.

Venerdì, 15. Faceva un freddo tremendo ed ero stanca del ballo della vigilia. Mi sono data un po’ da fare nel mio salottino, poi sono andata dalla sarta Concetta per vedere il mio vestito, ma era uscita. Mi sono recata a Posillipo, dove ho visto Sua Altezza e un ufficiale d’ordinanza che giravano a cavallo. Sono tornata da Concetta e sono andata dal guantaio, per poi rientrare a casa alle quattro. Dopo cena mi sono appisolata in una poltrona e alla fine sono andata a letto. Tirava vento e c’era un tremendo temporale.

Sabato, 16. Mio marito stava male ed è rimasto a letto tutto il giorno. Non sono uscita. Sempre un gran freddo e bruttissimo tempo. Mi sono data da fare nel salottino e ho tirato fuori dai bauli diversi oggetti. Ho cenato nella camera di mio marito e vi ho dormito fino alle dieci, poi me ne sono andata a letto[125].

Domenica, 17. Mi sono alzata assai tardi e sono andata alla messa in palazzo senza essermi acconciata i capelli. Ho visitato gli appartamenti preparati per il ballo. Dopo colazione sono rimasta a scrivere nel salottino fino alle tre. Mi sono recata a passeggiare a Chiaia, ma era troppo presto e non c’era nessuno. Davano uno spettacolo di pomeriggio al San Carlo: ci ho mandato i bimbi e li ho poi raggiunti. Si sono molto divertiti ed erano contentissimi della loro giornata. Abbiamo cenato e siamo rimasti a casa. Mi sono coricata presto.

Lunedì, 18. La mattina era ancora brutto tempo e faceva freddo. Dopo essermi vestita sono andata da Fass per acquistare un cappello e dal gioielliere per degli oggettini preziosi. Al ritorno mi sono messa a leggere nel salottino. Poi mi sono fatta pettinare e, dopo cena, mi sono vestita per il ballo di corte. Avevo fatto fare un bellissimo vestito azzurro con applicazioni in pizzo di seta greggia, ero ben pettinata, in breve avevo un aspetto assai attraente. Sono scesa alle nove. Alcune signore erano già arrivate, tra cui la Carafa. Suo marito, scioccamente, mi ha presentata al signor di Breme invece di presentare lui a me. Gli ho subito detto che lo conoscevo, il che è parso sorprenderlo. Non hanno poi tardato a sopraggiungere la Sant’Arpino, la duchessa Grisolia e le principesse Moliterno e Gesualdo. Ci hanno fatto accomodare in poltrone riservate. Verso le dieci sono arrivati il principe e la principessa Bonaparte[126] e, in ultimo, Sua Altezza. Alle dieci e mezzo si è ballata la famosa quadriglia d’onore, malamente peraltro, ma il colpo d’occhio era magnifico. La sala da ballo è splendida e l’orchestra era ottima. Ho ballato con Pandola, Del Vaglio e anche un addetto del consolato di Francia. All’una Sua Altezza, il suo seguito e noialtri partecipanti alla quadriglia d’onore ci siamo ritirati per cenare in una sala da pranzo privata dell’appartamento del principe. Eravamo in tutto ventiquattro persone. Faceva freddo in quell’ambiente e la cena era poco appetitosa, ma mi sono divertita lo stesso. Il mio cavaliere era il principe di Moliterno, che si è mostrato molto galante e cortese. Dopo la cena non ho più ballato, ma ho abbondantemente conversato con Del Vaglio e con un signore molto distinto che mi era stato presentato dalla duchessa di Sant’Arpino. Sua Altezza mi ha parlato per circa mezz’ora e si è lungamente intrattenuto con la Sant’Arpino. La Marigliano gli faceva gli occhi dolci, ma lui non le ha detto gran che. Insomma è stata una gran bella festa, perfettamente riuscita. Tuttavia si sono verificati svariati incidenti che meritano menzione. La mattina il signor di Breme ha rimproverato mio marito per aver fatto invitare qualcuno che non avrebbe dovuto esserlo. Di per sé il rimprovero era di scarso spessore. Ma il disguido era stato certamente segnalato al marchese di Breme con intento malevolo. E chi poteva essere stato a segnalarlo se non Carafa? Arrabbiatissimo, mio marito è sceso in segreteria e ha chiesto a Carafa di spiegarsi, senonché questi ha negato in tono deciso qualsiasi suo coinvolgimento. Così la cosa è finita lì. Secondo incidente: per la cena, la principessa di Moliterno era stata dimenticata e nessuno le ha offerto il braccio. Sant’Arpino si è atteggiato a difensore della principessa e ha inveito contro il cerimoniere Colonna, poi lo ha provocato dicendogli: se non le sta bene, sa dove abito; venga pure che la aspetto. Solo Iddio può dire se la questione si concluderà senza effusione di sangue. Per quel che mi riguarda, non so perché, non ho molta paura e sono pronta a scommettere che il tutto finirà in una colazione. Certo che, comunque, il duca aveva l’aria di volere spaccare tutto. Il peggio è che si pensava di addebitare anche questo disguido a mio marito. Per fortuna ho parlato con Sant’Arpino e con il cerimoniere De Renzis e ho subito avvertito Totonno, che ha esibito una lista da cui risultava la sua totale estraneità al pasticcio. Sono rincasata alle tre e mezzo.   

Martedì, 19 gennaio 1864. Mi sono alzata tardi e sono restata nel mio salottino in cui mi sono messa a riflettere e mi sono annoiata a morte. Ero stanca, tesa, vedevo tutto nero come era nero il tempo. Alle quattro mi sono vestita e sono uscita da sola per fare un giro a Chiaia. Sua Altezza vi stava passeggiando con il suo seguito e con il duca di Castagneta[127], che, a quanto pare, ha deciso di aderire al partito italiano. Era codino al punto di rifiutare qualsiasi invito che provenisse dal palazzo e ora è divenuto più realista del re. Da Chiaia mi sono recata a visitare la signora Agresti Colonna, che mi ha rimproverato di non essere mai venuta a trovarla prima. Abbiamo parlato un po’ di tutto fino alle sei, ma più che altro della provocazione di Sant’Arpino. Sono poi andata a cena dalla principessa Dentice, dove abbiamo mangiato un tacchino ripieno che mia sorella mi aveva spedito da Parigi[128] e che era ottimo. Alla cena partecipava il marchese Bugnano[129] che si è messo a criticare il ballo di corte, ma gli ho dato due o tre risposte a bruciapelo che temo lo abbiano irritato. Dopo cena il principe di Frasso è uscito con il marchese per sentire come si erano concluse le trattative tra i testimoni di Sant’Arpino e Colonna. Alle nove il marchese è venuto a informarci che il duello doveva aver luogo la sera stessa o l’indomani mattina e che era passato dal chirurgo per avvertirlo. La notizia mi sconvolse e la principessa di Frasso si mise a piangere. Io dovevo andare a teatro, ma vi rinunciai subito. Mi si era gelato il sangue nelle vene. Tornai a casa molto depressa e mi misi a letto, ma ero tanto agitata che non riuscivo a prendere sonno.

Mercoledì, 20. Alle nove c’era nella cappella di palazzo una messa di commemorazione per l’anniversario della morte della regina madre del principe[130] e mio marito doveva presenziarvi, come tutta la corte. Aspettavo con impazienza il suo ritorno per sapere dell’esito del duello. Alle nove e mezzo è tornato e mi ha detto che il duello si era svolto la sera del giorno prima e che Colonna era stato leggermente ferito al braccio, il che non gli aveva impedito di recarsi alla messa. Era bel tempo e la notizia mi fece tornare di buon umore. Mi sono attardata a lungo nel salottino. Ho scritto a mia sorella e al signor Petit per la riscossione di una somma dovutami dal signor Pelletier. Alle tre, con la carrozza, sono andata ad acquistare delle cosucce per Clementina, poi sono andata a trovarla a Capodimonte. Stava bene e mi ha fatto festa, ma mi sono trattenuta poco perché era già tardi. Al ritorno mi sono fatta aggiustare i capelli per andare al teatro del Fondo, ma mio marito, rincasando, mi ha fatto capire che sarebbe stato sconveniente presentarsi nei palchi della corte il giorno di un simile anniversario e vi ho rinunciato. Dopo cena mi sono messa a leggere davanti al caminetto e mio marito è uscito. Alle dieci e mezzo abbiamo preso insieme il tè[131] ed è stato premuroso con me. Verso le undici mi sono messa a letto.

Giovedì, 21. La mattina mi sono alzata tardi, ho fatto le mie abluzioni e, dopo colazione, sono rimasta nel salottino ad annoiarmi fino alle tre. Faceva freddo e non ero in forma. Alle tre e mezzo mi sono fatta pettinare per la cena. Sono rimasta a lungo a farmi bella e, alle sei e mezzo, sono scesa per la cena data da Sua Altezza in onore del principe e della principessa Bonaparte. Eravamo undici dame e le più carine erano la duchessa di Grisolia e la principessa di Piedimonte[132], tutte e due piuttosto ben vestite. La signora Visone veste in modo goffo ma è piena di pretese. La Carafa aveva il viso come un peperone. Quanto alla principessa Bonaparte è grossa e rossa e ha un’aria tutt’altro che distinta. La cena, in definitiva, è stata noiosissima. Faceva freddo e il signor di Breme, con la sua etichetta, ha raggelato tutti compreso il principe al quale fa indossare l’uniforme a ogni piè sospinto, il che lo rende di pessimo umore. Altra causa di malumore generale: invece di pentirsi dello scandalo che ha provocato al ballo, la principessa Moliterno ritiene di aver avuto ragione e sembra che abbia dichiarato che non rimetterà più piede alla corte finché non saranno stati sostituiti tutti i cerimonieri. Esagera davvero. Per la sua assenza di ieri[133] si è scusata dicendo che stava male, ma alle cinque era a cavallo a Chiaia e Sua Altezza l’ha incontrata. Il principe di Moliterno era alla cena e me ne ha parlato. Voleva addirittura che lei andasse dal prefetto. Io gli ho detto senza mezzi termini che disapprovavo, ma non sono stata la sola perché Sua Altezza, dal canto suo, gli ha fatto sapere che, se la principessa fosse andata la sera al ballo del prefetto, lui non avrebbe rimesso mai più piede a casa sua. Il signor di Breme ha mormorato che queste impuntature potevano costargli il posto[134]. C’era Sant’Arpino che si atteggiava ad eroe e non parlava d’altro che del suo duello. Dopo cena il principe ha rivolto a tutti qualche parola e si è ritirato alle nove e mezzo. Io mi sono davvero annoiata. Ho conversato con la marchesa Tupputi, che è salita da me con il marchese per aspettare l’ora del ballo. Alle dieci e un quarto ci siamo presentati al ballo del prefetto: ballo ufficiale, gremito di gente, noioso, durante il quale non ho danzato, quasi mi sono addormentata e ho aspettato un’ora e un quarto che mi consegnassero all’uscita il mio soprabito, senza contare quello di mio marito che si era proprio perso. Però proprio questi disguidi furono causa di un incontro molto interessante. Me ne stavo seduta con il broncio quando vidi un giovanotto che mi salutava con estrema cortesia. Lo guardo e, nonostante tutti i miei sforzi, non riesco ad associare un nome a quel viso. Si rese conto del mio imbarazzo e mi disse che si chiamava Manfredi Lanza[135]. Effettivamente lo avevo conosciuto sette anni prima a Firenze, ma all’epoca era un ragazzino che avevano fatto entrare al seminario. Lo avevo sempre visto con la tonaca e mai e poi mai l’avrei potuto riconoscere. Abbiamo chiacchierato per circa tre quarti d’ora e mi ha dato notizie dettagliate sulla famiglia[136]. Suo fratello maggiore aveva due figli, era felice e ultimamente era stato nominato governatore del palazzo di Palermo[137]. Anche Ciccillo[138] era sposato, con una cugina[139], e vivevano tutti insieme in famiglia. La principessa madre[140] stava bene pure lei. Alle due e mezzo sono tornata a casa, stanchissima.

Venerdì, 22. Mi sono alzata tardi e sono stata a lavarmi e vestirmi fino all’ora del pranzo. Dopo ho scritto alla mamma. Ero molto triste e vedevo tutto a tinte fosche. Alle tre, con il bel tempo, sono andata ad ordinare un cappello dalla signora Fass, poi, in carrozza scoperta, ho fatto una puntata a Posillipo. C’erano Sua Altezza e un sacco di gente, ma quant’è monotono vedere sempre le stesse facce. Alle quattro e mezzo sono andata a trovare la duchessa di Belgioioso, che però era fuori, e allora sono tornata a casa e ho scritto fino all’ora di cena. La sera non sono uscita e mi sono messa a letto presto.

Sabato, 23. Ho messo a posto la roba che era stata tirata fuori dai bauli, mi sono vestita, ho pranzato. Un’altra giornata malinconica. Ero molto triste, forse perché mi faceva male la gola. Sono uscita da sola in carrozza chiusa. Sono stata da Cardon e a fare un giro a Posillipo. Dopo la cena avevo freddo e non stavo affatto bene, però mi sono messa addosso qualcosa e sono andata dalla signora Agresti, dove sono rimasta fino alle undici. Quella sera c’era al Fondo un veglione, o meglio un ballo in maschera, e vi sarei davvero voluta andare. Il giorno seguente ho appreso tuttavia che il ricevimento era stato triste da morire, il che ha ridimensionato i miei rimpianti[141].

Domenica, 24. Sono stata a messa nel palazzo. Avevo ancora il mal di gola. Sono uscita alle due e mezzo dopo una visita del marchese Bugnano, recandomi a mia volta dalla contessa del Vaglio e rimanendovi fino alle tre e mezzo. A Posillipo ho poi visto Sua Altezza che andava in giro con un ufficiale d’ordinanza. Ho cenato, mi sono vestita, e sono andata al Fondo a vedere La dame aux camélias[142], recitata perfettamente nonostante che il giovane primo attore avesse un’aria molto qualsiasi. Mi sono coricata a mezzanotte.

Lunedì, 25. Avevo davvero un gran mal di gola e ho dovuto curarmi, rimanendo a casa. Per un certo verso sarebbe stato meglio che fossi uscita perché per lo meno ciò mi avrebbe distratta. La noia mi pesava e ho passato una pessima giornata. Quella sera avevo deciso di non uscire, ma c’era la ripetizione generale del balletto. La sala non era illuminata, per cui non era necessario vestirsi da sera e mi ci sono recata passando dal corridoio. La prova è durata un’ora e mezzo. Le scenografie e la regia mi sono abbastanza piaciute, ma non so se lo spettacolo potrà avere un successo duraturo. Sono andata a letto presto, assai sofferente.

Martedì, 26. Sempre molto triste e sofferente. Ho messo un po’ in ordine la casa, poi mi sono accorta che avevo una febbre, che qui chiamano orticaria[143]. Volevo andar fuori lo stesso. Ho aspettato fino alle tre un cappello che avrei dovuto mettere per fare delle visite, ma, dato che non me lo portavano, ho indossato un vestito semplice e sono stata a trovare Clementina a Capodimonte. L’ho trovata allegra e in buona salute. Quando sono rientrata l’eruzione si era estesa a tutto il viso, ma non era troppo vistosa, per cui sono andata comunque al teatro del Fondo ad assistere alle prime della signorina Honorine[144] di cui si era molto parlato. Aveva scelto due ruoli pressoché identici, nel senso che fa la parte della gran dama che però proviene o dai mercati o da un suo paesello. Il ruolo è effettivamente originale e lei ha recitato molto bene, per di più è carina e ben vestita. Il giorno prima c’era stato un ballo dal principe Moliterno. Il signor Pandola mi ha fatto una visita a teatro e da lui ho saputo che è stato un bel ballo, ma che è stata notata l’assenza di tutte le persone della corte e la nostra. Sua Altezza vi è restato un’ora. Inoltre Pandola mi ha detto che il ballo da Sant’Arpino doveva aver luogo l’indomani. Io pertanto mi sono resa conto, con grande dispiacere, che non ci sarei potuta andare, perché il viso mi si andava sempre più gonfiando.

Mercoledì, 27 gennaio. Mi è venuta una forte febbre. Ho mandato a chiamare Mengozzi[145], il quale mi ha detto che non era nulla di grave. Ma la febbre aumentava. Mi sono messa a letto subito dopo la cena e stavo proprio male. Mio marito è uscito un poco per andare dalla principessa Dentice. Ha visto il vestito della principessa di Frasso[146] che si recava al ballo dei Sant’Arpino. Mi ha molto addolorato non poterci andare anch’io.

Giovedì, 28. Sono rimasta a letto tutto il giorno, assai mesta e sofferente. Ho avuto l’orticaria che provoca angosce tremende e sgradevolissime.

Venerdì, 29. Mi sono alzata. Ho acquistato dei libri e mi sono messa a divorarli. Mengozzi mi ha rimproverata per il fatto che non ero restata a letto ed effettivamente la sera stavo assai peggio.

Sabato, 30. Sono rimasta a letto tutto il giorno e mi sono sentita meglio. Ho letto molto. Il precettore dei bimbi stava male e non è venuto. Mi è stato riferito che c’era stata moltissima gente al ballo del prefetto della vigilia.

Domenica, 31. Stavo molto meglio e mi sono alzata. Mengozzi mi ha assicurato che sarei potuta andare al ballo il giorno dopo. Mio marito ha condotto i ragazzi a passeggiare a Portici. Io ho letto tutta la giornata da sola nel salottino e mi sono alquanto annoiata. Sono andata a letto presto.

Lunedì, 1° febbraio 1864. La mattina mi sono occupata del vestito che rischiava di non essere pronto per la sera. Mi sono data brevemente da fare nel mio salottino. Mi sono fatta pettinare prima di cena, ho messo il vestito e alle dieci sono scesa al ballo. C’erano tremila invitati. Era bello, ma persino ai posti che ci avevano riservato faceva un caldo tale che non ho potuto resistere e me ne sono andata mezz’ora dopo l’arrivo di Sua Altezza. Per evitare lo scatenarsi delle gelosie era stato deciso, alquanto giudiziosamente, di non programmare quadriglie d’onore. Avevo un vestito carino, che molti hanno notato. Non ero pettinata come piace a me, ma che farci? Non ho ballato affatto, perché era quasi impossibile con quella calca. Ho passeggiato con il signor Agresti, il quale – non so perché – mi ha confidato che tradiva la moglie. A ben considerare, è ipocrita affermare che non so perché. Voleva farmi capire che, giovane com’è, non può essere innamorato di una donna come sua moglie. Eppure, ne è stato innamorato, ed è proprio questo che non si capisce. Quando l’ha sposata era vecchia e non era ricca: non può averlo fatto per interesse. Ed è vero che è giovane, dato che ha trent’anni, ma la vecchiaia della moglie l’ha contagiato e in tre anni si è fatto calvo e pieno di rughe come un vecchietto[147]. C’era anche Manfredi Lanza a quel ballo, ma non abbiamo potuto dirci nulla perché il principe di Moliterno è venuto a far la parte del terzo incomodo. Più tardi è la ressa che ci ha impedito di ritrovarci. Alla cena del personale di corte c’erano in tutto quarantadue posti a tavola. Ho dato il braccio al generale Bocca[148]. Sua Altezza, per evitare discussioni come quelle che c’erano state a proposito della cena precedente, ha avuto la pazienza di aspettare in piedi almeno tre quarti d’ora, fino a che tutti gli invitati fossero presenti. C’erano diciotto signore, tra le quali le più seducenti erano la Piccolellis e la Marigliano. Sua Altezza non mi rivolge più la parola: tanto meglio. Vorrebbe che si civettasse e gli si facesse gli occhi dolci in continuazione e, sinceramente, non ci tengo a farmi prendere in giro da lui. Alla fin fine ha fatto cilecca quanto al suo tentativo di procacciarsi un’amante ufficiale. Si è fatto o non si è fatto la Piccolellis? That is the question, come dicono gli inglesi. Il marito la porta a Parigi e partono giovedì. Lei fa sapere a tutti che ne è dispiaciuta. Alcuni sostengono che il marito vuole allontanarla dal principe, ma, dato che anche lui se ne va tra pochi giorni, la tesi non regge. Per me, ritengo che voglia far dimenticare se stesso e la moglie per un po’ di tempo, e così far cessare le atroci dicerie di questa abominevole società napoletana, che è la più abiettamente malevola che si possa immaginare. Al ballo mi è capitato un incidente sgradevole. La moglie del generale La Marmora si era comportata con me in modo molto maleducato al mio arrivo a Napoli, non rispondendo al biglietto da visita che le avevo lasciato, e purtuttavia sembra stupirsi della mia freddezza e degli sforzi che faccio per non incontrarla. Orbene, quando mi sono presentata al ballo, Carafa mi ha preso sotto braccio e mi ha condotto vicino alle signore, affinché mi facessero posto. Visto che la signora La Marmora e la Rignano non si erano scomodate, me ne sono andata poi a sedermi su una panchina posta un po’ più in là, e fin qui avevo preso la cosa con una certa filosofia (nonostante l’imbarazzo di trovarmi da sola su una lunga panchina sotto gli occhi di tanta gente che mi osservava). Senonché, dopo appena cinque minuti, è arrivata la Gesualdo e le due dame si sono alzate per far posto a lei e alla Dolgoruki, che neppure aveva il diritto di starci. Lì per lì me la sono presa molto con Carafa che avrebbe dovuto costringerle a farmi posto. Gerardo del Vaglio è venuto a intrattenermi, aiutandomi così a darmi un contegno. Aveva notato l’incidente e se ne era alquanto adirato. Mi ha promesso di parlarne con Carafa, ma non so se l’abbia fatto perché questi, al termine del ballo, si è sentito male e ora è a letto. Sono risalita nel mio appartamento alle due e mezzo.

Martedì, 2 febbraio. La mattina sono andata a parlare con mio marito e gli ho raccontato l’incidente del ballo. Nel raccontarlo sono stata sopraffatta da un vero senso di angoscia, forse anche a causa della tensione nervosa accumulata negli ultimi giorni, e mi sono messa stupidamente a piangere come una fontana. Poi mi sono vestita e, durante il pranzo, ho parlato del ballo in maschera per i bambini, facendo valere che forse non sarebbe stato educato non mandarveli perché il marchese e la marchesa di Montefalcone ci tenevano molto. Abbiamo fatto venire il costumista del San Carlo, che, dopo molte nostre insistenze, ha accettato di adattare per loro dei costumi che dovevano esser pronti il giorno dopo. Ho fatto quindi un giro a Posillipo in carrozza chiusa con i ragazzi e, al ritorno, ho letto nel salottino. Dopo cena mi sono vestita e di nuovo ho preso accordi con il costumista. Ho trascorso la serata al Fondo e mi ci sono assai divertita: buono spettacolo, bel pubblico, insomma serata positiva.

Mercoledì, 3 febbraio 1864. La mattina, dalle otto e mezzo alle nove e mezzo, ho scritto e mi sono data da fare nel salottino. Mi sono vestita e occupata di mille dettagli dei costumi dei bimbi. Dopo pranzo ho scritto due lettere d’affari e non sono uscita. Il tempo era cupo e freddo, ma io ero più allegra e contenta di quanto non lo fossi stata negli ultimi giorni: dipendeva forse dalla salute recuperata e dal venir meno della tensione nervosa. Sono rimasta a casa, comunque. Sia prima che dopo cena ci siamo preparati al ballo. I costumi dei bimbi erano stati raffazzonati alla meno peggio, ma Stefano, travestito così, era comunque carino. Erano mascherati da scaricatori di legname[149] e le parrucche stavano loro a pennello. Alle nove mi hanno preceduta con il padre e io li ho raggiunti alle dieci. Il ballo è stato il più allegro, il più piacevole e il meglio organizzato della stagione. Fino a mezzanotte i bimbi hanno ballato. Tutti i costumi erano davvero raffinati e sfarzosi. La festa era quanto di più brillante si possa immaginare e aveva attirato un mucchio di gente. Sua Altezza è arrivato alle dieci e mezzo, è sembrato divertirsi molto delle danze dei bimbi e ne ha accarezzati molti, tra i quali Stefano. All’una e mezzo c’è stata una cena. Ad una grande tavola si è seduto Sua Altezza con coloro che sono riusciti a trovarvi posto, ma ci si è infinitamente più divertiti attorno alle tavole più piccole, da quattro o sei coperti. Io ho cenato ad una tavola piccola con Carafa, la principessa di San Lorenzo e una signorina francese di un genere un po’ equivoco. A una tavola vicina, la Dolgoruki ha riso tanto fragorosamente e a lungo che è riuscita a richiamare su di sé l’attenzione di tutti, compresa quella del principe che sembrava rammaricarsi assai di non essere in quel gruppo di commensali. Ho ballato solo la quadriglia. Ho parlato con molte signore. Il cavaliere più premuroso è il principe di Moliterno. Mi fa la corte, è chiaro: resterà con le pive nel sacco. Me ne sono andata alle tre del mattino. Riflettevo che il prefetto, su cui si emettevano mille riserve all’inizio della stagione e soprattutto si diceva che non avrebbe saputo fare gli onori di casa, è stato il solo a ricevere decorosamente quest’anno. I suoi ricevimenti sono stati più riusciti persino di quelli del palazzo, e ne può trarre vanto. I due fratelli Pandola sono assai premurosi, assai cortesi con tutti e aiutano molto la loro sorella ad organizzare il suo ricevimento.

Giovedì, 4. Abbiamo sistemato della roba e fatto ordine fino all’ora di pranzo. Dopo ho parlato con Concetta che mi deve confezionare un vestito per il ballo di lunedì. Mi sono recata in carrozza dalla signora Fass per un cappello e un nastro ricamato a fiori. Ho fatto un giro a Chiaia con mio marito e me ne sono tornata a casa a leggere fino alla cena. La sera sarei dovuta andare dalla principessa Dentice e dalla signora Agresti, ma ero così stanca che ho fatto accendere il fuoco e mi sono rifugiata nel salottino fino alle dieci. Berta era uscita e, rientrando, mi ha raccontato un episodio divertente di cui era stata testimone[150]. Mi sono coricata alle undici. Mio marito, che era andato da solo a fare le visite previste, è venuto ad augurarmi la buonanotte.

Venerdì, 5. La mattina non ero di troppo buon umore, ma mi sono sforzata di superare la mia malinconia. Ho ricevuto un invito al ballo del circolo, che doveva tenersi quella sera stessa. Non avevo troppa voglia di andarvi, però alla fine mi sono decisa. Dopo pranzo ho scritto fino alle tre, poi con mio marito siamo andati in carrozza alla stazione della ferrovia, latori di una lettera del governatore che ci doveva permettere di procurarci delle penne di pavone che dovevo far cucire su un vestito. Senonché avevo avuto la cattiva idea di prendere una carrozza scoperta. Invece pioveva, faceva un tempo atroce e sono tornata in fretta. Mi sono fatta pettinare prima di cena e, dopo cenato, mi sono rapidamente vestita. Ero particolarmente ben messa quella sera e sono stata al teatro del Fondo per aspettare l’ora del ballo. In teatro il mio abbigliamento sarebbe apparso ridicolo se tutti non fossero stati al corrente che dopo c’era un ballo. Lo spettacolo era gradevole, il pubblico di alto livello e mi sono divertita tanto da restare fino alla fine, per cui sono poi giunta al ballo a mezzanotte e un quarto. Qui, buona organizzazione, buona orchestra, buon buffet, ma illuminazione scarsa e troppo poca gente. Sua Altezza non vi ha incontrato nessuno che conoscesse, o per lo meno nessuna di quelle signore di cui va in cerca, e, dato che doveva andare a caccia l’indomani, si è ritirato presto. Dal canto mio, non mi sono molto divertita e, a parte la conversazione decisamente galante di Moliterno, non ho praticamente nulla da segnalare. Sono rientrata alle due.

Sabato, 6. Dopo pranzo sono uscita sola in una carrozza chiusa nuova di zecca che è stata messa ora a mia disposizione stabilmente. Prima sono andata da Concetta a vedere il mio vestito. Poi sono passata a prendere mio marito all’ufficio dei cerimonieri e, insieme, ci siamo recati a prendere Clementina al suo istituto. Mio marito si è fermato al parco e, con il custode, è andato a strappare delle penne ai pavoni per l’abbellimento del mio abito del lunedì. Frattanto ho preso la mia piccola all’istituto e l’ho trovata bella grassa e in buona salute. Quando siamo rientrati, ho letto fino all’ora di cena, poi mi sono un po’ rinfrescata e siamo andati a trovare la principessa Dentice, quindi la signora Agresti che era a letto e sinceramente spiacente di non potersi alzare. Alle undici ero a casa.

Domenica, 7 febbraio 1864. Dopo la messa e il pranzo ci preoccupavamo del cattivo tempo. Fino alle due si era creduto che la sfilata dei carri[151] sarebbe stata disdetta a causa del cattivo tempo, ma poi sono venuti ad avvertirci che il popolo voleva divertirsi, che ci contava, e che si stavano facendo gli ultimi preparativi per uscire in piazza. Mi sono affacciata dal balcone che dà sulla corte ed effettivamente ho visto che stavano caricando i confetti sul carro di Sua Altezza. Anche il signor De Renzis era uscito sul balcone[152]. Ho  parlato un po’ con lui, poi siamo andati in carrozza al palazzo dell’ex ministero delle Finanze, in via Toledo, per assistere alla sfilata[153]. C’era una folla incredibile, lo spettacolo era molto animato e particolare, tutti i balconi erano gremiti di gente, venivano effettuati lanci di confetti ma con quella pioggia e quel fango era un vero spreco! C’è da stupirsi che in mezzo a quella calca compatta le carrozze non abbiano causato infortuni. La gente del popolo si buttava sotto le ruote delle carrozze, spingeva, ma tutto ciò senza che si verificassero incidenti né disgrazie. Il primo carro era quello del principe, fatto a foggia di una grande bomboniera: sopra vi erano Sua Altezza e le persone del suo seguito, travestiti tutti da pierrot[154]. Poi, i più belli erano quello di Fiorelli[155], che rappresentava dei bebè con una balia, e quello di Frasso con le carte da gioco. Gli altri non valevano gran che. Si è fatto un vero scialo di confetti: dicono che Sua Altezza ne abbia acquistati per 8.000 franchi. Al cader della notte tutti i carri, i balconi e anche le finestre si sono accesi di bengala ed era un magnifico colpo d’occhio. La sera sono stata al Fondo e mi sono divertita: lo spettacolo era allegro e ben eseguito, il pubblico fine. 

Lunedì, 8. La mattina solite incombenze e preparativi per il ballo della sera. Ho letto fino alle quattro, poi è venuto il parrucchiere. Cena, lettura. Mi sono messa il vestito, che era perfetto, e alle dieci e un quarto sono scesa al ballo. Tutti i posti erano già occupati, le sale erano piene zeppe, Sua Altezza e il seguito sono arrivati pochi minuti dopo di me. Il ballo, riservato a seicento persone, è stato molto brillante ed ottimamente organizzato. Bei vestiti. È finito tardi. Il principe si è ritirato alle tre ed io me ne sono andata alle tre e mezzo. Ho ballato abbastanza e ho conversato con molte persone, in particolare con Manfredi Lanza (con disappunto di mio marito che addirittura è venuto ad interrompere l’abboccamento), con Pandola, Del Vaglio, De Renzis e con alcune signore, tra cui Maria[156], elegante e affabilissima come non mai in queste occasioni.

Martedì grasso, 9 febbraio 1864. Stefano era molto raffreddato e aveva male a un occhio. Mi è dispiaciuto perché volevo condurli tutti[157] a vedere la sfilata dei carri, ma purtroppo Stefano doveva rimanere a casa. Alle due, con Gerardo e Clementina, ci siamo andati a piazzare nello stesso balcone della domenica. Sin dall’inizio il tempo non augurava bene, anche se speravamo che non venisse a piovere fino a sera. Stessa folla, stessa eccitazione, stessi carri. Senonché, verso le tre e mezzo si è scatenato un diluvio tale che in pochi secondi tutti erano zuppi. In strada la gente si rifugiava sotto i portoni ed era un fuggi fuggi generale. Le persone che erano sui carri invece, benché bagnate fradice, hanno fatto buon viso a cattivo gioco, continuando a sfilare e a lanciare dolciumi fino alle sei, poi la pioggia è cessata e sono potuti rientrare con le luminarie come domenica. Sua Altezza è stato molto applaudito per la disponibilità e buona volontà dimostrata in queste circostanze. C’erano poi una cena ufficiale alla corte e un ballo dalla duchessa di Bovino[158] al quale il principe si è recato. Dato che non conoscevo quella signora, io non ero stata invitata. D’altronde morivo dal sonno e avrei fatto meglio a non andare neppure al San Carlo, dove davano Macbeth[159] e il nuovo balletto[160], cantato e ballato talmente male che il pubblico continuava a fischiare, il che mi ha ancor più stancata e innervosita e non ce l’ho fatta a rimanere fino alla fine.

Mercoledì, 10. Di mattina il tempo era bello e avevo pensato ad una passeggiata con Clementina. All’una sono tornate le nuvole. Comunque, alle due e mezzo sono andata a portare al piroscafo una lettera che avevo scritto per mia sorella[161]. Poi, sempre con Clementina, siamo andate a comprare una bambola[162] e a passeggiare[163] a Chiaia. Al ritorno, ho letto nel mio salottino. È venuta a farmi visita la duchessa di Belgioioso. Dopo cena non sono uscita e mi sono coricata presto.

Giovedì, 11. Il tempo più atroce che abbia mai visto. Pioggia, vento, temporale incredibile. Dovevamo ricondurre Clementina all’istituto, ma non era proprio possibile. Ho avuto molto freddo e ciò mi ha messo di pessimo umore. La mattina volevo scrivere al signor Lecour e, dato che mi sono svegliata presto, mi sono ritirata nel salottino sin dalle otto, ma me ne sono poi venuta via per il freddo. Dopo pranzo mi sono messa a leggere, ho portato avanti il diario[164]. Sono molto triste. È a causa della stagione? Forse, fa così buio e brutto tempo. E poi rimpiango Parigi, perché no?! Qui tutta la situazione è sconsolante: il popolo è privo di senso civico, la buona società si perde in maldicenze e calunnie. Insomma è meglio che non mi abbandoni al corso delle spontanee riflessioni che non sarebbero né allegre, né lusinghiere per gli abitanti di questo paese. Ho letto fino a cena e, dopo cena, avevamo fatto attaccare i cavalli per andare a trovare la signora Agresti che sta male, ma la violenza del tuono, del vento e della pioggia ci hanno costretti a rinunciare. Anche gli equipaggi di caccia di Sua Altezza si stavano preparando, ma non sono potuti uscire quella sera come era in programma.

Venerdì, 12. Il tempo si era un po’ rimesso. Dopo pranzo mio marito ha ricondotto Clementina all’istituto. Ho scritto, mi sono vestita e sono andata a fare due visite, ma non ho trovato nessuno in casa. Ho fatto un giro a Chiaia con mio marito, poi sono andata a piedi da Detken ad acquistare dei libri[165]. Ho letto fino all’ora di cena. Avevo invitato la duchessa di Belgioioso a teatro, ma quell’egoista del marito le aveva impedito di venire, dicendole – a quanto pare – che avevano di meglio da fare. Dopo cena mi sono vestita e sono andata a sentire al San Carlo la Lucia di Lammermoor[166], splendidamente eseguita. Era la serata d’avvio della Titiens[167] che ha ottenuto una gratifica spropositata per una scrittura di due mesi e, a mio parere, è un mediocre talento. Il pubblico ha accolto con grande freddezza la sua prestazione, ma il tenore e Bassinis[168] hanno cantato con rara maestria e lo hanno fatto andare in visibilio. Pandola e Capecelatro[169] sono venuti a visitarmi e il pubblico in genere era di prima scelta. Ho notato che il principe di Moliterno è pieno di pretese, il che è francamente ridicolo per un uomo della sua età[170].

Sabato, 13. La giornata era splendida. Ho scritto una lunga lettera alla mamma. Mi è venuto a salutare il signor De Luca. Dopo essermi vestita, sono uscita in carrozza alle tre. Sono passata a prendere mio marito all’ufficio dei cerimonieri e ci siamo recati dalla principessa Dentice, seriamente indisposta da due giorni. Ma non riceveva e così siamo andati a fare un giro a Posillipo, poi a Chiaia, dove mio marito è sceso ed ha voluto camminare a piedi. Ho proseguito il giro da sola. Una volta rincasata mi sono vestita per la sera e ho letto nel salottino fino all’ora di cena. Dopo cena sono andata a trascorrere la serata dalla signora Agresti, che sapevo malata, ma credevo in convalescenza. Suo marito, invece, mi ha subito accennato che in giornata aveva avuto un attacco di nervi e che, da quanto si era sentita male, gli aveva dettato le sue estreme volontà. Siamo rimasti da lei fino alle undici e mezzo e, a mezzanotte, sono andata a letto.

Domenica, 14. La mattina, dopo essermi vestita, sono andata a messa in palazzo. Dopo pranzo ho letto nel salottino, mi sono rivestita e sono andata in carrozza dalla principessa Dentice, che però stava male e non riceveva. Ho fatto un giro a Posillipo con mio marito e, al rientro, mi sono vestita per la serata al San Carlo. Mio marito doveva partecipare a una grande cena di signore data dal principe ed è venuto a raggiungermi in teatro assai tardi. Avevo invitato la coppia dei Capecelatro e il cavaliere mi ha illustrato tutta la cronaca scandalosa della società. Mi ha mostrato, tra le ballerine, l’amante di Saluzzo[171] e quella del principe Fonda[172]. La signorina Desclée, attrice, era in un palco con Alessandro Dumas[173], la sua amante e il signor De Renzis. Su quest’ultimo in particolare il mio interlocutore mi ha sciorinato una massa di infamie. Poi, dopo un quarto d’ora, è andato a trovarli ed è stato affabilissimo con colui di cui aveva così sparlato. Accanto a noi c’era il principe Moliterno al quale ho parlato e che è sempre tanto premuroso, anzi diciamo pure più che premuroso.

Lunedì, 15 febbraio. Mi sono alzata tardi. È venuto il signor Capocci, che ha pranzato con noi. Ci ha detto della sua penosa situazione e ne sono rimasta commossa. Avrei davvero voluto poterlo aiutare, anche perché ha una famiglia e dei bambini[174]. Mi sono sforzata di coinvolgere mio marito riguardo a questa disgrazia, ma avviene troppo spesso che ci si faccia ingannare e lui non si fida: forse non ha tutti i torti. Ho letto fino alle due. Dopo sono andata in carrozza a fare una visita alla contessa del Vaglio che non ho trovato in casa, quindi mi sono recata dalla marchesa di Montefalcone che, proprio in quel giorno, riceveva. C’erano quattro o cinque signore che conoscevo: la principessa Moliterno molto elegante, la duchessa Belgioioso, l’anziana Carafa con il suo solito broncio. La marchesa è sempre disponibile e cortese. Successivamente sono andata a trovare la principessa Dentice che ho potuto vedere, questa volta, ma che era ancora molto sofferente. C’erano con lei, ad accudirla, Maria Bugnano e la principessa[175] ed è poi sopraggiunta la duchessa di San Demetrio. Abbiamo conversato una mezz’ora nel salotto e poi sono andata a Posillipo con mio marito. Il tempo era splendido. Sua Altezza andava in giro in carrozza. Ho visto un sacco di gente a Chiaia e alle cinque e un quarto ero a casa. Mi sono fatta acconciare i capelli prima di cena e, dopo cena, mi sono messa un grazioso vestito adornato di ninnoli per la serata del signor Capecelatro. Prima sono passata a vedere la signora Agresti, che sta ancora male. Poi, alle dieci e mezzo, siamo andati dal signor Capecelatro. La sua casa è così piccola che in essa non ci si può né muovere, né tanto meno spostare. C’era tantissima gente e mi meraviglio che ci si arrischi a ricevere in sale tanto esigue. Tuttavia il servizio era ottimo, abbondante e raffinato, e mi sono assai divertita. La Titiens e alcuni dilettanti hanno cantato, io ho conversato con Del Vaglio, il principe di Moliterno e Pandola. Me ne sono venuta via a mezzanotte e un quarto.

Martedì, 16 febbraio. Mi sono alzata tardi, ho scritto un po’ nel salottino prima di pranzo. Gerardo è stato molto indisciplinato e si è ribellato al precettore. Dopo pranzo ho scritto fino alle tre. Sono stata in carrozza dalla principessa Dentice, dove c’era parecchia gente. Un giro a Posillipo e, al ritorno, mi sono fatta pettinare. Dopo cena siamo andati a sentire la Titiens che cantava la Lucia[176] al San Carlo. L’opera è stata eseguita alla perfezione e ha suscitato un grande entusiasmo. Avevo invitato il duca e la duchessa di Petrizzi. La duchessa è simpatica, benché un po’ fredda, e sembrava molto soddisfatta della serata.

Mercoledì, 17 febbraio. La mattina, di buon’ora, ho scritto una lunga lettera al signor Calenge[177]. Mi sono vestita, ripromettendomi di andare a trovare Clementina a Capodimonte. Ho un po’ armeggiato nel mio salottino ed ecco che ha iniziato a piovere, ma mi sono detta che erano solo due gocce. Alle due ho fatto un salto con i ragazzi dai loro zii Del Vaglio, restandovi fino alle tre. Quindi sono passata a prendere mio marito all’ufficio e ci siamo avviati tutti insieme verso Capodimonte. Senonché, quando siamo arrivati all’altezza della via Forìa, l’acqua veniva giù con una violenza tale che abbiamo deciso di tornare indietro. Ho letto nel salottino fino all’ora di cena. La sera non sono uscita e mi sono coricata alle dieci e mezzo. Mio marito è andato a fare delle visite da solo.

Giovedì, 18. Mi sono data molto da fare a sistemare le mie cose. Mi sono vestita e, dopo pranzo, ho letto fino alle due. Mi sono recata in carrozza da Alessandrina[178] per una vestaglia, poi sono passata all’ufficio per prelevare mio marito e siamo andati a trovare Clementina a Capodimonte. La bimba era allegra e in buona salute. Siamo rimasti fino alle quattro. Rientrando, siamo stati dalla principessa[179], che abbiamo trovato ancora a letto. Al suo capezzale c’erano la marchesa Rivadebre, la marchesa Goia con la figlia Maria, e Amalia[180]. Abbiamo chiacchierato fino alle cinque. A casa, poi, ho letto fino all’ora della cena. Dopo cena mi sono vestita e siamo andati al San Carlo a sentire il Rigoletto, cantato non troppo bene. A teatro c’era la Sant’Arpino con una giacca di velluto ricamata d’oro che, vista dalla distanza alla quale ci trovavamo, sembrava proprio un’uniforme da ufficiale. Beninteso, di ufficiali ce n’erano come al solito quattro o cinque nel suo palco. Il marito era in platea con Moliterno, Rivadebre e diversi altri e si produceva in una pantomima talmente vivace che ciò mi avrebbe divertita se non fossi stata così poco in forma, e addirittura malinconica. Sua Altezza era presente.

Venerdì, 19. Mattinata come al solito. Dopo pranzo ho scritto, ma non ero né più allegra, né meglio disposta della vigilia. Mi sono vestita e sono andata a fare varie visite, ma soprattutto a recapitare biglietti da visita[181]. Ho trovato in casa la marchesa Rivadebre, che ci ha mostrato tutto il suo appartamento con vista sul mare, sulla Villa, su Chiaia[182]. È magnifico. Ho fatto un giro in carrozza a Posillipo. Al ritorno, ho letto nel salottino fino alla cena. Dopo cena, la serata era limpida e bellissima e ci siamo recati a piedi dalla signora Agresti, presso cui siamo restati fino alle undici. La carrozza è venuta a prenderci per il ritorno.

Sabato, 20. Ho scritto sin dal mattino presto, ancor prima di vestirmi. Il tempo è stato spaventoso tutto il giorno, con un vento che mi ha fatto venire il mal di stomaco. È una stagione che mi fa davvero soffrire. Ho tentato di leggere, di fare qualcosa, ma non mi pare di avere combinato gran che di utile. Sono rimasta mestamente nel salottino fino alle cinque. Mi sono fatta pettinare e, dopo cena, ho indossato un vestito da sera particolarmente elegante. Dapprima sono stata al San Carlo a sentire Rigoletto e la Traviata[183], poi, alle undici, ci siamo recati alla serata della signora Soulange (moglie del console di Francia): una francese molto gentile e che fa ottimamente gli onori di casa. C’era molta gente, quasi troppa per l’appartamento esiguo. Sua Altezza è venuto con il seguito, ma la musica lo annoia e lui lo dà a vedere. La Perella ha cantato benissimo, ma il principe non l’ha quasi ascoltata. Da quando è partita la Piccolellis, parla pochissimo con le signore. Forse che le ha fatto una promessa? Ha conversato solo con la Bovino, e brevemente con la Sant’Arpino. È in cordialissimi rapporti con il piccolo Rivadebre. Ho chiacchierato con alcune signore, tra cui l’affabilissima principessa di San Lorenzo e la Moliterno, e con Pandola. Anche gli addetti del consolato mi hanno un poco intrattenuta. I vestiti delle signore erano assai graziosi. Quello della Bathiany proveniva dalla sartoria Worth[184] ed era magnifico, peccato che lei, invece, sia brutta e vecchia. Quella sera c’era una mescolanza delle due tendenze[185] ed era presente anche la principessa Torella[186] con la figlia, da poco sposata e alquanto sgraziata. Me ne sono andata all’una del mattino. Ho parlato con mio marito e ho perso molto tempo a prepararmi per la notte[187], poi non sono riuscita a chiudere occhio a causa del fortissimo vento che scuoteva tutto il palazzo.

Domenica, 21. Svegliandomi, ho trovato Berta disperata per il cattivo comportamento dei bimbi. Li ho puniti tutti e due. Mi sono vestita, sono andata a messa a palazzo, ho pranzato e sono rimasta fino alle quattro nel salottino a leggere un romanzo di Paul de Kock[188] che il signor Capecelatro aveva appena ricevuto da Parigi e mi aveva prestato. Prima che uscissi, mi hanno detto che Stefano stava poco bene[189], ma era solo un po’ di stanchezza a seguito della seduta del giorno precedente dal dentista. Con mio marito, siamo arrivati in carrozza alle soglie di Posillipo, ma il vento ha reso l’escursione del tutto sgradevole. Il principe era uscito in carrozza quasi contemporaneamente a noi e ci siamo incrociati più volte. Saluta sempre assai garbatamente. Al ritorno mi sono fatta pettinare. Alle otto mi sono vestita e sono andata al San Carlo. Avevo invitato la signora Carafa per sentire la Lucia[190]. Suo marito era di servizio e ci ha raggiunte dopo la cena di corte. Ci ha annunciato la partenza del principe per il sabato successivo. Pandola, venuto a trovarmi nel mio palco, si è fatto portavoce di tutte le chiacchiere scandalistiche che circolano, in particolare riguardo alla relazione della Desclée con il signor De Renzis. È apparso poi anche il duca di Rignano, credendo – penso – che quello fosse il palco della signora Carafa. Lei me lo ha presentato: è un ragazzo carino, che però ha l’aria di un perfetto imbecille. Il cavalier Carafa mi fa la corte tentando di toccarmi il piede: che finezza! Oltretutto è divenuto bruttissimo dopo la sua malattia.

Lunedì, 22. Il tempo è stato splendido tutto il giorno. La mattina c’era un’esercitazione al campo[191]. Avevo pregato mio marito di condurmici, ma lui mi aveva assicurato che non valeva la pena. Invece ho saputo che la parata era stata bellissima e che c’erano andati tutti. Una volta vestita, dopo pranzo sono rimasta a casa fino alle tre e mezzo. È venuto il signor Capocci con il figlio, la cognata e il nipote. Quest’ultimo è il più bel bambino che io abbia mai visto. Ho fatto un lungo giro a Posillipo con mio marito. Era caldo come in primavera ma c’era una polvere incredibile e, rientrando, tutti avevano l’aria di tornare da un lungo viaggio. Mi sono lavata da capo a piedi e, dopo cena, ho trascorso la serata leggendo, e anche dormendo, nel salottino. Ho avuto freddo e non era divertente. Mio marito era uscito a far visita alla principessa Dentice e alla signora Agresti.

Martedì, 23. Mattinata come al solito[192]. Avevo pensato di fare una capatina fuori, ma il tempo era incerto. Dopo pranzo ho scritto a mia sorella e ho parlato con mio marito, ho fatto scartare e ho riposto dei libri e, di nuovo, ho rinunciato ad uscire a causa della pioggia che è cominciata a venir giù. Dalle cinque alle sei mi sono data da fare nel salottino. Dopo cena mi sono vestita e sono andata al San Carlo con il principe e la principessa San Lorenzo, che avevo invitato. Davano il Trovatore[193], cantato però così male che è stato fischiato in continuazione. Poi ho visto anche il balletto, che mi è parso interminabile. Sembrava che lo spettacolo non dovesse più finire. Quando siamo rientrati mio marito ha letto i giornali fin quasi all’una del mattino[194].

Mercoledì, 24 febbraio. Il cielo era sereno e io di buon umore. Dopo pranzo mi sono messa a leggere e a fare diverse cose nel salottino. Il signor Agresti è venuto a trovarmi. Mio marito è risalito dall’ufficio dei cerimonieri e abbiamo conversato fino alle due. Quando il signor Agresti se n’è andato mi sono vestita; alle quattro, sono uscita con mio marito in carrozza e ci siamo recati a Posillipo. Sua Altezza era uscito in un primo tempo da solo, ma al ritorno da Posillipo lo abbiamo incontrato che conversava, a cavallo, con Rivadebre, seguito dal suo ufficiale d’ordinanza, De Renzis. Che bel tempo! Quanta gente a Chiaia! Al ritorno ero tutta impolverata. Mi sono data una rinfrescata e sono uscita sul balcone per vedere il tramonto. Il principe è rientrato a notte fatta. Dopo cena sono stata con mio marito al San Carlo, dove davano uno spettacolo di beneficenza. La signora Titiens ha egregiamente cantato il Valzer del Bacio[195], che le hanno poi fatto bissare. Il principe era presente. C’erano inoltre la Sant’Arpino e la Dolgoruki, che ridevano tutto il tempo come due pazze.

Giovedì, 25 febbraio. Dopo pranzo sono rimasta nel salottino fino alle due e mezzo. Il tempo era incerto, ma più sul piovoso. Mi sono vestita in fretta e alle tre sono passata a prendere mio marito all’ufficio. Siamo andati a trovare Clementina a Capodimonte. Le abbiamo portato delle caramelle. Era allegra e in buona salute. Siamo venuti via alle quattro e un quarto e ci siamo recati dalla principessa Dentice. Da lei c’erano tre piccini che giocavano[196]. Poi è sopraggiunto un generale austriaco e, sia per questa ragione, sia per il fatto che mio marito doveva vestirsi per la cena di corte, ce la siamo svignata[197]. Uscendo, ho incontrato Maria Bugnano e l’ho invitata a venire ad ascoltare la Lucia[198] al San Carlo. Ha accettato e, dato che suo marito era assente, si è deciso che sarebbe venuta a prendermi. Mio marito si è vestito ed è andato a cenare dal principe. C’erano quaranta invitati e il ricevimento si è concluso solo alle undici. Vi si è molto parlato di cavalli ed è stato annunciato che il principe sarebbe ritornato il prossimo inverno. Mio marito ci ha raggiunte al San Carlo. La Lucia era stata cantata alla perfezione e Maria ne era entusiasta. Dopo ci siamo viste tutto il balletto, che mi annoia da morire. Sono andata a letto a mezzanotte scocciata e stanca, e tutta la notte ho sognato un sacco di cose che avevo rimuginato durante la giornata.

Venerdì, 26 febbraio. Cattivo tempo. Non mi sentivo bene la mattina. Mi sono vestita, al solito. Dato che pioveva a dirotto, ho deciso di rimanere a casa e ho riletto un romanzo che già avevo letto a Parigi (Comment aiment les hommes), scritto, e assai ben scritto, da una donna[199]. Poi, per distrarmi, ho letto alcune commedie di Molière: le conoscevo a memoria, ma non avevo nulla di più nuovo sotto mano. Ho girato per la casa, sono andata nella camera dei bambini, mi sono data da fare nel salottino. Dopo cena mio marito e i ragazzi si sono messi a fare un baccano indiavolato nella sala da pranzo e io mi sono rifugiata nel salottino, dove ho letto e sonnecchiato fino alle nove e mezzo. A quell’ora ho udito la carrozza del principe, che lo conduceva dalla principessa Moliterno. Mio marito è uscito e, mentre era fuori, ho un po’ risistemato la mia camera, ho fatto una lunga toletta per la notte e dopo non avevo più sonno. Una volta tornato, mio marito si è messo a leggere i giornali a letto e anche io mi sono coricata e ho letto fino a mezzanotte e un quarto. Ho sentito i segnali e la carrozza del principe che rientrava[200]. Dimenticavo di riferire un piccolo episodio verificatosi nel pomeriggio. Verso le una e mezzo avevo mandato Berta a comprarmi qualcosa, ma poi, rendendomi conto che pioveva, mi sono pentita di averla fatta uscire con un tempo simile. Per farmi un’idea più precisa della situazione mi sono avvicinata alla finestra e proprio in quel momento ho sentito i segnali. Allora ho guardato fuori: sotto il portico c’era Sua Altezza che chiacchierava attardandosi davanti alla porta di una carrozza chiusa in cui si trovava la duchessa di Bovino. Prima di scorgerla avevo creduto che si trattasse di una sgualdrina, dato che il principe le fumava in faccia (estrema scorrettezza, anche e soprattutto da parte di un principe reale). È rimasto lì a parlarle durante tre quarti d’ora, mentre il suo ufficiale d’ordinanza De Renzis e un altro stavano ad aspettare come due baccalà. Questa duchessa di Bovino ha oltre quarantacinque anni, ma è ancora piacente, soprattutto di sera[201]. Si è fatta una piuttosto brutta reputazione a forza di frequentare ragazzi giovanissimi. Le sue visite al principe vengono interpretate con una certa dose di malizia. Si dice che sia anche andata a trovare il re. Che si sia data tanto al padre che al figlio non è possibile, ma ad uno dei due è certo.

Sabato, 27 febbraio. Il tempo era magnifico sin dal mattino. Mio marito ed io abbiamo preso nota del fatto che i signori del seguito di Sua Altezza non si comportavano in modo particolarmente educato: era il giorno del commiato e non ci avevano fatto pervenire i loro biglietti, né ci avevano onorato di una visita di congedo. Ho osservato, tuttavia, che c’era ancora tempo per tutta quella giornata, dato che il principe partiva solo alle cinque. Dopo pranzo mi sono preparata con cura e ho messo il vestito color lilla che aveva avuto tanto successo il giorno della caccia a Caserta. Alle una e mezzo De Renzis è venuto a congedarsi ed è rimasto circa un’ora. Durante la sua visita è sopraggiunto il colonnello de Sonnaz[202] che si è trattenuto solo brevemente. Si è molto parlato dei rimpianti che lasciava a Napoli il principe, della sua promozione[203], di un progetto di matrimonio con una principessa d’Inghilterra[204], delle scarse probabilità di un suo ritorno prima del prossimo inverno, di un viaggio che deve effettuare a Parigi e a Londra. Sono restata nel salottino fino alle quattro, cioè all’ora del ricevimento di addio a Sua Altezza. È sceso alle cinque in punto, è salito a bordo e subito la nave ha levato gli ormeggi. Sembrava dispiaciuto di andarsene da Napoli. Sono partiti con lui i signori De Revel e De Sonnaz, il duca di Somma, i signori De Renzis, Brambilla e Bertola. La nave andava direttamente a Messina, quindi a Palermo. Il cielo era blu e il tempo splendido. Ho seguito con il binocolo tutta l’operazione di imbarco. Si distingueva benissimo Sua Altezza sul ponte, accompagnato dal seguito. Le partenze sono sempre assai tristi e questa lascerà un enorme vuoto nel palazzo. Tutti ne sono decisamente contrariati. Ha saputo piacere, qui. È stato buonissimo e gentilissimo con tutti, ha visitato tutti gli enti pubblici, tutti gli istituti caritativi. Ha ricevuto tutti coloro che hanno chiesto di incontrarlo, ha vivacizzato la società, ha fatto fare molte spese[205] ed è giusto che lo si rimpianga. Sono rimasta sul balcone fin quasi al calare della notte[206]. Dopo cena siamo andati a trovare la principessa Dentice, ma non ci siamo trattenuti a lungo perché la baronessa Gudenau[207] stava poco bene. Siamo poi andati a terminare la serata dalla signora Agresti e, al ritorno, mi sono subito infilata a letto.

Domenica, 28 febbraio. Il tempo era magnifico. Sono andata a messa a palazzo. Tornando, sono salita dal portico sulla terrazza. Vi ho fatto quattro passi e mi ci sarei trattenuta più a lungo se non fosse stato per la presenza del signor di Breme. Dopo pranzo mi sono recata dalla duchessa di Belgioioso, che volevo invitare a venire con me la sera a teatro. Purtroppo uno dei suoi piccoli aveva la febbre e sono restata solo mezz’ora. Sono andata a prendere in carrozza mio marito e i ragazzi sulla piazza del palazzo[208] e siamo saliti a Capodimonte. Abbiamo fatto una passeggiata nel bosco[209], poi siamo andati a far visita a Clementina nel suo istituto[210]. I tre bimbi hanno giocato fino alle cinque. Al ritorno ho scritto il mio diario fino alla cena[211]. Mi sono fatta pettinare e, dopo cena, siamo andati ad ascoltare un Rigoletto, quella sera non troppo ben cantato. Sono venuti a riverirmi Gerardo del Vaglio e il duca di Forlì[212], che poi si sono recati ad un ricevimento della Grisolia. Siamo tornati a casa verso le undici.

Lunedì, 29 febbraio. Un vento, una pioggia, un tempo tremendo. Al mattino avevo mal di testa, tutta la notte avevo fatto sogni di cui avevo solo un vago ricordo, mi sono alzata tardi. Dopo pranzo mi sono messa a scrivere nel salottino una lunga lettera a mia sorella. È venuta a trovarmi la signora Andrea Colonna con la sua piccina. Mi sono vestita prima della cena e, la sera, sono andata al Fondo. Il teatro riapriva dopo il periodo dei restauri ed era illuminato a giorno[213]. C’erano mazzi di fiori in tutti i palchi. Una vera profusione di misure e accorgimenti: messa in scena, pulizia degli ambienti, compostezza del personale, tutto era ottimamente curato oltre quanto mi sarei aspettata. Lo spettacolo invece era noiosissimo, il che dimostra che la perfezione non è di questo mondo. La Sadosky[214] mi è molto antipatica. La trovo enfatica, volgare, e certamente non andrò spesso a vederla recitare. Alle dieci siamo andati dal principe Moliterno. Credevo che vi avrei trovato solo poche signore e, invece, era un ricevimento alquanto brillante e animato. C’erano addirittura delle signore in décolleté e in abiti sfarzosi. Non è stato noioso, non mi sono mancati i cavalieri con cui conversare[215]: Sant’Arpino, che ha in mente, sogna, spera e vuole solo la guerra ed è stato nominato ufficiale d’ordinanza del La Marmora[216] (è una mattana, sono tutti un po’ mentalmente disturbati in quella famiglia[217]), i due Pandola, il principe Moliterno e alcuni altri. C’erano la principessa Torella, la duchessa Lavella, insomma dei codini. Il duca Rivadebre ha suonato il violoncello[218], ma assai mediocremente. A mezzanotte e mezzo mi sono congedata dalla principessa[219] e, uscendo, ho parlato con la signora Soulange, invitandola a venire con me al San Carlo la prossima sera in cui avrebbe cantato la Titiens.

Martedì, 1° marzo 1864. Il tempo era splendido, ma non sono uscita. Alle quattro mi sono fatta pettinare per andare dalla principessa di Frasso, dove c’era una serata. Ho letto e scritto e, dopo cena, il mio vestito era pronto, ma avevo mal di testa e non ero in forma, per cui ho deciso di rimanere a casa. Mio marito è andato alla serata da solo ed è tornato presto. Mi ha detto che la festa era stata carina, vivace, che c’erano abbastanza persone in una mescolanza delle varie opinioni politiche[220].

Mercoledì, 2 marzo. La mattina ho scritto alla signora Colonna per ricordarle che quella sera dovevamo recarci insieme a teatro. Dopo pranzo, dato che era bel tempo, siamo andati con mio marito a fare una puntata a Posillipo. Abbiamo camminato. Al ritorno mi sono vestita e, dopo cena, siamo andati al Fondo. Davano un dramma che non finiva mai e siamo venuti via a mezzanotte che dovevano ancora recitare l’ultimo atto. La signora Colonna aveva un bel vestito, molto parigino[221]. È assai gentile e priva di pretese.

Giovedì, 3 marzo. Fino al pranzo tutto come al solito. I bimbi si sono rifiutati di studiare e abbiamo dovuto far loro saltare il pasto e la lezione di scherma. Ho cominciato a scrivere una lettera al signor Calenge, poi alle tre e mezzo sono uscita. Scendendo ho incontrato la contessa del Vaglio, la signora Carafa e la marchesa Rivadebre che venivano a farmi una visita. Sono salita in carrozza con loro e la visita si è svolta sotto il portico. Poi sono andata a trovare la signora Soulange e abbiamo chiacchierato abbastanza a lungo. Infine, sono andata a cercare la baronessa Gudenau che volevo invitare a venire con me al San Carlo, ma era uscita. Ho fatto il mio giro a Posillipo e al ritorno, dopo essermi vestita e aver cenato, mi sono recata a sentire la Lucia al San Carlo. La Titiens ha cantato benissimo e c’era abbastanza gente. Non sono rimasta per il balletto, ho preferito andarmene a dormire. Mi sono imbattuta nel corridoio nel signor Pandola che veniva a farmi visita. Mio marito non stavo troppo bene quel giorno.

Venerdì, 4 marzo. Quella mattina i bambini sono stati più docili, erano felici e soddisfatti di loro stessi. Dopo pranzo ho portato a termine la lettera al signor Calenge. C’era un bellissimo tempo e abbiamo fatto un giro a Posillipo. Ho fatto un salto da Cardon. Dopo cena avevo mal di testa. Me ne sono rimasta a leggere nel salottino e mio marito è uscito da solo. Mi ha riferito di avere trascorso parte della serata dalla signora Agresti, la quale gli ha annunciato che tra un mese partirà per un lungo viaggio.

Sabato, 5 marzo. La mattina ho scritto alla mamma, mi sono vestita e ho pranzato. Alle due sono stata con mio marito a Capodimonte. Il tempo era splendido e faceva fin troppo caldo. Abbiamo fatto una lunga passeggiata nel bosco e, alle quattro, siamo andati a prendere Clementina all’istituto con grande gioia dei bimbi. La sera c’era una serata in favore degli emigrati ungheresi[222] al San Carlo. Ci siamo andati e abbiamo ascoltato un ungherese che suona il violino con un talento straordinario. La mattina mio marito era andato a congedarsi dal signor di Breme che doveva partire due giorni dopo. Il signor di Breme gli ha donato la sua fotografia[223] e lo ha trattato con grande affabilità. Poi però, inspiegabilmente, invece di venirmi a trovare, mi ha inviato due biglietti da visita. Eccone un altro che ignora i principi elementari della buona creanza. Abitiamo fianco a fianco. Il suo comportamento significa chiaramente: non mi va di incontrarla e tanti saluti. Sarebbe stato decisamente meno sgarbato e offensivo che fosse partito avendo l’aria di essersi dimenticato di me. Del resto, diciamocelo senza tergiversare: tutti questi individui che arrivano da Torino si credono dei semidei, si danno grandi arie di superiorità e sono una massa di buzzurri privi di buone maniere e di educazione.

Domenica, 6 marzo 1864. Era brutto tempo, soprattutto la mattina. Sono stata a messa in palazzo. Dopo pranzo sono rimasta nel mio salottino tutto il pomeriggio. È venuta a trovarmi la baronessa Gudenau, molto gentile e che sembrava rivedermi con piacere. I bimbi hanno preferito restarsene a giocare in casa anziché uscire e si sono molto divertiti. Mi ero vestita per andare al San Carlo, dove avevo invitato la signora Carafa. Ma il tenore stava male e hanno rimandato lo spettacolo. Così siamo andati a trascorrere la serata dalla signora Agresti e vi abbiamo peraltro incontrato molte persone che, come me, avevano trovato il teatro chiuso. Si è parlato e bevuto il tè fino alle undici. Maria[224] lavorava a maglia e si è parlato delle prediche e dei predicatori. Devo ammettere con un po’ di vergogna – ma vergogna, a dire il vero, relativa – che non ero molto ferrata sull’argomento.

Lunedì, 7 marzo. Tempo splendido, con grande compiacimento di tutti a causa delle corse. Mi sono vestita, ho pranzato, ho salutato Clementina che Berta doveva ricondurre a Capodimonte e a mezzogiorno e mezzo ci siamo recati al campo[225]. Mentre uscivo il portiere mi ha consegnato due lettere: una di mia sorella e una di mia madre, la quale mi informa che arriverà martedì 15. Giunti al campo, siamo saliti sulla tribuna. C’erano proprio tutte le signore della società[226]: Sant’Arpino, Cirella, Lavella, Frasso, Moliterno, Petrizzi, La Marmora. Mi trovavo vicino alla Cirella che è stata sempre molto cortese. Abbiamo fatto delle scommesse. Avevo puntato su un buon cavallo, ma ho perso. Ha vinto la duchessa di Rignano, con cui c’era anche la sorella. La duchessa di Sant’Arpino ha offerto delle paste e dello champagne a tutti i presenti. Aveva un bel vestito di taffetà grigio perla ornato di perle false, eccentrico, ma carino. Le corse erano assai belle. C’erano molti calessi e anche elegantissimi, ma questo genere di spettacoli, a Napoli, è soprattutto popolare e c’era una gran folla, di vero popolo. L’area era stata assai mal predisposta e, a ogni corsa, ci volevano sforzi inauditi per far sì che rimanesse libero uno spazio sufficiente per il passaggio dei cavalli. Eppure, in realtà, le gare rivestono qui scarsissimo interesse dal punto di vista agonistico. I cavalli sono mediocri, ce ne sono pochissimi e gli importi dei premi sono modestissimi: il premio più consistente è di 3.000 lire, una somma ridicola. Al ritorno, mi hanno consegnato un grazioso cappello della bottega di Laura[227]. Dicevano che ci sarebbero state le prove del nuovo balletto, pertanto siamo scesi dopo cena, ma abbiamo trovato la galleria chiusa e buia e non c’era proprio nulla. Dopo una passeggiatina sotto il porticato di San Ferdinando nel tepore della sera, siamo tornati a casa. Mio marito si è adirato perché Berta non c’era; io l’ho difesa, ma a dire il vero era in torto[228].

Martedì, 8 marzo 1864. La mattina ho avuto da fare in casa. Dopo pranzo mi sono vestita accuratamente per andare a far fare la mia fotografia da Grillet. Nello studio c’era un sacco di gente: Maria Bugnano, la Bathiany, la Cagnola, i due Pandola, il barone De Renzis[229], insomma tutta Napoli era venuta a posare[230] quel mattino. Ho dovuto aspettare un poco, anche se non troppo, ma poi comunque la seduta è durata quasi tutto il pomeriggio[231]. Al ritorno mi sono di nuovo pettinata e, dopo cena, mi sono vestita per il San Carlo. Davano la Lucrezia[232] cantata dalla Titiens, che è stata molto applaudita. Avevo invitato la signora baronessa Gudenau e abbiamo riso di cuore di una ballerina che esibiva delle formosità impressionanti e del ballerino, il quale presentava delle altre difformità che non mi è lecito descrivere. Fatto si è che la baronessa, un’allegrona, lacrimava dal gran ridere. Sono venuti a visitarmi i cavalieri Carafa e Capecelatro. Comunque il lunghissimo spettacolo mi aveva talmente estenuata che non vedevo l’ora che finisse. Prima della cena avevamo ricevuto il signor De Luca al quale mio marito ha pagato una somma che gli dovevamo.

Mercoledì, 9 marzo 1864. Ho scritto alla mamma, a mio fratello e a mia sorella[233]. I bimbi sono stati ancora una volta cattivi e non hanno pranzato con noi. Il precettore non ha saputo imporsi all’inizio e ormai è troppo tardi, per cui stiamo decidendo di metterli in un istituto. Mi sono vestita per bene e anzitutto ci siamo recati presso gli uffici dei servizi di navigazione per raccomandarci riguardo alle condizioni di viaggio della mamma. Poi abbiamo fatto un mucchio di visite. Dalla principessa San Lorenzo sono sbarcata con il mio cappellino rosa, un’aria allegra e sorridente. Nel salotto c’erano diverse persone, ma mancava la principessa e il principe ci ha detto che aveva appena perso una figlia. Gli ho assicurato che lo ignoravo. Lui, comunque, era indifferente a quella perdita perché si trattava della figlia di un primo matrimonio. Poco dopo ci raggiunse la principessa, che disse, sì, qualche parola sulla scomparsa della piccola, ma senza attardarsi, poi, discorrendo del più e del meno, si mise anche a ridere. Io ho tagliato corto il più possibile e me ne sono venuta via. Molte altre signore erano uscite, ma ho trovato in casa la signora Capecelatro e la marchesa Bugnano. Siamo quindi andati a Chiaia, dove abbiamo visto Gerardo del Vaglio. Mio marito si è messo a dire che mi lanciava sguardi languidi e che io civettavo con lui, il che è una pura invenzione: figurarsi se penso a Del Vaglio! Gli ho giurato che erano fantasie infondate, ma è un’idea fissa. Ha sostenuto che glielo aveva detto qualcuno, ma poi ha finito col contraddirsi e si è capito che se l’era solo immaginato. Io ne ho riso e ho replicato che il giovane peraltro è carino e che come amante, forse, sarebbe stato discreto. Mi sono vestita prima di cena. Mio marito ha avuto una discussione con il precettore a proposito dei bambini. Vuole che Stefano segua le stesse lezioni di Gerardo, mentre io sono contraria perché è più piccolo e di salute più cagionevole: penso che non gli si debba chiedere più di tanto. Lui ritiene che sia la soluzione più ragionevole e non ha voluto cedere, ma oltretutto la questione non ha senso se vogliamo iscriverli a un istituto. Ho letto nel salottino e sono andata a dormire alle undici. Mio marito è uscito da solo per un’ora o due.

Giovedì, 10 marzo. Dopo aver fatto colazione, a mezzogiorno e mezzo ci siamo recati al campo di Marte per la seconda giornata delle corse. Il tempo era meno buono e c’era meno gente. C’è stata la gara per il premio del re di 5.000 franchi, che è stata vinta con grande facilità. C’erano, infatti, solo due cavalli in lizza, uno dei quali non valeva nulla; l’altro è arrivato al traguardo zoppo. Ho ritrovato lì le stesse signore del lunedì e non mi sono troppo divertita. Ero accanto alla baronessa Gudenau con cui ho conversato, ma non mi sentivo in vena. Ho perso la puntata e, rientrando, mi sono tremendamente impolverata. Ho fatto una lunga toletta prima di cena e la sera siamo andati al San Carlo con mio marito. Abbiamo invitato la signora Carafa, che però non è venuta perché era troppo stanca dopo le corse. Davano Lucrezia[234]. La Titiens è stata fischiata e, per vendicarsi, non ha mai voluto tornare sul palcoscenico quando è stata richiamata. La realtà è che le capita di fare qualche stecca, ma è una grande artista e il pubblico napoletano manca di indulgenza e di educazione[235]. Dopo c’era il nuovo balletto Rosa. La signorina Legrain ha danzato come un angelo ed è stata calorosamente applaudita. La messa in scena e tutto il balletto sono deliziosi, allegri e piacciono molto.  

Venerdì, 11. La mattina ho disfatto una grossa cassa di biancheria e ho fatto riporre i panni negli armadi. Dopo pranzo volevo occuparmi della sistemazione per l’arrivo della mamma, ma un dispaccio è venuto a informarmi che, a causa del cattivo tempo, ha rinviato di una settimana la sua partenza da Parigi. Ho scritto e letto fino all’ora di cena. La sera sono rimasta in casa e mi sono coricata presto.

Sabato. Ho scritto a mia sorella e alla mamma[236]. Sono stata da Grillet a ritirare le foto[237] e da lì siamo poi andati a Capodimonte. Il tempo era bellissimo e ci siamo recati subito da Clementina. Ci ha suonato un’arietta sul pianoforte e ne siamo stati molto soddisfatti. Abbiamo notato che l’istituto è gestito bene. Poi siamo andati nel parco, fino alle cinque. Al ritorno abbiamo cenato, dopo di che ho trascorso la serata in casa. Mio marito ha fatto un salto al San Carlo, ma le luci erano spente dappertutto alle undici.

Domenica, 13 marzo. La mattina sono stata alla messa. Abbiamo fatto il giro del balcone, per vedere il palazzo dall’altra parte[238]. Il tempo era incerto, sono rimasta a casa e mi sono decisamente annoiata. Mi sono vestita e siamo andati a cena dalla principessa Dentice, dove invece mi sono divertita. Ci siamo tutti separati verso le nove e un quarto: Maria Bugnano andava dalla signora Agresti, la principessa di Frasso dalla principessa Torella, e noi ci siamo portati la baronessa Gudenau al San Carlo. Abbiamo trovato il mio palco già pieno di gente. C’erano i Carafa, che avevo invitato, con il loro piccino[239] e, inoltre, il cavalier Capecelatro e il duca di Belgioioso. È apparso anche il duca di Cirella, che veniva a chiedere a mio marito se la sua presenza al Te Deum dell’indomani fosse indispensabile. Lo spettacolo era piacevole. Ho parlato con Carafa e gli ho chiesto di disegnarmi un monogramma[240]. Abbiamo riaccompagnato la baronessa al palazzo Roccella[241] ed era assai tardi quando siamo andati a dormire.

Lunedì, 14 marzo 1864. Sono stata svegliata presto da una salva d’artiglieria sparata dalle navi del porto: era l’anniversario della nascita del re[242]. Mentre mi preparavo per la giornata, mio marito è andato ad ascoltare il Te Deum, cantato nella cappella di palazzo. Carafa ha avuto la faccia tosta di scrivere a mio marito che non poteva venire al Te Deum, ma che quattordici anni di impegno patriottico e sacrifici valevano certo più di un quarto d’ora di preghiere. Conoscendo il passato di questo signore si rimane allibiti![243] Dopo pranzo abbiamo fatto vestire i bambini e siamo tutti andati ad assistere alla rivista delle truppe, ma non essendoci decisi sin dal mattino, eravamo in ritardo e siamo arrivati quando tutto era già terminato. Abbiamo solo preso una gran polvere. Sant’Arpino ha sfilato per la prima volta in qualità di ufficiale d’ordinanza del La Marmora e sembra che toccasse il cielo con un dito. Bisognerà che compia innumerevoli prodezze per compensare tutte le sue smargiassate. Riflettevo a come va il mondo: ci sono tanti ufficiali che hanno combattuto e dimostrato il loro valore sul campo e che devono cedere il passo a un tale che si mette in testa di giocare a fare il militare e che, sostanzialmente per il solo fatto di essere il duca di Sant’Arpino, si appropria di una carica tanto ambita. È ingiusto, ma a tutti sembra naturale. Venitemi poi a dire che l’aristocrazia non conta più nulla! Dopo la parata ho scritto. Mi sono poi vestita e, la sera, sono stata al San Carlo dove c’era un gran galà per il compleanno del re e del principe Umberto. Avevo invitato il duca e la duchessa di Belgioioso e mi sono venuti a visitare Capecelatro e Carafa. Quest’ultimo riattacca con le sue smancerie e allungando il piede[244].  Eppure dovrebbe essersi accorto che la cosa non mi aggrada affatto. La Lucia è stata cantata tremendamente male. Per fortuna c’era anche il nuovo balletto Rosa che trovo divertente, ma che comunque non vorrei dover vedere troppo spesso.

Martedì, 15 marzo. Al pomeriggio dovevo andare in vari negozi. Sono uscita con mio marito all’una e mezzo[245]. Dapprima sono andata da Grillet[246], poi ho voluto fare una visita alla contessa del Vaglio, che però era in chiesa. L’abbiamo aspettata un poco ma c’era solo il conte, sempre nella sua poltrona e nel solito stato. Ho preso quindi accordi con la signora Liebler riguardo ai letti e ai corredi dei bimbi. Abbiamo avuto una lunga conversazione e si è deciso che sarebbero entrati in istituto dopo le festività pasquali[247]. Siamo tornati presso la sede dei servizi marittimi in relazione con il viaggio della mamma[248]. Abbiamo ordinato delle scarpe. Siamo andati a spasso un po’ a Chiaia, un po’ in via Toledo[249]. Inoltre siamo passati ad acquistare delle coperte. Fino all’ora di cena ho aggiornato il diario che avevo un po’ trascurato i giorni precedenti. Come ho già accennato, da un po’ di tempo mio marito si è ingelosito di Del Vaglio. Ogni volta che lo incontriamo torna alla carica con le sue recriminazioni, ma, dopo tutto, che m’importa?

Mercoledì, 16. Giovedì, 17. Venerdì, 18. Sabato, 19. Domenica, 20. Lunedì, 21. In tutti questi giorni mi sono occupata del corredo dei bambini, dell’ordine della casa di cui prevedevo di non potermi interessare durante la permanenza della mamma. Ho fatto e ricevuto poche visite. Domenica sera ho cenato dalla principessa Dentice e ho terminato la serata dalla signora Agresti. Aspettavamo la mamma sin da lunedì sera e abbiamo passato una parte della giornata ad andare a vedere se c’erano notizie della nave.

Martedì, 22 marzo. Il tempo era superbo. Dopo pranzo siamo andati dal signor Laviani[250] e abbiamo atteso che l’arrivo della nave venisse annunciato. Il piroscafo ha gettato l’ancora alle due e mezzo. Siamo saliti a bordo e abbiamo trovato la mamma in perfetta forma. Non aveva troppo sofferto, ma era ben contenta di essere arrivata. I bambini l’aspettavano a casa e gli abbracci si sono sprecati. È sembrata soddisfatta della sua camera, che è accanto a quella dei bambini. È rimasta incantata della meravigliosa vista[251]. Durante tutto il pomeriggio abbiamo chiacchierato, disfatto i suoi bagagli. Mi ha regalato un vestito, uno scialle con ricami in oro, una graziosa boccetta. Insomma era nelle migliori disposizioni. Sembrava tuttavia furente nei confronti di mia sorella, non so perché: anche i giorni successivi non ha smesso di dirne peste e corna.

Mercoledì, 23. Tempo buono. Dopo aver fatto colazione ed esserci vestiti siamo andati a visitare il parco di Capodimonte e a far visita a Clementina nel suo istituto. Cena e serata in casa.

Giovedì, 24. Quel giorno, a Napoli, le carrozze non potevano circolare[252]. Dopo pranzo ci siamo recati a piedi alla Villa passando per Chiaia[253]. Strada facendo abbiamo incontrato la duchessa Belgioioso[254] e, alla Villa, la signora Colonna, il signor Pandola, Visone. C’era un gran vento e tanta polvere. Cena e serata in casa.

Venerdì santo, 25. Tempo buono. Siamo usciti e abbiamo visitato San Ferdinando[255]. Poi abbiamo fatto una passeggiata fino al Molo[256] dove la folla se la prendeva con un marinaio inglese ubriaco fradicio. Questa scena incivile non è affatto piaciuta alla mamma, che peraltro detesta camminare. D’altra parte, dato che le vetture non possono circolare neppure il venerdì santo, bisognava pure accontentarsi. Abbiamo visitato da cima a fondo il palazzo di Napoli[257] e nell’armeria[258] abbiamo incontrato il barone di Montanaro[259] con quattro inglesi abbastanza carine, che la mamma però ha giudicato maleducate, non so in base a quali criteri[260].

Sabato santo, 26. Siamo andati a visitare il palazzo di Capodimonte[261], a bere latte della stalla[262] e a prendere Clementina all’istituto. Il tempo è mutato e, al ritorno, faceva freddo. Cena e serata in casa.

Domenica, 27 marzo: giorno di Pasqua. Sin dal mattino pioveva e c’è stato un tempo pessimo per tutto il giorno. Era un vero peccato per la mamma, per i piccoli e, in definitiva, per tutti. Sono venuti a farmi visita il cavaliere Capecelatro, che si è trattenuto piuttosto a lungo, e la contessa del Vaglio. La mamma è stata presente durante queste due visite. Lei voleva andare a teatro, mentre mio marito era contrario: i soliti attriti. Cena e serata in casa.

Lunedì, 28 marzo. Tempo ancor più inclemente, ma la mamma non ne poteva più di restare in casa. Nonostante la pioggia a catinelle siamo andati a visitare il palazzo di Portici[263], per quanto mio marito fosse seccato di dover fare bagnare il cocchiere e i cavalli. Cena e serata in casa.

Martedì, 29 marzo. Dopo pranzo siamo andati a portare del lavoro alle suore di carità[264], abbiamo ricondotto la piccola all’istituto e siamo tornati a vedere dei dipinti nel palazzo di Capodimonte[265]. Cena e serata in casa.

Mercoledì, 30 marzo. Abbiamo pranzato presto e poi effettuato una lunga visita al museo[266]. Lì ci hanno presentato un bambino di dieci anni che si chiama Ferdinando Gargano e che, senza aver mai preso una lezione di disegno, grazie alle sue sole disposizioni naturali, copia le statue greche e romane, riproducendone con esattezza l’espressione[267]. Abbiamo acquistato un piccolo busto di Platone che la mamma ha poi portato con sé a Parigi. Il ragazzino è stato adottato dal comune e il 1° maggio entrerà in una scuola a spese della città. Usciti dal museo, abbiamo accuratamente visitato l’Annunziata, ossia casa dei trovatelli[268], magnifico istituto ottimamente gestito. Vi vengono accolti in media dai quindici ai diciotto neonati al giorno[269]. La sistemazione interna è quasi lussuosa. La direttrice è una francese dall’aria distinta[270]. L’ente gode di cospicue rendite. Dopo la cena la mamma era stanca ed è andata subito a riposare. Noi siamo andati al Fondo a vedere Luigia San Felice[271], un dramma politico piuttosto ben recitato. Carafa ci ha tenuto compagnia.

Giovedì, 31 marzo. La mattina ho fatto preparare le valigie di Gerardo e Stefano e, dopo pranzo, li ho portati dal signor Liebler. I signori Liebler mi hanno lungamente parlato. Stefano ha un po’ pianto, Gerardo, invece, per nulla . Ho raggiunto mio marito e la mamma al museo, dopo di che siamo andati a vedere lo studio del pittore Morelli[272], quindi le statue di bronzo che ci voleva mostrare un impiegato del museo. Si trattava di copie di buona fattura del Mercurio e del Narciso di Pompei. La mamma voleva comprarle, ma occorreva prima chiedere a un intenditore se valessero il prezzo che ci veniva richiesto: il mediatore non mi ispirava fiducia[273]. Abbiamo fatto, quindi, un giro a Posillipo. Cena e serata in casa.

Venerdì, 1° aprile. La mamma era di cattivo umore per il fatto che mio fratello non si faceva vivo[274]. Dopo colazione mio marito l’ha portata alla Favorita, ad Ercolano e ai giardini di Portici. Ma si è lamentata del freddo e del vento. Io, dal canto mio, sono andata a fare una lunga serie di visite[275]: alla contessa del Vaglio, alla principessa Dentice, alla Frasso, alla baronessa Gudenau[276], alla Colonna, all’Agresti, alla marchesa Bugnano. Cena e serata in casa[277].

Sabato, 2 aprile 1864. Dopo pranzo abbiamo ricevuto un telegramma da Parigi in cui si notificava alla mamma che Hurel era scomparso e che doveva prepararsi a rientrare. Lei, sulle prime, ha preso la cosa con filosofia, però mi ha fatto scrivere due lettere, a mio fratello e al signor Maréchal, per raccomandare loro di tutelare i suoi interessi[278]. Mentre io scrivevo lei è andata con Berta a trovare i bambini[279]. Mio marito ha portato le lettere alla nave che partiva alle tre e mezzo, poi è uscito per conto suo, mentre io e la mamma siamo andate ad acquistare del corallo[280], poi a passeggiare a Posillipo. Tornando, ci siamo imbattute nel generale La Marmora che passava in rivista un distaccamento, siamo rimaste a guardare e ci siamo divertite. Cena e serata in casa.

Domenica, 3. Siamo partiti presto in carrozza per visitare Pompei. Era bel tempo. La visita ci ha molto interessati, tanto noi quanto la mamma. Abbiamo visto la casa segreta di Pompei[281]: davvero scioccante[282]! Abbiamo cenato tardi e siamo andati a dormire.

Lunedì, 4. Abbiamo preso il treno delle dieci per Castellammare[283] e là, in carrozza, siamo andati a far colazione all’albergo della Sirena[284]. Poi abbiamo visitato la casa del principe di Siracusa[285]. Tempo splendido, giornata piacevolissima. Abbiamo cenato tardi e siamo andati a letto.

Martedì, 5 aprile. Dopo esserci vestite e aver fatto colazione, siamo andate con la mamma da Grillet. La mamma ha fatto fare la sua fotografia. Nel frattempo ho conversato con un medico piemontese che si è presentato da sé e mi ha detto di essere un amico del signor Visone. Siamo poi andate ad acquistare del corallo da Boltein, quindi a Capodimonte a vedere Clementina nel suo istituto. Cena e serata in casa.

Mercoledì, 6 aprile. Siamo andati a prelevare di buon mattino i due piccoli e, dopo aver fatto colazione, abbiamo preso il treno di mezzogiorno e un quarto per Caserta. Lunga e accurata visita del palazzo[286] in compagnia del cavaliere Pierni[287], visita al piccolo castello dove abbiamo fatto merenda, poi giro in carrozza e a piedi nel parco, nei giardini. Abbiamo assistito al pasto dei cinghiali. Ritorno con il treno delle sette. Il tempo era ottimo; tutti, compresa la mamma, erano entusiasti della giornata. Abbiamo cenato tardi, poi ho riportato Gerardo e Stefano all’istituto.

Giovedì, 7 aprile. Mi sono vestita e ho pranzato. Sono uscita da sola per dire arrivederci alla signora Colonna[288] che, alcuni giorni prima, mi aveva cercato. Sono stata dalla signora Fass a vedere dei cappelli. Nel rientrare ho trovato mio marito al pianoterra con la posta arrivata da Parigi. Le lettere per la mamma fornivano sui suoi affari indicazioni tali da indurla a lasciarci. Ovviamente era molto dispiaciuta. Quel giorno siamo andati a Pozzuoli a vedere la solfatara e il sasso su cui fu decapitato san Gennaro[289]. Il tempo era tutt’altro che favorevole: pioggia, vento e freddo. La sera ci è venuto a trovare il signor De Luca. La mamma ha deciso di partire con la nave di sabato.

Venerdì, 8 aprile. Ci siamo recati sul presto a visitare la cattedrale in cui è conservato il tesoro di San Gennaro. Abbiamo passato tutto il pomeriggio a fare i bagagli della mamma. Cena e serata in casa. Quel giorno è nevicato e ha fatto un gran freddo, ma il mare era calmo. La mamma ha spedito un telegramma per annunciare che sarebbe partita l’indomani.

Sabato, 9 aprile. Di mattina siamo andati a vedere al museo[290] la tela del Palizzi[291] che rappresenta l’arca di Noè: assai ben curata nei dettagli, ma pessima quanto a composizione d’insieme. Poi siamo passati da Casalta per comprare un oggettino. I due ragazzi e il signor De Luca hanno pranzato a casa con noi. Dopo gli ultimi preparativi per la partenza siamo saliti a bordo alle due e mezzo. Il mare era un olio. Abbiamo salutato la mamma. Al ritorno mi sono vestita e, dopo cena, sono andata al teatro San Ferdinando[292] a sentire Levasser[293], che ci ha fatto ridere e ci siamo molto divertiti.

Domenica, 10 aprile. Dopo la messa e il pranzo ho letto. Siamo usciti alle quattro per far visita a Maria Bugnano, che stava male. Giro a Posillipo. Di sera al San Carlo dove era in programma la Lucia, cantata egregiamente dalla signorina Perella. Continua a fare molto freddo.

Lunedì, 11 aprile. Dopo pranzo sono stata dalla contessa del Vaglio e l’ho invitata a venire a fare un giro con me in carrozza il giorno successivo. È venuta a visitarci la signora Carafa e mio marito l’ha invitata ad accompagnarci l’indomani al San Ferdinando. Abbiamo cercato di stabilire quale fosse la migliore strada da fare per recarci dal palazzo al teatro. Siamo andati a trovare Clementina a Capodimonte, ma prima di partire abbiamo incontrato sulla piazza il duca di San Donato, che ci ha a lungo parlato attardandosi davanti alla porta della carrozza e ha addirittura invitato mio marito a cena. Mio marito non ha accettato. Al ritorno, mi sono vestita e ho cenato. La sera sono andata dalla principessa Dentice, che aveva male agli occhi. Poi ho visitato la signora Agresti e ho trovato a casa sua diverse persone, tra cui il signor Fiorelli.

Martedì, 12 aprile. Mattinata come al solito. Dopo pranzo ho letto e ho sbrigato diverse faccende. Alle quattro e mezzo sono andata a prendere la contessa del Vaglio e abbiamo fatto un giro a Posillipo. La sera, con la signora Carafa e suo marito, siamo andati a sentire Levasser. Quel giorno abbiamo cominciato ad avere un problema con i cavalli. È da un po’ di tempo che attacchiamo sempre gli stessi. È finita che ho dovuto noleggiare una carrozza per mandare a prendere la signora Carafa e condurla al teatro, il che ha fatto brontolare mio marito. Il signor Carafa è stato alquanto affabile e anche troppo, con dei modi che non mi piacciono affatto.

Mercoledì, 13. Il tempo era meraviglioso e sono andata a piedi a fare una visita alla signora Bruchet, che era scesa all’Hôtel des Étrangers[294]. Viaggiava con un signor Palisser, segretario di Lord Marmington. Mi erano stati raccomandati ambedue da mia sorella e, il giorno prima, il signor Palisser mi aveva fatto una lunga visita. Mio marito ha procurato loro ogni sorta di permessi per effettuare visite ai palazzi, ai giardini, ecc. La signora Bruchet è stata molto gentile. Abbiamo a lungo chiacchierato di mia sorella, dei suoi problemi con il marito. Dopo, sempre a piedi, mi sono recata dalla duchessa Belgioioso che era in pieno affaccendamento per il trasloco[295]. Lì, sono stata raggiunta da mio marito. Abbiamo stabilito che saremmo andati tutti, la sera, al San Ferdinando, ma che i Belgioioso sarebbero passati a prenderci con la carrozza. Però quella sera lo spettacolo è stato meno divertente.

Giovedì, 14. Tutta la giornata ho tirato fuori i servizi di porcellana e sono stata presa dai preparativi di una cena che dovevo dare l’indomani. La sera sono stata a piedi dalla signora Agresti e quella notte ho cominciato ad avere un gran mal di testa e mal di denti.

Venerdì, 15. Sono rimasta a casa tutto il giorno. Mi sentivo male, ma non in maniera eccessiva. Mi sono vestita per bene per la cena. Gli invitati erano il barone Poerio[296], il duca di San Donato[297], Colonna – il  governatore di Caserta[298] – e i due Pandola. La cena è riuscita perfettamente e anzi, a quanto ho poi saputo, se ne è parlato in città per diversi giorni. Dopo cena, lunga discussione politica[299] fino alle undici.

Sabato, 16. Siamo andati a trovare la duchessa di Sant’Arpino, che era in partenza[300]. Come sempre a casa sua, è stata di un’estrema gentilezza. Nel rincasare abbiamo incontrato nel cortile del palazzo il signor Palisser e la signora Bruchet che venivano a congedarsi, dato che ripartivano il giorno seguente. Siamo andati a Capodimonte a prendere Clementina. La sera, dopo cena, siamo stati con mio marito a San Ferdinando. Pioveva e abbiamo preso una vettura da noleggio[301].

Domenica, 17. I bambini erano tutti e tre con noi e il tempo era ideale. Dopo colazione abbiamo fatto una piacevole passeggiata a Portici. Abbiamo colto dei fiori e riportato a casa della panna. Dopo cena abbiamo riaccompagnato i due maschietti all’istituto e siamo andati al San Carlo a sentire la Lucia e a vedere il nuovo balletto che si intitola La Stella e comunque è quasi identico ai due precedenti. La Legrain balla bene e riscuote successo.

Lunedì, 18. Stavo molto male, nonostante ciò ho riportato Clementina all’istituto. La sera non sono uscita.

Martedì, 19. Mercoledì, 20. Giovedì, 21. Durante questi tre giorni sono stata proprio male. Mi è venuto a trovare Edoardo Pandola[302]. Il dottor Mengozzi, che mi aveva in cura, ci ha parlato, anche troppo diffusamente, della malattia della figlia del duca di Bovino. È una vicenda scandalosa e piuttosto eccezionale. La ragazza ha una malattia tremenda, è idrofoba,  epilettica, con delle crisi atroci. Mengozzi la curava e – a quanto dice – la magnetizzava[303] per calmarla. La famiglia non era soddisfatta e voleva sbarazzarsi di lui. Ma, invece di licenziarlo puramente e semplicemente, lo hanno accusato di avere avvelenato la giovane a forza di magnetizzarla e, sotto sotto, hanno anche insinuato che i procedimenti da lui usati fossero indecenti. Inoltre hanno coinvolto quel pazzo di duca di Rivadebre, con un medico e un avvocato a lui acquisiti. A forza di ingiurie e minacce incrociate hanno finito col suscitare vere e proprie pubblicazioni a stampa dettagliatissime sulla patologia, rendendo di pubblico dominio una calamità che avrebbe dovuto rimanere rigorosamente segreta per il futuro e l’onorabilità di quella povera ragazza, vittima del tutto innocente. È una giovane dotatissima, parla e scrive quattro lingue[304] e, insomma, ha infiniti talenti. Si deve alla duchessa di Bovino, la cui reputazione è quella che è[305], se queste voci sono state messe in giro. Proprio in quei giorni è stata scoperta un’importante cospirazione proborbonica e sono stati eseguiti 164 arresti. Le modalità della scoperta sono state alquanto singolari. Il comitato d’azione di Roma aveva dei sospetti su un ex commissario di polizia napoletano residente da poco a Roma. Alcuni giovani del comitato hanno avuto l’idea di introdursi di notte nella sua casa fingendo di essere dei ladri; e così hanno fatto, spaventandolo e portandogli via tutte le sue carte. C’erano l’elenco dei congiurati, le distinte degli importi spesi a Napoli per finanziare e sostenere la reazione inclusive del costo delle bombe, la lista delle case a cui dare fuoco, delle persone da uccidere. In pratica, grazie all’acquisizione di questi documenti, la polizia si è trovata informata dell’intero progetto.

Ecco[306] cos’è accaduto nel mondo di qui ultimamente. La marchesa di Montefalcone ha organizzato una serata e non mi ha invitata. Sembra che non sia stata particolarmente allegra. La signora La Marmora ha dato un ballo in pieno giorno[307]. In proposito si racconta che lei non voleva darlo e che gli inviti sono stati fatti a nome del generale. Tutta la società se n’è stupita[308]. Solo una minoranza di convitati vi si sono recati e la signora La Marmora[309] avrebbe dichiarato che le napoletane non si erano certo dimostrate assennate accettando un invito formulato dal marito senza il consenso della moglie. Oltretutto ha poi fatto freddo e ha addirittura grandinato, il che per una festa in un giardino non è il massimo.

Si dice che cinquanta briganti guidati da un capo intelligente siano penetrati sul territorio[310]. Il generale La Marmora è partito alla volta delle frontiere, a quanto si assicura per incontrarsi con Montebello[311].

Si comincia a lasciare la città: la duchessa di Sant’Arpino è già andata via e la principessa Moliterno si accinge a fare altrettanto. La marchesa Montefalcone ha preso in affitto il Casino Ruffo a Capodimonte.

Trovo che la società è pervasa da umori reazionari in modo allarmante. Anzitutto e soprattutto i reazionari sono in maggioranza nell’aristocrazia. Nei salotti, in teatro i liberali italiani sono in numero esiguo; si incontrano solo codini, i quali vanno in giro con piglio trionfante. Napoli non dovrebbe essere lasciata senza la presenza di un membro della casa reale.

Venerdì, 22. Stavo sempre un po’ male, ma meno. La sera eravamo invitati a cena dal signor Meuricoffre ed è stata una cena fantastica, con dovizia di piatti, di vini, di luci, di fiori, il tutto molto bello. C’erano circa sedici persone e ho conversato con la moglie di un ammiraglio, simpatica e cortese. Alle dieci e mezzo sono poi andata dalla principessa Moliterno, che riceveva nel salotto piccolo. C’era parecchia gente e mi sono divertita, e sin dall’inizio con il principe Moliterno che è stato galante e si è prodigato in complimenti sperticati a proposito del mio vestito, dei miei occhi, ecc. C’erano Pandola, il giudice Troise, la principessa Frasso, Maria, insomma regnava l’allegria.

Sabato, 23. Giornata come le altre. Credo di aver fatto un giro a Posillipo. Ho comprato un bel cappello.

Domenica, 24. Il tempo era magnifico e all’una siamo andati al concerto. Era un concerto di dilettanti[312] a favore dei bimbi poveri. Ho sentito la signora De la Feld e trovo che canta male. La principessa Cellamare, figlia della principessa Torella, suona il piano con incredibile talento: ha avuto un successo enorme. Ma è proprio questo il giorno in cui mi sono accorta delle tendenze reazionarie dilaganti. È durante quel pomeriggio che la reazione era in maggioranza; d’altronde basta considerare che il concerto era stato patrocinato dalla principessa Torella. La sera abbiamo cenato dalla principessa Dentice, con Maria e il marchese[313], Chiara[314], il principe e la principessa Frasso che erano ambedue indisposti. Alle dieci e un quarto ho portato il marchese Bugnano al San Carlo a vedere La Stella[315]. In teatro ho parlato con il principe Moliterno e ho avuto le visite di Carafa e di Pandola.

Lunedì. Dopo pranzo sono andata a trovare Clementina a Capodimonte con Gerardo. La mattina avevano estratto a Gerardo due denti e per premiarlo del suo coraggio lo abbiamo tenuto con noi. Dopo cena sono rimasta in casa e ho avuto freddo.

Martedì, 26. Mi sono vestita accuratamente e sono andata dalla signora Zell Meuricoffre, che però non era in casa. Ho fatto un giro a Chiaia. Dopo cena mi sono recata a piedi al Fondo, dove davano un dramma orrendamente triste. Mio marito ed io ci siamo quasi addormentati. Ci è venuto a riverire Gerardo del Vaglio.

Mercoledì, 27. Mattinata come al solito. Siamo stati al capo di Posillipo. Dopo cena siamo andati al San Carlo a sentire la Lucia e a vedere il balletto. Avevo sonno. Ho chiacchierato con Moliterno.

Giovedì, 28 aprile. Mattinata come al solito: ho letto, scritto, ecc. Sono andata a trovare i bimbi all’istituto, poi dalla principessa Dentice, ma tutti i familiari erano fuori. Abbiamo incontrato da basso Chiara[316] e abbiamo scambiato due parole con lei. La sera, dopo cena, ci siamo recati dai Meuricoffre e lì ho conversato con il giudice Troise. Al ritorno mio marito mi ha detto che girava la voce che non avremmo conservato la nostra attuale posizione e che si progettava di nominarlo governatore di Capodimonte. La notizia mi ha sconvolto perché questo cambiamento ci causerebbe un serio pregiudizio[317]. Ho dormito poco e sono assai turbata.

Venerdì, 29 aprile. La mattina ho parlato a lungo con mio marito della nostra situazione e delle macchinazioni del signor Carafa, poiché, se perdiamo il posto[318], lo dovremo a lui. Il pomeriggio ho scritto nel salottino. La principessa Moliterno, che partiva due giorni dopo, ha inviato qualcuno a prendermi in prestito dei libri. Sono uscita solo di sera e ci siamo recati dalla principessa Dentice. Vi abbiamo trovato la baronessa Gudenau[319] che rientrava da Roma dove era andata per dire addio al granduca Massimiliano, futuro imperatore del Messico[320]. Era molto triste e si vedeva che faceva uno sforzo sovrumano per non piangere[321]. Di là siamo poi andati dalla signora Agresti che era sola con il marito e siamo restati da loro fino a mezzanotte. Di ritorno a casa, sono rimasta poi sveglia fino a tardi.

Sabato, 30 aprile. Ho letto e lavorato fino alle cinque. Poi sono andata in carrozza aperta a Posillipo e a Chiaia. Quel giorno ci hanno consegnato un bellissimo calesse nuovo nuovo e dei bei cavalli. Ed è da quel giorno che mio marito ha preso la firma del principe Moliterno quale ispettore delle scuderie. Dopo cena siamo andati al Fondo, ma dopo il primo atto mio marito si è messo a dire che non ci capiva niente e si annoiava. Siamo usciti e a piedi siamo andati a terminare la serata al San Carlo. La Perella è stata abbondantemente fischiata, il balletto La Stella invece è stato molto applaudito.

Domenica, 1° maggio 1964. Sono andata a messa con Gerardo e Stefano. Dopo colazione ho letto fino alle due. Poi siamo andati a Portici e vi abbiamo fatto una piacevole passeggiata. I due bimbi hanno cenato con Berta e noi siamo andati a cenare dalla principessa Dentice. C’era l’intera famiglia: Maria e il marchese, Chiara, la baronessa. La cena è stata molto allegra perché è stato raccontato un incidente avvenuto quella notte tra il principe e la principessa Frasso e si sono inventate parecchie storielle basate su qui pro quo degne del palazzo reale: insomma, siamo morti dal ridere.

Tuttavia la principessa Frasso ha davvero l’aria di non stare bene, Chiara è molto preoccupata, la baronessa sembra ancora assai rattristata dalla partenza dell’arciduca; solo Maria ed io eravamo autenticamente di buon umore. Dopo cena sono venuti un conte e una contessa, ambedue tedeschi. La giovane signora è molto carina: ha degli splendidi occhi, molto simpatici quando si animano. Si dice che sia poco felice con il marito, un ragazzotto dal fare piuttosto volgare, ma che è un portento al pianoforte. Il suo stile più da virtuoso che melodico a me non piace, ma la sua maestria è innegabile. È oltretutto assai loquace. Ascolta sé stesso e sciorina lunghi discorsi del tutto insensati, in cui inserisce paroloni ad effetto. Non però a questo si deve l’infelicità della moglie: pare che sia anche un incostante, un pasticcione e uno che gioca grosso. Rimarranno alcuni giorni, poi andranno a sistemarsi a Parigi. Ci siamo detti tutte queste cose dopo che erano andati via, abbiamo bevuto il tè ed era oltre mezzanotte quando ci siamo separati.

Lunedì, 2. Alle due e mezzo del dopopranzo sono andata a trovare Clementina a Capodimonte con la contessa del Vaglio. Il tempo era bellissimo e la bimba era contenta. Ho poi riportato la contessa a casa sua. La sera siamo andati dalla signora Agresti. C’erano Bosodazzi e il padre del signor Agresti. Non ci si annoia mai dalla signora Agresti e mi dispiace molto che parta. Si è parlato malissimo di Mengozzi, a proposito della faccenda della figlia del duca di Bovino.

Martedì, 3 maggio. Il cielo era sereno e mi ripromettevo di andare a fare una passeggiata, ma poi il tempo è mutato verso le tre e non sono più uscita. Ho scritto alla mamma e a mia sorella per l’indomani[322]. La sera pensavo di andare al Fondo dove era stato annunciato un buono spettacolo, ma poi il programma è stato cambiato e noi siamo sbarcati dalla principessa Dentice, dove c’erano le solite signore tra cui Chiara e la baronessa Gudenau, che ho invitato l’indomani al teatro San Carlo e che ha accettato l’invito. La principessa Frasso sembrava di cattivo umore. Abbiamo parlato di politica e me ne pento perché, beninteso, non eravamo d’accordo[323].

Mercoledì, 4. Di pomeriggio, ho dovuto aspettare a lungo la parrucchiera ed ero quindi in ritardo da Grillet, il fotografo. D’altra parte, mentre tutta la mattina c’era stato il sole, è venuto a piovere. In conclusione ho trascorso da Grillet tutto il pomeriggio, ho posato tre volte e ne è venuto fuori un cliché orrendo, inutilizzabile. Sono tornata a casa alle cinque. Totonno[324] si era sentito poco bene e non era uscito. Inoltre avevamo ricevuto una lettera del signor De Luca a proposito di una questione di soldi che ci ha infastiditi. Verso le cinque e mezzo è entrato nel porto il bastimento il Re Galantuomo[325], atteso con grande ansia. Era partito per l’America e, sulla via del ritorno, aveva subito tutta una serie di calamità. Dato che non si aveva più avuto sue notizie per oltre un mese, si temeva fosse affondato. L’intero equipaggio era napoletano e a bordo c’erano 400 persone. Era stato mandato in America per trasportare i cannoni e gli equipaggi di corazzate che venivano colà costruite per conto del governo italiano. Un albero maestro, schiantandosi, aveva ferito sedici marinai. Erano tutti in pessime condizioni di salute o con le divise a brandelli. Le famiglie, subito, hanno circondato la nave e non le davano neppure il tempo di attraccare. Una salva di dieci colpi di cannone ha annunciato alla popolazione il fortunato rientro. Mi sono vestita e ho ricevuto un biglietto della baronessa Gudenau che non poteva più accompagnarci al San Carlo. Dopo cena siamo andati lo stesso a teatro. Davano per la prima volta della stagione I due Foscari[326], la cui musica è incantevole. La cantante è stata fischiata a più non posso, ma mi sono comunque divertita.

Giovedì, 5. Sono stata a messa in palazzo. Ne ho approfittato poi per andare a fare due passi sulla terrazza e vi ho incontrato il signor De Vito con cui ho scambiato qualche parola. È stato estremamente cortese. Risalendo, ho trovato un biglietto con cui il signor Jeanselme[327] chiedeva di poterci vedere. È rimasto molto brevemente, dato che la moglie lo aspettava giù. Mio marito gli ha poi inviato tutti i permessi necessari per visitare i palazzi[328]. Ho letto fino alle quattro, dopo di che siamo andati all’istituto dei signori Liebler, ma in quel giorno di festa[329] i bimbi erano usciti. Abbiamo fatto una lunga visita al conte e alla contessa del Vaglio, incontrando a casa loro anche Chiara[330]. La contessa, Chiara ed io abbiamo deciso che il lunedì successivo saremmo andate tutte e tre a trovare Clementina a Capodimonte. Siamo andati a recapitare dei biglietti da visita[331], abbiamo portato Chiara dalla duchessa Belgioioso, poi abbiamo fatto un giro a Posillipo, ma il vento ci ha costretti a rientrare prima del previsto. La sera ci siamo recati al San Carlo sul tardi credendo che fosse in programma la Lucia, ma invece davano I due Foscari e l’esecuzione fu più riuscita della sera prima. Ci sono venuti a trovare il signor Pandola e il marchese Bugnano.

Venerdì, 6 maggio. Mi angustiava l’idea di dovere scrivere una lettera a mia sorella per una questione di soldi[332]. Ci ho pensato tutta la mattina e alla fine ho consigliato a mio marito di scrivere al signor Petit di provvedere lui senza coinvolgere mia sorella, perché voglio evitare di crearle dei problemi. Una volta che è stata redatta la lettera, sono ridivenuta spensierata e allegra e siamo andati a passeggiare. La sera siamo andati ad augurare buon viaggio alla signora Agresti. C’erano il conte Castellane[333] e gli amici intimi. Lei ha parlato spontaneamente della iettatura[334] e ha spiegato che le avevano offerto di pagarle il viaggio a Roma affinché il papa ponesse fine alle sue sofferenze[335]. Se ne va per un periodo di cinque o sei mesi. Mi dispiace perché non sono affatto persuasa che porti sfortuna e il suo salotto è molto piacevole. Era contenta di partire e specialmente di prendere l’omnibus[336]. Senonché poi, durante il percorso, l’omnibus ha subito un guasto e si è dovuto faticare non poco per  giungere malgrado tutto in orario. Ovviamente, ne è stata data la colpa a lei.

Sabato, 7. Solita mattinata. Dato che era bel tempo e che a fare tutti i giorni la stessa cosa ci si annoia, abbiamo deciso di andare a Capodimonte. Vi abbiamo fatto una bella passeggiata a piedi e in carrozza in compagnia del signor Capocci, che non si era recato in ufficio perché era in malattia. Si è lamentato a lungo del danno che gli era stato arrecato facendogli perdere l’incarico a Portici. Quando siamo rientrati, mi sono vestita e abbiamo cenato. Poi siamo andati al Fondo dove davano la Pia de’ Tolomei, ottimamente eseguita[337]. È un bel lavoro. Avevo giocato al lotto[338] e, naturalmente, ho perso.

Domenica, 8 maggio. I bimbi che contavamo di avere con noi si erano fatti mettere in punizione[339], per cui abbiamo trascorso l’intera giornata da soli. Ne siamo stati molto delusi. Totonno ha scritto loro una lettera di rimproveri che li ha fatti piangere e alla quale Stefano[340] ha risposto chiedendo scusa e implorandoci di andarlo a trovare. Abbiamo fatto, con un tempo splendido, il nostro giro a Portici[341]. L’economo ci ha fatto dare dei fiori, abbiamo assistito alla distribuzione del cibo ai cinghiali, bevuto del latte e trascorso laggiù l’intero pomeriggio. La sera, dopo cena, eravamo stanchi e siamo rimasti a casa.

Lunedì, 9 maggio. Dopo colazione mi sono recata da sola a piedi da Beyrès per vedere dei vestiti e ne ho acquistati due. Dopo sono andata da Grillet[342], ma la scala era tanto piena di gente che ho rinunciato a salire. Alle due e mezzo ero in carrozza a San Francesco di Paola[343] per prendere la contessa del Vaglio e Chiara e andare con loro a Capodimonte. Siamo stati un’ora da Clementina, poi siamo andati in giro per il bosco. Chiara e Totonno hanno camminato a piedi; io e Amalia invece, optando per il dolce far niente[344], non ci siamo mosse dalla carrozza. Abbiamo piacevolmente chiacchierato e bevuto del latte alla fattoria. Siamo rincasati alle cinque e, dopo essermi vestita, la sera sono andata al Fondo ad assistere a un dramma barboso.

Martedì. Pioveva. Fino alle cinque ho scritto lettere da spedire il giorno successivo. Poi, in carrozza chiusa, sono andata dalla duchessa di Belgioioso. È tornato suo marito e abbiamo parlato di mille sciocchezze. Successivamente sono andata a vedere i bimbi: erano tanto contenti e ci hanno raccontato della passeggiata della scorsa domenica. La prospettiva dei tre giorni di vacanza per la Pentecoste li eccitava. Al ritorno mi sono vestita da casa e ho avuto una lunga visita di Maria Bugnano, che parte per la sua tenuta di campagna giovedì. Dopo cena ho letto un’interessante biografia di Maurizio di Sassonia[345]. Alle undici mi sono messa a letto.

Mercoledì, 11 maggio. C’era uno spettacolo discreto al San Carlo e vi ho invitato la duchessa di Belgioioso, che ha accettato. Abbiamo fatto una lunga visita alla marchesa Bugnano madre, incontrando lì anche la principessa Dentice e, beninteso, Maria[346]. È poi sopraggiunta la baronessa Gudenau. Abbiamo abbondantemente parlato della congiura. La mattina erano state pubblicamente notificate le identità degli accusati: sono ex addetti della casa reale, avvocati, militari in più casi titolari di un comando, e nel complesso davvero parecchie persone. Breve giro a Posillipo. Vestito elegante e, dopo cena, al San Carlo con il duca e la duchessa Belgioioso. Lo spettacolo è finito tardissimo e mi ha molto stancato.

Giovedì, 12 maggio. Dopo pranzo stavamo scrivendo, ciascuno per proprio conto, quando ci è stata consegnata una citazione del Tribunale civile di Parigi con ingiunzione di pagamento di 8.000 franchi a un architetto (Plumerey) a titolo di onorari per progetti e disegni eseguiti su incarico di mio marito. Si trattava di una realizzazione cui avevamo creduto di poter interessare l’amministrazione comunale di Napoli e avevamo concluso un accordo in base al quale all’architetto sarebbe stata affidata la direzione dei lavori. Inizialmente ci aveva chiesto 3.000 franchi e, per fortuna, abbiamo conservato le sue lettere. Ora ne vuole 8.000, ma lasceremo valutare al Tribunale. E dire che ci sembrava già una iattura di dover versare 3.000 franchi per un affare andato a monte. Tutta questa faccenda ci ha alquanto innervositi e immediatamente abbiamo scritto una lettera insistente al signor Beyrès[347] affinché veda lui di occuparsi di questa grana. Infatti, dopo avere suggerito lui l’iniziativa a mio marito, se n’è lavato le mani e non ne ha più voluto sapere. Il signore e la signora Jeanselme sono venuti a trovarci e abbiamo chiesto loro di farci il nome di un avvocato competente[348]. Siamo andati ad invitare la coppia Carafa al teatro, per quella sera[349]. Ho fatto qualche acquisto da Beyrès[350], poi mio marito è andato a ritirare i progetti, conservati dal signor Savarese[351]. Nel frattempo sono andata in giro a Chiaia, ma ho preso freddo. Dopo cena, alle nove, ci siamo recati al Fondo dove era in programma una serata in onore dell’equipaggio del bastimento il Re Galantuomo. La sala era illuminata come per la serata di gala[352]. I primi palchi[353] erano occupati dallo stato maggiore della nave, dagli ufficiali superiori della guardia nazionale, dagli ammiragli con le rispettive famiglie. Erano altresì occupati quattro dei palchi di corte: quello degli ufficiali d’ordinanza e cerimonieri, quello del direttore delle cacce, quello dell’intendente in cui aveva preso posto il signor Sacco[354] e il nostro. Un entusiasmo straordinario animò il pubblico al momento dell’ingresso del grosso dell’equipaggio. I marinai erano tutti in platea con dei mazzi di fiori. Magroni e la Sadosky hanno declamato dei versi per la circostanza, poi sono state recitate tre commediole vivaci. All’uscita, fuochi d’artificio, grida, battimani. Non ho mai udito applausi simili, frenetici in particolare per il re e per l’Italia. Alcuni repubblicani hanno chiesto l’inno di Garibaldi, che è stato suonato, ma applaudito solo da quattro o cinque persone. È stata una vera e propria manifestazione d’amor patrio. I borbonici, oggi, si mangeranno le mani. Erano presenti la marchesa Montefalcone, la Marigliano, e insomma tutti i rappresentanti del mondo ufficiale[355].

Venerdì, 13 maggio. Mi sono vestita, ho pranzato, ho scritto nel salottino. Mio marito mi ha riferito la conversazione avuta con il signor Carafa la sera prima, mentre io riaccompagnavo a casa sua moglie. Carafa gli ha detto di avere saputo che effettivamente il signor Visone non tornerà e che l’amministrazione e la corte verranno separate. Gli avrebbero offerto il governatorato di Capodimonte, ma lui non è interessato. Ho ricevuto la visita della marchesa della Polla, che, in partenza per Parigi, veniva a salutarmi e a chiedermi se avessi da affidargli qualche commissione. Mi ero messa un vestito elegante ma non appena siamo saliti in carrozza si è messo a piovere, pertanto abbiamo fatto solo un breve giro e siamo subito rientrati. Cena e serata in casa.

Sabato, 14 maggio 1864. Fatta colazione, a mezzogiorno eravamo alla stazione della ferrovia con i signori Jeanselme per recarci a Caserta. Anzitutto abbiamo visitato il palazzo. Poi abbiamo fatto servire uno spuntino nel piccolo castello del parco[356]. Giro in carrozza e visita del giardino all’inglese. Abbiamo assistito al pasto dei cinghiali. Ritorno alla ferrovia per il treno delle sette. I Jeanselme erano soddisfattissimi della loro giornata, che tuttavia sarebbe stata ancor più gradevole se non fosse venuta giù una pioggerella sottile quasi durante l’intera passeggiata. Nel vagone abbiamo incontrato il barone Barracco e suo fratello[357] e ho conversato a lungo con il primo. Al ritorno abbiamo trovato Clementina a casa. Era arrivata una lettera del ministro della Real Casa, Nigra, che ci autorizzava a villeggiare a Capodimonte quell’estate[358]. Eravamo contenti della lettera, ma avremmo preferito che il signor Lecour vi avesse aggiunto qualche riga di accompagnamento di suo pugno. Abbiamo cenato e siamo andati a letto.

Domenica, 15 maggio: Pentecoste. I due piccoli sono stati mandati a casa sin dal mattino. Dopo l’ora della colazione, i signori Jeanselme sono venuti a congedarsi e sono rimasti circa due ore. Si è parlato e ho chiesto loro alcuni oggettini[359]. Alle tre siamo partiti per Portici. L’economo ci ha fatto aprire tutti i giardini chiusi al pubblico, abbiamo colto dei fiori con i bambini, ma unici ci sono apparsi soprattutto gli agrumeti con gli aranci in piena fioritura: al ritorno, tutta la carrozza era permeata di un profumo di fiori d’arancio così intenso da far venire il mal di testa. A cena è stato nostro ospite il signor De Luca. Siamo rimasti a tavola fino a tardi, il che mi indispone assai. Finalmente verso le dieci siamo andati tutti e tre al San Carlo dove cantavano I due Foscari. Ci è venuto a visitare il signor Carafa, che ci ha parlato molto a lungo della sua malattia[360].

Lunedì, 16 maggio. Dato che i bambini erano a casa, avevamo programmato delle gran passeggiate, ma il cattivo tempo ha mandato all’aria questi progetti e ho portato i tre piccoli dai conti del Vaglio, dove siamo rimasti più di un’ora. Quel giorno poi, a Napoli, c’era una festa popolare: il popolo va in pellegrinaggio in carrozza fino oltre Portici e tornano appunto il lunedì, tutti infiocchettati, urlanti, talvolta ubriachi. Siamo andati incontro al corteo, ma la pioggia e il fango avevano reso la sfilata tanto sudicia e schifosa che gli stessi ragazzi hanno preferito tornare a casa. Mi sono rifatta bella, abbiamo cenato e siamo andati dalla principessa Dentice che era a letto dal mattino con il raffreddore e la febbre. Siamo scesi dalla principessa Frasso[361]: c’erano il principe, Chiara, la baronessa[362] e abbiamo chiacchierato fino alle undici.

Martedì, 17. Persiste il tempaccio. Grande delusione dei ragazzi con cui dovevamo fare una passeggiata nel bosco di Capodimonte prima di riportare Clementina all’istituto. Durante una schiarita siamo partiti alla volta di Capodimonte, ma un’abbondantissima pioggia ci ha sorpresi per strada. Il mio vestito si è tutto bagnato e sgualcito perché ho dovuto prendere i bimbi sulle ginocchia. Comunque Mimmina[363] è stata riportata dalla signora Mazay[364] che ha accolto festosamente Gerardo e Stefano, dando loro delle caramelle. In città Gerardo e Totonno hanno voluto camminare a piedi, io ho tenuto con me Stefano e siamo tornati a casa. Dovevamo andare a teatro. Senonché mio marito si è trattenuto a tavola indefinitamente, io l’ho rimproverato, ci siamo ambedue arrabbiati e ho rinunciato a uscire. È andato a teatro da solo, ma è rientrato alle dieci da quanto lo spettacolo era noioso, a quanto mi ha poi detto l’indomani. I due piccoli erano stati ricondotti all’istituto dal domestico.

Mercoledì, 18. Dopo pranzo ho scritto a mia sorella e ad Eugénie[365]. Alle quattro sono andata a portare alla marchesa Tupputi una stampa che mi aveva fatto pregare di procurarle a Parigi. C’erano Cristina, la più grande delle altre ragazze e il generale. Abbiamo parlato per circa un’ora. Ho trovato Cristina molto cambiata: aveva due enormi anelli con diamanti che le erano stati regalati dal fidanzato, morto tanto giovane e in modo tanto sventurato. Tra un mese vanno tutti in provincia[366]. Sono davvero della gran brava gente. Siamo poi andati dalla principessa Dentice che è a letto con la febbre nella stanza della cameriera, dato che il suo appartamento è tutto occupato da Chiara e dalla baronessa. Abbiamo trovato lì Maria Bugnano, venuta per caso da Casa Puzzano[367] e che era rimasta presso la madre malata. C’era inoltre Chiara ed è poi sopraggiunto anche Ernesto[368] in abito da viaggio. Arrivava da Capua, dove il generale La Marmora ha posto il campo per far eseguire le manovre. Ci ha raccontato delle riviste del mattino, dei balli pressoché quotidiani. Aveva pranzato dal generale, il quale gli aveva consegnato una lettera per la principessa di Frasso. Insomma Ernesto è entusiasta quasi quanto Sant’Arpino e magari chissà che non lo vediamo anche lui diventato ufficiale d’ordinanza del La Marmora uno di questi giorni; la vita riserva infinite sorprese. Abbiamo cenato presto perché il principe Ottaiano ci aveva fatto dire che sarebbe venuto alle sette. Dopo cena mi sono preparata per la serata e il principe è poi venuto alle otto. Mio marito lo ha messo al corrente dell’arrivo del signor di Breme, che è sembrato indispettirlo. Abbiamo parlato per circa due ore e ciò che ci ha annunciato, dal canto suo, di più importante è che Giuseppe Colonna doveva essere nominato in sostituzione del signor Visone. Noi ne saremmo stati molto soddisfatti perché è un uomo come si deve e un grande amico di mio marito sin dall’infanzia. Alle dieci abbiamo fatto un salto al Fondo, ma mio marito ci si annoia sempre e così siamo restati un’ora e alle undici e mezzo eravamo ciascuno nella propria camera.

Giovedì, 19. Dopo pranzo mio marito si è intrattenuto a lungo con il suo avvocato per la questione delle decime[369]. Sono venuti a trovarmi i signori Capecelatro con cui ho conversato altrettanto lungamente. Come al solito, mi hanno parlato male della signorina Zir[370], mi hanno detto che Del Vaglio è un tipo melenso e privo di carattere, mi hanno esortata a offrire qualcosa agli ungheresi per i quali è in programma una vendita di beneficenza domenica. La principessa Frasso con la madre, baronessa Gudenau, sono venute a farci i loro saluti prima della partenza. Avevamo previsto di andare a trovare la principessa che è ancora a letto, ma ce ne hanno dissuasi, dicendoci che era ancora molto stanca. Al ritorno mio marito se n’è andato per conto suo e ha incontrato De Luca, il quale lo ha sollecitato a portare a termine una determinata operazione, mettendolo di cattivo umore. Abbiamo cenato assai tardi e siamo rimasti fino alle dieci e mezzo sul nostro balcone ad ammirare i riflessi del chiaro di luna nel golfo. Che splendida serata! Ho poi letto fino alle undici.

Venerdì, 20 maggio. Mattinata come al solito. Mi sono vestita, ho fatto colazione, ho letto un romanzo che mi aveva prestato Maria. Sono uscita con Totonno alle quattro e mezzo, sono stata da Grillet a fissare un appuntamento per rifare il mio ritratto, sono stata da Casalta per chiedergli quanto poteva valere una spilla che pensavo di donare agli ungheresi e far aggiustare una collana per Clementina. Abbiamo fatto una breve visita alla principessa[371] e un giro a Posillipo. Mentre tornavamo, ha cominciato a piovere. Breve toletta. Cena. Poi abbiamo trascorso la serata al Fondo dove davano Pagliaccio e la sua famiglia, ovviamente in italiano[372]. Gli attori hanno recitato bene. Il signor Carafa è venuto a visitarci. Era molto seccato (e lo mostrava apertamente) della notizia della nomina di Giuseppe Colonna e sosteneva che accettare la carica di intendente generale dopo essere stato sindaco della città era dequalificante. Abbiamo preso dei gelati al Café de l’Europe[373].

Sabato, 21 maggio. Ho scritto, ho letto, mi sono occupata del mio vestiario. Ho sentito che la giovane figlia del duca di Bovino sta meglio, ma non è detto che sia merito di Mengozzi. La diatriba e le reciproche contumelie intanto vanno avanti, anche sotto forma di libelli distribuiti al pubblico. È una faccenda disgustosa. Ho invitato la duchessa di Belgioioso al San Carlo per quella sera, ma mi ha inviato una simpatica letterina per dirmi che non poteva. Di pomeriggio abbiamo fatto un bel giro a Posillipo. Dopo cena ho passato la serata in casa, a leggere.

Domenica, 22. Gerardo si è fatto mettere in punizione, per cui abbiamo avuto solo Stefano a casa. Giro a Portici. Ho letto un famoso processo di un medico accusato di avvelenamento. Dopo cena ho trascorso la serata al San Carlo malinconicamente.

Lunedì, 23. Dopo pranzo sono venuti a trovarmi Mengozzi e la duchessa di Belgioioso. Ho fatto una visita alla principessa[374], ancora malata, poi sono andata a trovare Clementina a Capodimonte. Cena e serata in casa.

Martedì e mercoledì. Giornate normali. Pioveva. Ho letto parecchio, ho scritto a Parigi a tutti. Martedì è arrivato da Parigi un certo signor Baron, capitalista raccomandato a mio marito dal signor Rapetti. È venuto a Napoli con Pascal Duprat (letterato e repubblicano molto noto in Francia)[375] per realizzare un progetto industriale. Si trattava di costruire un immenso vivaio acquatico. Se ne è parlato a lungo, appunto martedì. Anche Ernesto e Salomè[376] sono venuti quel giorno per sistemare una questione. Siamo andati un po’ a passeggio. Cena e serata in casa. Mercoledì ci siamo recati ai Granatelli per visitare una peschiera reale chiusa al pubblico. Visita e giro, poi, a Portici con i signori Baron e Duprat. Abbiamo cenato molto tardi e siamo rimasti a casa.

Giovedì, 26 maggio: Corpus Domini. Tempo tremendo. Messa, poi visita ai ragazzi e, a Capodimonte, a Clementina, che era allegra, contenta, in piena salute. Dopo la cena siamo andati al San Carlo dove abbiamo assistito ad un’esecuzione della Traviata più riuscita della precedente. Sono venuti a trovarci nel palco Carafa e il duca di Santa Rosalia, che era a Napoli per pochi giorni e che abbiamo invitato a cena per l’indomani.

Venerdì, 27. Abbiamo ricevuto da Torino una lettera del signor Lecour che ci avvertiva che forse gli intrighi e le gelosie ci sarebbero costati la perdita del posto, nel senso che si pensava di sopprimere la carica di vicegovernatore. Tuttavia il funzionario ci garantiva che a mio marito sarebbe stata conferita una carica equivalente e che sarebbero stati salvaguardati i nostri interessi materiali. Fummo profondamente rattristati da questo annuncio. Constatavamo che gli intrallazzi del signor Carafa con Di Breme avrebbero avuto concrete conseguenze; e ciò ci faceva rimpiangere di non poter dare immediatamente le dimissioni[377], perché, se lo spionaggio e la maldicenza sono all’ordine del giorno, nulla più è sicuro. La sera avevamo a cena il signor Baron, Pascal Duprat, il duca di Santa Rosalia ed Ernesto[378]. Ci trattenemmo a lungo a tavola. Poi Pascal Duprat svolse delle sue perorazioni politiche, mostrandosi alquanto ben informato di alcuni particolari delle vicende italiane. Abita normalmente a Torino. Parla il francese in modo mirabile e il suo eloquio sembrava una musica. Andarono tutti via alle undici e mezzo, salvo il duca di Santa Rosalia con cui continuammo a scambiare quattro chiacchiere nell’intimità e che restò fino ad oltre la mezzanotte. C’era anche De Luca a quella cena.

Sabato, 28. Ho letto due opuscoli appartenenti a Carafa e che volevo fargli riavere quanto prima, poi mi sono vestita. Verso le quattro siamo stati dalla principessa, che è sempre a letto e ammalata. Il tempo cattivo continuava a imperversare. Breve giro in carrozza chiusa, cena. Quindi siamo andati a piedi dalla contessa del Vaglio che era sola con il marito e fu lietissima di questa nostra attenzione. L’ho invitata a venire con me lunedì a Capodimonte.

Domenica, 29. Sin dal mattino ci siamo messi a scrivere una traccia di risposta alla lettera del signor Lecour. Dopo avervi riflettuto abbiamo deciso che mio marito doveva recarsi a Torino per incontrare il ministro, informarlo di alcuni particolari e delle manovre in atto contro la sua persona, vedere cosa si potesse concordare riguardo alla sua posizione a Napoli. Sono stata a messa solo con Stefano perché, con nostro grave rincrescimento, Gerardo si era fatto mettere in punizione di nuovo. Mengozzi ha visitato Stefano, che mi sembra molto magro. Pranzo, lettura e, con un tempo delizioso, gita a Portici dove ci hanno dato dei bei fiori. Al ritorno mi sono vestita e ho cenato. Serata al Fondo dove era in programma un dramma nuovo per Napoli, quantunque datato a Parigi: il Ruy Blas di Victor Hugo[379], in una traduzione e riduzione peraltro recitata ottimamente, con messa in scena e costumi magnifici. Ci è venuto a trovare Ferdinando Pandola[380], che è restato con noi tutta la sera e, dandomi il braccio, mi ha riaccompagnata al palazzo, perché ero senza carrozza.

Lunedì, 30. Di mattina presto abbiamo finito di scrivere la lettera al signor Lecour, chiedendo tra l’altro un congedo di alcuni giorni per mio marito. Dopo pranzo mi fatto varie cose nel salottino fino alle cinque, ho scritto e ho letto. Dimenticavo di accennare che mio marito è più geloso che mai di Del Vaglio. Se ho la sventura di girare il viso dalla sua parte a teatro, fa una faccia indescrivibile. E dire che il giovanotto sarebbe davvero uno spasimante che si accontenta di poco: ci vediamo solo a Posillipo a passeggio e la sera a teatro e credo che mio marito gli abbia lanciato delle occhiate tanto furibonde che non osa più presentarsi nel nostro palco e neppure salutarmi. È davvero una cosa pazzesca. È stato di guardia a palazzo questa settimana e una mattina è venuto a trovarsi sul nostro cammino: lo zio[381] lo ha salutato frettolosamente e si è allontanato senza rivolgergli la benché minima parola. Se non pensa a me più di quanto io penso a lui, questi comportamenti lo devono sconcertare alquanto e senz’altro pensa che Totonno sia un po’ toccato.

Domenica, 5 giugno. Non è successo nulla di interessante quella settimana[382], a parte che mio marito è stato autorizzato a recarsi a Torino. Doveva partire sabato, ma ha dovuto rinviare a lunedì a causa della festa dello Statuto[383], anche perché il principe Ottaiano aveva fatto sapere che non avrebbe potuto assistere al Te Deum. La mattina, di buon’ora, mio marito doveva fare gli onori della corte durante il Te Deum a San Francesco di Paola. Prima, sulla piazza[384], c’è stata una rivista e una sfilata militare al cospetto del generale La Marmora. Ho visto tutto dal balcone con i due bimbi. Mio marito ha fatto mettere in gala una carrozza di corte e ha condotto alla chiesa[385] con lui il cavalier Sacco e il cerimoniere De Renzis. Come sempre, Carafa aveva trovato modo di combinare dei pasticci. Alcuni giorni prima aveva fatto chiedere che gli si inviasse una carrozza. Totonno gli aveva fatto rispondere dal segretario che, se ne avesse fatto la richiesta scritta, sarebbe stata trasmessa a Torino. La soluzione non gli andava bene perché voleva una carrozza, ma non voleva assumersi la responsabilità di sollecitarla ufficialmente. Mio marito ha incaricato il segretario, don Emanuele, di riferirgli che, se si fosse recato a palazzo alle dieci e mezzo, lui lo avrebbe fatto salire in carrozza con sé. A questo punto ha fatto sapere che accettava. Dopo cena siamo andati a vedere dagli appartamenti l’estrazione del lotto municipale[386]. C’era pochissima gente. Poi mi sono vestita. Mio marito e i bimbi sono andati a vedere i fuochi d’artificio e io ho atteso, leggendo, l’ora del teatro. Sono scesa alle nove e mezzo e subito dopo sono arrivati i signori Carafa, lei sempre arcigna e di cattivo umore. Ad ambedue ho chiesto notizie della loro salute e lui mi ha dichiarato che non stava bene, e ciò a causa del mal di testa che gli era venuto quella mattina attraversando la piazza in alta uniforme e in pieno sole. Ha poi aggiunto: “se suo marito avesse fatto quel che doveva fare, ciò non sarebbe accaduto”. Io lo ho interrotto prontamente e gli ho risposto: “sappia, egregio signore, che mio marito fa sempre ciò che deve fare e anche di più, dato che si è sempre comportato in modo più che educato e corretto con persone che non sono purtroppo in grado di apprezzarlo. Se mio marito non le ha fatto avere una carrozza, è perché non ne aveva il diritto. È molto attento a non prendere iniziative senza ordini precisi, in quanto coloro che più lo spingono ad agire così sarebbero i primi a denunciare il suo operato a Torino”. Ho aggiunto che le vergognose pratiche di delazione da taluni poste in atto giustificavano la massima circospezione. Insomma, ho parlato in termini generali, ma lui ha capito che ero perfettamente informata della sua linea di condotta nei nostri confronti. Il mio sfogo ha turbato tanto lui quanto sua moglie. Dal mio pallore e dall’emozione con cui parlavo si sono resi conto che ero al corrente delle calunnie e malignità da loro mosse contro di noi. Lui ha balbettato un sacco di scuse. Mi ha assicurato che aveva voluto dire che il principe Ottaiano, se non intendeva occuparsi di nulla, avrebbe dovuto lasciare che fosse Totonno a prendere tutte le disposizioni necessarie. Si è confuso al punto di negare categoricamente che Emanuele fosse andato ad avvertirlo che doveva recarsi a palazzo alle dieci e mezzo. In definitiva, dopo aver detto peste e corna di Ottaiano e di tutti in genere, ha creduto di avere raddrizzato la situazione. Io ho annunciato loro il ritorno del signor Visone. Ambivano a quel posto[387] e sapevo che vi si erano fatti candidare. Ho riferito loro testualmente una frase – peraltro autentica – del re, il quale avrebbe dichiarato che, essendo la carica sollecitata esclusivamente da suoi nemici, supplicava il signor Visone di tornare a Napoli. Questa mia indiscrezione finì di sconvolgerli e non credo si siano potuti godere quella serata; anzi, indirettamente ho appreso che la signora Carafa aveva un diavolo per capello l’indomani. Credo anche che fossero contrariati della partenza di Totonno per Torino.

Lunedì. Preparativi per la partenza di mio marito. Dato che Luigi[388] stava male, ho aiutato io stessa Totonno per taluni dettagli. Anzitutto ha convocato Emanuele e gli ha chiesto se avesse omesso di recare il messaggio concordato al signor Carafa. Il segretario ha reagito con indignazione e si è recato da Carafa per costringerlo a smentirsi. Eravamo del tutto persuasi che Emanuele avesse eseguito le istruzioni. Il tempo era superbo e mio marito è partito all’una. Ho fatto un giro a Posillipo e, al ritorno, ho cenato da sola, mestamente, e sono andata a letto alle undici.

Martedì, 7. Ho scritto tutto il giorno. Ho pranzato e cenato presto per la prima volta della stagione[389]. Ho fatto una visita alla principessa Dentice, un giro in carrozza. Sono rientrata alle otto e ho letto fino alle dieci e mezzo.

Mercoledì, 8. La mattina ho letto e non ho fatto nulla di speciale. Il pomeriggio sono andata a prendere la contessa del Vaglio. Abbiamo fatto una passeggiata nel bosco di Capodimonte e una visita piuttosto lunga a Clementina, che ha suonato il piano, ma svogliatamente e piagnucolando perché c’era della gente. Di ritorno in città ho accompagnato la contessa dalla duchessa di Belgioioso, che aveva una bimba ammalata. A casa ho letto, poi mi sono coricata alle dieci e mezzo.

Giovedì, 9 giugno. Solita mattinata. Quel giorno ho ricevuto due dispacci da mio marito. Il primo mi informava che il viaggio era andato bene. Il secondo che aveva visto Lecour e il ministro e che erano ben disposti nei nostri confronti. La sera sono andata a casa della principessa Dentice, dove ho trovato Maria Bugnano e la marchesa Goia. Dopo una mezz’ora di conversazione, Chiara si è vestita e siamo andate a passeggiare a Posillipo[390]. Al ritorno ho letto e mi sono coricata alle dieci e mezzo. Durante il giorno era venuto a trovarmi Mengozzi e mi aveva lungamente parlato della gelosia che ispirerei alle signore di Napoli. Sembra tra l’altro che abbiano addirittura pagato il parrucchiere affinché mi pettini male, minacciandolo altrimenti di non rivolgersi più a lui. Inoltre la principessa Fondi si sarebbe vantata di avermi detto delle cose sgradevoli a una cena di corte, in occasione di uno scambio di vedute circa l’usanza che qui vige di portarsi a casa delle caramelle. Effettivamente ricordo di essermi stupita di questa moda, ma senza alcuna malizia. Non solo non c’eravamo dette alcunché di sgradevole, ma anzi l’avevo aiutata a trasportare le sue caramelle e avevamo chiacchierato amichevolmente tutta la sera. Infine mi accusano di essere altera. Ma preferisco nettamente che mi trovino altera, piuttosto che avvilita da tutti i loro pettegolezzi da piccolo centro provinciale[391].

Venerdì, 10 giugno. Cattivo tempo. Ho il mal di testa, sono giù di corda e giù di forma. È colpa dello scirocco e della primavera. Ho scritto a mio marito e ho letto. Ho trascorso tutto il giorno malinconicamente senza poter uscire, a causa della pioggia.

Sabato, 11. Dopo pranzo sono subito uscita. Sono andata dal signor Auguste Beyrès per affari, poi ho fatto una visita alla principessa Dentice e a Chiara e sono rimasta con loro circa un’ora. Tornando, ho fatto qualche acquisto a Chiaia e ho visto che davano un nuovo balletto[392]. Ho mandato Emanuele a invitare i signori Carafa. Avrei preferito una compagnia diversa, ma cosa ci potevo fare? Dopo cena mi sono vestita e ho letto, mentre Berta è andata a prendere Clementina all’istituto. Ho trascorso la serata al San Carlo con i Carafa e il marchese Bugnano è venuto a farmi visita nel palco. Abbiamo mangiato dei gelati[393]. Il balletto non era un gran che, nonostante la trovata degli spettri. Si è parlato un po’ di tutto, senza affrontare temi di particolare interesse. Quel giorno ho ricevuto una lunga e cordiale lettera di Albert[394], che mi ha fatto tanto piacere. 

Domenica, 12. Gerardo si è fatto mettere ancora una volta in punizione e il direttore rifiutava altresì di farlo uscire il giorno successivo ed esigeva che anche Stefano rientrasse la sera stessa. In ogni altra circostanza mi sarei adeguata, ma Totonno doveva arrivare l’indomani, che era il giorno del suo onomastico, e sapevo che sarebbe stato molto contrariato se non ci fossero stati i bambini. Dopo la colazione e la messa, con Clementina e Stefano, mi sono recata dalla signora Liebler per chiederle di autorizzare la libera uscita del giorno dopo[395]. Volevo vedere Gerardo, ma mi hanno detto che era fuori. Gli ho lasciato dei dolci. Ma allorché stavamo per riavviarci ecco che lui, invece, rientrava: al vedermi in carrozza con la sorellina e il fratello si è commosso e ha provato sgomento. Sono andata a fare un’ordinazione in pasticceria e siamo tornati a casa con un caldo soffocante. Dopo cena siamo andati a Posillipo. Ho riportato Stefano all’istituto e, con Clementina, stavo per mettermi a letto alle nove quando mi hanno annunciato una visita del marchese Bugnano. È rimasto circa un’ora e mi ha fatto una vera e propria dichiarazione d’amore, che mi ha lasciato attonita. Dapprima ho finto di non capire, poi ho fatto come se credessi ad uno scherzo e ne ho riso tanto fragorosamente e a lungo che ha dovuto rendersi conto che non c’era nulla da fare. Non ha osato arrabbiarsi e anzi ha tentato di ridere anche lui. Gli ho parlato con trasporto delle qualità della moglie. Mi ha scongiurato di non dire nulla a suo zio[396] e gli ho assicurato che non annettevo la minima importanza all’episodio e che certamente l’indomani già non me ne sarei più ricordata. Mi sono messa a letto ridendomela di questa avventura: e dire che tutti lo prendono per un saggio! C’è poco da fidarsi delle reputazioni. È brutto da fare spavento, ha una moglie incantevole, cosa vuole mai? Ha voluto mettermi alla prova? Ma, o è un cretino, o non si guarda mai allo specchio. Si mettono alla prova le persone quando si è presentabili, non quando ci si ritrova un personale così poco attraente come il suo.

Lunedì, 13 giugno. Di mattina presto[397] ho mandato a prendere i due ragazzi all’istituto. A mezzogiorno sono andata all’Immacolatella[398]. La nave era appena arrivata e mio marito veniva a riva in una scialuppa. Dopo le scocciature e gli impicci della dogana[399] siamo saliti in carrozza e mi ha subito annunciato che, riguardo alla nostra situazione nell’ambito della Casa Reale, l’esito del viaggio era ottimo. Il ministro e il signor Lecour gli avevano garantito una salvaguardia piena dei nostri interessi. Gli era stato detto che Di Breme aveva portato alle stelle Carafa e sostenuto che un vicegovernatore non serviva a nulla. Ma il ministro e Lecour avevano subodorato la macchinazione: sembra che Di Breme aspiri lui stesso al posto di sovrintendente a Napoli e che pensi di fare di Carafa il suo vice, il che però presuppone l’allontanamento di mio marito. Ma il suo progetto è andato totalmente a vuoto e ora non si occupa neppure più di Carafa. Il ministro verrà a Napoli in ottobre ed è probabile che la carica di vicegovernatore venga abolita per dare una mezza soddisfazione a Di Breme, però a mio marito verrà conferita un’altra carica a Napoli che comporterà gli stessi vantaggi di cui ora godiamo. Il marchese di Breme ignorava che la sistemazione a palazzo, la carrozza e i palchi[400] fossero benefici speciali e personali concessi per regio decreto e niente affatto connessi alla carica, dai quali non sarà dunque possibile a nessuno prescindere quand’anche la carica venisse a decadere. È proprio questo che manda all’aria le mene del marchese e di Carafa perché la carica, di per sé, non è né più utile né meno utile delle altre, ma loro l’hanno contestata credendo con ciò di distruggerci.

A casa i bambini hanno fatto gli auguri al papà. Ho fatto circa un’ora di posa per la coloritura delle fotografie[401]. Dopo cena siamo andati a Posillipo, poi abbiamo riportato i due maschietti all’istituto e abbiamo trascorso la serata al San Carlo. Nel palco si è presentato il marchese Bugnano, ancora innamorato e che è restato solo con me per circa un’ora, mentre Totonno è andato a trovare il signor Sacco. Il marchese ha fatto il galante. Quanto a me, avevo un’aria fredda e imbronciata e ho detto che avevo un gran mal di testa. Ma davvero questo seccatore mi fa perdere la pazienza[402].

Sabato, 21 giugno 1864. Ho trascurato di aggiornare il diario ultimamente[403], ma il fatto è che non è successo quasi niente di interessante. Ho sofferto di tremendi mal di testa: il tempo è così incerto e piovoso che la salute ne risente. Sono stata a trovare Clementina con la contessa del Vaglio come al solito. Sono stata a teatro due o tre volte: Due volte al San Carlo a sentire un’opera incantevole: Linda di Chamounix[404]. Una volta al Fondo a vedere un dramma di gran successo che ha un titolo ridicolo, ma è valido, ben recitato e valorizzato da una splendida messa in scena: La Statua di Carne[405].

Sono stata due volte alla Villa per ascoltare della musica[406]. Quasi ogni due giorni siamo andati a trovare la principessa e Chiara[407] ed abbiamo passato lì una parte delle nostre serate. Ho visitato anche la duchessa di Belgioioso il giorno della sua festa[408]: l’ho però trovata al capezzale della sua bambina malata, lei – come sempre – dolce, paziente e premurosa.

La sera, dopo cena, facciamo dei giri in carrozza. Ieri siamo andati a Capodimonte. Il bosco era fresco e verde e penso che ci trasferiremo per le vacanze tra otto o dieci giorni al massimo. Abbiamo dato le istruzioni necessarie al custode[409]. Nel bosco abbiamo incontrato il signor Sacco, a cavallo. Ha chiesto a mio marito di poter cavalcare una puledra delle scuderie reali e ha scelto quella che mi piace tanto e di cui avevo ammirato il bel pelame l’estate precedente a Capodimonte.

Ieri è stata la giornata delle lettere. Ne ho ricevute da parte della mamma, di mia sorella e del signor Calenge. Mia sorella[410], dieci giorni fa, mi ha fatto avere un po’ di soldi: ne avevo un gran bisogno[411].

Domenica scorsa i ragazzi si sono fatti mettere in punizione[412]. Pertanto abbiamo cenato da soli, con il signor De Luca, al quale abbiamo restituito tutta la somma che ci aveva prestato[413]. Abbiamo estinto il debito, e ne sono ben lieta.

Ernesto[414] è partito lunedì scorso. È andato a Vienna a raggiungere la moglie che sta ancora male. Pensano di consultare un medico e di farle fare una cura termale in qualche centro della Germania o di altra nazione. Ernesto ha deciso di partire all’improvviso, tirando appunto in ballo dinanzi a tutti il pretesto di una lettera della suocera che annunciava la sua intenzione di condurre la figlia ad una stazione termale. La ragione vera è che aveva perso 5.000 franchi al gioco e preferiva fuggire la tentazione di tornare a tentare la sorte. Si lamenta sempre dello stato delle sue finanze, ma come potrebbero prosperare in queste condizioni?

La Piccolellis è di ritorno, assieme al marito. Si dice che andrà a Ischia con la duchessa di Cirella.   

Tra le altre notizie che mio marito ci ha portato da Torino c’è quella della straordinaria accoglienza che il principe Umberto avrebbe riservato alla principessa Moliterno: gli è stato offerto un pranzo a Monza, è stata ospitata nel palazzo[415] di Milano, insomma gli sono stati tributati tutti gli onori. Dev’essere al settimo cielo. Si era parlato anche di un grande ballo che Sua Altezza voleva dare; ma lei gli avrebbe fatto dire che le sarebbe stato impossibile partecipare, dato che non aveva con sé il suo guardaroba. Dopo la permanenza a Torino la principessa trascorrerà due o tre mesi in seno alla sua famiglia[416]. Ho dimenticato di annotare che sono andata una sera dai Meuricoffre a Capodimonte[417]: è stato piacevolissimo.

Nonostante la serie di eventi gradevoli che vado elencando, ultimamente mi annoio da morire. Siamo qui da quasi quindici mesi e non abbiamo stretto un solo rapporto di intima familiarità. Abbiamo tanti conoscenti, ma davvero nessun amico. Ce l’ho con mio marito per l’isolamento in cui viviamo, perché è il suo carattere poco affabile e socievole a determinare questa situazione. Ci trovavamo a dover lottare contro l’invidia e l’ostilità di una parte cospicua della società, ma a maggior ragione avremmo dovuto tenerci stretti coloro che non chiedevano di meglio che frequentarci. Non vuole ammettere che si comporta da egoista, e così si appiglia all’alibi della diffidenza e della gelosia. Adesso si dichiara geloso di Del Vaglio, ma se non ci fosse lui prenderebbe di mira qualcun altro. Come credere che sia effettivamente geloso di un giovane al quale non rivolgo mai la parola? Se almeno si sforzasse di essere un po’ premuroso. Niente affatto, mi porta sempre a passeggio dove non c’è anima viva, non parla, tutte le sere protesta che ha sonno. Negli ultimi tempi ha preso l’abitudine di alzarsi alle cinque del mattino per tirare di scherma, quindi poi, la sera, vorrebbe andare a letto sin dalle nove. Ed ecco che ora, oltre alla scherma, prende lezioni di equitazione durante la giornata. Non che ci sia da ridire su queste sue scelte sportive, però l’egoismo lo accieca se crede di rendermi felice. Sono sola, sempre sola. E non mi diverto!

Tantissime persone m’invidiano e, infatti, ho un bell’appartamento, una carrozza con splendidi cavalli. Nessuno capirebbe che io possa lamentarmi del mio destino. Ma ci si stufa presto di queste comodità; e poi, quando si è sempre soli, a cosa servono? Non ho un’amica. Non c’è un’anima a Napoli che mi voglia bene. È vero che ho i miei bimbi, ma ora loro sono in collegio e io non li ho con me se non saltuariamente. Leggo a più non posso. Ma quando ho letto o scritto tutto il giorno mi piacerebbe potere scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Insomma, può darsi che io faccia male a lasciarmi andare allo sconforto, ma non ho la forza di reagire: mi annoio tremendamente! Del resto in questo paese non si può sperare di farsi degli amici. Se la gente del posto non ne ha, come posso sperare di farmene io che sono straniera e che ispiro semmai avversione a causa della mia posizione privilegiata?

A mio marito non è andata bene con la transazione sulle decime. Voleva realizzare questa operazione per poi acquistare una tenuta. Mi aveva suggerito di andare a Parigi per sollecitare da mia madre o da mia sorella un prestito di 25.000 franchi, con ipoteca sulla tenuta. Dal canto mio credo che l’acquisto rappresenterebbe un ottimo affare, ma a dire il vero non me la sento proprio di fare questa richiesta e, nonostante il desiderio di andare a Parigi reso ancor più vivo dalla malinconia cui vado soggetta in questo periodo, non mi sto affatto predisponendo ad approfittare del permesso accordato.


 

Capodimonte, 28 luglio 1864. Da oltre un mese non ho più preso appunti[418]. D’altra parte, a che pro rendere conto di giornate insignificanti e tutte uguali? Siamo rimasti a Napoli fino al 14 luglio, sempre chiedendoci se valesse la pena di trasferirci. Ma il caldo, la disperante monotonia dell’unica passeggiata[419], l’afa soffocante in teatro hanno finito col  farci decidere.

Non è successo nulla di particolare in questo periodo. Talvolta sono andata al Fondo, ho fatto qualche giro a Posillipo, una o due volte sono andata ad ascoltare la musica alla Villa[420], ho fatto alcune visite di commiato. Il 12 luglio, allorché facevamo i preparativi per la partenza, mio marito ha avvertito dei dolori alla gamba: è il bel risultato della scherma, cui deve ora rinunciare e che, con questo caldo, è comunque un’attività fisica troppo impegnativa. 

Sono stata molto contenta di venire qui perché vi si respira un’aria pura e salutare. Ma, in quanto ad allegria, le prospettive sono grame. L’anno scorso avevo un maggior numero di visite e la sera ci visitavano anche dei vicini. Quest’anno non vediamo quasi nessuno[421]. Ho stabilito un giorno per le visite[422], in modo da non far venire gente da Napoli senza la certezza di trovarci a casa. Lunedì scorso contavo su alcune visite da Napoli: mio marito aveva ordinato parecchi gelati e avevamo preso le opportune disposizioni. Sono venuti solo in due: il marchese Bugnano e il cavalier Lauro. Certo gran parte delle nostre conoscenze sono assenti e il caldo è abbastanza intenso da rendere pigri, ma mi fa rabbia la scarsa disponibilità della contessa del Vaglio. L’anno scorso organizzavamo delle cene, la nostra casa era più vivace e lei ci si trovava bene. Quest’anno sembra intuire che non c’è niente d’interessante. Stessa cosa per quanto riguarda suo figlio. È svanita la speranza di essere nominato cerimoniere, e addio le premure, le cortesie. Peraltro ciò deve rassicurare mio marito, perché il presunto innamorato manca singolarmente di zelo. A parte ciò, sto bene qui. Facciamo dei bei giri in carrozza. Purtroppo c’è tantissima polvere. Alla domenica ho i bambini con me. I Meuricoffre saranno tra non molto di nuovo tra noi e credo che con loro tornerà un po’ di animazione.

C’è comunque da dire che ho incontrato qui una persona assai singolare: la duchessa di Castelpoto. Nata da un’illustre famiglia, ha sposato il duca, vecchio, brutto, deforme, il quale le ha fatto la finezza di lasciarla vedova e ricca lo scorso mese di settembre. Quanto al fisico è ancora decisamente attraente, tanto è vero che sta facendo riattare il suo appartamento di città perché si risposa in ottobre. Ha un figlio di diciotto anni e un altro ragazzino adottato, che passa per un figlio del povero defunto[423]. So da lei stessa tutte queste cose e ciò che più stupisce è la franchezza[424] con cui, di primo acchito, mette chiunque al corrente di tutte le sue faccende[425]. Abita in una piccola casa dei dintorni. Vedo spesso soprattutto i Capocci, che, poveretti, non navigano in troppo buone acque. Volevano che concedessi loro un prestito di 2.000 franchi, ma ne eravamo impossibilitati e ho appreso con grandissimo sollievo che avevano poi ottenuto ciò cui avevano bisogno rivolgendosi altrove. Hanno due bambini piccoli, bellissimi.

Dalla corrispondenza in provenienza dalla Francia sono stata informata di un contrasto verificatosi tra il signor Calenge e mia sorella. Il signor Calenge mi scrive assai frequentemente e io, beninteso, gli rispondo[426]. Cercando di capire cosa il signor Calenge avesse da rimproverarle, mia sorella, a un certo punto, ha pensato che io potessi non essere estranea al malanimo da lui palesato. Per fortuna io sto molto attenta a non parlare dell’uno all’altra e viceversa. Mia sorella mi ha confidato che è molto delusa che il signor Calenge non inviti la sua figlioletta a Escoville[427]. Dal canto suo, il signor Calenge assicura di avere ottimi motivi per comportarsi così, ma ciò senza che io l’abbia informato che mia sorella se l’era presa. In definitiva ambedue, temendo che io possa svelare all’altra parte le rispettive recriminazioni, si sono limitati a farmi delle mezze confidenze che mi lasciano quasi all’oscuro di tutto. So soltanto che il signor Calenge è molto irritato nei confronti di mia sorella. Avrà ragione o torto?

Sabato, 13 agosto 1864. Fino all’altro ieri ci sono stati un caldo tropicale, una polvere e una siccità tanto eccezionali che il soggiorno a Capodimonte, nonostante tutte le sue attrattive teoriche, era divenuto insopportabile. Le passeggiate, tanto a piedi quanto in carrozza, erano tutt’altro che piacevoli, a causa della polvere. Durante un’intera settimana Berta è stata malata, il che mi ha creato enormi problemi. Infatti è la sola cameriera che ho con me, e così ho dovuto provvedere personalmente alle faccende di casa: con quel caldo, era da non resisterci. Per di più la malattia la rendeva intrattabile. D’altronde le donne di servizio si assomigliano tutte: se le tratti bene, diventano esigenti e si danno arie da signore, accampando anzi pretese che neppure le vere signore si sognerebbero di avanzare. Il medico: un asino. Le medicine: impossibili da assumere. Insomma era ora che la vicenda si concludesse, perché cominciavo a perdere la pazienza. La sua infermità è durata dal 1° al 7 agosto. È stata in grado di pettinarmi la domenica 7 per una serata musicale e con ballo dal signor Zir, in cui mi sono molto divertita. Il vestito che avevo indossato non era, a dire il vero, sufficientemente elegante, ma il fatto si è che avevo creduto si trattasse di un piccolo ricevimento alla buona, mentre si trattava di una vera grande serata. Le giovani figlie del signor Zir hanno suonato il pianoforte, con indubbio talento. A mezzanotte e mezzo è stato servito un ottimo buffet. Ciò che ci ha più fatto divertire è il prepotente amore che ho ispirato al giovane Zir. Me n’ero già accorta, ma quella sera era da morire dal ridere. Non mi mollava un minuto, mi voleva rimpinzare di cibo e, a forza di premure e attenzioni, ha finito col rovesciarmi il caffè sulla gonna, macchiandola vistosamente. Ci siamo ritirati alle due del mattino. Tutta quella sera e ancora il giorno dopo abbiamo riso a crepapelle di quel piccolo giovanotto, che è quasi un bambino. A consigliarlo è Capecelatro, che tuttavia è anche il primo a ridere di lui e a prenderlo in giro.

L’indomani, e cioè lunedì, è venuta un bel po’ di gente da noi la sera: la marchesa Bugnano, la contessa del Vaglio, la Carafa, i Meuricoffre, Gargano, i Capocci e vari altri. Ma la serata è finita sul presto perché faceva molto caldo. Si è parlato del mio viaggio a Parigi. Le signore già si precipitavano tutte insieme a darmi incarichi di ogni tipo, ma non credo che me ne andrò tanto presto.

Mercoledì sera è caduta un’abbondante pioggia ed è rinfrescato: ha fatto quasi freddo. Giovedì, poi, il tempo era delizioso. Abbiamo trascorso la serata dalla signora Meuricoffre con una dozzina di persone. Si è giocato al biliardo e io mi sono dimostrata alquanto goffa in quel gioco, ma alla fine me la cavavo meglio. A quella festa mi hanno presentato due nuove coppie: una composta da una giovanissima inglese con un marito tedesco, ma non penso che continueremo a vederla; l’altra formata dai signori Capuano, che si sono sposati da due mesi. Avevo visto spesso la giovane moglie, poiché abitano una casa situata di fronte al cancello del parco. L’anno scorso l’avevo notata. È molto affabile ed è sembrata felice di fare la mia conoscenza. Il marito ha l’aria di essere un bravo giovane. Vivono con la madre di lei. La loro casa è molto simpatica, ordinatissima e linda. Li ho riaccompagnati in carrozza e ho così conosciuto anche il fratello della sposa, signor Scheffer[428].

Sono andata due volte a Napoli durante queste due settimane, ma solo per farvi degli acquisti e, lunedì, ho fatto una visita alla contessa del Vaglio, che stava male. I miei piccoli sono usciti tutti e tre domenica scorsa e si sono divertiti. Il signor Capocci si è occupato molto di loro. Tra poco aspetto i due maschietti e Clementina verrà domani. Stanno bene, fanno i bagni al mare e siamo abbastanza soddisfatti di loro. Crescono a vista d’occhio.

Dimenticavo di riferire che nel giorno della domenica 31 agosto è stata celebrata in pompa magna la festa di sant’Anna, la patrona di Capodimonte. Tre sere di luminarie e di musica e, domenica, la processione. Si fa girare per il paese la santa su una sorta di portantina trasportata a spalla. La sera ci sono i fuochi d’artificio, che ci siamo andati a godere dalla terrazza dei Capocci.

Ho ricevuto puntualmente le lettere di mia sorella. Nell’ultima mi informa che il principe Umberto è atteso a Parigi, che l’imperatrice[429] fa preparare in suo onore delle feste, di cui una a Versailles. Sembra quindi che l’imperatrice si appresti a riservargli una buona accoglienza, il che farà andare in bestia i reazionari. Tenterò di procurarmi i giornali francesi in modo da essere al corrente degli eventi.

A Napoli nulla di veramente nuovo. Sono stati arrestati dei briganti, quattordici dei quali in città. Quasi tutta l’aristocrazia è assente. Il generale La Marmora è in congedo e gira vagamente voce che non debba tornare in quanto potrebbe entrare in un nuovo governo. Da un po’ di tempo in qua quello in carica è fatto segno a energiche contestazioni e a Napoli, tra l’altro, incontra un’opposizione decisa[430]. Ultimamente si sono svolte le elezioni comunali, il cui esito non si può definire ottimo, ma sta a dimostrare il prevalere del malcontento nei confronti del governo. Il candidato che ha ottenuto il maggior numero di suffragi è un certo Avitabile, ex direttore della banca da poco destituito. Egli accusa il governo di malafede nei suoi confronti e ha annunciato che renderà di pubblico dominio le prove di quanto afferma. Ma nella vertenza che lo ha opposto al governo c’è stata della malafede anche da parte sua. Chiedeva che gli fosse attribuita la concessione per il conio della nuova moneta. Il governo gliel’ha rifiutata, preferendogli un altro. Lui, per vendicarsi, ha sostenuto di non avere più moneta nuova con cui effettuare i pagamenti e, per quattordici giorni, è tornato a distribuire sul mercato locale la vecchia moneta, a suo tempo ritirata dalla circolazione con notevoli difficoltà. Commozione generale. Trionfo dei reazionari, i quali sparsero la voce che tutte le monete antiche erano da ricondurre a elargizioni dei Borboni al popolo intese a propiziarsene il sostegno e altre menzogne del genere. È possibile che il governo, nell’attribuzione della concessione, si sia reso colpevole di abusi d’ufficio legati a interessi finanziari. Ma il comportamento del signor Avitabile, a mio parere, è comunque del tutto riprovevole, soprattutto se si considera che nelle casse sono stati trovati quattordici milioni di nuove monete. Al suo posto è stato nominato Giuseppe Colonna.

Nulla di nuovo nell’amministrazione della Real Casa. Momentaneo assopimento di tutte le ambizioni, per lo meno in apparenza. Il signor Visone è tornato, ma solo in via provvisoria, a quanto si dice. Le novità ci saranno a novembre.

Ieri, venerdì, la giornata è stata fresca e gradevole. Ne abbiamo approfittato: siamo andati a passeggiare a piedi nel bosco e, la sera, siamo andati in carrozza in campagna a goderci il chiaro di luna, per poi tornare ancora a passeggiare nel parco.

Ieri l’altro ho ricevuto una lettera piuttosto triste del signor Calenge, ancora in cattive condizioni di salute e arrabbiato con mia sorella. Gli ho risposto con la nave diretta di questa mattina.

Sabato, 20 agosto 1864[431]. Nei giorni di domenica 14 e di lunedì 15 abbiamo avuto con noi i tre piccoli[432]. Siamo stati bene soprattutto la domenica, in cui abbiamo fatto una bella passeggiata in un angolo del bosco che ancora non conoscevo: un vallone fitto di alberi in cui faceva fresco come fossimo in inverno. Era venuto anche il signor Capocci con il suo maschietto. Al ritorno ci siamo lavati e, dopo cena, abbiamo fatto un giro in carrozza. Il lunedì, dopo la messa[433], nuova passeggiata nel bosco. Era poi la mia giornata di ricevimento e la sera sono venute parecchie persone. Si è chiacchierato, si è riso delle storie stravaganti di Troise. La signora Capuano è venuta vestita molto elegantemente. Mercoledì abbiamo avuto a cena la coppia Capocci e il signor Gargano. La cena era buona, la serata era limpida e magnifica e siamo rimasti nel parco a passeggiare fino a molto tardi. Il giovedì 18 mio marito si è recato a Napoli ed è rimasto molto turbato dal comportamento dei bimbi nel loro istituto. È tornato di pessimo umore e lo capisco, perché mi accorgo che è assai difficile educare dei figli a Napoli. Per la maggior parte i giovani dell’istituto hanno abitudini del tutto disdicevoli, fanno delle mosse molto volgari e mi rendo conto che ai miei maschietti non giova la compagnia di energumeni in erba. Temo vi siano molti esterni, il che è contrario alla sana conduzione di un collegio. La sera siamo andati da Meuricoffre. C’era un sacco di gente. Abbiamo cantato, ballato, suonato e siamo rimasti a conversare su una terrazza che, con il chiaro di luna, sembrava proprio uno scenario da teatro. Ho fatto la conoscenza di una signora Marbille, francese sposata con un napoletano. Mi hanno presentato inoltre una giovane olandese, figlia del ministro della guerra dei Paesi Bassi. Il barone De Renzis aveva l’aria di farle la corte o, comunque, non si preoccupava che di lei. Ho chiacchierato con Troise, il conte Carega e un ufficiale di stato maggiore. Insomma, la serata è stata alquanto vivace. Avevo un finissimo vestito bianco. Il barone De Renzis, malgrado tutto, mi ha brevemente parlato di suo fratello che, a quanto pare, ha subito un furto e del viaggio di Sua Altezza cui lui non parteciperà[434].

Venerdì. Solita giornata, passeggiata la sera in carrozza. Ho parlato seriamente con mio marito a proposito dell’affare della tenuta e del mio viaggio a Parigi, su cui non abbiamo ancora preso una decisione definitiva.

Questa settimana si è svolto un dramma cruento in seno alla più nobile famiglia di Napoli. Il marchese Avalos del Vasto, grande di Spagna[435] e parente del nostro re, ha tra l’altro una figlia diciassettenne, la quale si è innamorata del signor Quarto del Vaglio (cugino del nostro nipote Del Vaglio) e ha convinto l’intera famiglia ad accettare la prospettiva di un matrimonio a dire il vero molto sproporzionato, per lo meno sotto il profilo del patrimonio, giacché il giovane non ha di suo – come si diceva un tempo – che la cappa e la spada. Il matrimonio, bene o male, avrebbe dovuto essere celebrato in questi giorni. I promessi sposi passeggiavano nel giardino del palazzo con la nuora del marchese, una signorina Caramanico[436] coniugata con il figlio di lui (pessimo soggetto che la rende tremendamente infelice), quando il cavaliere del Vasto, fratello del marchese, scese a sua volta nel giardino e aizzò il suo cane contro il Del Vaglio. Ma, riconosciute le accompagnatrici, l’animale non obbedì. Allora, improvvisamente, il cavaliere si è precipitato sul giovane e gli ha assestato due energiche scudisciate. A questo punto Del Vaglio, che era armato, sparò due colpi di pistola nelle gambe dell’assalitore. Questi, nonostante le ferite, sale nel suo appartamento sito nello stesso palazzo, arma il fucile, ma poi per sbaglio lo scarica in pieno viso del fratello, il marchese, che, richiamato dal rumore, si era affacciato a una finestra. Le due donne sono svenute e il risultato di questa triste sceneggiata è che la giovane Del Vasto, che era incinta di otto mesi, ha partorito prematuramente e si teme per la sua vita; il marchese del Vasto rischia seriamente di rimanere cieco; il cavaliere, ferito, è a letto e sorvegliato a vista nella sua camera da due gendarmi; il giovane Del Vaglio è in prigione. Questi sostiene che era armato perché il futuro zio aveva tentato già due volte di ucciderlo. Per quale motivo lo zio ce l’aveva tanto con il giovanotto? È quanto verremo a sapere più tardi, con il processo.

Il marchese del Vasto è un originale ben noto a Napoli. Ha delle crisi di follia durante le quali lo tengono rinchiuso, ma a parte ciò è una bravissima persona e in questa vicenda è una vittima della frenesia rabbiosa del fratello. È incredibilmente ricco. Suo figlio, il marito della giovane di cui ho detto sopra, è uno squallido individuo che si accompagna sempre con donne di malaffare, oltretutto pubblicamente[437]


 

[1] Non sappiamo con certezza da dove Louise provenisse in questo frangente: se da Parigi, via Marsiglia, oppure –  come è tuttavia assai più probabile – da Firenze, forse via Livorno.

[2] Ernesto Dentice, settimo principe di Frasso, nato a Napoli il 10 ottobre 1825, che sarà deputato al Parlamento italiano  nel 1870 e morirà il 23 ottobre 1886 a Livorno. Si tratta di un nipote di Antonio Dentice, di 15 anni più giovane di lui. Il padre Luigi, fratello maggiore di Antonio, era deceduto sin dal 1850. Per notizie sulla famiglia Dentice e i singoli suoi esponenti, vd. Luigi Dentice di Frasso, Storia di Casa Dentice, Roma 1934.

[3] Nell’originale Berthe, in francese. È la governante, che certamente Louise ha condotto con sé dalla Francia.

[4] I due figli maschi fino ad allora nati alla coppia Dentice di Massarenghi, e cioè Gerardo e Stefano: vd. Prefazione.

[5] La femminuccia, gemella di Stefano.

[6] La principessa di Frasso madre, vedova di Luigi e genitrice di Ernesto (vd. nota n. 2), nata Anna Maria Serra a Napoli nel 1802 e che decederà a Vienna nel 1868.

[7] Una sorella di Antonio Dentice, Maria Francesca (1788-1843), aveva sposato Domenico Severino Longo, marchese di Gagliati e San Giuliano, plenipotenziario di Napoli a Vienna. È probabile che questa Claire – come si legge nel testo – sia una figlia o nipotina di quella coppia.

8 Qui, ovviamente, si tratta di Ernesto e di sua moglie, Aloisia o Luisa Chotek, nata contessa di Chotkowa e Wognin a Brünn, l’attuale Brno in Moravia, nel 1840 e che morirà nel 1898. Due medaglioni con i ritratti in bianco e nero di Ernesto e Luisa figurano in Dentice di Frasso, cit. in nt. 2 supra, pagina illustrata intercalata tra la 126 e la 127.

[9] Il pronome si riferisce non alla Gagliati, come si potrebbe essere indotti a ritenere, bensì a Luisa Dentice di Frasso.

[10] Gli apprezzamenti di questo genere su personaggi femminili soprattutto giovani, che dopo un primo cenno positivo subito si rovesciano in giudizio critico e negativo, ricorrono – come vedremo – regolarmente nel diario, al punto da sembrare improntati ad un archetipo metodologico.  

[11] Maria (Napoli, 16.06 1832 – ivi, 18.03 1905), sorella minore di Ernesto, aveva sposato nel 1851 Ferdinando Capece Minutolo dei duchi di San Valentino, marchese di Bugnano.

[12] Della principessa Dentice madre, che in certo qual modo, dopo la morte del marito, è divenuta il capofamiglia informale.

[13] Non sfugga la dimensione marcatamente europea in cui vivono questi nuclei familiari.

[14] Un’altra sorella di Ernesto, questa primogenita della sua generazione e di nome Ippolita (Napoli, 23.10 1820 – Vienna, 29.12 1882), era andata sposa nel 1838 al conte Ottone Bray-Steinburg, ambasciatore di Baviera a Parigi. È presumibile che questa Gabriella sia una figlia della coppia in questione e che il matrimonio di cui qui si fa parola sia stato celebrato a Parigi come già, a suo tempo, quello dei genitori. 

[15] Maria Amalia, sorella di Antonio di tre anni più anziana (Napoli, 16.04 1807 – ivi, 19.09 1877), si era unita in matrimonio nel 1827 con Antonio Quarto duca di Belgioioso e conte del Vaglio.

[16] Il 1863 e 1864 sono anni particolarmente critici per quanto attiene a quella sorta di guerra civile, di resistenza o di reazione, che è nel Mezzogiorno continentale il cosiddetto brigantaggio. La repressione avviata su grande scala dal generale Cialdini sin dal 1861 con veri e propri interventi militari, distruzioni di interi villaggi, esecuzioni sommarie aveva sortito effetti tutt’altro che risolutivi. Nel maggio del 1863 viene presentata in Parlamento la relazione della commissione d’inchiesta sul fenomeno. La legge Pica, poi prorogata l’anno successivo, istituisce lo stato d’assedio. Si moltiplicano le incarcerazioni e i provvedimenti di domicilio coatto.

[17] Ovviamente non Alberto, deceduto nel 1863 a Torino, né Alessandro, morto in Crimea sin dal 1856, ma Alfonso Ferrero, marchese della Marmora, generale e uomo di Stato piemontese (Torino 1804 – Firenze 1878). Divenuto governatore del dipartimento di Napoli con poteri militari e civili nel 1861, nel settembre del 1864 tornerà alla presidenza del Consiglio del regno che aveva già gestito per sei mesi dopo l’armistizio di Villafranca e le dimissioni di Cavour nel 1859.

[18] Presumibilmente Rodolfo d’Afflitto, duca di Castropignano, nato ad Ariano di Puglia e patriota (1819 – 1872).

[19] Luigi Dentice di Frasso, nella sua storia della famiglia cit., riferisce che Antonio era stato creato cerimoniere della Real Corte del regno d’Italia con decreto del 22 dicembre 1860 (vd. p. 130). Egli era dunque al servizio di Casa Savoia già da circa due anni e mezzo, ma forse solo nominalmente e senza stipendio. Ora assume la carica remunerata di vicegovernatore del palazzo reale di Napoli.

[20] Forse il conte Giovanni Visone (1814-1893), nato a Costigliole d’Asti e che sarà nominato senatore nel 1872, poi ministro della Real Casa nel 1892.

[21] Oggi inglobato in Napoli, ma allora località autonoma a qualche chilometro dalla metropoli. Situato in collina a 150 metri di altitudine, era meta di gite e luogo di villeggiatura.

[22] Nell’altro palazzo reale di Capodimonte.

[23] Elisabetta di Sassonia vedova dal 1855 di Ferdinando duca di Genova, fratello del re Vittorio Emanuele II, e che si era poi risposata morganaticamente, ma tutt’altro che celatamente, con un capitano Nicolò Rapallo creato marchese per l’occasione. Com’è noto Umberto I ne sposerà nel ‘68 la figlia, Margherita, sua propria cugina di primo grado.

[24] Splendida villa settecentesca con parco ricco di essenze mediterranee ed esotiche e attracco a mare, a Ercolano. Opera di Ferdinando Fuga fatta costruire da Carlo di Borbone per la regina Maria Carolina d’Austria.

[25] Presumibilmente governatore del Palazzo, come Antonio ne era vicegovernatore. In pratica, dunque, superiore gerarchico diretto di Antonio.

[26] Forse un Medici, principe di Ottaiano e duca di Sarno. Questo ramo napoletano dei Medici si è estinto con un Giuliano (1875-1963).

[27] I Colonna, com’è noto, sono uno dei più illustri casati romani.

[28] Può trattarsi di uno Zuñiga, discendente di Juan Zuñiga dei conti di Miranda, ambasciatore di Filippo II di Spagna a Roma e Viceré di Napoli tra il 1580 e il 1583.

[29] Francesco De Renzis, barone di Montanaro (1836-1900), nato a Capua, più tardi ambasciatore d’Italia a Londra e creato senatore l’anno stesso del suo decesso, sopravvenuto a Auteuil, in Francia.

[30] Certamente il secondo figlio della sorella di Antonio, Maria Amalia. In una pagina precedente Louise ne stigmatizzava il mutismo.

[31] Cinque fogli bianchi al recto e al verso separano nell’originale le precedenti pagine da questa nuova parte del diario. Qui cominciano i resoconti precisamente datati, alla giornata, benché redatti per lo più all’imperfetto, quindi a posteriori solo ogni tanti giorni. Tutto ciò che precede è un racconto riassuntivo che copre un arco temporale di oltre sette mesi, steso di memoria nei giorni che precedono l’inizio del nuovo corso.

[32] Rientro dalle vacanze in epoca dell’anno che altrove sarebbe già decisamente invernale. Ma non per nulla l’azione si svolge in Campania, oltre che negli ambienti privilegiati della corte.

[33] Il Prefetto è, come vedremo, un marchese di Montefalcone.

[34] Umberto di Savoia, allora diciannovenne.

[35] La duchessa era forse la moglie di Luigi Caracciolo dei marchesi di Capriglia e di Villamaina, duca di San Teodoro e di Sant’Arpino, nato a Napoli nel 1836.

[36] Conosciamo già Del Vaglio e De Renzis, sui quali Louise ha cominciato con l’esprimere giudizi piuttosto severi ma di cui in prosieguo sembra aver appreso ad apprezzare la compagnia. Quanto a Pandola, verremo a sapere che vi sono due fratelli con quel cognome: Edoardo e Ferdinando. Ma non saremo mai in grado di determinare di quale dei due si tratti, né di farci una più precisa idea dell’identità degli interessati, le numerose volte in cui ricorrerà il semplice cognome.

[37] Si tratta di un appartamento al piano nobile del palazzo reale.

[38] Oggi Mercadante, in piazza Municipio. Inaugurato il 31 luglio 1799, il teatro è stato reintitolato al musicista pugliese F. Saverio Mercadante nel dicembre del 1870. Nel secondo Ottocento e nel Novecento ha subito rifacimenti e restauri.

[39] Così viene sempre designata la principessa madre, mentre la giovane moglie di Ernesto è regolarmente indicata come principessa di Frasso.

[40] Una delle migliori amiche di Louise. Il marito, personaggio – lui – piuttosto squallido, entrerà in scena il giovedì, 3. Incontreremo nelle pagine che seguono anche una signora Agresti Colonna, forse una sorella del signor Agresti, sposata con un Colonna.

[41] In collegio a Capodimonte.

[42] Verosimilmente si trattava di una farsa o commedia francese. Pur vivendo da un certo tempo in Italia e ora a Napoli, Louise rimane molto legata a Parigi, dove vivono la madre e con ogni probabilità la sorella e un fratello. Vedremo che intrattiene una fitta corrispondenza anche con altri personaggi ivi residenti, tra l’altro per questioni finanziarie.

[43] Due strette parenti, come si è già precisato: la prima, sorella del principe Ernesto, quindi nipote acquisita: la seconda, sorella dello stesso Antonio, ossia cognata di Louise.

[44] Louise si riferisce qui appunto, verosimilmente, alla corrispondenza con la Francia, in particolare con la madre, con la sorella, con gli amministratori di fiducia che incontreremo più avanti e con il tutore del piccolo Luigi, Calenge, a Escoville.

[45] Può trattarsi di Giuseppe Gallone di Nociglia, principe di Tricase e Moliterno (Napoli 1819-98), con la consorte. Il principe, che si interessava di sociologia, era divenuto senatore sin dal 1861.

[46] Un Alberto Agresti, letterato e dantista, è nato a Napoli nel 1814. Non è però il marito della signora Agresti qui evocato, giacché vedremo più avanti che l’età di questi sarà solo di trent’anni nel 1864.

[47]Toilette”, “j’ai fait une jolie toilette”, e qui “toilette très soignée”: sono espressioni che ricorrono in continuità nel diario e che, semplificando, traduco in genere facendo riferimento al solo vestiario o alla sola operazione di vestirsi. In francese, in realtà, l’espressione è polisemica e più complessa: coinvolge il lavarsi, il pettinarsi, l’eventuale truccarsi e il vestirsi.

[48] Ovviamente, anche qui Umberto di Savoia.

[49] Forse Filippo Doria (1813-76), che, dopo l’annessione degli Stati pontifici, sarà nominato senatore del regno. Dato che il titolo ducale di Rignano è di pertinenza dei Massimo, questa figlia era probabilmente coniugata con un Massimo. Da notare che un giovane duca di Rignano comparirà più avanti nel diario.

[50] Favorevoli al confluire degli Stati della Chiesa nel regno italiano, che, come sappiamo, si verificherà solo con la presa di Roma manu militari nel 1870.

[51] Si tratta di marchesi De Piccolellis.

[52] Maria Capece Minutolo, la sorella di Antonio e moglie del marchese di Bugnano.

[53] Sono tre i generali Pepe che, pressoché coetanei e uniti da stretti legami di parentela, hanno valorosamente combattuto sotto bandiera napoletana e nell’esercito napoleonico del Murat: i due fratelli Florestano (1780-1851) e Guglielmo (1783-1855) e il loro cugino Gabriele (1779-1849). Tutti e tre erano accomunati da sentimenti antiaustriaci e orientamenti liberali. Qui si tratta di Guglielmo che ha svolto a Napoli un ruolo di primo piano, specie nel ’48, ed è deceduto per ultimo, a Torino, dove peraltro nel 1858 gli è stato eretto un monumento tuttora esistente, in piazza Maria Teresa. Nel dicembre del 1963 la salma era stata traslata a Napoli ed ivi, il venerdì 11, solennemente tumulata al termine di una cerimonia svoltasi nella basilica di San Francesco di Paola, come documenta un Eulogio nella cerimonia funerale di Guglielmo Pepe letto e pubblicato in quell’occasione dal letterato e uomo politico napoletano Paolo Emilio Imbriani (1808-1877).

[54] Alla o sulla Riviera di Chiaia, corso o passeggiata che, dal centro urbano, conduce verso Piedigrotta. Essa corre parallela al lungomare della via Caracciolo ed è da questo separata da giardini pubblici, detti Villa comunale.

[55] Sulla piazzetta un tempo omonima, oggi intitolata a Trieste e Trento, attigua a piazza del Plebiscito e al palazzo reale. Sulla stessa piazzetta si affaccia il teatro San Carlo.

[56] Gerardo e il gemello di Clementina, Stefano. All’epoca i due hanno rispettivamente nove e otto anni.

[57] Ovviamente Vittorio Emanuele II.

[58] I balli e la vita mondana di alto bordo erano in linea di massima esclusivi e riservati all’aristocrazia, nonché ai funzionari di corte e del governo.

[59] Umberto di Savoia.

[60] Quella dei Batthyanyi è una famiglia ungherese illustre. Il conte Lajos Batthyanyi, patriota e presidente del primo governo ungherese autonomo nel 1848, era stato fucilato dagli austriaci nel 1849.

[61] Notoriamente quella dei Carafa è un’eminentissima famiglia principesca e ducale napoletana. Louise si limita a designare il cerimoniere quale “cavaliere”, e la moglie quale “signora”. È però evidente che, pur usando loro diplomatici riguardi, non li può sopportare.

[62] Il conte Ottavio Thaon di Revel e Pralongo (1803-68) o, più probabilmente, il conte e generale Giovanni Thaon di Revel (1817-1910). Ambedue sono stati ministri e senatori.

[63] Il conte e generale Ettore Gerbaix di Sonnaz (1787-1867), anche lui senatore e, nel 1849, ministro della Guerra e della Marina del regno sardo.

[64] Uno dei due potrebbe essere De Renzis, che più avanti comparirà come attendente di Umberto di Savoia.

[65] Il conte e generale Enrico Morozzo della Rocca (1807-97), ministro della Guerra nel 1849.

[66] Vittorio Emanuele II.

[67] Apprendiamo qui che Louise ha una sorella. Successivamente vedremo che vive a Parigi, è sposata e ha una bimba. Vi saranno sommari accenni anche a un fratello. La madre, che anch’essa vive a Parigi, verrà a trovare la coppia Massarenghi a Napoli. Il padre è con ogni probabilità defunto.

[68] Due sembrano essere, in casa Massarenghi, i pasti quotidiani, peraltro quasi ossessivamente menzionati da qui in poi nel diario – assieme alla già ricordata toilette, al vestirsi – quali momenti di riferimento che scandiscono il decorso delle giornate: il déjeuner e il dîner, ossia la colazione e la cena. Non sempre è chiaro se la “colazione” sia da intendersi come una colazione del mattino o un pranzo. Essa comunque sembra situarsi piuttosto tardi nel mattino e, nel quadro della gita a Caserta di cui alle pagine precedenti, viene consumata all’una, configurando indubbiamente un pranzo. Merita di essere sottolineato che i pasti più conviviali o solenni, in famiglia o con ospiti, sono regolarmente non dei pranzi, ma delle cene. E la cena ufficiale data dal principe ereditario Umberto in onore dei Bonaparte il giovedì 21 gennaio avrà inizio (vd. infra) alle sei e mezzo del pomeriggio.

[69] Personaggi, apparentemente, minori, ma cui Louise deve qualche riguardo. Assanti non ricomparirà nelle pagine del diario. De Luca, come vedremo, è soprattutto un creditore.

[70] Può trattarsi della consorte di Vincenzo Pignatelli dei principi di Strongoli (1808-1881), divenuto senatore l’anno stesso della proclamazione del regno d’Italia, nel 1861. Più avanti ci imbatteremo anche in una sua figlia.

[71] Di Stabia.

[72] Certamente al piano nobile del palazzo reale, a quanto si capirà anche da altri accenni, e le cui finestre davano quindi – almeno in parte – sul golfo.

[73] Al teatro San Carlo.

[74] Ovviamente il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini, composto nel 1829.

[75] Nel diario compaiono due Colonna. Andrea Colonna sembra essere il cerimoniere, poi governatore di Caserta. Non va confuso con Giuseppe Colonna, ex sindaco di Napoli, nominato intendente generale, poi direttore del Banco di Napoli, e amico d’infanzia di Antonio Dentice. Quanto all’ipotetico marito della signora Agresti Colonna, potrebbe trattarsi di un terzo Colonna, che non compare di persona nel diario.

[76] Nel parco di Capodimonte.

[77] La festa cui qui allude la scrittrice dovrebbe essere un onomastico più che un compleanno. Ma il 20 dicembre si celebrava all’epoca santa Adelaide, mentre più avanti nel testo comparirà un’Olimpia in cui ci sembrerà di poter ravvisare la signora Agresti.

[78] Giovane magistrato, come vedremo, e dilettante del bel canto.

[79] Nome illeggibile.

[80] Dono di Natale, forse da parte del marito.

[81] Il gemello di Clementina. Santo Stefano si commemora il 26 dicembre, ma i Massarenghi anticipano la festa probabilmente perché, all’indomani del Natale, perderebbe risalto.

[82] Louise va ad assistere ad una rappresentazione del Guglielmo Tell per la terza volta. Ma, chiaramente, gli appartenenti all’alta società non vanno all’opera primariamente per vedere lo spettacolo o ascoltare musica (e, a tale proposito, ricordiamoci che le due volte precedenti la contessa se ne era poi andata dopo il secondo atto), quanto per passare in compagnia le serate e incontrare gente.

[83] Nel palco riservato di cui certamente i Massarenghi disponevano e in cui Louise invitava le amiche. Anche quella sera la contessa non era sola, come si ricava dal “ci” del rigo successivo.

[84] Ignoro a quale titolo questa signora fosse una nipote acquisita di Antonio Dentice. Doveva avere sposato un suo nipote, ma quale? E qual è la relazione di parentela tra lei e il duca di Montfort di cui alla giornata del 9 dicembre?

[85] È da credere che il “sacrificio” del nipote di Antonio la cui identità ci sfugge fosse stato compensato dall’incameramento di cospicue ricchezze.

[86] L’opera di Giuseppe Verdi era stata composta dieci anni prima, nel 1853.

[87] Il dilettantismo musicale era molto in voga all’epoca nell’alta società. Ma Umberto di Savoia era refrattario alla musica.

[88] Da espressioni come questa, con il verbo all’imperfetto, si capisce – come ho già accennato in una precedente nota – che anche in questa fase Louise non porta avanti il diario quotidianamente, ma ogni tanti giorni riferisce di memoria quanto avvenuto nei giorni precedenti.

[89] Il cavallo.

[90] I piccoli dei Massarengi e dei Frasso. I Frasso avranno in totale dieci figli, ma all’epoca erano già nate, a Napoli, solo due bambine: Marianna, il 10 gennaio 1859, e Luisa, il 3 febbraio 1960. Le due bimbe dei Frasso avevano dunque, rispettivamente, quattro e tre anni.

[91] Un sarto. È curioso notare che molti negozianti e artigiani cui si rivolge Louise, e con lei la clientela napoletana d’alto rango in genere, hanno nomi stranieri. Quelli dei sarti Cardon e Beyrès e del fotografo Grillet suonano francesi. Il libraio Detken, il commerciante in coralli Boltein, la parrucchiera e modista Fass sono presumibilmente tedeschi, austriaci, svizzeri o alsaziani. Di italiano, a livello di commercianti e artigiani, incontreremo nel diario solo un Casalta, gioielliere, e una sartina di nome Concetta.

[92] Forse il suo e quello del marito e, probabilmente, per scusarsi di non avere onorato l’invito alla serata della vigilia.

[93] Può trattarsi di Annibale Boni, nato a Cremona nel 1824. Questi diverrà Tenente Generale e, nel 1892, senatore.

[94] Il mancato invito può spiegarsi con il fatto che Antonio Dentice e la francese Louise erano notoriamente esponenti del partito nazionale e liberale, mentre in Russia, come in Austria, vigeva un rigido conservatorismo.

[95] Questa volta con gli auguri per l’anno nuovo.

[96] Ballo di capodanno, dato al palazzo reale.

[97] La polca era notoriamente un ballo d’origine boema, rimasto in voga fino ai primi del Novecento. Il valzer, ancor più notoriamente, è viennese. La quadriglia dei lancieri era divenuta di moda in Francia verso il 1854, in provenienza dall’Inghilterra. Il cotillon era un ballo figurato, forse francese, che si danzava in fine di serata.

[98] Reazionari. Prima della rivoluzione francese i nobili portavano parrucche terminanti, dietro la nuca, con una treccia stretta da un nastro, detta “coda” o “codino”. Qui si tratta dei non certo pochi  napoletani rimasti in cuor loro fedeli ai Borboni e che mal sopportavano il nuovo regime liberale imposto dai sopravvenuti piemontesi.

[99] I celebri Mémoires di Louis de Rouvray duca di Saint-Simon, redatti soprattutto tra il 1740 e il 1750, avevano descritto in toni crudi e aspri la vita di corte al tempo del re Luigi XV, in Francia.

[100] Probabilmente il piemontese Alfonso Arborio di Gattinara, marchese di Breme. Nato a Torino nel 1831, questo personaggio è divenuto senatore nel 1876. Già suo padre, Ferdinando, era stato senatore e la famiglia aveva dato i natali a non pochi alti funzionari. Un Lodovico Giuseppe (1754-1828) era stato ministro dell’interno durante la parentesi napoleonica.

[101] Il duomo, intitolato a San Gennaro, dista non poco dal palazzo reale.

[102] Lettere, presumibilmente, e forse il passo del diario relativo alla giornata precedente. 

[103] Umberto.

[104] Mai sapremo cosa, dato che la contessa non aggiunge in merito il benché minimo commento.

[105] Corrispondente parigino già citato.

[106] Sembra che, in questo frangente, Moliterno fosse in qualche modo responsabile dell’assegnazione delle carrozze in dotazione alla corte. Più avanti vedremo che sarà nominato direttore delle regie scuderie.

[107] Tre sono i baroni Barracco all’epoca, e precisamente i fratelli Giovanni, Alfonso e Roberto. Il più noto dei tre è Giovanni, nato a Crotone (Catanzaro) nel 1829 e ancora in vita ai primi del Novecento. Archeologo e collezionista di marmi antichi ha soprattutto lasciato, a Roma, il prezioso piccolo museo a lui intitolato. Tutti e tre sono stati creati senatori, ma per primo e sin dal 1861 Alfonso, vissuto tra il 1810 e il 1890. Qui potrebbe trattarsi di quest’ultimo.

[108] Moliterno.

[109] Il Rigoletto, composto da Giuseppe Verdi nel 1851, non era proprio una novità, ma certo neppure ancora un classico. Ciò spiega in parte il giudizio della contessa, che a noi, oggi, può parere quanto mai disinvolto e inappropriato.

[110] Con cui forse la nostra contessa aveva un appuntamento o che, comunque, si aspettava di trovare nel pomeriggio in qualche particolare luogo.

[111] Effettivamente i Serristori sono una famiglia comitale fiorentina.

[112] In Francia, in particolare, si usava confezionare per l’epifania la cosiddetta “torta dei re magi”, contenente abitualmente un fagiolo. La torta veniva tagliata e distribuita a fette. Chi trovava nella sua fetta il fagiolo era dichiarato re o regina della festa.

[113] “Maria” è senza dubbio Maria Bugnano. È da presumere che i Frasso abitassero nello stesso palazzo in cui dimorava la principessa Dentice madre. Così si spiega che il ricevimento della giovane generazione abbia indotto quest’ultima a cenare fuori casa.

[114] Forse la signora Agresti che, già la sera del 27 dicembre, aveva ricevuto gli intimi nella sua camera da letto.

[115] Il “cavaliere Capecelatro” comparirà alle date del 12 e del 14 febbraio. La famiglia dei Capecelatro, oggi estinta, era tra le più nobili e insigni di Napoli. Giuseppe Capecelatro, vescovo di Taranto, si era distinto nei primi decenni dell’Ottocento per le sue tendenze liberali e aveva retto il ministero dell’Interno durante l’epoca di Murat.

[116] Il partito dei reazionari o “codini”.

[117] Antonio. Fin qui la contessa aveva sempre usato la distaccata formula “mio marito” per designare Antonio Dentice.

[118] Di Breme blandisce Antonio con attenzioni onorifiche di mera forma per ottenerne una maggiore accondiscendenza e flessibilità sul piano sostanziale.

[119] Giovanni Nigra (1792-1865), banchiere torinese, senatore del regno di Sardegna nel 1848, ministro delle Finanze dal 1849 al 1951, quindi ministro della Real Casa.

[120] Oppure: Mazuy.

[121] La famiglia principesca russa dei Dolgoruki è ben nota.

[122] Si tratta del negozio di una parrucchiera e modista che verrà ancora citato più volte.

[123] Ed è la terza volta che si cambia nell’arco della giornata.

[124] I Meuricoffre erano una famiglia di banchieri e industriali di origine svizzera stabilitasi a Napoli sin dal 1760. La forma originale del cognome, poi francesizzato, era Mörikofer

[125] I due sposi dormivano in camere separate come voleva all’epoca un costume assai diffuso nell’alta società.

[126] I Napoleonidi sono numerosi. Qui può trattarsi di Giuseppe Luciano Bonaparte, principe di Canino e Musignano (1824-65), figlio dell’agitatore radicale (in Italia) ed eminente naturalista (in Francia) Carlo Luciano, con la consorte.

[127] Forse Gaetano Caracciolo, principe di Castagneta, nato a Napoli nel 1837 e senatore del regno d’Italia.

[128] Viene spontanea la considerazione che il tanto decantato progresso non sembra avere arrecato, dai tempi di Louise, un sensibile miglioramento dei servizi postali.

[129] Marito, come si è detto, di una nipote di Antonio, cognato del principe di Frasso, e pertanto membro della famiglia a pieno titolo.

[130] Maria Adelaide d’Austria (1822-1855).

[131] Più volte nel diario si riaffaccia il consumo di questa bevanda in orario tardivo. È possibile che si tratti, più che di tè vero e proprio, di camomilla o altre simili tisane.

[132] Un principe Onorato di Piedimonte, napoletano appartenente alla nobilissima famiglia dei Gaetani, o Caetani dell’Aquila d’Aragona, è vissuto tra il 1832 e il 1904 ed è stato nominato senatore nel 1876.

[133] Alla messa funebre.

[134] Di Breme certo si riferisce alla carica ricoperta dal principe Moliterno, di cui ignoriamo l’esatta natura.

[135] Che sarà, o forse già era nel 1864, marchese di Misuraca.

[136] Lanza Branciforte di Sicilia.

[137] Louise annota questi dati con apparente, relativo distacco. Ma questo fratello maggiore è Giuseppe, dal quale a Ginevra, il 18 novembre 1857, aveva avuto il figlio clandestino, Luigi, che ora cresceva in Normandia presso il Calenge (vd Prefazione). Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia ha sposato il 7 marzo 1859 la fiorentina Sofia Galeotti e ne ha avuto i due figli ufficiali Pietro e Ottavio Bonaventura, nati nel 1862 e 1863.

[138] Francesco Gerolamo, principe di Scalea (1834-1919).

[139] Rosa Mastrogiovanni Tasca dei conti di Almerita.

[140] Eleonora Spinelli, vedova di Pietro Lanza di Scordia dal 1855, e che scomparirà solo nel 1889.

[141] Poco a poco diviene un topos, un motivo fisso e ricorrente questo dei ricevimenti ai quali Louise non è invitata o è impossibilitata a recarsi, ma di cui si apprende l’indomani che tanto non valevano la pena. Uno stereotipo forse assimilabile sotto il profilo psicologico all’altro che tramuta sistematicamente le donne avvenenti, ad un più attento esame, in esseri pieni di difetti fisici o ridicolmente vestiti.

[142] Dramma di Alexandre Dumas figlio, tratto dall’omonimo romanzo e scritto nel 1852. È probabile che nella sala del Fondo il dramma fosse rappresentato in traduzione italiana e con il titolo di Signora delle camelie.  

[143] In italiano nell’originale.

[144] Attrice, ovviamente, non sappiamo se francese o italiana.

[145] Medico, che sarà citato a più riprese nel seguito del testo.

[146] Ho già osservato che i Frasso abitavano certamente nello stesso palazzo della principessa Dentice madre.

[147] La signora Agresti è sensibilmente più anziana del marito, che ha trent’anni nel 1864, e i due si sono sposati presumibilmente nel 1861.

[148] Forse Tiresio Bocca (Fubine 1825 – Verona 1897), Tenente Generale e, dal 1890, senatore.

[149] Uno dei travestimenti più tipici del carnevale tradizionale in Francia.

[150] Ma che la contessa non reputa valga la pena riferire.

[151] Di carnevale.

[152] Un balcone interno, comune forse a più appartamenti.

[153] Dal palazzo reale i Massarenghi avrebbero potuto vedere solo l’uscita del corteo.

[154] Dato che siamo a Napoli, ci attenderemmo magari di più ad incontrare la maschera di Pulcinella. Certo però il travestimento da Pulcinella non sarebbe il più adatto ad un principe ereditario. D’altro canto, in questa Italia da poco costituita e dominata politicamente dai piemontesi sembrano andare particolarmente di moda gli archetipi francesi.

[155] Il commendatore Giuseppe Fiorelli, nato a Napoli nel 1823, era stato segretario del conte di Siracusa cui accennerò più avanti e, a tale titolo, era considerato un patriota. Senatore nell’agosto del 1865, era un archeologo di professione e doveva divenire direttore generale delle Antichità e Belle arti nel 1881.

[156] Bugnano.

[157] Tutti e tre i bimbi.

[158] Il duca di Bovino comparirà più avanti. Un palazzo Guevara di Bovino si affaccia sulla Riviera di Chiaia, al numero civico 72.

[159] Ovviamente il Macbeth di Verdi, composto nel 1847. Le opere più rappresentate al San Carlo e nella sala del Fondo sono quelle di Verdi e di Donizetti. Per la precisione, sono citate nel diario cinque opere di Verdi e quattro di Donizetti ed è poi alla Lucia di Lammermoor di quest’ultimo che spetta  la palma dell’opera più menzionata. La sola opera di altro autore ad essere ricordata (due volte) è il Guglielmo Tell di Rossini. 

[160] I balletti svolgevano talvolta un ruolo di intermezzo tra gli atti negli spettacoli dell’epoca, ma dalle indicazioni che fornisce qua e là Louise sembra che al San Carlo seguissero l’opera.

[161] La sorella, come già sappiamo, sta a Parigi. È probabile che recando direttamente la corrispondenza alle navi in partenza dal porto si guadagnasse tempo. La posta doveva viaggiare per mare fino a Marsiglia, poi raggiungere Parigi via Lione.

[162] La piccola non aveva ancora compiuto otto anni.

[163] Tale è il verbo (“se promener”) ripetitivamente, insistentemente usato dalla contessa, per quanto – a dire il vero – improprio: si tratta infatti di giri effettuati in carrozza. 

[164] Per la prima volta la contessa inserisce un’annotazione che ci consente di stabilire una data di redazione del diario. Notiamo i tempi presenti nelle righe che seguono: “sono molto triste [..],  fa così buio [..], rimpiango [..]”, ecc.

[165] La casa editrice e libreria dei tedeschi Detken e Rocholl aveva sede in piazza del Plebiscito, ai portici di San Francesco di Paola. Per quanto riguarda gli editori e librai originari da regioni germanofone in Italia, si tenga presente che nel 1867 e 1870 si stabiliranno rispettivamente a Torino e Milano il tedesco Ermanno Loescher e lo svizzero Ulrico Hoepli, nel 1886 approderà a Firenze l’ebreo tedesco Leo S. Olschki, e nel 1899 a Milano il tedesco Heinrich Otto Sperling, cofondatore della Sperling e Kupfer.

[166] La prima della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti era stata allestita al San Carlo di Napoli nel 1835.

[167] Theresa Tietjens, nota soprano tedesca (1831-77), in arte Titiens.

[168] Achille De Bassini (1819-1881), baritono.

[169] Un Vincenzo Capecelatro, compositore di musica napoletano, è vissuto dal 1815 al 1874. È deceduto a Firenze.

[170] A quanto sembra di capire, la contessa si riferisce a pretese di seduzione.

[171] Certo uno dei discendenti dell’illustre casa dei marchesi di Saluzzo, forse il conte Cesare Saluzzo di Monterosso (1837-1906), nativo di Saluzzo e scrittore, nominato senatore nel 1889.

[172] Lettura incerta. Forse Louise ha voluto scrivere: [di] Fondi.

[173] Alexandre Dumas padre (1802-70), venuto a Napoli con Garibaldi nel 1860 e che vi aveva fondato il quotidiano «L’Indipendente». Lo scrittore francese era rimasto nella metropoli partenopea con l’amante Émilie Cordier fino al 1864.

[174] Un Ernesto Capocci di Picinisco (Napoli) è vissuto in esilio dal 1848 al 1860, è divenuto senatore nel 1861, è stato direttore dell’osservatorio astronomico di Capodimonte ed è deceduto a sessantasei anni il 6 gennaio del 1864. Qui abbiamo forse a che fare con un suo figlio e la disgrazia in discorso può essere correlata alla recente morte del personaggio citato. Vedremo tuttavia (appunti del 7 maggio) che, più specificamente, essa si configura come perdita di un incarico o posto di lavoro.

[175] La principessa giovane, cioè la Frasso.

[176] Di Lammermoor.

[177] Il tutore del piccolo Luigi, a Escoville, in Normandia.

[178] Altra sarta, o sartina.

[179] Dentice.

[180] Del Vaglio.

[181] L’uso voleva che, non trovando in casa la persona che ci si era proposti di venire ad ossequiare, si lasciasse a quest’ultima il proprio biglietto da visita.

[182] Presumibilmente sull’attuale Villa comunale e sulla Riviera di Chiaia.

[183] È del tutto inconcepibile per noi che due grandi opere del genere possano essere eseguite l’una dopo l’altra nella stessa serata, ma forse si tratta di brani scelti o, addirittura, Louise si sbaglia e solo una delle due opere veniva data quella sera.

[184] Charles Frederick Worth, celebre sarto inglese, si era stabilito a Parigi nel 1845 e, nel 1858, aveva creato la prima vera casa moderna di haute couture, al n. 7 della rue de la Paix.

[185] Quella reazionaria, filoborbonica, e quella liberale, favorevole al nuovo corso e ai Savoia.

[186] Esponente del conservatorismo retrivo.

[187] A svestirsi e magari a struccarsi.

[188] Charles-Paul de Kock (1793-1871), romanziere francese.

[189] Se i coniugi dormono in stanze separate e conducono in larga misura una vita indipendente, anche i rapporti dei genitori con i giovani figli sono mediati dalla governante, dalla servitù, dal precettore o dal collegio.

[190] Lucia di Lammermoor.

[191] Al Campo di Marte di Napoli, che era di fatto ubicato a Capodichino, nell’area dell’attuale aeroporto. Vi venivano organizzate anche gare ippiche, come vedremo nei paragrafi dedicati alle giornate del 7 e del 10 marzo. L’8 dicembre 1856 il milite Agesilao Milano vi aveva attentato alla vita di re Ferdinando I, mentre questi passava in rassegna le truppe.

[192] Louise, in francese, scrive testualmente: “Toilette déjeuner à l’ordinaire”. Sempre questa menzione martellante della toilette, che significa il lavarsi, il pettinarsi, il vestirsi ed eventualmente il truccarsi e che si profila come l’occupazione primaria o addirittura fondamentale di tutte le mattine. Nella traduzione qui la sopprimo come inutilmente ridondante.

[193] Composto da Giuseppe Verdi nel 1853.

[194] All’epoca l’illuminazione notturna era un lusso oltre che di discutibile qualità, per cui è naturale che i quotidiani venissero composti di giorno ed uscissero la sera come ci ricorda ancora l’intitolazione di una testata quale il «Corriere della sera».

[195] Johann Strauss jr., Küsswalzer, op. 400 da Der lustige Krieg.

[196] I figli dei Belgioioso, forse. Oppure uno dei piccoli Belgioioso con le due bimbe dei Frasso.

[197] Da un lato sappiamo che i Dentice sono imparentati con famiglie dell’impero austroungarico e da tempo intrattengono buone relazioni con l’Austria. Dall’altro l’Austria è all’epoca la potenza che incarna il conservatorismo reazionario e il principale Stato nemico potenziale dell’Italia.

[198] Lucia di Lammermoor.

[199] Olympe Audouard, Comment aiment les hommes, Paris 1862. L’autrice, nata de Jouval e vissuta tra il 1830 e il 1890, era divenuta nota anche per essere finita durante un certo tempo in un harem turco. La sua narrativa si ispirava tra l’altro a istanze femministe ante litteram.

[200] Il rientro della carrozza era probabilmente annunciato da qualcosa come uno squillo di tromba o un rullo di tamburi, accompagnati da comandi e da uno scatto sull’attenti delle sentinelle.

[201] Quando, cioè, non ci si vede bene.

[202] In realtà certamente già generale all’epoca e che, come generale appunto, avevamo incontrato sin dalle prime pagine del diario.

[203] Louise Dentice scrive letteralmente: “son avancement en grade”. Forse si tratta di una promozione a un grado di comando militare. Nel 1866 Umberto avrà il comando di una divisione (la 16°) e sarà insignito della medaglia d’oro per il suo comportamento a Custoza.

[204] Umberto sposerà invece, nel 1868, la cugina Margherita di Savoia.

[205] Ha fatto erogare grosse somme per lavori pubblici, per la promozione in genere della vita sociale e l’organizzazione di festività.

[206] Ma siamo solo a fine febbraio e si fa notte già verso le sei. 

[207] Vedremo che la baronessa è la madre della principessa di Frasso e cioè, di nascita – stando ai dati biografici forniti da Dentice di Frasso in op. cit. in nt. 2, p. 132 –, una contessa Luisa Ugarte. Louise Dentice, nel diario, comincia con lo scrivere il suo predicato austriaco all’inglese (Goodnow), per passare poi solo gradualmente all’ortografia corretta. È un limpido e divertente indizio della sua cultura linguistica francese, aperta semmai più verso il mondo culturale inglese che verso quello germanico. Dal contesto si intuisce che la baronessa è ospitata dalla principessa Dentice madre. D’altronde da altri passi del diario si induce che i giovani Frasso, come pure i Bugnano, abitano nello stesso palazzo.

[208] Piazza del Plebiscito.

[209] Nel parco di Capodimonte.

[210] Per le visite bisognava rispettare un orario e i Dentice hanno dapprima fatto una passeggiata nel parco perché erano arrivati a Capodimonte troppo presto. Un passo successivo (vd. sabato, 5 marzo) ci rivelerà in maniera più esplicita che i visitatori sono ammessi a partire dalle quattro di pomeriggio.

[211] Per la seconda volta cogliamo Louise Dentice in procinto di vergare il suo diario. Ciò era già avvenuto in corrispondenza del giovedì 11 febbraio.

[212] Il titolo, che si riferisce a Forlì del Sannio in Molise e ovviamente non all’omonima città della Romagna, è appartenuto a un ramo dei Carafa.

[213] L’espressione, nell’originale, è in un ibrido franco-italiano “à giorno”. All’epoca, l’illuminazione di sale e interni napoletani non era certamente ancora elettrica, bensì forse, negli edifici e palazzi di rilevante importanza, a gas.

[214] Altra attrice dal nome straniero. La prevalenza degli stranieri tra gli artigiani e i commercianti di cui abbiamo già preso nota si ritrova altresì a livello di professionisti dello spettacolo. Nel diario sono citate quattro attrici, tutte – presumibilmente – straniere, e cioè, nell’ordine: Scrivaneck, Honorine, Desclée, Sadosky. Gli attori sono solo due: un Levasser e un Magroni, questo italiano. Per quanto riguarda il canto, ricorre soprattutto il nome della Titiens, tedesca; inoltre incontriamo una Perella e un Bassinis, in realtà De Bassini, invece italiani. Infine è menzionata una ballerina, senza dubbio francese: la signorina Legrain.

[215] Si capisce che uno degli incubi delle signore in questi frequenti ritrovi mondani era di rimanere appartate, sole in qualche angolo di salotto, senza una corona di interlocutori e, possibilmente, di ammiratori che rendessero palese testimonianza della loro perfetta integrazione sociale, se non addirittura del loro particolare fascino e successo personale nel contesto sociale.

[216] La terza guerra d’indipendenza si svolgerà nel giugno e luglio del 1866. La Marmora e Cialdini saranno sbaragliati dagli austriaci a Custoza. La flotta italiana sarà distrutta a Lissa. Tuttavia, grazie ai clamorosi successi messi a segno dagli alleati tedeschi e alla mediazione della Francia, L’Italia otterrà indirettamente il Veneto con il trattato di pace firmato a Praga in agosto.

[217] Louise, dal punto di vista politico, è su posizioni dichiaratamente antiaustriache e nazionaliste, ma – come questo passo ci consente di verificare – non è un’invasata militarista.

[218] Si conferma la vocazione al dilettantismo artistico dell’aristocrazia napoletana dell’epoca.

[219] Moliterno, la padrona di casa.

[220] Un’annotazione analoga era stata inserita nel diario a proposito del ricevimento presso il consolato di Francia del sabato 20 febbraio.

[221] Ricordiamoci che la signora Colonna è francese.

[222] Italiani e ungheresi erano in quegli anni accomunati oggettivamente da un analogo sforzo di riscattare o costituire la loro identità nazionale sottraendosi alla tutela egemone dell’Austria. Gli “emigrati” ungheresi erano dei patrioti in esilio volontario per sfuggire alle attenzioni e persecuzioni della polizia di Stato austriaca in attesa di giorni migliori.

[223] La circostanza di questo capufficio che, nell’accomiatarsi, gratifica il dipendente di una sua fotografia oggi ci fa francamente sorridere. Teniamo presente, comunque, che all’epoca le fotografie erano ancora una novità. Il loro opportuno impiego non era ancora codificato.

[224] Presumibilmente Bugnano. Un tipo decisamente diverso da Louise nonostante lo stretto legame di amicizia che sembra legarle.

[225] Al Campo di Marte.

[226] Intendi: dell’alta società aristocratica.

[227] Nel testo: Laure, in francese. È forse la Fass più volte citata in altre pagine?

[228] La governante è uscita senza autorizzazione e senza avere neppure avvertito, pensando che i padroni si sarebbero trattenuti a teatro fino almeno alle undici o a mezzanotte.

[229] Già rientrato, a quanto pare, dopo essersi imbarcato per la Sicilia con il principe ereditario solo una decina di giorni prima.

[230] Solo in quegli anni, e grazie alla fissazione dell’immagine su carta sensibile mediante il processo al collodio messo a punto da F. Scott-Archer nel 1851, la fotografia aveva cominciato a sostituire sistematicamente la ritrattistica a tempera o a olio. Essa era comunque ancora avvertita in certa misura come una ritrattistica d’arte che richiedeva vere e proprie pose di alcuni minuti, minuziosamente preparate e magari ripetute e comportava spesso ritocchi da parte del fotografo.

[231] E questa ulteriore precisazione enfatizza ancor più quanto esposto nella nota precedente.

[232] La Lucrezia Borgia di Donizetti, del 1834.

[233] Sapevamo già che Louise aveva una sorella. Qui viene ricordato per la prima volta il fratello.

[234] Lucrezia Borgia di Donizetti.

[235] Rileviamo che il giudizio della contessa sulla cantante si è modificato dal 12 febbraio. Allora l’aveva detta dotata di un talento mediocre e superpagata, ora la considera una grande artista.

[236] Dato che la partenza della madre da Parigi è prevista per il sabato o la domenica della settimana successiva, ciò significa che una lettera spedita da Napoli metteva all’epoca meno di una settimana per raggiungere un destinatario parigino.

[237] Le foto sono state scattate il giorno 8, il che significa che sono occorsi solo tre o quattro giorni a Grillet per svilupparle. Anche in questo caso dobbiamo registrare la sostanziale mancanza di progressi fino ai nostri giorni in materia di tempi di consegna.

[238] La balconata esterna del piano nobile gira tutto attorno al palazzo. Siccome sappiamo che le finestre dell’appartamento dei Massarenghi si affacciano sul mare, questa ”altra parte” è certamente l’ala destra, che dà verso la città e Capodimonte.

[239] L’indicazione relativa a questo bambino giunge inaspettata e ringiovanisce la coppia dei Carafa che, in base ai precedenti ragguagli, non potevamo immaginare se non quasi canuta.

[240] Altro tratto relativamente sorprendente. Scopriamo che il cavaliere Carafa, finora figura grottesca piena solo di difetti, avrebbe avuto delle doti – diciamo – artistiche.

[241] Il palazzo Carafa di Roccella, oggi semidistrutto, è ubicato nella centralissima ed elegante via dei Mille. Qui abitava dunque la madre della principessa di Frasso. Vi si era trasferita dalla dimora della principessa Dentice in cui l’avevamo incontrata nei primi giorni della sua permanenza, oppure proprio quel palazzo era la residenza della principessa, in cui alloggiavano anche gli stessi Frasso e i Bugnano? Altro interrogativo: la coppia dei Carafa del diario ha a che fare anche lei con il palazzo Roccella e il nostro “cavaliere” è un Carafa dei principi di Roccella?

[242] Vittorio Emanuele II era nato il 14 marzo 1820. Ma – bizzarra coincidenza – lo stesso giorno era anche il genetliaco del principe ereditario Umberto, venuto al mondo a Torino il 14 marzo 1844.

[243] Gli appartenenti alla corrente conservatrice e i simpatizzanti ad essa comunque legati si guardano bene dal presenziare a una cerimonia dall’inequivoca portata simbolica come la celebrazione del genetliaco del nuovo monarca. Persino se cerimonieri di corte, tentano di svicolare, come abbiamo visto fare al principe Torella la sera prima. Più abile e deciso del Torella, Carafa, che qui ritorna ad essere a pieno titolo una maschera da commedia, diserta la sacra funzione, scusandosi a posteriori con una lettera ipocrita.

[244] Per fare piedino.

[245] La coppia mangia piuttosto presto, tanto la mattina quanto la sera. La colazione, o pranzo, è consumata verso mezzogiorno se non addirittura prima, e la cena attorno alle sei e mezzo. 

[246] Il fotografo, e sembra che i negozi non chiudano nel primo pomeriggio. Forse Louise Dentice torna da Grillet per far ritoccare le fotografie da pochi giorni ritirate.

[247] Il signore e la signora Liebler, presumibilmente tedeschi, sono i responsabili del collegio in cui verranno educati i due ragazzi.

[248] Rinviato di una settimana.

[249] “Chiaia” è qui non la Riviera di Chiaia, parallela del lungomare che conduce a Posillipo, bensì, presumibilmente, la via Chiaia, centralissima ed elegante come la via Toledo.

[250] Apparentemente il responsabile portuale dei servizi marittimi o almeno del servizio di linea Napoli-Marsiglia e viceversa.

[251] Ovviamente, dato quanto già sappiamo dell’appartamento, sul golfo e sul mare.

[252] Era il giovedì di Pasqua, o giovedì santo. Poche righe più sotto la contessa precisa in maniera più esplicita che il giovedì e il venerdì santo vige il divieto di circolazione delle vetture.

[253] A quella che oggi è la Villa Comunale, percorrendo la via Chiaia.

[254] Che non è escluso provenisse dal palazzo Carafa di Roccella e dalla via dei Mille.

[255] Chiesa barocca situata a poca distanza dal palazzo reale e in cui Louise era già stata a messa la domenica 13 dicembre 1863.

[256] Il Molo di Napoli rappresentava, nella seconda metà dell’Ottocento, un’attrazione turistica internazionale in quanto rilevante opera di ingegneria civile. Il classico Dictionnaire de la langue française di Paul-Émile Littré, composto tra il 1863 e il 1872, lo ricorda espressamente al lemma Môle: riediz. Chicago, Encyclopaedia Britannica Inc., 1882, III, pp. 3946-3947.

[257] Il palazzo reale, in cui i Dentice di Massarenghi hanno il loro appartamento. La coppia cerca, in questi giorni di appiedamento obbligato, di far girare la signora Alexandre e mostrarle Napoli senza allontanarsi troppo dal domicilio e, sotto tale aspetto, lo stesso palazzo reale in cui vivono è certamente la mèta ideale per una visita guidata.

[258] In italiano nell’originale.

[259] Il quale non è altri che il De Renzis: vd. nota n. 28, p. 12.

[260] Forse solo perché era stanca di tutto quel girare a piedi e di non ottimo umore.

[261] Dopo quello di città, è logico che, ora che si può di nuovo girare in carrozza, i Massarenghi portino la mamma di Louise a visitare il palazzo reale di Capodimonte.

[262] Stalla del parco di Capodimonte.

[263] Altro palazzo reale, cominciato a costruire nel 1738.

[264] Forse capi d’abbigliamento da riparare.

[265] Grazie alla presenza della signora Alexandre e perché le devono mostrare Napoli e tutte le sue bellezze, i Massarenghi cominciano a interessarsi di belle arti e di pittura.

[266] Museo archeologico, oggi nella piazza del Museo Nazionale e circa a metà strada sulla direttrice che congiunge piazza del Plebiscito, con il palazzo reale di città, e Capodimonte.

[267] Il caso illustra la naturale predisposizione del basso popolo italiano per le arti grafiche e figurative in genere. Non risulta, tuttavia, che il personaggio si sia in prosieguo particolarmente distinto nel campo della scultura come lo ha fatto il quasi coetaneo Vincenzo Gemito, nato trovatello nel 1852.

[268] Il brefotrofio, affiancato dalla chiesa omonima (dell’Annunziata), si trova nel settore est della città, non lontano dalla stazione ferroviaria.

[269] Il che rappresenta non meno di 5.475 bambini abbandonati all’anno.

[270] Ancora una straniera in un posto chiave delle attività metropolitane.

[271] Napoletana di origine spagnola, Luisa Sanfelice (1764-1800) era stata un’eroina dell’effimera Repubblica napoletana proclamata nel 1799 nel contesto dell’occupazione da parte delle truppe francesi del generale Championnet. Nel giugno dello stesso anno l’esercito borbonico del cardinale Fabrizio Ruffo aveva ripreso il controllo della città e ne era conseguita una drastica epurazione, con non meno di 120 esecuzioni capitali di personaggi in vista, tra cui un Carafa e un Caracciolo. Luisa era stata impiccata. L’opera cui qui si allude è certamente il dramma storico in quattro atti Luigia Sanfelice di Paolo Giacometti (1816-1882), pubblicato a Milano appunto nel 1864. Da notare che Alessandro Dumas padre ha poi pubblicato a Parigi, negli anni 1864-65, un romanzo in nove volumi dal titolo La San Felice, probabilmente ispirato al dramma del Giacometti.

[272] Domenico Morelli (1826-1901), uno dei pittori più rappresentativi del secondo Ottocento napoletano. Grande ammiratore di Delacroix.

[273] Dato l’interesse manifestato da quegli stranieri per l’arte antica, non poteva mancare il tentativo di affibbiare loro la classica patacca.

[274] La signora aspettava una lettera o un dispaccio dal figlio.

[275] Visite di cui la contessa mondana era rimasta in debito, tutta presa, negli ultimi tempi, dall’arrivo della madre.

[276] Solo qui Louise comincia a rettificare, germanizzandola nel finale, l’ortografia del cognome della baronessa. Infatti, quantunque noi ci rifacciamo sistematicamente alla forma corretta, lei scrive ora: “Goodnau”.

[277] L’ostinazione dei Massarenghi a non condurre la signora Alexandre a teatro può far pensare che la madre di Louise fosse poco presentabile e che dal vestiario, portamento e comportamento trasparissero con eccessiva evidenza le sue origini tutt’altro che aristocratiche.

[278] È altresì significativo che la signora Alexandre incarichi la figlia di scrivere per lei due lettere. Non doveva essere analfabeta poiché sappiamo che corrispondeva da Parigi con la figlia, ma è probabile che la sua preparazione e il suo stile epistolare lasciassero alquanto a desiderare.

[279] A trovare Gerardo e Stefano all’istituto dei signori Liebler.

[280] Forse piuttosto degli articoli, degli oggetti lavorati. Napoli e Torre del Greco erano famose per la lavorazione del corallo.

[281] Il “Lupanare”, ornato da dipinti e graffiti osceni.

[282] Nel testo: “c’était bien shocking”, con ricorso, invece che al semplice francese choquant, a una versione inglese del termine, come per conferirgli maggiore evidenza.

[283] Castellammare di Stabia.

[284] Può trattarsi dell’Hôtel Bellevue Syrène, in via della Vittoria 5, a Sorrento, che era stato fondato nel 1824.

[285] Uno dei figli cadetti di re Francesco I, Leopoldo, era stato insignito del titolo di conte di Siracusa e aveva sposato Maria Vittoria di Savoia-Carignano. Nell’imminenza dell’arrivo a Napoli dei drappelli garibaldini aveva tradito il giovane re e proprio nipote Francesco II, più noto come Franceschiello, inviando a Vittorio Emanuele II una lettera di solenne adesione all’annessione da parte del regno sardo.

[286] Nel complesso della reggia.

[287] Forse l’amministratore della reggia, che fungeva da guida.

[288] A quanto pare, in partenza.

[289] San Gennaro sarebbe stato decapitato a Pozzuoli nel quadro della persecuzione contro i cristiani ordinata dall’imperatore Diocleziano attorno al 304.

[290] Qui sembrerebbe trattarsi piuttosto della Galleria d’arte moderna, oggi nell’Accademia di Belle Arti, a poca distanza comunque dal Museo archeologico. Ma forse all’epoca tutte le opere d’arte erano riunite in un solo ed unico museo?

[291] Filippo Palizzi (Vasto 1818 – Napoli 1899), animalista. Tre suoi fratelli erano, anche loro, pittori: Giuseppe, Nicola, Francesco Paolo.

[292] Un teatro decentrato, nella zona nord-est della città.

[293] Louise scrive talvolta “Levasser”, talaltra – invece – “Levassor”.

[294] Un Hôtel Royal des Étrangers esisteva ancora a Napoli alla fine del secolo e nel 1898 vi ha soggiornato Oscar Wilde con l’efebo Alfred Douglas.

[295] Si può pensare che finora i Belgioioso avessero abitato provvisoriamente nel palazzo stesso in cui alloggiava la principessa Dentice o da altri familiari e che finalmente avessero ora trovato un appartamento indipendente altrove.

[296] Carlo Poerio (1803-67) era stato ministro dell’Istruzione nel 1848. Arrestato nel 1849, era rimasto in carcere per sette anni e, infine rilasciato, aveva raggiunto il Piemonte in cui era divenuto deputato. Già suo padre Giuseppe (1775-1843) era stato condannato a morte, poi graziato, in seguito al sollevamento repubblicano del 1799. Murat aveva elevato quest’ultimo alla nobiltà, assegnandogli il titolo di barone di Belcastro.

[297] Incontrato pochi giorni prima (l’11 aprile) in piazza, davanti al palazzo.

[298] Andrea Colonna, non Giuseppe che incontreremo solo più avanti.

[299] I padroni di casa e i commensali erano con ogni probabilità tutti accomunati da un identico credo politico liberale.

[300] Queste partenze (la scrittrice ci ha già resi testimoni di quella della signora Colonna) si spiegano proprio con il ritorno della buona stagione. Sono partenze in vacanza, magari per un periodo di vacanze di svariati mesi, non tanto in località balneari o turistiche, ma nelle grandi capitali settentrionali e occidentali. Ricordiamoci che anche il principe ereditario Umberto, accomiatatosi il 27 febbraio, si proponeva di tornare a passare a Napoli l’inverno successivo. E così alcuni aristocratici napoletani, e forse soprattutto le loro mogli, fanno la spola tra l’Europa in estate e Napoli, dal clima più mite, in inverno. 

[301] Data la distanza del teatro sarebbero comunque dovuti andare in carrozza anche se non avesse piovuto.

[302] Troviamo costantemente i due fratelli Pandola attorno a Louise, senza che questa ritenga di doverci dare su di loro specifiche indicazioni. Rimangono pertanto figuranti, assidui, ma senza identità definita. Sappiamo quasi soltanto che hanno anche una sorella. Qui apprendiamo il nome personale di uno dei due, presumibilmente il più affezionato poiché viene a visitare Louise, e questa lo riceve, durante un periodo di malattia.

[303] Il magnetismo e la magnetizzazione ipnotica come metodo terapeutico, soprattutto per combattere le turbe neurologiche o presunte tali, erano di moda nell’Ottocento.

[304] Certamente l’italiano e il francese, all’epoca lingua straniera più parlata; inoltre magari lo spagnolo e l’inglese, o forse il tedesco.

[305] Vedi appunti relativi al 26 febbraio.

[306] È la seconda volta che, nel diario, compare un riassunto condensato vertente su più giornate. Qui la perdita del filo quotidiano è certamente dovuta alla fastidiosa indisposizione della narrante. Rileviamo peraltro una novità: il capitolo, lunghetto, si articola in più capoversi. 

[307] E anche a questo la contessa non è stata invitata.

[308] In materia di feste e ricevimenti il potere supremo, in qualche modo, spettava di diritto alle donne.

[309] Ovviamente piemontese.

[310] Sul territorio ex napoletano e ora italiano, senz’altro in provenienza dagli Stati della Chiesa.

[311] Presumibilmente il duca Lannes di Montebello, che era stato ambasciatore di Francia presso i Borboni di Napoli. Vd. H. Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, 1962; e rist. Città di Castello, 1981, pp. 75, 160, 185, 187, 191, 196-201.

[312] In italiano nell’originale.

[313] Bugnano.

[314] Chiara Gagliati, entrata in scena sin dalla prima pagina del diario, ma poi, fino al resoconto del 28 aprile 1864, non più ricomparsa forse perché andata e a lungo rimasta all’estero.

[315] Il balletto, già menzionato.

[316] Gagliati.

[317] Antonio Dentice, cerimoniere di corte dal 1860, poi vicegovernatore del palazzo reale di Napoli a partire dalla tarda primavera del 1863, è ora minacciato di rimozione a più periferica, se non più modesta, carica. Louise rischia di finire relegata in provincia, di non poter più frequentare i teatri e, più in generale, di essere tagliata fuori dalla gran vita mondana della metropoli.

[318] La contessa considera la posizione, il posto di vicegovernatore del palazzo, non meno suo che del marito.

[319] Prima occorrenza della grafia corretta del cognome.

[320] L’arciduca Massimiliano d’Austria, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, era stato , nel 1857, governatore generale del Lombardo-Veneto. Nel ’64 era stato incitato da esuli americani ad assumere la corona del Messico e aveva creduto inizialmente di potersi impadronire di quel paese grazie all’ausilio delle armi francesi. Nel 1867, invece, sarà catturato e fucilato a Querétaro dall’esercito di Benito Pablo Juarez.

[321] L’arciduca era sposato con Carlotta del Belgio, la quale, dal canto suo, aveva incoraggiato l’austriaco a lanciarsi nell’avventura messicana. Da queste righe si indovina che la baronessa era legata all’arciduca da un rapporto affettivo. Forse vi era stato del tenero tra i due in età giovanile.

[322] Le lettere sarebbero state portate l’indomani alla nave in partenza per Marsiglia. Quel giorno era già troppo tardi e forse, d’altronde, il servizio di collegamento con la Francia non veniva effettuato tutti i giorni.

[323] La moglie di Ernesto Dentice di Frasso non poteva certo condividere l’avversione incondizionata della francese Louise per i programmi di conservazione. Era non solo austriaca, ma anche figlia di un ciambellano e consigliere dell’imperatore (il conte Guglielmo Chotek) e cugina in primo grado di Sofia Chotek di Hohenburg, moglie dell’arciduca Francesco Ferdinando che, con questi, sarà assassinata a Sarajevo il 28 giugno 1914.

[324] Antonio Dentice.

[325] Pirovascello sardo, varato nel 1858. Quello di “re galantuomo” era il soprannome bonario più correntemente attribuito a re Vittorio Emanuele II.

[326] Opera composta da Verdi nel 1844, in base a un libretto tratto dalla tragedia omonima di Byron del 1821.

[327] Un amico o conoscente della madre o della sorella, forse non ignoto alla stessa Louise.

[328] I vari palazzi reali, tra cui quelli di Capodimonte e di Portici.

[329] Era il giovedì dell’ascensione, il che tra l’altro spiega che Louise abbia iniziato la giornata recandosi alla messa.

[330] Gagliati.

[331] Nuovo accenno alla consuetudine mondana dei biglietti da visita lasciati presso il domicilio di qualcuno quando, andandolo a visitare, casualmente non lo si trovava in casa, ma anche di proposito per presentare i propri saluti.

[332] Questione che forse si ricollega alla seccante lettera ricevuta il mercoledì 4 dal De Luca.

[333] Può trattarsi di un figlio o discendente di Victor Boniface, conte di Castellane, maresciallo e pari di Francia, nato nel 1788 e morto a Lione nel 1862.

[334] In italiano nell’originale.

[335] Scopriamo qual è la destinazione e quale la ragione, il motivo scatenante tipicamente italiano, anzi napoletano, del viaggio della signora Agresti. Gira voce che abbia addosso il malocchio e lei stessa ci crede. La sua presenza non è gradita in società, la sua compagnia viene da tutti evitata a scanso di spiacevoli sorprese. E questo, di per sé, è un serissimo e concretissimo inconveniente nella vita sociale, quasi una malattia invalidante, che fa propriamente soffrire. La signora si reca quindi a Roma, dal papa, affinché, benedicendola, la liberi dal maleficio.

[336] All’epoca, grande carrozza pubblica a cavalli per il trasporto di passeggeri, in genere all’interno delle grandi città, ma in questo caso sulla tratta extraurbana Napoli-Roma. Si è usato il vocabolo anche per designare un treno locale su ferrovia, ma negli anni Sessanta del XIX secolo Napoli e Roma non erano ancora collegate da una ferrovia.

[337] In francese: “c’était très bien joué”, e non “très bien chanté”. Il che fa pensare che possa trattarsi della tragedia del conte Carlo Marenco (1800-1846) così intitolata, piuttosto che dell’opera lirica omonima del Donizetti. Ambedue i lavori erano stati composti nel 1837.

[338] Gioco, com’è noto, sacrosanto a Napoli e a Roma nell’Ottocento.

[339] Nel testo: “s’étaient fait mettre en retenue”. La retenue è una forma di punizione disciplinare tipicamente francese e in vigore ancora ai nostri giorni, che consiste nel trattenere o far tornare a scuola i ragazzi colpevoli di qualche marachella per una o più ore, al di fuori del normale orario delle lezioni.

[340] Il piccolo ha allora otto anni.

[341] Solitamente la coppia si recava sulla Riviera di Chiaia e a Posillipo. Ora che è venuta la primavera si spinge, dall’altro lato della città, fino a Portici, a circa 8 km da Napoli.

[342] Ancora una volta dal fotografo.

[343] In piazza del Plebiscito, di fronte al palazzo reale.

[344] L’intera espressione è in italiano nell’originale.

[345] Vissuto tra il 1696 e il 1750. Valoroso comandante militare e maresciallo di Francia nel 1744.

[346] Bugnano.

[347] Chiaramente questo personaggio non va confuso con il sarto omonimo che, peraltro, ricompare poche righe sotto. Apprenderemo però più avanti che anch’egli risiede a Napoli e non, come si sarebbe potuto presumere, in Francia. Il suo nome di battesimo è Auguste.

[348] Ovviamente in questo caso, invece, si tratta di un avvocato cui rivolgersi a Parigi.

[349] I Massarenghi hanno scarsa simpatia per i Carafa, ma temono l’ascendente che essi sembrano avere su alcune cariche chiave dell’amministrazione piemontese e pertanto continuano a credersi in dovere di blandirli.

[350] Il sarto.

[351] Un barone Giacomo Savarese, letterato ed economista napoletano, è vissuto tra il 1807 e il 1884. Nel 1848 era stato fugacemente ministro dei Lavori pubblici.

[352] Se non proprio “a giorno”, come aveva scritto l’autrice a proposito dell’illuminazione nella serata di inaugurazione del 29 febbraio, certo più intensamente che nelle comuni serate di spettacolo, in cui più che altro doveva essere illuminata la scena.

[353] Intendi i palchi più vicini al palcoscenico.

[354] Questo signor, o piuttosto cavalier Sacco era già comparso nel palco dell’intendente generale alla serata in onore dell’equipaggio del “Re Galantuomo” (12 maggio) e anche in questa occasione sembra sostituire il signor Visone, rientrato in Piemonte e di cui vedremo che è incerto il ritorno nel Napoletano.

[355] Ma Louise cita semmai, ed ellitticamente, le consorti di detti rappresentanti. Della marchesa di Montefalcone sappiamo che è la moglie del prefetto di Napoli. Non siamo invece informati delle funzioni, con ogni probabilità pubbliche, svolte dal marito della Marigliano.

[356] La cosiddetta Castelluccia, che la Guida d’Italia: Napoli e dintorni del Touring Club Italiano, 5° ediz., Milano, 1976, a p. 592, così descrive: “edificio a pianta ottagonale imitante un castello medioevale, costruito nel 1769, trasformato nel 1819, per istruzione e svago dei giovani principi”.

[357] Forse Alfonso e Giovanni Barracco.

[358] Già l’estate precedente i Massarenghi si erano temporaneamente trasferiti nel palazzo di Capodimonte.

[359] Difficile dire di cosa possa trattarsi. Unica traccia, quantunque di incerta rilevanza: l’autrice ha già impiegato due volte nel suo testo il quanto mai generico termine di “objets” e “petit objet” riferendosi a oggetti preziosi e gioielli. I Jeanselme sono forse dei gioiellieri, antiquari, o comunque collezionisti di oggetti preziosi o reperti antichi?

[360] Viene da pensare ad un’affezione cronica non gravemente invalidante, come la gotta o il diabete in forme benigne.

[361] Questa precisa indicazione ed altre che vi si aggiungeranno alla data del mercoledì, 18 maggio, completano il quadro delle notizie relative alla sistemazione abitativa della principessa Dentice e famigliari. Mentre i Del Vaglio sembrano abitare altrove e i Belgioioso si sono recentemente trasferiti – non sappiamo, peraltro, da quale precedente dimora –, i Frasso e i Bugnano abitano nello stesso palazzo della principessa Dentice che sembra poter essere il palazzo Carafa di Roccella, nella via dei Mille. I Frasso abitano sotto alla principessa, ignoriamo se al piano nobile o al pianoterra. Non sappiamo a quale piano abitano i Bugnano. L’appartamento della principessa non è grande. Ella ospita in questo particolare momento Chiara Gagliati e la baronessa Gudenau, il che la costringe a rifugiarsi nella camera della cameriera. 

[362] Il principe Ernesto Dentice di Frasso, Chiara Gagliati e la baronessa Gudenau.

[363] In francese: Mimine. Si tratta di Clementina.

[364] Come si ricorderà, la direttrice dell’istituto di Capodimonte.

[365] Misterioso personaggio presumibilmente francese.

[366] Vanno a trascorrere le vacanze estive lontano da Napoli, nell’interno del territorio, ma non necessariamente in campagna. Forse in qualche centro minore del Mezzogiorno in cui hanno delle proprietà.

[367] Località nei pressi di Orta di Atella (Caserta), in cui era certamente situata la tenuta di campagna dei Bugnano, ricordata alla data del 10 maggio.

[368] Ernesto Dentice, principe di Frasso, citato per la prima volta con il suo nome di battesimo.

[369] A quanto pare una questione di tasse, priva di relazione con quella degli onorari reclamati dall’architetto francese.

[370] Vari familiari di questa signorina, e precisamente il padre, un fratello e due sorelle, compariranno nelle pagine che seguono.

[371] Dentice.

[372] Nel repertorio tradizionale napoletano figura una sceneggiata dal titolo: Pulcinella e la sua famiglia

[373] La preparazione di gelati è pratica relativamente antica nelle regioni meridionali. All’uopo venivano raccolti in alta montagna discreti quantitativi di neve, poi conservati in appositi locali sotterranei detti “ghiacciaie”. Sorprende qui la denominazione del caffè napoletano citato, in anticipo di quasi tre quarti di secolo sulle prime iniziative politiche orientate ad un’unificazione statuale del continente. Si tratta però di un locale assai reputato e – possiamo addirittura dire – celebre, che dava sull’attuale piazza del Plebiscito.

[374] Dentice, c.s.

[375] Uomo politico e scrittore francese (1815-85), deputato dell’estrema sinistra alla Costituente del 1848 e all’Assemblea legislativa del 1849, è poi vissuto in esilio a Bruxelles e Losanna durante il periodo di dominio di Napoleone III. Dopo la caduta dell’imperatore, sarà nuovamente deputato e ambasciatore in Grecia.

[376] Ernesto è il principe Dentice di Frasso. Ignoro l’identità dell’accompagnatrice.

[377] Quando si dice la dipendenza!

[378] Dentice di Frasso.

[379] Del 1838.

[380] Sapevamo già che uno dei fratelli Pandola si chiamava Edoardo. Il nome dell’altro era Ferdinando.

[381] Maria Amalia del Vaglio, la madre del giovane, è – come ho a suo luogo precisato – una sorella di Antonio Dentice.

[382] Intendi: la settimana precedente, quella che con la domenica 5 giugno si è conclusa.

[383] Dello Statuto promulgato da re Carlo Alberto per il regno sardo il 4 marzo 1848, poi divenuto Costituzione del regno d’Italia.

[384] Piazza del Plebiscito.

[385] Ma si trattava solo di attraversare la piazza.

[386] Sembra di capire che l’estrazione avvenisse all’aperto, in piazza, certamente con grande concorso di popolo. I Massarenghi sono andati a godersi il pittoresco spettacolo dalle finestre o dai balconi di appartamenti del palazzo reale situati in ala diversa da quella della loro abitazione.

[387] La carica di intendente generale.

[388] Il cameriere.

[389] Dall’inizio della buona stagione gli impegni sociali dei Massarenghi si erano moltiplicati, imponendo ritardi generalizzati negli orari dei pasti.

[390] Ormai, con il caldo e le giornate che si sono allungate, si comincia ad andare a fare il solito giro a Posillipo non più il pomeriggio, bensì la sera.

[391] Non è in discussione qui la caratteristica di metropoli tra le più popolose del mondo che oggettivamente non si poteva non riconoscere a Napoli ancora nel secondo Ottocento. Louise si riferisce al clima vigente nell’ambito ristretto dell’alta società cittadina.

[392] Indicazioni che confortano la tesi della dimora della principessa Dentice nel palazzo Carafa di Roccella, in via dei Mille. Infatti, per tornare al palazzo reale da via dei Mille, a piedi o in carrozza, Louise doveva logicamente percorrere la via Filangieri, poi tutta la via Chiaia. Al termine di quest’ultima ha attraversato la piazza Trieste e Trento e si è soffermata davanti al San Carlo per verificare quali fossero gli spettacoli in programma.

[393] Nel palco stesso, si direbbe.

[394] Non sappiamo chi sia Albert. Potrebbe trattarsi del fratello di Louise.

[395] Louise ritiene o spera che la direttrice possa dimostrarsi più tenera di cuore del marito.

[396] Sappiamo che Bugnano aveva sposato una sorella di Ernesto e nipote di Antonio Dentice. Pertanto Antonio era per lui uno zio acquisito.

[397] Ma da altri passi sappiamo che, con questa espressione, la contessa intende verso le dieci del mattino.

[398] Nel porto.

[399] L’unità d’Italia non aveva ancora comportato, a quanto pare, la soppressione delle dogane interne.

[400] Al San Carlo e al teatro del Fondo.

[401] Ancora una volta troviamo Louise impegnata a far fare il suo ritratto in fotografia. Siamo alla fase conclusiva della coloritura o colorazione delle stampe in bianco e nero.

[402] Antonio infastidisce la moglie con le sue crisi di gelosia fuori tempo e fuori bersaglio. Ma, d’altra parte, Louise non può contare sul marito per salvaguardarla dalle attenzioni indesiderate.

[403] Per la prima volta la diarista perde il filo, saltando un periodo di sette giorni.

[404] Melodramma di Donizetti, del 1842.

[405] Dramma in cinque atti del friulano Teobaldo Cicconi o Ciconi, s.l.n.d. (ma 1862). L’autore, nato nel 1824, era stato un amico di Ippolito Nievo ed era deceduto nell’anno che precede questa rappresentazione napoletana, cioè nel 1863.

[406] Si tratta presumibilmente di concerti all’aperto nell’odierna Villa Comunale.

[407] La principessa Dentice e Chiara Gagliati.

[408] Il termine si riferisce all’onomastico. Ignoriamo come si chiamasse la giovane duchessa, ma il ristretto ventaglio delle sante celebrate tra il 13 (data del precedente resoconto) e il 21 giugno ci offre come nomi più probabili Cecilia (14 giugno) o Marina (18 giugno).

[409] In italiano nell’originale.

[410] Probabilmente più grande della memorialista.

[411] Nonostante la carica relativamente altisonante di Antonio, non sembra che i Massarenghi navighino nell’oro. Vari sono i passi del diario in cui spuntano preoccupazioni finanziarie, questioni di soldi, allusioni a debiti.

[412] Anche questo diviene un leitmotiv nella seconda metà del diario. La disciplina ferrea e quasi sadica fatta osservare dal signor Liebler, oggi, in Italia, ci fa rabbrividire. Teniamo presente tuttavia che il lassismo all’italiana in materia di educazione non è mai stato in auge in alcun altro paese civile del mondo.

[413] Grazie all’importo inviato dalla sorella di Louise, si suppone.

[414] Dentice di Frasso.

[415] Reale.

[416] D’origine.

[417] La villa Meuricoffre di Capodimonte figura tutt’oggi sulle carte topografiche di Napoli.

[418] Secondo e più significativo stacco di un mese e una settimana, che prelude alla definitiva rinuncia a fermare sulla carta ulteriori appunti diaristici.

[419] Quella della Riviera di Chiaia e di Posillipo.

[420] Si tratta ancora dei concerti en plein air della Villa Comunale.

[421] Notazioni ancora pessimistiche che continuano a tradire un momento non breve di depressione. Ma vedremo che a Capodimonte, presto, la vita sociale si rianimerà e Louise tornerà spensierata.

[422] Il lunedì, come poi subito vedremo.

[423] E che è invece, forse, il frutto di un rapporto extraconiugale della stessa duchessa.

[424] Avrei tradotto con il termine “disinvoltura”, più scorrevole in italiano. Senonché “franchezza” è una parola chiave della tradizione libertina francese del Seicento e ho ritenuto di non dover trascurare la coincidenza del suo impiego in questo contesto.

[425] La situazione della duchessa ricorda quella di Louise per quanto attiene al figlio irregolare. Assai diversi, invece, sono i destini delle due gentildonne, in quanto Antonio si guarderà bene dall’imitare la tempestiva uscita di scena del duca di Castelpoto. Diverse sono anche le psicologie e Louise, che serra a doppia mandata nel cuore il segreto del piccolo Luigi, rimane colpita dalla disinibita facilità con cui la duchessa non esita, invece, a raccontare i fatti suoi ai primi venuti.

[426] Qui veniamo a sapere che la corrispondenza con il tutore del figlio segreto è fitta, con messaggi frequenti da ambo le parti in causa.

[427] Ignoro l’esatta natura dei rapporti tra il Calenge e la famiglia Alexandre.

[428] Più probabile che l’ortografia corretta del cognome sia Schaeffer o Schäffer. Anche qui abbiamo a che fare con degli alsaziani, svizzeri, tedeschi o austriaci.

[429] L’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III.

[430] Il re imporrà le dimissioni del governo Minghetti in seguito alla repressione cruenta delle manifestazioni torinesi di settembre contro il trasferimento della capitale a Firenze, concordato con la Francia. Proprio il La Marmora formerà il nuovo governo (28 settembre), in cui sarà ministro della Giustizia un napoletano: Giuseppe Vacca.

[431] È il giorno, questa volta specificato in testa al capitoletto, in cui Louise scrive il resoconto dell’ultimo periodo. Per la precisione, è un sabato e la contessa rievoca l’accaduto a partire dalla precedente domenica. 

[432] Sembra che i piccoli, nei rispettivi istituti, non abbiano vere e proprie vacanze estive. Anche in piena estate continuano a tornare dai genitori solo per i fine settimana.

[433] Il 15 agosto è la festa di santa Maria Assunta, o dell’Assunzione.

[434] La missione a Parigi è delicata e il principe ereditario vi si recherà scortato non da giovani perdigiorno, bensì da esperti diplomatici. Certo, come ho segnalato in una precedente nota, Francesco De Renzis diverrà più tardi ambasciatore e senatore, ma nelle pagine vergate da Louise ci appare come un playboy dei più disinvolti.

[435] Titolo e dignità suprema del regno spagnolo a partire dai tempi di Carlo V (XVI secolo).

[436] Presumibilmente nata Aquino di Caramanico.

[437] Così, e cioè in maniera brusca e inattesa – quantunque preannunciata da alcuni buchi rivelatori di disincanto – chiude il diario. I molti fogli rimasti bianchi nel voluminoso album con legatura d’origine in cuoio e lucchetto incorporato in cui figura il manoscritto rendono poco verosimile una prosecuzione delle registrazioni su altro supporto, per lo meno in tempi brevi. Non è invece escluso che la contessa sia stata ripresa dalla smania di annotare le vicende della sua vita quotidiana in una fase seriore della vita. Ma tra le carte di famiglia del figlio spurio Luigi, poi del nipotino Giuseppe alias Lanza del Vasto, quindi del sottoscritto pronipote, solo questo lascito memoriale si è conservato.