La malaparata
(Vicende lussemburghesi - 5)
I
Fuori fa il solito freddo dannato. La neve è sparita dal centro delle carreggiate grazie agli spazzaneve e agli spargisale. Ma grossi cumuli sono rimasti e anzi si sono induriti e costituiscono ostacoli invalicabili ai bordi delle strade e lungo i marciapiedi.
Vado in ufficio in macchina e, per fortuna, la mia è provvista di un ottimo impianto di riscaldamento. Accendo la radio e ascolto programmi francesi, perché quelli tedeschi, con le loro musichette da fiera, sono insopportabili. Sistemare il veicolo nel parcheggio dietro al grattacielo di ventidue piani, detto alla francese «la Torre», non è da tutti in un giorno come oggi: gli iceberg di neve hanno ridotto gli spazi, le macchine sono tante e si sono piazzate alla meno peggio senza riguardi particolari. Risultato: non si trova posto e cercando altrove, nei viali, è ancora peggio. Alla fine salgo su un marciapiede e rimango lì, sperando di non beccarmi una multa.
Su, al quindicesimo piano, non si gela, fa anzi troppo caldo. Spingono la centrale termica a fondo. Tutti hanno visi smunti ed occhi dalle palpebre ancora pesanti. Il meno che si possa dire è che c’è poca allegria.
Entro nel mio ufficio e trovo sul tavolo vari documenti da tradurre: qualche pagina dal francese e dall’inglese, due corpose relazioni dall’olandese. Accendo il registratore e mi metto al lavoro. Sto chino, concentrato sull’originale, e (festina lente) traduco man mano. Sfoglio il dizionario, poi riprendo a dettare. Al di là dei finestroni che occupano tutta la parte alta della parete di sinistra: un cielo sconfinato, ma anche incolore e informe. È l’inverno lussemburghese.
II
Se si hanno colleghi che fungano da amici, alle dieci e mezzo si sale al bar in gruppo a bere un caffè. E intanto si parla del più e del meno, si discetta. Questi momenti di aggregazione e queste libere conversazioni sono meno distensivi di quanto immaginerebbero gli estranei.
La vita è una lotta per la sopravvivenza, ha stabilito qualcuno. E la vita in un ambiente di lavoro è in ogni sua particolare articolazione un’occasione di confronto ai ferri corti. Ci si cimenta, ci si misura, si compete. Lasciamo stare lo sfoggio gratuito di terminologia dotta e i richiami storici peregrini; anche colui che racconta la barzelletta del giorno, lo fa per dimostrare come sia più spiritoso, e altresì più sveglio, più animoso, più in gamba dei compagni.
I gruppi si formano ad excludendum alios o, per meglio dire, onde difendersi dai presunti alieni. Ma, all’interno di ogni compagine, poi, la competizione non è meno tesa, né meno implacabile. Si tratta di definire quali sono i leader e quali i comprimari: questi verranno protetti ed aiutati in ogni frangente, a prezzo, però, che sostengano a loro volta i colleghi più influenti per tutto quanto da loro dipenda; ogni comportamento deviante da tale linea sarà avvertito come defezione o tradimento.
Torniamo quindi alla solitudine del lavoro e ricomincia a svolgersi la monotona giornata del traduttore, che andrà avanti così con altre due pause simili alla prima, a mezzogiorno e mezzo e alle sedici. La sera, si può voler tornare a casa presto per dedicarsi al proprio studio personale. Ma passare ore e ore a soltanto tradurre e studiare non è piacevole, né sano. E guardarsi da soli la televisione nel salotto con i divani in pelle, d’altronde, non ti soddisfa e, anzi, aumenta l’angoscia da abbandono.
Così si cercheranno ancora le compagnie e si progetterà una cenetta in ristorante italiano o cinese, possibilmente in zona lontana dal centro europeo, che prometta spaesamento, contribuisca a scuoterci di dosso la legnosità di quel personaggio forzatamente indossato nell’ambiente di lavoro, sciogliere la maschera di cera seriosa e musona che si addice alle mansioni ufficialmente svolte, tornare almeno in parte ad essere noi stessi. In una stradina secondaria, dalle parti della stazione; giù al Grund, rione infossato e fantastico che conserva atmosfere dell’antica Lussemburgo; a Limpertsberg o sulla Route de Longwy.
Quella sera erano in una decina di commensali all’osteria dei Quattro, in una traversa dell’Avenue de la Gare. C’erano, con gli italiani, anche Gospelpiep, un olandese, e una segretaria irlandese, la Mc Ferlane. Attorno fervevano l’appetito e l’allegria scatenata, la petulanza, l’esultanza. L’unica sala del locale, alla quale si accede direttamente dalla strada, non è ampia. Gli avventori sono sempre tantissimi e conviene prenotare il tavolo. Camerieri e cameriere, da dietro il bancone e tra i clienti, parlano animatamente, prendono le ordinazioni, compiono con destrezza continue prodezze scivolando tra le sedie e i seduti smaniosi, scompaiono in cucina e riappaiono, volteggiando, con grandi pizze, piatti di pasta, di carni, di contorni e delizie da dessert. Birre e vini, in competizione, abbondano, straripano dai boccali e dai calici. Ma per la nostra brigata, nonostante la consuetudine del falso buon umore e il contesto rumoreggiante, questa volta non era aria.
Si era saputo nel pomeriggio dell’inaudita aggressione di cui era stata vittima la collega Annah Habentur in strada e in pieno centro di Lussemburgo. La Habentur era conosciutissima da tutti, anche perché sindacalista ed estremamente dinamica; ed era oltremodo apprezzata, perché splendida trentenne, gentile e affabile. Gli erano saltati addosso in due all’uscita della Banca Europea per gli Investimenti, dove si era recata per un colloquio con la dirigenza. Le avevano strappato la borsetta e tutti i monili: braccialetti, collane, orecchini. Nella fretta, l’avevano addirittura semispogliata, pestata, lasciata stesa a terra in mutandine e in una pozza di sangue. Certe cose non capitavano mai nel capoluogo dell’infimo granducato, in genere tranquillissimo e anzi, diciamolo, immerso in un beato torpore.
– Cos’è che non apri bocca? – mi chiedeva retoricamente la Bianciardi.
– Scusami. Sai, è questa storia della Habentur. Più ci penso e più mi dispiace.
– Beh, sì. È proprio una brutta faccenda.
– Dice che l’hanno ricoverata al Sainte-Elisabeth. Bisognerà andare a trovarla.
– Senza precipitarsi troppo, però. Perché figurati quanti funzionari avranno avuto lo stesso tuo riflesso e si appresteranno ad andarle a togliere l’aria, con cesti di frutta e mazzi di fiori.
– Di cosa parlate? – interloquì il batavo, che traeva vanto tra i connazionali di padroneggiare perfettamente la lingua di Dante.
– Del fattaccio. – accennò la collega, senza aggiungere specifiche. Era inutile, giacché tutti avevano ormai quel pallino in testa.
– Un’aggressione inqualificabile. Un’atto d’una viltà inaudita. E non ci si capacita che simili violenze vergognose possano essere disinvoltamente commesse in un paese ch’è il piccolo, prezioso, cuore della civiltà occidentale!
Insomma, i nostri non riuscirono, quella sera, a mascherare con i soliti lazzi e scoppi artificiosi di risa la tristezza della loro comune condizione. Ma neppure era il grigiore delle loro personali esistenze a rannuvolare gli animi. Tutti venivano richiamati a sé, alla realtà drammatica della vita, da quell’immagine di Annah picchiata e ferita, che li ossessionava.
IV
Manco a dirlo, dormii malissimo quella notte. E la mattina, in ufficio, fummo scossi da una seconda ancor più tragica notizia. A Bruxelles, era stato assassinato il Commissario all’industria Rogers.
Le polizie e gendarmerie si erano messe in moto. La Habentur, che non aveva mai perso conoscenza e che, oltretutto, non versava in condizioni gravi, fu subito interrogata. Disse che gli aggressori l’avevano assalita a viso scoperto. Erano due giovani di tipo, a suo dire, mediterraneo, tra i venti e i trent’anni, con capelli neri e riccioluti. Sarebbe stata capace di farne tracciare gli identikit? Ne dubitava, perché li aveva visti pochissimo, né presentavano segni particolari evidenti. Non avevano profferito la benché minima parola, per cui nulla si poteva dire delle loro voci, delle loro lingue o dei loro accenti.
A Bruxelles, il Commissario era stato freddato con due colpi di pistola, al cuore e in fronte, anche lui nel bel mezzo della strada. I testimoni oculari erano una quindicina. Ma in questo caso i tre assalitori avevano un fazzolettone nero che occultava loro il viso e, in testa, berretti anch’essi neri. I vestiti erano dei tipi più diffusi: jeans e giubbotti. Due impugnavano pistole e avevano sparato.
I fatti di violenza e di sangue erano collegati tra loro? Nulla, assolutamente, permetteva di asserirlo e neppure di ipotizzarlo alla lontana. Intanto, erano di assai diverso genere: l’uno – in definitiva – una semplice e banale aggressione a scopo di rapina, l’altro un attentato omicida. Poi erano avvenuti l’uno a Lussemburgo, l’altro a Bruxelles. Infine, anche le vittime avevano profili e un prestigio sociale tutt’altro che comparabili. Dopo tutto la Habentur era quasi una ragazza qualsiasi; né l’essere funzionaria internazionale, né l’avvenenza, le conferivano un’importanza sociale tale da farla emergere dalla massa indistinta dei comuni cittadini. Mentre Rogers era stato membro di uno dei massimi organismi europei; insomma uno di quei politici, sì imboscati e di secondo rango, ma pur sempre appartenenti ai vertici del potere.
Il collegamento nasceva spontaneamente negli animi dei colleghi, ma i servizi di sicurezza, certo, non inciampavano in simili trappole riconducibili ad un pressapochismo sentimentale, che è la filosofia spicciola dell’uomo della strada.
VI
Il bello dell’inverno e delle distese di neve nei campi e nelle aree cittadine inedificate, sistemate a giardini pubblici o lasciate allo sbando è, per i ragazzi, che si può giocare a pallate di neve o, meglio, darsi a pazze discese e gare d’incoscienza con gli slittini quando vi siano pendii sufficientemente inclinati, liberi e lunghi. Solo i bimbi più timidi, più sensibili e introversi, si divertono nei giardinetti privati e, magari aiutati dalle madri, a modellare pupazzi con una carota al posto del naso, due pezzi rotondi di carbon coke per occhi con attorno grandi occhiali privi di lenti, un vistoso cappuccio di lana rossa, una sciarpa verde prato e, negli abbozzi di mani, una scopa di saggina.
Lungo il costolone meridionale sempre in ombra del Grund che viene giù dal Boulevard de la Pétrusse si era accumulata una modesta, ma resistente, perché pressoché gelata, coltre di farinosa e i giovani scalmanati vi si slanciavano a precipizio con slitte acquistate o improvvisate, scaravoltandosi, ruzzolando, finendo allungati sul sentiero che costeggia il serpeggiante ruscelletto. Il traffico frenetico degli adulti era rimasto lassù, sui viali e sul cosiddetto viadotto i cui alti e massicci pilastri di sasso poggiavano poco più in là, sulla destra. Qui si poteva ridere e berciare a piacimento, si poteva vivere e respirare naturalmente, infischiarsene della buona educazione: era un’isola, o meglio caverna a cielo aperto, d’autentica libertà. Ciò nelle ore del doposcuola, s’intende, nei sabati e nelle domeniche.
Venerdì pomeriggio mi ero recato all’ospedale sperando di poter vedere Annah e dirle tutta la mia simpatia. Però, purtroppo, si era più che avverata la profezia della Bianciardi. Vi era una vera e propria ressa di colleghi nella hall dell’istituto sanitario. I candidati alla visita venivano bloccati al pianoterra. Su, c’era niente po’ po’ di meno che il Segretario Generale del Parlamento in persona e, a parte la problematicità di un’eventuale selezione tra gli aitanti volenterosi prestatori di conforto, i medici raccomandavano che non si stancasse la paziente. La migliore cura era, per i primi giorni, il riposo. Una quindicina di piante ornamentali da interni ed enormi mazzi di fiori di ogni genere, affastellati, erano stati depositati su un tavolone, in un angolo. E, al di sotto del medesimo, si intravedevano cesti di frutta e scatole regalo infiocchettate. Per me, ero venuto a mani vuote, solo per dire la mia buona parola e testimoniare alla sindacalista il mio spontaneo affetto. Comunque, mi toccò rinunciare e me n’ero poi andato a casa, mogio mogio.
Quel sabato mattina, sul tardi, avevo deciso di uscire, camminare per smaltire la delusione che mi velava l’animo, una malinconia che d’altronde s’impadroniva di me in maniera ricorrente. A forza di essere degli pseudo alti funzionari internazionali privilegiati non si era più buoni a niente: neppure ci lasciavano esprimere un cenno modesto di solidarietà ad una compagna in difficoltà!
E ora scendevo nel Grund dal lato nord, quello della cattedrale, intitolata alla Madonna degli Afflitti. Su quest’altro declivio, a scale e terrazze, battevano i raggi obliqui di un sole basso all’orizzonte, pallido assai, ma sempre sole, che istillava un tenue senso di gioia e quasi introduceva una traccia di colore, nel paesaggio nero, grigio e bianco. Guardavo i rametti risecchiti degli arbusti, che, ogni tanti centimetri, si spezzano in derivazioni ad angolo, in reti di ramoscelli esilissimi, e sembrano inverare come un canto che, nel contempo, sia di speranza e di disperazione.
Man mano che calavo giù, mi giungevano più distinti all’orecchio i vocii dei ragazzini colle slitte della pista selvaggia al di là dello stretto canale di scolo della Pétrusse, e ora, anzi, cominciavo ad adocchiare la gazzarra scomposta degli scatenati. Era un tripudio di una trentina di sguaiati. Venivano giù dritti o a sghimbescio e sempre all’impazzata, poi, trainando i loro veicoli, tornavano a salire la china per ricominciare. Una decina di genitori infreddoliti e immusoniti stavano in piedi senza parlarsi vicino alle panchine del giardinetto giochi, al di qua del ponticello. Muovevano le gambe e le braccia per riscaldarsi. Scuotevano la testa.
A un tratto, com’era da prevedere in quel bailamme, due slittini si scontrarono a mezza costa. Tre mocciosi ruzzolarono giù e subito due degli adulti si precipitarono a soccorrerli. I bambini sanguinavano dal naso e uno doveva essersi fatto seriamente male a una mano.
VII
Era la mia fortuna e la mia angoscia quella di non essermi sposato e di non avere figli. Il matrimonio costituiva una prospettiva che già di per sé mi aveva sempre messo paura. Il sesso va da sé ed è senza problemi nelle nostre società moderne. Perché mai accollarsi impegni, obblighi e condizionamenti che nessuno ci impone? Perché legarsi le mani? D’accordo, esiste il divorzio; ma è una fatica, un trauma e un mezzo suicidio, con gli interminabili tempi d’attesa, le procedure e i processi che si devono affrontare, l’ostilità della controparte e l’amarezza che ne consegue, gli alimenti da versare. E, ormai, tutte le coppie si separano, si dividono, litigano. I figli sono una costante preoccupazione. Tanto più che ce ne sfugge subito il controllo con il lavoro che ci tiene fuori casa, con la scuola che la sa più lunga di noi e ce li strappa, con la televisione e l’informatica che precocemente li introducono nello spietato mondo adulto. Temiamo che si facciano male, che vengano picchiati dai compagni, discriminati dagli insegnanti; che vengano istigati a disubbidire, a fare i furbi, a drogarsi. Temiamo di perderli e di non riconoscerli ancor prima che abbiano raggiunto la pubertà.
D’altro canto, però, l’indipendenza, l’autonomia, la mancanza di legami e dipendenze ci svuota, ci rende inutili. Viviamo con tutte le comodità senza una ragione. Dal «ponte rosso» sull’Alzette si buttano giù decine di persone, la metà almeno giovanissime, causa – in sostanza – l’estrema solitudine.
Daniele, ch’è sposato, non vuole però avere figli. Perché è un pentecostale e prevede imminente la fine del mondo. Anche questa, cui appartiene il mio amico barbuto, è una bizzarra genia.
VIII
Era ripresa la solita attività al Parlamento e macinavamo traduzioni di testi insulsi a decine di pagine, salivamo a bere il caffè al ventiduesimo piano, facevamo la fila alle mense all’una, tornavamo a volgere prose scorrette da lingua a lingua.
Verso la fine della settimana successiva si venne a sapere che la polizia belga, a conclusione delle prime indagini, aveva appurato che l’omicidio di Bruxelles era da addebitare ad una non meglio identificata organizzazione terroristica internazionale. Si cercava di saperne di più, si infiltravano gli ambienti della mala, ma si era convinti che gli uomini di mano fossero venuti da fuori e subito, con l’estrema facilità degli spostamenti che ormai connota l’Europa, fossero riparati nel Medio Oriente, in Africa o nell’America del Sud, e pertanto non si potesse ragionevolmente sperare di metter loro le mani addosso.
Riguardo al caso lussemburghese, i servizi del granducato lo avevano definitivamente registrato e, per così dire, archiviato quale mera aggressione a scopo di rapina. È noto che i delitti di questa categoria sono frequentissimi in tutt’Europa e, in particolare, nelle maggiori capitali e nelle grandi città. Vero è che Lussemburgo ne era rimasta fino ad allora immune. Ma ciò appunto consentiva alle autorità di lasciar intendere che i responsabili, certamente, venivano anch’essi da fuori, da paesi terzi, da paesi lontani, contestualmente ammettendo che un arresto era del tutto improbabile.
Insomma, riflettevo, i due casi – che, ovviamente, non dovevano avere nulla a che fare l’uno con l’altro – sarebbero rimasti inelucidati ed impuniti, a meno che, se si fosse creato un clima di pressioni da parte degli ambienti politici o della pubblica opinione, venissero acciuffati e incriminati per direttissima dei sospetti qualunque che non fossero stati poi in grado di dimostrare positivamente la loro estraneità agli eventi.
Così va il mondo: moltissimo fumo negli occhi e pochissimo arrosto. Ignavia, indifferenza, trabocchetti, sgambetti, e non è facile andarsene tranquillamente per la propria strada senza il costante soccorso degli angeli del cielo.
IX
Il Commissario di Bruxelles, liquidato senza spiegazioni da anonimi giustizieri del popolo, fu subito sostituito da una personalità danese di grande prestigio, un economista liberale illuminato, tale Bjorn, o forse Gorm, Zutphen-Kagenpup. Questi subito si fece notare azzerando tutte le recenti decisioni del suo predecessore e imboccando risolutamente una via contraria. Copiosamente intervistato dalle televisioni dell’intera Unione, si prodigava in dichiarazioni vacue quanto altisonanti in cui abbondavano e costantemente tornavano parole quali «democrazia», «libertà», «eguaglianza», «progresso», «benessere», «diritti e doveri», «valori». Quel che diceva incontrava consensi e sarebbe piaciuto, non fossero stati il tono severo, freddo, ed il patente complesso di superiorità che informava il discorso e che, indipendentemente dal presunto merito dell’argomentazione, colpiva lo spettatore come uno schiaffo in faccia.
Si seppe che la Habentur sarebbe stata dimessa nei primi giorni della settimana successiva e sarebbe subito rientrata in servizio. Avevo tentato di telefonarle in clinica dopo l’insuccesso della mia visita, ma non le passavano neppure le chiamate telefoniche. Fui felice di sapere che aveva recuperato e che l’avremmo avuta prestissimo tra noi.
L’inverno continuava ad imperversare. Non erano tanto le nevicate a indurre disagio, quanto le lastre di ghiaccio che si formavano sull’asfalto delle strade, spesso proprio in curva e nei tornanti, con il termometro che era sceso sotto ai meno dieci. Le uscite di strada, i tamponamenti erano all’ordine del giorno, in aperta campagna, ma anche in centro. Insomma, la situazione era tale che si esitava ad uscire di casa. In ufficio si era pur costretti ad andare, con tutti i rischi connessi. Ma quanto a recarsi in città a bighellonare, fare acquisti, bere qualcosa a un bar, vedersi un film, si tendeva a rinunciare.
Tuttavia, il giovane Bucaneve, un siculo che aveva fatto la scuola di lingue di Trieste e sempre parlava con ostentato accento settentrionale, volle sfidare gli dei e ci aveva invitato domenica sera a una cenetta nel suo appartamento della Rue des Glacis. Oltre a me, c’erano l’amico Zampa e tre femmine straniere.
La seratina pseudoinformale, pseudointima, aveva preso l’abbrivo con un aperitivo che avevamo sorbito da seduti in ordine sparso sui canapè. Mi stava a fianco una nordica stagionata, con cui dovevo fingere di conversare vivacemente del più e del meno in inglese. Poi si era passati a tavola ed era stato servito un pasto preparato dal Bucaneve con l’aiuto delle due inglesine doc.: consommé, scaloppa al limone con contorno di cavolfiore, torta di carote con panna, caffè e ammazzacaffè. La stanza che fungeva tanto da salotto quanto da sala da pranzo era di comode dimensioni e arredata non senza un certo sfoggio, quantunque poveramente. Il giovane aveva creduto bene di piazzare il mobiletto a rotelle con il televisore a poca distanza dalla mensa, d’angolo, di sbieco, e, ovviamente, di tenerlo acceso con il sonoro in sottotono durante l’intera durata del convito. Io avevo l’apparecchio proprio quasi davanti e faticavo a non lasciarmi incantare dalle immagini luminose in continuo movimento sullo schermo. Gli scambi di complimenti e insulsaggini in inglese tra i commensali erano resi del tutto problematici dal brusio che comunque proveniva dallo scatolone magico.
Cominciai presto a non vedere l’ora che calasse il sipario su quella commedia e, invece, eravamo tornati a sprofondarci nei divani e il convegno si protraeva. Ebbi l’impressione che il siculo e le forestiere vi si abbarbicassero strenuamente come ad un canotto di salvataggio o a un salvagente nel cuore della notte; che si accanissero a scongiurare il momento del commiato, allorché ciascuno sarebbe stato nuovamente abbandonato a se stesso senza sapere che fare, a che santo votarsi per superare l’angoscia esistenziale.
Zampa sparava sentenze, visibilmente godendo di quella che giudicava essere la sua indubitabile superiorità culturale rispetto al branco dei disgraziati comuni. La Rasmussen mi si accostava sempre più aderendomi al fianco con la calda coscia e nel contempo sogguardandomi con espressione di pietoso sconcerto, labbra turgide e cornee luccicanti. Ero stanco e decisamente seccato, non capivo più neppure cosa mi chiedesse e le rispondevo evasivamente, a caso.
X
I suoli ghiacciati, le temperature così severe impedivano forse, o scoraggiavano, il training fisico all’aria aperta, il jogging nei parchi e nei boschi dei fanatici salutisti? Ma no, gli adepti di quelle cure autogene a base di corsette forzate sono troppo testardi. E i lussemburghesi, a loro volta, sono troppo spavaldi per lasciarsi intimidire dalle intemperie. C’è chi corre per mantenersi in forma, chi per potenziare la muscolatura degli arti inferiori, chi per dimagrire. E al Bambusch era tutto un brulicare di questi sportivi saltellanti, solitari o in piccoli gruppi, i quali davvero – mi venne da pensare – sciupavano il quadro della natura rigenerante ch’ero venuto a cercare per rifarmi una salute e ritrovare un minimo di equilibrio mentale.
A ben considerare, però, anche a prescindere da quegli indesiderati guastafeste, la stessa vista del bosco di per sé non aiutava un’anima in pena. Quanto ad essere romantica, lo era nel senso più deteriore. Molti erano i grandi alberi del tutto spogli e come morti. Altri, delle sorte di pini o di abeti di un tipo particolare, erano ammantati d’un verde cupo e spento, qua e là quasi grigio rossiccio, che dalle cime dirupava a falde. Il terreno, ondulato con costanti affossamenti, non era dappertutto innevato; emergevano lacerti di terra scura e umida su cui residui di foglie e di rami marcescenti stendevano una marmellata nerastra.
Mi imbrattai le scarpe. Alzati gli occhi, mi accorsi che il cielo, già fuligginoso e pesante, andava assumendo toni da fine del mondo. Volli tornare indietro, ma la cupola superna fu subitamente squarciata da lampi tentacolari e risuonarono tuoni paurosi. Cominciò a grandinare fitto, mentre affrettavo il passo. Mi rifugiai in una specie di spaccio di bibite in cui servivano solo caffè e coca cola. Presi un caffè, lunghissimo in tazzona da quarto di litro, che sapeva di brodaglia amara. Lo zuccherai abbondantemente e mandai giù con rassegnazione. Appena smise di grandinare mi precipitai alla macchina e me ne tornai a casa, solo e triste come un cane bastonato.
XI
C’era stato un terremoto disastroso accompagnato da maremoto in Asia. Aveva colpito l’India orientale, la Birmania, la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia. I morti e i dispersi erano centinaia di migliaia e tra di essi figuravano anche non pochi turisti europei. In tutti quei territori regnava per lo più un atroce disordine, complicato da problemi politici e conflitti locali. Città e villaggi costieri erano stati spazzati via dalle onde anomale. Le reti stradali, già deficienti, erano state in buona parte interrotte o distrutte dalle scosse sismiche. Le vie ferrate erano del tutto inagibili con interi spezzoni di binari divelti. Gli ospedali ed ambulatori rimasti in piedi erano rari e difficili da raggiungere per le popolazioni traumatizzate, rimaste senza tetti e in molti casi senza più famiglie, né parenti.
Non si parlava quasi d’altro in Parlamento. In tutt’Europa venivano prese iniziative pubbliche e private di soccorso e anche nell’ambito dell’Unione europea fervevano le riunioni, le consultazioni, i consigli. In traduzione giungevano centinaia di interpellanze, di proposte di risoluzione accompagnate da voluminose motivazioni, in francese, in inglese, in tedesco, in olandese, in danese, in greco. Paradossalmente, in un frangente tanto tragico in cui si sarebbe voluto avere tempo per riflettere, meditare, condolersi o magari maturare decisioni personali, non si aveva invece il tempo di fiatare. Bisognava tradurre e tradurre parole, frasi fatte, espressioni convenute e magari ambigue oppure librantisi in un ambito di slanci ideali, di generosità teorica, più lirici che altro.
Quel notizione clamoroso e così opportunamente catastrofico, oltretutto, respingeva nell’ombra e affossava ogni altra novità. Ad esempio, si era saputo che il Kagenpup, a Bruxelles, aveva bloccato gli aiuti al progetto di oleodotto attraverso il Tadzikistan, il che rilanciava l’ipotesi di un percorso alternativo attraverso il Turkmenistan e rendeva necessari preventivi accordi ufficiali e informali con l’Iran.
Annah Habentur era tornata in ufficio, ma rimaneva irraggiungibile, tanto fisicamente quanto telefonicamente. I colleghi continuavano ad assediarla e, inoltre, si era trovata una montagna di lavoro arretrato da smaltire. Un’ignota segretaria rispondeva al suo numero interno annunciando seccamente che madame Habentur era troppo occupata.
XII
Approfittai della prima giornata un po’ più clemente, un sabato, per una gita distensiva in macchina. Con Zampa e Bucaneve, la Bianciardi e due segretarie decidemmo di fare un salto a Thionville, poi semmai a Reims. Ovviamente, partimmo in due macchine. Bucaneve e la Forestelli salirono sul veicolo del primo. Gli altri presero posto nella comoda Lancia Tema di Zampa.
Nella vicinissima, ma già francese, Thionville c’era il mercato. Deambulammo tra le bancarelle che vendevano un po’ di tutto, ma sulle quali, in quella stagione, verdure e frutta scarseggiavano. C’erano cavoli, endivia bianca di Bruxelles e diverse casse d’arance d’importazione. Ci spingemmo fin nel centro costituito da una piazza su cui prospetta una torre altomedievale e da cinque o sei strade. Entrammo in un bar e ordinammo cioccolate calde per sfuggire al solito scotto del caffè tipo brodo di pollo.
Proseguimmo, effettivamente, per Reims, perché a Thionville c’era solo da annoiarsi. La strada non era breve, questa volta. Noi eravamo ormai meno addormentati e si annodarono le conversazioni.
– Dico io: ma ti rendi conto quei poveri disgraziati delle spiagge turistiche thailandesi e indonesiane rimasti da un giorno all’altro senza familiari, senza una casa, senza lavoro, in paesi totalmente distrutti dalla bufera, dal sisma, dal maremoto… –, faceva la Bianciardi.
– Io penso soprattutto ai tantissimi morti senza colpa! –, incalzava la Roccapadula – Ai bambini rimasti senza genitori, alla miseria che attanaglia anche i poveri superstiti.
– Queste calamità sono come le guerre –, proclamava l’amico Zampa, alla guida dell’auto –: valvole di sfogo che permettono all’umanità di riequilibrarsi, di rigenerarsi, che mitigano i folli effetti della spirale demografica.
Le campagne attraversate erano tutt’altro che pittoresche. Reims è mesta e squallida come tutte le città, e ancor più le cittadine, del nord-ovest europeo. Un solo monumento la riscatta, e alla grande: la splendida cattedrale gotica, in cui sono stati consacrati per secoli i re di Francia. Già l’esterno del tempio suscita impressione, con le sue possenti torri ai lati della facciata in cui s’incastona un gran rosone. Contribuiscono a destare emozione la grana e i colori dell’antica pietra, rosata e gialla, ma densamente patinata da veli, macchie e colate nere. L’interno è maestoso e taglia il fiato ai chiacchieroni. Ci si siede su una panca di legno, ci si guarda intorno, il senso del sacro si impone all’animo più laico. Ci si ricorda della fede e di cosa sia stata la religione.
Uscimmo di lì frastornati. Le ragazze non capivano perché quei maschiacci sempre tanto disinvolti, ridanciani e pronti al sarcasmo, fossero d’un tratto divenuti taciturni. Riparammo in un ristorante. Ma la cucina francese o è esageratamente sofisticata, o è un vero schifo. E, qui, era uno schifo. Presero bistecche al pepe e si ricordarono di ben precisare che non volevano pasta scotta per contorno, dato che, nell’Esagono che si prevale dell’emblema del galletto, gli spaghetti sfatti accompagnano di prammatica la carne, come il riso il pesce. E chiesero vino rosso di Bordeaux in bottiglia. Tant’è: le patate fritte in olio di semi che avevano sostituito la pasta diedero loro bruciori di stomaco. Il caffè, per quanto si fosse insistito affinché si avvicinasse ad essere caffè, risultò imbevibile.
La Bianciardi voleva che si approfittasse dell’occasione per acquistare champagne, dato che Reims è il capoluogo dell’area di produzione. Ma i negozi riaprivano non prima delle quattordici e trenta, forse più tardi. Né Zampa, né io, avevamo voglia di aspettare un’ora, magari aggirandoci come disperati per quelle strade monotone. E, d’altronde, lo champagne andava bene per eventuali regali, ma noi eravamo italiani, non fini diplomatici, né signorine. Certi vinelli spumanti sono d’obbligo nei ricevimenti in abito scuro. Noi, che rifuggiamo dalle occasioni mondane troppo fasulle, brindiamo a barolo, barbera d’Asti, refosco, chianti rosso, fermo e di buon corpo.
Così, risalimmo in macchina e rientrammo alla base.
XIII
Si seppe che i conservatori del museo di Lussemburgo, ritrovata nei depositi una gran tela che non era mai stata mostrata al pubblico e di cui, in pratica, s’ignorava la stessa esistenza da quanto era stata da sempre trascurata, l’avevano inviata a Parigi per farla restaurare e stimare. Si era, così, scoperto che trattavasi niente di meno che di un Rosso Fiorentino. Tornato dalla Francia, il pezzo era ora esposto nella hall della Kredietbank del Boulevard Royal, che aveva finanziato l’operazione di recupero.
Un pomeriggio, sul tardi, ci recammo a vederla, con Zampa e Chiodini, un suo accolito della contabilità. Ebbi, devo dirlo, un vero tuffo al cuore nell’imbattermi a tu per tu con quell’autentica testimonianza d’italianità. La tela era poggiata su un cavalletto piuttosto basso. Faceva oltre un metro d’altezza e quasi altrettanto di larghezza. Era dipinta con pennellate ricche d’un olio grasso nei panneggi e sul fondo, mentre le carni erano in toni chiari, delicati. Rappresentava Bacco e Venere con due putti, di cui l’uno, in alto, dietro le spalle di Venere, era un fauno, l’altro, in basso tra i due protagonisti e inquadrato di posteriore, era l’amore. I visi di Bacco e di Venere erano convenzionali e poco significativi. Quello del fauno pareva una copia di volto d’angioletto d’altro maestro. E, nel complesso, la figura più parlante era quella del giovane ermafrodito prono, che, cavalcando a rovescio un leone accucciato, si volgeva all’indietro con espressione tra il delicato e lo spaventato e figurava l’amore. Più dei dettagli, però, colpiva sulle prime la composizione che tanto sapientemente riempiva l’intero specchio del quadro. Poi captavano l’adesione dello spettatore i colori caldi, ben dosati. Si rifletteva che Venere era una giunone d’altri tempi, con un bacino e cosce enormi, tali da squalificarla senza appello in moderni concorsi di bellezza; che era pesantemente seduta su un grande vaso istoriato in posizione obliqua e instabile, il che era un dato barocco del tutto irrealistico; che gli organi sessuali maschili tanto di Bacco, quanto del Fauno, erano stati ritoccati, poi recentemente restaurati, ma in modo poco convincente. Però queste constatazioni non sminuivano il piacere genuino e profondo dell’incontro di quell’opera nel paese incolto, disumano e senz’anima in cui vivevo da molti anni. Era una traccia d’oasi nel deserto, una chiara dimostrazione dell’esistenza di dimensioni di salvezza nel cuore dell’uomo.
Uscendo, poi, dall’atrio della banca, ci separammo. Zampa e Chiodini si recavano ad un convegno gastronomico del loro club di raffinate forchette. Io, lasciata la macchina dietro all’Hôtel Royal dove l’avevo già parcheggiata, mi incamminai per la Grand-Rue e la percorsi tutta. I negozi chiudevano, le vetrine spegnevano le luci. C’era poca gente in giro. Proseguii lungo il tornante della Rue du Marché aux Herbes e presi a sinistra verso il museo. Anche questo, ormai era chiuso o in procinto di chiudere. Ma la mia mèta era la birreria Am Fëschmaart, un locale solitario, fuori da tutti i circuiti anche perché difficile da reperire nel suo viottolo pedonale defilato e che, dal lato opposto all’entrata, si affaccia sulla depressione di Pfaffenthal. È una mescita tradizionale, della vecchia Lussemburgo. Vi si può bere birra alla spina, ma anche consumare altre bevande e l’immancabile, immondo, caffè nordico. C’è subito il banco, poi, a destra, una saletta con tavoli che, d’estate, si apre su terrazze verdeggianti esposte a oriente. Le pareti sono per buona parte coperte da piastrelle colorate. Mi aveva sempre affascinato per la sua originalità e la sua estraneità ai circuiti comunitari. Mi ci rifugiavo di quando in quando a rimuginare i miei pensieri.
Presi un boccale di bionda e mi avviavo a un tavolo, quando, seduta ad un altro, riconobbi, benché di schiena, la nostra beneamata Annah.
– Annah!… – Feci con trasporto.
Lei, sulle prime, sussultò e si mostrò non troppo lieta di essere stata rintracciata da uno dei rompiscatole delle istituzioni.
– Annah! Ti ho tanto cercata. Ho voluto vederti in clinica, poi ti ho telefonato cento volte in ufficio, ma non mi hanno mai passato la comunicazione. Come stai? Come stai, povera Annah?
– Ciao, Africano. Sto bene. Sì, è stata un’esperienza davvero spiacevole. Ma ora sto benone.
– Capisco, non vuoi vedere nessuno. Ti sei venuta a rifugiare in questo posticino che nessuno conosce per non startene a casa proprio da sola, ma anche per sfuggire alla compagnia forzata di tanti importuni. E io, pur senza intenzione di arrecarti disturbo, ti guasto però questa parentesi di serenità.
– Ma no, che dici? È vero che sto sviluppando un vero complesso da inseguimento delle folle, che cerco di sottrarmi alle curiosità indebite, ipocrite e asfissianti dei colleghi. Ma tu, lo riconosco, sei sempre stato un amico genuino. Non hai certe fisime per il capo. Con te si può conversare e scherzare normalmente. In fondo, sono contenta di vederti.
– A quali fisime ti riferisci?
– Che vuoi, tutti questi imbelli di colleghi sembrano avere vissuto attraverso me e per interposta persona l’emozione della loro vita. Non fanno mai niente, non capita loro niente. E, d’un tratto, ecco che una che frequentano quasi quotidianamente, che lavora con loro, che conoscono, insomma, benissimo, viene aggredita per strada, malmenata, derubata. Fantastico! Non riescono più a pensare ad altro. E vogliono conoscere tutti i dettagli, poter rivivere nell’immaginazione la scena: com’erano gli aggressori, che faccia avevano, se erano energici e muscolosi? Se mi hanno rivolto la parola, se mi hanno strattonata, schiaffeggiata? Come sono finita a terra, se mi ci hanno spinto o sbattuto loro, se hanno infierito su di me con calci all’impazzata? Come mi sono fatta le ferite di cui hanno letto nella stampa? Se ho perso molto sangue, se è vero che, quando è sopraggiunta la macchina della polizia, mi hanno trovato nuda in una pozza di sangue.
– Insomma, pagherebbero mezzo mese di stipendio per poter essere stati sul posto al momento del fattaccio, con tanto di apparecchio fotografico o cinepresa!
– Esattamente. E, forse, non sarebbe loro neppure bastato. Sognano, maschi e femmine, di poter aver subìto le stesse percosse e soprattutto di essersi potuti sdraiare con me in abito da adami ed eve in un mare di sangue.
– Dei veri mascalzoni, dei nevrotici!
– E, oltretutto, degli imbecilli.
– Ma tu, stai proprio bene ormai? Hai superato il trauma psicologico?
– Come vedi, dopo quello devo affrontarne un altro. Perché non è cosa da poco neppure riaversi dalla selvaggia cretineria di una massa di centinaia di falsi premurosi.
– D’accordo. Forse, però, una mezza cura e un mezzo riparo potrebbe anche essere non d’isolarti, ma di accompagnarti con qualche amico fedele autentico.
– Hai ragione. Mi sto isolando troppo. Sono contenta di averti incontrato in questo posto emblematico, che non frequenta nessuno.
XIV
L’Iran aveva fatto sapere che non intendeva affatto bloccare, né ridurre, le proprie attività di sviluppo della risorsa nucleare, a fini civili e di pace beninteso. Gli USA tempestavano e sbraitavano all’ONU che, invece, lo Stato asiatico puntava a dotarsi di quella bomba che loro, già due volte, nel 1945, avevano sganciato sul Giappone. E non ne avevano il diritto, non bisognava permetterglielo, era stata firmata a suo tempo una moratoria internazionale. Giù le mani dall’atomica! Non si doveva accettare la proliferazione dei paesi che se ne andavano munendo. Certo, in Asia già tre potenze avevano provveduto e altre non avrebbero tardato ad imitarle. Ma questo processo doveva essere il più possibile ostacolato e, all’Iran, andavano notificati altolà incondizionati. Bisognava fare la voce grossa. Gli Stati europei erano vivamente esortati ad unirsi al coro censorio.
Ma gli americani si erano già impelagati in assalti all’Afghanistan, poi all’Iraq, che chiaramente, se non altro a posteriori, erano risultati improvvidi e in amplissima misura fallimentari. Un attacco militare USA all’Iran era del tutto inverosimile dopo i due precedenti mezzi buchi nell’acqua, con l’esercito ancora impegnato in Iraq e con la reazione ostile già delineatasi nell’opinione pubblica interna. L’Europa ascoltava il grande fratello americano, semmai, con un orecchio solo. E, nonostante la sua proverbiale bellicosità e la disponibilità dell’arma atomica, Israele non sarebbe bastata da sola per sgominare l’antica Persia. Forte delle debolezze dei potenziali nemici, l’Iran non solo andava imperterrito per la sua strada, ma anche esercitava sui paesi vicini e sull’Europa pressioni, che in certa misura meritavano riscontro.
Così, ad esempio, era certo che, se l’Unione doveva farsi paladina e garante della costruzione del già ricordato oleodotto in Turkmenistan, si rendevano necessari specifici patti che escludessero il rischio di colpi di mano o bombardamenti iraniani sul condotto destinato a correre a poco più d’un centinaio di chilometri dal confine. Si trattava di rendere possibile l’esportazione del petrolio dell’Asia centrale verso la Russia, ma quest’ultima, se sostenuta, si era dichiarata pronta a compensare l’Europa con approvvigionamenti di gas a prezzi scontati. L’Iran si sarebbe avvantaggiato di un condotto così vicino al proprio territorio e avrebbe chiesto di raccordarvi pipeline per esportare anche il proprio greggio verso il paese del nord amico.
Ma perché il neocommissario Kagenpup aveva inopinatamente deciso di favorire quest’ipotesi di percorso, fino ad allora scartata, in luogo di quella che prevedeva l’attraversamento di altre regioni asiatiche più facilmente controllabili e che, intercluse e prive di risorse industriali, avrebbero tratto notevole beneficio da questi impianti, non foss’altro in termini di royalties da percepire? Perché, oltretutto, far l’interesse esclusivo della Russia a scapito di possibili derivazioni future verso l’India o la Cina?
Mi portarono da tradurre un’interrogazione in olandese sgrammaticato che poneva, appunto, questi quesiti. Sarebbe stata presentata in Parlamento nella tornata in programma tra una decina di giorni.
XV
Ogni tanto a casa, la sera, chiamavo l’Italia. Che tempo faceva, come andavano le cose, quali erano le novità? Mia sorella, gli amici, mi rispondevano che quel giorno pioveva o che c’era il sole, che la vita era cara e c’era poco lavoro, ma io li avvertivo all’erta, vivaci, sostanzialmente felici. Non riuscivo mai a dilungarmi al telefono, perché, a sentire così presente il paese, quella realtà che avevo un malaugurato giorno abbandonata, mi veniva il magone.
Salutavo, mettevo giù, andavo in cucina a prepararmi un piatto di spaghetti al sugo, tornavo in salotto e accendevo il televisore, inizialmente solo per ascoltare le notizie. Poi, dato che comunque non avevo altro da fare, guardavo un film o qualche programma culturale: tavole rotonde politiche, incontri d’intellettuali.
La notte, era difficile dormire con i crucci del giorno, ma soprattutto con tutta quella solitudine senza orizzonti. Mi dicevo che la mia vita era un viaggio in tram senza capolinea.
Ritrovare l’indomani l’ufficio, la routine, la mediocrità dei colleghi, era quasi una consolazione. Posticcia, ma efficiente. Aiutava a mantenersi in equilibrio, a non uscire di testa.
Zampa e Spiri erano fascisti in pectore. Avevano avuto ambedue zii morti colla camicia nera in Spagna all’epoca della guerra civile. Garganti era un comunista opportunista. Si era iscritto al partito quando l’Italia intera credeva nel compromesso storico e nell’imminente sorpasso, poco più di dieci anni prima del crollo del muro di Berlino. Macchiette, tutti quanti. E chi fosse stato più in umore si sarebbe potuto divertire ad osservare e a provocare reazioni scomposte. A mettere in scena teatro dal vivo.
Ma la sofferenza di vivere in quel paese era troppa. Venivano a mancare le forze dell’iniziativa.
XVI
Con Annah, ci eravamo dati appuntamento. Un sabato pomeriggio, andammo insieme a vedere un film, poi ci facemmo una pizza.
– Non capisco, però, perché mai quei malandrini si siano tanto accaniti su di te. Che bisogno avevano di picchiarti? Potevano accontentarsi di portarti via la borsetta con i soldi.
– Ma io non la mollavo.
– Perché? Te l’avrebbero presa comunque. Tanto valeva che tu la lasciassi andare e buonanotte.
– Il fatto si è che non c’erano solo i soldi e i documenti personali.
– No?
– No. Uscivo dall’ufficio del direttore della BEI, che mi aveva consegnato l’impegnativa al finanziamento dei lavori per l’oleodotto in Tadzikistan.
– L’impegnativa? E tu che c’entravi?
– Era stato il Commissario Rogers a farmi chiedere di andare a prendere quella carta. Dovevo andare a Bruxelles il lunedì successivo e gliel’avrei portata laggiù.
– Dici sul serio? E alla polizia lussemburghese lo hai fatto presente?
– Si capisce, ma non mi hanno dato ascolto.
– Roba da non credere! Il Commissario è stato assassinato l’indomani e non si è creduto di poter mettere in relazione le due aggressioni nonostante questo dato dell’impegnativa!
– Forse si preferisce sorvolare.
– Già, forse a qualcuno non fa comodo che s’indaghi veramente. Ma direi che dovresti reagire.
– Reagire? – Annah rise: – reagire, dici? Ma perché? Contro chi? E per ottenere cosa?
– Per ottenere che salti fuori la verità e che i mandanti di queste operazioni terroristiche siano puniti.
– Figurati! Se la polizia neppure mi ascolta, neppure si cura di me. I mandanti, se ce ne sono, saranno persone o organizzazioni potenti. Avranno avuto le loro ragioni. E noi non siamo nessuno.
– Esageri, Annah. D’accordo: noi non contiamo gran che e nessuno ci fila. Siamo vasi non di coccio, ma di cristallo. Però viviamo in regime democratico, vivaddio! Non possiamo accettare che cospiratori, terroristi ed assassini la facciano franca. Non possiamo girare la testa dall’altra parte, e tanto meno quando siamo stati personalmente coinvolti in una vicenda di dirottamento forzato di decisioni politiche e, addirittura, di sangue.
– Guarda che quel plurale è del tutto abusivo. Solo io sono stata coinvolta, semmai; non certo tu. E non spetta a te decidere al posto mio.
– Certo. Se parlo così, è perché mi rivolgo a te da amico. È ovvio che tocca a te decidere di rivelare questa circostanza dell’impegnativa, se non lo fa il direttore della BEI.
– Appunto, il direttore della BEI, lui, non apre bocca. Ed è persona che verrebbe subito ascoltata. Avrà pure le sue buone ragioni?
– Avrà le sue ragioni. A priori direi, però, che non possono essere tanto buone. E, qualsiasi cosa decida o non decida lui, tu non dovresti esitare a muoverti.
– Ma muovermi in che modo? Più che informare la polizia, non vedo cosa potrei fare. Vuoi che mi rivolga al nostro direttore generale del personale, al segretario generale del Parlamento?
– I superiori potrebbero non darti retta.
– E allora?
– A Bruxelles, ho una cugina giornalista. Scrive su «La libre Belgique» e si è specializzata negli scoop scandalistici. Se le diamo in pasto una notizia del genere, provochiamo un quarantotto.
– Dici?
– Lo credo. Quando i pubblici poteri non fanno il loro dovere, quando latitano o deviano da quelli che sono i loro compiti, l’unico appiglio valido è la stampa. Se sei d’accordo, le telefono e la informo. Forse vorrà parlarti direttamente, sentire la verità dalla tua propria voce.
– La prospettiva di salire così alla ribalta mi fa un po’ paura, devo dire. Ma, se pensi che la stampa possa tener presente quanto le dirò e far partire le indagini che i servizi di polizia sembrano volersi risparmiare, proviamo.
XVII
Altre due interrogazioni relative all’inversione di marcia bruscamente indotta dal Commissario danese, una in francese e una in tedesco, erano giunte in traduzione. Ancora non si svegliavano i deputati del Regno Unito che però, data l’appartenenza nazionale del Commissario defunto, sarebbero stati ben più insistenti nelle richieste di spiegazioni una volta partito l’ingranaggio.
Bucaneve, credendo che ci si potesse improvvisare da un giorno all’altro pittori, aveva spalmato dei blu e arancioni su una tela onde decorare il suo salotto che già conosciamo. Si trattava, a suo dire, di una marina. In basso, alcuni sberleffi di bianco di zinco volevano figurare la spuma delle onde che s’infrangono in prossimità del litorale. Aveva insistito affinché gli venissi a dare un parere a casa. Non ero riuscito a togliermelo di torno e, pertanto, avevo finito coll’acconsentire. Gli consigliai di forzare un po’ con il vermiglio laddove aveva voluto mettere il sole e di inserire qualche tocco di cinabro nell’acqua a mo’ di riflesso. Inoltre, forse, non avrebbe dovuto lasciare tutta quella superficie azzurra inabitata: era il caso che abbozzasse qualche piccola imbarcazione, eventualmente a vela, per rompere la monotonia.
Zampa scriveva un trattato De Sphyga, con cui intendeva illustrare la nostra sventurata condizione di funzionari avulsi dalla realtà e soccombenti all’onere dei presunti privilegi. Sostanzialmente, non potevo dissentire dai suoi amareggiati giudizi, che però, fosse stato in me, avrei espresso in termini meno astrusi e più accorati.
La Bianciardi mi teneva compagnia al bar, poi alla mensa. Si parlava del più e del meno, ma del meno assai più che del più. Tuttavia, mi era simpatica. Mi piaceva la sua spontaneità, la sua semplicità. Doveva esser stata carina e aveva conosciuto giovanissima l’uomo della sua vita, in Italia. Per lui, aveva sacrificato tutto, dimenticato tutto, trascurato tutto. È vero, si era laureata, ma poi era rimasta una casalinga per anni. Era stata incinta due volte e due volte aveva abortito. Un giorno, il fusto che idolatrava l’aveva scaricata e lei aveva tentato il suicidio. Ora era una donna matura, senza illusioni e persino spiritosa, talvolta. Ma, non so perché, avevo ritegno a confidarmi con lei, non le parlavo mai dei miei problemi più intimi o più sentiti.
XVIII
Martina van Divloet, al telefono, quasi svenne dal piacere quando le accennai della faccenduola. Dopo un profondo silenzio, esultò, si mise a strillare che ora glielo avrebbe fatto vedere lei a quei poliziotti incapaci e codardi, a quei gran collettoni bianchi che più bianco non si può: campioni d’ipocrisia, imbroglioni, approfittatori, assassini! Finì che fui io a spaventarmi. Si desse una calmata, non partisse così in quinta. Per ora si trattava solo di indizi che erano stati trascurati. La cosa era grave, sì, ma entro certi limiti. Non era forse il caso di cominciare subito a stracciarsi le vesti.
Disse che lei se ne intendeva di queste inadempienze, di questi insabbiamenti. Che subodorava, nel caso specifico, cose grosse.
Voleva incontrare Annah e sarebbe venuta a Lussemburgo apposta con un fotografo. Però, sin d’ora e senza indugio, avrebbe fatto uscire un primo pezzo e aperto le ostilità.
Due giorni dopo, usciva su «Le Soir», in prima pagina, un suo articolo dal titolo: Implicazioni politiche della costruzione di un oleodotto. Il fatto che le avessero concesso di comparire in pagina maestra del quotidiano belga più letto a Bruxelles la diceva lunga sul credito che avevano subito riscosso presso i responsabili di testate le tesi da lei, non già esplicitate e difese, ma per ora solo abilmente insinuate. Il pubblico non si sarebbe fatto pregare per seguire a ruota. In sostanza la cugina richiamava l’attenzione sui problemi connessi alla scelta del tracciato del pipeline in Oriente. Quindi spostava il riflettore sui due fattacci di Bruxelles e di Lussemburgo e rivelava che vi era tra i due una connessione, da ravvisare nel furto delle impegnative della BEI. Per il momento si asteneva dall’infierire sui responsabili delle indagini, sollevava però primi quesiti in ordine all’improvvisa, quanto inaspettata, decisione del Commissario Zutphen-Kagenpup. Si capiva che l’articolo sarebbe stato il primo di una nutrita serie. E a due o tre giorni di distanza anche altri professionisti della carta stampata e persino le televisioni cominciarono ad interessarsi della vicenda.
A Lussemburgo, Martina conversò un’oretta con la Habentur. Ma soprattutto le fece scattare delle foto. Le chiese, inoltre, di mostrarle le vecchie foto dei suoi album e volle copie, in particolare, di una miniserie di cliché presi ironicamente e per gioco da un amico al mare, in cui Annah aveva posato in topless e in string adottando atteggiamenti conturbanti. Inoltre, Martina e il fotografo si portarono sul luogo in cui si era verificata l’aggressione. Era, a dire il vero, un luogo assolutamente qualunque, un largo marciapiede davanti a un palazzone grigio niente affatto suggestivo. Ma Martina chiese al fotografo di rovesciarvi sopra due o tre litri d’olio lubrificante e un cartoccio di mezzo chilo di colorante rosso vivo. Approfittò del fatto che una volante si era fermata, insospettita da quei maneggi, per supplicare i questurini in divisa di accostarsi alla macchia di finto sangue e ottenne così immagini di sicura efficacia.
XIX
Ora, ne «La libre Belgique», i servizi di polizia lussemburghesi venivano chiaramente accusati di non avere correttamente indagato. Si dava sempre più risalto alla sparizione del documento della Banca Europea d’Investimento. Si sciorinavano foto della vittima dello scippo con lesioni corporee avvenuto nel granducato: vittima piacente (foto ritratto, quindi in tenuta, diciamo così, da bagno in mare), vittima umana (ripresa in atteggiamento affettuoso con la madre), vittima sofferente (cliché del marciapiede imbrattato e del prospetto della clinica), vittima inascoltata (viso arcigno di commissario lussemburghese)! Si chiedeva perché il direttore della BEI si fosse ostinato a tacere, perché Kagenpup avesse cambiato le carte in tavola. E il silenzio dei servizi d’ordine, compresi quelli belgi che anch’essi avevano subito messo una pietra sopra all’accaduto, significava trascuratezza, dabbenaggine, imperdonabile balordaggine, oppure configurava complicità e pusillanime ossequio a biechi ordini venuti dall’alto?
Insomma, era un finimondo! Ancora non si era determinato, non si sapeva chi avesse fatto cosa di sbagliato, ma era certo che fossero in ballo pesanti colpe degli uni o degli altri oppure, persino, di tutti i servizi e le autorità implicate. Il vento cresceva, s’indovinava ch’era imminente la bufera.
Annah Habentur fu convocata dal direttore del personale, che le chiese conto degli articoli scandalistici:
– Si fa un’idea, signorina, di cosa rappresentano questi orrendi sproloqui giornalistici per il Parlamento, per la Commissione, per tutto il personale delle istituzioni europee?
– Signor direttore, se permette, le faccio notare che non sono stata certo io a scrivere tali requisitorie.
– Ma lei ha rilasciato interviste, ha fatto rivelazioni sproporzionate rispetto all’accaduto e inopportune. Perché non è venuta qui da me a dire di quel documento che aveva nella borsetta? Perché si è rivolta subito alla stampa?
– Ho informato la polizia. Non vedo cosa ci possa essere di male se, in un secondo tempo, ho poi confermato la notizia ad una giornalista che è venuta a interrogarmi.
– Lei non sa cos’è la stampa! Di cosa è capace! È una banda di uccelli rapaci assetati di sangue sempre in agguato. La minima piccola notizia ch’è data loro in pasto sarà sfruttata, girata e rigirata per farne uscire delle altre, usata per imbastire illazioni malevole a più non posso. Noi, delle istituzioni europee, abbiamo un preciso dovere di riserbo. Non lo può ignorare. I panni sporchi si lavano, semmai, tra noi!
– Direttore, sono molto dispiaciuta che tutta questa faccenda la faccia tanto adirare. A me sembra che lei stia gonfiando la realtà; quella, per lo meno, delle mie responsabilità.
– Non le permetto di porre in dubbio la fondatezza dei miei appunti – la voce si fece più brutale –. E questi nudi erotici, cosa sono? Le pare che una nostra funzionaria d’alto rango si possa permettere di presentarsi al pubblico così?
Annah, umiliata, non rispose. Non aveva pensato che quelle stupide immagini, prive in realtà di qualsiasi peso, interesse e significato, sarebbero state utilizzate dalla giornalista in quel modo. Il direttore proseguì:
– Potrei farla passare in consiglio di disciplina solo per questo esibizionismo pornografico, ha capito? Pertanto, veda di moderare i toni. Prenda sei mesi d’aspettativa e se ne torni, per ora, a casa di sua madre, in Germania. Se si rifiuta, si espone ad una condanna al licenziamento in tronco per comportamenti osceni.
XX
Quando soffia il vento come quel mattino soffiava non si resiste fuori, d’inverno.
Ero uscito a passeggiare senza meta, perché non mi riusciva di stare in casa da solo con le mani in mano. I pensieri, le preoccupazioni, i rimorsi mi assalivano. Annah era andata a Colonia e Martina, la cugina, continuava a stampare articoli di fuoco. Per ora questi nuocevano più alla vittima innocente che ad eventuali truci responsabili di malefatte. Al telefono mi disse che le dispiaceva sinceramente per la ragazza, ma non si poteva impedire che i malvagi si comportassero da cattivi e da vigliacchi. Avrebbero continuato, erano pronti a ricominciare con i loro soprusi e le loro violenze. Ma noi non potevamo darla loro vinta. Bisognava affrontarli, attaccarli, accettare la sfida e non mollare fino a che fossero messi fuori combattimento. Ci sarebbero state cose spiacevoli da subire, ma alla fine si sarebbe avuta la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere e di avere estirpato radicalmente un bubbone.
Nella Grand-Rue, entrai in una saletta da tè tradizionale. Era tenuta da un’anziana e dalla figlia di mezz’età. A tre dei cinque tavolinetti erano sedute altre signore lussemburghesi con le pellicce e gli occhiali. Chi beveva tè e chi cioccolate fumanti, ma su tutti i tavolinetti occupati spiccava principalmente il vassoio con le paste; dolciumi d’ogni genere e d’ogni foggia che rimanevano lì a lungo, rispettati per le loro indiscusse virtù taumaturgiche di conforto morale e psicosomatico. Poi, una gentile vecchierella si azzardava a prenderne delicatamente uno, con due dita, e a portarlo alle labbra: operazione magica, sacra comunione universale, tale da suggellare una cieca fede nel prevalere del buono.
Avevo preso anch’io una cioccolata calda e me la sorbivo a piccoli sorsi senza staccare gli occhi da quella scena edificante delle cinquantenni e sessantenni tanto pervicacemente impegnate a sacrificare al culto della soave squisitezza.
XXI
Venne il giorno in cui fui chiamato, a mia volta, dal mio capo divisione. Il dottor Panebianco voleva sapere se avevo contatti con i giornalisti belgi che insinuavano dubbi e gettavano fango sulla Commissione:
– So che ha visto la Habentur, dopo quella brutta storia dell’aggressione.
– Certo, le ho parlato. D’altronde tutti, nella Casa, hanno tentato di vederla.
– E a lei è andata meglio che ai più, a quanto pare.
– Può darsi.
– Si suggerisce che sarebbe stato lei a incoraggiarla a ricevere i giornalisti.
– I giornalisti non sono diavoli incarnati, né agenti del nemico. In una democrazia mi pare non vi sia alcunché di male a ricevere giornalisti. Informano il pubblico e il pubblico deve essere informato.
– Guardi che, oltre che informato, il pubblico può essere manipolato e ingannato. Non tutti i giornalisti sono onesti ed equilibrati. Lei non può ignorare che esiste tutt’una stampa che, avvalendosi delle libertà garantite dalle Costituzioni, specula sulle opacità, sulle incertezze, imbastendo castelli in aria di supposizioni che la fanno vendere e vivere.
– E sarebbe opportuno, pertanto, che i poteri pubblici e i servizi d’ordine s’impiegassero sempre massimamente onde eliminare tutte le opacità ed incertezze.
– Più che dettare agli altri la loro condotta, dobbiamo sorvegliare la nostra. Nella funzione europea siamo vincolati da un obbligo di riserbo e di cautela, lei lo sa bene. Non possiamo permetterci levate di testa.
– La signorina Habentur è stata selvaggiamente aggredita. È naturalissimo che, a seguito di ciò, sia stata interrogata dagli organi dell’informazione e non vedo proprio quale obbligo di riserbo le si possa imputare in relazione all’incidente subìto.
– Ma lei, l’ha personalmente incoraggiata ad aprirsi con i quotidiani?
– Ne abbiamo parlato, è vero. E io l’ho incoraggiata ad esporre l’accaduto senza riserve.
– Riferirò a chi di dovere. E mi dispiace dirle che potrebbero essere presi provvedimenti nei suoi confronti.
– Egregio dottore, sono anni che passo le giornate a macinare traduzioni per il Parlamento. Penso di aver fatto, dal canto mio, più che il mio dovere per tutto questo non breve lasso di tempo. Continuo a farlo: di là, nel mio ufficio, mi attendono pagine d’inglese e d’olandese da smaltire. Se l’Alta Autorità che ha il potere di nomina e di promozione, ma anche di censura, vuole compensarmi di quest’impegno indefesso con rimbrotti e misure punitive o discriminanti, proceda pure. Dal canto mio vaglierò in quale più opportuno modo mi convenga reagire.
I toni di questo scambio verbale erano rimasti moderati, nonostante lo scoperto contrasto. Comunque, se già lo scotto inflitto ad Annah era eminentemente contestabile e man mano che i giorni passavano sollevava perplessità nel personale, io ero certamente meno attaccabile. Non c’era nulla che potesse essermi concretamente rimproverato.
XXII
Zampa si era messo con una tedesca. Ma veniva in ufficio ogni giorno più imbronciato e demoralizzato. Si lamentava con gli amici che quella ragazza era una sciocca, una palla di piombo al piede. La sera, voleva guardare la televisione ed era connotata da una decisa idiosincrasia per i lunghi tête-à-tête intellettual-culturali. Zampa si annoiava mortalmente con lei. Dimagriva a vista d’occhio e la sua carnagione andava assumendo tinte invereconde da escremento canino.
Nel Bucaneve, ignaro di sé, si era bizzarramente rafforzata fino al parossismo l’empatia per l’ebraismo. Si era messo a frequentare assiduamente la sinagoga e si arruffianava con il rabbino. Si fantasticava un ebreo occulto, misconosciuto, e, come tale, era accettato di buon cuore dalla comunità giudaica. Progettava un imminente viaggio in Israele, dove già alcuni suoi amici della prima gioventù militavano in un kibbutz, e aveva persuaso Zappa ad accompagnarlo. Così l’erudito si sarebbe scosso di dosso l’appiccicosa tedesca.
Spiri aveva fatto confidenzialmente sapere che ambiva a succedere a Panebianco, quando questi fosse andato in pensione, e cioè tra un cinque o sei anni. Non dubitava di essere il collega con le carte di gran lunga più in regola per divenire capo servizio. Era insensibile, poco o punto turbato da empiti emotivi, volgare e fanatico. Aveva impalmato Brigida, una collega mollata dal marito, anch’essa intimamente e da sempre convinta della propria superiorità elettiva, vigorosa, autoritaria. Insieme dovevano certamente fare molta strada.
E che dire del Barbieri, l’esperto di diritto internazionale, omosessuale attivo in perpetua ricerca di efebi compiacenti, che, sicuro di sé, procedeva ad analisi psicologiche individuando orecchioni e lesbiche potenziali in tutti i colleghi e facendo circolare voci che non mancavano di sconvolgere i meno saldi.
Io continuavo a frequentare la Bianciardi, che aveva avuto sentore delle ammonizioni di cui ero stato ultimamente oggetto e se ne preoccupava:
– Cos’hai a che vedere, tu, con la faccenda della Habentur e con i giornalisti belgi?
– Non gran che. Senonché mi fa rabbia che abbiano costretto all’aspettativa la povera collega!
– Effettivamente è quanto meno strano che infieriscano contro una funzionaria modello la cui sola colpa è d’essere stata vittima d’un’aggressione in strada. Ma credo che il sindacato si stia muovendo per farla richiamare.
– Speriamo si muova davvero. Comunque si comincia a capire che, dietro ai due colpi di mano, quello di Lussemburgo e quello più cruento di Bruxelles, si cela qualcosa che i poteri preferiscono non vedere o non far vedere.
– Dici? Mi sembra un sospetto troppo grosso. Puoi davvero pensare che le istituzioni tendano ad occultare l’origine di fatti di terrore internazionale? Non ti sembra di scadere, con simili elucubrazioni, in una fantapolitica da romanzi per gonzi?
– Come mai il direttore della BEI non parla e non conferma la testimonianza della Habentur? Come mai la polizia lussemburghese, per incominciare, non ha dato peso di suo alla testimonianza? Come mai ci si è affrettati a dissociare i due fatti criminosi susseguitisi nel giro di pochi giorni? Come mai anche il nuovo Commissario, pur chiamato in causa dalla stampa belga, non reagisce e non rilascia dichiarazioni di sorta? Perché qui in Parlamento si prendono misure contro chi fornisce i presupposti affinché questi quesiti vengano formulati?
XXIII
Alla fine di febbraio, avevo preso una settimana di congedo, e feci un salto a Roma. Mia sorella e il genero mi accolsero a braccia aperte. Mi ritemprai a suon di mangiate, bevute e lunghe dormite. Rividi anche gli amici, quattro gatti per la verità, ma d’una vivacità e cordialità stimolanti. Scesi al Corso, in via Condotti, piazza di Spagna, al Panteon, a piazza Navona. Da un lato, l’Italia sembrava appartenere ampiamente a un tempo andato, dall’altro recava un incredibile conforto all’animo dell’esule.
Accennai alla lontana ai miei problemi, dissi del mio gran desiderio di rimpatriare. Ma i romani non capivano le mie angosce. Mi chiedevano a quanto ammontava il mio stipendio mensile e bastava che fornissi loro un dato indicativo perché mi dessero del matto da legare con le mie fisime di rientro. In Italia non c’è lavoro. Più esattamente, ce n’è solo per i raccomandati e per chi si compromette con i partiti. I salari, poi, sono spaventosamente bassi. Dovevo ringraziare il cielo d’essere riuscito ad accaparrarmi quel posto nel paese di Bengodi.
Mia sorella mi faceva coraggio, mi esortava a non cedere a irragionevoli nostalgie. La realtà va affrontata per quello che è. Tirarsi indietro è sempre un errore.
Così, dopo di essermi goduta quella parentesi di pura vita, ripresi l’aereo e ai primi di marzo ero di nuovo al Grattacielo.
Notai che diversi colleghi mi evitavano. Panebianco fingeva di non vedermi. Poco male, il nostro lavoro ci costringe alla concentrazione sulle carte e tende comunque ad estraniarci dal contesto sociale. Traducevo e andavo in mensa o a casa.
Seppi che il direttore della BEI, interrogato ora dalla polizia lussemburghese, aveva ammesso di aver consegnato alla Habentur una busta con il foglio in cui l’ente bancario s’impegnava a finanziare il progetto del Rogers. Intervistato a sua volta dalla televisione belga, Kagenpup aveva affermato di non sapere niente di quel documento e del relativo affidamento per consegna al suo predecessore. Ma fioccavano le interrogazioni parlamentari. I giornalisti non si soddisfacevano dell’elusiva dichiarazione e sollecitavano incontri. Martina, che continuava a fulminare dallo scranno de «La libre Belgique», aveva incaricato un’agenzia privata di indagare sul Commissario danese, con riferimento al suo presente e al suo passato, ai suoi orientamenti e alle sue relazioni.
XXIV
Può succedere che si facciano nella vita, per leggerezza e disattenzione o sotto spinte emotive incontrollate, cose di cui poi ci si abbia a pentire. Incidenti di percorso del genere, di lieve entità, mi erano capitati. Spesso, l’errore commesso non è comunque agevole da correggere o compensare. Ne rimane, a vita, un rimorso, piccolo o grande, che è come una ferita che non si rimargina.
Quando si è, invece, accusati ingiustamente, se ne soffre magari in maniera più acuta, ma il vulnus è benigno e la cicatrizzazione sarà pronta e sicura.
Cominciarono a passarmi meno lavoro. Stavo ore alla scrivania, con la testa tra le mani, a pensare ai casi miei. Acquistavo i quotidiani e li leggevo, cercandovi ovviamente le notizie che si riferivano alla vicenda dell’assassinio di Rogers. Un giorno Panebianco mi fece chiamare e mi disse che mancava personale a Strasburgo durante le tornate parlamentari. Ero disponibile al distacco una settimana al mese? Sinceramente, lavorare a Lussemburgo o a Strasburgo era indifferente per me, anzi andare nel capoluogo alsaziano mi avrebbe un po’ distratto, tanto più che laggiù non mi sarei dovuto occupare di traduzione, sarei stato assegnato al servizio dei resoconti delle sedute. D’altronde, non potevo rifiutare. Il capo divisione, lui, era contento di potermi allontanare. Avrebbe voluto poter fare di più, ad esempio declassarmi e destinarmi ad altro settore. Ma doveva accontentarsi, almeno per ora, di questa scrollatina più che altro simbolica.
Che il sindacato si desse da fare per Annah non si notava. Quanto al caso mio, nessuno sembrava accorgersi di checchessia. Tornai a parlare con la Bianciardi, la quale mi obiettò che lei mi aveva ben detto che dovevo fare attenzione. Se ci tenevo a sbilanciarmi da me, nessuno poteva farci niente. Cercassi di farmi un po’ più i fatti miei e di non mettere zizzania tra colleghi e direttori.
Zampa era uno dei pochissimi, forse l’unico tra i traduttori, a manifestarmi inequivocabilmente la sua solidarietà. Mi accompagnava senza problemi al bar-mensa e anzi si compiaceva di mostrarsi in mia compagnia. Senonché, anche nei suoi confronti, si sviluppava poco a poco un clima di ostracismo nonostante tutta la sua conclamata eccellenza professionale.
XXV
Gli Stati Uniti rafforzavano drasticamente le misure di sicurezza in relazione a paventati atti di terrorismo internazionale. La cinematografia speculava su attacchi al gas nervino, offensive microbiologiche e virali, infestazione delle reti di distribuzione idrica. Negli aeroporti qualsiasi persona con tratti somatici sospetti veniva fatta oggetto di controlli minuziosi per ore: gli individui di colorito cutaneo scuro, con capelli mori e crespi, di non eccelsa statura. Un giovane francese di poco senno che aveva detto per scherzo su un aereo di avere con sé una bomba era stato immobilizzato alla sua discesa dal velivolo, ammanettato, sbattuto in gattabuia e, per recuperare la libertà, era stato costretto a dichiararsi colpevole d’ingiurie al popolo americano, a pagare un’ammenda salata e ad accettare l’immediata estradizione quale persona non grata.
Nella stessa Europa il fastidio dei controlli e delle attese diveniva tale ch’era meglio rinunciare a volare.
I formulari da compilare ogni anno a Lussemburgo, per chi vi fosse domiciliato, si riempivano sempre più di quesiti d’ogni genere cui si era tenuti di rispondere. Il ministero degli interni voleva sapere nome e cognome, data e luogo di nascita, cittadinanza, stato civile, ma anche lavoro svolto, altri interessi e attività, confessione religiosa, se si fosse proprietari o locatari della propria abitazione. Nota bene e postille minacciavano multe e pene di prigione a chiunque fornisse risposte inesatte o incomplete. Già nella pubblica funzione internazionale vivevamo in un clima di limitazioni regolamentari e di pressioni personali. Era assai sgradevole rendersi conto che anche a livello di vita pubblica esterna il cittadino era sempre più preso di mira e vessato, sempre più reso dipendente e irretito in costrizioni di vario genere.
La stagione accennava, di nuovo, a migliorare. Il sole si faceva vedere ogni tanto e l’ultima neve si scioglieva trasformandosi in una poltiglia nerastra.
Le trasferte a Strasburgo, davvero, mi ridavano fiato. Ma quando rientravo trovavo la situazione peggiorata. Erano state distribuite decine di computer, solo agli agenti benaccetti alla leadership, però. La mia scrivania rimaneva nuda. Non mi venivano più affidate revisioni di lavori delle nuove reclute.
Girò la notizia che Annah Habentur si era licenziata. Aveva trovato lavoro presso una ditta privata di Colonia e non intendeva più tornare.
Frattanto il Kagenpup non aveva potuto sottrarsi ad un interrogatorio serrato da parte di un comitato interno, creato appositamente per fare chiarezza e spuntare le armi della critica giornalistica. Ora, però, tutti i principali quotidiani nazionali, non solo belgi o lussemburghesi, ma anche francesi, tedeschi, inglesi, seguivano la vicenda. Il Kagenpup aveva negato, costantemente negato di sapere checchessia, di entrarci per qualcosa, di essere stato al corrente dell’impegnativa della BEI. Quando gli avevano chiesto per quale motivo avesse rinunciato da un giorno all’altro a far finanziare il progetto selezionato da Rogers aveva risposto in tono sprezzante che non era tenuto a giustificare dinanzi all’opinione pubblica certe sue decisioni. Il Commissario all’industria era lui e decideva in base a ciò che a lui pareva meglio. Ma perché reputava più conveniente un pipeline frontaliero con l’Iran piuttosto che situato più a est? A ciò si riservava di rispondere semmai in sede più qualificata, ad esempio in sede di Consiglio dei ministri.
Il suo tener duro e fare il duro, tuttavia, non gli giovava, come strategia. Il suo credito scemava a vista d’occhio, persino negli ambienti istituzionali.
XXVI
Il generalista mi diagnosticò una depressione benigna, che tuttavia andava curata, perché poteva evolversi in un disturbo serio. Mi prescrisse tranquillanti e mi diede due settimane di congedo malattia. Inoltre, m’incoraggiò ad uscire, a distrarmi, soprattutto a fare dello sport, ad esempio del nuoto, oppure, perché no, del golf. C’era un campo di golf assai reputato dalle parti dell’aeroporto, a Findel, e mi disse ch’era frequentato da buona parte degli pseudo vip della cittadina cosmopolita, che vi si potevano fare, tra l’altro, incontri utili. Il gioco conciliava le simpatie, le amicizie. Insomma, vedessi io, ma non me ne restassi chiuso in casa come una talpa nella sua tana.
Detesto il golf. Uno scrittore inglese ha scritto, se non erro, che non è del tutto obbligatorio essere dei rimbambiti per praticare questa, o altra consimile, disciplina. Detesto le occasioni, cerimonie e attività distensive mondane in genere. Detesto le folle, le ammucchiate, le giostre, i circhi e i fuochi d’artificio. Sono, a dire il vero, un solitario nato. Sto bene solo quando son solo o con pochi amici con cui sia affiatato. Peraltro, non capisco che si sprechino tempo ed energie in occupazioni futili o prive di senso. Non siamo più dei giovincelli scervellati, perdio! Anche l’assunzione di pasticche e compresse mi entusiasma pochissimo e ho una scarsa fiducia nei terapeuti.
Pertanto, mi curai senza forzare. Mi riposai, feci qualche bella dormita, andai a spasso. Dopo le due settimane stavo come prima. Ebbi modo di accorgermene non appena tornai a varcare la soglia del Grattacielo e mi trovai faccia a faccia con gli uscieri ebeti dell’accoglienza.
Smisero d’inviarmi a Strasburgo e, quasi del tutto, di darmi lavoro. Ad aprile ero nuovamente dal medico. Ma presto pensai di consultare anche in Italia. A Roma uno specialista mi fece presente che, se continuavo a star male, con i tranquillanti non si sarebbe andati lontano. L’unica era di sollecitare l’invalidazione.
XXVII
Gli investigatori privati sguinzagliati da Martina van Divloet avevano scoperto che Zutphen-Kagenpup, da giovane, aveva lavorato come consulente di una ditta d’impianti industriali in Iran. Era rimasto in quel paese oltre due anni.
L’anno precedente alcuni diplomatici iraniani dell’ambasciata in Germania avevano avvicinato il funzionario europeo. Vi erano stati ben cinque conciliaboli. Kagenpup era stato altresì visitato un paio di volte da un emissario russo, un sedicente uomo d’affari di cui si sapeva che svolgeva missioni di fiducia per il governo di Mosca. Si era potuto appurare che erano state esercitate pressioni sul danese affinché perorasse la tesi del tracciato turkmenistano dell’oleodotto. Ma Rogers non ne aveva voluto sapere.
La cugina, a questo punto, scaricò dai giornali un terrificante fuoco di fila sul disgraziato personaggio: Kagenpup aveva fatto segretamente combutta con iraniani e russi? Era stato pagato? Con ogni probabilità era stato profumatamente pagato! Rogers era stato fatto fuori da agenti iraniani o russi e Kagenpup era, quanto meno indirettamente, complice! Kagenpup era il tipico esempio del politico corrotto e mascalzone che, purtroppo, alligna ormai abbondantemente nel nostro mondo! Le istituzioni europee e le polizie avevano fatto di tutto, dal canto loro, per chiudere un occhio e anche tutt’e due gli occhi; avevano, tra l’altro, adottato misure di ritorsione contro loro funzionari perfettamente innocenti e che, anzi, avevano avuto il merito di dare l’allarme; si erano mosse solo in un secondo tempo, sotto l’istigazione pressante della stampa! Non si poteva tollerare che autorità politiche, con l’appoggio dei servizi d’ordine, si dessero a intrallazzi interessati invece di fare il loro mestiere, e ciò fino alla complicità in violenze ed eccidi terroristici! Non si doveva tollerare che, invece di compiere la loro missione a beneficio della società e dei cittadini, i titolari di alti incarichi, già tanto sproporzionatamente retribuiti, procurassero di riempirsi ancor più le tasche, senza battere ciglio se la realizzazione dei loro progetti comportava collateralmente l’uccisione di colleghi! Commissione e servizi di polizia la piantassero con le tergiversazioni! Kagenpup, se non altro, doveva essere costretto alle dimissioni!
XXVIII
Panebianco approfittò dell’offerta di pensionamento anticipato con stretta di mano d’oro che fu lanciata dall’amministrazione, come avveniva ogni tanti anni per ringiovanire il personale. Si trasferì alle Bahamas, dove avrebbe trascorso decenni di dolcissimo far niente, dato che aveva appena compiuto cinquant’anni.
Spiri lo sostituì. Quando venne data la notizia ufficiale della sua nomina furono diversi a risentirsi. L’anzianità di servizio del collega era la stessa di Zampa e di Garganti ed era minore rispetto a quelle di Barbieri e mia. Il bellimbusto non mancò di chiamare personalmente al telefono i traduttori più autorevoli, impegnati nel loro lavoro in uffici distanti pochi metri dal suo, affinché, appunto, venissero a sentire uno a uno la grande novità dalla sua stessa bocca, a congratularlo e a rendergli i primi, dovuti, ossequi. Fui invitato a mia volta. Mi accolse senza alzarsi da dietro la scrivania dirigenziale, con un largo sorriso. Mi disse: «sono stato nominato capo divisione». Seguì un silenzio. Attendeva mie espressioni di plauso e di sottomissione, ma tacevo e, alla fine, mi scoppiò da ridere. Interpretò il mio riso come una risposta consona al suo sorriso e la cosa finì lì.
Anche io avevo presentato domanda di pensionamento con mano d’oro. Ma, a me, il beneficio di quest’uscita privilegiata non fu accordato. Decisi pertanto di avviare, mediante apposita istanza medica documentata, la procedura in vista di una pensione d’invalidità.
– Come va, lì a Colonia? – chiedevo al telefono all’ex collega Habentur.
– Bene, sai. Mi sembra di essere rinata. Qui ho ritrovato l’ambiente della mia gioventù. Il lavoro non mi appassiona, ma anche al Parlamento perdevo il mio tempo. Se non altro, in ditta mi stimano, ho buoni margini di manovra. La città è viva, offre tante possibilità di studio e di svago.
– Insomma, è stato come un ritorno da una condizione privilegiata fasulla alla pienezza della vita reale.
– Esatto, e non mi lamento proprio.
– E, quelli delle istituzioni, si sono più fatti vivi con te in relazione al mutare dello scenario, con Kagenpup che rischia ormai di finire in galera?
– Niente. Non scrivono, né mi cercano. Ed è meglio così. Preferisco dimenticare gli anni trascorsi tra quei falsi amici e finti europei.
XXIX
Zutphen-Kagenpup aveva dovuto rinunciare all’incarico. Ma era ormai anche addirittura inquisito in relazione alle piste additate dalla stampa. I fiumi di articoli avevano finito coll’azionare le pale del mulino della Giustizia a pieno ritmo. E mi dicevo che la libera stampa, quando vi è una stampa davvero libera e indipendente, è davvero l’unica garanzia della democrazia, l’unico ultimo ricorso su cui si possa contare. L’inerzia e la corruzione sono temibilissime piovre che minano il funzionamento della democrazia dall’interno.
Erano state avviate ricerche sui conti in banca del Commissario danese, in Belgio, in Danimarca e in Svizzera. Ed era emerso che, ultimamente, Kagenpup si era recato di persona in Liechtenstein dove aveva acceso un nuovo conto in dollari con mazzette di denaro fresco. Naturalmente il titolare nominale del conto non era l’interessato, bensì una presunta ed inesistente società lussemburghese «Bleiwe wat mir sin», il che, peraltro, condusse ad appurare che alcune personalità dello Staterello granducale erano strettamente legate al fautore della soluzione russo-iraniana. Cominciavano a fioccare i fermi e gli arresti. Si andava incontro ad un processo epocale.
– Ma, allora, – mi diceva Zampa – la Habentur e te avevate ragione!
– Ne dubitavi?
– Che ci fosse del vero in ciò che dichiaravate, lo credevo. Ma sinceramente non immaginavo che aveste ragione a tal segno.
– Conta poco, avere ragione. Te ne sei potuto accorgere in tutto questo periodo.
– Beh, se non altro è una bella soddisfazione!
– Mica tanto, sai. I prepotenti la spuntano, magari solo provvisoriamente. Se esagerano, accade che finiscano col pagare lo scotto. Ma ciò non avviene sempre e occorre una notevole energia per contrastarli. Quanto ai danni che cagionano durante il tempo in cui sono in auge, perdurano dopo la loro eventuale sconfitta.
Bucaneve annuiva e faceva mostra di compatirmi. In realtà aveva tutto da guadagnare dal mio allontanamento. Spiri gli aveva fatto balenare progressi, in termini se non di carriera, almeno di prestigio. In particolare occorreva qualcuno che avesse competenze in olandese, soprattutto perché io ero stato esautorato, e tanto più se avessi rinunciato al posto. Era un debole di carattere e un immaturo allo stato fluido, in cerca di una sua personalità: in questa prospettiva, doveva far tesoro di ogni acquisto.
XXX
Eravamo a metà maggio e ormai una pioggia insistente ed acida aveva sostituito il fioccare della neve. L’acqua non veniva giù a catinelle, come nei paesi mediterranei. Ma continuava a venir giù per giorni e giorni. Maggio vale piena primavera da noi. Qui, alberi e arbusti cominciavano appena a mettere le foglie nuove. C’erano fiori in giro, ma la pioggiolina incessante e la tetraggine della luce che filtrava dal cielo attraverso le dense nubi impediva di goderne, e quasi di accorgersene. Si usciva dai portoni solo per rifugiarsi in macchina e il paesaggio urbano era come non esistesse. Dall’appartamento in ufficio, dall’ufficio al bar mensa, poi di nuovo in ufficio e, a sera, a casa a guardar la televisione.
Avevo goduto, o sofferto, di nuovi periodi di congedo e mi chiudevo sempre più nel mio deserto privato. Al Grattacielo mi snobbavano. Circolavano facezie sul mio conto.
La Bianciardi non si faceva più vedere e Garganti mi aveva tolto il saluto. Spiri, ligio a un trend che investiva l’intero segretariato dell’istituzione parlamentare, rivoluzionava l’organigramma, spingendo i nuovi all’interpretazione estemporanea su p.c. con l’ausilio, semmai, di fonti informatiche e relegando gli anziani in cariche di ripiego e di riserva. Era previsto in tempi brevi un dimezzamento dello staff di segretarie. La parola d’ordine era: rapidità ed efficienza, tirare via.
Poco a poco trasportai a casa il dizionario enciclopedico, i vocabolari, tutto il materiale documentale di cui mi ero avvalso per tanti anni e che, in certo senso, aveva indirettamente simboleggiato la mia autorità professionale in quella particolare branca d’attività. Avvicinare davvero l’auto all’entrata del Grattacielo si rivelava per lo più impossibile e dovevo fare centinaia di metri con quei pesanti volumi e pacchi di documenti avvolti in buste di plastica affinché non si bagnassero.
Ai primi di giugno, accompagnato dal mio specialista venuto apposta da Roma, passai la visita presso il medico del Parlamento assistito a sua volta da un collega esterno. Fui riconosciuto affetto da sindrome depressiva irreversibile e dichiarato, pertanto, invalido e inidoneo al lavoro d’ufficio.