Un'oscura faccenda
(Vicende lussemburghesi - 1)
I
Alle cinque della sera, ovvero del pomeriggio, un certo Jean Plantin usciva di casa.
L’azione si svolge a Lussemburgo, capoluogo del Granducato omonimo, di fatto quasi solo estesa borgata di non oltre 70.000 anime, dove alle ventuno tutti i locali pubblici sono chiusi a doppia mandata e le strade da tempo deserte. Piazza bancaria e finanziaria di assoluto rilievo a causa delle particolari agevolazioni fiscali praticatevi. Sito, comunque, oppresso da un cielo plumbeo costantemente basso e da addensamenti nebbiosi per oltre nove mesi all’anno.
E perché mai il succitato Plantin Jean si allontanava dal domicilio proprio all’ora canonica in cui la gens communis lucemburgensis, come pure i funzionari e impiegati internazionali dei vari organismi e istituti esteri e multinazionali, o sovrannazionali o extranazionali o facenti capo a una presunta cooperazione politica, cominciano a rincasare e in cui in ottobre, peraltro, l’oscurità vespertina già s’infittisce?
Difficile dirlo, invero. Arduo averne contezza alcuna.
Forse che il nostro fu sospinto o indotto all’incauta iniziativa – non certo riprovevole in sé, ma del tutto contraria agli usi e costumi locali – da claustrofobia, senso di disagio, irresistibile noia, nausea. Oppure, più banalmente, dal bisogno umano di sgranchire le gambe. Tuttavia, non si può escludere che la sua scappata avesse invece una mèta determinata, uno scopo preciso; che egli si recasse, ad esempio, a un appuntamento con persona di cui a priori ignoriamo l’identità.
Sta di fatto che, non appena il Plantin svolta l’angolo che dalla Avenue du X septembre immette nella Avenue Guillaume II, prince d’Orange et de Nassau, roi des Pays-Bas («Je maintiendrai») et grand-duc du Luxembourg («Mir wölle bleiwe wat mir sin») 1852-1912, si perdono nel modo più assoluto le sue tracce.
Fu la lattaia che, per ultima, lo intravide di sfuggita dal marciapiede opposto, mentre lui, appunto in sull’angolo, dirottava a destra. Si era affacciata un istante sulla soglia per controllare, prima della chiusura, se non fosse rimasto fuori qualche cestello di plastica di quelli in cui il marito, la mattina, sistema le bottiglie del latte per il solito giro con il furgoncino. Subito aveva ravvisato l’inconfondibile sagoma del signore del numero civico 126, slanciata, atletica, d’una spigliatezza così provocante, che filava via. «Wanculcusch!», si era lasciata sfuggire in pretto idioma locale, allorché, volgendo il capo per rientrare, aveva dato del naso porcino contro il battente del portoncino che, per errore forse freudiano, aveva attratto a sé invece di scostarlo, con quella silhouette maschia ancora negli occhi. E proprio il disagio acuto provocatole dall’improvviso, spigoloso impatto aveva fissato l’immagine nella sua memoria altrimenti alquanto labile, consentendole di riferire al commissario Ertbideger in ordine all’ultima apparizione dell’enigmatico personaggio ad occhio umano incensurato.
Ora l’Ertbideger, chiuso nell’angusto camerino che gli funge da ufficio, smania, sbuffa, tira scorregge, si slaccia il colletto della camicia. Lo spazio è pressoché tutto occupato da un tavolone ingombro di pile di scartoffie, cartelle, vecchie macchine da scrivere. Un chiarore bluastro emana dall’unica finestrella.
Il caso è dei più rognosi. Salta fuori che questo tale Plantin, oriundo francese di cui fino agli ultimi giorni i servizi di polizia non avevano avuto notizia particolare, sta a cuore addirittura al governo, ai ministeri degli interni e degli esteri, alla presidenza del Consiglio. Ieri sera, convocazione frenetica dello stato maggiore dei servizi di sicurezza presso il ministero degli interni, presenti il ministro in persona, il comandante in capo della polizia, quello della gendarmeria, il direttore del controspionaggio e l’addetto americano della CIA. E, per un’ora intera, obiurgazioni, raccomandazioni, minacce!
Lui, l’Ertbideger, è un cittadino integro, irreprensibile, un poliziotto di tutto rispetto, un commissario di polizia che non ha mai fatto nascer grane. A soli cinque anni dalla pensione gli doveva proprio toccare anche questa, di far da parafulmine nel pieno di una tempesta al più alto livello i cui motivi scatenanti, politici o diplomatici, rimangono e rimarranno comunque al tutto oscuri. Muto e pallido, ha dovuto incassare. Ma il peggio è che non è finita; anzi, non è neppure quasi realmente cominciata. Si è trattato, per così dire, solo di un’avvisaglia preliminare. Ora l’inchiesta gli è stata rifilata, accollata d’ufficio, in pratica addebitata, senza minimamente preoccuparsi di appurare quanto apprezzasse l’onore dell’onere. «Alors, mon vieux Ertbideger», aveva tagliato corto in tono aspro e perentorio il comandante supremo della polizia mentre si avviavano verso l’uscita, «conto su di voi per occuparvi di questa faccenda con la massima sollecitudine e solerzia. Voglio dei primi risultati entro ventiquattr’ore. E tenete presente: soprattutto tatto, discrezione, prudenza!».
Si lascia andare di peso nell’ampio seggiolone a braccioli l’Ertbideger. Apre la valigetta nera di sansonite. Ne estrae la scatola di plastica con i panini al prosciutto cotto e al cioccolato in fiocchi. Ne prende uno a caso e, pensoso, attacca a masticare. Su un angolo del tavolo una tazzona di caffè giallastro ha smesso da tempo di fumare. Con abulica lentezza l’uomo d’ordine se ne impadronisce e la reca alle carnose labbra. Sorseggia. Irrora il prosciutto cotto, già ridotto in poltiglia dalle possenti ganasce. Si concentra. Si inabissa nella meditazione.
Gli stabili in cui sono sistemati i servizi del Parlamento europeo al Kirchberg sono più d’uno: principalmente, si tratta dell’alveare cubico detto Edificio Schuman e del Grattacielo di ventidue piani, posti quasi dirimpetto l’uno all’altro ai due estremi di uno smisurato piazzalone-parcheggio costantemente sottoposto all’intransigente azione scarificante dei venti.
L’Ertbideger ha inviato Max Weber, il suo più dinamico ispettore, a prendere contatto con alcuni funzionari che, a quanto si dice, il Plantin frequentava occasionalmente.
Dai traduttori inglesi del tredicesimo piano Max ascolta solo vacue banalità e apprezzamenti generici. Il francese si recava talvolta con loro a giocare a squash, a Niederanven. Ma ignorano tutto di lui. Mai si sono peritati di interrogarlo su alcunché di esulante dalla sfera della meteorologia. Bob Dylan, tuttavia, accenna di sfuggita che spesso, al bar mensa dello Schuman, il Plantin prendeva lungamente il caffè con Ina Weissmüller, del gabinetto del presidente.
Ai gruppi e alle commissioni – siamo ora nello Schuman e, per giungervi, l’ispettore ha dovuto affrontare un secondo attraversamento del famigerato piazzale – l’individuo scomparso improvvisamente nel nulla sembra avere avuto a suo tempo agganci più consistenti. Ma anche qui non vi è alcuno che, preso di petto, si sbottoni. Nei corridoi, scarmigliato e un po’ teso, il braccio destro dell’Ertbideger incrocia capannelli di burocrati ammiccanti, che poi si effondono in ilari schiamazzi non appena egli si è sufficientemente allontanato.
Al sesto, la Wertmüller risulta irreperibile. Max ha già faticato non poco a individuare il suo ufficio. Gli anditi tappezzati e insonorizzati si sviluppano a quadrato, con innesto tuttavia di altri quadrilateri minori e appendici. La numerazione salta in modo imprevedibile e incongruo alle intersecazioni: 33, 35, 37, 39 e, di colpo, 99 bis; oppure 53, 51, 49, 47, ed eccoci di nuovo alla stanza n. 1 e alla 1 bis.
Dopo una decina di minuti di frustranti deambulazioni a gomitolo, l’ispettore si è deciso a invocare l’assistenza di un usciere gallonato che lo guida, con sorniona condiscendenza, alla stanza n. 41, isolata, a lato di un breve propileo senza altro affaccio. L’ufficio spira vita, alacre attività. Le piante ornamentali sono state annaffiate di recente. Vi sono documenti e cartelle nei due cestelli d’entrata e d’uscita e fogli accartocciati, bianchi, azzurri, gialli, nel cestino dello scarto. Anche sulla scrivania, fascicoli e carte, talune con appunti. Ma, della Ina Weissmüller, neanche l’ombra. Max bussa alle altre stanze meno discoste e gli dicono che oggi, non si sa perché, non si è vista. No, non ha neppure telefonato, non si è data malata. Max prende nota del suo indirizzo e numero telefonico privato. Torna nell’ufficio vuoto. Compone il numero privato, ma non ottiene risposta. Chiama il commissario, ma anche l’Ertbideger è uccel di bosco.
Sconsolatamente Max scrive due righe per l’addetta al gabinetto presidenziale, caso mai ricomparisse in loco. L’ascensore, con fastidiosi ondeggiamenti d’assesto ad ogni fermata, lo riconduce bene o male al pianoterra. Attraversa la hall marmorea. Il doppio sbarramento delle porte vetrate cede automaticamente al suo approssimarsi, con brusco scorrimento laterale dei pannelli centrali. Senonché, una volta sotto la tettoia di protezione della breve scalinata antistante l’edificio, l’ispettore, ahimé, scopre che si è messo a piovere. Diciamo pure a diluviare. Emette un gemito tra il perplesso e il rassegnato. Quindi: uno, si calca in testa il berretto con visiera e alettoni proteggiorecchie; due, apre grande l’ombrello che, provvidenzialmente, non ha dimenticato a casa o in sede.
Fatti pochi passi allo scoperto, tuttavia, ecco che una raffica anomala da sinistra gli rovescia la calotta del parapioggia, minacciando di spezzarne i raggi. E, mentre armeggia per tentar di richiudere l’arnese divenuto inservibile, un’altra folata gli invola il copricapo, trascinandolo vorticosamente al di sopra delle innumerevoli polle di cui si è riempito il vasto sagrato laico. L’ispettore, senza più riparo alcuno dall’acqua ubiqua, lo rincorre e da ultimo ne blocca la fuga ponendovi sopra il piede già fradicio, nel bel mezzo di una grossa fiumana di scolo.
La pallas-cx è ormai a due passi.
«I wonder if you love me, I wonder if you need me», sincopa il giradischi. E fuori si dipana un ridondare di grigi opachi, cinerei, plumbei, e lucidi, lividi, perlacei, argentei, o tiranti al verdino, al verdastro. Sulla mensola, in impeccabile assetto verticale, una serie di lussuose edizioni di grande formato: Le Grand-Duché et ses châteaux, Paysages luxembourgeois, Die Farben des luxemburgischen Wunderland…
«Prego, bitte schön», esordisce lei, porgendo un vassoietto di peltro con cioccolatini. Lui si schermisce. Lei, ad ogni buon conto, sorride e, deposta la suppellettile, fruga nella borsetta tempestata di scaglie dorate a cercare una sigaretta. Fa: «Permette?». E lui: «Ci mancherebbe altro, signorina!». Quindi si affossa un po’ più nella poltrona, strizzando gli occhi, per esprimere bonomia ed ammansire la raffinata interlocutrice.
– Lei conosce bene, credo, Monsieur Plantin?
– È un caro amico, effettivamente. Ma affermare che lo conosca bene sarebbe eccessivo.
L’ospite estrae, a sua volta, un sigaro dal taschino:
– Posso?
– Si figuri.
Accende. Tira un paio di boccate d’assaggio, mentre l’orgia psichedelica in sottofondo si esaurisce con un ultimo rantolo o ruggito soffocato.
– Se capisco bene, il Plantin è persona non agevole da conoscere veramente, Che so: un tantino… misteriosa?
– Per carità, signor commissario! Non intendevo suggerire questo. Anzi, Jean è uno degli uomini più aperti, più spontanei, più limpidi che mi sia mai capitato d’incontrare. Mi riferivo alla difficoltà, in generale, di conoscere le persone, gli altri, e anche noi stessi. L’essere umano è di per sé enigmatico, sotto il profilo del carattere e della psiche.
L’Ertbideger si scuote, si dimena. Torna a guardare in strada, al di là delle ampie vetrate. Le auto sfilano lente su tutte e tre le corsie a senso unico del Boulevard Roosevelt. Diverse hanno già gli anabbaglianti innestati. A una cinquantina di metri, al di sopra del tetro filare degli ippocastani già spogli, il tricolore a bande orizzontali dall’azzurro caratteristicamente slavato dà violenti strattoni e si contorce in cima al pennone metallico che domina l’affossamento del Grund. «Aperto, spontaneo, limpido…», mormora incredulo tra sé l’intemerato rappresentante dell’ordine costituito. Poi, con voce fioca, riprende:
– mi parli, mi parli ancora del signor Plantin.
– Sinceramente non saprei cosa aggiungere. Jean è una persona seria, stimata. Ha sempre ispirato fiducia e simpatia e ha molti amici. Sparire così, d’un tratto e senza spiegazioni, non è da lui. Non riesco a capacitarmi. A meno che…
– A meno che?
– Ma, non so proprio… Non vorrei che gli fosse capitato qualcosa di grave.
– E, secondo lei, cosa gli sarebbe potuto accadere?
– È proprio ciò che io stessa mi chiedo, signor commissario.
– Da quanto tempo lo conosce?
– Devo averlo incontrato un anno fa, o forse anche meno, in discoteca.
– In quale discoteca?
– Al Byblos, mi sembra.
– Era solo quella sera o era accompagnato?
– Era venuto solo. Io ero con un gruppo di amici che ci hanno presentati.
– E, da allora, lo ha frequentato assiduamente?
– No, commissario, solo saltuariamente. Ci siamo rivisti in occasione di ricevimenti. Abbiamo giocato a tennis al Bambusch insieme. Ma, se è questo che vuole sapere, non siamo legati a livello affettivo e non vi sono stati tra noi rapporti intimi.
IV
Non c’è tempo da perdere e, dopo cena, il commissario si reca a casa di un’altra funzionaria che gli è stata additata quale conoscente dell’introvabile francese, nel quartiere chic di Limpertsberg. Belle von Achterkopf vive sola nel suo appartamentino e viene ad aprire di persona. L’ambiente è rischiarato appena da un filo di luce e lei ha terminato or ora di cenare frugalmente. Introduce in salotto il visitatore, accende la plafoniera, ripone il vassoio nella credenza. Si sposta con palpitante eleganza. I suoi arti affusolati ruotano come in un balletto e la gonna, attillata attorno alle anche, fascia armoniosissimi ricambi di masse. Vita sottile e seno protervo. Capigliatura e sguardo d’un nero carbone da profondo sud, nonostante l’appartenenza alla schiatta teutonica testimoniata dal cognome. Ertbideger si stringe nelle spalle, chiedendosi come diavolo facesse (o faccia) il Plantin a collezionare queste ninfette, la sentenziosa Weissmüller e, ora, anche questa procace fata mora. Ah! i francesi, i francesi…
– Quali informazioni mi può dare sull’attività lavorativa del nostro personaggio?
– So ben poco a tale riguardo. Jean rappresenta, nel Lussemburgo, alcune importanti multinazionali. La General Motors, l’IBM e altre. Ma ha molto tempo libero. Spesso si presenta all’improvviso negli uffici degli amici, senza preavviso né motivi particolari, in pieno orario lavorativo. Si va a bere qualcosa al bar, si scambiano quattro chiacchiere.
– Se non erro, lei è segretaria d’ambasciata?
– Lavoro presso l’ambasciata della Repubblica Federale di Germania.
– E Monsieur Plantin, nell’ambito delle conversazioni, non ha mai tirato in ballo argomenti d’attualità in Germania? Non le ha mai rivolto domande sulle vicende tedesche, magari relative ad aspetti e risvolti poco noti al grande pubblico e in merito ai quali, date le sue funzioni, lei può disporre d’informazioni non ancora divulgate o confidenziali?
– Signor commissario, mi prende per un’ingenua?
La maliarda schiaccia stizzosamente la seconda sigaretta, fumata solo per metà, nel posacenere in ceramica dai colori sgargianti. Il viso angelico assume un’espressione corrucciata.
– Non se ne abbia a male dei quesiti che le circostanze m’impongono di porle, cara signorina – il commissario tenta di correre ai ripari –: comprenda che sono tenuto a vagliare scrupolosamente ogni ragionevole ipotesi.
Il gonnellino, tirato alquanto, va risalendo lungo le provvide cosce della nordica Pomona o regina delle felci: Bon Dieu, quel numéro! Ma il busto si distoglie e la testolina, in segno di contrarietà, si è voltata di profilo.
– Un altro quesito indiscreto, ma doveroso, le assicuro, ineludibile. Certo, lei può rifiutarsi di rispondere, ma spero voglia invece cooperare, darci una mano. È tanto complicato per noi trovare il bandolo della matassa in questa vicenda, orientarci … Mi dica dunque: che tipo di rapporto è intercorso tra lei e Jean Plantin? Trattasi di banale amicizia, oppure…?
L’incantesimo cessa del tutto. Belle von Achterkopf sbianca in volto, si tira giù a piene mani il lembo della sottana, balza in piedi. Ribatte seccamente che la sua vita privata non riguarda i servizi di sicurezza granducali. Congeda il pubblico funzionario.
V
Gli alberi, gli alberi d’alto fusto del Lussemburgo! I boschi di faggi i cui tronchi salgono dapprima nudi nel sottobosco pulito, senza che i lineari profili, paralleli, purissimi come canne d’organo, vengano disturbati, occultati da presenze di macchie o cespugli. Le cortecce sono variegate, grigio-biancastre per tre quarti di giro, e presentano gore dal verdegrigio al verderame sulle superfici umide esposte a nord. Il fogliame, peraltro caduco, svetta in radi getti a ventaglio più su, assai più su, ad altezze eccelse!
I boschi sono tutto quanto di bello vi è da vedere in Lussemburgo, a parte le rocce spugnose della cosiddetta piccola Svizzera. Nell’arco delle due scarse quindicine di giorni estivi in cui il sole riesce, più o meno, a farla franca nel lacero telone celeste, la generale foschia si dirada, i nuvoloni rastrellati da zefiri benigni si aggregano in cumuli e nembi ai margini bassi, ai bordi del superno emisfero, talvolta, abbandonando i nastri stradali asfaltati, qualche autovettura si azzarda ad inoltrarsi per sentieri di terra battuta in questi teatri d’incantesimo vegetale. Per lo più ne emergono comitive sghignazzanti che subito si impegnano in caparbie marce dai percorsi e tempi programmati. Praticamente nessuno si avventura sotto il manto frondoso da solo o in coppia, nessuno vi si perde in distratte, sognanti passeggiate, nessuno vi sacrifica al romantico senso del pittoresco o alla smania di malinconia. Rarissimi vi sono i genitori con figli piccoli.
Ma in autunno, poi, e in inverno, da settembre a luglio, quando il fogliame verde evanescente si fa rosso spento nel freddo pungente che già incalza, scivola a terra e marcisce lasciando in aria solo un intersecarsi disperato di stecchi e trame risecchite, chi visita più quelle salutifere riserve di natura incontaminata?
Un guardaboschi, tuttavia, durante una delle sue sporadiche perlustrazioni, incappò nei pressi di Bridel in una rolls-royce scura, seminascosta da un terrapieno, con le portiere bloccate e che non poteva trovarsi lì da moltissimo tempo giacché le impronte dei pneumatici sul terriccio erano fresche. Nei paraggi non sembrava esservi anima viva. L’indomani, la macchina non era stata mossa. Il forestale allertò la polizia. In men che non si dica affluirono gipponi e gazzelle. Il presentimento che vi potesse essere un legame con la vicenda Plantin era balenato in molti animi di acuti segugi.
La targa, lussemburghese, risultò falsa. All’interno, a prima vista, tutto sembrava in ordine, senonché il cruscotto era vuoto, mancavano i documenti. Nella tasca della portiera destra, due caramelle al limone e un taccuino con un brevissimo appunto sul terzo foglietto, apparentemente indecifrabile. Scandagliando i dintorni si reperì poco lontano un gran foglio piegato in quattro tutto imbrattato e molliccio in cui si lesse cenno delle casematte, cioè di quelle antiche strutture di difesa militare che corrono nel sottosuolo roccioso della città alta di Lussemburgo, affacciandosi sulle sottostanti depressioni e valli con pertugi in cui sono ancor oggi sistemati vecchi cannoni e colibrine del Settecento. Veniva descritto un percorso che avrebbe condotto ad un cancello chiuso, con un cartello di divieto d’accesso. Al di là del cancello vi sarebbero state delle scale, scendendo le quali si giungeva in un ampio vano con feritoia che dava all’esterno e con un masso squadrato che, in centro, poteva servire da tavolo. Stando al documento, si tenevano in quel luogo riunioni segrete.
L’Ertbideger si volle togliere la curiosità di accertare se l’antro descritto esistesse veramente e incaricò Max Weber di un sopralluogo. La prima difficoltà consisteva nello stabilire in quale gruppo di casematte occorresse cercare. L’ispettore aveva naso, e fortuna. Fece un tentativo in quelle di San Michele Arcangelo e subito si accorse che la descrizione corrispondeva; non tardò a scoprire il cancello e il loculo occulto. Lungo due muri erano appoggiati sedili pieghevoli di vario tipo: alcuni erano leggere seggiole da giardino, altri avevano il piatto e lo schienale imbottiti e foderati di cuoio. Accanto all’entrata, in un incavo del muro adattato ad armadio con porta di legno, c’erano due aspiratori per le pulizie, un’asta munita in cima di una spazzola e una prolunga avvitabile alla medesima per l’asportazione delle ragnatele. Sulla parete di fondo era inchiodata una carta geografica dell’intero globo. Attorno alle città di Vienna, Roma, Bruxelles, Caracas e Dallas erano stati tracciati vistosi anelli in rosso.
Il commissario rimase attonito nell’apprendere l’inaspettata notizia. Unità di esperti della scientifica furono sguinzagliate in loco in cerca di eventuali aggiuntivi indizi ed elementi impercettibili ad occhio nudo. Il calepino fu anch’esso consegnato a servizi specializzati per un esame particolareggiato. Un cane addestrato evidenziò una botola in un angolo del cunicolo che mena al cancello. Nel pozzo sottostante furono individuate ossa umane, appartenute a individui di sesso presumibilmente maschile e deceduti da non oltre una quarantina d’anni. Poteva trattarsi di disgraziati trucidati durante il secondo conflitto mondiale, ma perché mai le loro salme erano state gettate in quell’anfratto ricoperto da un pesante coperchio che, nella fitta penombra, sfuggiva alla vista ordinaria?
VI
Continuavano frattanto le prese di contatto e gli interrogatori condotti con fine senso della psicologia da parte dei questurini d’alto rango. C’erano persone che si potevano convocare in sede e sottoporre a batterie predisposte di quesiti, usando blandizie e velate minacce affinché si decidessero a svuotare il sacco sul pochissimo che avevano da rivelare. Ma con altre si dovevano infilare i guanti, spremere sorrisi, sprecarsi in complimenti e atteggiamenti reverenziali. Erano troppo altolocate o ammanicate con presidenti, ministri, direttori generali e chi più ne ha, più ne metta.
La Banca d’Investimento Internazionale occupa i piani alti di uno stabile esternamente tutto di vetro all’angolo tra il Boulevard Royal e la Place de Bruxelles. Il nostro dinamico commissario, che ha preso appuntamento con il presidente-direttore, siede in una saletta d’attesa al sesto. Davanti a lui la città si estende con le sue arterie, i suoi ponti, i suoi palazzi, le guglie e le cuspidi delle chiese, e sotto i suoi piedi formicola il traffico. Stranamente, è un giorno di sole, una splendida mattinata. Riflette, il funzionario, a come è bella in sé la vita; a come è fantastica la natura, ma a come sono pieni di senso e attrattiva anche gli scenari cittadini visti da una certa distanza, da dietro un vetro infrangibile, da un punto dello spazio che escluda il coinvolgimento. È difficile capire perché la realtà sia tanto bella ed entusiasmante osservata astrattamente dal di fuori, e invece drammatica, tremenda, quando ci siamo dentro. E lui c’è dentro fino al collo in quest’assurda storia del francese sparito.
Lo chiamano, lo introducono nell’ufficio privato del dottor Ernst Raffenstein, che però non ne sa niente del Plantin: niente di niente.
– Scusi se insisto. Sono stato informato da persone altamente degne di fede che il cittadino francese su cui stiamo indagando è un ottimo cliente del suo istituto bancario e, a quanto mi si dice, anche un vostro prezioso collaboratore.
– Certo, sì. Il Plantin, essendo persona oculata, ha investito presso l’Internazionale una quota dei suoi risparmi. La Banca primeggia nel campo degli investimenti e degli utili che sa assicurare ai clienti migliori. Anche il commissario, magari, dovrebbe farci un pensierino, perché, lo dico sempre, le cose bisogna lasciarle fare ai professionisti. Se voglio comprare o costruire casa, come faccio? Mi rivolgo a una delle più accreditate agenzie immobiliari della piazza e mi lascio guidare. Si risparmia tempo e si va sul sicuro.
– Ecco, ecco. E posso chiederle l’entità approssimativa della somma investita complessivamente dal Plantin tramite i vostri sportelli?
– Caro commissario, lei sa bene che riguardo a certe cose vige il segreto professionale, l’obbligo della discrezione. Non possiamo dare notizie sulle operazioni finanziarie e sul portafoglio dei nostri clienti a prescindere da loro specifiche autorizzazioni. – E, vedendo l’aria sconsolata cui si atteggiava il volto dell’interlocutore, infieriva: – il dovere ce l’impone, siamo una tomba.
– Non le chiedo dati precisi, né dettagli, signor presidente. Solo un ordine di valore. Capisce? Di che orientarmi, insomma. Si tratta di decine o di centinaia di mila franchi? Penso che una risposta generica me la possa forse dare.
– Guardi che il signor Plantin non è uno sprovveduto qualunque, né un poveretto alla ricerca di magri arrotondamenti dello stipendio. È assai più che un benestante. Ha delle relazioni e pertanto dispone d’informazioni, anche di prima mano, che gli consentono di muoversi con sicurezza nel settore finanziario. Non parliamo di migliaia, bensì di milioni di franchi.
– E, se mi posso ancora permettere, lei non è al corrente di qualcosa che lo avrebbe indotto a dileguarsi silentemente di questi tempi?
– Immagino alluda a qualche evento finanziario, a qualche grosso crac che rischi di coinvolgerlo… Effettivamente, pare stia per scoppiare a Lussemburgo un grosso scandalo: la faccenda Grossman. Ma non ho motivo di credere che lui ci entri per qualcosa. Se vuole avere notizie in merito, si rivolga al Palazzo di Giustizia. Credo stiano costituendo un incartamento. E ora mi lasci tornare al mio lavoro, la prego. Ho sempre tanto da fare.
Ertbideger si scusò per il tempo che aveva fatto perdere all’autorevole personaggio e se ne andò mogio mogio. Non aveva ottenuto gran che da quell’oracolo. Ma, dai e dai, un’indicazione era però uscita dall’eletta bocca di Giove: quella del crac. Bisognava informarsi e scavare.
VII
Nell’Occidente europeo in genere si mangia malissimo. Le tradizioni culinarie difettano. Certo, due o tre ristoranti tipici di cucina prevalentemente lussemburghese ci sono nel capoluogo. Ma come a Londra, Amsterdam e Bruxelles, anche a Lussemburgo sono soprattutto numerosi i locali cinesi e italiani. I ristoranti-pizzeria italiani sono apprezzatissimi e sempre gremiti di gente. A gestirli sono per lo più napoletani e meridionali, ma anche veneti. Sulle pareti possono essere rozzamente pittate scene di genere, con limoni o ulivi e il mare azzurro sullo sfondo.
Ertbideger chiede il menu e, tra le tante pietanze proposte, seleziona l’«ossobucco» [sic] che le didascalie di traduzione approssimativa in francese, tedesco ed inglese, danno per carne bovina con rondella d’osso e midollo accompagnata da riso. Quanto al bere, ovviamente birra alla spina. Già gli portano, però, una bruschetta con bicchierino di aperitivo della casa. Starebbe per osservare che non ha ordinato questi antipasti, ma gli fanno capire che sono offerti motu proprio dal principale. Dato che è solo, l’hanno sistemato ad un tavolino un po’ in disparte, accanto alla porta delle toilettes. Ma l’atmosfera è così calorosa e vivace, con tutti quei commensali che vociano, ridono, sbattono le posate nei piatti e fanno tintinnare i bicchieri. Le portate di pasta, di carni, d’insalate sembrano enormi. Si direbbe che i piatti siano più larghi e capaci che altrove. E il poliziotto è già passato dalla mestizia endemica nel paese ad un buon umore generico prima che gli servano di che sfamarsi.
La vertenza Plantin non solo è spinosa e oscura, ma lo diviene in certo senso sempre più. Quanto ad annunciare risultati concreti delle indagini al ministro, non se ne parla neppure. Ma quanto è consolante, tuttavia, l’insensata gioia di vivere di tutta questa umanità che qui si riempie lo stomaco brindando a più non posso!
Quando, dopo avere sorbito anche il caffè espresso all’italiana e aver pagato il conto, Ertbideger esce per strada, si accorge che la birra, mista all’insolita, chiassosa esultanza della clientela, gli ha dato alla testa. Poco male. Quei tre quarti d’ora non li ha persi, lo hanno rinvigorito, gli hanno fatto rinascere dentro la voglia di vivere e la speranza.
VIII
Nel pomeriggio si seppe che lo scarabocchio del calepino era stato parzialmente interpretato. Una parola di quattro o cinque lettere non si riusciva proprio a leggere. Ma era stata evidenziata un’indicazione numerica di cinque cifre: 12.048.
Cos’era, cosa poteva rappresentare? Non un numero di telefono, apparentemente: le cifre erano troppo poche e non avrebbe avuto senso, in tal caso, il punto dopo la seconda cifra. Era un numero di codice, un numero di ufficio a un dodicesimo piano, o cos’altro?
Frattanto Weber aveva interrogato i custodi della casamatta. Non badavano ai visitatori. In pratica, si limitavano a vendere i biglietti d’ingresso ed esercitavano una sorveglianza molto ridotta all’interno del sotterraneo. Le foto segnaletiche dello straniero esibite dagli inquirenti non dicevano loro niente. Ma era saltato fuori che i frequentatori più assidui solevano presentarsi muniti di un tesserino d’entrata gratuita, rilasciato dal servizio dei Beni Culturali del ministero degli interni.
C’erano dunque frequentatori assidui e privilegiati ed era senz’altro da credere che i partecipanti ai convegni segreti nella catacomba fossero di questi. Pertanto l’ispettore si era precipitato al ministero per farsene dare la lista.
Rientrò al commissariato alle sei del pomeriggio, quando già non c’era più quasi nessuno, con quel prezioso elenco strappato a quelli dei Beni Culturali non senza tergiversazioni e difficoltà. Comportava una trentina di nominativi, con i rispettivi indirizzi. Ertbideger e Weber lo esaminarono insieme. A fronte di cinque nomi era segnato: ministero degli interni. E c’erano quindi ben cinque funzionari del ministero che si recavano regolarmente a visitare la casamatta di San Michele. Il nominativo del Plantin non vi figurava, ma rimaneva da controllare l’identità dei circa venticinque altri.
L’indomani, non appena in servizio e mentre tre viceispettori si recavano al ministero per sentire i funzionari della lista, Ertbideger telefonò e prese appuntamento con il ministro alle undici e trenta. Tuttavia, quando giunse sul posto, fu ricevuto, invece che dal membro del governo, dal capo di gabinetto Adolf Morgengab, e piuttosto freddamente.
– Vengo a sapere, signor commissario, che i suoi uomini hanno cercato questa mattina d’interrogare impiegati di questo ministero a proposito di missioni riservate e segreti d’ufficio. Mi consenta di dirle senza ambagi che disapprovo la disinvoltura con cui, invece di adoperarsi fattivamente per rintracciare il signor Plantin, come le è stato chiesto, lei si butta a indagare sull’operato di pubblici funzionari dei servizi più intrinseci dello Stato, che non hanno da rendere conti in materia se non al capo del governo e al granduca.
– Le informazioni che i miei sottoposti hanno voluto ottenere dagli impiegati del ministero sono strettamente funzionali alla nostra ricerca sul francese scomparso. Non abbiamo avuto né la sensazione, né men che mai l’intenzione di scalfire la dignità di agenti dello Stato, nel venire a porre loro alcune domande su questioni che potrebbero concorrere a far luce sulla sorte toccata a Monsieur Plantin.
– Ci sono, signor commissario, informazioni che non possono essere date per alcun motivo e ambiti in cui un semplice funzionario di polizia, qualunque sia il suo grado, non deve permettersi di ficcare il naso. Lei deve capire che vi sono più livelli di garanzia dell’ordine e di gestione della cosa pubblica. Il ministero degli interni è organo del più alto livello e la polizia non deve interferire con le sue strategie.
– E lei, signor capo di gabinetto, voglia riferire al signor ministro che, in questa indagine, mi imbatto ad ogni piè sospinto in persone autorevoli che non vogliono collaborare. In queste condizioni risulta molto arduo procedere e del tutto impossibile ottenere risultati rapidi. Dica al ministro che, se, giudicando inappropriati i miei metodi di lavoro, volesse ritirarmi l’incarico e affidarlo a qualche altro collega, non me ne rammaricherei davvero.
Si accomiatò per una volta quasi soddisfatto dal Morgengab. In passato aveva sempre accettato senza fiatare i rabbuffi in cui quello eccelleva, con i suoi baffetti neri a mo’ di spazzolino per i denti. Aveva abbozzato per quieto vivere e cautela professional-carrieristica. Ma oggi gli aveva dato un saggio della pasta di cui era fatto.
IX
Non teneva famiglia l’Ertbideger. Però aveva una sorella e dei nipoti: una bambina e due maschietti, di sette, dieci e dodici anni. Talvolta li andava a trovare. La preoccupazione maggiore era di scegliere i regalini da portare: non dovevano essere troppo impegnativi, né costosi, perché Elga, la sorella, se ne sarebbe risentita. Ma dovevano sorprendere e piacere. Quando Elga e il marito avevano da fare, lui, il sabato pomeriggio, si prestava a condurre i ragazzi a pattinare sul ghiaccio a Kockelscheuer. La pista coperta è una delle più ampie e attrezzate d’Europa e, mentre i giovani piroettano sull’algida superficie, gli accompagnatori attempati possono starsene comodamente al caldo ad un tavolino del bar, accanto ai finestroni da cui si seguono tutte le evoluzioni dei ginnasti in erba.
Lì seduto e in ammirazione, pur vigilante, davanti alla briosa spigliatezza dei minorenni, soprattutto della graziosa nipotina, il nostro personaggio ripensava alla propria vita. Non era stato una cima a scuola. Non si era fatto molti amici. Da grande, si era arruolato nella polizia per trovare un lavoro sicuro, che non esigesse doti straordinarie. Stranamente era riuscito bene, aveva avuto successo nel suo ramo. Ma si era sostanzialmente, per anni ed anni, annoiato. Gli era parso di agitarsi molto e di non combinare niente che contasse. Quanto meno, che contasse per lui. Non aveva avuto l’impressione d’imparare gran che dal suo mestiere. E le vicende di cui si era occupato erano state tutte tristi, alcune d’una tristezza infinita.
Si chiedeva: non aveva fatto male a optare sin da giovane per la sicurezza? Non si era autocondannato alla monotonia e alla disutilità? Avrebbe potuto insistere negli studi, fare una carriera di ricercatore. Studiare, ad esempio biologia, oppure archeologia. Partire in paesi tropicali o equatoriali per effettuare scavi. Vivere in mezzo a popolazioni africane o sudamericane. Insomma entrare a diretto contatto con ciò che è eminentemente lontano e diverso, nel tempo o nello spazio, e da cui è da credere che abbiamo il più da imparare. Vivere liberamente e avere il tempo e l’autorità per pensare.
La tendenza a cogitare e rimuginare, l’aveva veramente. E gli accessi di riflessione, spesso fuori argomento rispetto alla realtà quotidiana e dei casi da elucidare, lo prendevano durante le sue interminabili giornate in ufficio. E, ora che doveva risolvere la vicenda Plantin, la mente ancora gli scivolava verso considerazioni sulle scelte della vita.
X
Tutte le persone della lista del tesserino gratuito d’accesso alla casamatta erano state individuate e contattate, salvo un Alexander Breuwer. Costui non era registrato nelle anagrafi del granducato e, se esisteva, non era certo lussemburghese. Dato, però, che era l’unico a non esser stato potuto rintracciare, sorgeva il dubbio che il Plantin, il quale non appariva nel repertorio come tale, si fosse avvalso di quello pseudonimo. L’indirizzo riportato era di pura fantasia: Rue de la Grande Guerre, 45.
Frattanto, durante la notte, si erano avuti tre suicidi con salto dall’alto del ponte Grande-Duchesse-Charlotte, detto «ponte rosso», che unisce la città al centro europeo, scavalcando il fiume Alzette. Non era un caso raro, da quel ponte metallico dipinto a vernice rossa si buttano in media sette o otto persone al mese e il suo richiamo è tale che vengono persino dalla Germania per effettuare il fatale tuffo. Senonché, uno dei tre infelici, privo di documenti nelle tasche, non si riusciva ad identificare. Probabilmente era, appunto, uno straniero, ma c’è da dire che oltretutto era divenuto irriconoscibile per quanto attiene ai tratti del viso. Infatti, era piombato a capofitto sul tetto di una casupola sottostante, sfondandone le ardesie e approdando, alle due e mezzo del mattino, nella camera da letto degli sposi Urbubacher. Da anni, sui tavoli del governo, giaceva un progetto di sistemazione di larghe reti di protezione lungo le due sponde del fatidico manufatto, ma l’approvazione richiedeva tempi lunghi a causa delle rivalità politiche tra i partiti e tra i personaggi in auge. La maggioranza dei disperati spiccavano il loro volo funesto dal fianco destro del ponte, che è quello che più direttamente si raggiunge provenendo dalla città. E così avevano fatto gli altri due defunti di quella notte. L’incognito suicida, invece, era saltato o era stato scaraventato giù dal lato sinistro.
Inoltre, quella stessa mattina era stato reperito nell’Alzette il cadavere di un altro ignoto, questo affogato. Aveva indosso una tuta da lavoro azzurra, di quelle con la cerniera che scende dal colletto al pube, ma, anche lui privo di documenti d’identità, non era stato riconosciuto da foto in nessun ambiente artigianale o industriale, in nessun magazzino.
Questi due morti ammazzati avevano a che fare con il Plantin e la sua sparizione?
XI
Certo Ertbideger non aveva trascurato la pista Grossman. Ma non era stato costretto a rivolgersi al Palazzo di Giustizia, come prospettato dal presidente-direttore Raffenstein. Infatti il caso era scoppiato sin dall’indomani su tutti i giornali a cominciare dal «Luxemburger Wort». Un’autentica bomba. Paul Grossman, giovane commerciante ebreo in gioielli, monili e orologi, proprietario di un negozio esclusivo nella Grand-Rue, di un atelier a Pétange, di tre ristoranti nel capoluogo, da anni si dedicava anche ad operazioni finanziarie. Poco a poco si era indotto a invitare i molti conoscenti e clienti ad affidargli somme di denaro che poteva far fruttificare, a sentirlo, a ragione d’interessi del quattro percento mensile. Si era così venuta costituendo una corte dei miracoli d’investitori che, in genere, non ritiravano neppure i presunti interessi, preferendo far fruttificare anche quelli. Nel giro erano coinvolti professionisti, funzionari nazionali ed europei, politici d’alto livello. Un bel giorno si scoprì, in virtù di un qualche banale contrattempo o incidente, che il provvido dispensatore di belle parole e false speranze non aveva il becco d’un quattrino in cassa. Si era manifestamente mangiate le varie decine di milioni che gli erano state tanto liberalmente prodigate. Fu dichiarato in fallimento e fuggì alla chetichella in macchina in Finlandia, dove si augurava non lo si potesse arrestare. Fu, invece, preso ed estradato. Ma, da un lato, ciò che interessava alle autorità era solo che restituisse per quanto possibile gli importi di cui era creditore allo Stato e alle maggiori banche. La sorte dei privati che si erano fatti infinocchiare non commuoveva alcuno. Erano tutti gente straricca e che si era immaginata di poter moltiplicare i propri capitali senza muovere un dito. Dei pigri, incapaci e ingordi. Avevano ciò che meritavano: era il castigo di Dio. D’altro lato, invece, le autorità, e singolarmente determinati personaggi, temevano di essere infangate da questa poco edificante storia truffaldina. Temevano che fossero fatti nomi e cognomi di parlamentari o segretari di partito, di alti funzionari dei ministeri, sui quotidiani.
Si intuiva che la vicenda non si sarebbe conclusa con un iter investigativo e processuale normale. Vi sarebbero state pressioni. Alcune cartelle sarebbero state archiviate e, con il tempo, fatte sparire. Al Grossman, dopo la carcerazione preventiva, si sarebbe affibbiata una mite condanna assimilabile ad una mera ammonizione, con invito ad andare a cercar fortuna altrove.
Il Plantin, lui, aveva fatto parte della congrega del Grossman? Aveva sue responsabilità personali nei raggiri attuati?
XII
Come era da prevedere la ventina e oltre di detentori di tesserini d’accesso privilegiato alla casamatta di San Michele che non erano dipendenti del ministero degli interni non si erano lasciati interrogare più di buon grado dei primi. Avevano opposto il più fiero mutismo alle domande di Max Weber. Tutti salvo uno, però. Un inglese, certo George Leigh, aveva accolto con cordialità quasi fraterna l’ufficiale nella sua villetta isolata a Junglinster. Weber ne era rimasto sorpreso sulle prime, ma subito aveva capito che alle quattro del pomeriggio, ora in cui, subliminalmente, qualche raggio tenue di sole ancora inclinava alla serenità, l’anglonormanno aveva avuto il tempo di scolarsi almeno una mezza bottiglia di whisky e, certo, non pochi boccali di birra.
– Caro ispettore, scusi se glielo dico: lei è un ingenuo. L’emozione che ha provocato questa mattina con le sue domande assurde al ministero è da barzelletta.
– In che senso, per favore?
– Vede: la società è come un millefoglie, a più strati. In superficie si devono osservare strutture agevolmente giustificabili e che, soprattutto, possano piacere e tranquillizzare. Sono quelle abituali della democrazia, con la demagogia e la propaganda dei media che la nutre. Ma a ridosso di queste apparenze, di questi necessari specchietti per le allodole, si muovono altri meccanismi, altre realtà.
– Quali meccanismi e realtà?
– Quelli dei poteri veri, politici ed economici. Operano al coperto. Non possono compromettersi con il teatrino delle campagne elettorali, dei dibattiti in televisione.
– E lei mi suggerisce che questi poteri, in certo qual modo occulti, si incontrano, dialogano, prendono decisioni?
– Sono e non sono poteri occulti. In buona parte sono noti. Ciò ch’è meno sotto gli occhi di tutti è il modo in cui realmente operano. Va da sé che vi sono incontri, costanti, e decisioni. È al livello coperto che viene assunta di fatto la maggioranza delle decisioni importanti per la conduzione del mondo. Gli ingranaggi della cosiddetta democrazia veicolano, trasmettono queste decisioni.
– Ma, se consulto la lista degli habitué della fossa di San Michele in cui anche lei figura, trovo solo nomi di persone ignote al pubblico e di condizione sociale non eccelsa. Le riunioni in questo luogo sono di quelle cui lei si riferisce, in cui verrebbero decise le sorti del mondo?
– A San Michele si sono avuti incontri capitali e molte decisioni che vi sono state prese hanno avuto un rilevante impatto, a livello soprattutto europeo. Le decisioni pilota non sempre sono adottate dai personaggi più in vista, ad esempio dai capi di governo. Molto più comunemente nascono da discussioni e compromessi tra esperti e consiglieri, che è bene non salgano mai alla ribalta e su cui non si appuntano le luci dei riflettori.
– In che veste ha partecipato lei a simili riunioni?
– In veste di delegato della camera dei lord inglese. Il mio ruolo era più di ascoltare e riferire che di incidere sulle prese di posizione. Ma intendo dimettermi prossimamente dalla funzione, per dedicarmi interamente alla mia passione di sempre: la raccolta di farfalle, in particolare esotiche e paleartiche. Era proprio in relazione ai miei frequenti viaggi in tante regioni del mondo, alla mia conoscenza delle lingue, alle mie relazioni, che ero stato reclutato. Ma i conciliaboli con i tecnici della politica e dell’economia mi fanno perdere troppo tempo e mi danno troppo poca soddisfazione. Le laute prebende non sono tutto nella vita e non meritano che si sacrifichino loro gli interessi autentici. È per questo che le parlo apertamente, come immagino non abbia fatto alcun altro confratello.
– La ringrazio della sua sincerità, anche se non credo di afferrare interamente il senso di ciò che lei si sforza di spiegarmi. Ma mi dica ancora, la prego: il signor Plantin interviene anche lui a questi congressi e vi è considerato un elemento autorevole?
– Del tutto autorevole, sì. Egli, in queste riunioni, è la voce e il cervello di una serie d’importanti società, ma media anche gli accordi in nome della Francia e, per quanto ne so, ha addentellati con il governo lussemburghese.
– E conosce forse, ha mai conosciuto a Saint Michel un tale Alexander Breuwer?
– Questo nome mi è sconosciuto.
– Ha notizia di un deposito di ossami umani in un pozzo sigillato a pochi metri del cancello d’accesso alla sala ipogea?
– Per carità… Lei ci potrà sospettare o accusare di essere una congrega di congiurati. E, badi bene, di congiurati bianchi, di congiurati di Stato. Ma non siamo assassini…
In quel mentre entrava in salotto una biondina tutta riccioluta, con un viso lungo e smunto e addosso una specie di vestaglia viola a fiorami:
– oh, cara, ti presento l’ispettore Weber, della polizia. Un tipo davvero alla mano e simpatico.
– Molto lieta.
– Sono onorato.
– Mia moglie, Petula, è una pittrice di gran talento. Fa paesaggi, nature morte e anche ritratti. Anzi, ora che ci penso, ha dipinto un ritratto di Jean Plantin che è un vero capolavoro. Ti prego, tesoro, mostra qualcuna delle tue tele all’ispettore.
Weber avrebbe tagliato corto e si sarebbe defilato, ma, all’annuncio di un ritratto del francese, prese tempo. L’interpellata andò di là e tornò con un album e un carrello su cui erano poggiate in diagonale quattro tele. Frattanto il marito aveva tirato fuori da uno sgabuzzino un cavalletto da salotto a tre piedi, di legno scuro. Furono mostrati due ottimi paesaggi ad olio di stile prettamente inglese, con i prati verdi, gli alberi frondosi, un ruscello e lo sfondo del cielo azzurro striato da poche nuvole filamentose. Anche la natura morta era d’ottima fattura, ma convenzionale, e ricordava opere quasi più del Sette che dell’Ottocento. L’ispettore preferì subito gli acquerelli dell’album che riproducevano con ben maggiore originalità e coloriture intriganti angoli tipici del Grund e di Pfaffenthal, con i roccioni a strapiombo, gli alti ponti, le fortificazioni diroccate sulle alture, e, anche qui, la vegetazione, di un verde cupo e spento che spiccava sui rosa, lilla e azzurro chiaro delle pietre.
Ma, quando la fragile artista tirò fuori il grande ritratto del Plantin, fu un vero colpo di scena. Max Weber indietreggiò e dovette sedersi. La vivacità di quel quadro aveva dell’incredibile. Il personaggio sembrava lì più vero del reale. Il suo sguardo attraversava lo spettatore come un’arma bianca. Il suo sorriso era gaio, con una sfumatura, tuttavia, sarcastica. I suoi bei capelli neri e lisci pettinati all’indietro la dicevano lunga sulla forte fibra, perfettamente dominata da un’intelligenza superiore.
«Lei è una grande artista», disse sommessamente il poliziotto, che non riusciva a riaversi dallo sbalordimento.
XIII
Diciamo la verità. Il Lussemburgo è uno Stato piccolissimo, non più esteso di una provincia italiana: quella di Modena, di Pistoia o di Bari. È uno Staterello balordo, una regione di frontiera in cui si mescolano componenti germaniche e francesi. E, soprattutto, un vero colabrodo. Gente di ogni cittadinanza vi lavora e vi circola; viene e va, attraversa o rimane, senza che possano essere effettuati controlli ben precisi sulle presenze, specie sulle presenze effimere.
Dal capoluogo si raggiungono in macchina la francese Thionville e la tedesca Treviri in circa mezz’ora, e il confine belga è a meno d’un’ora. Ai posti di confine, le guardie, con le loro retoriche uniformi, stanno lì solo per fare figura e si limitano a far cenno alle vetture di passare.
In aereo Plantin poteva benissimo essere partito con nome e passaporto falsi. Ma dalla stazione poteva essersene andato senza neppure ricorrere alla falsa identità, dato che i biglietti per tratte di breve percorrenza sono anonimi. E in macchina, poi, non ti dico. Se si era recato in America, in Asia o in Africa, poteva aver preso l’aereo a Bruxelles, a Parigi o a Francoforte con o senza documenti falsi.
Insomma, a meno che si celasse o fosse stato sequestrato, che venisse tenuto prigioniero nello stesso Lussemburgo e magari entro il perimetro del capoluogo, in una cantina, in una soffitta, in un appartamento, Plantin poteva essere scappato dove gli pareva, pensò l’Ertbideger, senza che fosse dato scoprire né come, né dove. Avevano un bell’accampare esigenze di pronte soluzioni quei rottinculo fannulloni dei ministeri, che poi mettevano i bastoni tra le ruote non appena le tue indagini sollevavano lembi occultanti a quanto pare attività di dubbia ortodossia democratica svolte dagli stessi loro servizi! Stavano freschi, se credevano che lui potesse far riapparire il Plantin con la bacchetta magica. Nel caso di un omicidio, c’è il morto e si trova il corpo del reato; siamo sul concreto. Riguardo al colpevole, se del caso, quando l’indagine non vada avanti, quando il ministero metta fretta o quando le autorità vogliano evitare che si frughi in determinate direzioni, se ne può, male che vada, inventare uno. Il mondo è pieno di gente che si sente colpevole, di gente che anela al castigo. E gli ingranaggi della Giustizia sono esiziali: una volta scaraventato dentro, hai poche prospettive di cavartela. Fai che venga accoltellato in casa un bambino e ci si accanirà contro la madre, per anni, se si ostinerà a non confessare e se ricuserà persino l’accusa blanda d’insanità mentale.
Ma qui, l’oggetto dell’indagare è latitante, come a dire incorporeo. Indizi, ve n’è in sovrabbondanza, ma di natura – per così dire – allusiva ed evanescente. Non sappiamo positivamente niente.
XIV
Erano riusciti a leggere la parola prima del 12.048 sulla pagina del taccuino: «Ludwig», in realtà di sei lettere, ma che certo non apportava nuova luce e che non si capiva, di nuovo, come interpretare. Era un nome di persona? Il nome di un conoscente tedesco del proprietario della rolls-royce o di un suo contatto? Che non fosse seguito dal cognome implicava familiarità tra i due individui o semplicemente tradiva la condizione umile, quasi servile, del Ludovico germanico? Era un caro amico, uno stretto collaboratore, un complice in qualche oscura manovra, oppure un ausiliario d’infimo rango, un esperto di scassi e forzature di casseforti, un preparatore di bombe, un mago della moneta falsa? Ma, a dir vero, era tutt’altro che certo che si avesse a che fare con un nome di persona. E il numero che seguiva non era necessariamente un numero d’identificazione, d’ufficio o d’altro, da riferirsi a costui. «Ludwig», per esempio, poteva essere il nome dato ad un’operazione, in atto o progettata, in merito alla quale l’ignoranza dei servizi era altrettanto totale. Continuava, insomma, a regnare il buio pesto.
Quel mercoledì mattina giunse però l’autorizzazione del giudice a forzare l’uscio di casa Plantin e a perquisirne ogni angolo. Si era fatta attendere perché già la designazione del magistrato affidatario della supervisione delle inchieste era avvenuta in ritardo, e inoltre in quanto, in fondo, si ignorava se Plantin non fosse banalmente partito per un breve viaggio professionale o di piacere e in tal caso, tornando e constatando che gli inquirenti gli erano entrati in casa affrettatamente e senza validi motivi, avrebbe fatto un diavolo a quattro. Ne sarebbe potuto risultare un incidente diplomatico.
L’Ertbideger, dal canto suo, reputava urgente la perquisizione e riteneva che ne sarebbero quasi certamente emersi nuovi elementi, forse preziosi o decisivi.
Pertanto si recò subito in loco. Forzare la serratura fu un gioco da ragazzi. L’abitazione era a tre piani e d’impianto tipicamente lussemburghese. Stretta tra due consimili, con, a pianoterra, un lungo salotto che si affacciava sulla strada e una sala da pranzo che guardava verso il giardinetto retrostante, poi due ampie stanze tanto al primo quanto al secondo. L’interno era dappertutto in perfetto ordine ed Ertbideger ne ammirò l’ordine e la pulizia estrema, sorprendenti se si tien conto che il latino, oltre a vivere da solo, non si avvaleva, a quanto era dato sapere, di collaboratrici domestiche. Una ricca libreria con scansie lignee aperte a muro occupava interamente le due stanze comunicanti del primo, fatto quanto mai eccezionale nelle dimore del nostro tempo. Vi erano disposti con cura due o tremila volumi, forse più. Il commissario verificò che i libri di lettura amena contemporanea vi scarseggiavano. La letteratura francese classica prendeva un’intera parete. Ma particolarmente nutrite apparivano altresì la sezione «storia» e la sezione «economia». Nei vari cassetti della stessa libreria, del salotto, della camera da letto non furono reperiti, a dispetto delle previsioni, materiali di rilevante interesse. Ertbideger prese con sé e portò in commissariato per analisi dettagliata notes e agende, e soprattutto un grosso vademecum con centinaia di nominativi, indirizzi e numeri di telefono.
XV
Poteva sembrare strano che il ministero e Morgengab non si fossero fatti più vivi. Cosa aspettavano a formalizzare la messa in guardia del capo di gabinetto inviando una lettera ufficiale di ammonimento, ritirandogli il caso o chiedendone le dimissioni? Secondo Ertbideger, quel silenzio, quella mancanza di iniziative punitive nei suoi confronti nonostante che, pur senza intenzione né malizia, si fosse attentato a pestare i piedi a funzionari con incarichi speciali e, attraverso questi, all’istituzione medesima, erano eloquenti. Si temeva che lui andasse più a fondo in queste investigazioni. Magari, trombato da commissario e sbattuto in strada, egli non si sarebbe rassegnato; e, grazie ai tanti suoi informatori, grazie alla fitta rete di solidarietà intessuta in vent’anni di militanza nella polizia, sarebbe venuto a capo almeno in parte dell’elucidazione delle singolari attività parallele portate avanti da spezzoni dei pubblici poteri e ne avrebbe edotto la stampa.
Questi evidenti timori del ministero stavano a significare che la partecipazione degli addetti pubblici alle riunioni della catacomba erano il bandolo di una matassa pesante. Dietro a quanto Weber aveva quasi fortuitamente scoperto si celava un complesso di realtà ignorate su cui non si voleva assolutamente fosse fatta luce. In altri termini: il caso Plantin – che poi non era detto fosse davvero un caso, dato che l’interessato sarebbe potuto ricomparire tranquillamente da un momento all’altro – mascherava forse un’altra, ben più consistente congiuntura. A tale proposito, come si spiega che la sparizione del francese fosse stata segnalata con tanto allarme sin dalla mattina immediatamente successiva al suo ultimo documentato avvistamento in pubblico? In genere ci si accorge della scomparsa della gente dopo svariati giorni, a forza di non vederla più in giro e di non trovarla in casa malgrado ripetuti tentativi. Per il Plantin, invece, l’ansia e le ricerche erano scattate subito. Al ministero, Ertbideger aveva saputo che il Plantin non si era presentato la sera ad una riunione o ad un appuntamento ai quali non avrebbe dovuto mancare per nessuna ragione al mondo.
Erano prese d’atto e considerazioni forse arrischiate, ma sensate.
XVI
Non erano anni facili, ma vi sono anni facili o avvertiti come tali da chi li vive? Il mondo cambia. Cambia sempre. Un povero diavolo si deve dare talmente da fare, deve far entrare in gioco tutte le sue risorse e persino risorse che ignorava d’avere, per assicurarsi, sgomitando, un posto alla luce del sole. E, per questo, apprende, si adatta, si adegua a realtà che gli sono in partenza estranee, ma su cui non gli spetta esprimere pareri, né giudizi. Adeguarsi riesce ostico, ma bisogna, se non si vuole rimanere a piedi mentre il treno parte. E poi? Sorpresa: lo scenario muta. Le cose difficilmente assimilate, ma assimilate e ora gelosamente rispettate, decadono, vengono man mano scartate, buttate via dalla società. Subentrano nuove sicurezze, nuovi gusti, nuovi criteri, per non parlare della tecnologia e dei comuni strumenti della vita sociale quali radio, giradischi, telefono, macchina da scrivere. Superata la minaccia d’emarginazione per eccesso di personalità, realizzato con sacrificio l’inserimento nel coro sociale, si finisce coll’incorrere a sorpresa nella sfasatura senile, da eccessiva immedesimazione con schemi obsoleti.
La quotazione del dollaro calava vistosamente. Nell’URSS non si capiva più bene cosa stesse succedendo. L’Europa continuava a fingere d’esistere e progredire come tale e le si aggregava un numero crescente di Stati e Staterelli. Ma si avvertiva fortemente che le occorreva un salto di qualità. Appunto: che Europa era? Non dava proprio essa l’esempio della massima ipocrisia politica? Non illustrava alla perfezione la differenza tra il dire e il fare, tra l’apparire e l’essere? Riunioni su riunioni di commissioni e consigli, sedute parlamentari a getto continuo, tonnellate di carta stampata in nove lingue. Salari cospicui, indennità, agevolazioni a oltre quattrocento onorevoli, diciassette commissari, e diverse migliaia d’impiegati a Bruxelles, Lussemburgo, Strasburgo, Ispra e nelle capitali dei paesi membri. Con quale output effettivo? Direttive e regolamenti sulla curvatura delle banane, sulle dimensioni delle teste dei chiodi, sugli indumenti intimi maschili, e altre consimili baggianate. Era ovvio che, frattanto, le decisioni serie, se ve n’erano, venivano prese in altre sedi anche riguardo ai destini dell’Europa. Del resto, l’Europa non era stata creata a tavolino da poche persone ispirate nel dopoguerra? I commissari, non venivano direttamente nominati dai governi nazionali nel quadro di una spartizione dei posti prestabilita? E quali erano i poteri riconosciuti alla sola rappresentanza eletta delle popolazioni, il Parlamento europeo? Pressoché nulli: doveva limitarsi a chiacchierare a iosa con pochissimo costrutto.
La sua esperienza personale di uomo morigerato, ligio al dovere ma con gli occhi ben aperti sul reale, insinuava nell’animo del commissario questo pessimismo.
XVII
Un venerdì giunsero in ufficio immusoniti, tanto lui quanto Max Weber. E, in giro, non era aria. Sin dalle sette e mezzo del mattino ai portoni di tutte le case vi erano state le processioni dei bambini sciocchi di Halloween, con le loro canzoncine dementi, le loro laide maschere, i campanellini, le trombette e, beninteso, piattini e cestini per raccogliere le elemosine d’obbligo, in caramelle, dolciumi e soldini. Al terzo scampanellio, alla terza volta che spalanchi esterrefatto l’uscio di casa con gli occhi cerchiati ancora dal sonno e il nasone che ti pende e quasi ti scivola in bocca, come vorresti poterli mandare al diavolo, trasformarti in un pauroso barbablù per metterli in fuga, prenderli – diciamolo francamente – a solenni scapaccioni e calci in culo e l’uso, le buone creanze, il fair play ti impongono invece di annuire, di sorridere benignamente, di tornare a riempire le tascone degli infanti!
Assai caratteristiche dei temperamenti dei vari popoli sono le particolari formule di saluto. «Iddio ti benedica» ti augurano gli svizzeri tedeschi dell’area alpina. Gli austriaci e i bavaresi dicono «servus» che equivale pari pari al nostro «ciao» (da «schiavo», attraverso il veneto). I lussemburghesi dicono «moien» o «tschüs», che sono voci tedesche. Ma per lo più, in verità, non dicono niente. Il saluto è giudicato, da quella gente dura e pratica, superfluo. Non si vuole perdere tempo, non ci si confonde in smorfie. Figurarsi poi quando si è di cattivo umore. Tutti i questurini si guardavano in cagnesco quella mattina e, dalla bocca chiusa in una smorfia di fastidio, emettevano di quando in quando semmai poco rassicuranti grugniti.
Dal loro turpe torpore li riscosse – stillando come manna dal cielo – la notizia che c’era stato un attentato sulla linea ferroviaria Bonn-Lussemburgo. Il treno era deragliato, c’erano almeno trenta morti e diverse decine di feriti. Il vagone postale era stato svaligiato: avevano asportato mazzette di assegni, ma anche un importante cassetta sigillata di documenti diplomatici ultrariservati. L’incidente era stato causato da pani di dinamite lungo i binari, fatti saltare mediante detonatore comandato a distanza al sopraggiungere del convoglio. Era una tipica azione terroristica.
Si era sperato e creduto che il terrorismo rosso avesse chiuso in Germania con i decessi in carcere della Meinhof, di Baader, Raspe ed Ensslin e in Italia dopo il caso Moro e in seguito agli arresti della fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. Invece non è cessata la catena degli eccidi e dei dinamitaggi. Senza contare che c’è anche il terrorismo nero. E proprio in quei giorni Ertbideger è stato informato che «Ludwig» è una sigla ch’è stata utilizzata da bombaroli neri nel Nord Italia negli anni Settanta. Inoltre i neri sono specialisti degli attentati sui treni e nelle stazioni.
Fortunatamente la deflagrazione e il deragliamento si sono verificati poco prima di Treviri, sul territorio tedesco. I servizi lussemburghesi non saranno coinvolti se non in seconda ed indiretta battuta nei sopralluoghi e nelle investigazioni.
Ertbideger si chiede come si spieghi l’imperversare della violenza, non solo passionale e interpersonale, ma addirittura da parte di gruppi organizzati e pianificata, nelle nostre società. È vero che la violenza ha sempre accompagnato la storia dell’umanità: le guerre tra popolazioni e Stati, le rapine, gli assassini e anche i regicidi e l’uccisione proditoria di personaggi in vista. Ma potrebbe stupire che essa non sia diminuita affatto con il progredire della civiltà. Ha raggiunto, sul piano bellico, livelli inauditi nel Novecento, e a livello di vita civile, in questi decenni, ha segnato record incontestabili. Sembra, inoltre, che la situazione peggiori con il passar del tempo.
Che senso ha il terrorismo quando vigono sistemi politici democratici, imperniati su principi di libertà, eguaglianza e solidarietà? Forse la disperazione organizzata dipende dal fatto che i principi in questione sono solo teorici, ma non applicati. Che sono parole e bandiere, ma non realtà.
XVIII
C’è un bordello a Lussemburgo, nonostante il paese sia di stretta osservanza cattolica. Ma è un bordello di tipo tedesco: come chi dicesse, una sorta di ambulatorio del sesso. Se l’esigenza sessuale ti prende alla gola, se hai il pene duro come fosse di marmo e ti senti dentro un fuoco che ti tormenta, puoi prendere appuntamento e andarti a scaricare lì per ragioni sanitarie. Le ragazze sono sorvegliatissime, controllatissime, garantite esenti da morbi. Pulitissime, gentilissime, professionali.
Diciamo, però, che l’appagamento da coito igienico non è esaltante. E, data, la vasta offerta internazionale di single bisognose d’affetto, nonché di mogli insoddisfatte di mezz’età, sulla piazza, certamente è verso quest’alternativa ben altrimenti stimolante che si orientano senza esitazioni i cuori solitari maschili.
«Cherchez la femme» è una raccomandazione di antica data negli ambienti investigativi, ma sempre valida. Max Weber l’aveva in testa e si dava da fare. Le prime inchieste di Ertbideger si erano scontrate con chiusure a riccio. Ma Weber insisteva. Ottenne alla fine una parvenza di pista da un alto funzionario siciliano del Parlamento europeo, tale Gian Marco Mestizia. La conversazione tra i due, al bar dello Schuman, era appena iniziata che questi, subito, attaccò a parlar con foga di donne. Parlava e sparlava delle nordiche, delle danesi, ma anche delle inglesi, delle tedesche e delle francesi; delle colleghe, tutte smaniose, ma con le quali era meglio andarci cauti. Era preferibile appoggiarsi ai luoghi di ritrovo esterni. Certo, vi si ritrovavano addette degli organismi comunitari, non certo lussemburghesi. Ma comunitarie scelte, in qualche modo; filtrate, selezionate. Comunitarie decise a fare all’amore fuori dalla rete avvolgente degli ambienti istituzionali e che non passavano le loro giornate a far pettegolezzi nei corridoi delle rispettive divisioni. Citò un paio di tali case d’appuntamento informali, tra cui il Byblos, discoteca già emersa nel quadro dell’interrogatorio alla signorina Wertmüller e che Mestizia confermò essere assiduamente frequentato da Jean Plantin.
Dunque Max Weber visitò il Byblos e chiese del gestore, che risultò essere il figlio d’una russa, di padre greco: Anatoli Polipatikis. L’elleno spurio gli rivelò che Plantin se la faceva con una giovanissima connazionale, di nome Colette, che doveva stare forse a Merl o a Strassen. Il cognome non l’aveva mai saputo. Era mora e piccola di statura.
Una Colette Fosset, effettivamente, abitava in teoria in un appartamentino della Rue des Romains a Strassen, ma fu detto all’ispettore che era sempre via e non la si vedeva quasi mai. Al momento, nessuno apriva quando si suonava il campanello e bussava al portone, né rispondeva al telefono il cui numero era stato rintracciato sull’elenco. All’ambasciata di Francia, la ragazza fu qualificata come una dipendente del Quai d’Orsay, incaricata delle relazioni con il governo lussemburghese. Che fosse solo sporadicamente presente in Lussemburgo era del tutto normale, in quanto lavorava principalmente a Parigi.
Ertbideger, a questo punto, chiamò Parigi, disse chi era e chiese che le passassero, se possibile, l’agente Fosset. Finalmente rispose una voce di ragazza vispa e un po’ nervosa. Il commissario espose la situazione e invitò la giovane a fornirgli tutti gli elementi d’informazione in suo possesso, nonché a comunicargli senza riserve le sue impressioni. Come si spiegava, secondo lei, che il suo collega non avesse onorato un appuntamento della massima importanza a livello di organi dello Stato o loro delegati, quindi fosse scomparso da un giorno all’altro nel nulla?
Colette, sostanzialmente, cercò di rassicurare il pubblico ufficiale. Jean Plantin era persona di molte risorse, che, d’altro canto, doveva far fronte a molti impegni. Si intuiva che il giorno in cui, la sera, si sarebbe dovuto recare ad un incontro, era accaduto qualcosa o era sopraggiunta una notizia che richiedeva imperativamente la sua presenza altrove. Era partito su due piedi in missione in capo al mondo, senza avere il tempo di avvertire. A priori, non vi era motivo di allarmarsi e certamente egli sarebbe ricomparso o avrebbe dato segno di vita entro breve.
Che la damigella non apparisse neppure un po’ turbata e si mostrasse tanto sicura di sé nel prospettare un così favorevole e rapido scioglimento lasciò l’Ertbideger perplesso. Lui non poteva accontentarsi di questo pronostico meramente congetturale. E, perciò, da quel giorno la ricerca di Plantin si ufficializzò ulteriormente e s’internazionalizzò. Fu contattata l’Interpol.
XIX
Vi fu un incontro lampo al ministero tra il commissario e il capo del controspionaggio, cioè dei servizi segreti, occupatissimo e che evitava sistematicamente di avere faccia a faccia prolungati con chicchessia. In oltre una settimana non era stato possibile raccimolare se non una manciata di dati di cui non si poteva dire se costituissero indizi, né, se sì, indizi di che cosa. La faccenda si metteva male. E da Interpol c’era in realtà ben poco da sperare, qualora, com’era da presumere, Plantin viaggiasse in incognito sotto nome falso, magari con i tratti del viso contraffatti, con un travestimento, una barba o dei baffi finti, eccetera. Ci sono cinque miliardi di esseri umani nel mondo e tra questi poco meno di un miliardo di maschi di mezz’età. Una volta camuffata l’identità a regola d’arte, uno diveniva irreperibile. Cercare Plantin in queste condizioni era come cercare il classico ago nel pagliaio.
Ertbideger se ne tornò in commissariato come alleggerito di un peso. Non era più lui solo a correr dietro a un’ombra e la responsabilità dell’esito sconfortante delle indagini diveniva sempre più una corresponsabilità che non avrebbe inciso negativamente più di tanto sui suoi stati di servizio. Poteva ancora sperare di beneficiare di una promozione sulla carta al grado di direttore tra cinque anni, in sede di pensionamento, e pertanto usufruire di una pensione un po’ migliore di quella che sennò gli sarebbe toccata, da semplice ex commissario.
Come di prammatica pioveva e, a mezzogiorno, un grigiore denso costringeva ad accendere la luce elettrica per leggere, scrivere o anche solo per non addormentarsi o non sprofondare nello scoramento.
Anche Weber, però, aveva buone notizie. A Verlorenkost aveva sentito che si pensava di premiare una tantum gli ufficiali di polizia più meritevoli con un piccolo extra di un due o tremila franchi sullo stipendio del mese di dicembre. Certo, rimaneva da vedere chi sarebbe stato considerato meritevole, e non era una faccenda da poco. Ma era comunque bene ci si fosse accorti in alto loco che non si può andare avanti esigendo sempre straordinari e prestazioni favolose dai propri dipendenti senza mai mostrare, neppure attraverso l’assegnazione di medaglie in similoro o la distribuzione di piccole somme simboliche, di apprezzare i servizi resi.
XX
Le domeniche pomeriggio, nella centrale Place d’Armes, suona quasi sempre una banda, che prende posto in un padiglione con cupola e colonnine portanti in acciaio trapuntato e ornato di fiorami e serti vegetali appena in rilievo. Le bande che si alternano provengono dalle località di tutto il territorio e persino, a volte, dal Belgio. Quella volta suonava un complesso di Diekirch, con molti elementi femminili. Dominavano gli strumenti a fiato. I pezzi erano valzer e mazurche viennesi degli Strauss, preludi operistici e intermezzi di musicisti sconosciuti. Max Weber era venuto lì a seguito di una telefonata. Gli aveva fissato un appuntamento tale Valentin Wackernagel a lui sconosciuto, che aveva detto di aver avuto notizie indirette di Plantin e di essere stato da lui incaricato di consegnare un breve messaggio ai responsabili dei servizi di polizia. Quando Weber gli aveva chiesto come lo avrebbe riconosciuto tra la folla dei perditempo e dei curiosi, l’altro gli aveva detto che sarebbe stato lui a riconoscerlo e a manifestarsi.
Max, a una trentina di metri dall’esibizione sinfonica, si guardava intorno, ma non poteva far altro che aspettare. Toccava a Valentin fare la prima mossa. D’un tratto gli si avvicinò uno con una capigliatura che sembrava la corona di serpenti della Gorgone e una gran barba rossiccia che gli scendeva fluente sul petto. Aveva anche grandi occhiali dalle lenti spesse e il suo incedere sembrava insicuro, ma la carnagione del viso era giovanile.
– Sono Wackernagel – disse in tedesco –, sono stato io a chiamarla.
– Ah sì, bene. E qual è esattamente lo scopo di questo incontro?
– Sediamoci in quel bar, se vuole. Qua fa freschino e stare in piedi mi stanca.
Entrarono nel locale e sedettero ad un tavolino presso la grande finestra da cui continuavano a vedere quella scena della banda con i suoi strumenti scintillanti e degli spettatori o ascoltatori che le giravano attorno senza una mèta.
– Anzitutto, se permette, mi presento. Sono un artista scultore e ho uno studio a Niederanven. Conosco Plantin, che è un amatore d’arte. Se le ho telefonato è perché ho ricevuto da lui un duplice messaggio: due righe per me e una busta per la polizia lussemburghese.
– Ha i due messaggi con sé?
– Certo, li ho portati.
E tirò fuori da un taschino interno del suo impermeabile alquanto sdrucito un fogliettino spiegazzato e una piccola busta bluastra chiusa. Il messaggio del fogliettino era battuto a macchina e diceva: «Caro amico, la prego: consegni l’acclusa busta ai responsabili dei servizi di polizia. Il tutto nella più grande discrezione. Lo chiedo a lei, perché solo di lei penso potermi fidare per un incarico del genere. Jean Plantin». Anche il nome del mittente era in scrittura a macchina.
Max Weber prese la busta su cui era scritto, sempre a macchina, «Polizia – Lussemburgo» e chiese:
– Come le sono giunti questi messaggi?
– Per posta, in una busta grande proveniente da Francoforte. Eccola qui.
E mostrò effettivamente una busta bianca più grande con francobolli della Repubblica Federale e un timbro di partenza da Francoforte quattro giorni prima. Weber chiese di poterla trattenere e di poter acquisire altresì il laconico biglietto a Wackernagel. Gli fu concesso. Annotò l’indirizzo dell’artista e il suo numero di telefono per il caso che Ertbideger avesse voluto vederlo. Quindi ringraziò il barbuto messaggero e si accomiatò.
Al commissariato, nel bugigattolo che serviva da ufficio all’Ertbideger, commissario ed ispettore aprirono la busta e lessero: «Sono impegnato in una missione della massima importanza a nome di enti facenti capo a diversi governi europei. Apprendo che Interpol mi ricerca e che in Lussemburgo si è messo in moto un meccanismo di ricognizione addirittura frenetico. Ciò rischia solo di nuocere allo svolgimento delle mie mansioni. Sono in vita, sto bene e non abbisogno di alcun aiuto. Prego formalmente le autorità di polizia di codesto paese di rinunciare ad ogni ulteriore indagine, che potrebbe rivelarsi controproducente per me stesso e per i miei mandanti. Si sottoponga pure per approvazione e conferma questa mia dichiarazione al ministro degli interni lussemburghese. Jean Plantin».
I due poliziotti rimasero di sasso. La firma, in quest’altro documento, era manuale. Si sarebbe potuti procedere ad una verifica grafologica. Ma sembrava verosimile che il messaggio fosse effettivamente del Plantin. Previa riproduzione in fotocopia, lo si sarebbe consegnato sin dall’indomani ai servizi del ministero.
XXI
Ma il ministero non voleva prendere minimamente in considerazione l’ipotesi di una cessazione delle indagini.
Per il momento era incerto se la letterina fosse autentica. Rimaneva da assodare e per il solo esame grafologico della sottoscrizione sarebbero occorse tre settimane. Poteva trattarsi di uno scherzo. Oppure di un tentativo di bloccare le ricerche da parte di eventuali rapitori o assassini che si sarebbero così trovati agevolato il compito di trasferire l’ostaggio in un nascondiglio più sicuro o trasportare la salma altrove, più lontano.
D’altro canto, se invece il messaggio era autentico, aveva una bella faccia tosta il ricercato: credeva forse che le autorità e i servizi di polizia pendessero dalle sue labbra, che prendessero ordini da lui? Si permetteva di latitare ad un convegno della più alta importanza e spariva senza avvisare nessuno. E ora spediva bigliettini chiedendo che non si tentasse di rintracciarlo?
Chi si credeva d’essere il Plantin? Ci sono regole e principi, nel vivere civile e nel funzionamento della vita democratica, che devono essere rispettati.
Quindi, non andava allentata neppure un po’ la pressione del processo investigativo.
Il capo di gabinetto, non il ministro, convocò Ertbideger. Si scusò per l’asciuttezza e il tono perentorio dei rimproveri che gli aveva rivolto nel corso della loro ultima conversazione. L’incidente era superato. I dipendenti del ministero erano garantiti da ogni indagine che tendesse a far luce su segreti d’ufficio e il ministero medesimo, in ordine alle sue iniziative speciali finalizzate al bene dello Stato, era protetto dal muro del silenzio. La casamatta di San Michele, che era stata un comodo rifugio per gli incontri anomali anche a motivo della sua poca distanza dal ministero, ormai era condannata. Va da sé che i conciliaboli si sarebbero tenuti altrove. Questo si diceva Adolf Morgengab tra sé e sé, e intanto esortava Ertbideger a non mollare, ad intensificare anzi le investigazioni, pur limitandole ai settori e alle piste pertinenti.
XXII
Mercoledì era l’onomastico del cognato, Goffredo, e soprattutto era il compleanno di Alida, la nipotina. Di pomeriggio Ertbideger si recò a casa della sorella. Portò con sé regali insolitamente ambiziosi, ma d’altronde la bimba compiva otto anni. Aveva preso in centro una camicetta di finta seta, d’un bel colore azzurro cielo; ed una casa per bambole di legno e di plastica, alta quasi un metro, con cinque vani e tutta la mobilia in miniatura. Inoltre si era munito di una scatola di cioccolatini di Namur. Fu accolto a braccia aperte e la casa per bambole ebbe un grande successo. Effettivamente l’idea era stata originale. Subito Alida la volle sistemare nella sua cameretta e vi si mise a giocare con le amichette. Fu offerta a tutti un’altra fetta della torta di mele già tagliata all’ora di pranzo e si fece girare la scatola dei cioccolatini del commissario.
Questi si era seduto in salotto assieme all’altro festeggiato e, allungato, quasi disteso nella sua poltrona, si godeva quella parentesi di tranquillità e di vita familiare. Che bella cosa la normalità, l’ordinarietà, la libertà, l’indipendenza dagli artifici! Come ci si sentiva rinascere a far macchina indietro, a tornare in sé, prendendo le distanze dal groviglio di un mondo esteriore sostanzialmente anche estraneo ed ostile!
Goffredo parlava animatamente di prospettive d’imminente nomina ad un grado di responsabilità alla compagnia assicurativa presso cui era impiegato, della necessità di farsi strada, del fatto che ciascuno deve badare a seguire la strada che più gli si addice. Criticava i giovani che, oggigiorno, hanno incredibili esigenze e rifuggono dagli sforzi di qualsiasi genere. Non vogliono studiare, non vogliono affrontare lavori pesanti o troppo impegnativi, non vogliono essere comandati. Passerebbero la vita in discoteca, se dipendesse da loro. Sono dei buoni a nulla e non hanno carattere. Dove andremo a finire di questo passo? Già oggi c’è in giro un caos da pazzi, ma cosa sarà il mondo di domani?
Ertbideger, che men che mai voleva scontentare il parente, fingeva di annuire. Del resto, non è che dissentisse in toto. Disse che era sconvolto dalla quantità dei reati, delle rapine con scasso, delle aggressioni, dal terrorismo, dal sovraffollamento delle carceri in vari paesi europei, dalle condizioni disumane di detenzione in Francia. Concedette che nulla indicava che si stessero però compiendo progressi in questi settori, che non sembrava ci si potesse attendere a un futuro migliore. Tutt’altro.
Ma poi si alzò e salì a vedere come giocassero Alida e le compagne. Erano davvero graziose e commoventi. Non più fanciulline e non ancora donne. Anche loro in attesa di un auspicato futuro migliore, più responsabile, apportatore di una vita piena, animate però anche, loro, da tanta speranza. Vestivano e svestivano le bambole, le mettevano a sedere o a letto nei finti ambienti della casetta posticcia, le mettevano nella vasca da bagno, in cucina davanti ai fornelli. Ertbideger ammirò tanto fervore e si sentì come consolato nel suo intimo.
Una vocina, da dietro quello stato beato, tuttavia, gli si insinuava nell’animo a chiedere se la speranza in questione non fosse comunque condannata ad una tragica disillusione. Da più grandi, da adulte, da donne mature, Alida e le altre avrebbero dovuto aprire gli occhi su ciò che è in realtà l’esistenza: non certo una casa per stelline imbambolate, non un teatrino, non un paradiso.
Lui non si era sposato e non aveva avuto figli. A parte l’affetto, ammirava Elga che aveva saputo metter su famiglia. Ne era geloso, la invidiava? Forse sì, talvolta la invidiava. La propria vita, dopo tutto, aveva così poco senso! E invece lei sì che era riuscita a costruire qualcosa, attorno al principio fondante dell’amore. Lui, dietro la maschera del commissario, era come uomo un poveraccio senza neppure uno straccio d’amico. Lei aveva fatto sorgere un piccolo mondo attorno a sé e sembrava in sintonia con la natura che crea, che unisce, che porta avanti e fa crescere.
D’altra parte, a considerare come andava di fatto il mondo, a tener presenti le magagne e le minacce che lo minano da ogni lato e fanno presagire epiloghi apocalittici in tempi brevi, si delineava come più ragionevole la propria opzione di solitudine. In qualche sorta un suicidio virtuale, una forma di accettazione anticipata di un cupo destino, ineludibile.
XXIII
Verso le undici del mattino di giovedì squillò il telefono. Un agente, con voce concitata, annunciò che un tale assai somigliante al Plantin era stato visto e pedinato da due colleghi in borghese nella Grand-Rue. Era entrato in un negozio di materassi, cuscini e coperte all’angolo della Rue Philippe II e non ne era più uscito. Dopo avere atteso venti minuti buoni all’esterno, i poliziotti erano entrati, ma l’individuo non c’era più, era sparito. La comunicazione fu passata al commissario, che raccomandò di piantonare il negozio: sarebbe stato lì entro un quarto d’ora.
Arrivarono con due volanti, a sirene spiegate. Il negozio occupava due piani. Vi era un unico accesso, appunto sulla Grand-Rue. Furono reinterrogati gli esercenti, che però non sapevano, né avevano visto niente. L’individuo non poteva essersi volatilizzato; nel negozio non si trovava e pertanto doveva per forza esservi un’altra via d’uscita. Si procedette ad un esame metro per metro delle pareti e dei pavimenti. Finalmente si scoprì che sotto la moquette, nell’impiantito del retrobottega, c’era una botola. I bottegai, che erano solo in affitto e da non molto tempo, giurarono di averne sempre ignorato l’esistenza. Fu rimosso il coperchio rotondo che la chiudeva. Nel buio più fitto, un condotto tubolare con una scaletta a gradini metallici infissi nel rivestimento a cadenze regolari piombava giù dritto verso un approdo invisibile. Tre agenti si calarono muniti di torce elettriche. Si toccava terra a tre-quattro metri di profondità. Poi un cunicolo stretto puntava verso nord-nord-ovest.
I tre questurini percorsero tutto il budello e, fatti circa millecinquecento metri, raggiunsero una grossa porta di legno con rinforzi d’acciaio. La serratura era già stata forzata dall’interno. Aprendo, si trovarono sulla costa che da Limpertsberg scende a Muhlenbach. Erano in una sorta di giardino privato incolto, assai grande. Un viottolo conduceva a un cancelletto che, a sua volta, dava sulla Rue Albert Unden.
Da un bar della Rue de Muhlenbach telefonarono in centrale e, poco dopo, le volanti li raggiunsero. D’altra parte, lo sconosciuto aveva avuto ampiamente il tempo di dileguarsi, in direzione di Septfontaines, Dommeldange o addirittura Bridel. Non c’era più niente da fare, se non contattare i proprietari tanto del negozio della Grand-Rue, quanto del terreno nel quale il condotto sotterraneo sbucava.
XXIV
Come al solito le indagini successive menarono a vicoli ciechi. I proprietari dell’immobile della Grand-Rue sapevano molto vagamente della botola, ma non vi avevano mai prestato attenzione e ignoravano che immettesse in un lungo corridoio segreto. Avevano sempre ritenuto si trattasse come di un vecchio pozzo, ormai asciutto e privo di qualsiasi importanza. Il giardino della Rue Albert Unden faceva capo ad una vecchia villa semiabbandonata, che apparteneva ad un’ottantenne invalida e mezza scema senza famiglia, ricoverata in una casa per anziani di Esch-sur-Alzette.
Ma capitò un nuovo fatto clamoroso, suscettibile di schiudere nuove prospettive.
Il notiziario radiofonico delle 17.00, poi i servizi televisivi della sera, annunciarono che il presidente egiziano Sadat era sfuggito ad un attentato a Strasburgo. In tarda mattinata aveva pronunciato dinanzi all’Assembea europea un’allocuzione improntata a toni di rara umanità, che era stata applaudita con entusiasmo dai banchi parlamentari della destra, come della sinistra. Era poi risalito sulla sua limousine, che lo doveva ricondurre in albergo. Senonché la macchinona nera, quando, percorso a velocità ridotta il sentiero pavimentato ad arco di cerchio che, dal piazzale antistante il palazzo d’Europa dove sventolano, issate su pennoni metallici, le bandiere degli Stati membri, conduce al vialone intitolato al continente medesimo e all’Allée de la Robertsau, sostò prima d’immettersi nella fiumana del traffico cittadino, sbucarono da dietro i platani cinque figuri dai capelli crespi e dal colorito scuro che imbracciavano mitragliette. L’imboscata sarebbe stata fatale, non fosse che con altrettanta prontezza emerse dal folto del parco attiguo un’altra squadra d’una decina d’individui, questi in tute nere e mascherati, i quali subito fecero fuoco sugli assalitori. I maghrebini rimasero tutti uccisi. I provvidenziali angeli custodi sparirono con la stessa celerità con cui erano apparsi, istantaneamente. I membri della scorta del presidente erano illesi.
Ovviamente i mass media si lasciavano andare a fiumi di supposizioni, illazioni, ipotesi, presunte rivelazioni su chi fossero gli uomini neri. L’argomento appassionò milioni di telespettatori e fece vendere molta carta stampata. L’ignoranza più assoluta in materia consentiva svolgimenti all’infinito.
Ertbideger si disse che, questa volta, i servizi occulti avevano realizzato un’ottima operazione. E si disse altresì che, secondo lui, il Plantin c’entrava per qualcosa.
XXV
Ci fu una convocazione generale di tutti i responsabili di servizi di sicurezza e di polizia al ministero. Lo sconcerto e l’apprensione, per non dire l’angoscia del personale, vi erano palpabili. I funzionari non si capacitavano che accadessero simili eventi fuori da ogni controllo in piazze europee strettamente correlate al Lussemburgo. Non avere avuto sentore del colpo di mano in preparazione era già grave, dato che l’impresa non era certo stata improvvisata e alle spalle degli esecutori doveva necessariamente esserci un’organizzazione, basata in Europa o con importanti succursali in Europa. Ma non essere in grado di individuare i controaggressori, quelli cioè che stavano dalla parte nostra, quelli che intervenivano per noi e in nostro nome, che in pratica si sostituivano a noi, alle nostre contumaci difese, era intollerabile!
La riunione fu quindi burrascosa e assai confusa. Non ne emerse alcunché. Furono date istruzioni retoriche di vigilanza rafforzata, di impegno da raddoppiare, e così via.
Morgengab urlava, batteva i pugni sul tavolo, se la prendeva a caso un po’ con questo e un po’ con quello. Nei momenti di maggior pathos la sua voce saliva di tono raggiungendo acuti taglienti.
Una riunione del Consiglio dei ministri degli esteri era imminente al pianoterra del Grattacielo del Kirchberg. Le non poche entrate principali e secondarie dell’edificio, cui è anche collegato mediante una galleria sopraelevata un importante corpo annesso dotato di una grande aula, sarebbero state piantonate durante il giorno da agenti delle forze speciali in assetto di guerra.
XXVI
La notte nevicò. Era la prima nevicata dell’anno, una nevicata precoce. Al mattino si vide che erano venuti giù, sì e no, due o tre centimetri di neve farinosa. Una spolverata, si può dire. Guardare il manto bianco nel giardino, tuttavia, rendeva giulivi. Si aveva l’impressione di uno spaesamento e di un rinnovamento. Prima di uscire, Ertbideger si era infilato il maglione pesante e aveva messo un disco: un trio di Beethoven cui l’atmosfera invernale si addiceva, secondo lui. L’ascolto però era disturbato dall’alacre raschiare delle pale per strada. I lussemburghesi sono fanatici dello spalamento della neve. Al minimo filo di bianco che compare, escono in massa dalle abitazioni e spalano i marciapiedi, creando in strada, lungo questi, enormi cumuli e catene di cumuli che poi gelano e impediscono l’accostarsi e il sostare delle vetture. Una volta che hanno finemente ripulito lo specchio dello zoccolo per la deambulazione pedonale, torna a nevicare. E loro, sportivamente, tornano a spalare.
Finì che giunse tardi in commissariato, poco prima delle dieci. Gli dissero che un certo Wackernagel aveva chiesto di lui ed attendeva il suo arrivo in sala d’aspetto. Quel nome gli diceva qualcosa, ma frastornato dai molti eventi di quei giorni, non ricordava chi fosse. Comunque diede ordine che lo facessero entrare e, vedendolo, subito ricordò la descrizione che gliene aveva fatto giorni prima Max Weber. Veniva avanti claudicando, a passi lenti. Ertbideger gli rivolse un’occhiata di simpatia e lo invitò a sedere. Erano lì, l’uno di fronte all’altro, in quello pseudo ufficio tanto esiguo. Si sogguardavano ambedue sorridendo.
– Qual buon vento l’ha spinta qua da noi in questo giorno della prima neve?
– Già, la neve… Che piacere tornare a vederla venir giù dopo tanti mesi di subbuglio primaverile, di stanchezza estiva …
– È vero, ispira un senso di allegria inspiegabile, ma da riferire senza dubbio al candore in cui avvolge tutto un mondo di tali pasticci, di tali incongruenze, di controsensi…
– E di malvagità, forse. Comunque di atroci drammi umani.
– Bravo, Vedo che i nostri pensieri corrono lungo binari paralleli o forse convergenti. Ma la cosa si spiega con l’età sua e mia.
– Lei, commissario, ha una sessantina d’anni, presumo, e si avvicina alla pensione, che le permetterà non certo di tagliare i ponti con le brutture del mondo, ma quanto meno di appartarsi, di vivere un po’ più a modo suo, senza trovarsi ad ogni piè sospinto a dover fare i conti con la bestialità, la stupidità, l’ingiustizia. Ma, a me, quanti anni dà?
A considerare la barba e i capelli arruffati, a vedere quegli occhialoni da presbite e a tener conto dell’andatura zoppicante, al Wackernagel si sarebbe dato un minimo di una cinquantina d’anni. Ma Ertbideger, come già Weber, aveva notato che la pelle del viso, nei ridottissimi lembi lasciati scoperti dalla peluria, sembrava liscia, ben irrigata, elastica come quella di un giovanotto. Esitò a rispondere e guardò l’interlocutore interrogativamente.
Allora quello, dopo avergli nuovamente sorriso, tirò il barbone verso il basso e con l’altra mano, contemporaneamente, sollevò l’idra che aveva in testa. Era Jean Plantin. La missione speciale era stata portata a termine con felice esito. Avrebbe ora ripreso la sua identità consueta e sarebbe tornato a vivere nell’alta, stretta, casa dell’Avenue du X Septembre.