Premessa liminare

 

È dal 2001 che scrivo a proposito di mio zio, Lanza del Vasto.

In un primo tempo sono stato indotto a farlo soprattutto per fornire, rettificare o completare informazioni biografiche. Sin dall’inizio, tuttavia, nella rivisitazione biografica era implicito uno sforzo di corretta comprensione del personaggio, come uomo, come artista, come pensatore e maestro di vita. Mi è sembrato che non solo fossero da ravvisare carenze, insufficienze e rilevanti inesattezze nelle ricostruzioni circostanziali  della sua vita, ma anche che l’atteggiamento di sostanziale devozione dei discepoli e degli ammiratori infatuati implicasse un’ampia quota di cecità, di chiusura pregiudiziale ad un autentico esame a tutto campo e, in definitiva, un’impotenza a giudicare e veramente comprendere; ho ritenuto che, tanto per incominciare, le indagini in atto – sempre che di indagini si possa parlare – fossero ben lungi dall’affrontare la personalità e l’opera del protagonista in tutta la loro estensione e multiformità e si limitassero semmai ad aspetti filosofico-teologici o socio-pastorali, snobbando poesia, tecnica letteraria, arti visive, musica, drammaturgia; infine, che buona parte dei commentatori eludesse l’indispensabile e urgente compito di inquadrare Lanza del Vasto nel tempo e nello spazio, nell’alveo, cioè,  della cultura del suo tempo e di tutti i tempi.

Man mano, pertanto, i miei contributi sotto forma di articoli e di note a piè di pagina in traduzioni di testi originali dell’autore sono venuti assumendo un carattere sempre più decisamente critico; nel senso che si è accresciuta in essi la parte dell’impegno interpretativo e valutativo, quindi anche, per un verso, la frequenza degli appunti a carico, delle  contestazioni e obiezioni.

Il presente volume fa seguito alla prima silloge intitolata Scritti vari, andata a stampa in ambito domestico nel 2006 e ospitata nel sito. Esso riunisce pezzi principalmente inediti, taluni anche editi, degli anni tra il 2007 e il 2010. Leggendoli, ben si potrà constatare  che l’evoluzione degli studi mi ha condotto a una maggiore attenzione alle questioni di merito,  non tanto in ordine a testi particolari, quanto alla figura medesima del protagonista scrittore e maestro di vita.

In questa sorta di intima analisi, che avverto sotto certi aspetti come un’autodisamina di parte di me stesso - non solo del mio patrimonio ereditario culturale, ma della stessa mia personalità - e come una sorta di «lotta con l’angelo», risulto avvantaggiato, appunto, della stretta parentela, al di là dell’ovvia conoscenza diretta e frequentazione del personaggio in vita.

Mi avvalgo anzitutto degli strumenti culturali, non sempre sufficientemente attivati dai commentatori, tra l’altro a causa dell’amplissimo raggio di competenze richieste dalla poliedricità del maestro (occorre intendersi di storia, di filosofia, e altresì, ad esempio, di poesia e di arti visive). Ma non posso esimermi dal fare leva, in aggiunta, sul privilegio di una certa qual affinità di aspirazioni, intenti, sentimenti nativi. La coincidenza è, beninteso, assai imperfetta; sufficiente tuttavia – credo – a valermi intuizioni di un certo interesse. L’orientamento dei miei approfondimenti scontenterà i più fedeli cultori della figura di mio zio, con i quali mi scuso per il disappunto che potrò procurare loro; non dispero, d’altro canto, che possano contribuire ad una più oggettiva e completa comprensione della sua sensibilità e del suo sistema di pensiero.

 

 

 

 

Castelvetro di Modena,

21 marzo 2009 e 6 gennaio 2010

 

 

 

 

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Riferimenti bibliografici

più basilari

 

Edizioni recenti di scritti lanziani, nonché di critica lanziana delle quali va tenuto più particolarmente conto in relazione agli articoli riportati nel presente volume:

 

. Abignente D., Tanzarella S. (a c.), Tra Cristo e Gandhi. L’insegnamento di Lanza del Vasto alle radici della non violenza, atti del convegno di Napoli dell’autunno 2001, Edizioni San Paolo, Milano 2003.

 

. Lanza del Vasto, Lettere giovanili (1923-1936), a cura di M. Lanza e G. Maes, Edizioni Plus, Pisa 2006.

 

. Id., Quaderni del Viatico (1), a cura di M. Lanza, Lupo Editore, Copertino (Lecce) 2008.

 

. Vigne D., La relation infinie. La philosophie de Lanza del Vasto – I. Les arts et les sciences, Éditions du Cerf, Paris 2008.

 

. Drago A., Trianni P. (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto. Un ponte tra Occidente ed Oriente, atti del convegno di Pisa del 26-27 gennaio 2007, Jaca Book, Milano 2009.

 

 

 

 

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Sommario

degli articoli

 

 

Presentazione del volume Quaderni del Viatico (1) a San Vito dei Normanni il 29 settembre 2008

Amicizie e conoscenze rilevanti della gioventù di Lanza del Vasto

Poesia e pensiero in Lanza del Vasto

Le tre dimensioni cardine della personalità di Lanza del Vasto: libertina, razionale, romantica

Chiave di lettura neogotica del Pèlerinage aux sources di Lanza del Vasto

Il diavolo e l'acqua santa. Chiavi di lettura ternarie o binarie in ordine alla personalità e vicenda spirituale di Lanza del Vasto

Sensibilità e arte poetica in Lanza del Vasto

«Non sarebbe assolutamente inaccettabile prevedere una qualsiasi formula»

Appunti critici periferici al sistema di pensiero di Lanza del Vasto

Filosofia applicativa e pensiero teoretico in Lanza del Vasto

Fragilità di un profeta: Lanza del Vasto alle prese con le contraddizioni e carenze della sua umana personalità

Il Noé nel contesto dell'opera scritta di Lanza del Vasto: breve rassegna della drammaturgia lanziana e testimonianze

 

 

 

 

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Presentazione del volume Quaderni del Viatico (1) a San Vito dei Normanni il 29 settembre 2008. [1]

 

 Presento quest’anno, nella ricorrenza dell’anniversario della nascita di mio zio, per onorare ancora una volta la sua memoria e rendere nel contempo omaggio a voi tutti che non lo dimenticate, un secondo volume di suoi scritti giovanili.

Nelle Lettere da me e da Gabriël Maes curate nel 2006 [2] non mancavano pezzi di avvincente prosa, ma quella pubblicazione aveva – si può dire – un interesse prevalentemente documentaristico, quale fonte di notizie biografiche di prima mano. E il suo merito editoriale era anzitutto di proporre pagine mai andate a stampa, quindi in toto sconosciute al pubblico, in Francia come in Italia.

Il caso degli appunti del mio Viatico (1) è diverso. Anche questi documentano in misura non trascurabile un periodo di vita giovanile, anzi molto giovanile, dalla nascita fino a tutto il 1925. Risalgono assai più indietro rispetto alle Lettere citate, addirittura alla prima infanzia, e si fermano, nel volume di cui ci occupiamo, parecchio prima, dato che quelle coprivano l’arco temporale tra il 1923 e il 1936.

D’altro canto i primi libri del Viatico sono stati ricomposti e pubblicati in Francia e in lingua francese dallo stesso Lanza del Vasto negli anni Settanta [3]: non sono degli inediti. Anche se possiamo dire che in Italia sono rimasti poco letti, poco conosciuti e pochissimo goduti. Invece, per l’appunto sono anche – oltre che fondamentali per i ricercatori quali fonti – molto godibili in diverse loro parti, specie nelle loro non rare isole descrittive e narrative, nei loro apologhi, che costituiscono come tanti romanzi in nuce interni. Penso all’episodio relativo ad Acquaviva ragazzo all’isola d’Elba (pp. 97 a 100), a quello del militare Scarampi rimasto tagliato fuori dal mondo su una vetta alpina a seguito dell’avanzata lampo degli austriaci a Caporetto (pp. 123 a 130), alle mattane notturne e surreali in compagnia di Manfredo Borsi (pp. 142 a 148), alla visita del poeta Valéry a D’Annunzio al Vittoriale (pp. 167 e 168), all’evocazione allusiva di un mondo sotterraneo dello pseudo Ugo Dorsi, in realtà Ugo Dèttore (pp. 186 a 191). Ma, a parte queste vicende più elaborate e autonome, quanti altri freschissimi spunti quali quello del comizio socialista (pp. 38 e 39) del sogno relativo alla democrazia (p. 115), le varie evocazioni dell’infanzia e adolescenza e i non pochi espliciti, intensi, richiami a San Vito, la dettagliata descrizione delle decadi di Pontigny, gli accenni fuggitivi ai primi, cruenti, disordini urbani del fascismo a Firenze, e così via…

Potrà sconcertare, certo, l’eterogeneità dei contenuti. Le rievocazioni e narrazioni vivaci che trascinano l’appassionato di lettura amena sono inframmezzate da non perspicue e non brevi digressioni e tabelle tecnico-filosofiche che fan perdere il filo, tediano i non pensatori di mestiere. C’è tuttavia da dire che abbiamo in esse ampia traccia di quelle speculazioni che hanno condotto Lanza ad essere un pensatore eminente del XX secolo, come magistralmente illustra la Relation infinie, voluminosa e importante opera del dottore in teologia e in filosofia Daniel Vigne in corso di stampa in Francia [4]. Scopriamo cioè, con esse, il formarsi della filosofia lanziana e ci viene fornita la riprova di come preoccupazioni che a noi potrebbero parere oziose, nonché prive di connessione alla realtà, astratte, siano invece elemento integrante, quasi ossessivo, di una vita che più vitale e concreta non si può. Possiamo oltretutto constatare come Lanza del Vasto, il quale si è fatto conoscere sul tardi, dandosi alla fondazione di comunità e all’insegnamento tra i quaranta e i cinquant’anni, sia invece stato molto precoce nel maturare la sua personalità di pensatore.

Insomma il volume che l’amministrazione comunale di San Vito ha avuto il merito di dare alle stampe ci fornisce con dovizia informazioni di vario genere, ci diverte ed appassiona, e in taluni suoi passi – direi – addirittura  ci commuove. In particolare l’episodio conclusivo della conversione intellettuale non può non scuoterci e non indurci persino ad interrogarci sulle nostre personali vicende, sulla nostra serietà intellettuale, eventualmente sulla tipologia della nostra fede, sulla natura e attendibilità dei nostri modi di concepire e affrontare l’esistenza.

È l’incisività, la pregnanza, di questo particolare passo che mi ha indotto a chiudere con esso il mio volume, che insomma ci conduce fin sulla soglia della vita attiva, responsabile e propositiva del grand’uomo e pertanto, ritengo, di per sé presenta una sua unità e completezza, una sua eminente rilevanza.

Concludo la mia presentazione con un breve accenno alla complessità del problema dei Viatici lanziani in generale e alle difficoltà che incontra la speranza di proseguirne ulteriormente l’edizione.

Stando a quanto ci segnala opportunamente Daniel Vigne nelle pagine introduttive del suo pregevole lavoro cui ho già fatto riferimento, i quaderni in cui fino almeno agli anni Sessanta e Settanta l’autore ha regolarmente inserito annotazioni di ogni genere, in francese e anche – nei primi anni – in italiano, sono stati in tutto 21.  Di questi, se ne conservano ancora in originale negli archivi dell’Arca, a La Borie Noble, 14. Lanza del Vasto ha cestinato i primi sei e l’ottavo a seguito della rielaborazione e pubblicazione dei quattro volumetti cui ho già, genericamente, alluso – tre dei quali ripresi nel mio volume. Dopo la morte della moglie Chanterelle, nel 1975, Lanza ha sospeso il cantiere dell’approntamento dei manoscritti per l’edizione.

Nel 1991 l’editrice Le Rocher ha riproposto in un primo tomo l’insieme dei quaderni già editi dalla Denoël tra il 1971 e il 1975; e in un secondo tomo ha offerto un florilegio postumo tratto da Arnaud De Mareuil – compagno dell’Arca e più tardi biografo del maestro di vita – dal complesso dei quaderni originali rimanenti [5].

Va da sé che un’eventuale prosecuzione delle pubblicazioni da parte nostra non potrebbe semplicemente appoggiarsi alla selezione operata dal De Mareuil, ma dovrebbe basarsi il più possibile sui manoscritti originali. Prima di preoccuparsi di tradurre, occorrerebbe già trascrivere e mettere a punto ex novo il testo e forse risulterebbe arduo prescindere da un corredo di note, non foss’altro per tener conto delle incertezze di lettura e varianti. Si tratterebbe dunque di un lavoro alquanto impegnativo, da realizzare in parte all’Arca, dove si trovano gli originali.

Daniel Vigne ha poi richiamato l’attenzione  su altri inediti tutt’altro che trascurabili, conservati all’Arca, peraltro a più riprese testualmente citati nel suo studio, vera pietra miliare in ordine all’indagine sul pensiero teoretico di Lanza del Vasto di cui, sempre grazie alla vostra amministrazione che intende farlo tradurre e pubblicare anche in Italia, mi auguro possiate prendere diretta e chiara conoscenza entro scadenze ragionevoli.

Il panorama delle iniziative possibili, in materia tanto di approfondimenti quanto di edizione, si apre quindi ancor più ampiamente di quanto avessimo ad oggi immaginato.

 

 


 

[1] Presentazione orale e pubblica presso la Biblioteca civica Papa Giovanni XXIII, alla presenza del sindaco, dott. Antonello Trizza, e dell’assessore alla cultura, prof. Ernesto Marinò del volume da me curato: Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1). Rassegna autobiografica fino alla prima conversione: anno 1925, Lupo Editore, Copertino (Lecce) 2008. Erano altresì presenti e hanno svolto relazioni dal tavolo della presidenza il teologo e filosofo francese Daniel Vigne e la responsabile internazionale dell’Arca, Michèle Le Bœuf. L’incontro si è svolto la sera del 29 settembre 2008.

[2] Lanza del Vasto, Lettere giovanili (1923-1936), a cura di M. Lanza e G. Maes, Edizioni Plus, Pisa 2006.

[3] Si tratta dei volumetti intitolati Enfances d’une pensée, Éclats de vie et pointes de vérité, La conversion par contrainte logique, editi da Denoël, Paris, rispettivamente nel 1970, 1973, 1974 . Un quarto fascicolo, il Rien qui ne soit tout dato alle stampe da Denoël nel 1975 è rimasto escluso dalla nostra traduzione ed edizione qui in parola.

[4] D. Vigne, La relation infinie. La philosophie de Lanza del Vasto – I. Les arts et les sciences, Éditions du Cerf, Paris 2008

[5] Lanza del Vasto, Le Viatique I e Le Viatique II citt.

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            Amicizie e conoscenze rilevanti della gioventù di Lanza del Vasto. [1]

 

La maggioranza dei suoi estimatori francesi e, soprattutto, italiani ricorda Lanza del Vasto come un vigoroso, alto vegliardo con una gran barba bianca da apostolo o da profeta dei tempi biblici. Né lo ha conosciuto da giovane, né si occupa gran che della fase della vita in cui ancora non era un fondatore di comuni rurali e non si presentava come un apostolo della non violenza.

Pubblicando anni fa le Lettere giovanili (1923-1936) di Lanza del Vasto [2], i curatori dell’edizione hanno voluto richiamare l’attenzione del pubblico italiano sul non breve periodo di vita anteriore all’affermazione pubblica del protagonista come scrittore, fondatore di comuni e guida spirituale, d’interesse tutt’altro che trascurabile tanto sotto il profilo della storia della cultura in generale, quanto per la conoscenza dei percorsi formativi e un’adeguata interpretazione della personalità del soggetto, e ciò anche in considerazione, appunto, del carattere in larga parte italiano della fase biografica in parola.

Qui di seguito intendo soffermarmi ordinatamente su alcune tra le più significative amicizie e frequentazioni del poeta, poi prosatore di successo, fino al 1948. Alcune di queste relazioni umane privilegiate – quattro delle quali italiane – hanno inciso profondamente sul suo percorso umano e di fede.

 

1. Giovanni Acquaviva [3]

Nato a Marciana Marina (isola d’Elba) il 30 ottobre 1900, Giovanni Acquaviva è deceduto a Milano  il 21 agosto 1971. Ha studiato Giurisprudenza a Pisa dal 1921 al 1925. Come accade a molti giovani, aveva affrontato il ciclo superiore e si era iscritto a quell’indirizzo di studi sotto la pressione dei genitori. Di fatto si dilettava di disegno e di pittura.

Lanza del Vasto narra come lo abbia conosciuto nel 1922, nella tardiva edizione di appunti autobiografici che va sotto il titolo complessivo di Viatique, e come abbia personalmente redatto l’intera sua tesi di laurea, intitolata: Una concezione dell’etica e del diritto [4].

Acquaviva ha poi esercitato la funzione di pretore a Savona.

Il sodalizio tra i due personaggi si è allentato a partire dagli anni Trenta, dopo il matrimonio del pittore magistrato, con le nuove amicizie strette da Lanza e, soprattutto, con il trasferimento di questi in Francia a fine 1934. Gli orientamenti culturali della maturità dell’uno e dell’altro erano notevolmente distanti tra loro: futurista Acquaviva, neoromanico e apocalittico Lanza del Vasto.

 

2. Antonino da Empoli

Altro studente a Pisa e compagno di studi di Lanza ai corsi e agli esami di filosofia. Più maturo e più posato del Lanza giovane, cattolico tradizionalista. Ha influito in misura determinante sulla conversione intellettuale del giovane «parigino» e il suo tanto fondamentale recupero della fede religiosa.

Terminati gli studi, i due, che tuttavia avevano poco in comune a parte un’attenzione sostenuta alla religione, si sono persi di vista. Lanza del Vasto, però, ha tenuto a reincontrare il suo mentore d’un tempo negli anni Settanta, credo a Roma. Il biografo di Lanza, Arnaud de Mareuil, segnala che lo scrittore ha consultato il sodale d’un tempo in relazione alla pubblicazione, da parte della Jaca Book, nel 1979, del suo Canzoniere del peregrin d’amore [5].

 

3. Giovanni Costetti [6]

Artista figurativo affermato, disegnatore provetto e pittore, nato a Reggio Emilia nel 1874 e che aveva il suo studio a Settignano di Firenze. Anche in questo caso la fonte prima di dati circa l’incontro dei due personaggi ci è fornita dagli appunti autobiografici di Lanza del Vasto.

Negli anni Venti Costetti godeva di un discreto prestigio e aveva un suo seguito a Firenze e a Pistoia negli ambienti della pittura. È nel suo studio che Lanza si è formato al disegno, all’incisione e alla lavorazione di piccoli oggetti in argento o in avorio.

La sua fortuna è declinata con il radicarsi del fascismo. La sua franca e dichiarata ostilità al regime ha fatto sì che venisse sempre più boicottato ed emarginato da critici e organizzatori di mostre.

Nel ’31 Lanza ha organizzato per i costettiani una mostra a Berlino.

Nel maggio del ’34 Costetti è emigrato, dapprima in Norvegia, poi nel ‘40 in Olanda. È rimpatriato a Settignano di Firenze nel ’48 per morirvi, ormai da quasi tutti dimenticato, l’anno successivo.

 

4. Sorella Maria Pastorella [7]

Fondatrice francescana dell’eremo di Campello sul Clitunno nel 1926, è stata avvicinata da Lanza grazie a Costetti e alla moglie Mai Sewell, fedeli seguaci della santa donna, tra gli ultimi anni Venti e i primi anni Trenta.

Accomunavano sorella Maria e Lanza l’impegno religioso intenso e un’apertura di spirito all’epoca rarissima nei ranghi della Chiesa.

L’amicizia, sostanzialmente epistolare, da lontano, ma autentica, è perdurata tra i due pastori di greggi al di là della morte del pittore che li aveva messi in relazione nell’anteguerra. Lanza ha inviato a più riprese compagni dell’Arca in stage a Campello.

Maria Pastorella è deceduta nel 1961. Lanza ancora la ricorda con gratitudine nella premessa del suo Canzoniere [8] del 1979.

 

5. Hermann Hornac, o Hornak

Su questo personaggio ci dà alcune indicazioni, più che altro, la corrispondenza lanziana con la madre e gli amici, in particolare con il fratello Lorenzo e con Luc Dietrich [9]. Si tratta di un apolide di origini boeme.

Conosciuto da Lanza a Roma, nel 1933, negli studi della casa cinematografica Cines presso cui ambedue i giovani lavoravano allora quali aspiranti attori e comparse, aveva poi intrapreso in quello stesso anno e con il nostro quel viaggio fuga dal mondo civile a piedi attraverso gli Appennini, dalla capitale all’Adriatico e a Bari che, in altri miei scritti, ho definito «protopellegrinaggio». Sappiamo come questa prima esperienza di pellegrinaggio povero nel «giardino del mondo» sia stata d’importanza fondamentale per Lanza del Vasto.

Tuttavia, rientrato presso il padre adottivo a Milano, Hornac non aveva trovato di meglio da fare che sedurre la moglie del fratello di Lanza del Vasto, Angelo, determinando così una brusca, quanto radicale, interruzione del rapporto d’amicizia.

In lui va ravvisato il modello primo e più diretto del protagonista del Giuda di Lanza del Vasto [10].

 

6. Luc Dietrich [11]

Anagraficamente: Raoul-Jacques Dietrich. Lanza lo incontra casualmente nel 1932 su una panchina del «Parc Monceau». parigino. Si tratta di un giovane spiantato, legato ad ambienti del malaffare e dello spaccio di droga e mantenuto da una tenutaria di casa d’appuntamenti.

Lanza del Vasto si impegna a riscattare questo coetaneo fragile fisicamente e moralmente che vive in condizioni tanto destabilizzanti e di cui egli intuisce le profonde qualità umane ed artistiche. Lo fa venire in Italia, gli fa scoprire le sue doti di scrittore e di fotografo. A fine dicembre del 1934 rientra con l’amico a Parigi proprio per presentare agli editori opere scritte con lui a due mani e che, accolte entusiasticamente da Denoël, escono sotto il nome d’autore esclusivo del pupillo. Subito Dietrich si fa un nome anche negli ambienti dei rotocalchi e alcune riviste di gran grido gli acquistano foto da copertina e servizi fotografici.

Durante la guerra, Lanza del Vasto è ospitato nel 1943 da uno zio di Luc a Recologne, nei pressi di Besançon, ed è qui che mette insieme il manoscritto del Pèlerinage aux sources per la prima edizione presso Denoël [12].

Luc frequenta ora, a Parigi, la scuola di vita di Gurdjieff e di madame Salzmann, nella quale cerca di trascinare anche Lanza del Vasto. Nonostante l’idiosincrasia che da subito denota i rapporti tra il nostro e il guru georgiano, Lanza del Vasto trarrà alcuni spunti significativi dall’insegnamento di questi e una parte dei suoi discepoli della primissima ora saranno in sostanza dei dissidenti della compagine gurdjieviana.

Nel 1944 Luc viene ferito durante un bombardamento americano che quasi rade al suolo Saint-Lô, in Normandia, quindi, in agosto, muore a Parigi di setticemia.

 

7. Jacques Madaule (1898-1993)

Giornalista, critico letterario, intellettuale cattolico, ammiratore in particolare di Claudel. Lanza del Vasto lo ha conosciuto prima del 1935 e ha legato con lui un’amicizia molto cordiale mai andata in crisi nonostante le vicessitudini delle vite e delle evoluzioni personali.

 

8. René Daumal [13]

Il sodalizio con questo scrittore surrealista sui generis si costituisce durante la guerra e l’occupazione tedesca della Francia nordoccidentale. Come cittadino straniero Lanza non è autorizzato ad abitare nei grossi centri urbani e la coppia di René e Véra Daumal lo ospita per un certo tempo a Montredon nei primi anni del conflitto.

Daumal e sua moglie sono adepti del clan Gurdjieff e l’incontro è mediato dal Dietrich. D’altra parte, è il Daumal a presentare Lanza e Simone Weil a Marsiglia, nel breve periodo in cui l’insegnante di filosofia attende di potersi imbarcare con i genitori per gli Stati Uniti [14].

Muore di tubercolosi nel 1944.

 

Tra le altre figure che meriterebbero segnalazione e approfondimenti in questo contesto, mi limito a citare le tre femminili seguenti, che hanno inciso in chiave ancellare, ma certo  non irrilevante, sui destini del pellegrino e profeta: quelle della principessa parsi Nimet Allah Mestchersky, incontrata a Pontigny nel 1924 e che, nel 1925, ha donato al nostro un Mahatma Gandhi di Romain Rolland la cui lettura ha influito sul formarsi del progetto di pellegrinaggio in India; quello della pittrice lorenese Lou Albert-Lasard, autrice di ritratti del nostro oggi detenuti dai musei di Strasburgo e che ha finanziato il viaggio d’andata in India del 1937; Anci Nagy o Anna di Zagabria, amante in successione di Luc Dietrich e (prima del matrimonio con Chanterelle) di Lanza e che, soprattutto, ha conservato fino alla morte le lettere autografe dell’italiano al francese.

 


 

[1] Progetto di articolo da valere quale complemento al corredo critico del volume: Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit. Impostato nel 2007, l’appunto è stato poi ritoccato nel 2010 allo scopo d’includerlo nella presente silloge. Vuol essere una prima, elementare raccolta di appunti, che, per quanto scarna, si spera di una qualche utilità. Va da sé che si avvantaggerebbe ad essere arricchita con lemmi aggiuntivi e più doviziose messi di dati biografici e bibliografici.

[2] Si veda la nota precedente.

[3] Giovanni Acquaviva, vol. commemorativo della Regione Liguria, coordinato da M. Verdone, Savona 1987.

[4] Diversi passi relativi ad Acquaviva nonché ai rapporti tra Lanza del Vasto e il suo quasi coetaneo figurano in Lanza del Vasto, Le Viatique I e Le Viatique II, Éditions du Rocher, Monaco 1991, come già in Id., Quaderni del Viatico (!) cit., che è una traduzione commentata di una prima parte del diario in parola.

[5] Lanza del Vasto, Il canzoniere del peregrin d’amore. Poesie, Jaca Book, Milano 1979. La notizia figura in A. de Mareuil, Lanza del Vasto. Sa vie, son œuvre, son message, Dangles, St-Jean-de-Braye 1998, p. 418.

[6] Cfr. G. Paccagnini (a c.), Giovanni Costetti (1874-1949), Edizione Arte del XX Secolo, Montecatini 2004; R. Barilli, G. Ambrosetti (a c.), Giovanni Costetti, Mazzotta, Reggio Emilia / Milano 1983; articoli a nome M. Pratesi, S. Ragionieri, M. Maraviglia, E. Farioli, in Lanza del Vasto e le arti visive, atti della giornata di studio del 29 settembre 2005, a cura dell’amministrazione comunale di San Vito dei Normanni, Schena, Fasano (BR) 2007; M. Lanza, Arti visive nella prima metà del Novecento: espressionismo «spiritualista» di Giovanni Costetti, in  Id., Scritti vari su Lanza del Vasto, stampa domestica di Casa Lanza, Castelvetro (MO) 2006, pp. 180-193.

[7] Al secolo Valeria Pignetti, nata a Torino nel 1875. Per una biografia ed un primo commento responsabile sulla sua figura e il suo operato, si veda: R. Morozzo della Rocca, Maria dell’eremo di Campello. Un’avventura spirituale nell’Italia del Novecento, Guerini e associati, Milano 1999.

[8] Lanza del Vasto, Il canzoniere cit. La premessa si intitola: Battuta a vuoto.

[9] Si veda il volume Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit.

[10] Lanza del Vasto, Giuda. Romanzo, Jaca Book, Milano 1976.

[11] Autore di una serie di pubblicazioni di successo. Si può dire che, quale scrittore, abbia anzi riscosso un successo più ampio e duraturo di Lanza del Vasto presso il pubblico ordinario, in quanto più fantasioso e, soprattutto, niente affatto impegnato, né, men che mai, dottrinale. Merita particolare segnalazione: L. Dietrich, L’injuste grandeur ou le livre des rêves. Précédé de Histoire d’une amitié de Lanza del Vasto, a cura di J.-D. Jolly-Monge, Éditions du Rocher, Monaco 1993.

[12] Lanza del Vasto, Pèlerinage aux sources, Denoël, Paris 1943. Più volte riedito in prosieguo. Anche in italiano se ne hanno alcune edizioni con il titolo Pellegrinaggio alle sorgenti, in particolare quella della Jaca Book, Milano 1978, e, da ultimo, quella de Il Saggiatore, Milano 200

[13] 1908-1944. Altro apprezzato scrittore. Ha pubblicato raccolte di poesie, tra cui Le contre-ciel, nel 1936. Particolarmente apprezzato dalla critica il volume postumo Le mont analogue, del 1952, peraltro edito anche in traduzione italiana da Adelphi. Segnalo R. Daumal, Lanza del Vasto, Dialogue du style, in R. Daumal, Essais et notes II (1935-1943), a cura di C. Rugafiori, Gallimard, Paris 1972.

[14] Cfr. A. de Mareuil, Lanza del Vasto cit., p. 169. Nonché: G. Maes, Ombre et lumière à Marseille: la rencontre de Simone Weil et de Lanza del Vasto (1941-1942), in «Cahiers Simone Weil» XX, n. 4, dicembre 1997.

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            Poesia e pensiero in Lanza del Vasto. [1]

 

           1. Il sentire come primo e più fondamentale atto dell’essere.

Sia concesso a un non laureato in filosofia di introdurre questa relazione ad un seminario non rigorosamente riservato agli specialisti citando un quesito celeberrimo – pertanto divenuto nelle conversazioni mondane un luogo comune insulso e che muove al sorriso – di un grande drammaturgo barocco: essere o non essere?

Questo effettivamente è, ritengo, il problema. Il primo e più fondante nodo filosofico.

Mi sembra vi siano, a prescindere dall’evoluzione storica, due grandi famiglie filosofiche: l’una crede nell’essere. In un essere – per intenderci – a priori, che si tratterà dunque, per quanto possibile, di indagare e rispettare. L’altra opta per un essere semmai soltanto in proiezione o in prospettiva, un essere a posteriori, da fondare; e pertanto in sostanza per un attuale relativo non essere.

Cartesio, alla radice dei sistemi positivi moderni e contemporanei, ha situato la certezza dell’essere nel pensiero: Cogito, ergo sum [2]. E l’idealismo tedesco, nelle sue varie diramazioni e scuole, l’ha seguito. Ne è derivata un’ampia, travolgente, temperie intellettuale soggettivistica, che, debordando dalla sfera della mera filosofia, ha improntato di sé l’intera cultura degli ultimi secoli, contaminando persino le discipline scientifiche; ad esempio, segnatamente, la medicina.

Rispetto a Cartesio e all’idealismo tedesco la posizione filosofica di Lanza del Vasto si connota anzitutto per una base di partenza distinta e, in certo, ampio senso, contrastante: Je sens, donc je suis = Sentio, ergo sum. «Se lo spirito esplora l’io, non lo fa tramite la conoscenza, bensì tramite i sensi. Tutto quanto sento è me ed io mi estendo a tutto quanto sento», cita Daniel Vigne da un giovanile breve inedito senza titolo, nella magistrale tesi (I, 42 – mia traduzione) in corso di pubblicazione presso le Éditions du Cerf parigine [3]. Lo stesso Vigne pone opportunamente l’accento sulla rivalutazione del sentire e dei sensi da parte del pensatore italiano.

Questa intuizione preliminare così semplice, fanciullesca, eppure dirompente, eminentemente anticonvenzionale, anticonformista (già l’antichità classica aveva condannato come inaffidabile il sentire), implica di per sé – si badi bene – molteplicità, o quanto meno duplicità, dell’essere creduto e dei soggetti.

Infatti, a parte che, se il pensiero è forse uno, i sensi sono invece certamente almeno cinque; che il pensiero può anche bastarsi da solo ed essere racchiuso in se stesso, che il mondo esteriore di chi pensa può anche essere un mondo di mere impressioni, proiezioni e fantasie spontanee e, insomma, un mondo immaginario; il sentire, invece, è relazione e presuppone un soggetto e un oggetto; in definitiva, anche più soggetti ed oggetti, nonché un principio archetipico che li accomuni e sovrasti.

Ed ecco: ci accorgiamo che la rivalutazione della sfera del sensibile va di pari passo – in Lanza, e forse oggettivamente – con la fede religiosa; più esattamente è strettamente collegata alla nozione di alterità e ad una fede in un’antecedente, irrefutabile, spiritualità eminentemente concreta.

 

            2. Letteratura corriva e poesia. Discettazione accademica e pensiero vivo.

Affrontiamo ora l’argomento specifico del nesso tra l’intonar poesia e il pensare. Nella misura in cui prescindiamo da un’antecedenza metafisica trascendente o immanente che sia – e tanto se non crediamo affatto o se, in sede provvisoria e per comodità, accantoniamo ogni riferimento a una fede –, le parole della lingua e i pensieri saranno elementi neutri, inerti, e noi saremo liberi di combinarli come meglio ci parrà. Scriveremo della prosa, eventualmente della prosa accademica, oppure anche scriveremo versi formali attenendoci a metri e regole prestabilite. Merita soffermarsi sulla considerazione che i singoli termini di una simile produzione letteraria, frasi intere, capitoli, si configureranno come ingredienti usa e getta, saranno cioè eminentemente cancellabili, sostituibili, rielaborabili. E i nostri scritti avranno caratteristiche comparabili a quelle del chewing-gum o gomma da masticare. Man mano perderanno quel leggero sapore artificiosamente aggiunto di menta; man mano che li leggeremo e rileggeremo verranno a noia. Con il passar del tempo perderanno quota, sfumerà il sapore di significato, la traccia di pregnanza, di cui avevamo saputo arricchirli. Masticata e rimasticata, alla fine la gomma si sputa.

Lo stesso può dirsi nel campo del pensiero. Se pensiamo in base a concetti autorizzati e/o promossi dall’Accademia e secondo schemi convenzionali, accontentandoci di semplicemente ordinare o riordinare tasselli di riflessione che siano come oziose minischede convenute, non andiamo da alcuna parte. Ci prodighiamo in tour de force intellettuali dai quali – diciamo la verità – dovrà primariamente risultare quanto noi, personalmente, siamo preparati e colti, quanto siamo intelligenti e fini. Le nostre speculazioni, dimostrazioni, sistemazioni, se dovessero fare colpo, suscitare consensi, dissensi o scandali, richiameranno l’attenzione delle platee semmai per un certo tempo. Poi l’infatuazione ricadrà. Perché la nostra sottigliezza è comunque interamente cucita con fili posticci d’arbitrio e, soprattutto, ci siamo accaniti a impastare materiali privi di vita propria.

La vita non può risultare dalla morte. L’albero che si eleva verso il cielo, non si può costruire intrecciando foglie secche. E la vita, non l’umana perizia, è ciò che conta.

La fede, una fede come quella sopra configurata, ci dice che le cose sono, che sono indipendentemente e prima dell’uomo.

A questo punto, le cose dell’esistenza sono cose serie, molto serie. Coniate, marcate da Dio.

E nell’esistenza vi sono ordini, registri di realtà che, pur essendo parti del tutto, vengono a costituire linguaggi onnicomprensivi, ciascuno dei quali, riflettendolo nella sua complessità, rappresenta, a suo modo, il tutto. Così il colore, così il suono, così le lingue, umane sì, ma che si sono elaborate durante i secoli fuori da una vera e propria ed autonoma intenzionalità umana. Una pratica attenta del colore, del suono e delle lingue è un esercizio di approccio alle realtà fondamentali, ovvero spirituali, uno studio sul vivo delle strutture metafisiche.

Grazie ai ritmi, ai collegamenti, alla composizione, le arti visive ostano al diluirsi dell’essere all’infinito nello spazio e la musica ferma la corsa al nulla del tempo. La poesia è un’arte composita, ma, secondo Lanza del Vasto, l’arte più nobile e completa. Vi sono in essa importanti elementi di sonorità, che verranno studiati tramite le assonanze e le rime; ma anche vi devono essere elementi di evocazione visiva (ut pictura poesis [4]); e vi è inoltre, o vi può essere, tutto un superstrato di concettualità.

Si tratta di andare alla ricerca del vero metafisico in questo campo della lingua di cultura umana combinando nel ritmo musicalità, flash visivi e concetti.

Ma anche la disciplina del pensiero va alla ricerca del vero metafisico. Non, per Lanza del Vasto, d’idee gratuite, di fantasie che pretendano dimostrare l’acume superiore di chi le propone. Bensì di quelle strutture e idee che preesistono, come ab origine affermava Platone, in una sfera extraumana, anzi ultraumana, e che vanno conosciute per quello che sono. In più di un’occasione Lanza ha affermato di «vedere» le idee che gli si profilavano nella mente. Non ha mai ritenuto che fossero «idee originali», ossia idee sue, genialmente inventate da lui. Invece ha sostenuto che erano idee universali espresse a più riprese da tutti i grandi maestri del pensiero nel corso della storia, e idee concrete, che avessero quasi un loro corpo e si potessero in qualche modo vedere, addirittura toccare, con sensi per così dire retroflessi, rivolti all’interno invece che all’esterno. Dalla  traduzione di Enfances d’une pensée [5] nel mio Viatico (1) or ora uscito, cito: «I filosofi dimostrano, discutono, contendono. Sembra che credano di poter conferire un valido fondamento alle proprie tesi a forza di ragionare e soprattutto a forza di contrastare quelle degli altri filosofi. Io dico solo ciò che vedo, le idee mi stanno davanti come oggetti scintillanti»[6]. E, da Éclats de vie et pointes de vérité: «Pensare, per me, non è un atto, ma semmai un abbandono e un ascolto […]. Il processo si mette in moto da solo e l’idea appare nella profondità dell’animo con le sue sfaccettature che luccicano. Lo stesso avviene con la poesia, che in partenza è un mulinello di possibilità sonore, di parole che si combinano per senso o per sonorità, poi su tutt’e due i piani, e il gioco è fatto»[7]. E il medesimo libretto si conclude con la seguente frase finale: «Occorre che l’intelligenza prenda corpo abbastanza da sviluppare suoi propri sensi, comparabili ai sensi corporali ma con portata infinita. Questi sensi consentono la visione diretta delle relazioni reali, ossia della Verità»[8].

 

            3. Esempi di indagine lirica del vero.

Leggerò ora, e commenterò sommariamente, due componimenti poetici, richiamando preventivamente la vostra attenzione sugli almeno due livelli d’ascolto necessari. Il pensiero, nella poesia di Lanza, si coglie in superficie, individuando di volta in volta motivi e temi concettuali ricorrentemente presenti anche nelle sue prose, ivi comprese le prose più spiccatamente filosofiche. Si tenga però presente che questi motivi e temi inequivocabilmente filosofici costituiscono solo un sovrappiù, un contorno di ciliegine, che galleggia su una fondamentale torta o fitta rete di serrate, ossessive, ricerche ritmiche e sonore. Comprendo che possa riuscire difficile capirlo e accettarlo per chi non abbia familiarità con la poesia, né con l’arte; però ritengo sia importante sottolineare che proprio al livello basico, primario, di questo lavoro sui materiali linguistici si situa l’essenziale dello sforzo di ricerca del reale, ossia la filosofia, nella poesia di Lanza del Vasto.

La poesia in superficie più filosofica di Lanza, è forse Le vitrail [9], che si incentra o prende le mosse da una contemplazione di uno dei due rosoni della cattedrale Notre-Dame di Parigi, guardato dall’interno della chiesa in un momento del giorno in cui l’investe una luce calda. Rileviamo che il componimento è composto a Parigi nel 1932. Lanza è tornato dalla Germania in cui ha organizzato, a Berlino, la mostra dei pittori toscani dell’«Arco» (Costetti, Bugiani, Agostini, ecc…)[10], ma ha anche trascorso un periodo di vita mondano, di feste, di amorazzi, di bagordi, che lo ha in definitiva sconcertato e disgustato. Il padre è morto da poco più di un anno a Firenze. Lui vive ora pressoché da recluso in una stanzetta dell’isola Saint-Louis, cibandosi di solo pane e tè, come ce ne dà notizia Luc Dietrich in un suo noto commento[11].

 

La vetrata

Vedremo arder l’essere e l’apparire come

Il loro abbraccio divampa nel tondo del rosone

Quando defungeremo e, indossati i corpi immortali,

Risaliremo, simili a candidi sacerdoti all’altare,

I gradini del mondo,

 

Allorché i corpi decantati e vitrei

Trasmutati dal severo splendore del cielo

Tradiranno l’intimo colore dell’anima,

Allorché ci appariranno la vita rappresa in un cerchio

La materia da se stessa uscita

La terra alleggerita

Come pasta trasparente di un’ostia,

 

Quando il vuoto si popolerà di ponti e d’ali,

Decifreremo il volo della rondine,

Sapremo a memoria il mare, verbo di marmo,

E quali lunghi ricordi persuadano gli alberi

A sospingere per intricati intrecci di fronde, fino in cima,

Fiori fedeli verso il cielo impassibile,

Sapremo perché i santi crescano dritti,

Come cresce il grano e si stagliano i gigli

Ciò che avvince

Le vergini folli alle reti della follia,

Diverranno luminose le similitudini

Come luce intersecata dai raggi della pioggia,

Come la stella si rivela alla notte,

 

Quando sapremo il gatto, la serpe, l’airone cinerino,

Come le rocce profonde meditino il rubino,

Cosa cerchi il porco nell’imbuto del grugno

E il biancume che la lumaca secerne con la bava,

Quando dall’orlo dell’ultimo cielo delle spirali

Si staccheranno, colombe infinitamente lontane, coni,

Tre triangoli, un cubo e due dodecagoni

Per poi dissolversi in musiche soavi,

 

Quando tutti i passi sparsi e i loro itinerari

Saldati alle nostre spalle dal piombo dell’oblio

Ci torneranno all’improvviso in mente con tutte

Le malinconie, i desideri e i dubbi

Remoti e il groviglio degli atti compiuti,

Quando sapremo perché il nostro fu

Attraversato da altro destino o lo attraversa,

Donde viene il vino che rallegra i calici,

Miracolo inavvertito nel clamore del bagordo,

 

Sapremo che il giogo che ci grava sulla schiena,

L’errore che ci ha sospinti tanto lontano,

I lutti sofferti l’uno dopo l’altro

Disegnavano un trifoglio ora completato,

 

Quando il passato sboccerà

Splendente di dolore e ricamato a catastrofi

Quantunque lacerato in centro da una risata distratta,

 

Quando lo spirito saprà come questa vetrata sa

Perché l’eternità giri servendosi degli astri,

Perché Dio, esondando dalla sua forma perfetta,

Abbia creato il mondo e voluto le nostre sconfitte.

 

La prima conversione era avvenuta nel 1925 a Pisa e si era trattato di una conversione, ancorché decisiva, meramente intellettuale. Le vitrail è esplicitamente, nei suoi temi estrinseci, poesia teologica e di fede. Di una fede non da baciapile o bacchettone, di una fede autentica, vibrante, bensì squisitamente razionale e mentale. Ma a distanza di un solo anno, nel 1933, si verifica la seconda conversione: il proto pellegrinaggio in coppia con Hornak, alias Giuda, nell’Appennino abruzzese [12] introduce Lanza al distacco dalla vita cittadina e civile, alla povertà di francescana memoria e all’aderenza stretta alla natura. Lo introduce, volendo guardare più addentro nell’animo del personaggio, a quella seconda e più fondamentale fase che consisterà non più a deliziarsi, bearsi di felici speculazioni senza impegno esistenziale, ma a vivere filosofia e fede in prima persona, con tutti i sacrifici e rischi che ciò implica.

A partire dal ’33, quindi, è logico che possiamo imbatterci in testimonianze di una fede e di una filosofia vissute, non di rimando, dirette, autentiche ed effettive, cioè di quelle che non albergano nelle sagrestie, né nelle accademie.

D’altronde, se ci avventuriamo a leggere pezzi poetici in lingua italiana – poco noti e soprattutto ad oggi poco apprezzati – avremo altresì modo di cogliere più concretamente quell’altro livello della ricerca filosofica in poesia cui ho accennato e su cui ho in apertura insistito: quello soggiacente.

Sono tutt’altro che da trascurare sotto il profilo dell’elementare fattura i componimenti giovanili di Conquiste di vento, la raccolta edita da Vallecchi nel 1927 e sulla copertina della quale compare per la prima volta il cognome con predicato attinto d’autorità alla storia di famiglia[13]. Rileviamo tra l’altro, in questa silloge, la sistematica notazione della pronuncia aperta o chiusa delle e ed o toniche: denota l’importanza attribuita dall’autore alla lettura orale e a una corretta declamazione. Gli elementi sonori sono materia poetica, sostanza dell’intreccio di realtà che tende a carpire il vero, a individuare ed isolare il corpo del vero.

Una lettura proficua, e alla quale mi accingo, può essere poi, ad esempio, quella del pezzo intitolato Riposo de Il canzoniere del peregrin d’amore, stampato dalla Jaca Book nel tardo 1979[14]. Il breve pezzo è stato composto nel 1933, proprio durante il proto pellegrinaggio sopra ricordato. Esso, in pochi versi, ben illustra – mi pare – l’approdo alla nuova fede e filosofia, d’azione, di sperimentazione in corpore vili, di sacrificio, ad una fede e filosofia di sperimentazione diretta della verità e di vita. Canta, questo pezzo stringato, sintetico, l’immedesimazione dell’uomo alla natura, il ritorno dell’uomo – nel caso specifico, del viandante, dell’uomo pellegrino senza più un cuscino di artificiose ricchezze ed illusioni protettrici su cui poggiare il capo – alla dimensione universale, attraverso una discesa nella concreta consapevolezza della morte. Quanto dense di profonda, viva filosofia, immancabilmente inavvertita dal moderno lettore rapido, si rivelano invece al lettore, e meglio all’ascoltatore, che faccia lo sforzo dell’attenzione filologica e filosofica, queste poche, scarne combinazioni di sonorità, immagini minime, quasi solo intime, quasi solo di sensazioni, e di parole!

 

           Riposo
 
            Adagia il corpo lasso in questo fosso,

L’alito tuo raggiunga nella calma

L’alto respiro del fogliame / mosso

Dal fremer che gli corre per la pelle,

Il cuor sveglio [raggiunga] quel palpito di palma,

L’occhio tra i rami quel filtrar di stelle

E l’anima la notte e i sassi l’osso.

La terra tasti la futura salma. 

 

Notiamo che in questo entrebescar (è Lanza a citare questo verbo provenzale [= intrecciare] in Le Viatique I [15] per qualificare la sua arte, il suo mestiere poetico) di soli otto versi rimati in maniera anomala e singolare subentra una buona dose di chiusura ermetica a tutela classica contro gli sprovveduti. Nessuno li ha convocati alla lettura, nessuno desidera specialmente la loro presenza nell’aula degli eletti fruitori. Al terzo verso, non vi è segno d’interpunzione, non vi è virgola tra «fogliame» e « mosso», il che indurrebbe a una lettura continua, nonché a ritenere si debba inferire che «mosso» sia da collegare semanticamente e ricondurre a «fogliame». Ma l’espressa menzione di una «pelle» al verso successivo, sposta il riferimento spontaneo piuttosto verso l’attore o protagonista umano, pur ingenerando una plaga d’incertezza e d’ambiguità non radicalmente dissipabile: attore e contesto naturale cominciano a convergere, a confondersi, a fondersi in un tutt’uno. Ai versi quinto, sesto e settimo, è indispensabile, per capire l’organizzazione e il senso delle parole, ripetere mentalmente il «raggiunga» del secondo verso. Al settimo verso, anzi, la ripetizione sarà duplice e la seconda volta, quella che collegherà l’«osso» e i «sassi» ingenererà un nuovo momento di vibrante, enigmatica, ambiguità. L’osso deve raggiungere i sassi come l’anima deve raggiungere la notte: questa è la scelta interpretativa più banale. Ma l’inversione dei sostantivi suggerisce che siano ora, invece, i sassi a raggiungere l’osso. L’iniziativa, per così dire, si capovolge. Il soggetto iniziale diviene gradualmente sempre più oggetto passivo e l’ex contesto oggettuale passa all’azione. Così nel verso conclusivo è – o quanto meno è linguisticamente probabile sia – la terra a tastare il corpo dell’uomo effimeramente in vita.

 

 


 

[1] Relazione alla giornata seminariale organizzata dal professor Antonino Drago presso l’università di Pisa in data 4 ottobre 2008. Ne è stata annunciata la pubblicazione nei relativi Atti, che tuttavia tardano a uscire e forse non usciranno mai.

[2] «Je pense, donc je suis»: René Descartes, Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, ad esempio in Œuvres et lettres, Gallimard, Paris 1970, p. 147.

[3] La tesi, discussa alla Sorbona nel 2005, sarà poi pubblicata in due tomi. Il primo corrisponde a La relation infinie I da noi già citata. È previsto che il secondo, dedicato alla Metafisica, esca entro il 2010.

[4] Principio o precetto, com’è ben noto, oraziano ( in Ars poetica, verso 361).

[5] Cit.

[6] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 45.

[7] Ibid., p. 88.

[8] Ibid., p. 131.

[9] In  Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, Denoël, Paris 1972, 11-13. La lirica originaria, di cui propongo in appresso una libera traduzione, è in lingua francese.

[10] Ai rapporti del poeta filosofo con i pittori toscani degli anni Venti e Trenta e alla mostra berlinese dell’Arco è stato dedicato nel 2005, come ricordato, un convegno in Puglia, a San Vito dei Normanni. Vedi: Città di San Vito dei Normanni, Lanza del Vasto e le arti visive cit.

[11] Luc Dietrich, Fragments du commentaire du Chiffre des choses, in: Lanza del Vasto, Le chiffre des choses cit., p. 253.

[12] Si veda in proposito: M. Lanza, Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma: Lanza del Vasto (1901-1981), in «Archivio Storico Pugliese», Bari 2002, pp. 217-237, articolo riproposto con illustrazioni nel sito Internet <http://xoomer.alice.il/arcadilanzadelvasto/>, oltreché, a puntate, nei numeri dal giugno 2003 al febbraio 2004 del mensile sanvitese il Punto. Esso figura altresì in Scritti vari su Lanza del Vasto, raccolta di miei articoli degli anni 2001-2006 provvisoriamente diffusa solo in un numero alquanto limitato di esemplari previa stampa domestica, ma che non dispero di poter far pubblicare nei prossimi anni da un editore.

Si vedano altresì le lettere nn. 72 a 84 scritte da Lanza del Vasto a vari corrispondenti durante la peregrinazione in parola in Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., pp. 144-163.

[13] Rimangono pochi esemplari di questa prima significativa pubblicazione di Lanza del Vasto in alcune biblioteche pubbliche e private. Essa reca a specchio del frontespizio la riproduzione di un noto profilo del poeta tracciato dall’amico pittore Giovanni Costetti e datato al 1926, il cui originale è oggi detenuto dal Gabinetto Disegni e Stampe del museo degli Uffizi di Firenze.

[14] È certamente caratteristico della temperie culturale, eminentemente borghese e seriosa, dei nostri tempi che il Lanza del Vasto artista visivo e poeta rimanga tanto sacrificato nell’attenzione della critica, rispetto al pensatore e al maestro di vita. Non mi risulta che Il canzoniere, cit., sia stato gran che letto, e men che mai apprezzato. Lo spunto elegiaco vi figura alla p. 79.

[15] Lanza del Vasto, Le Viatique I cit., p. 175.

*          *          *

 

Le tre dimensioni cardine della personalità di Lanza del Vasto: libertina, razionale, romantica. [1]

 

«Lanza del Vasto, che bell’uomo!» avrebbe potuto esclamare Jacques Lang, il noto ministro della cultura francese dei governi di sinistra [2]. E noi, che studiamo la sua opera e la sua dottrina, siamo continuamente tentati di osservare: che personaggio complicato!

La personalità di Lanza del Vasto è complessa, ricca di apporti vari, ma altresì, già in partenza, connotata da una pluralità di ambiti di ricerca, livelli di valutazione ed elaborazione.

Anzitutto, nel sistema bio-psicologico «Lanza del Vasto», vi è una dimensione libertina rilevante, riguardo alla quale l’interessato si è mantenuto molto discreto negli appunti autobiografici [3] e sulla quale i commentatori [4] hanno ritenuto opportuno sorvolare fino ad oggi. Lasciamo pur stare i flirt e i presunti grandi amori giovanili [5], chiudiamo gli occhi sul notevole numero di simpatizzanti del gentil sesso che gli sono corse dietro durante tutta la sua vita in maniera quasi ossessiva e quanto meno ambigua [6]; soffermiamoci però sulle lettere da Montredon di Marsiglia dell’estate del 1936, che documentano una scivolata nella sfrenatezza erotica più caratterizzata a pochi mesi soltanto dalla partenza per il famoso pellegrinaggio alle sorgenti della spiritualità [7]. Teniamo presente l’intensità, la vivacità delle evocazioni rapportabili alla sessualità nella sua poesia come nella sua prosa, peraltro sempre brevi, volentieri ammantate di ermetismo e da cui si evince sostanzialmente che lo scrittore elude a bella posta l’argomento [8]. Prendiamo nota con la debita attenzione della relazione poco ortodossa degli anni 1944-1946 con Mutsy, o più esattamente Ancy Dupré-Nagy, donna sposata e già amante in titolo di Luc Dietrich [9]. E non trascuriamo il senile incapricciamento per la giovane Églantine [10] cui si abbandona il poeta dopo la morte della moglie Chanterelle, a oltre 74 anni.

Occorre prendere atto che il poeta filosofo deve fondamentalmente alla propria sensibilità, e persino – al limite – alla propria sensualità [11], non solo i talenti artistici (poetico, visuale e grafico, musicale e, più generalmente, decorativo), ma addirittura anche la tanto importante ed originale rivalutazione filosofica dei sensi quali strumenti primi della conoscenza.

D’altro canto, Lanza del Vasto è un appassionato cultore del raziocinio [12]. Sin dalla prima adolescenza e quasi dall’infanzia è stato ossessionato da frenesie di comprensione e costruzione logica. La speculazione astratta è per lui, durante l’intera vita, una fonte di godimento intellettuale d’intensità pari solo a quello estetico che gli procurava, per altro verso, il poetare. È in forza di un razionalismo ancor più esigente, più rigoroso, senza concessioni, che ha contestato, in filosofia teoretica, il cartesianesimo e l’idealismo tedesco. Particolarmente dettagliate e crudeli sono state le sue obiezioni surrazionaliste a Cartesio. Ed è proprio a muovere da questa tabula rasa delle illusioni moderne che si è andato sviluppando l’edificio della filosofia lanzadelvastiana.

Rileviamo che le due dimensioni suddette, la libertina e la razionalista, coinvolgono altresì i fratelli del celebre personaggio: Lorenzo, in cui predomina la ragione, e Angelo, più incline al libertinaggio. Si tratta – badiamo – di due pilastri della cultura settecentesca. I tre giovani Lanza, dopo un’infanzia da sogno e come fuori dalla realtà nel tacco dello stivale italiano [13], sono cresciuti e hanno frequentato un liceo prestigioso a Parigi. La madre fiamminga [14] si è prodigata per farli usufruire di un’educazione borghese poco meno che elitaria e possiamo assumere che le due fondamentali impostazioni in parola siano loro derivate dall’istruzione e dalla vita sociale francese del primo Novecento.

Senonché una terza matrice viene ad aggiungersi, per Lanza del Vasto, alle due già indicate: quella romantica. Anche questa attiene al generale clima culturale che permea la capitale francese in quegli anni, ma non trascuriamo i suoi maggiori addentellati con la mentalità germanica e fiamminga. Essa è, anche, più moderna, essendosi sviluppata storicamente nell’Ottocento, dopo l’ondata illuministica sfociata nella rivoluzione dello scorcio del secolo precedente. Inoltre, non può combinarsi agevolmente con le due sopra specificate e, sovrapponendosi ad esse, determina fatalmente contrasti, se non conflitti interiori. La complessità, ma forse anche la particolare forza, levatura, del personaggio dipendono in ampia misura da tensioni di quest’ordine.

Certo, Lanza del Vasto non è un sentimentale nel senso più comunemente attribuito a tale qualificativo. Di romanticismo sdolcinato non vi è traccia in lui, né a livello di affetti, né in relazione a convincimenti e attaccamenti ideali innati. Una spiccata freddezza nei rapporti umani gli è stata anzi più volte e da più parti rinfacciata, ha cagionato risentimenti acuti nei suoi confronti, lo ha fatto talvolta giudicare un terribile egoista, un cinico, un senza cuore (specie da personaggi femminili). Ed è proprio la straordinaria carenza di questo elemento di carattere tanto diffuso, invece, ed apprezzato dal pubblico, al punto da essere scambiato per paragone dell’umanità, la netta e inappellabile prevalenza del razionale sull’affettivo, ad avergli alienato le simpatie, e sin la fiducia, di molti, ad aver generato pregiudizi e diffidenza, preclusione e incomprensione da parte di ampi settori dell’opinione e sin dello stesso mondo cattolico.

Non è nel senso più banale, terre à terre, dell’espressione che Lanza del Vasto è coinvolto dalla temperie romantica. Lo è, semmai, ad un ben più alto e profondo livello.

Gabriël Maes, informato conoscitore di Lanza del Vasto, respinge la tesi o «leggenda» in larga misura autopromossa, autopropagandata delle conversioni del maestro [15], privilegiando invece quella di una crisi interiore mai pienamente risolta, di un costante intimo confronto/scontro tra una fibra religiosa attestata sin dalla tenera infanzia e, d’altra parte, mai sopite tentazioni della carne [16]. Lo scrivente, autore tra l’altro di uno specifico contributo sulle tre «conversioni di Lanza del Vasto» [17], non ritiene che la pista interpretativa evidenziata dallo studioso belga vada privilegiata ed è dell’avviso che ci si debba guardare dal sopravvalutarla. Tuttavia, essa poggia su riscontri documentali e certamente non va neppure in toto trascurata, accantonata o occultata, come a tutt’oggi avvenuto.

Quali aspetti dell’opera e del pensiero di Lanza del Vasto sono sostanzialmente, significativamente, riconducibili a matrici culturali romantiche?

Non esito a citare anzitutto il neo-primitivismo del nostro, la sua predilezione – non prettamente ragionata e razionale – per il passato e il medioevo. È un atteggiamento che si manifesta con particolare evidenza sul piano della critica d’arte e storia critica dell’arte, come nei concreti orientamenti dell’arte visiva personale, e persino nella ricercata, francamente artificiosa, calligrafia di Lanza del Vasto. Questi loda l’arte romanica e gotica, ammira l’arte bizantina, non lesina elogi ai «primitivi» del Trecento toscano. Sul Rinascimento, però, ha già pareri sfumati. L’arte barocca, di cui è lungi dall’afferrare le autentiche motivazioni e chiavi d’ispirazione, gli strappano espressioni di derisione e disgusto. Quanto a «Picabrac» [18] e compagni, a principiare dai melensi impressionisti [19] e macchiaioli, essi rappresentano, per lui, la decadenza piena. Avrebbe quasi potuto sottoscrivere all’iniziativa nazista di messa al bando dell’«entartete Kunst» [20].

Le realizzazioni originali di Lanza nel campo delle arti visive, d’altro canto, presentano notevoli affinità, quanto a modalità tecniche e principi teorici, con l’arte dei nazareni tedeschi e dei preraffaeliti inglesi [21], anche loro compenetrati da un neo-primitivismo ingenuo, assolutamente non latino.

A questo stesso slancio neo-primitivista si riallaccia in buona misura l’orientalismo di Lanza del Vasto, come d’altronde quello, più in generale, della cultura europea, soprattutto occidentale, a decorrere dal Settecento. Non intendo certo negare che Lanza del Vasto sia stato attratto dall’India per ragioni valide e solide, né che la sua esplorazione delle tradizioni orientali lo abbia considerevolmente arricchito e aiutato nella sua ricerca di modelli di conoscenza e di vita. Tuttavia, al di là delle convergenze comprensibili e giustificate, il nostro personaggio ha innegabilmente subito un fascino dell’India di una natura più effimera e folcloristica da riconnettere ad un generico richiamo della lontananza e del diverso e alla pura e semplice moda dell’Oriente. Anche in questo aspetto dei suoi orientamenti ritroviamo quel tratto d’ingenuità già sopra rilevato.

La fede cristiana e cattolica di Lanza del Vasto è d’oro massiccio, d’oro puro, o frammisto a piombo? La conversione del 1925, quale ci viene narrata nel settimo quaderno del diario intellettuale [22] è prettamente razionale. Il filo logico che guida il giovane, dal qualunquismo edonistico inculcatogli dalla società francese evoluta, al rientro in sé e alla consapevolezza delle vere poste in gioco nella vita è di una perspicuità che suscita rispetto, checché se ne voglia pensare. Man mano, però, altri apporti vengono ad intrecciarsi all’ispirazione iniziale nella postura del maestro in materia di religione; apporti che non sono, forse, tutti estranei a un imprinting o condizionamento di marca romantica.

Lanza finisce coll’apparirci, sotto il profilo intellettuale, come un singolare ibrido in cui si avvicendano e coesistono geniale perspicacia e candore, impressionante profondità e sconcertante puerilità.

In filosofia, un filone tacciabile di romanticismo si delinea in ambito metafisico [23]. Infatti, come si spiega che il nostro ragionatore così pignolo, dopo avere strapazzato senza un’ombra di pietà Cartesio, Kant e Hegel, giudicati insufficientemente rigorosi, finisca coll’imbastire a sua volta fragili strutture astratte a castello presuntivamente culminanti nello Spirito divino? «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem», aveva ammonito Duns Scoto sin dagli albori del Trecento.

I concetti di «relazione» e persino «relazione non relativa» o «relazione assoluta» attengono all’intuizione razionale di partenza e possono essere accettati in funzione di essa. Ma che dire delle triadi relative alle arti e alle scienze e degli altri specchietti analoghi riguardo ai quali è arduo stabilire se prevalga l’arbitrio o il pressappochismo e, soprattutto, imperniati su parole sostanzialmente poco chiare. L’autore si avvale con disinvoltura di vocaboli che configurerebbero concetti attinenti a realtà. Senonché, non appena ci si accinge a tradurre i testi in altra lingua, insorge una prima difficoltà, che, da sola, spazza via l’intero discorso. Da una lingua all’altra le parole non sono le stesse; l’analisi della realtà, che il vocabolario specifico attua, non è la stessa. L’ontologia metafisica lanziana si rivela, insomma, un gioco di parole, in contrasto flagrante con il richiamo alla primarietà dei sensi e del concreto in nome della quale l’autore si era tanto felicemente emancipato dalla soffocante stretta della scuola tedesca.

In particolare, Lanza predilige la parola «spirito» che abbraccia un’ampia ed equivoca gamma di significati, i quali spaziano quanto meno dalla psiche umana alla stessa essenza divina. Grazie a questa parola, o piuttosto grazie all’uso indiscreto che viene fatto in lingua francese di questa parola [24], il filosofo, stando a Daniel Vigne, collega l’intelligenza e la sensibilità umana all’ordine universale dell’esistenza e alla Trinità divina, di cui lo Spirito Santo costituirebbe l’estremo vertice [25]. Ci troveremmo in presenza di un miracolo filosofico spettacolare, non fosse che la cucitura risulta posticcia: il nesso così stabilito è solo un’affabulazione linguistica, una bolla di sapone priva di consistenza. Occorrerebbe anzitutto appurare se esista: 1. qualcosa come uno spirito umano; 2. qualcosa come uno spirito dell’universo o della natura; 3. qualcosa come uno spirito divino. Bisognerebbe definire il significato, o i significati, del termine «spirito» con la maggiore precisione possibile e in modi tali da poter essere accettati dalla generalità degli umani.

Viene da pensare che Lanza del Vasto sia spinto a puntare verso queste alte sfere in qualche misura artificiali da un pregiudizio, un wishfull thinking romantico, più di quanto vi si arrampichi per via di ragionamento, ossia costretto da un’autentica necessità logica [26].

Il Vigne spiega ottimamente come le tre dimensioni dello spirito siano, secondo Lanza del Vasto, la sensibilità, l’intelligenza e la volontà, cui corrisponderebbero le arti, le scienze e l’azione [27]. Ma le tre facoltà in parola partecipano congiuntamente all’atto della conoscenza, che non sarebbe possibile a prescindere dalla sensibilità e dalla volontà. Inoltre, pur concessa la legittimità di siffatta distinzione, rimane fondamentale che sia sempre l’intelletto razionale a gestire o, comunque, portare a termine l’operazione di avvicinamento alla verità suprema. Sarebbe pericoloso che la mente, nella sua ricerca di verità, si lasciasse trascinare da una volontà affrancata dall’intelligenza, divagante, fluttuante o capricciosa.

 


 

[1] Articolo ad oggi inedito, redatto originariamente in lingua francese nel gennaio del 2009. Quella che qui presento è una versione tradotta e riattata, altresì nei primi mesi del 2009.

[2] Ministro della cultura durante le presidenze di François Mitterrand, rimasto eponimico nelle memorie dei francesi e che era aduso, appunto, ad estasiarsi sulla prestanza fisica di alcuni suoi contemporanei.

[3] Mi riferisco principalmente a Lanza del Vasto, Le Viatique I e Le Viatique II citt. Nonché a Id., Quaderni del Viatico (1) cit., che ripropone in italiano parte del primo vol. francese.

[4] Soprattutto A. De Mareuil e D. Vigne, dei quali nelle note in appresso.

[5] Dimentichiamo, cioè, le Gertrudi, Liliane, Tsilla, Sara, Ada e, soprattutto, l’americana Mary T., riguardo alle quali si vedano A, de Mareuil, Lanza del Vasto cit., pp. 43-44 e 63-65; nonché D. Vigne, La Relation infinie I cit., p. 276.

[6] Mi limito a ricordare a mo’ d’esempio: Madeleine Viel, Elena Celani, la principessa Nimet Allah Mestchersky, Lily Pastré, Zeb-Un-Nisa, Lou Albert-Lasard, Elika de Vargas. Cfr. Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., nota n. 237 alle pp. 186-187.

[7] Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., pezzi nn. da 202 a 205: documentano una relazione episodica con la pianista Youra Guller, che peraltro ha ispirato alcune liriche dell’autore.

[8] Daniel Vigne dedica un intero capitolo all’«arte d’amare» (pp. 221-291) nel suo volume cit. che è l’opera di riferimento per antonomasia quanto al pensiero del maestro di vita. Segnala l’abbondanza di tracce degli amori di Lanza nella sua poesia e cita giustamente (a p. 282) l’incontro con la principessa Bhoubane nel Pellegrinaggio alle sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India della Jaca Book cit., alla pp. 155 sgg.

[9] Cfr. M. Lanza, Esperienza umana cit., p. 235.

[10] Propriamente, nome francese della rosa selvatica o canina. All’Arca, cioè nelle comunità di vita di Lanza del Vasto, ognuno veniva ribattezzato con un nome di animale, di pianta o di fiore. Églantine è stata una novizia della Borie Noble negli anni Settanta. Cfr. A . de Mareuil, Lanza del Vasto cit., pp. 412 e 436; nonché D. Vigne, La Relation infinie I cit., p. 291.

[11] Daniel Vigne, che alla rivalutazione lanziana dei sensi dedica tutta la prima parte del ricordato volume, impiega assai opportunamente in proposito, alla p. 291, l’espressione: «sensitivité érotique».

[12] Daniel Vigne sottolinea la razionalità del pensiero di Lanza del Vasto nella seconda e più ampia parte del suo volume (pp. 293 sgg.), intitolata: L’intelligence et le savoir.

[13] A San Vito dei Normanni, oggi in provincia di Brindisi, dove sono nati nel 1901, 1903 e 1904.

[14] Anne-Marie Nauts.

[15] Cfr., in particolare, Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., pagine finali, per la «conversione» intellettuale del 1925. Nonché Id., L’Arca aveva una vigna per vela, Jaca Book, Milano 1995, pp. 16-17, a proposito della «chiamata» al rientro in Occidente e alla fondazione di un ordine.

[16] Ricordo che Maes ha curato, con il sottoscritto, l’edizione del citato Lanza del Vasto, Lettere giovanili. Il punto di vista qui segnalato emerge in particolare da un mio scambio epistolare del 2006 con lo studioso fiammingo.

[17] M. Lanza, Le conversioni di Lanza del Vasto (1925, 1933, 1937), in Id., Scritti vari su Lanza del Vasto, stampa domestica di Casa Lanza, Castelvetro (MO) 2006, pp. 164-171.

[18] Picasso e Braque. Accorpamento dispregiativo dei due nomi in cui ci imbattiamo in Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 147. A proposito del primo di questi pittori contemporanei Lanza annota in Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., p. 48: «Ancora giovane, Picasso ha smesso di essere un grande pittore dall’occhio semplificatore, dalla mano sicura» [traduzione dal francese dell’articolista].

[19] Riguardo agli impressionisti, si veda, ad esempio, Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., p. 47.

[20] È risaputo che i nazisti hanno organizzato a Monaco di Baviera una grande mostra dell’arte da loro definita «degenerata», nel 1937. Vi sono state esposte al pubblico ludibrio numerose tele di pittori quali, tra gli altri, Cézanne, Manet, Monet, Renoir, Pissarro, Gauguin, Van Gogh, Picasso, Modigliani, De Chirico, Chagall, Braque, Matisse, Kirchner, Klee, Kandinsky, Grosz.

[21] I nazareni sono stati attivi principalmente a Roma, circa dal 1815. I preraffaeliti si sono costituiti in associazione ufficiale a Londra nel 1848. Un grande amico pittore di Lanza del Vasto, Giovanni Costetti, è stato in contatto con gli ambienti preraffaeliti a Firenze, come ci informa Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., p. 56, e ha ammirato Puvis de Chavannes, per certi versi uno dei loro epigoni.

[22] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., pagine finali.

[23] Alla metafisica di Lanza del Vasto Daniel Vigne ha dedicato tutto un secondo corposo vol. de La Relation infinie, la cui uscita per i tipi della Le Cerf è programmata entro il 2010. Grazie alla trasmissione di una copia in omaggio da parte del suddetto, lo scrivente ne ha già preso conoscenza nella versione originaria, cioè sotto forma di tesi di specializzazione presso la Sorbona (giugno 2005).

[24] La lingua francese non ha un suo vocabolo specifico corrispondente al latino mens e all’italiano mente. Pertanto non distingue, né ha lo strumento linguistico che gli consenta di distinguere, tra «mente» e «spirito».

[25] D. Vigne, ‘La Trinité spirituelle’: un libro chiave rimasto ad oggi incompreso, contributo alla giornata di studio di Pisa del 4 ottobre 2008, punto 5: Mistero dello spirito. Gli Atti di questo convegno verranno prossimamente pubblicati.

[26] La necessità logica lo aveva in un primo tempo costretto alla filosofia e alla teologia, come evidenzia il titolo francese del suo terzo libretto autobiografico stampato da Denoël nel 1974: La conversion par la contrainte logique. Esso corrisponde a Conversione per necessità logica, terzo capitolo di Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., pp. 133 sgg.

[27] D. Vigne, La Relation infinie I cit., p. 45.

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Chiave di lettura neogotica del Pèlerinage aux sources di Lanza del Vasto. [1]

 

Quella del viaggio iniziatico è, in letteratura, una matrice tematica antica, già classica e greca con la figura di Ulisse e l’Odissea, e che ha avuto soprattutto un ampio radicamento nel medioevo.

La Commedia dantesca è un viaggio iniziatico, un peregrinare esplorativo in tre sfere o tre momenti dello spirito, da quello compromesso dal peccato a quello del pentimento, infine a quello della serenità nella conoscenza. Questi tre momenti ricordano la distinzione, familiare al basso medioevo, di tre regni allegorici, Amore, Fortuna e Conoscenza, cui corrisponderebbero le tre età della vita voluptuosa o giovinezza, vita activa o maturità adulta e vita contemplativa o saggia vecchiaia [2]. Già il ciclo bretone del XII secolo, fulcro della narrativa in versi medievale, ci propone peraltro con Chrétien de Troyes [3], sì, avventure cavalleresche; imperniate però sulla ricerca del graal, del calice, cioè, dell’ultima cena, divenuto talismano divino in virtù del sangue di Cristo che vi sarebbe stato a suo tempo versato.

Nel Roman de Renart, grande, articolato, complesso di narrazioni pseudo-animalesche che, sul finire del medesimo secolo, prendono il contropiede della vena nobile, caricaturandola, Pierre de Saint-Cloud biasima la pratica dei pellegrinaggi in Terra Santa, che consentirebbe ai rei di delitti di sfuggire alla Giustizia e non avrebbe il benché minimo effetto migliorativo sull’indole naturale dei sedicenti penitenti [4]. La censura dei pellegrinaggi sotto forma, in particolare, di dileggio dei pellegrini rimarrà un motivo ricorrente nell’ambito della produzione letteraria realistico-comica [5].

Ma, per tornare invece al gusto dominante o delle classi sociali dominanti, elevato, raffinato, sempre proteso ad una sublimazione del reale, un altro accostamento sembra pertinente e rivelatore: quello del Pèlerinage aux sources di Lanza del Vasto [6] e del Chevalier errant di Tommaso III di Saluzzo [7].

Il Pèlerinage del Lanza configura una moderna quête du graal. Le sorgenti, le fonti di cui si tratta sono quelle della cultura, sotto le specie della filosofia, della saggezza, della conoscenza, intesa come conoscenza totale, non solo intellettuale, ma altresì sensibile e, alla fin fine, intuitiva o – se vogliamo adeguarci alla terminologia dell’interessato – spirituale. Che l’itinerario di ricerca del nostro autore prenda appoggio su un episodio reale di viaggio e che quest’ultimo si svolga in India, nell’India di Gandhi, sono tratti di un particolarismo realistico imputabile all’epoca della scrittura, indici di modernità. L’attenzione al dettaglio concreto o fattuale, così come l’infatuazione orientalista, sono tipiche caratteristiche dell’Ottocento e primo Novecento europeo.

Il Livre du Chevalier Errant, in prosa e in versi, è stato composto da Tommaso III di Saluzzo tra gli ultimi anni del Trecento e i primissimi del Quattrocento. Il fatto che il marchese vi si esprima in medio francese si spiega con i ripetuti suoi soggiorni a Parigi, con la circostanza che tanto sua madre quanto sua moglie fossero francesi [8] e, insomma, con l’orientamento generale di adesione alla Francia di quel giovane piemontese che, nella sua terra, ha dovuto affrontare costanti, gravi, traversie.

Di nuovo si tratta, intanto, di un libro redatto da persona di non mediocre cultura che ha avuto una vita assai movimentata [9]. Di un libro che vuol essere come il tesoro di saggezza di una vita, quindi tanto una testimonianza di ricerca quanto un compendio di ammaestramenti, acquisiti e originali, da tramandare ai prossimi e ai posteri. Insomma di uno scrigno del graal.

Colpisce – ed è stato cagione vuoi di aspre critiche [10], vuoi di disinteresse da parte di commentatori prevenuti – il carattere tardo-medievale o tardo-gotico dell’opera. La quête vi assume ancora una parvenza di forma preminentemente narrativa attinente a vicende cortesi e cavalleresche. Ed è certo che, nel primo Quattrocento, la cultura italiana si apre già ormai ampiamente alle prospettive rinascimentali. Non però la Francia e, nella stessa Italia, meno le regioni periferiche che la Toscana. Inoltre, vi è a tale proposito un relativo divario tra classi e consorterie sociali. Mentre la borghesia emergente abbraccia con entusiasmo il nuovo indirizzo umanistico, l’aristocrazia rimane più aderente e legata agli schemi germanico-feudali. Lo attestano ottimamente tra l’altro, nel settore delle arti visive, affreschi come quelli della cappella quattrocentesca del castello di Vignola [11] e, più rilevanti per noi in quanto fatti eseguire dal primogenito naturale dello stesso Tommaso III, Valerano [12], quelli della sala baronale del castello della Manta, a pochi chilometri da Saluzzo [13]. Lo illustra inoltre alla grande il lungo perdurare della fortuna della letteratura cavalleresca, che nelle corti d’Italia raggiunge il suo apice di brillantezza addirittura nel Cinquecento, con l’Ariosto e il Tasso.

Quanto a Lanza del Vasto, si sarà tentati di obiettare che l’abbinamento a Tommaso III di Saluzzo, un autore secondario e poco noto di cinque secoli prima, può sembrare a priori peregrino. Meno forse, tuttavia, se si riflette che vi è un rapporto di parentela, di sangue, tra i due personaggi. Manfredi I (attivo tra il 1125 e il 1175) e Guglielmo (tra il 1142 e il 1160) marchesi del Vasto, dai quali discendono rispettivamente Tommaso III di Saluzzo (marchese tra il 1396 e il 1416) e Lanza del Vasto (1901-1981), erano fratelli. I due scrittori sono, insomma, cugini alla lontana, ambedue di diretta ascendenza aleramica. Dal punto di vista di un moderno studioso una parentela del genere, certo, parrà irrilevante e più immaginaria che reale. Si tengano però nel debito conto le tradizioni familiari esistenti in seno alle famiglie di antica nobiltà.

Lanza del Vasto si è sempre e in vario modo dimostrato attaccatissimo alle origini familiari, come peraltro dimostra la stessa captazione dello specifico predicato, aggiunto d’autorità al cognome [14]. Inoltre, se non altro con riferimento alla pittura, scultura ed architettura, ha in vari scritti proclamato la sua preferenza per il medioevo, per gli stili, cioè, romanico e gotico. Nel medioevo si è in qualche modo ritirato e trincerato di fatto, fondando, in luoghi appartati e al di fuori del comune consesso civile, le sue comunità imperniate sul lavoro manuale diretto e l’approfondimento spirituale (ora et labora), il rifiuto della tecnologia, il vegetarianesimo [15]. Un gusto tra il romanico, il gotico e l’orientalista presiede alla non scarsa produzione artistico-figurativa sua e dei suoi seguaci: disegno, incisioni, acquerelli, tempere e oli, sculture in legno, oggettistica d’uso corrente, calligrafia.

Questa attrazione così forte, spettacolare, stravagante, verso un «primitivismo» e il medioevo, come si spiega, come va interpretata?

Non neghiamo che, per una parte, non si spiega, non va spiegata, va presa tale e quale, costituisce un contenuto originale e valido del messaggio che il siculo-fiammingo di remota ascendenza vastense ha incarnato e ci ha lasciato. Per un’altra considerevole parte, tuttavia si inquadra in un contesto di tendenze culturali moderne facilmente discernibili e relativamente note.

Una nostalgia del medioevo permea in ampia misura il romanticismo. Il primitivismo si affaccia nella cultura e nel gusto moderni in modalità e frangenti vari. La moda dell’Oriente si sviluppa in Inghilterra sin dal Settecento, strettamente unita peraltro al culto dell’Italia e della Grecia, persino della Costa Azzurra francese. Sul finire dell’Ottocento, Gauguin si stabilisce a Tahiti, dipinge figure di indigene di carnagione scura in posizioni statiche che ricordano l’arte bizantina. Ai primi del Novecento subentra la moda dell’arte negra. Anche l’attenzione alle religioni, alle filosofie, alle civiltà dell’Estremo Oriente cresce gradualmente in Europa a decorrere dal Settecento.

La stessa polemica lanziana antitecnologica è veemente e radicale, sì, ma non del tutto inventata di prima mano. Requisitorie contro un troppo disinvolto sfruttamento della natura, contro l’industria e l’urbanizzazione selvaggia, persino contro il progresso o l’illusione del progresso, non mancano in epoca moderna prelanziana in letteratura e, soprattutto, da parte dei poeti. Già il cinquecentesco Pierre de Ronsard, nell’elegia che dedica alla foresta di Gâtine, recrimina contro l’abbattimento proditorio degli alberi [16]. Émile Verhaeren ha dedicato un’intera raccolta di liriche, nel 1895, a Les Villes tentaculaires. E non saremo certo noi, italiani, a ignorare gli accenti antiprogressisti di Giacomo Leopardi.

Tutti questi elementi nostalgici e polemici appartengono a quella che potremmo definire la dimensione pessimistica del romanticismo.

Lo stesso ritorno di parte della cultura alla religione e alle fedi religiose, nell’Otto e Novecento, è ascrivibile agli umori romantici, in reazione alla radicalità del laicismo illuminista e in opposizione al positivismo alla Auguste Comte [17].

E, a questo punto del nostro svolgimento, viene a proposito ricordare come lo stesso Lanza del Vasto abbia ravvisato una continuità d’ispirazione tra il gotico e il romanticismo: «l’avènement du romantisme lui semble être à l’âge classique ce que le gothique est au roman», osserva Daniel Vigne [18]. Il quale cita poi da Lanza: «Style roman [..]: latin. Gothique [..]: germanique. Baroque [..]: latin espagnol. Romantique [..]: germanique» [19]. E: «Le XIIe est conviction; le XVIIe est certitude. Le gothique inquiétude; le romantisme trouble» [20].

Vi è in Lanza del Vasto, nella sua personalità, nei suoi modi di vita, nel suo pensiero e nei suoi insegnamenti, una quota rilevante di romanticismo neogotico. Ad essa ci sembra vadano fatti largamente risalire l’eccentricità del «pellegrino» nei costumi di vita, vestimentari, alimentari, il suo stesso porsi ostentatamente fuori dalla comune società civile, il suo atteggiarsi a persona fuori dal comune. Diciamo la sua radicalità primitivistica, accompagnata da tutto un corredo di iperboli dimostrative.

Essa condiziona pressoché in toto i gusti e gli indirizzi artistici del maestro, come chiaramente dimostrano molte prese di posizione critico-estetiche nei suoi scritti, ma anche, e più decisamente – lo ho già ricordato – la sua pratica nelle arti, soprattutto visive e musicali.

Ad essa va in parte ricondotta la sua fede religiosa, per certi aspetti sorprendentemente ingenua, innervata da una credulità confinante alla superstizione. Mi riferisco ad un’acriticità fanciullesca in ordine ai miracoli, ai guaritori e altre simili straordinarietà, che ho talvolta constatato di persona o di cui mi sono pervenute attendibili testimonianze indirette.

Ma ciò che più conta è che lo stesso pensiero di questo grande personaggio, per molti versi di una razionalità a tutta prova, quasi persino esagerata, è inquinato da aspirazioni neogotiche, soprattutto nelle sue più estreme ambizioni, che lo conducono a funambolismi verbali basati sull’uso di termini astratti, non di rado idiotismi o semi-idiotismi, incerti quanto alla reale sostanza che coprono e agli esatti contorni di essa, semanticamente appannati, ambigui, se non vacui.

Ne consegue che uno dei più completi e profondi sistemi di pensiero del XX secolo è di una lettura tanto più ardua quanto più, sulle prime e dopo meticolosa ricostruzione d’insieme, potrebbe sembrare chiara e ovvia. Lanza avvertiva: «Coloro che mi elogiano per la mia chiarezza non afferrano il vero senso della mia chiarezza, che è un velo» [21]. Esso va liberato da una ganga, dal mallo – tra l’altro – dei condizionamenti d’epoca. E l’operazione è tutt’altro che banale [22].

 


 

[1] Altro articolo ad oggi inedito, anch’esso redatto nel gennaio del 2009.

[2] Cfr. Margherita Lecco, Paesaggi incantati, animali meravigliosi. Imagerie e scrittura nello «Chevalier errant», in Immagini e miti nello «chavalier Errant» di Tommaso III di Saluzzo, atti del convegno di Torino (Archivio di Stato) del 27 settembre 2008, Bollettino della Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo n. 139, 2° sem. 2008, pp, 73-85. Con particolare rif. alla p. 74.

[3] Sono celebri i suoi romanzi in versi Lancelot ou le Chevalier à la charrette; Yvain ou le Chevalier au lion; Perceval ou le conte du Graal.

[4] La vicenda del Renart pèlerin è narrata nella «Branche» I.

[5] Cfr. François Rabelais, La vie très horrificque du grand Gargantua, père de Pantagruel, in Œuvres complètes, Gallimard (La Pleiade), Paris 1955, capp. XXXVIII e XLV, pp. 111 sgg., 130 sgg.  Nonché Giuseppe Gioachino Belli, I sonetti, a cura di G. Vigolo, 3 voll., Mondadori, Milano 1952-1953: sonetti nn. 126, 194, 346, 2115. In Rabelais, sei pellegrini si rifugiano per la notte in un ricco cespo di lattuga, ma vengono ingoiati l’indomani dal gigante Gargantua con l’insalata condita, poi estromessi uno ad uno dalla grande bocca con uno stuzzicadenti. Cadono in altri trabocchetti e finalmente sono esortati a tornarsene a casa loro, a lavorare e occuparsi delle rispettive famiglie. Del Belli, particolarmente significativo in materia è il sonetto n. 346 in cui due pellegrini sono ospitati dal Lot del Genesi, ma reclamati dai cittadini di Gomorra per servire loro da bersagli sessuali.

[6] Lanza del Vasto, Le pèlerinage aux sources, Denoël, Paris 1943; quindi svariate riedizioni. In italiano: Pellegrinaggio alle sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, Jaca Book, Milano 1978.

[7] Bibliothèque Nationale de Paris, ms. fr. 12559. A stampa: Tommaso III di Saluzzo, Il Libro del Cavaliere Errante, testo originale francese con traduzione italiana a fronte a cura di M. Piccat, Araba Fenice Edizioni, Boves 2008.

[8] Béatrice de Genève e Marguerite de Roucy.

[9] Figlio di Federico II, Tommaso è, in gioventù, trattenuto come ostaggio e prigioniero a Torino dai Savoia in garanzia del riconoscimento di dipendenza feudale che la famiglia d’Oltralpe pretende dai saluzzesi. Eredita la carica marchionale nel 1396. Nel 1401 ripara in Francia, a Parigi, in cerca di appoggi politici, ma anche di contatti letterari e culturali. In Francia torna altre due volte negli anni successivi. Da giovanissimo vive un’amore appassionato con Olmetta de Solio che gli dà tre figli naturali. In Francia però si coniuga con Margherita, madre del successore, Ludovico I.

Il suo romanzo, composto negli anni a cavaliere del volgere del secolo, testimonia di copiose letture nell’ambito della letteratura cavalleresca e delle chansons de geste.

[10] Si veda: C. Legrand d’Aussy, Notice de l’ouvrage manuscrit, intitulé le Chevalier Errant par Thomas, Marquis de Saluces, III de nom, mort en 1416, in Notices et Extraits de la Bibliothèque Nationale, V, 1799, pp. 564-580. Inoltre: E. Gorra, Il Cavaliere Errante di Tommaso III di Saluzzo, in Ead., Studi di critica letteraria, Bologna 1892, pp. 3-110.

[11] Si veda: La cappella Contrari nella rocca di Vignola, a cura di  D. Benati e V. Vandelli, Jaca Book / Fondazione di Vignola, Vignola 2007.

[12] Dopo la scomparsa nel 1416 di Tommaso III, Valerano della Manta, già maturo, ha assistito Margherita di Roucy nella gestione del marchesato ed ha svolto durante oltre un decennio un ruolo di tutore in favore del futuro Ludovico I, neonato, poi fanciullo.

[13] Mi riferisco alla «Mostra dei prodi e delle eroine» e alla «Fontana di giovinezza».  Si veda: G. Carità (a c.), Le arti alla Manta, Dario Musso Editore / Galatea, Torino 1992.

[14] Nipotino di Giuseppe Lanza principe di Trabia (1833-1868), il nostro personaggio era però figlio di un figlio naturale e adulterino, ufficialmente escluso dall’ambito familiare siciliano. Anagraficamente, il poeta filosofo era un «Lanza» tout court

[15] La prima comunità dell’Arca è sorta nel 1948 nella località di Tournier, nella Charente-Maritime. Poi le nuove comunità madri e le succursali si sono avvicendate e moltiplicate in Francia e anche in altri paesi europei – ivi compresa l’Italia – e in America, con alterna fortuna a seconda dei periodi. Attualmente continuano ad essere attivi gli insediamenti della Borie Noble (Lodève) e Saint-Antoine-l’Abbaye (Isère).

[16] Ronsard, Œuvres complètes, Gallimard (La Pleiade), Paris 1950, 2me vol., Élégie XXIV, pp. 116-118.

[17] È Lanza del Vasto stesso a segnalare quanto gli scritti di questo filosofo francese lo abbiano colpito e influenzato in gioventù.

[18] D. Vigne, La Relation infinie I cit, p.176.

[19] Lanza del Vasto, Le Viatique, quaderno manoscritto inedito XIV, n. 5078.

[20] Id., Le Viatique, quaderno manoscritto inedito XVII, n. 6117.

[21] Id., Le Viatique, quaderno manoscritto inedito XV, n. 5578.

[22] Non basta stare dietro a Lanza, ricucirne e riordinare le trame del suo pensiero sparse a frammenti in diverse decine di scritti come ha fatto egregiamente Vigne nel vol. cit. e nel secondo, in corso di stampa, della stessa opera, occorre anche procedere ad una seria disamina critica ed estrarre dalla montagna di terriccio e materiale di riporto l’effettivo diaspro diamantino che, per molti versi, occulta.

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            Il diavolo e l’acqua santa.

            Chiavi di lettura ternarie o binarie in ordine alla personalità e vicenda spirituale di Lanza del Vasto. [1]

 

La complessità delle realtà, nonché, nell’ambito generale delle realtà, delle personalità umane rilevanti, costringe, in sede di analisi ed interpretazione, a distinzioni e sistemazioni basate su semplificazioni, schematizzazioni. Tale e quale e in blocco, chiusa in sé, ogni realtà è ingestibile e anzi persino inaccessibile, incomprensibile, priva di senso.

La semplificazione, in pratica obbligata quando si voglia riflettere e capire, non rappresenta di per sé, necessariamente, una fuga dalla realtà reale, una falsificazione. Indispensabile, essa è anche ammissibile, a condizione che ci si sappia sempre avvalere dello strumento interpretativo cum grano salis, con discrezione e moderazione, senza pretese di apoditticità e preclusioni; in modo, cioè, adattabile, evolutivo, disponibile a revisioni.

Premesso ciò, ricordiamo che, nel pensiero di Lanza del Vasto, è flagrante e ben noto il ricorso ossessivo a chiavi di lettura triadiche [2].

A tale proposito, osserviamo che, se lo schema semplificativo più elementare da immaginare in sede di interpretazione è quello dell’opposizione binaria, la struttura in tre termini si connota di per sé come ben più raffinata e più corrispondente alla complessità del reale in quanto tale. Nonostante solo un gradino, uno scatto interpretativo, le separi, una visione o concezione bidimensionale, basata sul contrasto tra due valori o poli che reciprocamente si escludano quali la luce e l’ombra, è, incolore e piatta, infinitamente meno ricca, affidabile, prossima al bersaglio della realtà in sé, rispetto ad un approccio tridimensionale.

Sappiamo che l’intera filosofia di Lanza del Vasto è un vasto sistema piramidale costruito per triangolazioni ascendenti. Alle terne del tipo musica - arti plastiche - poesia, sonno - fame - amore, sensibilità - intelligenza - volontà, passato - futuro - presente, tempo - spazio - spirito, tempo - spazio - movimento, quantità - qualità - valore, scienza - arte -  religione, matematica - fisica – filosofia [3] si sovrappone al vertice dei vertici la Trinità divina di Padre, Figlio e Spirito Santo.

In articoli sulla personalità di mio zio, anche a me è capitato, certo ben più occasionalmente, di praticare la formula triadica.

Ricordo, in particolare, un mio pezzo sulle  Conversioni di Lanza del Vasto accolto nella silloge intitolata Scritti vari su Lanza del Vasto [4] e ad oggi, purtroppo, inedita, ma distribuita sotto forma di stampato dattiloscritto a vari studiosi delle tematiche lanziane. In esso ho svolto la tesi di una conversione progressiva del maestro, che si sarebbe articolata in tre tappe fondamentali: conversione intellettuale (attorno al 1925), anti società civile (1933), spirituale (1937). Un altro mio contributo più recente e ancor più disperatamente inedito verte sulle componenti caratteriali e culturali della stessa personalità di Lanza del Vasto, ivi da me ravvisate in una mai spenta fibra libertina, nella razionalità e in certo romanticismo intellettuale[5].

È significativo che Gabriël Maes, informato e attento esperto della materia che con me ha curato a suo tempo l’edizione delle Lettere giovanili [6], abbia reagito – in sede privata – all’articolo sulle conversioni dissociandosi energicamente dalla mia proposta ricostruttiva e sostenendo che sarebbe persino artificioso e infondato parlare di «conversione» per quanto attiene a Lanza del Vasto [7].

La tesi da lui difesa è che il personaggio sarebbe stato decisamente cattolico sin dalla primissima gioventù, come sembrano documentare alcuni suoi scritti autobiografici ed epistolari. In particolare, lo studioso fiammingo si riferisce alle pagine del Viatico in cui Lanza rievoca l’infanzia, il fascino della religione già subìto dal fanciullo, le insistenti preghiere notturne ginocchioni sul pavimento, la pietà angosciata per le pene delle anime dell’inferno, come addirittura per il destino di tormento e tragico sacrificio degli animali d’allevamento e selvatici [8]. Quindi, per il periodo postadolescenziale, ad esempio alle lettere a Madeleine Viel dall’Abetone, segnatamente a quella del 21 giugno 1923 in cui Lanza si dichiara entusiasta dell’Ornamento delle nozze spirituali di Jan van Ruysbroek, si richiama al Cantico dei cantici biblico e loda le lettere di santa Caterina da Siena [9].

Sul credito e, soprattutto, sul peso da accordare a queste – diciamo – velleità religiose precoci, ritengo possano essere espresse valutazioni varie e non concordanti. L’amico Maes le prende molto sul serio e, di contro, sottovaluta le indicazioni relative alla stringente educazione laicistica della scuola e della società parigina, a tal segno da non poter ammettere il principio di una qualsivoglia «conversione». Dal suo punto di vista, l’esperienza religiosa di Lanza è invece connotata da un crescendo lineare.

Ciò che invece è stato ad oggi cautamente sottaciuto dai biografi rispetto a Lanza del Vasto e che decisamente ferisce la sensibilità dell’erudito fiammingo è un lato «oscuro» della personalità del pellegrino, connesso ad un vivace e mai eradicato nodo di pulsioni erotiche.

Come anche io ho rilevato nel secondo articolo sopra citato, non si può negare che episodi quali la torrida tresca occasionale con la Youri Guller del 1936 [10], a pochi mesi dalla partenza per l’India, il concubinato con l’ex amante di Luc Dietrich, Anci Nagy-Dupré [11], del 1944, l’incapricciamento senile per la giovane Églantine [12], a tacere delle decine di rapporti quanto meno ambigui intrattenuti con seguaci e ammiratrici del sesso debole durante tutta la vita, abbiano di che imbarazzare i benpensanti prodighi di facili quanto entusiastici encomi e non possano essere ignorati in un bilancio psicologico generale del protagonista.

Questo duplice ordine di considerazioni induce Maes a imperniare la propria lettura del personaggio Lanza del Vasto su una chiave di perpetuo e mai superato contrasto tra un’imperiosa vocazione religiosa e un istinto libertino tuttavia non meno pervicace, quantunque dominato in parte, represso e mascherato grazie al matrimonio.

È un’interpretazione eminentemente drammatica e, direi, ligia a modelli ideali romantici, affine ai miti del dottor Faust, di Barbablù [13], dell’asse del bene e del male caro agli evangelici americani. Certamente non è infondata, né da scartare in toto. Appare, però, troppo elementare, riduttiva e povera, troppo ispirata a mode e gusti culturali ormai scaduti, per esser fatta prevalere ed occupare il campo delle nostre più ambiziose attenzioni critiche.

Le conversioni di Lanza del Vasto non sono una favola, quantunque possano essere state da lui presentate, esibite (soprattutto la prima e la terza) in versioni un po’ teatralizzate [14]. È anzitutto certo che il rientro in Italia per gli studi universitari ha effettivamente favorito un cambiamento di rotta intellettuale e culturale per il nostro personaggio. Gli ha fatto riscoprire, reincontrare a tu per tu, toccare con mano gli artefatti e capolavori d’arte che in numero cospicuo rendono testimonianza, a Firenze e Pisa e nelle altre città toscane, dell’antica civiltà medievale, poi rinascimentale. Ha ripolarizzato la sua attenzione sulle antiche e gloriose origini della famiglia paterna (siciliane e, in precedenza, piemontesi). Grazie a testimonianze dirette e imparabili come quella dell’umile Antonino da Empoli ha aperto gli occhi sul valido perdurare di una vera fede cristiana, non sentimentale, non isterica, non ipocrita, bensì impegnata e razionale.

È a Pisa, sul finire del 1925, che Lanza del Vasto si è riconosciuto credente e cristiano. Questo fondamentale acquisto è avvenuto in lui di pari passo e in stretta connessione con l’individuazione delle chiavi ultime del suo pensiero, con il completamento virtuale del suo sistema filosofico.

Solo una cattiva volontà caratterizzata o la leggerezza di un’ignava ingenuità possono poi impedire di misurare il salto di qualità nell’impegno di fede e di pensiero che ha rappresentato per Lanza quell’esperienza di distacco, di rinuncia, di regresso all’evidenza e al «giardino del mondo» che è stato il protopellegrinaggio in Abruzzo e Puglia del 1933 [15]. Un passo ancora, è vero, più virtuale che davvero reale, poiché il pellegrino tarderà ancora anni ed anni per attuarne appieno i risvolti applicativi [16]. Ma ci si renda conto dell’estensione della modificazione in atto: da aspirante principe e candidato a brillare nei salotti parigini, Lanza si veniva gradatamente trasformando in povero romito senza neppur più un sasso su cui poggiare il capo.

Infine, le incidenze sulla sua personalità della non breve permanenza in India nel 1937-38 non sono da alcuno contestate.

Ed è difficile concepire davvero come mere tappe di un cammino ordinario di fede cattolica romana l’estasiato sbalordimento del trentaseienne dinanzi allo spettacolo delle sovrabbondanti e concretissime manifestazioni della spiritualità popolare indiana, la sua commozione e presa di coscienza della propria insignificanza dinanzi alla fragile figura di Gandhi, il suo assoggettamento volontario alle pratiche insegnate da maestri di vita spirituale indiani. Credo non si possa negare che Lanza, intenzionato in un primo tempo a rimanere definitivamente in India, abbia proceduto ad un reale ed originale tentativo di integrazione tra i due mondi di valori che ormai considerava suoi, quello occidentale e cristiano, quello orientale, composito, assai più ricco e variegato, tra suggestioni induistiche e vediche, buddhiste e, da ultimo, prettamente gandhiane.

Le vicende riferibili alle pulsioni sessuali non meritano certo di accaparrare il nostro interesse e le nostre capacità di ricerca a fronte di tale straordinaria vicenda complessiva di conversione. La sessualità è una dimensione banale, presente in ogni umano e relativamente prepotente in numerosi esponenti del nostro genere. Prendiamo pure nota del fatto che Lanza del Vasto non era un eunuco, né, quanto a sesso, un individuo dalla fibra molle. Tutto però finisce qui in ordine a tale questione. Lanza del Vasto era un uomo valido sotto il profilo della virilità e che non ha mai fatto voto di castità. Insomma, era un uomo assolutamente normale. Ciò non autorizza certo a inventarsi, a suo carico, drammi e tormenti della sessualità, né lotte strenue tra il bene e il male a ridosso di una religiosità e filosofia che sarebbero state specchi per le allodole o poco più che infingimenti di superficie. Simili illazioni e fantasticherie procedono semmai, a mio avviso, da un abito mentale romanticamente decadente con tendenza a sconfinare nel morboso.

 


 

[1] Pezzo mai comparso a stampa finora e composto nel marzo del 2009.

[2] L’approccio triadico del reale è già caratteristico, come ben noto, della scuola idealista tedesca, di Kant e di Hegel.

[3] Vedi D. Vigne, La relation infinie I cit., alle rispettive pp. 184, 243, 304 e 526, 483, 508, 566, 511, 613, 632.

[4] Le conversioni di Lanza del Vasto (1925, 1933, 1937), in M. Lanza, Scritti vari su Lanza del Vasto cit., pp. 164-171.

[5] Cfr. Le tre dimensioni cardine della personalità di Lanza del Vasto: libertina, razionale, romantica, articolo del gennaio 2009 figurante alla pp. 23 a 31 del presente volume.

[6] Lanza del Vasto, Lettere giovanili (1923-1936) cit.

[7] Questo dissenso è stato esternato dal Maes in termini alquanto perentori nell’ambito di uno scambio di messaggi telematici del luglio 2006 con lo scrivente.

[8] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit.. Si vedano in particolare le pp. 18-19.

[9] Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., lettera n. 1, p. 19.

[10] Vedi Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., lettere nn. 204 e 205 da Montredon di Marsiglia, pp. 342-347.

[11] Vedi M. Lanza, Esperienza umana cit., pp. 217-237, alle pp. 235-236.

[12] Cfr. A. de Mareuil, Lanza del Vasto cit., pp. 412 e 436; D. Vigne, La relation infinie I cit., p. 291.

[13] Mito, questo, che prende origine dal personaggio quattrocentesco di Gilles de Rais, compagno d’armi di Jeanne d’Arc, maresciallo di Francia, che nel 1435 si ritirò in Vandea sulle sue terre, dove si consacrò alla magia nera e si diede – a quanto si narra – al rapimento, allo sfruttamento sessuale e all’uccisione sistematica di centinaia di fanciulli d’ambo i sessi. La teoria del Maes è indirettamente suffragata anche dal fascino che personaggi effettivamente connotati da una fondamentale ambiguità e fragilità spirituale, incontrati nella vera vita o conosciuti attraverso la letteratura, hanno sempre esercitato su Lanza del Vasto. Giova ricordare che proprio su questa figura tra lo storico e il leggendario Lanza del Vasto ha abbozzato un romanzo nel 1936, lasciandolo poi incompiuto. Il Gilles de Rais è stato pubblicato postumo dall’editrice Éolienne nel 2001  a cura di A. de Mareuil e X. Dandoy.

[14] La narrazione delle circostanze della conversione intellettuale con cui si conclude il settimo quaderno del Viatico (cfr. Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., pp. 208-209) è efficacissima, trascinante, ma non può, né deve, farci dimenticare se non altro l’arbitraria attribuzione a Tommaso d’Aquino della formula che ne costituisce il fulcro: «Deus est relatio / non autem relativa / quia immutabilis». L’apologo è stato ripreso senza esame, né riserve, dal biografo Arnaud de Mareuil, in Lanza del Vasto cit., pp. 39 e 324. Quanto all’episodio della chiamata divina a Narendra Nagar, durante la tentata ascesa alla sorgente del Gange, chiamata supposta configurare la vocazione del Nostro a fondare comunità in Europa, osserviamo che questa è stata rivelata dall’autore a chiare parole solo molto tardi, precisamente in L’Arche avait pour voilure une vigne, edito da Denoël, a Parigi, nel 1978.

[15] Vedi M. Lanza, Esperienza umana cit., pp. 230-231.

[16] Lanza riunirà il primo gruppo di discepoli a Parigi nel 1944 e fonderà la prima comunità agricola in Charente-Maritime nel 1948.

*          *          *

 

Sensibilità e arte poetica in Lanza del Vasto. [1]

 

Il primo, più basilare elemento di originalità ed innovazione filosofica del sistema di pensiero di Lanza del Vasto è la rivalutazione a pieno titolo dei sensi, dei dati dei sensi e quindi della sensibilità [2].

L’apparenza fenomenica è, sì, gioco effimero di riflessi, illusione, ma non (come vuole la dottrina indiana della Maya) illusione pura che sfoci in toto nel nulla, bensì illusione strettamente collegata ad un substrato di effettiva consistenza, che rinvia, cioè, ad una verità ultima [3]; illusione seria, starei per dire, solo ed unico nostro radicale legame con un al di là dei più profondi ed assoluti valori metafisici.

La filosofia occidentale moderna, Cartesio, l’idealismo tedesco di Kant e Hegel, avrebbero deviato dalla secolare, più legittima, tradizione di saggezza proprio per il loro fondamentale diffidare delle immediate apparenze e prescindere dalla realtà spicciola [4].

Cosa conduce, sin da giovanissimo, il nostro maestro ed autore a questa deflagrante riscoperta dell’uovo di Colombo? Anzitutto la sua stessa acutissima sensibilità. Mentre i succitati intellettuali, soprattutto i due ultimi, erano in qualche sorta degli accademici nati, da scrivania, da biblioteca, e votati al chiuso delle aule universitarie, Lanza era un giovane, poi un uomo, da aria aperta, da ampi orizzonti, da peregrinazioni incessanti attraverso le più diverse aree del mondo. Nelle sue liriche ha spesso proclamato – lo ricordo qui per inciso, perché è un dettaglio significativo – la sua devozione al vento:

J’ai ma maison dans le vent sans mémoire,

J’ai mon savoir dans les livres du vent,

Comme la mer j’ai dans le vent ma gloire,

Comme le vent j’ai ma fin dans le vent. [5]

E già la precoce raccolta italiana del 1927 sulla cui copertina compare per la prima volta lo pseudonimo dell’autore desunto dall’antica storia famigliare si intitolava Conquiste di vento [6].

Quale scrittore, Lanza è – si potrebbe dire – un peripatetico, nel senso che, come ha confidato ad amici, conoscenti e intervistatori, concepisce e compone i suoi scritti, poetici e teoretico-filosofici, spesso e volentieri camminando, passeggiando, soccorso, sostenuto nella creazione, dal ritmo della marcia [7].

La sensibilità del ventenne, e ancora del trentenne, si esprime anche – come potrebbe essere altrimenti? – in una tenace versatilità amorosa e persino francamente erotica [8]. Certo, il pensatore che va, per costrizione logica, convertendosi sempre più imparabilmente ad una spiritualità trinitaria [9] si sforza di contenere e riordinare in sé i prepotenti impulsi di questo tipo. E, nella sua raccolta poetica fondamentale, Le chiffre des choses, che uscirà in prima edizione nel 1942, verifichiamo una decisa discrezione sull’argomento, che in parte si configura come espunzione di pezzi compromettenti o come mascheratura dell’identità delle partner, nonché dell’esatta natura dei rapporti. Nonostante ciò, la sensibilità trasmutata in sensualità talvolta filtra al di là del velo accecante delle parole [10]. Quantunque possano essere giudicati addirittura più significativi ed espressivamente riusciti i pezzi in cui il poeta dà testimonianza delle sue volute, cervellotiche, riluttanze amorose:

Tel, lige aux codes de noblesse,

S’il trouve fleur s’ouvrant comme un matin,

La cueille et l’offre à quelque dame,

Mais tel, qui seul est noble d’âme,

Toute fleur à sa tige laisse

Et toute femme à son destin. [11]

La sensibilità, nostra prima dimensione d’essere che ci pone in immediato contatto con le cose del creato, si traduce fattivamente nelle arti, così come l’intelligenza e la razionalità fondano la filosofia e la volontà, stando ad una triangolazione cara a Lanza del Vasto, dà adito all’etica e alla religione.

Anche il campo delle arti viene poi scomposto dal maestro in una triade, ossia suddistinto in tre aree: arti visive, musica e poesia [12]. Di questa triade, secondo Lanza, la poesia costituisce il vertice, il mezzo d’indagine metafisica diretta attraverso il sensibile, più sublime, più completo, che in certa misura ricomprenderebbe in sé e trascenderebbe le risorse degli altri due. L’arte visiva – o, come Lanza preferiva definirla, plastica – è concreta. La musica è astratta. «Ut pictura poesis»  [13], avevano già suggerito gli antichi. Più generalmente Lanza dichiara che la poesia è «peinture qui se meut et musique qui pense», pittura che si muove e musica che pensa [14]. La poesia riflette una dimensione visiva tramite l’evocazione di oggetti, figure, scene, contesti e colori; e così pure una dimensione musicale della sensibilità grazie anzitutto ai ritmi, quindi alle combinazioni sonore della lingua. Inoltre, la poesia è dotata di un suo terzo, tipico, elemento, che sovrasterebbe gli altri due: la concettualità. In pratica essa coinvolge il pensiero nella sensibilità. La poesia sta alla pittura e alla musica come la filosofia sta alla fisica e alla matematica. Essa corona le arti e Lanza rileva che «Lucrezio, Dante, Milton, Victor Hugo hanno scritto componimenti poetici d’impronta filosofica. E, d’altro canto, alcuni pensatori si sono espressi in stile poetico» [15]. Vi è, insomma, un’affinità particolare tra poesia e filosofia.

Passiamo, però, da queste necessarie premesse teoriche d’impostazione ad un esame più aderente al concreto corpo dell’opera poetica del nostro autore. A parte alcuni pochi inediti di cui non ci occuperemo e le giovanilissime Ballades libres aux dames du temps présent [16], le raccolte che meritano attenta  considerazione sono tre. La principale è Le chiffre des choses, dal titolo già tanto esplicitamente filosofico, uscita in due volumetti nel 1942 [17], poi riedita più volte [18] con aggiunte, poche espunzioni e modificazioni.

Questa antologia generale, questo paniere della poesia francese di Lanza del Vasto colpisce, nel suo complesso, per la relativa disomogeneità dei temi, delle forme e dei toni, per una certa qual casualità dei contenuti e sconclusionatezza strutturale. Certo, quanto ad assetto, siamo lontani le mille miglia da Dante, idealmente poeta feticcio dell’autore. Le chiffre des choses ci parla solo di alcune cose, di realtà scompagnate e venute a caso alla ribalta dell’attenzione lirica del cantore. Così ci pare. Alcuni pezzi sono stati avvicinati tra loro nel volume per affinità tematiche (ispirazione religiosa, liriche attinenti a specie vegetali o animali) o di genere (ad esempio, ritratti), ma il disordine prevale sui fragili accorpamenti.

Notiamo che il poeta si avvale della rima e del verso regolare, il che di per sé sarebbe, o vorrebbe essere, obbedienza ai canoni classici. Senonché l’intento ostentato di regolarità è contrastato, contraddetto, da un sovrafflusso, profluvio, di eccezioni e disparità. La distribuzione delle rime è spesso più che originale. I metri, oltre a differire molto da componimento a componimento, sono talvolta dei più peregrini. Ne inferiamo che Lanza sbandiera un’appartenenza alla corrente elitaria e minoritaria nell’ambito della poesia francese del Novecento che dal Parnasse si è svolta attraverso Mallarmé, poi Valéry. Ma la modernità del suo sentire in realtà gli impedisce un’aderenza intera e soddisfacente ai dettami di quella scuola [19].

Tra i principali componimenti della raccolta citerei, oltre Le vitrail di cui ho già avuto occasione di leggere una mia traduzione e fornire un succinto commento in un precedente convegno [20]: La chapelle palatine de Palerme, cronologicamente primo pezzo «regolare» rilevante, del 1923; il Portrait de Chrysogone, autoritratto del 1936; il Portrait de don Matthias o ritratto poetico del padre, del 1938; infine e forse soprattutto, Le soliloque d’Uccello del 1940 [21]. Avremo, me lo auguro, altre occasioni d’incontro (orale o letterario) che ci consentiranno di soffermarci su ciascuno dei suddetti, che, da solo, è tutto un mondo di metri, armonie e di contenuti.

Qui mi limiterò a leggere due significativi pezzi minori de Le chiffre des choses, dai quali credo che potremo trarre notevoli ragguagli utili.

L’âne [22] è un pezzo difficile, composto nel 1958 a La Chesnaie-de-Sénos:

Ma bouche noire a soif, toujours soif des fontaines d’argent.

Comme les oliviers au tronc tors, à la peau rude et grise,

Je porte mon revers qui jaillit et miroite à la brise,

Moi dernier des derniers que le plus méprisable méprise.

Bonnes gens! Lisez donc, vous les très, les très intelligents

Ce signe dans ma chair, oui, la croix sur mon échine mise.

                      [La bocca mia nera ha sete, sempre sete delle fontane d’argento.

                      Come gli ulivi dal tronco ritorto, dalla pelle rude e grigia,

                      Indosso il mio rovescio che la brezza strapazza e fa scintillare,

                      Io, l’ultimo degli ultimi che il più derelitto disprezza.

                      Brava gente! Oh voi i tanto, tanto intelligenti, leggete

                      Questo marchio nelle mie carni, sì, la croce impostami sulla schiena].

Si colgono bene qui, si intuiscono, immagini pertinenti, vive, quelle dell’asino, delle fontane d’acqua sorgiva, dell’ulivo soprattutto. E nel contempo si indovina il Lanza patriarca tra le aspre difficoltà quotidiane, della conduzione giorno per giorno delle sue comunità assalite da ogni lato dai problemi, dai drammi, dagli strappi umani. Il fragile, versatile poeta, convertitosi per costrizione logica, si è caricato sulle spalle la croce da anni, da dieci anni, e persevera nella sua opera di rigenerazione sociale fidando in Dio.

Del tutto anomalo è il verso di ben 15 piedi, in poesia italiana [23] e tanto più francese. Un verso lunghissimo che esprime la fatica, l’estenuazione e la sofferenza della bestia. Ma l’effetto è amplificato dal gioco, altrettanto inconsueto e bizzarro, delle cesure. Da questo punto di vista la sestina è così strutturata: 6.9 / 9.6 / 15 / 15 / 3.3.3.6 / 6.1.8. Le andature a singhiozzo dei due ultimi versi determinano un rallentamento forzato, che in pratica funziona come sottolineatura mediante cesurazione. E non parliamo, sotto il profilo dell’ortodossia classica, delle rime: abbiamo uno schema a b b b a b, che non sappiamo se definire acrobatico o irridente e che dire capriccioso sarebbe comunque eufemistico all’estremo.

Il gioco – sempre che di gioco sia ragionevole parlare – si complica ed appesantisce ancora nelle successive due strofe. L’ultima è di nuovo una sestina, ma l’intermedia, tanto per insistere nel paradosso, in una stravaganza al limite dell’irriverenza, è mutilata e comporta solo cinque versi:

Sous le bât, le bâton, sous les taons et la charge et l’opprobre,

Mon oreille tournée à tout vent, serrant ma croupe probe,

Je médite mon trot et je compte mes pas, mets le pied

Où je veux, et soudain je m’arrête, et c’est ma façon propre,

Ma façon de venger mon honneur de dernier des derniers!

                      [Sotto il basto, il bastone, i tafani e la soma e l’ignominia,

                      Con l’orecchio volto a ogni vento, stringendo la proba groppa,

                      Medito il trotto e conto i miei passi, pongo lo zoccolo

                      Dove mi pare e di colpo mi fermo, è il mio modo speciale

                      Di vendicare l’onore dell’ultimo tra gli ultimi!]

Si notino le allitterazioni, la falsa rima del finale del secondo verso e il voluto fastidio provocato del bisticcio fonico «opprobre / croupe probe».

Mais quand vient, quand descend la douceur, ah! des hauts soirs de Mai,

Quand hihan! le chardon perce et fait sangloter la pierraille,

Quand la terre et le ciel, tout détèle et tout rue, et que braille

La grenouille, et du Gouffre une voix monte: Jamais, Jamais!

Je me rends, je me fonds, trop d’amour fait pleurer mes entrailles

Hi! quand vient, quand descend, han! la douceur des hauts soirs de Mai.

                      [Ma quando viene, quando cala la soavità, ah! delle alte serate di maggio,

                      Quando hiho! il cardo punge e fa singhiozzare il pietriccio,

                      Quando la terra e il cielo, tutto molla e scalcia, e gracida

                      La rana e dall’abisso sale una voce: mai, mai!

                      Mi arrendo, mi fondo, troppo amore fa pianger le viscere

                      Hi! quando viene, quando cala, ho! la dolcezza delle alte serate di maggio.]

Nuovo ingrediente anticonformista e moderno: le onomatopee. E torna il frastagliamento interno dei versi, che ostacola, impedisce una lettura fluente.

Tematicamente, l’evocazione del mese di maggio è una banalità in poesia. Ricorre in particolare insistentemente nella poesia medievale in lingua d’oc e d’oil [24] e torna a costellare l’intemporale canzone popolare che Lanza tanto apprezzava [25]. Ma l’originalità, qui, sta nell’abbinamento, nell’intreccio dell’allegro motivo abusato con l’altro, invece malinconico, persino brutto e, per altro verso, comico del ciuco bastonato.

Altra poesia, più breve, meno complessa e problematica, del 1966, che ci interesserà essenzialmente per i suoi contenuti, palesi e soprattutto suggeriti: Enluminure de mon nom [26], traducibile letteralmente come «miniatura del mio [cog]nome», ma, in chiave seconda, più ricercata, come «illuminazione» o «chiarimento del senso» del mio cognome:

Lance vouée à la vaste aventure,

Homme à cheval par les chemins de Dieu

            Armé d’amour et de droiture.

Le désert tourne autour de ce moyeu,

Rocaille rose et de tout ombre, pure,

        Soudain surgit au pied de la monture

Le monstre noir à la bouche de feu.

                 [Lancia votata alla vasta avventura,

                 Uomo a cavallo sulle strade di Dio

                             Armato d’amore e di dirittura.

                 Il deserto ruota attorno a questo mozzo,

                 Pietraia rosa, esente da ombre, pura

                 – Di colpo, ai piedi della cavalcatura, si erge

                 Il mostro nero dalla fauce infuocata.]

È un autoritratto morale, una carta d’identità recante gli estremi della vocazione, del contesto e del «nemico da abbattere». È un san Giorgio che affronta il drago.

Lancia, sì, un’arma aguzza, ma «votata», convertita per vocazione. Convertita alla «vasta avventura». «Vasta» richiama «Vasto» e la conversione specifica di cui qui si parla non è conversione ad un qualche ristretto credo, ad una cappella di pregiudizi, bensì all’«avventura» della conoscenza filosofica e religiosa che, se non limitata da presupposti assiomatici, è di una vastità incommensurabile, è la vastità stessa per antonomasia. La religione e l’etica compaiono al secondo e terzo verso. Esse sono le dirette conseguenze, le implicazioni ineludibili, dell’avventura filosofica.

Attorno c’è il deserto. In che senso? Scegliendo l’avventura della ricerca del vero, l’uomo entra nel deserto. Cammina da solo e abbandonato da tutti e, d’altra parte, deve fare il deserto anche dentro di sé, rinunciando a molti slanci, molti sentimenti, molti pensieri futili e pazzi che lo distoglierebbero dalla mèta. Il deserto è rosa, privo di ombre e puro. Ma ecco che, troppo bello per essere vero o possibile questo pur sofferto paradiso, dal suolo emerge il Maligno, sotto specie di mostro, di drago che sputa fiamme.

Accessoriamente, ma non troppo, riflettiamo che «deserto» è, diversamente da quanto si potrebbe sulle prime credere, l’esatto più autentico significato del toponimo «Vasto». Questo ha designato nel medioevo un’area comprendente parte della Riviera ligure di ponente e il Piemonte meridionale, devastata e quasi desertificata da ripetute scorribande dei saraceni dei Monti dei Mori nel X secolo. Etimologicamente il nome proprio fa capo al latino vastare e al tedesco Wüste (= deserto) [27].

Dal punto di vista formale, rileviamo l’uso del nostro endecasillabo, metro italiano e prediletto da Lanza, che peraltro i francesi, insensibili alle finali tonicamente inaccentate che per loro sono mute, contano come un decasillabo. Una delle principali caratteristiche di contraddizione al classicismo di Lanza del Vasto è, da un punto di vista francese, l’accantonamento del dodecasillabo o alessandrino, che è il verso classico francese per eccellenza. La formula delle rime (a b a   b a a b) non solleva problemi. L’incongruenza solita si riaffaccia piuttosto a livello del numero, dispari, dei versi, che non sono né sei, né otto, bensì sette e ordinati in due gruppi di tre, poi quattro versi. Il terzo verso, poi, non è un endecasillabo o, alla francese, un decasillabo, bensì un verso di otto piedi francesi, troppo corto senza giustificazioni metriche convincenti.

Per quanto attiene alle suggestioni tematiche, i sette versi fanno pensare e, in certa misura, potrebbero accreditare, una tesi di Gabriël Maes secondo cui Lanza del Vasto non andrebbe visto tanto come un personaggio in progressiva conversione, quanto drammaticamente e in continuo combattuto tra aspirazioni straordinarie di bene e tentazioni di male, tra saggezza o santità e pulsioni lascive.

Ma volgiamo ora l’attenzione alle due raccolte minori, italiane, tanto più degne di indagine in quanto sono pressoché ignote, soprattutto la prima.

Da Conquiste di vento leggerò le prime strofe de Le campane [28], poesia dedicata all’amico pittore Giovanni Costetti, del 1925 [29]. Con queste strofe incontreremo un poeta più giovane, ma soprattutto più giovanile e più libero. Avremo, così, modo di gustare l’irregolarità di Lanza poeta in tutta la sua portata e in tutti i suoi potenziali valori, sminuiti solo dall’ovvia immaturità del ventiquattrenne:

Timpani, cémbali

splèndidi, limpidi

a bande vagabónde nell’alba,

èccole che vèngono nel vènto

scandèndo il canto,

e se ne vanno

titubando, mescolandosi, cadèndo,

velate dal candóre delle lontananze…

Subito avvertiamo il ruolo fondamentale delle sonorità pure come tali, che, chiaramente, sono preponderanti o quasi nel guidare il poeta che confeziona il suo nastro di parole. Il poeta tratta, maneggia e manipola la materia linguistica fatta di fonemi e sillabe come il pittore i colori, lo scultore i volumi, le masse, il musicista le note.

Notiamo anche una scioltezza, un’infinita maggiore libertà rispetto allo svolgimento della poesia in francese. Libertà che si estrinseca nell’assenza della rima, semmai sostituita da giochi di raffinate assonanze. Ma la rima è assai meno necessaria all’italiano che al francese, a causa della spiccata musicalità della nostra lingua e delle sue molteplici risorse di ritmo ed evocazione. Libertà che si esprime altresì nella grande varietà dei metri: due versi di sei piedi con emistichi sdruccioli, seguiti contrastivamente da due lunghi decasillabi diversamente organizzati (1, poi 3 appoggi tonici), quindi successione di due spezzoni di verso di quattro/cinque piedi, e chiusa con ritmi dodecasillabici di formula 3.4.4 / 6.6. Difficile immaginare uno spaziare più ampio tra metri diversi, disparati addirittura, che più sconfini nell’anarchia metrica. E qui pensiamo alla poesia italiana coeva, specialmente ai capricci futuristici, anche perché ben sappiamo che il nostro era in contatto con alcuni dei seguaci di Marinetti [30].

Proseguiamo la lettura e l’esame:

O campane, liberateci dall’ombra!

 

con gèsti vasti e vani spampanate

un palpitìo di pètali solari

svèlti o lènti,

svéntolànti,

nel cielo immènso e cólmo cóme un cuòre…

 

O campane, liberateci dal male!

 

con gèsti vasti e vani giòia date, o campane,

gioia a vangate dalle bifore sonòre!

Pensieri buòni dondolanti a zónzo vagolan

nel cielo pallido sbocciato a mammola,

dorati e pènduli come api,

e cóme alveari scòssi i campanarj pròdighi

d’òro imponderabile rónzan nella

ròsea luminosità dell’infinito!…

Poi:

A galòppo, a galòppo fra nuvola e nuvola,

campane fuse ne’ tèmpi di leggènda,

riaccendete la battaglia nell’azzurro!

Squilli, cavalcate corazzate d’argento…

santi ritti sulle staffe colla spada

roteante a aurèola intórno al pugno…

draghi sanguinolènti rovinando

nello scròscio delle scaglie

giù tra i vetri frantumati dello spazio!

Fino qui ho voluto proseguire la lettura perché in quest’ultima strofa del ventiquattrenne, acerba nei concetti e nella lingua italiana non ben dominata ( si noti, nella precedente strofa, il «campanarj» per «campanili»), è significativo che spuntino già i santi guerrieri a cavallo e i draghi, in cui ci eravamo imbattuti nella scheggia lirica francese del tardo 1966. Ciò ci dimostra che certi topoi lirici, certe immagini, certe ossessioni inseguono il poeta nel tempo; se le trascina dietro e non lo lasciano in pace, da quanto sono profondamente radicate in lui.

Nel complesso tutta questa nuova parte conferma ed amplifica le impressioni che avevamo ricavato dalla prima: siamo in presenza più che di un discorso filato, di un profluvio di sillabe, di suoni, consonati occlusive, fricative, nasali, liquide, semplici, doppie, combinate, e vocali aperte e chiuse. Si noti, tra l’altro, l’evidenziazione tipografica voluta dell’apertura o chiusura delle «e» ed «o» toniche (accenti gravi e acuti). Il discorso concettuale c’è, ma è tenue e come in secondo piano. Sembrano candenzarlo più che altro i versi isolati tra le strofe con le invocazioni alle campane, che costituiscono come una sorta di ritornello, evolutivo: «liberateci dall’ombra», «liberateci dal male» ripetuto due volte e infine più avanti, dove non sono arrivato con la lettura, «liberateci dall’essere», che merita una sottolineatura in ordine al rovello della formazione intellettuale.

Quanto al Canzoniere uscito a stampa nel 1979 quando ormai stava per compiersi il periplo vitale dell’autore, noto che, oltre ad essere assai smilzo, comprende da un lato pezzi degli anni ancora italiani, Venti e Trenta, e in numero circa uguale prove della maturità e tarda maturità. Tutte queste poesie, comunque, sono meno spavaldamente irregolari di quelle delle Conquiste di vento. Se ne rimanevano nei cassetti dello studio della Borie Noble di altrettanto formalmente fuorvianti, forse Lanza le ha condannate e cestinate. Ormai era da tempo divenuto un «regolare» convinto, anzi una figura emblematica della pervicace regolarità, e non poteva permettersi strafalcioni. Dagli anni Quaranta aveva come dimenticato le Conquiste, che erano scomparse dalla circolazione e cui né lui, né altri, facevano più riferimento.

Intervistato da Claude-Henri Rocquet, nel 1978, Lanza ha commentato abbastanza estesamente varie poesie del florilegio italiano, già composto anche se non ancora edito [31]. Si è dichiarato soddisfatto principalmente da Trasparenze [32], dedicata alla moglie Chanterelle, che ha detto di considerare il suo Vitrail italiano.

Francamente, tendo a non condividere questo giudizio dell’interessato e a preferire semmai la traduzione francese non rimata che ne propone, tanto meno involuta, linguisticamente più chiara. La lingua italiana, pur devotamente amata, è sempre stata uno scoglio, un freno per Lanza del Vasto, che è cresciuto in Francia, permeato dalla cultura francese. La padronanza della lingua madre scritta è tornata a ridursi soprattutto da quando, a partire dal 1935, il protagonista è rientrato nella patria dei Racine e dei Victor Hugo.

Il che non significa che non vi siano pregi, tesori sensibili da godere e tesori intellettuali da scoprire nella poesia italiana del nostro. Sarei propenso, tuttavia, a preferire i componimenti giovanili, anche nel Canzoniere. Se la lingua non vi è sempre priva di mende e goffaggini, essi suonano nel complesso ben più veri, vanno direttamente all’animo. Ciò è vero, in particolare di alcune poesiole del 1933, cioè dell’anno della seconda conversione, la conversione anticivile, antisociale, all’evidenza della povertà naturale [33]:

A guadagnar la vita la perdevo

In altri tempi quando ancor credevo

Nel danaro nel pasto e nella stanza.

 

Persi per Venere tempo e la testa

In altri tempi, ed acquistai da questa

Definitivo amore di distanza.

 

Corsi per terra e mari e varcai monti

Come coloro che cercano fortuna,

Soffrii travagli nella lunga via.

 

Ma giunsi! Ed alla fine ebbi la luna,

E bivii e nuvole nuove e una scia

Di rondine nel vento, e quei tramonti.

 

Con un’ultima perla di famiglia

Feci l’anello e diedi ad una mia

Amata non mai mia che se ne andò.

 

Acquisito conchiglia per conchiglia

Posseggo gran tesoro in poesia,

Sappilo, o tu chiunque, e te lo do. [34]

Il pezzo, scritto forse dopo l’esperienza di vagabondaggio in Abruzzo e Puglia, si richiama in particolare nella prima terzina alla vita grama trascorsa in camere in affitto a Roma, quando Lanza lavorava presso la casa cinematografica Cines. Poi si perde più che altro in congetture d’anticipazione, dato che, all’epoca, il nostro non ha ancora iniziato a viaggiare attraverso il mondo. L’episodio del dono di un gioiello con «perla» di famiglia ad un’amata irriconoscente si àncora invece forse di nuovo alla realtà vissuta e induce a pensare alla vicenda fiorentina con la statunitense Mary T. [35]

La forma, qui, non è più slabbrata come nel pezzo delle Conquiste di vento. Le strofette di tre versi sono un po’ singolari, è vero. Ma gli endecasillabi sono di buona fattura. Le rime, anche se capricciosamente ordinate, tornano. A parte qualche piccola imperfezione di struttura della frase, qualche opinabile scelta lessicale, il tutto, con le sue convincenti evocazioni allusive, funziona. Non vi sono digressioni inopportune, esuberanze disutili e la chiusa asseverativa, quasi un proclama che, nonostante la generosità ostentata, l’ascoltatore recepisce  come una dichiarazione apodittica di superiorità e quasi una minaccia, comunque colpisce, impressiona e convince.

Simile come struttura, salvo la maggior regolarità delle strofe stesse visto che si tratta di un classico sonetto, e di valore lirico comparabile è Omo qualunque, del 1938, scritto in Siria [36]:

Omo qualunque, tu, fratello umano,

Oltre la cappa di tanti orizzonti,

Oltre ‘l fiume del tempo senza ponti,

Tu, siimi caro quanto se’ lontano.

 

Grido a te dal vasto, o altro altrove volto,

All’anima tua distratta o contraria,

Grido alla tua figura fatta d’aria,

Al tuo in bianco disegnato volto.

 

Se dal deserto che mi mangia le orme

Il folle amor che mi commuove il cuore

Raggiunge te, amico mio informe,

 

Allora è grande più che le pianore

Solo da stelle e sole visitate

Che con un urlo scavan le ventate.

Applichiamoci a individuar gli ingredienti contenutistici del sonetto: bisogno struggente di solidarietà umana, fratellanza, incontro, riscontro, intesa con altrui e, attraverso questa, forse conferma della validità delle scelte proprie. È, direi, il motivo tematico principale. Nel contempo, lucida consapevolezza della distanza da tutto e da tutti, di un ineludibile, inevitabile, destinato isolamento, della solitudine. Ritroviamo il «vasto», qui inteso come vastità, spazio privo di orizzonti chiusi. Quindi ritroviamo il «deserto», che sappiamo essere una sorta di sinonimo, la stessa cosa. E incappiamo ancora nel vento. Si approda, infine, a un’ipotesi di soluzione, di possibilità di soluzione, in uno slancio d’entusiasmo malinconico, dato che si tratta pur sempre solo di un’ipotesi sognata, sperata forse, ma allo stato meramente onirica. Il che è addirittura sottolineato, se vogliamo, dal fatto che l’ultima parola, appunto, sia quella che accenna alla forza vorticosa del vento.

«Omo», per «uomo», sta ad indicare il forte grado di toscanità e di popolarità dell’italiano riappreso da Lanza del Vasto rientrando in Italia dopo avere trascorso tutta l’adolescenza in Francia. Altri si sarebbe munito di grammatiche e vocabolari e avrebbe colmato le proprie lacune cognitive leggendo o frequentando corsi. Lui ha ascoltato la lingua dell’uomo della strada, dei carrettieri, dei negozianti, e si è romanticamente innamorato di quella. Si dice che gli editori, soprattutto della sua prosa, gli abbiano ripetutamente suggerito di sostituire «omo» con «uomo», che è oggi la forma italianamente corretta. Ma lui si è incaponito a conservare la versione insieme più latina e più vernacolare del vocabolo anche nel Giuda [37]. L’impiego di taluni altri vocaboli o espressioni peregrine quali «pianore» o «scavare», riferito al vento e alle distese di sabbia del deserto, non versa nella scorrettezza al punto da disturbare e conferisce al dettato quasi un sovrappiù di potenzialità espressiva.

Il tempo ci manca, nel quadro di una semplice relazione a un convegno, di un semplice articolo, per estendere questo tipo di analisi ad altre poesie francesi e italiane dello scrittore e maestro di vita. Spero tuttavia che la nostra modesta rassegna odierna abbia suggerito valide linee guida per studi più completi e approfonditi, evidenziando quante e quali ricchezze siano da reperire sul versante lirico dell’opera di Lanza del Vasto, rilevanti non solo di per se stesse, ma anche in relazione alle altre faccette della medesima e, in particolare, anche per comprendere meglio tanto i temi, le chiavi simboliche, quanto la struttura portante del pensiero del filosofo e teologo.

 


 

[1] Articolo del 2009 ad oggi inedito.

[2] Cfr. D. Vigne, La relation infinie I cit., pp. 37-45.

[3] Cfr. P. Trianni, Lanza del Vasto e la tradizione filosofica indiana, in A. Drago, P. Trianni (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto. Un ponte tra Occidente ed Oriente, Jaca Book, Milano 2009, pp. 115-152.

[4] Obiezioni critiche severe, quando non addirittura impietose, sono ricorrenti nell’opera edita e inedita del siculo-fiammingo. Ricordo, tuttavia, che l’accantonamento, e addirittura la negazione, del reale fenomenico aveva contrassegnato e contraddistinto anche alcune tra le più prestigiose scuole di filosofia greca e classica, quali in particolare quella di Parmenide e Zenone d’Elea.

[5] Ho la mia casa nell’immemore vento / il mio sapere è nei libri del vento / come il mare ho nel vento la mia gloria / come il vento mi esaurisco nel vento [libera traduzione dello scrivente]. Quartina composta a Damasco nel 1939, figurante in Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, quatrième édition corrigée et augmentée, Denoël, Paris 1972, p. 219. L’interpretazione del quarto verso solleva problemi e dubbi, in quanto «fin», in francese, può significare tanto «fine», quanto «scopo».

[6] Lanza del Vasto, Conquiste di vento, Vallecchi, Firenze 1927.

[7] Cfr. , Lanza del Vasto, Les facettes du cristal. Entretiens avec Claude-Henri Rocquet, Le Centurion, Paris 1981, p. 50: « Mais ce travail, vous le faites simplement en pensée, ou bien devant la feuille, la plume à la main? – Généralement en pensée et en marchant».

[8] Di una breve, ma nondimeno sconcertante vicenda erotica tra Lanza e la pianista Youra Guller a pochi mesi dalla partenza del pellegrino per l’India ci danno notizia due lettere da Montredon di Marsiglia del 1936: Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., lettere nn. 204 e 205, pp. 342-347. 

[9] Nel mio articolo Le conversioni di Lanza del Vasto (1925, 1933, 1937), in M. Lanza, Scritti vari cit., pp. 164-171, ho illustrato come il processo di conversione del personaggio, da quella della sola intelligenza a quella della vita, sia stato graduale e lento.  Lo stesso Lanza impiega l’espressione «conversione per costrizione logica» in ordine alla conversione intellettuale del 1925.

[10] «Coloro che lodano la chiarezza del mio stile non capiscono che essa è un velo», ha appuntato il nostro autore in uno dei quaderni ad oggi inediti del suo Viatico: XV, n. 5578.

[11] Ligio ai dettami di nobiltà, / taluno, se s’imbatte in bocciolo di rosa / lo coglie e l’offre a gentile donzella. / Ma chi nobile sia solo d’animo / ogni fiore al suo stelo abbandona / e ogni donna al suo destino [libera traduzione dello scrivente]. Sestina allegata a una lettera al fratello Lorenzo del 18 marzo 1934, da Firenze, e che si ricollega alla rottura del fidanzamento del poeta con l’inglese Flora Mc Dougall. Il breve componimento non è stato incluso da Lanza in Le chiffre des choses cit. Si veda in Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., p. 218.

[12] Tralascio per economia e semplicità di esposizione le speculazioni soprattutto tardive, cioè degli ultimi anni di vita, che turbano lo schema e in base alle quali l’architettura e la danza sarebbero le discipline d’arte primigenie e superiori e le tre succitate sarebbero pertanto rispetto ad esse derivate e secondarie.

[13] Orazio, Ars poetica, v. 361.

[14] Lanza del Vasto, La Trinité spirituelle, Denoël, Paris 1971, p. 116.

[15] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 31.

[16] G.G. Lanza, Ballades libres aux dames du temps présent, Fast, Paris 1923.

[17] A Marsiglia, per i tipi di Robert Laffont.

[18] Da Denoël, a Parigi.

[19] Faccio presente che le poetiche del periodo contemporaneo, a decorrere dalla seconda metà dell’Ottocento, sono alquanto varie in Francia. Ma soprattutto, accanto all’esile linea neoclassica Leconte de Lisle o Hérédia – Mallarmé – Valéry, si è avuto un fiorire di sforamenti antitradizionalisti le cui premesse sono state egregiamente poste da Baudelaire, Verlaine e Rimbaud e che, attraverso Apollinaire, hanno condotto al surrealismo di Breton, Éluard, Aragon, Prévert e altri. Quest’ultima vasta e differenziata scuola è semmai considerata dai critici e dal pubblico la più rappresentativa dei nostri tempi.

[20] Giornata seminariale del 4 ottobre 2008, a Pisa.

[21] In Lanza del Vasto, Le chiffre des choses cit., rispettivamente alla pp. 21 sgg., 105 sgg., 109 sgg., 126 sgg.

[22] In Lanza del Vasto, Le chiffre des choses cit., pp. 62-63.

[23] Giosuè Carducci lo ha utilizzato nelle sue Odi barbare, alternato ad altri metri. Ciò nondimeno, anche nel ben più ampio e vario ventaglio della metrica italiana il tipo in parola rimane eccezionale e abnorme.

[24] Tra i numerosi pezzi lirici medievali che evocano maggio mi limito a citare a mo’ d’esempio la famosa canzone Lanquan li jorn son lonc en mai del provenzale Jaufré Rudel, la canzone in lingua d’oil Li noviaus tens  et mais et violete di Guy de Coucy.

[25] Si veda la sesta strofa de Les trois rosiers, in Lanza del Vasto, La fileuse à la rose, Les Presses d’Île de France, Paris 1968, p. 47.

[26] In Lanza del Vasto, Le chiffre des choses cit., p. 108.

[27] Riguardo ai primi antenati storici di Lanza del Vasto e miei ho fornito ragguagli in note a mie pubblicazioni, in particolare alla nota n. 19 del mio Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma cit. Un resoconto ben più esaustivo è quello di una Panoramica compendiaria delle famiglie aleramiche nei secoli, mio volumetto ad oggi inedito di un centinaio di pagine. A parte i miei scritti, comunque, le pubblicazioni relative agli Aleramici non mancano, né sono poche in Piemonte.

[28] In Lanza del Vasto, Conquiste di vento cit., pp. 31-34.

[29] Da rilevare accessoriamente che la datazione di questa lirica, se, come credo, è corretta, documenta il fatto che i due artisti si conoscevano già e anzi erano già affiatati amici in questo anno, il che infirma la tesi secondo la quale si sarebbero incontrati nel 1926, a Parigi: cfr. Chiara Boschini, Giovanni Costetti: la vita, in Il fondo Giovanni Costetti presso la Biblioteca “A. Panizzi” di Reggio Emilia, tesi di laurea in Lettere moderne presso l’Università di Parma, a. accad. 2003/2004.

[30] Non intendo suggerire una dipendenza del Lanza giovane dai marinettiani, solo una parziale coincidenza di procedimenti. Fondamentalmente, diversi aspetti di sensibilità e dottrina hanno allontanato ab ovo Lanza dal futurismo, molto più affine, semmai, al surrealismo francese: l’ottimismo protecnologico e proindustriale, la fede fascista, la pulsione rivoluzionaria e disgregante. Tuttavia Giovanni Acquaviva, tra i primissimi amici intimi italiani del nostro, si professava futurista. Lanza ha frequentato Farfa e incontrato lo stesso Marinetti negli anni Trenta.

[31] Lanza del Vasto, Les facettes du cristal cit., pp. 27-39.

[32] In Lanza del Vasto, Il canzoniere del peregrin d’amore cit., pp. 61-63.

[33] Cfr. M. Lanza, Le conversioni di Lanza del Vasto cit, nonché Esperienza, umana cit., in Id., Scritti vari cit., rispettivamente alle pp. 164-171 e 10-37.

[34] Si tratta di Dedica, in Canzoniere cit., p. 73.

[35] Cfr. M. Lanza, Esperienza umana cit., p. 226.

[36] In Canzoniere cit., p. 81.

[37] Lanza del vasto, Giuda cit. Ad esempio, alle pp. 153, 156, 163, 173.

 

*          *          *

 

 

«Non sarebbe assolutamente inaccettabile prevedere una qualsiasi formula». [1]

 

Una frase del genere sfuggì un giorno alla penna di un mio collega traduttore [2] nel fuoco dell’agone traslatorio. È rimasta, per me, proverbiale. Esemplifica ottimamente come ci si possa complicare la vita in sede di elaborazione scrittoria, diretta o indiretta; come, per altro verso, si possa mettere in fila vocaboli per non dire alcunché,  quanto meno alcunché di perspicuo. Lunghezza e oscurità sarebbero supposte stabilire, certificare, la serietà del periodo privo di limpido portato semantico; e proprio tale «serietà» convenzionale – inconfutabile in quanto sarebbe sconveniente negarla negli ambienti accreditati – supplirebbe a quello che la gente comune, non addetta ai lavori, non iscritta al club, ingenua, insomma, ed ignorante intende per «significato».

Ricordo una discussione con altro professionista del settore al quale tentavo di spiegare che, per me, la traduzione è anzitutto trasposizione di significati e il quale sosteneva che, invece, dev’essere mero trasferimento da lingua a lingua di unità lessicali. Secondo lui, il traduttore non doveva mai partire dall’ipotesi che il testo avesse qualcosa come un significato; doveva prescindere dai significati, di cui è incerto se veramente esistano o quali esattamente siano, e occuparsi delle sole realtà indubitabili: le parole [3].

Ovviamente un metodo particolare e diffuso per autopromuoversi uomo di superiore acume, nonché preparazione [4], consiste, per lo scrittore come per l’oratore, nell’avvalersi di terminologia tecnica, parole ed espressioni peregrine, ricercate e magari addirittura inventate di sana pianta (neologismi) facendo appello a radicali greci antichi, che pochissimi capiscano e tali da impressionare il pubblico, facendogli ex abrupto intuire l’incommensurabile propria inadeguatezza ed escludendolo a priori dal dialogo.

I medici di Molière battibeccavano in latinorum al capezzale dei malati [5]. E, così, illustri accademici italiani fingono ora di volere, entro cautelative misure, cooptare nell’alveo augusto della filosofia insegnata a scuola il pensiero di un maestro di vita quale Lanza del Vasto, discettando di henologia, ontologia, inseità e altre consimili astrusità lessicali [6].

Ma, pur data per buona e rilevante la distinzione tra metafisica henologica ed ontologica presso gli antichi elleni, sarà davvero illuminante stabilire se Lanza del Vasto si riallacci più all’una che all’altra di queste linee di tendenza? Potremo davvero affermare che la filosofia di Lanza del Vasto è, come quella di Plotino e Proclo, poi di Nicola Cusano, imperniata su una metafisica dell’«uno» e non dell’«essere»? Negli scritti di Lanza i riferimenti alla tematica dell’«essere» mi paiono numerosi non meno di quelli riguardanti l’«uno» e, soprattutto, come ha opportunamente evidenziato il teologo Daniel Vigne, la filosofia di Lanza del Vasto è una filosofia della relazione [7]. Non solo l’«uno» lanziano è fondamentalmente e marcatamente trino, ma vertice stesso della Trinità divina è lo Spirito, la relazione tra Padre e Figlio. L’unità intuita e venerata da Lanza non è di stampo parmenideo.

Relazione importa di per sé differenziazione e pluralità. La pluralità o varietà trascina seco spazio e tempo, comporta moto e trasformazione, cioè divenire.

Altro espediente critico posticcio tendente a far passare lo stesso Lanza del Vasto per un pensatore e scrittore in stile contorto: quello della doppia negazione, di cui il siculo-fiammingo sarebbe stato un eminente habitué e campione [8]. Affermare che un tale «non è uno stupido» sarebbe molto più fine rispetto a dire che «è intelligente». Forse, però, sarebbe anche più educato asserire che uno «non è una cima d’intelligenza» per indicare che «è uno stupido». E, in questo caso, non abbiamo una negazione doppia, bensì semplice, e in pratica un’affermazione mediante indiretto suggerimento. Diciamo che il processo, l’approccio all’affermazione è temperato, mediato e cauto, come munito di una clausola di salvaguardia. Lo scrivente o parlante si riserva di rivedere il suo giudizio per attenuarlo o, se del caso, addirittura rinnegarlo.

La doppia negazione è una figura retorica come, ad esempio, l’enfasi, l’ossimoro. È una complicazione del discorso piano, che incide sullo svolgimento razionale facendo intervenire elementi emotivi, impressioni tali da modificare la coloritura, la tonalità dell’espressione. Come molte altre figure retoriche appartiene allo strumentario barocco.

Dobbiamo davvero credere che Lanza si sia specializzato nella doppia negazione; che sia barocco al punto dal farne la sua modalità di comunicazione più tipica; e che tutto il suo pensiero vada analizzato sostanzialmente in questa chiave? Osserviamo che il patito della doppia negazione in sede critica tende a scoprire doppie negazioni anche laddove non vi sono, o è quanto meno contestabile vi siano. Si sostiene, ad esempio, che sia una doppia negazione l’espressione «non violenza», dando per scontata la negatività del secondo elemento. Senonché, oggettivamente e linguisticamente, «violenza», derivato dal latino «vis» e correlato a «vita», è in realtà un vocabolo del tutto affermativo e positivo. Solo uno specifico pregiudizio morale può condurre a qualificarlo come implicitamente negativo. E solo per una cappella fondata su siffatti pregiudizi «non violenza» rappresenta una indubitabile duplice negazione [9].

Tutti questi approcci che si vorrebbero e sono eruditi, ma ancor più decisamente sono minimalisti e miopi nel senso che si appigliano a dettagli presunti e si affannano a sceverarli perdendo di vista tanto l’insieme dell’oggetto di studio quanto ciò che in esso più conta, rinviano ad una concezione accademica della filosofia, come disciplina da praticare curvi sulle carte, ossia alla «filosofia» che è stata goliardicamente definita come «quella cosa con la quale e senza la quale si rimane tale e quale».

Lanza del Vasto è tanto poco un filosofo parolaio, votato all’erudizione e dedito ai giochi di astratta intellettualità, da non aver neppure scritto più che abbozzi di quel trattato generale che, con acribia non minore della generosa venerazione, Daniel Vigne si è impegnato a far emergere [10], ricomponendolo, da una gran copia di scritti frammentari e di appunti [11]. Ben si è guardato, Lanza del Vasto, dallo scrivere a destinazione degli specialisti e dall’entrare in diatribe senza costrutto con la genia dei «filosofi» da scrivania e biblioteca, per non dire da aula universitaria o da pulpito giornalistico. La sua principale preoccupazione è stata sempre di farsi capire da chiunque lo volesse ascoltare [12] e di rendersi utile. Il suo fraseggiare è tra i più diretti e meno arzigogolati che si possano ricordare e sicuramente batte una strada sbagliata chi si azzarda ad affrontare l’edificio imponente del suo pensiero con il grimaldelletto presunto degli effetti di stile.

Per Lanza del Vasto, «filosofia» significa più che «amore della saggezza», «saggezza d’amore» [13], saggezza generata da amore o imperniata sull’amore. Questa saggezza muove dal corpo e dai sensi, non dalla mente [14]. E la prima cosa che dovrà fare l’uomo che aspira a diventare saggio, o più saggio, è abbandonare le certezze convenzionali e le ricchezze fuorvianti e apprendere un mestiere, rassegnarsi ad imparare la vita dall’esperienza diretta del vero, ad esempio viaggiando senza una lira in tasca in terra incognita, e lavorare con le proprie mani.

La scuola ideale di filosofia di Lanza del Vasto prevede anzitutto la povertà personale e il lavoro manuale. Il lavoro agricolo all’antica e i mestieri sono la prima guida strutturata alla conoscenza. Una conoscenza intesa, non come nozionismo, né come un baloccarsi intellettuale con vani pseudoconcetti, bensì come effettiva presa di coscienza del reale nelle sue più recondite strutture attraverso l’esperienza.

Seguono l’esercizio spirituale basato su posizioni e movimenti corporei e sulla respirazione, la meditazione e la preghiera. Le letture e collezioni di libri vengono in terzo ordine e rappresentano un sovrappiù, utile per chi sia portato allo studio, ma non indispensabile.

È certo auspicabile che la filosofia ufficiale delle accademie, nonché la teologia dei seminari rivolgano la loro attenzione – un’attenzione non episodica, bensì seria e sostenuta – al pensiero di Lanza del Vasto. Tuttavia, la precondizione ineludibile allo studio di questo autore è un’effettiva e complessiva presa d’atto della realtà della sua figura atipica, che non può se non trascinarci fuori dal seminato delle nostre routines di speculazione senza impegno, senza rischi e fine a se stessa. Non si tratta di attrarre Lanza del Vasto nella palude dei nostri insegnamenti consueti, ma di apprendere da questo autore tanto originale un diverso modo di filosofare, più concreto e vivo, di molto più ampio respiro e strettamente correlato a tutte le altre attività umane.

 


 

[1] Inedito dell’aprile 2009.

[2] Lo scrivente è stato traduttore presso il Parlamento europeo per oltre un ventennio.

[3] Un testo può essere soprattutto un susseguirsi di vocaboli senza rilevante portato semantico. Avrà forse semmai significati indiretti, comporterà suggerimenti o suggestioni subliminali o sarà sotteso da motivazioni di fatto estranee allo scritto in quanto tale, ad esempio di promozione personale indipendente dai contenuti.

Certo si è, comunque, che l’atteggiamento consistente nel considerare ogni testo primariamente come una collezione di semplici termini formali, lasciando indeciso se ad essi corrispondano sensi e quali, si apparenta all’impostazione filosofica kantiana, la quale nega la conoscibilità e rilevanza pratica della «cosa in sé». Procede, cioè, da un assioma idealistico e si confà ottimamente alla temperie culturale dei nostri tempi.

[4] Rilevo accessoriamente che quello della «preparazione» non meglio specificata è un pallino squisitamente italiano. I francesi parleranno di formazione, tecnica, scientifica o letteraria o, semmai, di erudizione. «Dotto» è, nel loro idioma, voce obsoleta. Gli inglesi hanno «learned», ma preferiscono «expert» o «skilled».

[5] Le figure del medico, del chirurgo e del farmacista, le prescrizioni mediche, le pozioni e purghe, sono a più riprese oggetto di angosciato dileggio nelle seicentesche commedie di Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière: nel Médecin volant, nell’Amour médecin, nel Médecin malgré lui, soprattutto nel Malade imaginaire.

[6] Cfr. G. Reale, «Henologia» e «ontologia»: i due tipi di metafisica creati dai greci, e D. Bertini, La metafisica trinitaria in Lanza del Vasto, in A. Drago, P. Trianni (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto cit., rispettivamente alla pp. 153-164 e 165-178.

I due esimi professori delle università di Milano e Parma non me ne vogliano se mi sento in dovere di muovere questi puntuali appunti al loro dissertare in ordine al pensiero di mio zio. Tengo ad assicurarli della mia massima stima e considerazione con riferimento al ruolo da loro svolto in seno alle accademie.

[7] D. Vigne, La Relation infinie I cit.

[8] A. Drago, La filosofia di Dio di Lanza del Vasto. Studio mediante un nuovo metodo di analisi logica, in A. Drago, P. Trianni (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto cit. pp. 185-222. Anche nei confronti di questo professore nutro grande rispetto. Gli si deve riconoscere il merito, tra l’altro, di avere per primo animato in Italia una corrente di perdurante interesse umano e scientifico nei confronti del «pellegrino» deceduto nel gennaio 1981. Ricordo che egli ha organizzato ad oggi tre convegni sul pensiero di Lanza del Vasto, a Napoli (2001) e a Pisa (2007 e 2008). Gli atti dei due primi sono stati pubblicati (nell’ordine, D. Abignente, S. Tanzarella (a c.), Tra Cristo e Gandhi. L’insegnamento di Lanza del Vasto alle radici della nonviolenza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2003; e A. Drago, P. Trianni (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto cit.) e si è in attesa dell’uscita di quelli del terzo.

[9] Non intendo qui negare che la violenza possa essere ragionevolmente giudicata in chiave negativa, ma solo rilevo che ciò costituisce, semmai, una valutazione d’ordine morale, in sostanza aprioristica o pregiudiziale. Il vocabolo, di per sé, non implica necessariamente negatività.

[10] D. Vigne, La relation infinie I cit. 

[11] In particolare quelli del Viatique di cui sono stati pubblicati in Francia i due volumi ricordati (Le Rocher, Monaco 1991) e in Italia un primo tomo (Lupo Editore, Copertino - LE - 2008), ma che rimangono, allo stato, in parte anche inediti.

[12] Questa preoccupazione si avverte, ad esempio, in quanto dichiara l’autore nella premessa al volumetto La conversion par contrainte logique, edito da Denoël nel 1974, laddove egli allude al progetto di scrittura di una Trinité spirituelle da lui sempre vagheggiato sin dagli anni della preparazione della tesi universitaria e mai realmente sfociato nella stesura di un’opera sistematica completa. Cito da Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 135: «Non volevo assolutamente farne uno di quei grossi trattati di filosofia teoretica che mi hanno fatto soffrire nei miei giovani anni, né volevo divenire uno di quegli specialisti dell’universale che, nel loro gergo, si rivolgono ad altri specialisti. Il pensiero è un bene comune e deve poter essere espresso nella lingua ordinaria. Pertanto la difficoltà consisteva nel farne un libro facile da leggere».

[13] Concetto e scelta ermeneutica che ha un suo indubbio valore filosofico, quantunque infondata etimologicamente.

[14] Proprio il Vigne, nel suo magistrale lavoro recentemente pubblicato, ha posto in evidenza l’importanza ed originalità della rivalutazione dei sensi da parte di Lanza del Vasto.

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Appunti critici periferici al sistema di pensiero di Lanza del Vasto. [1]

 

Daniel Vigne, dottore francese in teologia e filosofia [2], ha recentemente pubblicato un corposo volume di ricostruzione del pensiero del maestro di vita gandhiano [3], in cui sostiene e dimostra – avvalendosi, oltre a quelli editi, di gran copia di scritti inediti [4] – come le speculazioni intellettuali dell’autore costituiscano un vasto, coeso sistema. Lanza del Vasto non è un pensatore fantasioso ed episodico, come appare sulle prime e lo si è potuto ritenere [5], bensì un indagatore acuto, estremamente esigente e preparatissimo, con un bagaglio di letture [6] che spaziano dalla classicità greca alla patristica e dall’ambito delle tradizioni orientali a quello della filosofia e delle scienze più moderne [7].

Egli non è affatto – altro pregiudizio efficacemente sfatato dall’acuto commentatore – un attardato passatista, un ingenuo e banale laudator temporis acti. Anzi il suo sistema si pone decisamente come proposta alternativa e critica alle filosofie imperanti e alle ideologie del nostro tempo con spunti di notevolissima, propria, modernità, validamente inserendosi, peraltro, nel concerto dei grandi sistemi di pensiero di tutti i tempi.

Al Vigne non si può che rendere merito per aver saputo elaborare un’opera tanto necessaria, completa, meticolosa, scrupolosamente aderente alle fonti, abbondante in richiami e riferimenti culturali, penetrante quanto al tenore delle analisi. Un grande merito, diciamolo: l’impresa non era da poco e La relation infinie [8] – che oltretutto comporterà un secondo tomo di mole comparabile dedicato alla metafisica, di cui è annunciata l’uscita entro l’anno – è un autentico monumento con il quale, da ora in poi, va da sé che tutti gli studiosi delle materie lanziane dovranno fare i conti [9].

Sia ben chiaro che lo scrivente è rimasto decisamente ammirato in ordine tanto al lavoro compiuto dal teologo con rara competenza e sensibilità, quanto e ancor più dal sistema lanziano così illustrato e di cui, ad oggi, si erano potuti cogliere solo lacerti frammentari e bagliori sporadici.

Sotto il profilo critico, Vigne ha dato prova di un grande equilibrio, da mancanza di partiti presi e pregiudizi. Certamente il suo lavoro si presenta come un’esegesi celebrativa, ma ciò grazie non a intenti retoricamente encomiastici, bensì alle qualità e all’effettiva imponenza del pensiero preso in esame. Indubbiamente la figura di Lanza del Vasto che emerge dal lavoro di scavo e ricomposizione giganteggia. Lanza ci appare come un personaggio ancor ben più significativo e importante di quanto avessimo finora intuito e creduto. Non solo come un  talentuoso scrittore, un poeta, un saggista, un interprete originale delle Sacre Scritture [10], una guida spirituale e fondatore di comunità. A monte e in primis, come un profondo ed autorevolissimo pensatore. Ci accorgiamo che l’ossatura della sua personalità, tanto ricca di doti di vario genere [11], è quella filosofica: e che ossatura! Con quali basi portanti e quali implicazioni! Non temo di azzardarmi ad affermare che l’interessato sarebbe stato soddisfattissimo e fiero della complessiva, fedele, ricostruzione attuata dal teologo.

Con quanta solidale soddisfazione i nostri occhi corrono dietro alla dettagliata rivalutazione dei sensi, della sensibilità e delle arti che Lanza del Vasto oppone al cartesianesimo e all’idealismo tedesco [12]; e quanto la gioia ancora aumenta e si completa quando il maestro carica non meno risolutamente, appellandosi all’autorità di Tommaso d’Aquino, l’altro piatto della bilancia: quello del raziocinio [13]. Seguiamo incuriositi e partecipi le speculazioni relative alla sostanziale immaterialità del mondo [14], al carattere meramente causale delle «cose», al ridursi insomma della realtà tutta ad intrecci di relazioni che fanno apparire ai sensi umani oggetti laddove più strettamente si annodano [15]; e con il cuore in gola – non esitiamo a riconoscerlo – andiamo dietro allo sforzo del maestro di far convergere piramidalmente il castello sempre più astratto delle relazioni verso la Relazione assoluta, non relativa, perché immutabile [16].

Rimane, può rimanere, qualcosa da indagare, sviscerare, chiarire, una volta preso atto dell’immane impresa così egregiamente portata a conclusione? La piattaforma tanto saldamente predisposta da Vigne con tutte le sue articolazioni lascia spazio per indagini aggiuntive, tollera complementi e ritocchi? Ci può essere, insomma, ancora qualcosa da dire su Lanza del Vasto, la sua opera, e il suo pensiero dopo l’exploit prestato dal teologo? Ritengo comunque di sì, per quanto attiene ad aspetti o angolature particolari, suscettibili di accendere e nutrire interessi specifici. È senz’altro auspicabile che vengano portate ulteriormente avanti ricerche e riflessioni su piste quali quella cominciata a battere da Paolo Trianni sugli agganci del pensiero lanziano con le filosofie orientali [17], o quella aperta da Fulvio Cesare Manara sul tema della giustizia [18], e altre eventuali.

Dal canto mio, nonostante l’apprezzamento abbacinato e il consenso sostanziale che – a mio avviso – l’edificio filosofico messo in luce non può che ispirare, sarei propenso a suggerire che è d’uopo muovere obiezioni strutturate ad alcuni aspetti o comparti del sistema lanziano.

Notiamo che, giustamente, lo stesso Vigne non ha esitato a segnalare qua e là, molto relativizzandoli o scorrendovi sopra senza troppo insistere, piccoli difetti di temperamento e anche debolezze di maggior conto [19] a carico del grand’uomo. Soprattutto, egli ha esposto l’insieme del pensiero teoretico lanziano nel suo formarsi e nel suo evolversi, nel suo sviluppo cronologico, rilevando di volta in volta esitazioni, svolte, contraddizioni, nonché questioni irrisolte o imperfettamente risolte[20].

Opinerei che ci si possa e debba spingere oltre nel contraddittorio. Proprio per dare tutto il necessario risalto alla solidità dell’impianto teoretico generale di questa filosofia e valorizzare gli stessi tasselli particolari quali, ad esempio, la magistrale interpretazione e dottrina del peccato originale [21], credo sia il caso di espungere dall’aggregato delle speculazioni di una vita le discettazioni meno felici e, d’altro canto, di additare senza tentennamenti gli elementi più fragili del complesso, con i loro corollari controproducenti.

In tema di discettazioni poco felici, mi soffermerei ad esempio sulla teoria dell’origine «religiosa» e tribale del riso, diffusamente esposta alle pagine da 313 a 347 del Viatique I [22]. Lanza del Vasto ne è andato fiero e la ha riproposta ancora nelle Étymologies imaginaires uscite postume [23]. Vigne, giudiziosamente, suggerisce in merito qualche perplessità e ne attenua la portata riprendendo al riguardo la tipica boutade lanziana del Viatique: «se non è vero, è ben trovato» [24]. Ma un benevolo sorriso tra lo scettico e il divertito, a questo proposito, può non bastare.

Sul riso, il Lanza del Vasto giovane svolge una sua elucubrazione infarcita di spunti ingegnosi, decisamente brillante; altresì, però, ingenerosa e cinica e che ricorda l’altra sul sesso, il pudore e la morte che due anni prima, nel 1924 [25], aveva esposto al compagno di studi universitari Antonino da Empoli, raccogliendone una mortificante stroncatura [26]. Il riso è interpretato dal futuro campione della non violenza come atto esclusivo di vilipendio, atto di bassa umanità tendente a ostracizzare, escludere socialmente, sacrificare terzi. Esso risalirebbe al rito (religioso) della danza dello scalpo attorno al totem, delle tribù selvagge. È un’interpretazione francamente tragica che in toto prescinde dal mito del «riso degli dei», taglia fuori l’opzione filosofica di un fondamentale ottimismo e contestualmente prelude ad una totale incomprensione dei valori comici. Senonché due sono i poli, tanto del reale, quanto della cultura che ne è il riflesso: tragico e comico; serio e faceto; nobile e plebeo; estrapolante o idealizzante e stretto alla quotidianità. L’atteggiamento del Nostro decisamente limita la portata del proprio conclamato appello ai sensi e all’ordine del concreto; tende ad estraniarlo da una delle metà del creato, non certo meno rilevante dell’altra, opposta e complementare.

Ne consegue che Lanza del Vasto sarà, in letteratura – si consenta al nipote non meno eclettico dello zio questa digressione relativa a un settore caro ad ambedue –, un estimatore dichiarato di Dante Alighieri, ma non apprezzerà particolarmente Boccaccio. Loderà Leconte de Lisle ed Hérédia, ma non citerà mai Molière; né metterà certo mai il naso negli sboccati sonetti romaneschi di G.G. Belli [27].

Altresì ne consegue – e subito constatiamo, allargando nuovamente lo sguardo ad un campo visivo più generalista, come il nodo venga qui chiaramente al pettine – che il concetto di «festa», di grandissimo momento tanto nella sistemazione teoretica [28] quanto nell’organizzazione comunitaria lanziana [29], risulta di fatto snaturato, depauperato, svilito in questa prospettiva. Le «feste» dell’Arca, in effetti, saranno sempre festicciuole seriose, pilotate, controllate, da obbedienti sempliciotti, rimanendone forzatamente escluso qualsiasi elemento di autentica rottura antiroutinière, vitale trasgressione, libera, creativa reinvenzione, gioia irrefrenata [30]. Cosa mai può essere la festa a prescindere dal carnevale, cioè da una, sia pur solo simulata e provvisoria, rimessa in discussione dei valori convenzionali vigenti, dei tabù, delle gerarchie ed autorità; a prescindere da uno sguardo aperto sull’al di là delle apparenze e delle normative d’ogni ordine?

Procediamo ad un altro appunto, più fondamentale e che si estende a conseguenze anche più vistosamente pesanti. Si tratta del tema del «movimento». Prestissimo Lanza del Vasto avverte la cruciale rilevanza di questo concetto, a seguito e in complemento a quelli di spazio e di tempo [31]. Le sue precoci intuizioni sono penetranti in materia, ma il decorso delle relative speculazioni è contrassegnato da esitazioni e voltafaccia più significativi che in relazione ad altri capisaldi della sua filosofia. L’adesione ad una visione spiccatamente movimentista è più marcata negli anni 1920. Successivamente Lanza rivaluta sotto vari profili la stabilità e staticità, se non altro quelle correlate in genere all’equilibrio [32].

In sede consuntiva, comunque, la riflessione di Lanza del Vasto sul movimento non appare sufficientemente compiuta, né matura, né convincente. Si può pensare che ne abbia bloccato l’approfondimento l’interporsi e il sopravvenire di fattori ed apporti culturali contrastanti. È certo che la staticità impronta largamente di sé tutta la cultura antica e quella orientale nei confronti delle quali il Lanza ha coltivato un ossequio forse per alcuni versi troppo marcato.

Certo si è che proprio una radicale incomprensione o inaccettazione della svolta rappresentata, nel Cinquecento, dalla scoperta culturale e presa in conto del moto, dell’essenza motoria dell’esistenza intera, negli atti e fatti ma persino nell’intimo delle cose e degli animi [33], ha impedito al maestro un corretto approccio in materia di storia moderna, e più in particolare di storia dell’arte, a partire dalla fase barocca.

Del barocco Lanza si è sbizzarrito a schernire più che altro le sofisticazioni decorative e le smodatezze caratterizzanti le scuole d’ispirazione cattolica [34], non spendendo mai una parola sensata non dico sulla maestosa serenità delle sculture ed architetture del Bernini o la pittura veneziana, ma neppure sul chiaroscuro caravaggesco, sugli impasti del Rembrandt, sul dramma shakespeariano.

Lanza venera, esalta incondizionatamente l’arte bizantina, romanica, gotica. Freddo lo lascia, nonostante il prestigio della sua antichità, la statuaria ellenica classica. Ma riguardo al Rinascimento italiano oscilla poi tra apprezzamento (Piero della Francesca, Andrea del Castagno, Bonfigli, Ghirlandaio, Paolo Uccello) e secca disapprovazione (Raffaello). La ieraticità astratta, il sistematico simbolismo dei mosaici, affreschi e delle tavole «primitive» gli sembrano sempre impeccabili, mentre, a suo dire, i rinascimentali, con la loro infatuazione della prospettiva, del volume, delle ombre, già incorrono nelle loro tele, una volta su due, in errori di gusto. Leonardo gli incute soggezione e lo incuriosisce, ma la «serena immoralità» [35] che gli attribuisce suscita in lui diffidenza. Michelangelo e il suo gigantismo manierista lo sconcertano. Non esito ad affermare che, nonostante la raffinata sensibilità e la vasta cultura che certamente gli vanno riconosciute, nonostante spunti, anche, che denotano originale perspicacia – come, ad esempio , il riconoscimento di una certa qual continuità dal gotico al romanticismo [36] –, la sicurezza proterva con cui l’autore censura il più grande scultore di tutti i tempi [37] lo squalifica senza possibile appello quale critico e storico dell’arte.

Data tale esiziale premessa è poi ovvio che il Nostro sia risultato cieco alla pittura contemporanea, agli impressionisti francesi, ai macchiaioli e persino a quella dei suoi amici fiorentini e pistoiesi tra cui primeggiava Giovanni Costetti, da lui accusato di imitare Cézanne [38] e di essere troppo eclettico. Caustici a sproposito risultano i suoi bons mots sull’arte moderna nel suo complesso [39], su Picasso e il cubismo [40], sul dadaismo, sul futurismo, certo suscettibili di lusingare i sentimenti di vindice ostilità di una vasta platea di contemporanei incompetenti, ma che condannano al limbo degli ignavi altresì il loro formulatore.

La sordità alle più vive istanze contemporanee dell’arte non può essere considerata mancanza da poco, né perdonabile in un tuttologo, oltretutto salpato nel viaggio della vita con tante carte vincenti in mano, sotto forma di doti naturali e benefici dell’educazione. Va osservato inoltre che i criteri e preconcetti estetici cui si improntano le valutazioni lanziane sull’arte visiva storica e contemporanea ovviamente innervano le stesse produzioni originali dell’interessato. Disegno e sculture, incisioni e lavori di cesello di Lanza del Vasto sono positivamente interessanti, apprezzabili, ma contrassegnati – rileviamolo – da rigidità del segno, povertà di colore e di volume, eccesso di decorativismo e simbolismo intellettuale. Configurano esteticamente, come sensibilità e come maniera, un neo primitivismo, accostabile alle scuole dei Nazareni tedeschi e dei Preraffaelliti inglesi e, insomma, si rifà ad una vena artistica nord-occidentale dall’angusto respiro [41].

Nuovamente constatiamo come il «realismo» giovanile dell’autore, tanto innovante, salutare e atto a suscitare entusiasmo, nonché speranza, nelle generazioni del tardo Novecento e del Duemila, sia poi in larga misura rientrato nella carriera dell’uomo fatto.

In definitiva, constatiamo che il mirabile filosofo, nello svolgersi del pensiero, non ha mancato di imboccare talvolta strade sbagliate, infilarsi in vicoli ciechi o in strettoie senza valida uscita che poi non ha saputo abbandonare e che, di conseguenza, egli ha preso diversi granchi critici di non irrilevante portata, che non possono, né devono essere sottovalutati né scusati, tanto meno sottoscritti, e dai quali è raccomandabile si prendano le distanze senza reticenze, né ambiguità.

Si direbbe che, a nuocere talvolta o per taluni aspetti a Lanza del Vasto, siano stati quella stessa sicurezza di sé, quell’aplomb, quel piglio vincente che per altri versi sottendono le sue maggiori qualità. Il personaggio è stato troppo solo nello sforzo di riflessione di una vita e forse si è fidato troppo smisuratamente di sé stesso; perché poco compreso, se si vuole, ma anche per responsabile scelta. Egli ci appare, in definitiva, più umano e indiscutibilmente grande proprio nelle esitazioni, nei tentennamenti, nelle irregolarità involontarie [42], nelle imperfezioni di cui Vigne, quantunque in via solo accessoria, ha giudiziosamente reso largo conto.

 


 

[1] Inedito dell’aprile 2009.

[2] Professore di patristica presso la facoltà di Teologia dell’Istituto Cattolico di Tolosa, direttore di cicli di dottorato e di unità di ricerca, insegnante di filosofia in classi terminali del secondario, ha al suo attivo, a monte, la pubblicazione di numerosi articoli e di un volume sul battesimo di Gesù nella tradizione giudeo-cristiana.

[3] Giuseppe Giovanni Lanza, in arte Lanza del Vasto, è noto principalmente come gandhiano d’Occidente.

[4] Specialmente, ma non esclusivamente, dei quaderni manoscritti del Viatico e della tesi di laurea sulla struttura trinitaria del reale, più volte ripresa e rimaneggiata dal Lanza e di cui si conservano negli archivi dell’Arca francese versioni del 1932 e 1934.

[5] Siffatta convinzione dipende dal carattere frammentario, disorganico dell’opera scritta, dallo stile sintetico e spiccatamente letterario, più fondamentalmente dal fatto che Lanza del Vasto non ha mai inteso rivolgersi ad un pubblico erudito, eletto ed esclusivo, ma il più possibile all’umano qualunque di buona volontà e quasi all’uomo della strada. Egli, infatti, non si è fatto un’idea della filosofia come di disciplina accademica, bensì come modus vivendi in giro per il mondo, alla ricerca del vero sperimentale sulla propria pelle.

[6] Parsimoniosamente e piuttosto disordinatamente citate dall’interessato medesimo, che per lo più le sottace.

[7] Vigne sottolinea l’interesse del giovane Lanza per Darwin e Einstein. A più riprese rileva come le tesi di Lanza del Vasto presentino convergenze o punti di contatto con le innovanti speculazioni della matematica e della fisica contemporanee.

[8] Il volume, già ripetutamente citato, consta di 802 pagine complessive.

[9] Diversi studi frammentari sono andati a stampa in Italia negli ultimi anni in volumi di atti di convegni: D. Abignente, S. Tanzarella (a c.), Tra Cristo e Gandhi cit. e A. Drago, P. Trianni (a c.), La filosofia di Lanza del Vasto cit.

[10] Al commento delle Sacre Scritture, com’è noto, Lanza del Vasto ha dedicato principalmente due volumi che trattano, l’uno dei Vangeli, l’altro del Genesi: Commentaire de l’Évangile, Denoël, Paris, 1951, e La montée des âmes vivantes, Denoël, Paris 1968.

[11] A quelle implicate dalle qualifiche già elencate vanno tra l’altro aggiunte quelle di drammaturgo, artista visivo e musicista.

[12] D. Vigne, La Relation infinie I cit., in particolare pp. 40-45 riguardo a Cartesio, 57-59, 380-385, 505, 676-681 riguardo a Kant, 123-125 a proposito di Croce, 556-565 con riferimento a Hegel. Note più circostanziate ed aspre nei confronti del «cogito, ergo sum» cartesiano figureranno nel secondo tomo di prossima pubblicazione.

[13] Molto opportunamente Vigne, dopo essersi diffuso per quasi 300 pagine sulla rivalutazione della sensibilità da parte di Lanza, sottolinea con forza «le goût immense de l’auteur pour la spéculation abstraite et la rigueur logique» (Ibidem, p. 300), ossia come il  pensiero del siculo-fiammingo s’imperni su un’incondizionata e stringatissima esigenza razionale. Alla speculazione razionale come tale, il tolosano dedica l’intero resto del volume.

[14] Ibidem, in particolare pp. 679-693, 715-716.

[15] Ibidem, p. 602.

[16] «Deus est relatio / Non autem relativa / Quia non mutabilis» in Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 208.

[17] P. Trianni, Lanza del Vasto e la tradizione filosofica indiana, in (a c.), in A. Drago, P. Trianni, La filosofia di Lanza del Vasto cit., pp. 115-152.

[18] F.C. Manara, La giustizia della grazia e la saggezza dell’amore. La relazione tra Lanza del Vasto e Gandhi, ibidem, pp. 63-102.

[19] In particolare la propensione giovanile alla lascivia e ai facili amori, alle pp. 204 sgg., 260, 291.

[20] Tra queste meritano segnalazione particolare la stessa questione del «tempo» come quella del «movimento» di cui in appresso. Le difficoltà incontrate nel chiudere il capitolo della riflessione sul «tempo» sono state tra le più dirette cause dell’interruzione brusca della redazione della versione della Trinità spirituale del 1934: cfr. D. Vigne, La Relation infinie I cit., p. 108. Ma anche problematiche più accessorie e comunque rilevanti sono rimaste in sostanza insolute o chiuse, dopo tergiversazioni, da soluzioni opinabili. Così, ad esempio, quella dell’evoluzione darwiniana delle specie.

[21] Si vedano: Lanza del Vasto, Commentaire de l’Évangile, riediz. Denoël 1965, p. 178; Id., Les quatre fléaux, Denoël, Paris 1959, pp. 13-29; Id., Approches de la vie intérieure, Denoël, Paris 1962, pp. 236 sgg.; Id., La montée des âmes vivantes cit., pp. 236 sgg.; Id., L’Arche avait pour voilure une vigne, Denoël, Paris 1978, p. 130; Id., Le Viatique II cit., p. 170; D. Vigne, La Relation infinie I cit., pp. 659-663.

[22] Lanza del Vasto, Le Viatique I cit.

[23] Lanza del Vasto, Les Étymologies imaginaires. Vérité, vie et vertu des mots, Denoël, Paris 1985, voce Rire, pp. 240-244.

[24] D. Vigne, La Relation infinie I cit., p. 152; e Lanza del Vasto, Viatique I cit., p. 343, nota n. 2.

[25] La teoria dell’origine del riso è del 1926.

[26] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., pp. 137-139.

[27] Poeta italiano tra i massimi, grande maestro della comicità e di oggettivo realismo, poco o punto apprezzato dal pubblico borghese perbenista come dalla sussiegosa critica accademica del nostro miope paese.

[28] Si vedano: Lanza del Vasto, La montée des âmes vivantes cit., p. 160; D. Vigne, La Relation infinie I cit., pp. 141-144.

[29] Si vedano: Présentation de l’Arche, Imprimerie de l’Arche 1960, p. 81; Lanza del Vasto, L’Arche avait pour voilure une vigne cit., pp. 248-252.

[30] Lo scrivente, a suo tempo, ha trascorso periodi, taluni brevi, altri di più mesi, nelle comunità di Tournier, La Chesnaie, La Borie Noble. Si esprime quindi, qui, sulla base di riscontri d’esperienza.

[31] D. Vigne, La Relation infinie I cit., pp. 515 sgg.

[32] Stabilità come resistenza e tenuta, staticità delle posture, hanno una fondamentale importanza, tra l’altro, nello yoga e negli esercizi spirituali di matrice gimnosofista. Si pensi alla seduta buddhista a fior di loto.

[33] «Scoperta», come si sa, indotta dalla concomitanza di varie evenienze tra le quali meritano menzione speciale la scoperta dell’America del 1492, nonché  l’imporsi delle riforme religiose protestanti nei primi decenni del Cinquecento. La prima ha decisamente orientato l’opinione pubblica europea verso una diversa concezione del mondo che successivamente, con Galileo, diverrà una diversa concezione dell’universo. Le contestazioni dell’autorità papale e della dogmatica cattolico-romana  si configureranno come una vera e propria rivoluzione mentale e morale.

[34] Negli appunti inediti del Viatico, Lanza parla di «macaronis baroques» e, sempre a proposito del barocco, di «caca doré», «color merdastro», «cornicioni a stronzoli». Più generalmente definisce il barocco «excrément de l’esprit». Si veda D. Vigne, La Relation infinie I cit., pp. 129-130. Se la prende anche con Rubens, fiammingo ma pur sempre cattolico e in quanto tale compartecipe dell’esuberanza trionfalistica che connota il barocco meridionale: ibidem, p. 175.

[35] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 116.

[36] D. Vigne, La Relation infinie I cit., pp. 176-177.

[37] Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., pp. 28-29.

[38] Ibidem, p. 49.

[39] «L’art moderne ce n’est pas tant de colorer la toile de telle ou de telle autre manière, c’est avant tout de faire entendre au public que le barbouillage en question est une œuvre d’art», parafrasa D. Vigne alla p. 47 del suo volume.

[40] Lanza del Vasto, Quaderni del Viatco (1) cit., p. 147.

[41] Degno di nota speciale, ma altresì manifestazione palese dei limiti estetico-artistici sopra accennati è, tra le sculture di Lanza del Vasto, il grande rilievo in legno con un Cristo consostanziale alla croce e ad una vite carica di grappoli da anni sistemato in fondo ad una delle pareti lunghe della sala collegiale de La Borie Noble.

[42] Che, ad esempio, costellano abbondantemente la sua poesia.

 

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          Filosofia applicativa e pensiero teoretico in Lanza del Vasto. [1]

           Che la personalità di Lanza del Vasto sia eminentemente poliedrica è un’evidenza acquisita e banale su cui, globalmente, non merita spendere parole.

           Giova però rilevare che la poliedricità in parola torna a riproporsi anche all’interno degli ambiti di attività familiari al personaggio. In particolare, se Lanza del Vasto è un referente in materia di filosofie applicate o applicative quali il pacifismo, il comunitarismo e l’impegno religioso, Daniel Vigne, con la sua fondamentale opera in corso di edizione, richiama la nostra attenzione sul fatto che egli è però anzitutto e soprattutto un maestro di pensiero teoretico, ossia in filosofia pura.

Ad oggi, alcuni studiosi italiani si sono occupati non senza risultati apprezzabili degli aspetti applicativi del pensiero lanzadelvastiano.

 

Un pacifismo d’impronta buonista è da secoli endemico in Italia. Ben sappiamo come la società nel nostro paese, a differenza che nel resto dell’Occidente europeo, abbia teso fortemente ad organizzarsi per aggregati urbani e civili autonomi, i cosiddetti comuni del basso medioevo, quindi in regioni non estesissime dipendenti da capoluoghi provinciali, anteponendo gli interessi produttivi e commerciali, finanziari e culturali locali, ad ogni sete di dominazione universale o mania di disciplina fine a se stessa, ad ogni ambizione di primato e di gloria militare e/o colonizzatrice. Ne sono conseguiti una frequente occupazione di ampie aree dello Stivale da parte di spietati eserciti stranieri di varia provenienza, nonché guerre che si sono combattute da detti eserciti tra di loro sul nostro suolo, e un’assai tardiva attuazione di un’unità nazionale, previa liberazione, peraltro essa stessa propiziata da massicci interventi militari e tutele diplomatiche dall’estero.

L’esercito e il servizio militare non sono mai stati troppo apprezzati da noi, che, per secoli, dovendo talvolta combattere piccole guerre tra potentati regionali, avevamo sempre avuto preferibilmente ricorso all’ingaggio di bande di mercenari svizzeri o tedeschi.

Il principio dell’abolizione della pena di morte è stato teorizzato per la prima volta in Europa dal milanese Cesare Beccaria nel 1764 (anno di pubblicazione a Livorno del Dei diritti e delle pene) ed è stato inverato in disposizione attuativa in Toscana nel 1786 (per volere del granduca Pietro Leopoldo), addirittura in anticipo sul primo grande eccidio di Stato dei tempi moderni, la decapitazione in massa dei sovrani e di centinaia di migliaia di reazionari e presunti tali mediante ghigliottinamento pubblico perpetrata dalle autorità e dal popolo di Francia a Parigi a seguito della rivoluzione del 1789.

Che vi siano poi stati frangenti e momenti storici di traviamento o che minoranze in Italia siano sempre state altrimenti orientate conta poco. Si tratta di epifenomeni poco meno che trascurabili. Quello italiano non è un popolo bellicoso. Crede più nei benefici del compromesso e dello scambio che in quelli pronosticabili da vittorie, sempre suscettibili di trasformarsi ulteriormente in sostanziali sconfitte. Meglio accordarsi che lottare. Meglio intendersi e collaborare che uccidersi a vicenda.

Pertanto lo studioso italiano non può che considerare con interesse qualsiasi dottrina che sbocchi su tematiche di pace.

Il comunitarismo semmai può destare a priori minori simpatie o maggiori diffidenze in una parte dell’opinione italiana. L’italiano è un tenace individualista, infatti, e da sempre cura con impegno indefettibile il suo particulare di guicciardiniana memoria. Però c’è anche, nella società italiana, un vasto polo d’interesse e attenzione sociale. Si pensi al successo straordinario che, nel nostro paese, ha avuto la propaganda comunista nel XX secolo.

Pur rimanendo gelosamente asserragliato nella trincea degli affari propri, un italiano su due è stimolato e astrattamente attratto dalle tematiche comunitaristiche.

Infine l’Italia è il paese d’Europa occidentale in cui la religione, e segnatamente il cattolicesimo, coinvolge a livello di pratica effettiva o solo culturale la più ampia quota di cittadini e più influisce sulla vita pubblica in generale.

Pertanto, men che mai, lo studioso nostro connazionale può rimanere indifferente a tematiche d’impegno religioso, di vita morale e, persino, d’ermeneutica scritturale.

 

Se ora ci spostiamo sul settore della filosofia meramente teoretica, sul quale ci trascina Vigne, dobbiamo dire – credo – che qui le cose stanno altrimenti.

È indubbio che gli italiani affrontano lo studio della teoretica filosofica in accademia, rifacendosi da ultimo all’idealismo tedesco e alle correnti di pensiero da esso derivate. Ma l’atteggiamento al riguardo è quasi solo storico e ricettivo, pochissimo dinamico, attivo.

È esagerato affermare che l’ultimo nostro filosofo originale che si sia potuto fregiare di un suo autentico riconoscimento mondiale è stato Giambattista Vico, vissuto tra il Seicento e il Settecento? Il Gentile e il Croce, nel Novecento, sono stati poco più che dei semplici promotori dell’idealismo tedesco. E i Lamanna, i Geymonat, i Severino o un Giulio Giorello, ad esempio, sono degli storici della filosofia di sicuro pregio, ma non dei pensatori gran che originali.

L’italiano non è portato, o piuttosto non è più portato nell’era contemporanea, alla speculazione pura.

Pertanto la mossa a sorpresa del professore di Tolosa ci spiazza. Non solo ci si apre davanti tutto uno spazio nuovo a proposito del pensiero di Lanza del Vasto; ma anche uno spazio che ci distoglie dagli argomenti e dalle cause che ci sono familiari e uno spazio in cui saremmo meno propensi ad addentrarci.

            D’un tratto scopriamo che Lanza del Vasto, nonostante l’incredibile molteplicità e ricchezza delle sue ispirazioni, non era lo spirito però troppo disordinato, discontinuo, che avevamo creduto di poter ipotizzare. Tutta la vita, nel segreto dei suoi studi più privati, si è misurato con Cartesio, Kant e Hegel ed è insomma un teoretico occidentale di prima grandezza.

 

Per tornare alle applicazioni filosofiche prima ricordate, c’è da dire che Lanza del Vasto, comunque, pur potendo destare interesse, solleva non pochi problemi in relazione alle posizioni canoniche o convenute. In ogni singolo settore ci appare come una figura certo stimolante, ma paradossale e quasi contraddittoria o che comunque finisce con il contraddire le nostre credenze, le nostre scelte, le nostre presunte evidenze e i nostri più gelosi principi.

In religione è cattolico, ma di un cattolicesimo quanto meno singolare. Il suo razionalismo e la sua stessa preparazione filosofico-laica sconcertano tanto i rigoristi del culto quanto i fideisti sentimentali. La sua incondizionata apertura nei confronti delle tradizioni diverse dalla cattolica e persino dalla cristiana con un riguardo specialissimo all’Estremo Oriente lo ha reso sospetto e lo ha fatto accusare di sincretismo. Il suo erigersi a maestro di vita autonomo, commentatore delle Scritture e guida spirituale autocertificata, ha dato ombra alle autorità costituite. Una diffidenza e persino una tacita ostilità ha continuato a serpeggiare nei suoi confronti nelle gerarchie ecclesiali.

Quanto alla sua scelta e promozione della vita comunitaria, va certamente rilevato che la messa in comune dei beni di cui si è fatto paladino il nostro è molto lontana dal presunto ideale marxista e, anzi, vi si oppone vigorosamente. Infatti la comunità lanziana è imperniata sulla fede e la ricerca spirituale, mentre la società comunista ha per fondamento l’ateismo e mira ad un accrescimento del civile benessere facendo leva sul progresso tecnologico. L’opposizione è pertanto radicale e finale, nei presupposti e nello scopo perseguito. I progressisti, talvolta attratti dal comunitarismo di Lanza, si sono sempre presto allontanati da lui per incompatibilità di convincimenti fondamentali e di orientamenti.

Soffermiamoci a considerare ora la voce principale, quella che più ha richiamato su Lanza del Vasto l’attenzione degli studiosi italiani: l’opzione pacifista.

Subito mi si obietterà che non è esatto parlare a proposito di Lanza sic et simpliciter di «pacifismo» e che l’espressione appropriata è invece «non violenza». L’obiezione è giustificata, tanto più che tra pacifismo e non violenza va stabilita una distinzione forse più significativa di quanto il mio immaginario, scrupoloso interlocutore abbia forse in mente.

Infatti, per un verso si può considerare, nell’ambito di un primo approccio generico, che la non violenza sia comunque una forma particolare di pacifismo. Ma, sotto un profilo più esigente e più specifico, la non violenza ci potrà invece apparire addirittura come una sorta di contrario del pacifismo.

Il pacifismo degli italiani, o – diciamo – come lo intendono gli italiani, è buonista. Esso muove da un presupposto di tipo rousseauiano secondo cui la natura dell’uomo sarebbe comunque fondamentalmente buona. Il pacifismo degli italiani è ottimista e punta a una concordia intesa ad un’universale beatitudine terrena che sottenda un generale stato di benessere economico in costante crescita.

La non violenza lanziana, invece, è basata sulla poco confortante dottrina del peccato originale ed è associata a un fondamentale pessimismo quanto alla natura e al destino finale dell’umanità, dell’uomo preso individualmente e come genere. Il peccato di Adamo ed Eva, che ha definitivamente macchiato la coscienza dell’intero genere umano da venire coinvolgendo le generazioni dei nascituri, è stato quello di pascersi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, ossia di orientarsi verso il profitto da discrimine, verso la strumentalizzazione della conoscenza alla ricerca del benessere materiale. È scontato, nell’ambito di questa credenza, che l’improvvida scelta condurrà l’umanità ad una rovina configurabile come fine del mondo catastrofica.

La non violenza, in quest’ottica, è conversione personale: violenza fatta a se stessi invece che agli altri, violenza rientrata, anzi piuttosto retroflessa e orientata a colpire il male in noi stessi anziché ravvisarlo nel prossimo, nella speranza della grazia salvifica divina; e  nella speranza accessoria che la liberazione dal male che cova negli animi per destino genetico possa contagiare appunto, in seconda istanza e di rimbalzo, anche il prossimo, incluso chi ci osteggia.

Indubbiamente questa è una visione dell’uomo e del suo destino, nonché una dottrina etica, molto particolare. In grande contrasto con gli ottimismi solari di stampo tanto cattolico romano quanto socialista e tale da mettere in imbarazzo, una volta che venga capita senza equicoci, molti studiosi intellettualmente nutriti a scuole facenti capo a idee progressiste.

 

Conclusioni che si possono trarre da questa generale rassegna.

Anzitutto Vigne ci costringe a rivedere radicalmente l’impostazione della ricerca e critica vertente sul pensiero lanziano. I particolari svolgimenti che ci hanno ad oggi interpellato – e che è legittimo, perché no, che più di ogni altro ci inducano ad approfondimenti per nostre esigenze personali o di scuola – dipendono tuttavia, discendono, da un vasto, dettagliato, sistema teoretico, venutosi a costruire nella mente del maestro almeno sin dagli anni degli studi giovanili a Pisa. È una contestualità, o meglio un inquadramento prospettico che modifica notevolmente l’approccio all’insieme della filosofia lanziana, coinvolgendone anche i singoli rami attuativi connessi.

In secondo luogo la nostra attenzione è attratta dalla problematicità interna di ciascuna delle filosofie applicate di Lanza del Vasto presa nella sua singolarità, soprattutto alla luce o sullo sfondo delle nostre consuetudini e chiavi d’interpretazione dei campi interessati. È giusto e opportuno chiedersi se un’indagine approfondita della base teoretica non sia atta a chiarire meglio le ragioni delle apparenti contraddizioni, degli scomodi paradossi che paiono inficiare dottrine pur tanto accattivanti a livello di filosofia della vita o attuativa.

 

Nel suo monumentale saggio di oltre un migliaio di pagine, Vigne evidenzia come il pensiero teoretico di Lanza del Vasto si sia venuto organizzando a partire, da un lato, da una critica razionale spietata del cartesianesimo e dell’idealismo tedesco, dall’altro e più essenzialmente, da una sorta di ossessione ternaria riconducibile a un’ispirazione ineluttabile.

La critica del penso, dunque sono approda di primo acchito ad una rilevantissima rivalutazione dei sensi, nonché dei dati dei sensi, pur nella loro fugace consistenza. Certo «una cosa è [etimologicamente] una causa, e propriamente una causa delle nostre percezioni», non una realtà finale. Una cosa altro non è che un nodo, un intreccio di relazioni molteplici. Le relazioni sono realtà assai più consistenti e permanenti delle cause variabilissime delle nostre percezioni. Tuttavia è indubitabile che le cose effimere sono un ponte verso la realtà delle relazioni, la sola porta o finestra che per noi si apra sul mondo del reale.

Donde una conseguente riabilitazione delle arti (architettura, pittura e scultura, musica e poesia) che sono mestieri di ricerca e frequentazione diretta, fisica, concreta, del reale delle relazioni. E il commentatore tolosano dedica all’estetica la prima delle tre parti in cui si suddivide il suo lavoro.

Nella seconda parte, anch’essa compresa nel primo volume già edito e attinente alla filosofia generale, spiccano i capitoli relativi all’annosa riflessione di Lanza del Vasto sullo spazio e sul tempo. Sono capitoli splendidi per la materia trattata e il modo in cui l’autore li tratta. È in questi – direi – che scopriamo con dirompente sorpresa quale sia la vera statura di Lanza filosofo. Lanza rileva che queste due fondamentalissime nozioni, che sono condizione sine qua non di ogni nostro rapporto all’esteriorità, nominano realtà che non possiamo definire astratte, ma che neppure sono concrete, in quanto sfuggono a qualsivoglia presa sensoriale diretta. Ciò mostra come la «realtà» più materiale sia interamente condizionata nel suo stesso esistere da dimensioni totalmente non solo immateriali, ma persino non concrete.

Il discorso della struttura triadica del reale nel suo complesso, nelle sue singole componenti e persino nei suoi principi, fino al primo principio divino, si collega all’esigenza, da Lanza avvertita come necessità razionale inderogabile, di una conciliatio oppositorum, secondo l’espressione di Nicola Cusano, dal nostro riconosciuto quale suo precursore. Cartesio ha inaugurato una secolare stagione monadica, imperniata sulla soggettività dell’«io», che, escludendo dalla realtà certa tutto quanto non appartenesse direttamente al pensiero umano, di fatto è approdata ad un bipolarismo o sostanziale dualismo.

Nell’idealismo tedesco, e soprattutto in Hegel, Lanza s’imbatte in uno sforzo ideale di superare il dualismo: tesi, antitesi, sintesi. Ma giudica tanto le categorie proposte da Kant quanto le triadi hegeliane posticce, barocche, inadeguate.

La tesi di una struttura fondamentalmente triadica del reale, si oppone alle visioni dualistiche imperniate sulla valorizzazione di opposizioni del tipo bianco-nero, bene-male, cattivo-buono e simili, volentieri sfocianti in un’esaltazione del confronto e dei conflitti. La triadicità significa complessità e necessità di un approccio comportamentale ed etico prudente, tanto in nome del rispetto di una diversità che non implica affatto contrasto ostile, quanto a causa del mistero in cui tale struttura sconcertante è avvolta.

E quale migliore conferma all’intuizione fondante del suo sistema teoretico Lanza del Vasto poteva trovare che il dogma cristiano della divina Trinità?

Iddio è, nella concezione lanziana, la Relazione delle relazioni, l’apice unico verso il quale l’intera rete delle relazioni che costituiscono il mondo a risalire delle cause delle nostre percezioni sensoriali converge. Ma la fede insegna che Iddio è uno e trino, è unico ma comporta come tre modalità, volgarmente dette persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Merita particolare nota che – come ben lo illustra Vigne nella terza parte riservata alla Metafisica – Lanza posiziona all’apice del triangolo divino non la persona del Padre, bensì quella dello Spirito Santo.

 

Ho voluto tracciare qui solo un quadro molto generale dei nuovi problemi e delle nuove prospettive di studio che schiude l’indagine a tutto campo di Daniel Vigne, suggerendo alcuni spunti particolari di riflessione. Non dubito che specialisti ben più preparati e competenti di me in filosofia accademica e teologia sapranno trarre frutto con il tempo anche dalla messe d’inediti da cui il professore tolosano cita abbondantemente, facendoci toccare con mano che lo stesso lavoro elementare di pubblicazione delle fonti è tutt’altro che ultimato per quanto attiene al pensiero lanzadelvastiano.

 


 

[1] Pezzo preparato per l’eventualità – poi non verificatasi come tale – di un invito a relazionare al convegno di Roma del 19 marzo 2010 su tema a mia libera scelta. Mi si è invece chiesto di contribuire con un testo sulla drammaturgia di Lanza del Vasto, effettivamente redatto e inviato e che figura nella presente raccolta quale ultimo capitolo.

 

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Fragilità di un profeta: Lanza del Vasto alle prese con le contraddizioni e carenze della sua umana personalità. [1]

 

A chiunque lo abbia conosciuto o avvicinato a partire dagli anni 1950, Lanza del Vasto è apparso come una figura ieratica di poeta, artista, credente, fondatore di ordine e profeta assolutamente fuori dall’ordinario: un uomo eccezionale, dotato di svariate sfaccettature, composte però in un tutto unico.

Egli ha sempre perseguito un ideale di coerenza e perfezione e il suo personaggio, i suoi insegnamenti, si sono presentati come un imponente blocco di marmo che poteva, bensì, essere scalfito da qualche appunto particolare e di dettaglio, ma che piuttosto si era tentati o di accettare in toto, rimanendone abbagliati, oppure di lasciare da parte, ignorare altrettanto interamente, con pretesti di presunta mancanza di serietà, estetismo, utopismo, sincretismo, e via dicendo.

La figura del sessantenne e settantenne vestito di cotone o lana tessuti e lavorati a mano, scalzo nei sandali, con la barba bianca, sembrava uscita tale e quale dall’Antico Testamento. La compostezza ed armonia dei movimenti apparteneva ad altri tempi ed altri ambienti rispetto ai nostri. La riflessività, evidente nelle lunghe pause e nei silenzi che punteggiavano il suo discorrere piano, senza impennate, senza sfoghi, incuteva soggezione.

Ne consegue che, per molti suoi discepoli, Lanza è stato, sì, un maestro o anche un prototipo da imitare il più possibile, ma sostanzialmente anche come un modello pressoché astratto, poco umano, una statua.

Il suo ideale di staticità lo ha condotto a sforzarsi di essere un modello esemplare per se stesso e per gli altri e il biografo si sorprende nello scoprire quante siano state, invece o per altro verso, le sue fragilità di fondo.

A tale proposito può colpire anzitutto la progressività e lentezza dello stesso suo processo di formazione o conversione, ancorato ad un’esigenza anzitutto razionale. Avvisaglie di un ritorno alla fede della prima infanzia si hanno in età adulta sin dal 1923. Le lettere a Madeleine Viel di quell’anno rendono conto del fascino esercitato sul giovane studente di filosofia in vacanza e cura sull’Appennino tosco-emiliano dalla mistica di un Jan van Ruysbroek e contengono accenni ad una «riconciliazione con Dio» [2]. Com’è noto, la «conversione per costrizione logica» [3] avviene a Pisa nel 1925 a seguito della lettura di una frase che l’interessato, nelle sue tarde ricostruzioni, attribuisce a Tommaso d’Aquino e che forse invece si ricollega in sostanza a un passo del De Trinitate di Agostino d’Ippona. Senonché, l’illuminazione relativa al principio e alla struttura del creato, eminentemente intellettuale, non induce di per sé Lanza del Vasto a mutare vita. A questo primo, pur fondamentale stadio, la conversione è meramente mentale, teorica, virtuale. Il giovane continuerà a cercare di assicurarsi il suo posto al sole nel mondo, cercando una sua via di affermazione in vario e – diciamolo – disordinato modo. Solo nel 1933, al termine di una deludente avventura cinematografica, è trascinato da un infido sodale, Hermann Hornak che gli fornirà il primo spunto per il suo Giuda, in una prima fuga dalla società civile, a piedi e senza mezzi, nell’alto Lazio, l’Abruzzo e la Puglia. Scopre il «giardino del mondo», il distacco dalle illusioni e dagli artifici convenzionali, il «ritorno all’evidenza», la fiducia esclusiva in Dio. Neppure questo apprendistato, comunque, si rivelerà sufficiente. Gli ispirerà i suoi primi libri validi, al di là di quelli che ha in progetto da anni e si sforza senza riuscirvi di scrivere. Ma non lo distoglierà da una vita che, per quanto poco regolare, non cesserà di rimanere mondana. L’esperienza davvero decisiva sarà solo quella del pellegrinaggio in India del 1937-38, dell’incontro con Gandhi, ma anche della vita ramenga in India, delle peregrinazioni sui sentieri che conducono alle fonti del Gange, dei molteplici contatti con maestri di vita indiani, della familiarizzazione con le tradizioni religiose e filosofiche e con i testi sacri dell’India. In India Lanza incontra un’umanità che effettivamente vive la vita spirituale ed ha una tutt’altra concreta concezione della «normalità» rispetto al mondo occidentale. L’India e solo l’India, in qualche modo, lo autorizza a mutare in profondità il suo senso della vita.

Comunque, persino al ritorno dall’India, poi del secondo periplo nel Medio Oriente del ‘38-’39, durante gli anni della guerra in Francia, non si può dire che Lanza del Vasto sia passato ad una forma di vita che attesti convincentemente una sua nuova condizione spirituale. Ciò avviene nel 1944, dopo i primi successi letterari, quando alcuni discepoli dissidenti del santone asiatico Gurdjieff si rivolgono a lui, chiedendogli di ammaestrarli e si costituisce, a Parigi, un primo nucleo comunitario; poi nel 1948 con la fondazione della prima comune rurale, quella di Tournier, nella Charente-Maritime. La conversione effettiva ed integrale si conferma con il secondo pellegrinaggio indiano del 1954, le fondazioni della Chesnaie-de Sénos del 1954-55 e della Borie Noble del 1963-65, soprattutto – direi – con l’avvio, nel 1956, delle azioni civiche non violente, che indubbiamente rappresenta l’innesto di una marcia decisiva in più nella logica non violenta del maestro gandhiano. In altri termini, è soprattutto in funzione del suo impegno di organizzazione, guida e iniziativa in favore di altri che Lanza effettivamente giunge al culmine della sua conversione, è in funzione, per, e grazie agli altri, che finisce di convertirsi.

Ciò già evidenzia che, in Lanza del Vasto, personalità e conversione non si identificano. La conversione non è data da una vocazione naturale, è invece il risultato di una tensione e di una lotta, di fatto neppure mai definitivamente conclusa.

Il che ci invita a considerazioni sull’indole e il carattere del personaggio. Ad un esame attento e spassionato del percorso di vita del siculo-fiammingo rimaniamo imbarazzati, ad esempio, nel constatare non soltanto, né tanto, la molteplicità degli amori ed amorazzi che la costellano, quanto il perdurare addirittura fin’oltre il tardivo matrimonio e negli anni della vedovanza di fermenti d’amore e incapricciamenti.

Passiamo brevemente in rassegna le vicende erotiche più note del nostro campione d’ascesi. Cominciano, si può assumere, con la fiorentina Ada nei primi anni Venti. Nel ’26 si passa al grande amore per la statunitense Mary T., conosciuta – a quanto afferma A. de Mareuil, nello studio del pittore Giovanni Costetti. Questa giovane in sostanza torna in America e si sposa colà, ma rimarrà per Lanza il grande amore ideale e gli strapperà rimpianti e lamenti per molti anni. Nel 1934 scocca l’ora del fidanzamento con l’inglese Flora Mc Dougall, da Luc Dietrich ricordata come Pomona dal gran cane nel suo Livre des rêves. È forse da mettere in relazione con quello del fratello Lorenzo, che si sposerà con Lidia Simboli nell’ottobre di quello stesso anno, battendolo sul tempo come già in fatto di conseguimento della laurea. Comunque la promessa di matrimonio non regge se non pochi mesi. Nell’agosto del 1936, a quattro mesi dalla partenza per il grande pellegrinaggio, si situa una parentesi sconcertante di amori lubrichi con Youra Guller, una pianista coniugata, a Montredon di Marsiglia. Durante il periplo indiano ci imbattiamo in una vicenda non di amori consumati, ma di tentazione pressante e condivisa con la principessa del Nepal, Bhoubane. Lanza deve fuggire correndo, per non soccombere. Colmo dell’aberrazione: la vita da amanti del nostro con Anna Nagy, alias Mutsy, tra il 1944 e il 1947. La Nagy è donna maritata, quantunque si protesti in istanza di divorzio; inoltre è l’ex amante di Luc Dietrich, deceduto di setticemia in seguito a ferite riportate durante il bombardamento alleato di Saint-Lô, nell’agosto del 1944. Inoltre, il primo nucleo comunitario lanziano si è costituito a Parigi appunto sin dal 1944 e nel 1948 verrà fondata la prima comune rurale, quella di Tournier, nella Charente-Maritime. Ci troviamo, dunque, in pieno periodo di gestazione dell’Arca e Lanza predica la conoscenza di sé e le rinunce ascetiche. Il 24 giugno 1948, finalmente, Lanza si unisce in matrimonio con Simone Gébelin, detta Chanterelle. Fortunatamente – ciò ci rincuora e semplifica l’analisi – non abbiamo notizia di strappi alla serenità coniugale. La «madre dell’Arca» muore di cancro, però, nel novembre del 1975. Ed ecco che nell’animo del pellegrino ormai ultrasettantaquattrenne riaffiorano i turbamenti erotici. Si invaghisce di una giovane soprannominata, a La Borie Noble, Églantine, ossia: rosa selvatica.

Non ho incluso in questo succinto promemoria cronologico né le semplici grandi amiche, quali la principessa orientale Nimet-Allah Mestchersky, la pittrice Lou Albert-Lasard, la contessa Lily Pastré e via dicendo; né le innamorate e pretendenti inesaudite come, ad esempio, la contessa Bichette Celani; né, ovviamente, lo stuolo delle ammiratrici assidue.

A cosa ci conduce questa disamina degli amori? Principalmente, appunto, ad accorgerci di quanto Lanza fosse meno tutto d’un pezzo e meno di granito di quanto ci abbia dato da vedere, un po’ per scrupolo pedagogico, molto – forse – per schermare le proprie fragilità nei confronti di terzi, ma anche di fronte a se stesso, alla radicalità dei propri giudizi filosofici ed etici. 

 È un tema che certamente meriterebbe di essere approfondito, anche tenendo conto delle non rarissime ammissioni di manchevolezze che nelle prose e poesie del grand’uomo è dato cogliere.

 


 

[1] Inedito del maggio 2009.

[2] Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., lettera n. 1 del 21 giugno 1923, p. 19.

[3] La conversion par contrainte logique è il titolo con il quale Lanza del Vasto ha pubblicato, presso Denoël, il terzo fascicoletto del suo Viatico, poi riedito nell’ambito del più ampio Viatique I cit.

 

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Il Noé nel contesto dell’opera scritta di Lanza del Vasto: breve rassegna della drammaturgia lanziana e testimonianze. [1]

 

Da alcuni anni si tengono convegni in Italia e Francia, per lo più in ambito universitario [2], ed escono con relativa frequenza scritti collettanei o d’autore attorno alla personalità e all’opera di Lanza del Vasto [3]. Non ci si può che rallegrare di questa vivace ripresa d’interesse e dell’intensificarsi degli studi su una figura di spicco della cultura, della sfera religiosa e della vita civile, trascurata dalla critica accademica nei decenni in cui essa era in carne ed ossa presente tra noi e che, data la multiformità e densità del lascito intellettuale, mistico, umano tramandato ai posteri, sembra comunque destinata a generare frutti di sensibilizzazione ed ispirazione sempre più fecondi, con l’andare del tempo.

Una difficoltà spinosa, tra altre, che incontrano gli ambienti accademici nell’esame dell’opera scritta del siculo-fiammingo, o come altri vuole del pugliese, o magari dell’italo franco-belga [4], è quella della veste formale poco scientifica dei suoi testi e, al di là del loro carattere accentuatamente divulgativo, del velo «artistico» che in genere ricopre ogni sua prosa, della dimensione «poetica», insomma, del dettato. Infatti, anzitutto non si può pretendere da un accademico dedito all’insegnamento di materie altamente astratte, asettiche (quasi sarei tentato di dire burocratiche e borghesi) quali la filosofia teoretica, la teologia o sia pure la sociologia e simili che, già soltanto, comprenda cos’è l’arte; né tanto meno che l’apprezzi, né soprattutto che ne accetti l’intrusione nei campi di sua pertinenza. Un accademico che si rispetti è e dev’essere un accademico: né può capire l’arte, che attiene ad un registro di conoscenza del tutto diverso da quello da lui frequentato, che si riconnette persino ad abitudini di vita a lui assolutamente non confacenti; né può tollerare invadenze di campo.

Pertanto, cosa farà lo studioso serio abituato a trascorrere le sue ore nelle aule, nelle biblioteche, o seduto allo scrittoio dello studio privato, dinanzi a quest’opera proteiforme e in qualche misura «mostruosa»? «Prescinderà», seguendo – direi – il precetto istrionesco di Antonio de Curtis, in arte Totò [5]. Si sforzerà di lasciare da parte il più possibile tutti gli elementi ed aspetti che lo imbarazzano e di far rientrare Lanza del Vasto negli schemi a lui familiari. Data la sovrabbondante messe di suggerimenti e svolgimenti disponibile, questo filtraggio selettivo darà risultati più che soddisfacenti. In particolare si ricaveranno convincenti immagini a tutto tondo del Lanza del Vasto pensatore, esegeta scritturale, fondatore di comunità rurali o protagonista di azioni dimostrative non violente.

Tuttavia Daniel Vigne, professore di filosofia e teologia a Tolosa e già autore di un primo monumentale tomo di ricostruzione del pensiero lanziano [6], ha opportunamente ed efficacemente citato a più riprese, nel suo meritorio lavoro, brani dai componimenti de Le Chiffre des Choses [7] ad illustrazione di nodi dello stesso patrimonio ideativo del maestro.

Effettivamente, le branche dell’attività di Lanza del Vasto non sono separate, né separabili, se non al prezzo di un impoverimento di contenuti che rischia di rasentare il travisamento. Non si deve mai dimenticare che Lanza del Vasto è stato anche un artista. E ciò, non nel significato dispregiativo di «fantasista», «pasticcione», «illusionista», che i non artisti tendono ad annettere al vocabolo; bensì di creatore e ricercatore tramite strumenti disomogenei a quelli dell’indagine scientifica, dal Lanza medesimo qualificata come strutturalmente superficiale in vari suoi scritti: gli strumenti della sensibilità, la quale consente un approccio, per così dire, diretto, un contatto quasi immediato con il vero più recondito.

Personalmente, con iniziative e contributi modesti, ma – ritengo – incisivi, ho già tentato di richiamare l’attenzione dei connazionali sulla rilevanza degli interessi e delle attività extrafilosofiche ed anche extra-apostoliche di Lanza del Vasto; diciamo sul suo radicamento artistico, con riferimento in particolare al mondo delle arti visive e a quello letterario della poesia [8], più strettamente correlato alla speculazione mentale.

Un altro filone da non trascurare è quello della drammaturgia. 

Un’aspirazione nascente a far teatro era stata manifestata da Lanza del Vasto sin dal 1927, anno in cui, a pochi mesi dalla raccolta di liriche intitolata Conquiste di vento, pubblicava presso Vallecchi la Fantasia notturna [9], definibile appunto come un abbozzo di azione scenica di una ventina di paginette. Siamo nella fase pregiovanile, se così posso esprimermi. È sulle copertine delle due pubblicazioni che compare per la prima volta lo pseudonimo d’arte attinto ai primordi gloriosi della storia famigliare [10]. Il poeta conseguirà solo l’anno successivo il diploma di laurea in filosofia teoretica all’università di Pisa, con il professore Armando Carlini. Che io sappia, l’embrione di dramma non ha mai beneficiato di una sua qualsivoglia attuazione scenica, neppure a livello dilettantesco [11]. Esso presenta già diverse tra le caratteristiche di quelle che saranno le opere compiute della fase aurea, a parte l’ispirazione esclusivamente laica, profana, e un tono o assetto generale che lo apparenta genericamente all’arte del primo Novecento, futurista o surrealista.

La prima realizzazione matura e a pieno titolo nel settore della drammaturgia è La marche des rois, che si ricollega alla sacra solennità dell’epifania. L’opera, composta nel 1941 su richiesta del servizio radiofonico francese dell’epoca, è stata mandata in onda all’inizio di febbraio del 1942, quindi di nuovo a Natale del 1942 e del 1943 [12], ed è poi andata a stampa nel 1944 [13]. I compagni della prima comunità rurale lanziana, a Tournier, la hanno inscenata più di una volta nel fienile della fattoria, tra il 1949 e il 1952 [14]; poi, negli anni successivi, a La Chesnaie e a La Borie Noble [15]. La celebrità pubblica di Lanza del Vasto era improvvisamente esplosa con la pubblicazione del Pèlerinage aux sources sul finire del 1943 [16]. Il libro era stato un best seller e Lanza era sulla cresta dell’onda. A Roma il «Lycée Chateaubriand», scuola primaria e secondaria francese, era stato riaperto subito dopo la liberazione della capitale, mentre la seconda guerra mondiale ancora infuriava, e mia sorella ed io vi eravamo stati iscritti per iniziativa della nonna, Anne-Marie Nauts, sin dall’autunno del 1944. Ricordo che, negli anni 1946 e 1947 gli insegnanti dell’istituto da noi frequentato si riunivano la sera attorno a mio padre, Lorenzo, nella nostra casa-studio d’arte della villa Strohl-Fern [17] per letture e recite de La marche des rois.

Tuttavia questa prima vera e propria opera teatrale non ha mai beneficiato di rappresentazioni pubbliche, al di fuori dei ristretti ambiti comunitari.

A margine dell’uscita a stampa de La marche des rois va tenuto conto  di quella, due anni dopo, de La Baronne de Carins [18], versione del poema popolare siciliano del C inquecento La Barunissa di Carini [19] selezionata dal nostro autore e proposta con magistrale traduzione francese a fronte, oltre che con alcune suggestive incisioni in bianco e nero della stessa mano di Lanza del Vasto. Le narrazioni in versi della tradizione erano destinate alla declamazione da parte di cantastorie sulle piazze o nei teatri e sono state appunto tramandate dalla secolare consuetudine di una recita pubblica, che si apparentava alla rappresentazione teatrale. Lanza del Vasto ha presumibilmente pubblicato il testo negli anni Quaranta in chiave meramente artistico-letteraria, quasi nel solo intento di far scoprire ai francesi la straordinaria ricchezza della nostra letteratura regionale. Né, certo, è estraneo a tale sua impresa il fatto che il poema in parola attenga ad una vicenda tragica realmente accaduta di non lieve momento nella storia della famiglia Lanza di Sicilia [20]. Un accenno, qui, a quest’opera si giustifica tanto più che sul finire degli anni Settanta proprio la Barunissa lanziana è andata in scena a teatro, a Parigi, poi anche a Milano, musicata e interpretata dal cantante e chitarrista siciliano Benito Merlino, con la partecipazione attiva di Lanza del Vasto che recitava a latere le sue traduzioni. Un 33 giri ne è stato ricavato e distribuito dalla società cbs in Francia.

Tra le opere di più specifica e piena rilevanza, è poi seguita La Passion, mystère de Pâques, composta a Tournier, anche questa su invito del servizio radiofonico nazionale [21], per celebrare – come, da sottotitolo – il periodo pasquale. Andata in onda nel 1950 e 1955 con la regia e la partecipazione di Jean Vilar, essa è stata rappresentata dai compagni dell’Arca sin dal 1950 «nel prato» della fattoria di Tournier [22].

Nel marzo del 1951 ne sono poi state date quattro rappresentazioni pubbliche nella chiesa di Saint-Séverin, a Parigi, quindi un’altra ad Angoulême. La pubblicazione è seguita a ruota [23].

Altre messe in scena domestiche si sono avute a La Chesnaie, negli anni Cinquanta-Sessanta e a La Borie Noble nei Settanta e una nuova rappresentazione pubblica ha avuto luogo in una chiesa di Montpellier in una data che non sono in grado di precisare [24].

Va sottolineato che, delle opere teatrali lanziane, questa è quella che ha goduto della maggiore visibilità extra muros. Peraltro, se l’affluenza massiccia di pubblico agli spettacoli e il plauso popolare sono stati innegabili [25], la critica giornalistica, come ci ricorda Mareuil, si è mantenuta riservata. Infatti un’ostilità preconcetta aveva ormai avuto tempo e modo di attecchire in molti ambienti dell’establishment culturale, nonché religioso, nei confronti del «pericoloso impostore e fachiro» [26], oltretutto da tempo tagliato fuori dai circuiti ufficiali.

Frattanto, in un contesto di aspre difficoltà e delusioni della vita comunitaria [27], Lanza del Vasto compone ancora, nel secondo semestre del 1950, il David berger, destinato originariamente, come i precedenti testi, alla radiodiffusione [28]. L’autore lo conserverà sine die nel cassetto per completarne l’apparato musicale, per cui sarà edito solo in sede postuma, nel 1988, a cura del compagno dell’Arca Arnaud de Mareuil [29], il quale ha ritenuto – il parere merita segnalazione – che questo lavoro, scritto all’età di  49 anni, abbia come inaugurato una nuova fase della vita dell’autore, contrassegnata da un addolcimento, da un’umanizzazione della personalità [30]. L’opera è stata rappresentata nelle comunità de La Borie Noble e de La Flayssière dopo la morte di Lanza del Vasto e la pubblicazione postuma.

Soffermiamoci sui tre lavori propriamente teatrali composti nel giro di questa decina d’anni per determinarne il genere ed evidenziarne le caratteristiche salienti. Le qualifiche di «commedie» o «tragedie» appaiono decisamente inadeguate perché in essi le tematiche e i toni gravi o maestosi sono inframmezzati da  motivi di colore e persino decisamente burleschi. Abbiamo, quindi, a che fare con un genere misto cui, semmai, si addice l’etichettatura quali «drammi».

Si tratta, però, di drammi speciali, permeati da un afflato religioso e anzi impostati su argomenti e figure attinte all’antico e nuovo testamento o, quanto meno, alla tradizione religiosa. Sono drammi insieme umani – per quanto attiene al realismo, persino brutale, crudele, della psicologia dei personaggi, nonché delle meccaniche della vita – e decisamente religiosi, nei temi e nelle preoccupazioni.

Essi si ricollegano alla tradizione medievale dei quadri sacri, delle sacre rappresentazioni dette «misteri», allestite tra ix e xiv secolo nelle solennità religiose e per lo più a compimento di uffici liturgici, specie in Francia [31].

Notiamo anzitutto che i testi non sono in prosa, bensì in versi, o talvolta in versi con brani in prosa. Notiamo il ricorso insistito al coro, di ellenica memoria.

Notiamo altresì la marcata tipizzazione dei caratteri o personaggi con uso sistematico di maschere e paludamenti carichi di significati e suggestioni simboliche. Riflettiamo che le maschere, scolpite in legno e dipinte, introducono sulla scena elementi aggiunti di arte visiva. D’altro canto, rileviamo che i drammi in parola comportano ampi brani musicati, canti, e persino danze [32]. E, a parte lo strepitoso richiamo all’antico, nonché l’immersione totale nel sacro, cogliamo l’aspirazione ad un’azione scenica che coinvolga, assieme alla poesia, le altre due grandi branche delle arti: pittura e musica. 

Spostiamo l’attenzione dal fare al dire, dall’attuare al pensare, e chiediamoci a questo punto come Lanza del Vasto concepisca il teatro, quali siano in merito i suoi principi d’ispirazione e, se del caso, le influenze che possa aver subito. In La Trinité spirituelle, due pagine sono dedicate alla «nascita del teatro» e, sin dalle prime righe, vi leggiamo: «Le Théâtre est comme la Danse, comme la Fête, le concert de tous les Arts» [33]. Al che l’autore soggiunge subito: «Le Théâtre est ce qui nous reste de la Fête et du Sacrifice primitifs» [34]. Ricordiamoci che in appunti del primo tomo del Viatique che risalgono al 1926 Lanza del Vasto così si esprimeva: «Je viens d’assister à la tragédie parfaite, à l’origine de la tragédie, la Messe. […] Prestigieux décor de piliers et de voûtes, splendeur des costumes et des ornements, grandeur symbolique des gestes, processions, récitations, chants du chœur […]» [35]. Rilevava quindi che, tra i pensatori e gli artisti, solo i musicisti avrebbero intuito, nel corso della storia, il carattere sostanzialmente pan-artistico e religioso della rappresentazione teatrale, venendone tuttavia indotti a comporre messe blasfeme quali sarebbero le opere liriche, e osservava: «C’est dans le sens inverse que le rapprochement aurait dû se faire. C’est au théâtre qu’il faudrait rendre son caractère sacré et sa fonction de purification des multitudes» [36]. Annotava altresì, poche righe dopo: «Au commencement du théâtre il y avait le chœur. Les personnages sortaient du chœur, portant le masque et les attributs du dieu ou du héros, mimaient, dansaient, chantaient et déclamaient, puis rentraient dans le chœur» [37].

Nel 1980, rispondendo a Claude-Henri Rocquet che gli chiedeva cosa rappresentasse, per lui, il teatro, il maestro diceva: «Qu’est-ce que le théâtre en soi, sinon un reflet d’une liturgie ancienne, n’est-ce pas? […] Je conçois le théâtre comme le mythe, comme une grande vérité rendue visible par les acteurs, par des personnages exemplaires et symboliques» [38]. Quindi si soffermava sul fatto che, secondo lui, sarebbe fondamentale una charpente, un’armatura musicale, a ridosso dell’azione scenica e dei dialoghi. Rilevava che questo aspetto si è conservato alla grande, certo, nella tradizione dell’opera lirica, ma precisava di non apprezzare affatto né il Don Giovanni, né il Flauto magico di Mozart, così barocchi, rococò, confessando un debole, semmai, per il Pelléas et Mélisande di Maeterlinck e Debussy [39].

In pratica Lanza del Vasto non stimava gran che alcuna scuola d’arte, né alcun artista dei tempi moderni a partire dal Rinascimento o, quanto meno, dal dopo Rinascimento. Ciò, a dire il vero, non in maniera altrettanto esclusiva nel settore letterario e della poesia, quanto in ordine alle arti figurative e alla musica in genere. Se protagonisti della storia delle lettere quali Hugo, Leconte de Lisle, Hérédia, e persino in parte Valéry [40], erano comunque da lui ammirati ed hanno influito sulla formazione della sua specifica sensibilità poetica, se anche il tedesco Rainer Maria Rilke è stato da lui lodato [41], non può che dispiacere al lettore colto la disinvoltura con cui viene scaricata una figura centrale della lirica francese dell’Ottocento quale Charles Baudelaire [42] e che si accompagna ad un silenzio sdegnoso pressoché totale su tutta la poesia da Guillaume Apollinaire in poi [43], per non parlare dell’indifferenza alla grande tradizione francese del romanzo [44].

Un po’ per un’autentica questione di (limiti di) sensibilità e un po’ per scelta programmatica Lanza snobba, avversa l’arte moderna [45], in qualche modo addossandola, aggregandola alla modernità tecnologica e industriale che condanna per motivi filosofici e di fede. Così, al suo stesso migliore

amico tra i pittori fiorentino-pistoiesi degli anni Venti e Trenta, Giovanni Costetti [46], continua a rimproverare per tutta la vita di dipendere troppo da Cézanne [47] e di pagare tributo ai disistimatissimi impressionisti francesi.

Evidenziano al di là di ogni possibile dubbio l’inadeguatezza critica di Lanza del Vasto in materia di arti e sconcertano, per non dire che francamente urtano, le grossolane stroncature di capolavori tra i più fondamentali della storia delle arti quali, ad esempio, il Faust di Goethe [48] o il David di Michelangelo [49]. Così pure lasciano perplessi e sconsolati la sua incomprensione dello spirito profondo, delle ragioni storiche e delle valenze del barocco, nonché l’ostinazione mai smentita ad avvalersi di tale categoria come di un paragone di cattivo gusto e superficialità [50].

Ma, se, per un verso, questi elementi di miopia interpretativa rappresentano un innegabile punto di debolezza di Lanza del Vasto, un non trascurabile gap nel suo vasto spaziare tra i campi e i tempi più diversi dello scibile e della creazione artistica, per altro verso l’impermeabilità alle pressioni ambientali costituisce la sua precipua forza. Non avrebbe potuto essere lui stesso se fosse stato più arrendevole alle suggestioni culturali d’ogni ordine.

In materia di drammaturgia, Lanza del Vasto non subisce alcuna influenza particolare, tanto meno si lascia condizionare dalle aspettative delle platee dell’epoca. Stando al Mareuil egli avrebbe subìto a suo tempo il fascino di Jean Racine, tra i grandi autori del passato, ma con riferimento alla versificazione, non tanto alle strutture e tematiche delle tragedie [51]. Shakespeare è ben conosciuto ed apprezzato, ma troppo estraneo al mondo di sentimenti e di fede dell’apostolo e profeta [52]. L’autore, ne La marche des rois, rilancia il ricorso al coro della tradizione antico-classica, ma mancano nei suoi scritti riferimenti a drammaturghi greci particolari. Nulla o quasi vi reperiamo sul teatro comico di Molière o Goldoni, il che non ci sorprende data l’atrabiliare teoria generale sul riso escogitata in gioventù e successivamente più volte ribadita, che decisamente osta a qualsiasi trionfo dell’ilarità [53].

I drammaturghi originali del Novecento non lo interessano. Ha conosciuto, forse di persona, Pirandello, al quale troviamo un accenno effimero in una sua cartolina alla madre del 1929 [54]. Non si è mai espresso su autori quali Giraudoux, Anouilh, Queneau, Ionesco o Beckett, tanto meno quali Cechov, Strindberg, Ibsen, Miller, Brecht o Günter Grass, dei quali possiamo comunque agevolmente immaginare in chiave analogica tutto il male che avrebbe potuto dire.

Egli si propone in pratica di riesumare, riprendere la tradizione dei misteri medievali laddove si era interrotta, di ricucire uno strappo «malaugurato» di otto secoli. In quest’impresa si lancia negli anni a cavaliere della metà del secolo con un empito lirico e un impeto tali da ricordare l’assalto, lancia in resta, di don Chisciotte ai mulini a vento.

 La spettacolarizzazione delle dimensioni neomedievali e le dichiarazioni programmatiche del poeta, non esenti da implicite note provocatorie, non ci devono però accecare riguardo ad un anacronismo di fattura e contenuti forse solo presunto, alla modernità o antimodernità delle tre pièces sacre. Un elemento flagrante di modernità è riscontrabile anzitutto nella varietà oltremodo capricciosa dei metri prosodici [55]. Inoltre, il ressenti, il modo in cui sono vissute e rese dall’autore le tematiche, nonostante tutti gli agganci ed appigli formali alla più ortodossa tradizione, è immancabilmente moderno. I re magi risvegliano in Lanza del Vasto come una generica nostalgia, comunque da revival moderno; la passione di Cristo lo trascina nei vortici di un penare psicologico tutt’altro che appartenente in proprio a tempi perenti e la lirica, reinventata, figura di Davide denuncia problemi forse di ogni epoca, ma soprattutto suoi, dell’uomo moderno che lui medesimo è.

Proprio la modernità si fa luce più scopertamente nell’ultimo dramma scritto da Lanza del Vasto, di cui soprattutto ci preme affrontare l’esame: quello intitolato al patriarca biblico Noè e significativamente sottotitolato: Drame antédiluvien d’anticipation [56].

Cominciamo con il rilevare che esso è stato specialmente caro al cuore dell’autore, che lo ha addirittura considerato la sua opera scritta più riuscita, per non dire più fondamentale [57]. Tuttavia, andato a stampa nel 1965 [58], esso non ha avuto successo nel mondo aperto ed è stato accolto con scarso entusiasmo persino nell’ambiente comunitario, tutto preso, nel 1965 e oltre, da problemi organizzativi, correnti ed umani connessi al trasloco generale da La Chesnaie a La Borie Noble [59]. È stato proposto dall’autore a Jean-Louis Barrault [60], che però si è defilato. Nelle comunità, è stato recitato per intero una sola volta con messa in scena dello stesso Lanza del Vasto [61].

L’attualità, addirittura la prossima futuribilità, in quest’opera più corposa e costruita, soprattutto ben più intellettualmente impegnativa, spericolata rispetto alle realizzazioni precedenti, è anzitutto tematica [62]. Anch’essa è un «mistero» sacro. Lo è, tuttavia, assai meno di quelle; nel senso che non si rifà alla tradizione se non pretestuosamente. Non è un vero dramma tradizionale, tanto meno medievale.

Il nesso con la tradizione religiosa e la Bibbia è dato dall’imperniarsi dell’azione sulle figure di Noè e dei figli Cam, Set e Iafet. Tuttavia, quantunque sottolineato da un esergo in seconda di copertina ricavato da Mt 24,38-39 [63], esso risulta privo di una sua giustificazione stringente e, in certo modo, può esser considerato posticcio. Nulla osterebbe a che i protagonisti rispondessero a nomi diversi da quelli prescelti. La vicenda messa in scena non ha alcunché di autenticamente biblico. Quantunque presupponga, da parte dell’ideatore, una profonda preparazione scritturale e un forte afflato fideistico-religioso, essa è da questi inventata di sana pianta. Diciamo anzi che, negli abitanti della fattoria posta ai piedi della collina brulla del dramma che – secondo quanto Noè rivela al figlio Iafet nella scena xiv del primo atto – celerebbe nel sottosuolo preziosi giacimenti d’argento, più che la famiglia di Noè siamo indotti a riconoscere una comunità dell’Arca[64], in particolare quella della Chesnaie-de-Sénos, anch’essa dominata da una collina e in cui appunto il Noé è stato scritto. D’altro canto, la formula o combinazione dei tre fratelli con orientamenti vocazionali tanto diversi in seno alla società attiva ricorda, a parte le figure dei magi Gaspare, Baldassarre e Melchiorre del dramma del 1944 [65], i destini dei tre giovani, poi meno giovani, Lanza, nati a San Vito dei Normanni ai primi del Novecento [66]; e ciò ancora, sotto altro profilo, torna a tuffarci, o affondarci, in un ambito di piena contemporaneità.

Va tenuto presente che tra il 1954 e il 1965 la comunità madre dell’Arca è ubicata appunto a La Chesnaie, nei pressi di Bollène. Il Noé è stato scritto, come testimonia Arnaud de Mareuil, tra il 1960 e il 1964 [67]. Ricordo come fosse ieri che, essendo io di passaggio a La Chesnaie nel 1964, lo zio mi lesse a voce alta l’intero manoscritto. Fu un onore insigne, di cui, allora, non mi resi conto. E devo oggi ancora rammaricarmi per il fatto di non esser stato capace, in quell’occasione, di spiccicare una parola, non dico di congratulazione o lode, ma neppure di banale commento o di critica in merito. La lettura diretta e vivace, più che altro, mi ispirò una sorta di paralizzante perplessità. Il dramma riproponeva pari pari i temi portanti dei Quatre Fléaux [68]. Ma te li poneva davanti sotto forma di quadri immediati, concreti; non stemperati, non diluiti dallo stile espositivo del libro. Te li sbatteva in faccia con una veemenza, un’aggressività tale da suonare caricaturale. D’accordo per ammirare il lirismo, la limpidezza dello stile e la bellezza della lingua, la struttura del dramma, l’arte, insomma, che era la veste, l’involucro del lavoro. Ma, quanto ai contenuti, al modo se non altro di presentarli, lo zio, ora, non esagerava? Non si sbilanciava? Non perdeva il senso della decenza e della misura? Era davvero e proprio sicuro di poter dire certe cose in toni tanto crudi? Il motivo degli umani che, raggiunta una certa età, sarebbero accompagnati da famiglie ed amici, con canti e corone di fiori, ad una partenza per un viaggio glorioso o paradiso, il quale, in realtà, maschererebbe allegoricamente ed eufemisticamente il fatto che i figli d’angeli [69] li avrebbero di lì a poco scaraventati nelle fosse dei draghi, ossia delle macchine immaginate come mostri vivi, per servir loro da cibo, era accettabile, tollerabile? Non oltrepassava pericolosamente la linea gialla al di là della quale ogni pur minimo dubbio non era più permesso, nessuna attenuazione, nessun ripensamento parziale sarebbe mai più stato possibile?

La scena iniziale di intensa malinconia dell’uomo felice il quale paradossalmente aspira a un turbamento che lo scuota e vivifichi, la seconda scena della seduzione e della decisione improvvisa di Cam di abbandonare gregge e famiglia per seguire la sirena nella città fascinosa in cui è stato eluso l’onere del lavoro sobbarcandone i draghi-macchine, l’intera e ironica fierezza con cui (nella sesta scena) Tsilla respinge le avance del demoniaco figlio d’angelo Azazel, la tardiva scoperta da parte dei figli di Noè del regime di nutrizione dei «draghi» con carne umana, lo stesso finale dell’accordo ritrovato e del rientro comune dei tre giovani al nido di salvezza spirituale nel deserto, non sono improntati ad un alto, troppo alto, tasso di ottimistica ingenuità?

Il punto è che la pièce teatrale, più del compendio di dottrina, rende cogente una categorica presa di posizione circa la fondatezza o meno del sistema filosofico lanziano, soprattutto nei suoi risvolti antropologici connessi all’interpretazione di Genesi 3 [70]. Certamente essa si collega strettamente ai Quatre Fléaux, rappresentandone come un saggio di travaux pratiques o, da parte dello scrittore, un’esercitazione ed esemplificazione attuativa. Gli studiosi e commentatori dei Quatre Fléaux non dovrebbero potersi esimere dal prenderla in seria considerazione.

 

 

 


 

[1] Relazione inviata per iscritto al convegno organizzato a Roma dai professori E. Baccarini e P. Trianni (Università di Tor Vergata) il 19 marzo 2010, nonché destinata a figurare nei relativi Atti, la cui uscita a stampa avverrà nel 2011 o 2012.

[2] Napoli, autunno 2001, organizzato da A. Drago; San Vito dei Normanni (br), 29 settembre 2005, organizzato da M. Lanza; Tolosa, 20 maggio 2006, organizzato da D. Vigne; Pisa, 26-27 gennaio 2007 e Pisa, 4 ottobre 2008, organizzati da A. Drago; Roma, 19 marzo 2010, programmato da E. Baccarini e P. Trianni.

[3] D. Abignente e S. Tanzarella (a cura di), Tra Cristo e Gandhi cit.; M. Corazza, L’Arca di Lanza del Vasto. Aspetti socio-religiosi di una comunità non violenta, Schena, Fasano (br) 2005; D. Vigne (a cura di) Lanza del Vasto, un génie pour notre temps, atti del convegno di Tolosa, Institut catholique de Toulouse, Toulouse 2006; Lanza del Vasto e le arti visive cit.; D. Vigne, La relation infinie cit.; A. Drago e P. Trianni (a cura di), La filosofia di Lanza del Vasto cit. Sono in istanza di edizione anche gli atti dell’incontro pisano dell’ottobre del 2008 e verranno pubblicati quelli del convegno di Roma del marzo 2010. Inoltre vanno segnalate una riedizione italiana del Pellegrinaggio alle sorgenti, con il sottotilo Viaggio con Gandhi e con l’India, presso l’editore Il Saggiatore di Milano nel 2005, nonché un’edizione in versione italiana di A. Fougère, Cl.-H. Rocquet, Lanza del Vasto: pellegrino della nonviolenza, patriarca, poeta (1901-1981),  Paoline, Milano 2006.

[4] Riguardo a queste oscillanti tipicizzazioni topiche o etniche, va tenuto presente che tradizionalmente l’uomo, tanto più l’uomo di illustri natali, si definiva prioritariamente in base alle origini familiari. Oggi prevale il criterio del luogo di nascita o, in alternativa, quello della cultura d’approdo.

[5] Mi si consenta la battuta, poco conforme al rigore accademico, ma forse ammissibile in un testo in materia di drammaturgia e che credo riscattata dalla sua pertinenza.

[6] D. Vigne, La relation infinie cit. Un secondo tomo dedicato alla metafisica è in corso di stampa al momento in cui scrivo e sarà presumibilmente in libreria allorché si svolgerà il convegno di Roma del marzo 2010.

[7] Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, cit. Prima edizione in due volumetti presso Robert Laffont (Marsiglia), nel 1942. È la nota raccolta complessiva delle poesie in lingua francese.

[8] Oltre che al convegno di San Vito dei Normanni nel 2005 e ai relativi atti di cui alla nota n. 199, mi riferisco in particolare al mio contributo alla giornata di studio di Pisa del 4 ottobre 2008 dal titolo Poesia e pensiero in Lanza del Vasto riportato alle pp. 19-29 della presente raccolta.

[9] Lanza del Vasto, Conquiste di vento, Vallecchi, Firenze, gennaio 1927; Id., Fantasia notturna, stesso editore, maggio 1927.

[10] I marchesi subalpini del Vasto appartengono, tra XII e XIII secolo, alla grande famiglia storica degli Aleramici cui attengono anche i più comunemente noti marchesi di Monferrato. I Lancia, marchesi più specificatamente di Busca, ne sono una delle diramazioni, contigua in particolare a quella dei marchesi di Saluzzo. Corrado Lancia, ammiraglio di Pietro III d’Aragona, sbarca in Sicilia dopo i Vespri del 1282. La sua discendenza rimane nell’Isola, in parte spagnolizzando il cognome avito in «Lanza» a partire dal Cinquecento e acquisendo la dignità principesca con Ottavio I Lanza di Trabia nel 1601.

[11] Come è noto, lo stesso Lanza del Vasto maturo ha, se non espressamente e formalmente rinnegato, quanto meno accantonato, dimenticato e fatto dimenticare i tre volumetti giovanili degli anni Venti, tra i quali quello in discorso.

[12] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message, cit., pp. 171-172. Si noti la precocità di quest’opera, tra le primissime di quelle più significative dell’autore.

[13] Lanza del Vasto, La marche des rois, con illustrazioni a colori di Rémy Hétreau, Robert Laffont, Marseille 1944. Riedita nel 1947.

A. de Mareuil, alla p. 72 del testo introduttivo al Lanza del Vasto della collana «Poètes d’aujourd’hui», Seghers, Paris 1966, da lui curato (da non confondere con la più tardiva biografia di cui alla nota n. 11), riassume lo svolgimento del dramma come segue: «azione scenica inizialmente condotta e meditata da un coro a piena voce: uno dei massimi capolavori nell’ambito della poesia di Lanza del Vasto. Quindi, ecco Maria e Giuseppe che bussano alle porte di Betlemme, angariati dalle bieche buffonaggini di un diavolo alla Breughel e dei suoi accoliti. Sopravvengono i pastori, con i loro sbigottimenti ingenui. Segue il corteo araldico dei re magi. Ognuno di loro è ‘cifra’ di una razza e della relativa tradizione spirituale. Si recano presso l’orrendo Erode, che regna nel nome del principe di questo mondo. Mentre si addensa la minaccia del massacro degli innocenti, i re depongono dinanzi al divino bambinello i loro doni mistici. E il coro intona quelle litanie alla Vergine che già conosciamo in quanto figurano in Le chiffre des choses» [traduzione dal francese dell’articolista]. Per le Litanies à  la Vierge, composte a Firenze nel 1926, si veda in Lanza del Vasto, Le chiffre des choses cit., pp. 33-41.

[14] A. de Mareuil ne fa cenno alle pp. 205 e 207 del suo Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message, cit.

[15] Così precisa mediante lettera del 16 dicembre 2009 l’altra compagna dell’Arca della prima ora Line Capon, detta «la Caille», da me consultata.

[16] Lanza del Vasto, Le pèlerinage aux sources, cit.

[17] Villa sita a ridosso di villa Borghese, con sbocco presso piazzale Flaminio, comprendente una trentina di studi d’arte in dotazione per oltre mezzo secolo ad artisti italiani, affidata per testamento dal suo creatore o fondatore Alfred Strohl alla Francia. Lanza del Vasto è stato sempre ospite del fratello Lorenzo e dei suoi in uno dei bungalow e studi di questa villa in occasione dei soggiorni romani dal dopoguerra agli anni Sessanta.

[18] Lanza del Vasto, La baronne de Carins, Seuil, s.l. [ma Parigi] 1946.

[19] S. Salomone Marino, La baronessa di Carini, Palermo 1914: questa l’edizione più accreditata in sede scientifico-filologica, preceduta da un ampio saggio di oltre 180 pagine e correlata da varianti. Lanza del Vasto, dal canto suo, dà una delle versioni originali ancora circolanti tra i cantastorie isolani dei primi decenni del secolo.

[20] Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, avo diretto di Lanza del Vasto, ha passato a fil di spada sua figlia Laura e fatto uccidere il di lei amante Ludovico Vernagallo, nel castello di Carini, il 4 dicembre 1563. I due giovani si erano resi rei di adulterio in pregiudizio dell’anziano barone di Carini, cui Laura era ammogliata.

[21] Quello dell’allora «Radiodiffusion Française» (rdf).

Sempre nel suo già cit. testo introduttivo all’antologia del 1966, A. de Mareuil ci fornisce, alle pp. 73-74, il seguente sunto complessivo e giudizio sull’azione scenica: «il tema è interamente tratto dal Vangelo; tra un atto dedicato all’agonia sul Getsemani e uno suddiviso scenicamente secondo le quattordici stazioni del calvario si inserisce il coro della Pasqua giudaica, le cui voci ispirate al Cantico dei cantici e ai Profeti ridicono la millenaria speranza di Israele. L’elemento delle ‘diavolerie’ assume dimensioni da incubo, ma da incubo metafisico; mentre tutti i registri del comico, compresi il comico banale e triviale, concorrono a far risaltare la più sconvolgente tragedia che possa scuotere un cuore cristiano. Grazie all’unità di tono e alla ricchezza dei temi trattati, grazie alla gravità contenuta della voce e all’estrema diversità della prosodia – oltre all’endecasillabo veemente e al potente alessandrino, abbiamo i ritmi dispari, i versi di sei e di otto piedi sarcastici e affannosi, la prosa ritmata o burlescamente andante – la Passion si presenta a noi come fusione della tradizione più venerabile con la più lirica ispirazione. Certo, data la maestosità dell’argomento, il temperamento personale del poeta si fa da parte, ma è un morire per rinascere. Né mai l’efficacia visionaria, lo sfavillio verbale, il cromatismo, la linearità, la musicalità della poesia lanziana avevano raggiunto un’elevatezza e una spigliatezza tali» [traduzione dal francese dell’articolista].

[22] A. de Mareuil, introduzione al Lanza del Vasto della collana «Poètes d’aujourd’hui» cit., p. 208. Il particolare del coinvolgimento di Jean Vilar in ordine alle versioni radiofoniche mi è stato rivelato da A. de Mareuil con lettera del 7 gennaio 2010. Ricordo che questo protagonista di primissimo piano dell’esecuzione teatrale in Francia (1912-1971) sarà, negli anni Cinquanta, l’organizzatore del festival d’Avignone e il fondatore del «Théâtre National Polulaire».

[23] Lanza del Vasto, La Passion, mystère de Pâques, Grasset, Paris 1951.

[24] La compagna dell’Arca Line Capon, già citata, m’informa di avere trasmesso all’archivio de La Borie Noble foto in bianco e nero di momenti de La Passion, credo relativi all’esecuzione del ’50 nel prato di Tournier. Volentieri ne avrei allegato alcune al presente articolo qualora fossi stato in possesso di copie.

[25] «L’autore recitava la parte di Gesù, le filatrici quelle della Vergine e delle sante donne, il vasaio faceva Satana, il muratore faceva Giuda, il contadino, l’ortolano, il cuoco, il calzolaio facevano i ladroni, i demoni, gli scribi e gli altri personaggi. La scena era illuminata dalle torce. Nel finale tutti gli attori sfilarono in processione attorno alla chiesa con un cero in mano e intonando gli ultimi canti corali»: dalla Nota finale in Lanza del Vasto, La Passion cit., p. 131, gentilmente comunicatami in fotocopia da Thérèse Parodi, moglie del successore diretto di Lanza del Vasto alla testa dell’ordine dell’Arca, defunto nel 1989 [traduzione dal francese dell’articolista].

[26] A. de Mareuil, introduzione al Lanza del Vasto della collana «Poètes d’aujourd’hui» cit., p. 211.

[27] La vita comunitaria a Tournier, a causa anche dell’inesperienza del «patriarca», non è tutta rose e fiori. I nodi nelle relazioni interpersonali si aggrovigliano sempre più nonostante gli esercizi spirituali e la preghiera. Nell’estate del 1951 si verificherà l’abbandono da parte di due colonne della consorteria di Tournier: il compagno «Lupo» e la compagna «Rosa».

Più in generale, circa le difficoltà della vita corrente nelle comunità lanziane si riscontrano diverse allusioni nel volume biografico del Mareuil, in tono, tuttavia, evasivo e di sostanziale sottovalutazione. Spunti più concreti si hanno in C. Moussalli-Martinet, Il était une fois l’Arche de Lanza. Une enfant raconte, Karthala, Paris 2001 e, soprattutto, in M. Corazza, L’Arca di Lanza del Vasto cit.

[28] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message cit., p. 209.

Il medesimo autore riassume l’azione del terzo dramma religioso alla p. 75 della sua più giovanile pubblicazione citata nei seguenti termini: «Il David berger consta di quattro atti. Al primo atto, ci viene presentato il profeta e severo giudice Samuele, nella dimora dell’anziano Iesse. Respingendo i primi sette figli del vecchio personaggio, Samuele consacra il più piccolo, il pastorello Davide, mediante un’unzione misteriosa e raccomandando il segreto. Al secondo atto il re Saulo rinnega Dio ed è visitato da un Satana di una penetrante sottigliezza intellettuale. Solo il giovane Davide riesce, grazie al suo candore, ai canti e all’ispirazione divina, a calmare il re posseduto dal demonio. Al terzo atto, Mical, figlia di Saul, ha udito una delle canzoni di Davide e si è incapricciata dello sconosciuto pastore. Si viene a sapere che Golia, il gigante filisteo, minaccia Israele e non è certo il momento di dare spazio alle canzoni e agli amori! Ma ecco che un messaggero viene ad annunciare che Golia è stato vinto e che il nemico si dà alla fuga. Qual è il nome di colui che ha sconfitto Golia e cui il re promette seduta stante la mano della principessa? Davide. E Mical sviene. All’ultimo atto, Davide, l’eroe d’Israele, è in esilio. Il principe Gionata, suo amico, lo raggiunge e gli giura fedeltà. Il sacerdote Abiatar, sfuggito al re sacrilego, lo raggiunge a sua volta e gli consegna il sacro efod. Davide può così consultare il divino oracolo, che gli predice la sua futura gloria». Mareuil commenta altresì, di seguito: «Nessun elemento comico viene a distrarci, qui, dalla tragedia e tutto è sovrastato dal tema dell’idilliaco amore di Davide per il suo Dio. Il David è la tragedia della vocazione; il tema mistico del Dio che chiama e del Dio che respinge; e perché mai sono stato prescelto? E a che prezzo? Malinconia straziante dell’eletto di Dio» [traduzioni dal francese dell’articolista].

[29] Lanza del Vasto, David berger, con prefazione di A. de Mareuil, Éditions du Lion de Judas, 1988. Le partizioni musicali sono state registrate su disco e in cassetta dalla Studio sm.

[30] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message cit., p. 210.

[31] A proposito de La marche des rois, Mareuil osserva giustamente nella prefazione del volume della collana «Poètes d’aujourd’hui» cit., alle pp. 72-73: «questa profusione di immagini ricorda i misteri e miracoli cari ai cuori dei nostri avi, che li inscenavano sui sagrati delle cattedrali». Quanto a La Passion, come si è visto, reca espressamente la qualifica di «mistero» nel sottotitolo. Accessoriamente, riflettiamo che ha un’origine del tutto comparabile il presepe che tutt’oggi allestiamo per il Natale. Il presepe è una scena sacra di personaggi per lo più inerti di cartapesta, ceramica o altri materiali modellabili. Ma vengono anche inscenati presepi viventi e già era tale quello originario, creato da san Francesco a Greccio nel Duecento. D’altro canto, il presepe di figurine fittili ci ricorda il teatro siciliano dei «pupi» e questo, in certo senso, ci riconduce alla chanson de geste della baronessa di Carini.

[32] È da credere e auspicare che una parte almeno delle maschere utilizzate dai compagni nelle rappresentazioni tanto pubbliche quanto domestiche si sia conservata presso la comunità francese dell’Arca. La riproduzione fotografica a colori di una di quelle de La Passion è presentata a tutta pagina in uno dei numeri speciali del bollettino dell’Arca, le «Nouvelles de l’Arche», per il centenario della nascita di Lanza del Vasto: n. 3, 49a annata (2001), a fronte della p. 92. Quanto agli spartiti musicali, sono inclusi solo parzialmente nei testi pubblicati. La marche des rois edita non ne comporta affatto. Nel Noé, di cui tratterò nelle ultime pagine del presente articolo, ne figurano alcuni, principalmente in appendice.

[33] Lanza del Vasto, La Trinité spirituelle, Denoël, Paris 1971, p. 105: «Il Teatro è come la Danza, come la Festa, il concerto di tutte le Arti». Danza, teatro e architettura sono, nella concezione del maestro, come arti maggiori, inclusive e ricomprensive delle altre.

[34] Ibidem: «Il Teatro è quanto ci rimane della Festa e del Sacrificio primitivi».

[35] Lanza del Vasto, Le Viatique I, cit., p. 294: «Ho assistito or ora alla tragedia perfetta, alla tragedia originaria, la Messa. Prestigioso scenario di pilastri e di volte, splendore dei paludamenti e degli ornamenti, simbolismo maestoso della gestualità, processioni, recitativi, canti del coro».

[36] Ibidem, p. 295: «È in senso contrario che avrebbe dovuto essere compiuta la ricongiunzione. Al teatro andrebbero restituiti il suo carattere sacro e la sua funzione di purificazione delle moltitudini».

[37] Ibid., stessa p.: «Ai primordi del teatro c’era il coro. I personaggi si staccavano dal coro, recando la maschera e gli attributi del dio, dell’eroe, mimavano, danzavano e declamavano, quindi rientravano nel coro».

[38] Lanza del Vasto, Les facettes du cristal: entretiens avec Claude-Henri Rocquet, Le Centurion, Paris 1981, p. 103: «Cos’è, di per sé, il teatro se non un riflesso di un’antica liturgia, nevvero […] Il teatro, per me, è come il mito, una grande verità resa visibile dagli attori, da personaggi esemplari e simbolici».

[39] Ibidem, p. 104. E, se addirittura censurava come artificiosa l’opera mozartiana, inutile precisare che quella verdiana doveva parergli pomposa, quella pucciniana lacrimevole oltre il sopportabile, quella wagneriana d’una tonitruante supponenza.

[40] A Roberto Pagni, negli ultimi mesi della vita, Lanza del Vasto confidava di avvertire Victor Hugo che ovviamente conosceva benissimo, dato che si tratta se non altro di uno degli autori più studiati nel cursus scolastico francese, come un peso più opprimente che altro: R. Pagni, Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, Paoline, Roma 1981, p.79. Accenni occasionali e cenni di lode esplicita o implicita concernenti Hérédia e Valéry non scarseggiano negli scritti del poeta filosofo o a lui attinenti (per il primo si vedano, ad esempio, R. Pagni, Ibidem e Lanza del Vasto, Entretiens avec Claude-Henri Rocquet cit., p. 105; per il secondo Lanza del Vasto,  Quaderni del Viatico (1), cit., pp. 162, 165-168, 174, 196 e Id., Commentaire de l’Évangile, Denoël, Paris 1951, pp. 172 e 194).

[41] Rilke è menzionato in Lanza del Vasto, Le Viatique I cit., p. 219; in Id., Commentaire de l’Évangile cit., p. 69; Id., Approches de la vie intérieure, Denoël, Paris 1962, p. 180; Id., Les étymologies imaginaires, Denoël, Paris 1985, p. 256; inoltre nei citati libri-intervista di Cl.-H. Rocquet (p. 53) e di R. Pagni (pp. 50, 80).

[42] Nei suoi appunti diaristici di gioventù, Lanza qualifica il padre della poesia francese contemporanea come «amaro» e «discontinuo» e dichiara di apprezzarlo poco: Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1) cit., p. 63.

[43] Negli scambi di idee in viva voce mio zio, soprattutto, rimproverava ad Apollinaire di avere lanciato Picasso, che considerava come un mistificatore imbrattatele. Cubismo, futurismo, dadaismo, surrealismo sono stati da lui visti, in letteratura e nelle arti visive, come altrettante forme d’impostura artistica.

[44] Se non vado errato, mancano quasi in toto nelle prose lanziane richiami pertinenti alla ricca produzione romanzesca dell’Otto e Novecento. Non trovo citati né Balzac, né Stendhal. Quanto a Flaubert e Maupassant, riscontro in merito a ciascuno un solo occasionale richiamo (rispettivamente in Commentaire de l’Évangile cit., p. 100, e Quaderni del Viatico (1) cit., p. 36). Marcel Proust è premiato da più significative, ma graffianti, allusioni in Quaderni del Viatico (1) cit., pp. 94, 102-103. Quanto a Manzoni e Verga, non se ne parla proprio. Tuttavia Lanza del Vasto non era digiuno di letture «amene» di quest’ordine. Posso testimoniare che era rimasto piacevolmente e positivamente sorpreso leggendo sin dal 1959 o 1960, di passaggio a Roma, Il Gattopardo del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa e che, in tarda età, si è affezionato in maniera viscerale e un po’ infantile ad un opera di letteratura popolare, sicilianissima, quale I beati Paoli di Luigi Natoli (2 voll., Flaccovio, Palermo 1972). Di queste predilezioni non troviamo traccia negli scritti autobiografici ad oggi editi.

[45] In Lanza del Vasto, Le Viatique II, cit., p. 47, riferendosi alla pittura, leggiamo: «L’arte moderna non consiste tanto nello stendere colori sulla tela in un modo o in un altro, quanto nel dare ad intendere al pubblico che l’imbrattatura in questione è un’opera d’arte. A tal fine occorrono tre cose: un critico d’arte, un mercante d’arte e un “ismo”. Spetta alla genialità del critico determinare il titolo e la dottrina dell’ ‘ismo’ (ad esempio: ‘imbrattismo’) e stilare il manifesto della nuova scuola rivoluzionaria. Di colpo l’imbrattatore si trasforma in ‘imbrattista’ e, di conseguenza, acquisisce il diritto di figurare nelle mostre internazionali e di avere suoi pezzi al Museo d’arte moderna in quanto ‘rappresentante di una tendenza della sua epoca’» [traduzione dal francese dell’articolista]. L’analisi è purtroppo largamente calzante. Il torto di Lanza del Vasto è, a mio avviso, di averla troppo assolutizzata e, nella situazione di grande confusione che oggi viviamo a causa tanto del dilagare di un’acculturazione di massa di bassissima lega quanto dell’intrusione pervicace del commercio in ogni settore delle attività umane, di non aver saputo usare del necessario discernimento onde distinguere malgrado tutto le autentiche espressioni di vitalità artistica dalla paccottiglia volgare promossa da rigattieri, scribacchini paludati e persino politici e amministratori pubblici che sfruttano il settore.

[46] Riguardo a questo pittore nel cui studio fiorentino Lanza del Vasto, negli anni tra il 1926 e il 1932, si è esercitato al disegno, quindi ha appreso l’arte dell’incisione, si vedano gli articoli di M. Pratesi, S. Ragionieri, M. Maraviglia, E. Farioli, in Lanza del Vasto e le arti visive cit., rispettivamente alle pp. 17-20, 22-38, 40-62, 70-78. Si potrà consultare altresì M. Lanza, Arti visive della prima metà del Novecento: espressionismo «spiritualista» di Giovanni Costetti, in Id., Scritti vari su Lanza del Vasto, stampa domestica, Castelvetro (mo) 2006, pp. 180-193.

[47] Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., p. 49.

[48] Lanza del Vasto, Lettere giovanili, cit., pp. 344-345.

[49] Lanza del Vasto, Le Viatique II cit., pp. 28-29.

[50] Il siculo-fiammingo si accanisce ripetutamente sul barocco iperdecorativistico delle dorature e degli stucchi, ma non riflette sul Bernini o sul Caravaggio, né si sofferma bastevolmente a meditare su Shakespeare, Rembrandt, né sul più tardivo Bach. D’altra parte, far l’economia, in arte, del barocco, significa automaticamente precludersi la comprensione dei quattro secoli e mezzo intercorsi tra l’età del concilio di Trento e oggi, e ciò con riferimento estensibile ben al di là del mero ambito delle arti.

[51] A. de Mareuil, Lanza del Vasto della collana «Poètes d’aujourd’hui» cit., pp. 30-31. Più significativi giudicherei, semmai, gli sporadici richiami che possiamo spigolare nei testi dello scrittore all’altro grande autore tragico francese del Seicento, Pierre Corneille: Lanza del Vasto, L’homme libre et les ânes sauvages, Denoël, Paris 1969, p. 129: Id., La Trinité spirituelle cit., pp. 93-94.

[52] Accenni al grande drammaturgo inglese in Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., p. 345; Id, Les quatre fléaux, Denoël, Paris 1959, p. 245; Id., La montée des âmes vivantes (Commentaire de la Genèse), Denoël, Paris 1968, pp. 166-167; Id., Les facettes du cristal cit., p. 110.

[53] Lanza del Vasto, Le Viatique I cit., pp. 313-347; nonché, ad es., Id., Les étymologies imaginaires  cit., pp. 240 ss. Gli elementi burleschi, nei suoi drammi, sono più ironici, sarcastici, che propriamente comici e mirano solo a rafforzare la vena tragica per contrasto, in chiave eminentemente ancellare.

[54] Lanza del Vasto, Lettere giovanili cit., p. 53.

[55] Torno a ricordare che, di modernità, già sapeva la citata Fantasia notturna del 1927, costituendo come una tenue anticipazione successivamente non del tutto smentita.

Nell’Avis au lecteur bienveillant del Noé, mancante di sottoscrizione ma forse dovuto alla penna dello stesso Lanza del Vasto o ad A. de Mareuil, leggiamo: «Il verso che preferiamo è lo scattante decasillabo [leggi: endecasillabo] di un uso universale e persino in India. Lo trattiamo all’italiana, cioè inserendo la cesura in modo da strutturarlo talvolta in quattro-sei piedi, talaltra in sei-quattro, talaltra ancora in cinque-cinque. Ci avvaliamo ampiamente dei ritmi dispari, con versi di cinque, di sette, di undici sillabe, e soprattutto di nove. Non bisogna prenderli per versi falsi, leggerli o declamarli come tali, occorre invece fare attenzione all’appoggio esatto sulle sillabe toniche e alle cesure, onde valorizzarne l’andamento danzante, o sospeso, o a zig zag. Simili versi sono spesso usati nelle canzoni popolari a causa della loro particolare musicalità» [traduzione dal francese dell’articolista].

[56] Dramma antidiluviano d’anticipazione: espressione che suonerebbe come un ossimoro, un accostamento in successione di due termini opposti e contraddittori, rinvianti il primo a un remoto passato, il secondo ad un indeterminato futuro, magari prossimo o imminente. Ovviamente, tuttavia, il richiamo al diluvio biblico è solo strumentale o, semmai, è destinato a ricordarci che ciò che è, e magari è di là da venire, è sempre stato, è sempre già avvenuto.

[57] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message cit., p. 282: «Noé restera, de tous ses écrits, le plus cher à son cœur». Lanza del Vasto medesimo, d’altronde, attesta la sua predilezione per il Noé, conversando nel 1980 con Cl.-H. Rocquet: si veda Lanza del Vasto, Les facettes du cristal cit., p. 91.

La preferenza affettiva si spiega forse con il fatto che il Noé è lo scritto di Lanza del Vasto in cui si amalgamano e fondono più compiutamente l’ispirazione poetica, la sistemazione intellettiva e la vocazione profetica.

[58] Lanza del Vasto, Noé. Drame antédiluvien d’anticipation, Denoël, Paris 1965.

[59] La casa madre de La Chesnaie viene gradualmente abbandonata per quella de La Borie Noble tra il 1963 e il 1965. Ma l’adattamento al nuovo sito richiederà ancora alcuni anni, anche in relazione all’allargarsi delle prospettive e alla sciamatura in succursali varie.

[60] Dopo Jean Vilar, altra arcinota figura chiave dell’allestimento di spettacoli teatrali in Francia (nato nel 1910). Lo stesso Lanza del Vasto lamenta l’insuccesso del dramma, dialogando con Claude-Henri Rocquet, in Les facettes du cristal cit., p. 91: «Nessuno lo ha letto. Ne sono state stampate alcune migliaia di esemplari, che sono rimaste inevase nei magazzini. Nessuno lo mette in scena; l’ho proposto a diversi registi, l’ho offerto a Barrault…».

[61] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message cit., p. 282: «plusieurs théâtres pressentis se sont récusés: Noé n’a jamais été mis en scène (et c’est dommage), si ce n’est en communauté, dans un théâtre de verdure tout trouvé». Il medesimo compagno dell’Arca mi segnala epistolarmente, tuttavia, che ne è stata data una rappresentazione a La Borie Noble.

[62] Per la trama del Noé, torniamo a rifarci ad A. de Mareuil, nel Lanza del Vasto del 1966 cit. (p. 77): «La famiglia di Noè vive in disparte, lontano dal mondo civile. Ma Cam, uno dei figli del saggio e santo patriarca, viene sedotto da una figlia d’angelo e si reca nella grande città. La tribù patriarcale e poetica ne è affranta. Iafet, fratello di Cam, è inviato nella città di Enoc per strapparle il colpevole. Questi, frattanto, si è scoperto una vocazione politica; in tre anni è divenuto re della città, grazie all’aiuto della sua bella. Senonché, da uomo qual è, ignora il tremendo segreto degli angeli. Finalmente viene a capo dell’enigma. Su cosa poggia l’irreversibile progresso di quella civiltà? È noto a tutti: sull’alacre attività dei draghi. Ma come vengono alimentati i draghi dai figli d’angeli? Beninteso, viene data loro in pasto carne umana. Informato di ciò, Cam incarica celatamente Iafet di fomentare il sollevamento popolare, rivelando agli uomini qual è la sorte che li attende. Però la rivoluzione fallisce. Gli uomini rifiutano la prospettiva di un “ritorno indietro” e consegnano Iafet alla polizia del re. Cam salva il fratello, ed ecco che l’altro fratello, Sem, il maggiore, viene a prelevarli ambedue e a portarli via dalla città maledetta, in favore della quale non potrebbero fare più niente di buono. Così, i tre figli di Noè tornano a casa, in terra d’alleanza» [traduzione dal francese dell’articolista].

[63] «Come al tempo di Noè, gli uomini mangiavano e bevevano, si sposavano… e non seppero niente finché venne il diluvio e tutti li travolse, così sarà…». Testo leggermente adattato rispetto all’esatta lettera della versione canonica.

[64] «La ressemblance de la Famille de Noé avec les communautés de l’Arche fondées par l’auteur est indéniable»: anonimo Avis au lecteur bienveillant in Noé cit., p. 9.

[65] I magi de La marche des rois impersonano l’Europa, l’Asia e l’Africa.

[66] Lanza del Vasto è, per un verso, il patriarca Noè; ma, per un altro verso, anche Cam impersonifica un Lanza del Vasto che, assecondato da una ninfa Egeria del gran mondo, avesse optato per l’altra strada, quella dell’affermazione sociale. Set, il bastian contrario, il ribelle, il mestatore, è forse Angelo. Mentre Lorenzo si presenta con i tratti di Iafet, il fratello meno impegnato, meno tentato dalle avventure spericolate, che nel dramma media la riconciliazione e il rientro dei figlioli prodighi al mondo della loro umanità.

[67] A. de Mareuil, Lanza del Vasto: sa vie, son œuvre, son message cit., p. 281.

[68] Lanza del Vasto, Les quatre fléaux cit.

[69] Coloro che in tante altre sue opere Lanza del Vasto designa come i «tantointelligenti» o i «troppointelligenti».

[70] In proposito, si veda principalmente: Lanza del Vasto, La montée des âmes vivantes cit. Più specificamente ci si rifaccia alla relativa terza parte: Le péché originel ou introduction à la connaissance de la condition humaine, alle pp. 221-277.