Premessa
Presento qui una raccolta complessiva dei miei contributi redatti tra il 2001 e il 2006 su Lanza del Vasto, mio zio, e altri personaggi a lui strettamente correlati per parentela o per indirizzo culturale. Infatti, le contingenze hanno fatto sì che questa mia produzione si esplicasse in forma frammentaria, ma ritengo che essa costituisca un tutto relativamente organico e pertanto meriti di esser presa in considerazione nel suo insieme.
Si vedrà che le tessere di questo puzzle sono di varia natura e vertono altresì su aspetti vari della realtà e delle problematiche lanziane. Alcuni capitoli ripropongono articoli usciti a stampa in bollettini di società di storia patria, quindi formalmente ligi al profilo classico del contributo scientifico umanistico e dotati di un corredo di note a piè di pagina. Altri sono bozze di interventi orali oppure sono concepiti come articoletti da stampare in notiziari o riviste per un pubblico ordinario, poco esigente in fatto di giustificazione delle fonti documentali. In taluni si affrontano tematiche prevalentemente biografiche. In altri ci si occupa del Lanza del Vasto pensatore o del molto meno noto Lanza artista visivo.
Ma Lanza del Vasto medesimo è un nodo di valenze diverse e non manca nella sua stessa opera una disparità di forme, di toni e di livelli dell’espressione, per cui può sembrare che questo particolare tipo di approccio non sistematico – dovuto qui, lo ribadisco, a motivi sostanzialmente fortuiti e non premeditato – si confaccia comunque allo studio della sua personalità o, quanto meno, non sia da reputare a priori inadeguato.
Chiedo venia per le ripetizioni che si potranno riscontrare in più casi da articolo ad articolo. Data la natura di quest’opera, non mi è stato sempre possibile sopprimere i passi in parte tautologici, in quanto, spesso, offrivano anche elementi nuovi di informazione o si improntavano a intonazioni diverse.
Sommario degli articoli:
29 settembre 2001: centenario della nascita di Lanza del Vasto
Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma: Lanza del Vasto (1901-1981)
Lanza del Vasto, oggi
Contributo all'individuazione delle fonti libresche del pensiero di Lanza del Vasto
Lanza del Vasto: iconografia relativa alla fase giovanile
Alcune lettere e certificazioni inviate da personalità del mondo della cultura a Lorenzo Ercole Lanza (anni 1935-56)
Ramo naturale Lanza di Trabia dal principe Giuseppe (1833-1868): lettere di famiglia
L'Arca di Lanza del Vasto e il principio della società separata
Effetti indesiderati dell'apertura al mondo di una società separata: l'Arca di Lanza del Vasto e le ondate tracimanti da sollecitazioni esterne
Fondamenti rousseauiani della filosofia di Lanza del Vasto
Le conversioni di Lanza del Vasto (1925, 1933, 1937)
Lanza del Vasto e le arti visive
La dimensione decorativa nell'arte, nel pensiero e nell'insegnamento di vita di Lanza del Vasto
Arti visive nella prima metà del Novecento: espressionismo «spiritualista» di Giovanni Costetti
Rassegna ragionata delle opere a stampa in francese e in italiano di e su Lanza del Vasto dal 1923 al 2005
Appendice n. 1: Comuni dell'Arca in Francia e nel mondo
Appendice n. 2: Bibliografia degli scritti e della discografia
Lanza del Vasto enologo
Strappi culturali nel secondo Novecento: l'Arca lanziana, il concilio Vaticano II e il Sessantotto
Un embrione di comunità para-lanziana dei primi anni Sessanta in quel d'Arezzo (1961-1964)
_ _
_
Nota relativa alle illustrazioni:
Tutti i disegni riprodotti nelle illustrazioni, eccetto quello di cui all’illustrazione n. 21, hanno fatto parte della raccolta di famiglia detenuta dall’autore e sono stati donati al Gabinetto disegni e stampe del Museo degli Uffizi di Firenze nell’ottobre 2007.
Il disegno dell’illustrazione n. 21 è di proprietà di Anna Maria, o Laura, Lanza in Pinto ed è da lei conservato nella sua casa di Monteveglio (BO).
Il bronzo dell’illustrazione n. 22 è tuttora in possesso dell’autore. Una seconda versione identica, ma con patina scura, è stata legata da Lanza del Vasto, con specifica clausola testamentaria, alla città natale di San Vito dei Normanni dove è giunta nel 2004 e si può ammirare nei locali della Biblioteca civica Papa Giovanni XXIII.
Anche il materiale fotografico (illustrazioni nn. da 1 a 8) è ovviamente in possesso dell’autore. E così pure, allo stato, il manoscritto di cui alle figure 10 e 10 bis, nonché il cofanetto della figura n. 9 e gli oggetti d’arte delle illustrazioni nn. 11 e 12.
I due oli delle figg. nn. 33 e 34 sono appartenuti personalmente a Lanza del Vasto che li ha tenuti presso di sé a La Borie Noble (Lodève). Con clausola testamentaria il poeta filosofo li ha legati ai Musei di Reggio Emilia, presso cui si trovano dall’ottobre 2005.
o o o
29 settembre 2001: centenario della nascita di Lanza del Vasto. [1]
Quest’anno il centenario della nascita di Lanza del Vasto viene celebrato in Italia, direi, con inconsueta attenzione. È forse segno del sorgere finalmente di un autentico interesse per questo personaggio visceralmente italiano e, in pratica, vissuto esule perché del tutto incompreso in patria?
Se il pubblico italiano si interesserà a lui, sia in termini di discepolato, di impegno attivo, sia sotto il profilo della ricerca e dello studio, è da prevedere che ne trasformi l’immagine pubblica a tutt’oggi riflessa da uno specchio di matrice sostanzialmente francese.
Su Lanza non è stato scritto né detto moltissimo a tutt’oggi. E quel poco che è stato messo nero su bianco lo è stato da ammiratori incondizionati (Giuseppe Roma) o da devoti seguaci (Arnaud de Mareuil), protesi ad esaltare un personaggio tanto insolito, straordinario, più che a interrogarsi su di lui e a comprenderlo.
Quale suo nipote e da testimone sotto alcuni aspetti privilegiato, testimone che a sua volta si approssima allo scadere della vita e non ha più davanti a sé ampi spazi di tempo per parlare, mi preoccupo in prima istanza di una serie di inesattezze fatte circolare e tramandate sul suo conto – talune marginali, altre di maggior peso –, di qualche vera e propria lacuna informativa e, più in generale, della mancanza di una seria ricerca e riflessione critica a proposito del personaggio, della sua formazione, delle fonti del suo pensiero, delle caratteristiche della sua arte letteraria e figurativa.
Taluno mi obietterà che, per una concreta messa in opera dell’insegnamento di vita da lui in definitiva maturato, un accertamento scrupoloso tanto delle circostanze biografiche, in particolare giovanili, quanto delle precise condizioni di formazione del suo pensiero è superfluo, se non addirittura controproducente. Nel senso che un profilo umano realistico, complesso, caratterizzato da eventuali luci e ombre e comunque problematico, quale quello che rischia di emergere dall’indagine, potrà stingere sulla stessa dottrina, ingenerando perplessità, spegnendo spontanei entusiasmi. La militanza, quasi fatalmente, ha bisogno di far perno su figure di riferimento esemplari, e pertanto è tentata di preferire il santino, l’immagine di Épinal, al limite la patacca edificante, alla realtà.
Personalmente non mi situo in questa prospettiva di una venerazione ingenua e beata. Ritengo che nulla di valido né di buono possa essere edificato su basi false, su una volontaria inconsapevolezza, e tanto meno sulla menzogna, per quanto bene intenzionata essa sia, presuma, o pretenda di essere.
Passo ad esaminare alcune delle inesattezze o carenze – piccole o grandi – di cui facevo cenno.
Cominciamo dal nome del personaggio. Lanza del Vasto è uno pseudonimo o nome d’arte, anche se di un tipo un po’ particolare in quanto si richiama a effettive vicende storiche della famiglia paterna d’origine in una sua fase antichissima. Anagraficamente mio zio è stato registrato come Giuseppe Giovanni Lanza. Dire e scrivere Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto rappresenta, a rigor di termini, un errore. «Lanza del Vasto» non è un cognome, e i nomi di battesimo non sono parte integrante dello pseudonimo.
Il padre Luigi è un figlio adulterino di Louise Alexandre in Dentice di Massarenghi (già madre di tre figli legittimi, cui se ne aggiungeranno in prosieguo altri due) e del principe siciliano Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia e altri luoghi. Nato segretamente a Ginevra, è poi cresciuto a Escoville, in Normandia (Francia), sotto la tutela di un tale Calenge, parente o stretto amico di famiglia di Louise. La famiglia paterna ha poi sempre rifiutato di accoglierlo nel suo seno e, da adulto, Luigi si è invece potuto appoggiare affettivamente e materialmente alla madre. Queste circostanze spiegano sia (in parte) la dimensione francese della famiglia, sia il radicamento italiano a San Vito dei Normanni, se si considera che San Vito è stata la sede provinciale di ripiego della famiglia Dentice e che, dopo la morte del marito e di quattro dei suoi figli legittimi, Louise vi ha donato o fatto acquistare terre al figlio naturale.
La madre Anne-Marie Nauts-Oedenkoven non è una marchesa né un’aristocratica di nascita come più d’uno scrive, ma appartiene a una famiglia borghese di Anversa. Suo padre, Jean Nauts, è stato scabino, cioè consigliere comunale di quella città fiamminga, mentre gli Oedenkoven sono ricchi industriali, titolari di una fabbrica di ceri e candele. Da giovane ha conseguito un diploma di infermiera caposala che gli è poi tornato utile quand’era avanti negli anni[2]. Gli accenni alla famiglia belga della madre sono scarsi negli appunti autobiografici dello scrittore, ma invece i legami sono sempre rimasti saldi e inviterei i futuri studiosi a non sottovalutare la componente fiamminga nel temperamento di questo italiano anomalo.
Un cenno alla famiglia paterna d’origine e alle sue radici storiche è certamente utile. Dopo l’allontanamento subìto dal padre, Giuseppe Giovanni e Angelo Carlo (quest’ultimo più intraprendente) si sono dati non poco da fare negli anni Venti e primi anni Trenta per una ripresa di contatti con i Lanza di Trabia e i Lanza di Scalea, per un ravvicinamento a zii e cugini, incontrati a Parigi e a Capri. Giuseppe Giovanni si è anche recato un paio di volte a Palermo. Ha studiato con attenzione nelle cronache antiche e in libri più recenti la storia non solo dei Lanza, ma anche quella remota dei Lancia di Sicilia e prima ancora del Piemonte e degli Aleramici di cui quelli costituivano un ramo. Conservo un blocco fitto di appunti storici e genealogici presi da Giuseppe Giovanni nelle biblioteche. Il capitolo Lancia del XX volume dell’Enciclopedia Treccani che esce nel 1933 reca la sigla G. Lan., esplicitata come segue nell’elenco dei collaboratori: Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Firenze, per la storia del Mezzogiorno d’Italia. È questo, in assoluto, l’unico scritto di Lanza del Vasto di carattere scientifico-erudito.
[1] Bozza di intervento orale, cominciata a preparare in previsione di un invito a San Vito dei Normanni in occasione dell’incontro celebrativo del centenario della nascita di Lanza del Vasto e non completata. Alla commemorazione solenne l’autore non è stato invitato né dall’amministrazione comunale all’epoca in carica, né dai responsabili dell’Arca.
[2] Vd. a p. 24.
* * *
Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma: Lanza del Vasto (1901-1981). [1]
Giuseppe Giovanni Lanza nasce a San Vito dei Normanni (Brindisi) il 29 settembre 1901.
Già il padre, Luigi Giuseppe Lanza, ci appare come un personaggio poco probabile, da romanzo. È nato, il 18 novembre 1857 a Ginevra, figlio naturale adulterino di Louise Alexandre in Dentice di Massarenghi[2] – madre sin d’allora di tre figli legittimi – e del giovane principe Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia[3], uno dei più titolati aristocratici dell’Italia di metà Ottocento. Cresce nel più assoluto anonimato in Normandia, affidato dalla genitrice alle cure di un suo anziano parente che è proprietario del palazzo castellano di Escoville, presso Caen. Il padre lo ha riconosciuto all’atto della nascita[4], ma tre anni dopo ha sposato la fiorentina Sofia Galeotti da cui ha avuto tre figli ufficiali: Pietro, Ottavio e Maria. Poi nel 1868, allorché Luigi era un bimbo di undici anni non ancora compiuti, il principe è morto precocemente durante un soggiorno all’estero. Louise, nel 1867 e 1870, dà al marito Antonio, divenuto un alto funzionario della monarchia sabauda a Napoli, altri due figli legittimi[5]. Il tutore del figlio segreto, Charles-Antoine Calenge, muore a sua volta nel 1877, ma prima di scomparire ha preso epistolarmente contatto con la famiglia siciliana del pupillo. La vedova del principe Giuseppe non vuole sentir parlare di questo figlio dell’obbrobrio, che insidia il buon nome della famiglia e potenzialmente la tranquillità, se non lo stesso patrimonio, dei suoi figli. Tuttavia lo zio del defunto, Ercole, capofamiglia pro tempore per anzianità, non condivide la comprensibile drasticità dell’atteggiamento della vedova. Ormai assai avanti negli anni, tormentato dalla gotta e cieco, egli incarica un amico – o meglio cliente – della famiglia non digiuno di lettere e di lingue, certo Francesco La Rosa, di mantenere vivo il rapporto epistolare[6]. Fino al raggiungimento della maggiore età, Luigi ha ignorato la propria reale identità. Il suo cognome, segnato con grafia svolazzante nell’atto di nascita, è stato letto «Scansa» in Francia ed è con tale deviante designazione patronimica che egli è stato registrato a scuola, poi si è iscritto, a Parigi, alla facoltà di Giurisprudenza[7].
Nel 1882 Luigi è assunto in pianta stabile, a Parigi, dalla Banca di Francia. Passa la sua licenza in Giurisprudenza nel 1888 e, presumibilmente nel 1890, il dottorato con una tesi di carattere economico sui «Magazzini Generali».
Frattanto il fratellastro primogenito Pietro Bonaventura[8], detto in famiglia «Petrillo», ha sposato a Palermo nel 1885 Giulia Florio, figlia del noto e facoltoso industriale Ignazio Florio[9]. Pietro perpetua, nei confronti dell’esule francese, la dura chiusura della madre, mentre torna semmai a impersonare la bonomia generica del patriarca Ercole il secondogenito Ottavio, detto «Odò»[10].
1. Luigi Lanza, padre di Lanza del Vasto, negli anni
attorno al 1900.
Sfuma comunque per Luigi qualsiasi residua speranza di un ricongiungimento, di un rientro, sia pure in chiave minore, nell’alveo familiare paterno. Tuttavia, a Ginevra, egli ha fatto riconoscere legalmente l’errore di lettura del suo cognome e il suo diritto a chiamarsi Lanza[11].
Antonio Dentice di Massarenghi, il marito di Louise Alexandre, muore nel settembre del 1891[12]. Louise ha già ceduto alcune sue terre di San Vito dei Normanni[13] al figlio ignorato dalla famiglia del padre. Nel 1890 Luigi ha impiantato ivi una sua azienda vitivinicola. Nel 1898 muore anche Louise, che, segnaliamolo per inciso, lascia un diario manoscritto relativo agli anni 1863 e ’64 in prosieguo conservato dal figlio, poi da Lanza del Vasto, e fino a noi pervenuto[14].
Nel dicembre del 1900 il neopossidente pugliese sposa a Parigi la giovane fiamminga francofona Anne-Marie Nauts-Oedenkoven, di una famiglia della medio-alta borghesia di Anversa, che gli è stata presentata sotto la torre Eiffel, in occasione dell’Esposizione Universale. Grazie ai soldi della dote gli sposi acquistano nelle immediate adiacenze di San Vito, in località Specchia di Mare, una nuova proprietà con un grazioso villino in stile coloniale inglese[15]. Luigi non tarda a farsi la fama di proprietario benevolo nei confronti dei contadini[16] e si presenta alle
2. Anne-Marie Nauts-Oedenkoven, madre di
Lanza del Vasto, negli anni attorno al 1900.
elezioni comunali come capolista dello schieramento socialista. Ma il suo progressismo non è gradito ai maggiorenti locali, tra i quali i suoi parenti acquisiti principi Dentice di Frasso[17]. Niente affatto apprezzata dalla giovane moglie è la sua malcelata tendenza a tradurre lo slancio di generosità verso la classe proletaria in effusioni erotiche dietro pagliai e piante di vite con le rustiche bellezze locali.
Dopo Giuseppe Giovanni sono nati Lorenzo Ercole, nel 1903, e Angelo Carlo, nel 1904. I rapporti della coppia, tuttavia, si guastano progressivamente, come d’altronde diviene sempre più problematica l’ambientazione dell’uno e dell’altro coniuge in quel paese sperduto del tallone d’Italia. Frattanto, comunque, i tre figli crescono, frequentando le classi dei primi cicli scolastici a Carovigno.

3. I piccoli Lorenzo e Giuseppe Lanza su un calesse, nel cortile della
tenuta di Specchia di Mare (San Vito dei Normanni – Brindisi ).
Nelle pagine autobiografiche del Viatico Giuseppe Giovanni ci narra le sue prime infantili esperienze con la verità recondita, le sue prime illuminazioni. È su una spiaggia con la madre che tuttavia subitamente, dopo avergli sorriso, si allontana e sparisce gettandosi nei flutti e lui è solo tra tutta quella sabbia color senape bruciata. L’angoscia sale in lui e potrebbe soffocarlo, quand’ecco che si accorge del cielo e dell’abbacinante luminosità del mondo che lo circonda. Un giorno d’inverno esce di casa correndo la mattina presto con la cartella per andare a scuola, ma inciampa nel vialetto e cade sbucciandosi le ginocchia. Carponi, si mette a piangere, ma alzando il capo si avvede che il terreno è disseminato di tanti piccoli punti luminosi che sprigionano raggi e sono, grazie all’intersecarsi di queste traiettorie scintillanti, gli uni agli altri magicamente collegati[18].

4. I piccoli Giuseppe, Lorenzo e Angelo Lanza con
la bisnonna Sophie de Roubaix, presumibilmente ad Anversa.
I legami con la Francia e il Belgio non sono mai interrotti. Il padre Luigi pubblica un Essai de solution du problème social par les magasins généraux (Tentativo di soluzione del problema sociale mediante i magazzini generali), che testimonia il suo perdurante interesse per i problemi sociali, presso l’editore parigino Félix Alcan, nel 1907[19]. Una foto che ci mostra i tre fanciulli di età tra i due e i sei o sette anni con la bisnonna Sophie de Roubaix è stata presumibilmente scattata ad Anversa o a Bruxelles. Un certificato illustrato dell’epoca attesta che Lorenzo, il secondogenito, fa la sua prima comunione nella chiesa e parrocchia di Courbevoie, modesto sobborgo residenziale di Parigi, il 17 aprile 1913[20].
Nel 1914, allorché scoppia il conflitto mondiale, la famiglia si è ormai sostanzialmente trasferita a Parigi. I giovani frequentano il «Lycée Condorcet», nelle vicinanze della «Gare Saint-Lazare». Giuseppe Giovanni rimane impressionato dal chiassoso entusiasmo con cui i ventenni partono per il fronte, ammassandosi nelle stazioni, abbracciando i familiari, inneggiando ad una creduta pronta, totale vittoria. Matura nei tre giovani Lanza il sentimento di estraneità al fanatismo nazionale francese e di identità italiana. Parigi è una città triste, piovosa, buia, priva di luce e di colore, e come non ricordare con nostalgia e fierezza il cromatismo terso, intenso dei luoghi natii. Altrettanto dicasi per la lingua: i francesi mormorano, sussurrano in punta di labbra una parlata indistinta, intessuta di mezze vocali, nasali, strascichi gutturali. E Peppino[21] rimpiange la sonorità franca, piena, rotonda dell’italico idioma. I parigini irridono, vilipendono gli italiani che, nei primi mesi, rinviano l’entrata in guerra e fanno il doppio gioco. Nel Quindici, li esaltano quando il loro intervento rafforza il blocco antigermanico, determinando un provvido alleggerimento sul fronte attestatosi in territorio francese. Con Caporetto, nel Diciassette, nuovo scatenarsi del ludibrio: italiani imbelli, vigliacchi, capaci solo di battere in ritirata, spaghettari, macaronis, ecc... A scuola non mancano le occasioni di azzuffarsi con i compagni. Ma poi vengono il crollo degli austriaci, la resa dei tedeschi, la pace. La diplomazia italiana, ora ambiziosa a sproposito e velleitaria, ora defilata e remissiva, non sa negoziare a vantaggio del Paese i termini del nuovo assetto europeo e certamente ciò delude, amareggia, fa riflettere.
Nel frattempo ci sono gli studi e la vita sociale. Peppino ha presto dimostrato di avere soprattutto spiccate attitudini per gli studi umanistici e letterari. Ha un temperamento riflessivo e romantico. È un gran bel ragazzo, alto, magro, virile, ed è consapevole di esserlo. Le ragazze lo attraggono, ma antepone loro le aspirazioni ideali e la gloria. In letteratura lo colpiscono i poeti francesi dell’Ottocento: Hugo, poi principalmente Leconte de Lisle e Hérédia. Minore interesse suscitano in lui i romanzieri quali Balzac, Flaubert, Maupassant, Stendhal, Proust. Sono, a suo modo di sentire, troppo discontinui e prolissi. Negli ultimi anni dell’adolescenza si affacciano poi in questo quadro dei modelli culturali i pensatori: Nietzsche e Spinoza, quest’ultimo scoperto conversando con compagni di scuola[22].
Una complicità particolare lega Peppino al fratello Lorenzo durante gli anni del primo sviluppo intellettuale. I due giovani portano avanti lunghe discussioni para o protofilosofiche, mentre il fratello più piccolo, Angelo, è più taciturno, riservato, e da subito rivela inclinazioni prevalentemente pratiche e mondane. Una sera, verso la mezzanotte, Peppino si sveglia e si avvia al buio, tentoni, verso il bagno. Improvvisamente, nel corridoio, viene a trovarsi faccia a faccia con un tale in frac, cilindro e guanti bianchi! È Angelo, che gli sorride ammiccando e portando l’indice alle labbra. Esce di soppiatto per andare a ballare e sarebbe un guaio se la severa madre fiamminga si svegliasse o venisse a sapere di queste scappatelle.
Quanto alla religione, Peppino non sarebbe alieno dal subirne il fascino se non fosse che la scuola, la pubblicistica, la società si accaniscono a porne in evidenza le ingenuità, le incongruenze. Gli stessi filosofi, per lo meno la maggioranza dei moderni, la ritengono superata[23]. Inoltre le ambizioni naturali, i primi slanci amorosi e la ricerca di un’affermazione personale lo distolgono da qualsiasi attenzione al culto e alla pietà.
La nostalgia per l’Italia non si riduce a un mero e vago anelito sentimentale. Man mano che si approssima l’età adulta essa si traduce in concreto progetto di rientro. Finalmente superata la maturità, nel 1920 Peppino si iscrive al corso di Filosofia del Regio Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento di Firenze, poi nel 1921 alla facoltà di Filosofia dell’università di Pisa. A Pisa raggiunge in sostanza Lorenzo, il quale, anch’egli rimpatriato e intenzionato ad assumere la conduzione dei poderi pugliesi, ha invece optato pragmaticamente per Agraria. Il secondogenito si laureerà sin dal ’25, poi, deluso anche dalla decisione materna di vendere la tenuta di Specchia di Mare, partirà per oltre un anno in America del sud. Il nostro, invece, attardandosi più a lungo nelle aule accademiche, conseguirà il diploma solo nel ’28. Ma, a prescindere dagli studi universitari, questi, tra Italia e Francia, sono per i Lanza anni fondamentali di riorientamento, sia personale che familiare.
Nel 1925 Anne-Marie Nauts in Lanza si trasferisce a Firenze. Il marito la ha abbandonata di fatto da anni ed amministra terreni in Corsica. La madre raggiunge i figli e mette su casa in Pian de’ Giullari. I beni di Specchia di Mare sono venduti nel ’26.
Sin dal 1923, frattanto, Peppino e Angelo avevano incontrato a Parigi lo zio Odò di Camastra, con la consorte Rose Ney d’Elchingen e, nel novembre, Peppino era stato a Palermo. Nel novembre e dicembre del ’26, allorché Lorenzo è in America, Peppino e Angelo si recano a riverire Odò e Rose a Capri, dove incontrano anche Pietro Lanza di Scalea, influente cugino, ministro delle Colonie di Mussolini[24]. Nel dicembre 1929 Peppino è a Palermo per presentare alla famiglia le sue condoglianze in relazione al decesso del principe Pietro di Trabia, sopravvenuto in ottobre. In occasione di un’ulteriore permanenza nel capoluogo siciliano nel 1932, cui accennerò di nuovo più avanti sotto tutt’altro profilo, effettua ricerche genealogiche d’archivio e in biblioteca, essendo stato incaricato tra l’altro – forse su indicazione di Pietro Lanza di Scalea – di scrivere l’articolo Lancia del XX volume dell’Enciclopedia Treccani che uscirà l’anno successivo[25].

5. Angelo Lanza a Capri nel dicembre del 1926.
A questi tentativi di riallacciare rapporti con la famiglia siciliana fanno da corollario marginale due viaggi compiuti in Germania, nel 1930 e 1931, in cui Peppino è accolto a braccia aperte dagli ambienti dell’aristocrazia mondana che tutta, a quell’epoca, si esprime correntemente in francese.
Peppino scrive versi. Nel 1923 stampa a Pisa e pubblica a Parigi presso un piccolo editore di comodo le Ballades libres aux dames du temps présent, poi nel 1927 pubblica Conquiste di vento e Fantasia notturna a Firenze, presso Vallecchi. Nelle estati del 1924 e del 1925 partecipa con Lorenzo alle «Décades» o giornate di Pontigny, convegno annuale di intellettuali europei organizzate da un ex professore di liceo dei due giovani, Paul Desjardins, incontrandovi Gide, Valéry e altri protagonisti di primo piano della vita letteraria francese. Frattanto comincia anche a disegnare. Sin dai primi anni di Pisa è in rapporti di sincera amicizia con il pittore dilettante Acquaviva, studente di diritto, e a Firenze, nel 1926, frequenta assiduamente lo studio del pittore reggiano Giovanni Costetti[26].
Lo pseudonimo «Lanza del Vasto» compare sulle copertine delle pubblicazioni fiorentine del 1927. Ormai i giovani Lanza hanno compreso che non devono attendersi concessioni di sorta da parte della famiglia siciliana e Peppino provvede così a conferirsi autonomamente un titolo distintivo, attinto alla più remota storia della famiglia e obsoleto, pertanto tale da non dar adito a eventuali contestazioni[27]. È un titolo che a Peppino appare, oltre che ingegnoso, bellissimo per la storia cui si richiama, di rotonda sonorità ed evocatore di spazio e lontananze. Un titolo radioso insomma, e un titolo d’aria, di vento[28].
Il grande amore della sua vita sboccia e abortisce a Firenze in un arco di pochi mesi, nel 1926. Peppino si infatua romanticamente di Mary, giovane americana, che ricambia a fior di pelle, irriflessivamente, riparte poi per gli Stati Uniti e non risponde alle lettere infervorate del giovane e ai suoi tentativi di riprendere contatto. È una delusione cocente, profonda, che lascerà il segno.
Il 6 febbraio 1931 si spegne a Firenze, nella casa di Pian de’ Giullari, il padre Luigi, da alcuni anni infermo e accudito dalla famiglia[29]. Peppino, che spensieratamente si dà alla vita di società in Germania, non rientra in tempo per accomiatarsi dal padre morente, per confortarlo e raccogliere un suo ultimo sguardo o cenno benedicente. Per tutta la vita gli rimarrà il rimorso della mancanza di tempestività con cui è riuscito a strapparsi, in questa occasione, all’avvolgente dolce vita berlinese.
Nel 1932, a Parigi, Lanza del Vasto scrive Le vitrail, componimento di una raggiunta maturità e autoconsapevolezza sotto il profilo poetico[30], ma che anche annuncia una maturità filosofica e religiosa. A oltre trent’anni il giovane, in bilico tra Francia e Italia, tra aspirazioni aristocratiche e quotidianità bohème, tra voglia di successo mondano e sete di verità, non ha trovato la sua collocazione nella società. Proprio in quell’anno le condizioni finanziarie della madre si fanno insostenibili, al punto che è costretta a tornare in Belgio dove si impiega, in una clinica di Westmalle (Turnhout), quale infermiera caposala[31]. Angelo e Lorenzo abitano ora a Milano. Il primo si è sposato e Lorenzo lavora presso l’Ufficio Brevetti della Tosi, a Legnano. Peppino, se questa può essere una professione, vorrebbe diventare poeta. Frequenta artisti e scrittori di area in senso lato surrealista quali Leonor Fini, Supervielle, Henri Michaux, Max Jacob, René Daumal. Conosce Luc Dietrich, giovane spiantato, talento letterario incerto di sé e incline all’autodistruzione, che si è incautamente arruolato nella schiera dei discepoli del guru asiatico Georges Ivanovič Gurdjieff. Con Luc nasce un rapporto di profonda amicizia e Lanza si propone di redimerlo, ossia di mostrargli la via di una vita autenticamente sensata.

6. Lorenzo Ercole Lanza a Parigi, nel 1931.
Decisamente non è surrealista l’orientamento letterario e di vita di cui dà testimonianza Le vitrail. La vetrata di cui si tratta e la cui estatica contemplazione, appunto, sottende l’intero svolgimento della lirica è quella del rosone gotico di «Notre-Dame» di Parigi. In questo torno di tempo Lanza frequenta le chiese e si fa i primi seri esami di coscienza, si interroga sul senso dell’esistenza, sulle scelte da operare per il futuro. A Pisa aveva subito dovuto fare i conti con Antonino da Empoli, uno studente più anziano che, da buon cattolico italiano provinciale, non si era affatto lasciato impressionare dallo scetticismo di maniera del compagno ed aveva contestato con fermezza la superficialità delle sue ostentate professioni di miscredenza. Così, sin dagli anni dell’università, Peppino ha cominciato a riflettere sui suoi orientamenti di vita e di pensiero. Firenze e Pisa gli ponevano dinanzi agli occhi capolavori d’arte realizzati nel Rinascimento e nel medioevo, allorché la fede religiosa era fulcro della vita intellettuale e pratica, e ai quali certo non potevano paragonarsi gli strampalati conati dei miseri mestieranti contemporanei. In tema di pensiero era sembrato allo studente di filosofia che le pedanti speculazioni della scuola idealistica tedesca fossero in sostanza ampiamente vacue di contenuti concreti[32]. Ben altra attrattiva, ben altra portata avevano per lui la filosofia antica, specie la patristica, le speculazioni medioevali di Raimondo Lullo e soprattutto di Tommaso d’Aquino, il pensiero rinascimentale di un Nicola Cusano. Per quanto riguarda le dottrine politiche allora in auge, Lanza avvertiva l’impostura che si celava dietro il presunto solidarismo delle ideologie definite ‘socialiste’ e provava la più spiccata repulsione nei confronti delle opzioni nazionaliste. Nel complesso queste dottrine alla moda venivano da lui giudicate intellettualmente rozze, oltre che decisamente pericolose per le sorti dell’umanità.
Comunque rimaneva anzitutto il problema personale di fondo. I fratelli non si erano propriamente sistemati, ma si davano da fare[33]. Lui, invece, a trent’anni suonati faceva ancora la parte del dandy con pretese intellettuali e intanto non sapeva come sbarcare il lunario. Le sporadiche traduzioni dal tedesco e lezioni di francese e italiano a giovani turiste americane non rappresentavano certo una soluzione soddisfacente e duratura. Si presentò quella che lui credette un’occasione nel 1932. Marino Marini aveva mostrato alcune sue foto a certo Toeplitz, responsabile della casa cinematografica Cines, e questi su due piedi invitò il nostro a raggiungere, spesato e retribuito in anticipo, il set di un film in Sicilia. Ecco che balenava a Peppino la speranza di una brillante carriera da attore protagonista, di grande successo e riccamente remunerata. Ma a Palermo non lo fanno lavorare[34], lo avviano a Roma. Nella capitale rimane alcuni mesi e in una pellicola sulla spedizione dei Mille gli assegnano un ruolo da silente comparsa[35]. Il contratto, quindi, scade e Lanza cerca di imparare il mestiere di operatore cinematografico pensando a documentari d’arte da realizzare magari in paesi lontani. D’altro canto, cominciano a suscitare interesse nello stesso ambiente di lavoro i suoi anelli e oggetti lavorati a mano.

7. Lanza del Vasto (a destra) nelle vesti di un pastore siciliano
ausiliario delle truppe garibaldine alla battaglia di Calatafimi,
nel film 1860 di Alessandro Blasetti, girato nel 1933.
Monsignor Francesco Gioia, in una comunicazione[36] letta durante la giornata di studio che si è tenuta a San Vito dei Normanni il 13 gennaio 2001 per celebrare il centenario della nascita dell’illustre concittadino, ha tra l’altro citato passi da sue poesie di diversa epoca che evidenziano come il ricordo e la nostalgia del luogo natio siano in lui perdurati, vivaci, durante tutto il corso della vita. A quelle citazioni possiamo aggiungerne un’altra da una lettera (inedita) al fratello Lorenzo, stilata in un italiano che tradisce la maggiore dimestichezza dell’autore con il francese e non datata, ma spedita da Roma presumibilmente nel febbraio 1933, dalla quale peraltro traspare il suo già vivo interesse per la manualità e per l’artigianato: «Ho saputo per un bollettino di propaganda che vi è a Carovigno una scuola di tessitura a mano ed ho visto bellissime lane che vengono a costare una 60ina di lire al metro. Bisogna assolutamente tener fermo quest’indirizzo e non più usare altre stoffe se quelle sono praticabili. Ho avuto una vera emozione a vederle. Credevo il paese più lontano nel ricordo»[37].
Negli studi della Cines, dove si passa molto più tempo ad aspettare e chiacchierare che a lavorare, Lanza si imbatte in un giovane apolide, certo Hermann Hornak, che in una lettera alla madre Anna Maria egli definisce «un Bohémien ancien élève de Cambridge» e «un très aimable et curieux garçon»[38], e tra i due non tarda a svilupparsi un vincolo di solidarietà basato sulla comune insofferenza della mediocrità in cui li costringono le circostanze. I compari progettano film e documentari da realizzare insieme e corteggiano una medesima diva dello schermo agli esordi. Improvvisamente prende corpo il progetto di un viaggio iniziatico a piedi attraverso l’Abruzzo, annunciato nella lettera anzidetta e che si presume possa protrarsi per alcuni mesi. Due passi della lettera in parola meritano di essere particolarmente sottolineati. Lanza annota: «nous nous sommes formulés [sic] une règle de vie monacale à laquelle nous nous tiendrons pour tous ces mois». Inoltre sembra tirare le somme dell’esperienza cinematografica romana e riconosce il fallimento dei suoi tentativi di inserirsi fattivamente nella società ordinaria, sovvenendo anche per la sua parte ai bisogni materiali della famiglia: «les évènements me sont trop contraires dans les villes et l’espoir d’être de qq. aide aux miens s’éloigne»[39].
Cos’è l’esistenza? Siamo sicuri che quell’immane e continuo agitarsi cui assistiamo nelle città, quel correre indaffarati di qua e di là, quel trascorrere le intere giornate in uffici, fabbriche, negozi, ligi a un presunto dovere, protesi verso immaginari guadagni, quel volersi affermare, distinguere, imporre abbia un senso reale? Di cosa ha veramente bisogno l’uomo, di cosa è veramente fatta la vita? Invece che nello speculare sulla cosa in sé o su triadi lessicali, la filosofia o amore della saggezza non consiste magari nella ricerca fattuale dell’evidente verità? «Il va seul à pied celui qui va vers ce-qui-va-de-soi»[40]. Se la poesia Le vitrail aveva a suo tempo segnato soprattutto la conversione estetica di Lanza, questo primo pellegrinaggio consacra la sua conversione filosofica e pone serie premesse per la pienezza della conversione religiosa.
È durante questo viaggio che Lanza del Vasto prende gli appunti dai quali scaturiranno i Principes et préceptes du retour à l’évidence. Ed è anche nell’ambito di questo viaggio che si fa strada la prima ispirazione del Giuda, che scriverà dapprima in Toscana e in italiano per poi trasporlo in francese. Un giorno entrano, l’ex studente di Cambridge e lui, con la barba lunga e gli indumenti spiegazzati e sporchi in una latteria barese. La matrona che gestisce il locale li squadra da dietro il bancone e fa: «ecco qui Giuda e Caifasso!». Lanza aveva studiato con attenzione il compagno di strada, giorno dopo giorno: ne aveva colto man mano lo stupefacente cinismo, la furbizia nelle piccole cose, il camaleontismo intellettuale e la destrezza o lestezza di mano e ora decide che Giuda è lui, l’altro, rassegnandosi bene o male alla parte di Caifa.
Soprattutto con il Judas, che sarà lodato da Maritain, Lanza accederà a pieno titolo alla repubblica delle Lettere. Il crudele récit paradigmatico uscirà però in Italia e in Francia solo nel 1938. La versione italiana, malamente pubblicata da Laterza in una collana riservata a mistici ed esoterici, in pratica non sarà letta in un tempo di obnubilante euforia fascista e la fama nascente dello scrittore sarà solo francese. I Principes et préceptes, dal canto loro, saranno stampati da Denoël nel 1945.
L’autore torna a Firenze, poi, nel 1935, rientra in Francia[41]. La temperie intellettuale di quel paese, nonostante tutti i suoi sforzi di adesione all’Italia, gli è più congeniale, soprattutto in anni in cui le caratteristiche deteriori del fascismo sono divenute inequivocabili. Ma la fondamentale esperienza del vagabondaggio al di fuori dei sentieri battuti del civile benessere in Abruzzo non lo ha appagato. Gli scritti di Romain Rolland sull’India e su Gandhi lo avevano impressionato negli anni Venti. Un’amica pittrice, Lou Albert-Lasard, a suo tempo legata a Rilke e che Lanza aveva conosciuta nel 1930 a Berlino, gli propone di pagargli l’andata e ritorno in India via mare a condizione che lei e sua figlia Ingo ve lo possano accompagnare. Giuseppe Giovanni accetta, però parte da Genova sin dal dicembre 1936, mentre le due signore lo raggiungeranno solo nel ’37; e nel febbraio di quell’anno Lou, ancora a Parigi, scrive ad una conoscente, Katharina Kippenberg[42]: «Mon ami Lanza del Vasto est déjà parti. En tant que disciple de Gandhi, il séjourne chez lui. Méditation, travail. [..] Il m’écrit que nous devons nous préparer là-bas à une vie de pèlerin et renoncer à toute chose matérielle. [..] plus jamais je ne veux entreprendre quoi que ce soit qui vise au succès extérieur, ni là-bas ni ici. Tout est tromperie en ce monde et l’on ne fait que se faire voler sa vraie vie. Mais je fais confiance à Lanza. C’est un grand poète et un demi-saint »[43].
Non reputo utile dilungarmi sulle peripezie ampiamente note del pellegrinaggio indiano del 1937-38. Mi limiterò in proposito ad alcune brevi considerazioni, solo in parte – lo ammetto – originali, ma ineludibili. A iniziare da un quesito che sorge spontaneo di fronte all’espressione «pellegrinaggio alle fonti», resa celebre dallo scrittore. Le fonti di cui si tratta sono, certo, l’India e Gandhi. Ma fonti di cosa? Il cerchio della conversione religiosa di Lanza si chiude. Egli ha lungamente meditato sul mistero della Trinità divina e sul tema del peccato originale. Ha letto e meditato le Scritture sacre cristiane abbastanza da convincersi che l’Occidente batte strade che nulla hanno a che vedere con l’annuncio della Buona Novella ed ha abbastanza riflettuto sulle vicende contingenti per rendersi conto che il cosiddetto mondo civilizzato corre ad occhi chiusi verso grandi tragedie e forse, alla fine, verso una fatale rovina. Tuttavia i fondamenti primi del credo religioso sono insiti in tutti i culti, non nel solo cristianesimo. E, a parte che talvolta le realtà familiari ci appaiono di una chiarezza più lampante e convincente quando le ritroviamo fuori sede e che comunque anche la nostra stessa realtà casalinga acquista in pregnanza allorché la consideriamo dal di fuori, l’India degli anni Trenta non è stata ancora stravolta dagli influssi del progresso industriale, è ancora in larga misura autentica e le tradizioni vi sono ampiamente conservate. Sotto questi aspetti l’induismo e il buddismo hanno molto da insegnarci, in relazione ad un’autenticità della fede e per quanto attiene all’esercizio concreto della spiritualità. Poi c’è Gandhi che, in maniera più precipua, sta attuando – senza essere nominalmente cristiano – il Vangelo.
Lanza durante un pellegrinaggio nel pellegrinaggio, alle sorgenti del Gange, sull’Himalaya, si sente vocato a tornare in Europa per recare nel Vecchio Mondo il messaggio gandhiano. Henri Oedenkoven, un cugino della madre e quasi zio di «Shantidas» – sappiamo che Gandhi aveva attribuito al nostro questo appellativo propiziatorio significante «servitore della pace», di cui andò poi sempre fiero e che i suoi seguaci prediligono – aveva fondato nel 1900[44] ad Ascona, nel Canton Ticino, una colonia anarchico-naturista tendenzialmente internazionale, detta del Monte Verità, che fino all’epilogo della prima guerra mondiale era stata frequentata soprattutto da artisti di grido dell’area germanofona, e tra gli altri anche da Rilke e da Lou Albert-Lasard. In essa era proibito l’uso del denaro ed era bandita, in teoria, qualsiasi forma di autorità. Gli adepti di quell’eden novello erano stati dei pacifisti radicali, ingenuamente persuasi che l’abolizione delle gerarchie sociali, il ritorno alla natura e l’afflato artistico fossero sufficienti per riformare il mondo e aver ragione della bassa stupidità, dei fermenti di violenza latenti in seno alle società di massa[45]. Lanza, dopo aver pensato sulla via del ritorno e durante il successivo periplo itinerante nel Vicino Oriente[46] a fondare un ordine di pellegrini solitari, andò poi orientandosi verso la costituzione di comuni di poche decine di famiglie e persone, vegetariane, il più possibile svincolate da condizionamenti tecnologici (niente elettricità, niente motori), ciononostante dedite ai lavori manuali ed economicamente autosufficienti (niente denaro, produzione in loco dei generi alimentari, del vestiario e del mobilio necessario). Contrariamente a quella degli illusi del Monte Verità, la quotidianità di questi nuovi fratelli laici avrebbe dovuto essere saldamente ancorata alla meditazione, alla preghiera, a pratiche religiose e sostenuta da esercizi spirituali costanti. In ordine alla religione, ogni discepolo sarebbe stato incoraggiato a osservare e approfondire la propria e per i momenti di preghiera comunitaria si sarebbero usate formule nuove, prive di un’impronta confessionale specifica. Quanto agli esercizi, si doveva attingere alle raffinate tecniche gimnosofistiche indiane. La chiave di queste comuni sarebbe stata la pratica e testimonianza della non violenza, della vita interiore e della riconciliazione.
Ma Gandhi lo aveva messo in guardia contro il velleitarismo personale. Lanza era consapevole di non dover tentare di realizzare questo programma di sua iniziativa, in base semplicemente alle proprie idee e alle proprie forze. L’appello sarebbe dovuto venire dall’esterno, dagli altri, e i tempi non erano ancora maturi. Frattanto l’Europa, il mondo, precipitavano nella guerra più generalizzata e atroce tra tutte quelle che la storia aveva fino ad allora conosciute. In Francia, dopo avere nei primi giorni invano tentato di arruolarsi come barelliere, Lanza ripara nella cosiddetta zona libera. Durante gli anni dell’occupazione tedesca di mezza Europa e della riscossa degli alleati, allorché regna ovunque il disorientamento e la confusione, egli, spostandosi tra la Svizzera e Marsiglia, perfeziona, affina le sue scelte di vita personali. Continua a pubblicare: nel ’41 ad Algeri Le vitrail; nel ’42 a Marsiglia Le chiffre des choses[47] che lo colloca tra i poeti eminenti del secolo e, con l’amico Luc Dietrich, Le dialogue de l’amitié. Tra il 1941 e il 1942 incontra a Marsiglia Simone Weil[48]. Nel 1943, nel pieno della guerra ma anche allorché ormai l’Italia fascista è crollata e si delinea la fine del conflitto, Denoël pubblica Le pèlerinage aux sources, montaggio sotto forma di diario delle lettere dall’India alla madre e al fratello Lorenzo e, per altro verso, manifesto, bottiglia lanciata in mare alla ricerca di potenziali aderenti al progetto comunitario di ritorno all’evidenza.
Con alcuni transfughi della consorteria che ruotava attorno a Gurdjieff[49], si costituisce a Parigi, nel gennaio del 1944, il primo gruppo di seguaci, in pratica la prima comune virtuale dell’Arca. Senonché l’amico Luc Dietrich soccombe nell’agosto di quell’anno a una setticemia da ferite riportate nel corso di un bombardamento e sul letto di morte affida a Lanza la sua amante di origini ungheresi, Anci Nagy[50]. La splendida giovane, peraltro sposata con un certo Dupré sebbene si protesti separata e in istanza di divorzio, è fragile e bisognosa di protezione anche perché sopravviene la liberazione di Parigi, iniziano le rappresaglie nei confronti dei filonazisti e la dama, durante l’occupazione, ha frequentato ambienti non proprio indenni dal contagio della collaborazione. Lanza dà ricetto alla sirenetta nella sua soffitta. Ma espiare la colpa della diuturna congiunzione carnale sforzandosi nel contempo di avviare la consenziente peccatrice alla conversione e all’ascesi è un tour de force inattuabile e ipocrita nel suo stesso principio ispiratore.
Avevo undici anni e mia sorella nove[51] quando Peppino giunse a Roma con Anci alla guida di una superba decappottabile. Per noi fanciulli avevano portato del cioccolato svizzero, derrata da fiaba in quel dopoguerra. La bella straniera era di una grande affabilità e dolcezza. Nonostante il mio carattere di solito scontroso, mi piacque subito moltissimo: magari fosse divenuta mia zia! Lanza del Vasto era straordinariamente sorridente, giovanile, come non lo ho mai visto né prima, né dopo. Aveva con sé la chitarra e, mentre passeggiavamo lieti tutti insieme per i viali di villa Borghese, ci faceva intonare in coro il ritornello de La belle à la fontaine, di recente composizione[52].
La fase delle prove e tentazioni, dei dilemmi e bivi, delle scelte critiche sembra non finire mai nella vita. Era ancora in tempo quel quarantacinquenne nel pieno delle forze, che si era fatto strada tardi e negli ultimi anni aveva riscosso successi letterari lusinghieri, a mutare rotta e puntare verso l’ordinaria felicità, piuttosto che insistere in profezie di malaugurio e continuare a predicare il sacrificio. Gli anni delle ristrettezze forzate, dell’emarginazione, erano passati. Non era ragionevole, ora, voltare pagina, attestarsi sulle posizioni raggiunte, sfruttare il favore del pubblico e della critica, badare a incrementarlo e dismettere le stravaganze di una lunga stagione adolescenziale? L’amore di Anci poteva ispirare simili pensieri.
Lanza tergiversava. Forse fu la bella a stancarsi di quel gioco inconcludente. O forse il gandhiano in intenzione dovette a un certo punto prendere atto che Anci non era fatta per la vita povera e la preghiera. Tra lei e il progetto comunitario occorreva scegliere, e così lui si strappò a quel miraggio e optò per la vita santa.
Ho visitato la comune rurale di Tournier, nella Charente- Maritime, quando ero un ragazzo. E, da adulto, quella de La Chesnaie nei pressi di Bollène, poi quella de La Borie Noble tuttora esistente[53]. I problemi principali, per quanto ho potuto riscontrare, sono sempre stati determinati dall’irrompere improvviso di incontenibili esigenze di vita nel vaso chiuso e di vetro di quelle ristrette cerchie sociali ingessate da regole ermetiche. Impennate erotiche, innamoramenti extraconiugali, abbandoni motivati da esaurimento della carica e dal desiderio di aperture nuove. È stato tutt’altro che agevole per Lanza e per i suoi successori governare, imbrigliare simili turbolenze. Ma proprio il fatto che vi siano sostanzialmente riusciti, che le comuni abbiano navigato senza sprofondare per tutti questi anni attraversando procelle di vario genere e continuino a dare valida testimonianza di una vita alternativa a quella del cittadino omologato, privo di autentica relazione a Dio e di una propria indipendente dignità umana, ci interpella e deve farci seriamente riflettere. Dopo oltre cinquant’anni di storia si può ben dire che l’ambizioso progetto comunitario non muoveva dal semplice capriccio di un esteta, come molti oppositori si sono affannati a sostenere, ma affondava e tuttora affonda le radici in esigenze reali del nostro tempo.
[1] Articolo pubblicato in «Archivio Storico Pugliese» della Società di Storia Patria per la Puglia, a. LV – fasc. I-IV, gennaio-dicembre 2002, pp. 217-237. Quindi, a puntate, in versione rettificata e con illustrazioni, in «il Punto», mensile sanvitese di cultura e informazione, nn. dal giugno 2003 al febbraio 2004. Ripreso peraltro, con illustrazioni, anche nel sito Internet <http://xoomer.alice.it/arcadilanzadelvasto/>.
[2] Nata a Parigi il 7 ottobre 1832, morta a Sorrento il 26 luglio 1898.
[3] O, più compiutamente, principe di Trabia, Santo Stefano di Mistretta, Butera, Pietraperzia, Scordia, Campofiorito, Scalea, della Catena; duca di Camastra, Santa Lucia, Branciforte; marchese di Militello, Barrafranca, della Ginestra, di Misuraca; conte di Mussomeli, Sommatino, Mazzarino, Raccuja; barone di Dorilli, Rigiulfo, Fontana Murata, del Biviere di Lentini, di Imbrici, Valguarnera Radali; signore di Dammisa, Santa Maria di Niscemi, Occhialà. Nato a Palermo il 20 giugno 1833, deceduto a Monaco di Baviera il 9 luglio 1868.
[4] L’atto di nascita di «Louis Joseph» Lanza riporta le generalità del padre, Lanza «Joseph», domiciliato a «Palerme (Sicile/Italie)», tacendone tuttavia i titoli, e lascia invece in bianco lo spazio riservato all’identificazione della madre.
[5] I cinque figli della coppia sono: Gerardo (1855-1875), i gemelli Stefano e Clementina (nati nel 1856 e rispettivamente morti nel 1885 e nel 1876), Alfredo (1867-1882), Amalia , nata a Napoli il 26 aprile 1870 e che, nel 1896, sposa Luciano Imperiali, dei principi di Francavilla, duca di Tora.
[6] Gli originali di sette lettere inviate da Francesco La Rosa a Luigi tra il 1882 e il 1888 sono stati a lungo in possesso di Angelo Lanza, figlio terzogenito di Luigi come preciserò in appresso, e oggi figurano nell’archivio di famiglia dell’autore del presente articolo. Da queste missive si evince anche che Ercole Lanza Branciforte ha fatto trasferire a beneficio di Luigi un capitale per una resa in interessi di 6.000 franchi annui, ottenendo però dal giovane la restituzione alla famiglia siciliana delle lettere d’amore del defunto principe Giuseppe a Louise, reputate compromettenti, onde distruggerle.
[7] Le stesse lettere del La Rosa di cui alla precedente nota sono indirizzate a «Louis Scansa».
[8] Nato a Firenze il 18 febbraio 1862, morto a Palermo il 16 ottobre 1929.
[9] A proposito della famiglia Florio vd., ad esempio, S. Candela, I Florio, Sellerio, Palermo 1986.
[10] Nato a Palermo il 20 novembre 1863, morto a Roma l’8 giugno 1938. Da adulto si fregia, fino al decesso del fratello maggiore, del titolo di duca di Camastra. Privo di discendenza e in mancanza di disposizioni particolari, trasmetterà poi l’intera titolatura onorifica del ramo dei Trabia alla linea principale dei Lanza di Scalea.
[11] Due delle lettere del La Rosa a Luigi recano in sovraimpressione la stampigliatura: «Etude de Me A. Maunoir, avocat. Corraterie 10, Genève». Le lettere sono state utilizzate nell’ambito della procedura per la rettifica anagrafica e quello indicato è senza dubbio l’ufficio legale che ha curato il riconoscimento.
[12] Nato a Napoli il 29 giugno 1810, morto a Castellammare di Stabia precisamente il 14 settembre 1891.
[13] Notoriamente San Vito dei Normanni, oggi nel Brindisino e a quell’epoca nel distretto di Lecce, è stata nel Sette e Ottocento una delle terre di riferimento principali della famiglia principesca dei Dentice anche sotto il profilo patrimoniale e dei possedimenti terrieri.
[14] Negli archivi di famiglia, presso l’autore. Il journal di Louise Dentice è redatto in francese con chiara ed elegante grafia. Esso occupa circa i due terzi di un solido album legato in pelle, munito di borchie metalliche arabescate e di un lucchetto che ne consentiva la chiusura a chiave. Sulle pagine rimaste inutilizzate dall’ava paterna Lanza del Vasto ha manoscritto il libro I del suo Viatico.
[15] Cartoline illustrate del «Premiato stabilimento enologico Dott. Luigi Lanza, S. Vito dei Normanni (Lecce)», con una raffigurazione stilizzata del villino e, a fronte, degli uffici dello stabilimento medesimo in un piccolo edificio a u constante di solo pianoterra e con recto e verso di due medaglie relative a premi vinti a Brindisi e Napoli nel 1906, sono ancor oggi rintracciabili in carte e raccolte private di San Vito dei Normanni. Del piccolo complesso aggiunto figurante su queste cartoline e certamente progettato è stato però realizzato in realtà solo un corpo avanzato a forma di cubo. Segnalo che il termine «specchia», su cui si basa più di un microtoponimo locale, sta ad indicare un alto cumulo di massi e pietre ricavati dalla ripulitura del suolo dei campi e foggiato a mo’ di torre di avvistamento.
[16] Rimane ancor oggi vivo negli ultracinquantenni sanvitesi, che lo hanno ereditato dai padri e dai nonni, il ricordo delle distribuzioni periodiche gratuite di pani alle famiglie degli agricoltori e degli operai, operate con circospezione per non destare reazioni astiose da parte degli altri proprietari terrieri.
[17] Per circostanziate notizie sul casato dei Dentice vd. L. Dentice di Frasso, Storia di casa Dentice, Roma 1934.
[18] Lanza del Vasto, Enfances d’une pensée, Denoël, Paris 1970, pp.17-19. Anche in Le viatique I, Éditions du Rocher, Monaco 1991, pp. 19-20.
[19] L. Scansa-Lanza, Essai de solution du problème social par les magasins généraux, Paris 1907. Volumetto di complessive 92 pp., che reca tra l’altro, in appendice, un indice dettagliato del testo della tesi di dottorato intitolata Traité des magasins généraux (Trattato dei magazzini generali) e già pubblicata dal medesimo editore.
[20] Foto e certificato sono conservati negli archivi di casa Lanza, presso l’autore.
[21] Con tale ipocoristico, o talvolta addirittura con l’abbreviazione monosillabica Pep, Giuseppe è sempre stato designato in famiglia.
[22] In particolare con il coetaneo Albert-Marie Schmidt, erudito sin dalla giovinezza e più tardi specialista della poesia barocca, che ha tra l’altro curato il volume della collezione «La Pléiade» dedicato ai Poètes du XVIe siècle.
[23] In Francia, in quegli anni, è soprattutto il magistero ‘positivista’ di Auguste Comte a negare recisamente il diritto di cittadinanza della religione in un mondo nuovo fondato sulle istanze della ragione.
[24] Pietro Lanza principe di Scalea (1863-1938), già sottosegretario agli Esteri nel 1906 e nel 1909-14, commissario per l’Aeronautica civile nel 1920, è ministro della Guerra nel 1922 e delle Colonie nel 1924. Può essere utile rilevare peraltro che, a prescindere da queste cariche politiche ufficiali e dalla sua militanza fascista, questo cugino del padre di Giuseppe Giovanni è un brillante scrittore con interessi storico-umanistici ed artistici tutt’altro che banali. Nel 1892 aveva dato alle stampe a Palermo-Torino un Donne e gioielli in Sicilia nel medio evo e nel Rinascimento ancor oggi citato dagli specialisti del settore e che la casa editrice Forni di Sala Bolognese ha riproposto in versione anastatica nel 1971. Un’altra sua opera, La Sicilia attraverso la leggenda, era uscita nel 1909.
Politico e scrittore era stato anche il bisnonno del nostro, Pietro Lanza principe di Scordia (1807-1855). Di indirizzo invece risolutamente liberale, si era particolarmente distinto come politico nei moti rivoluzionari del 1848, assumendo la stessa presidenza del governo provvisorio siciliano costituito dagli insorti. Con il rientro dei Borboni aveva dovuto esiliarsi a Genova e Torino, poi a Parigi dove era morto prima dei grandi eventi che avrebbero condotto all’unità e alla proclamazione del regno d’Italia. I suoi scritti principali, di carattere storico, economico e politico, sono: la memoria Degli arabi e del loro soggiorno in Sicilia, del 1832; Considerazioni sulla storia di Sicilia dal 1534 al 1789, del 1836; Dello spirito di associazione nella Inghilterra in particolare, uscito nel 1842; Dei mancati accomodamenti fra la Sicilia e Ferdinando di Borbone, volume postumo, edito nel 1898.
Altro studioso e scrittore di famiglia, autore però solo di articoli eruditi, è il sacerdote Salvatore, fratello di Pietro Lanza di Scordia. Di lui mi limito a citare una Commemorazione di Giuseppe Lanza principe di Trabia e di Pietro Lanza principe di Scordia e Butera letta nell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo e stampata nel capoluogo siciliano nel 1875, nonché Notizie storiche sul castello e sul territorio di Trabia, in «Archivio Storico Siciliano», a. III (1878), pp. 309-330.
[25] Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti Treccani, vol. XX, Roma 1933, pp. 486-487. Si tratta dell’unico scritto di Lanza del Vasto di carattere umanistico-scientifico. L’articolo reca in calce la sigla «G. Lan», che, nell’elenco dei collaboratori (p. XV), risulta riferirsi a «Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Firenze», competente per la «storia del Mezzogiorno d’Italia».
[26] Il sodalizio dei fratelli Lanza con gli artisti figurativi – principalmente, ma non solo, di area fiorentina e pistoiese – in quegli anni è ancor oggi, sia pure in modo sommario e frammentario, documentato da disegni e altre opere rimaste in famiglia: di Giovanni Acquaviva un profilo a carbone di Giuseppe Giovanni Lanza e un bel profilo aerodinamico a matita sfumata di Lorenzo Ercole, oltre ad altri disegni vari; di Giovanni Costetti due ritratti a carboncino di Giuseppe Giovanni, oltre ad altri pregevoli disegni e un paio di dipinti; uno schizzo a carboncino di Filippo De Pisis; due delicate litografie e uno schizzo a penna (dedicato «A Pep») di Leonor Fini; di Marino Marini una testa in bronzo di Giuseppe Giovanni (fusa in duplice copia: uno degli esemplari è stato donato dall’autore a Lanza del Vasto e oggi è detenuto dalla Comunità dell’Arca), un ritratto schizzato a carboncino di Lorenzo Ercole, un ritratto a pennello e penna di Angelo Carlo, una bella zuffa di cavalieri a matita e conté nero su cartoncino.
Riguardo ai due artisti citati nel testo, oggi assai meno noti degli altri sopra elencati ma che più di questi hanno influenzato, ciascuno a suo modo, le figurazioni di Lanza del Vasto, ricordo che l’indirizzo del primo era tardofuturista, con marcate inflessioni metafisico-magiche, mentre il secondo muoveva dalla pratica del disegno dal vero e la maestria fine e un po’ fredda dei suoi ritratti rivela, per così dire, una sensibilità di tipo nordico.
[27] Manfredi (di Saluzzo), Guglielmo (di Busca), Ugo Magno (di Clavesana), Anselmo (di Ceva), Enrico Guercio (del Carretto e di Savona), Ottone Boverio e Bonifacio Minore (di Cortemilia), i sette figli del secondo matrimonio del subalpino marchese Bonifacio, detto del Vasto, ereditavano alla di lui morte sopravvenuta non molto dopo il 1125 un’ampia subregione comprendente quasi tutto il Piemonte meridionale e la Liguria di Ponente, ma decidevano in un primo tempo di mantenerla indivisa, costituendo il cosiddetto consortile dei marchesi del Vasto. Questi marchesi discendevano come i Monferrato (linea cadetta) dal marchese Aleramo del X secolo. Da Guglielmo sono derivati i Lancia marchesi di Busca e, a partire dalla fine del XIII secolo, i Lancia, poi Lanza di Sicilia.
La bibliografia relativa agli Aleramici nonché ai Lancia e Lanza di Sicilia è assai vasta, anche se ulteriori e più approfonditi studi in materia sarebbero certamente opportuni. Limitandomi qui a indicazioni di primaria essenzialità, segnalo, a proposito del marchese Aleramo e dei suoi discendenti immediati, R. Merlone, Gli Aleramici, Torino 1995. A proposito del marchese Bonifacio e dei suoi figli, G. Manuel di S. Giovanni, Dei marchesi del Vasto e degli antichi monasteri de’ SS. Vittore e Costanzo e di S. Antonio nel marchesato di Saluzzo, Torino 1858; F. Savio, Il marchese Bonifacio del Vasto e Adelaide contessa di Sicilia, in «Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», XII (1886-87), pp. 87-105; R. Bordone, Il “famosissimo marchese Bonifacio”. Spunti per una storia delle origini degli Aleramici detti del Vasto, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», LXXXI (Torino 1983), pp. 587-602; L. Provero, I marchesi del Vasto: dibattito storiografico e problemi relativi alla prima affermazione, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», LXXXVIII (Torino 1990). Sui Lancia marchesi di Busca, C. Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell’epoca sveva, Torino 1886; sui Lancia e Lanza di Sicilia, Anonimo (ma F. Lancia di Brolo), Dei Lancia di Brolo. Albero genealogico e biografie, Palermo 1879; G. Sorge, Mussomeli dall’origine all’abolizione della feudalità, parte IV: Il dominio dei Lanza in vol. II, Catania 1916, poi Edizioni Ristampe Siciliane, Palermo 1982; e P. Sinesio, Trabia e i Lanza, Caltanissetta 1995.
[28] «J’ai ma maison dans le vent sans mémoire, / J’ai mon savoir dans les livres du vent, / Comme la mer j’ai dans le vent ma gloire, / Comme le vent j’ai ma fin dans le vent», canterà a Damasco nel 1939 (vd. Le chiffre des choses, Denoël, 4me éd. corrigée et augmentée, Paris 1972, p. 219): «Ho la mia casa nell’immemore vento, / Ho il mio sapere nei libri del vento, / Ho come il mare la mia gloria nel vento, / Ho come il vento il mio fine nel vento».
L’ambivalenza, o plurivalenza potenziale, di questo nome autoconferito ha dato comunque adito a malintesi e solleva problemi in sede di analisi psicologica del personaggio. Considerarlo come uno pseudonimo o nome d’arte tout court è la soluzione più semplice e più sana. Sulle copertine delle opere dello scrittore esso compare non preceduto da nomi di battesimo o iniziali. Però esso contiene l’autentico cognome dell’autore e – come lo abbiamo evidenziato – rinvia ad un antico predicato nobiliare. Nei documenti anagrafici personali non di rado troviamo l’indicazione: «Giuseppe Lanza del Vasto».
[29] Era stato Angelo a recarsi a prelevarlo in Corsica in condizioni di salute precarie, alcuni anni prima. Luigi, uomo alto, robusto, dal temperamento sanguigno, soffriva di disturbi circolatori ed era affetto da amnesie. Nella casa di Pian de’ Giullari si guardava intorno, smarrito, e frequentemente chiedeva ai suoi: «Comment avons-nous atterri dans ce trou?» («Come siamo finiti in questo buco?»). Lanza del Vasto ha tratteggiato a matita i due profili di Lorenzo e, in primo piano, del padre, il cui volto appare in quegli anni alquanto rugoso: disegno su carta (circa cm. 14 x 21) datato «Firenze 1929», nel fondo disegni della famiglia Lanza. Nell’edizione marsigliese del 1942 de Le chiffre des choses il nostro ha poi datato al 1938 il Portrait de don Matthias (l. 1er, pp. 87-90) in cui dipinge a posteriori il genitore defunto come persona inconcludente e predestinata ai fallimenti per eccesso di bontà, o piuttosto per mancanza di autocontrollo e rigore.
[30] Anche se un precedente innegabilmente rilevante si ha in questo senso sin dal 1923 con La chapelle palatine de Palerme. In Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, Denoël, Paris 1972, i due componimenti figurano rispettivamente alle pp. 11 sgg. e 21 sgg.
[31] All’età quasi veneranda di 58 anni, giacché Anne-Marie Nauts era nata ad Anversa il 1° luglio del 1874. Tra le carte di famiglia si conserva un attestato relativo al servizio prestato da «Madame Anne Marie LANZA di Trabia» presso il «Sanatorium “Lizzie Marsily”» di Westmalle, firmato dal primario del medesimo.
[32] Ovviamente i due principali autori oggetto di studio alla facoltà di Filosofia di Pisa negli anni Venti erano Kant e Hegel, mediati da Giovanni Gentile e, soprattutto, da Benedetto Croce. Per scrupolo di verità va comunque segnalato che il Lanza era rimasto assai colpito dagli scritti dello Hegel e aveva dedicato non poco tempo ad analizzarne nel dettaglio le argomentazioni.
[33] Lorenzo sarà nominato direttore dell’officina del gas di Siena nel 1933, sposerà Lidia Simboli nel ’34, ne avrà due figli – Manfredi e Anna Maria, detta Laura – nel ’35 e ‘37, si trasferirà con la famiglia a Roma nel ’43. Nel ’45 fungerà da aiuto regista di Roberto Rossellini in Roma, città aperta. Dopo la guerra sarà impiegato presso il ministero della Sanità e nel contempo creerà un’agenzia di traduzioni, divenendo quindi presidente tanto della Federazione italiana, quanto della Società internazionale dei traduttori. Morirà precocemente nel 1958. Angelo abbandonerà la prima moglie, Elisabetta de Francovich, e si imbarcherà per gli Stati Uniti nel 1936. Nel 1937 si risposerà con Frances Frenaye, da cui nascerà Bianca nel ’43. Insegnerà lingue e letterature italiana e francese in alcune università. Durante gli anni della guerra militerà anche nei servizi di intelligence. Nel ’59 aprirà a New York una galleria d’arte. Successivamente rientrerà da solo in Italia e morrà a Roma nel 1977. Si tenga presente che l’autore del presente articolo è il figlio di Lorenzo sopra menzionato, nipote di Lanza del Vasto.
[34] La parte prevista sarebbe stata quella di un brigante che doveva comparire assieme ad un manipolo di congeneri sulla banchina del porto di Palermo (vd. lettera da Palermo del 14 dicembre 1932 alla madre: originale presso la «Communauté de l’Arche» de La Borie Noble, Francia). Ma subito il regista aveva dovuto constatare l’impossibilità di inserire congruamente Lanza nel gruppo dei figuranti locali, anzitutto per una questione di statura. Se, infatti, i popolani ingaggiati raggiungevano al massimo poco più di un metro e sessanta, lui superava il metro e ottanta e la sua testa svettante al disopra della mischia e così particolare rovinava l’effetto d’insieme.
[35] Secondo le lettere a Lorenzo dell’8 dicembre (originale in archivi della famiglia Lanza) e alla madre s.d., ma forse di poco posteriore (originale a La Borie Noble), il ruolo del colonnello ungherese Stefano Türr. Da altra missiva anteriore a Anne-Marie Nauts, del 6 dicembre (originale a La Borie Noble), apprendiamo accessoriamente che l’aspirante attore aveva deciso di mascherare la propria identità nella cinematografia, assumendovi il nome d’arte «Hilgao». Tuttavia l’anno di realizzazione (1933; uscita nelle sale nel 1934) è quello del capolavoro di Alessandro Blasetti 1860, preludio alla produzione neorealista italiana del dopoguerra. E in questa pellicola scopriamo appunto Lanza nelle vesti di un contadino o pastore siciliano ausiliario dei garibaldini in una brevissima sequenza della battaglia di Calatafimi.
[36] Mons. F. Gioia, “Io amo, dunque Tu sei”. Saggio sulla religiosità di Giuseppe Lanza del Vasto, pp. 3 e 4. Stampato distribuito ai partecipanti alla giornata di studio.
[37] Originale in archivi della famiglia Lanza.
[38] «Un boemo, ex studente di Cambridge», «un cortesissimo e strano ragazzo». Lettera da Roma del 21.05.33: originale a La Borie Noble.
[39] I due passi possono essere tradotti come segue: «ci siamo dati una regola di vita di tipo monastico che ambedue osserveremo durante tutti questi mesi», «gli eventi mi sono troppo avversi nelle città e la speranza di essere di qualche aiuto ai miei si allontana». La missiva è stata scritta il giorno stesso della partenza.
[40] Lanza del Vasto, Principes et préceptes du retour à l’évidence, Denoël, Paris 1945, IV, p. 10. Cfr. Id., Principi e precetti del ritorno all’evidenza, Gribaudi, Torino 1972, p. 16: «Va solo, a piedi, colui che va a ciò che va-da-sé».
[41] A poco più di vent’anni dalla sua scomparsa sono prese a circolare in vari scritti episodici diverse inesattezze sulle circostanze della vita del nostro personaggio. In particolare è sfuggito alla penna di alcuni che Lanza avrebbe assunto la cittadinanza francese, e persino che lo avrebbe fatto prima della guerra del ‘39-‘45. Colgo l’occasione per smentire categoricamente simili illazioni.
[42] Moglie di Anton Kippenberg, titolare della casa editrice Insel Verlag che pubblicava Rainer Maria Rilke. Lou Albert-Lasard era in contatto con la casa editrice tedesca perché si accingeva a dare alle stampe un volume di sue traduzioni in francese delle poesie di Rilke, per le quali si era peraltro avvalsa della collaborazione dello stesso Lanza del Vasto: R.M. Rilke, Poèmes, Gallimard, Paris 1937.
[43] Citazione ripresa da N. Schneegans, Une image de Lou, Gallimard, s.l. (Paris) 1996, pp. 219-220: «Il mio amico Lanza del Vasto è già partito. Quale discepolo di Gandhi, sta presso di lui. Meditazione, lavoro. [..] Mi scrive che dobbiamo prepararci a fare laggiù una vita da pellegrine e a rinunciare a tutti i beni materiali. [..] non voglio mai più impegnarmi in attività che tendano al successo esteriore, né laggiù, né qui. Tutto è inganno in questo mondo e ci si fa solo rubare la propria vera vita. Ma mi fido di Lanza. È un grande poeta e un mezzo santo».
[44] Che è poi l’anno stesso del matrimonio dei genitori di Lanza, come ho a suo luogo indicato.
[45] Alcune notizie su questa colonia, che meriterebbe un’approfondita ricerca e di cui sussiste tuttora il ricordo in ambiente germanico, figurano in N. Schneegans, Une image de Lou cit., in particolare alla p. 36, nonché alle pp. 150 sgg.
[46] Nel ’38 e ’39 Lanza è a Rodi, poi in Turchia, Siria e Libano, in Terra Santa, a Damasco, Beirut, Istambul e sul monte Athos.
[47] In due volumetti, presso Robert Laffont.
[48] G. Maes, Ombre et lumière à Marseille: la rencontre de Simone Weil et de Lanza del Vasto (1941-1942), relazione al convegno su Simone Weil et les écrivains de son temps tenuto a Chantilly-Gouvieux dal 1° al 3 nov. 1996, in «Cahiers Simone Weil», t. XX, n. 4, dicembre 1997. Mi è grato approfittare di questa nota per rivolgere a Gabriel Maes, uno dei maggiori e più autentici conoscitori della vita e dell’opera di Lanza del Vasto, un caldo ringraziamento per il suo concorso alla redazione del presente articolo, in particolare quale suggeritore primario di non poche importanti notizie.
[49] L’Arca ha un debito nei confronti del gruppo guidato da Gurdjieff, soprattutto per quanto attiene alle tecniche e modalità degli esercizi spirituali. In particolare ha ereditato dall’insegnamento di Gurdjieff la pratica del cosiddetto «rappel», che consiste nel sospendere il lavoro e qualsiasi tipo di occupazione allo scoccare di ogni ora, assumendo, in piedi, la posizione eretta, respirando a fondo con calma e tentando di fare mentalmente il vuoto, per distaccarsi, prendere le distanze dalla contingenza, rientrare nel più profondo di sé.
[50] Ne L’Arca aveva una vigna per vela Lanza del Vasto ha confessato in certo qual modo i suoi trascorsi con Anci, occultandone tuttavia l’identità e ribattezzandola «Mutsy». Il compagno benemerito dell’Arca che, nel 1998, ha licenziato alla stampa una particolareggiata biografia del fondatore dell’Arca non ha creduto, per pudore o malintesa lealtà, di dover sollevare un velo ormai tanto più inutile in quanto la protagonista è deceduta anni fa per un tumore: vd. A. de Mareuil, Lanza del Vasto. Sa vie, son oeuvre, son message, Dangles, s.l. 1998, cap. VIII, pp. 183 sgg.
[51] Come già accennato l’autore del presente contributo e sua sorella sono figli di Lorenzo e nipoti di Lanza del Vasto. Vd. nota n. 30.
[52] In Lanza del Vasto, Chansonnier populaire, Seuil, s.l. 1947, n. 22.
[53] In prossimità di Lodève, nello Hérault.
* * *
Lanza del Vasto, oggi. [1]
Un problema, con gli uomini illustri, è che facilmente a posteriori vengono trasformati in monumenti inerti: un nome, un simbolo, un’occasione per celebrazioni formali fini a se stesse. Sostanzialmente si trascura, si dimentica ciò che questi personaggi hanno concretamente fatto e detto. Insomma li collochiamo su un piedistallo, ma cessiamo di interessarci effettivamente a loro. Non sono per noi interlocutori vivi.
Vorrei ricordare che il vostro concittadino Lanza del Vasto nasce alla cultura attiva come poeta, negli anni Venti del ventesimo secolo. I suoi primi versi pubblicati, in francese ed italiano, sono liberi, basati su serrati giochi di sonorità, squarci icastici, acutezze intellettuali[2]. Formalmente, tuttavia, egli non tarda a convertirsi alla metrica regolare e alla rima. Nel 1942, in piena guerra, dà alle stampe a Marsiglia la raccolta intitolata Le chiffre des choses che contiene pezzi scritti – anche questi – sin dalla prima gioventù e che ripubblicherà aumentandola nel 1953 e nel 1972[3]. Questa raccolta è fondamentale non solo in quanto contiene quasi tutta la poesia più valida di Lanza, ma inoltre perché (si pensi allo stesso titolo dell’opera) illustra la genesi del pensiero dell’autore, le radici poetiche della sua filosofia. Certo, avvicinarsi a questi testi non è dato a chi non conosca bene il francese ed è una perdita sicura il non poterne fruire. Particolarmente interessante, da un punto di vista critico e di comprensione o ricostruzione del personaggio, è il constatare come queste liriche, pur in una costante tensione verso l’ideale perfezione formale, non la raggiungano di fatto mai, ma rimangano costantemente imperfette e – si potrebbe sostenere – zoppicanti. Ricordo comunque che, dopo essere stato festosamente accolto a San Vito nel 1972, l’autore pubblica tra l’altro due anni prima della morte una serie di piccoli pezzi rimati in italiano, di varia epoca, presso la Jaca Book[4]. Sono componimenti minori, accessori e purtroppo guastati da qualche goffaggine di lingua e da refusi tipografici; ma tutt’altro che scevri di contenuti vibranti e anch’essi esemplificativi della concezione lanziana dell’opera d’arte come prisma, gioiello, diamante.
Quantunque spesso ribadito, è ineludibile a questo proposito il riferimento all’aneddoto del mondo che subitamente al fanciullo Giuseppe Giovanni si rivelava a San Vito, nel gelo dell’inverno, come un grande conglomerato di cristalli le cui faccette si rinviino a vicenda la luce, proiettando linee di congiunzione all’infinito e nel contempo tramutando l’intero scenario apparentemente sconclusionato della supposta realtà terrena in un sistema di strutturale perfezione[5].
Questo richiamo ci offre il destro per affrontare un altro tema, assai più raramente trattato e a mio avviso rilevante: quello del Lanza artista figurativo, disegnatore e soprattutto incisore in legno, in avorio, in metalli preziosi, creatore di oggetti d’arte. Il disegno di Lanza è lineare, armonico, poco sensibile al volume e alla profondità. Il giovane ha avuto, a Pisa e a Firenze, due guide, due mentori in fatto di disegno, se non proprio due maestri: Giovanni Acquaviva[6] e soprattutto, nel 1926, Giovanni Costetti[7]. Ma le sue realizzazioni più compiute nel settore figurativo sono i manufatti d’arte: medaglioni, anelli, pomi di bastoni da passeggio e simili, oltre a qualche scultura. In questa produzione Lanza approda a soluzioni estetiche originali che lo allontanano dagli artisti anzidetti. Notiamo come nei lavori e lavoretti in questione ricorrano sistematicamente motivi stilizzati, per lo più tratti dalla natura e nel contempo simbolici, cifrati. Notiamo come anche questa creazione di oggetti, che si vogliono contemporaneamente belli e d’uso corrente, sia di nuovo fondamentalmente sottesa da un’esigenza di perfezione formale. Da un lato, quest’arte sembra ricollegarsi idealmente ai principi generali della stessa scuola poetica francese del Parnasse (Théophile Gautier, Lecomte de Lisle, Hérédia) cui spesso Lanza si è richiamato in letteratura[8]. Più concreto e immediato risulta, però, l’aggancio agli stilemi formali dell’Art Nouveau, del Jugendstil o Liberty, seppure applicati ad un programma concettuale neoromanico che soprattutto richiama alla mente, in più radicale e più severo, le opzioni dei pittori cosiddetti Nazareni e Preraffaelliti. La nostalgia estetica per un’antica era presunta aurea, anteriore agli sviluppi barocchi e moderni, è una delle componenti della sensibilità dell’Ottocento e del primo Novecento ed emerge quale dato preminente, appunto, in alcune scuole di pittura europee occidentali e nordiche. Sotto tale profilo si evidenzia – direi – una dimensione dell’indole profonda del figlio di una belga fiamminga, che non è mai stata adeguatamente sottolineata. D’altro lato, cogliamo la dimensione manuale e artigianale di questa particolare creazione artistica avviata sin dai primi anni Trenta.
Collateralmente andrebbe preso in esame il Lanza del Vasto drammaturgo in versi liberi[9] e il Lanza del Vasto musico, adattatore di vecchi canti popolari e creatore di canzoni in stile altrettanto arcaico[10]. Ritroveremmo in questi ambiti di attività relativamente accessori o secondari le medesime caratteristiche già messe in luce. Ma mi preme passare a riflettere principalmente sul Lanza del Vasto pensatore, maestro di vita e apostolo della non violenza.
Nel 1920 Giuseppe Giovanni Lanza si iscrive a Firenze a un corso di studi superiori di filosofia e da allora comincia a costruire il suo pensiero, per la verità in fermento sin dagli anni del liceo, o perfino dell’infanzia. Le discussioni filosofiche in senso lato, gli interrogativi sulle realtà ultime, sulla struttura del reale, sono sempre stati all’ordine del giorno nel fitto e ininterrotto scambio di vedute con il fratello secondogenito Lorenzo, mio padre. L’insegnamento universitario si ricollega ampiamente all’idealismo tedesco, a Kant e Hegel. Lo schema delle strutture ternarie (tesi, antitesi, sintesi), tanto fondamentale nello svolgimento delle speculazioni di quella scuola, avvince e quasi ossessiona il giovane, che tuttavia ne ritrova le tracce e le fonti in correnti di pensiero ben più antiche. I tedeschi spaccano i capelli in quattro in opere quanto mai ponderose, uscendo però dal seminato e prendendo sistematicamente lucciole per lanterne. Le loro triangolazioni ideali sono imbastite in modo arbitrario e contestabile, o incompleto[11].
L’intuizione prima da cui muove il pensiero di Lanza è quella stessa su cui si imperniano la sua sensibilità e la sua estetica e cui abbiamo già accennato. La realtà, che ci appare confusa, casuale e disperante, è invece sottesa da una trama di relazioni che la invera e la redime. Dietro l’apparenza si cela un mondo di sostanze che, elevandosi di livello in livello, culmina in Dio. Sarebbe una concezione sostanzialmente platonica o, meglio, pitagorica, se su di essa non venisse ad innestarsi prepotentemente la rivelazione, ossia l’apporto teologico ed etico della religione. Qual è questo apporto? È molteplice, ma soffermiamoci a considerarne un pilastro teologico di assoluta importanza: la dottrina del peccato originale.
Il peccato originale consiste nell’aver mangiato una mela proibita o, meno allegoricamente, nell’aver fatto all’amore, fornicato? Queste sono interpretazioni di bassa lega, speculazioni popolari, o meglio dozzinali. Nella Scrittura Lanza legge che Eva e Adamo, su istigazione del serpente, hanno mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Si tratta poi di un falso passo in cui siano incappati una tantum i soli nostri progenitori? Niente affatto. Come umanità, torniamo a commettere questo peccato ad ogni istante, ognuno di noi torna costantemente a rinnovarlo, a prolungarlo nel tempo in quanto ci è connaturato. L’uomo vive nel peccato originale come i pesci vivono nell’acqua[12].
I peccati di cui i cattolici osservanti si accusano nel confessionale o quelli per lo più sottaciuti, cosiddetti atti impuri, bugie, maldicenze, dispetti, slealtà, truffe, furti qualificati e persino – forse – gli assassini, sono quisquilie suscettibili di compensazione e di perdono. Gesù veniva accusato di indulgenza nei confronti di peccatori comuni e reietti e si mostrava invece di una sorprendente severità con i giusti, i puri, le gerarchie della vita religiosa e della vita pubblica civile. Inveiva contro i farisei e i sommi sacerdoti. Perché? Perché il solo peccato che condanna senza scampo l’umanità è il peccato originale: l’abbandono della conoscenza come pura estasi e la scelta del suo sfruttamento utilitaristico, il distinguere il bene dal male onde rifare il mondo, attirare a sé il primo, accaparrarlo, e allontanare il secondo. Questo orientamento di fondo, connaturato all’uomo e pertanto spontaneo e inconsapevole del male che veicolerebbe, è attuato, esemplificato, impersonato in tutta la sua radicalità, non dagli uomini cattivi, bensì proprio dai presunti buoni. Da coloro che governano, gestiscono la cosa pubblica e amministrano la giustizia.
L’uomo non è in grado di lottare contro questo destino di sventura perché gli è connaturato e la sua salvezza dipende dalla grazia di Dio. Donde la necessità logica della conversione, da intendersi come abbandono delle illusioni ideologiche, dell’ottimismo sociale e politico vacuo, del mito suicida del Progresso. Abbandono della confusione e del disordine umano in cui si vive nelle città. Accantonamento delle necessità artificiali. Ritorno ai dati semplici della vita, ai bisogni elementari da soddisfare con il minor dispendio di mezzi, con la minore vessazione possibile di chi ci sta intorno, con il coraggio di affrontare le fatiche e i sacrifici che ci spettano. E liberazione di spazi massimi di tempo e di energia per la riflessione, la contemplazione, gli esercizi spirituali, i riti e la preghiera. A queste istanze si connettono il principio della vita in comunità umane ristrette, disciplinate e autosufficienti, quello della produzione diretta dei beni di consumo e della rinuncia ai beni che non siamo in grado di produrre da noi, quello della messa al bando degli strumenti e mezzi tecnologici, dell’energia elettrica, dei motori, dei sussidi chimici all’agricoltura, quello dell’alimentazione vegetariana.
La violenza è l’espressione più diretta e brutale del peccato. In essa la nostra ambizione di appropriarci in via privilegiata o esclusiva di ogni bene si esprime apertamente, quantunque vi siano anche forme di una violenza poco esplicita, meno plateale, sofisticata: quella del lupo che si traveste da pecora. L’uomo che si converte, nel senso voluto da Lanza, rinuncia in intenzione e quanto più possibile ad ogni forma di prevaricazione e violenza, è programmaticamente e per prima cosa un non violento. Non violento nei confronti degli altri e di se stesso, nei confronti della natura, dell’ambiente, del mondo vegetale e animale.
Man mano che passiamo in rassegna questi aspetti dell’opera e della personalità di Lanza del Vasto certamente non possiamo non avvertire che molti elementi di differenza si frappongano tra lui e noi, tra lui e ciascuno di noi. La sua vita ci appare come eminentemente particolare, mentre la nostra è una vita ordinaria. Le sue doti di artista possono sollecitare la nostra curiosità, semmai anche la nostra ammirazione, ma lo pongono ad un livello culturale che pure lo separa assolutamente da noi. Il suo pensiero, il suo insegnamento di cui sentiamo parlare, può stupirci e anche avvincerci o esercitare su di noi una certa attrattiva, ma ci sembra si dispieghi in un mondo che non è il nostro. Teniamo presente, tuttavia, che nel «nostro» mondo cinquant’anni fa non si parlava affatto, ad esempio, di ecologia, mancava qualsiasi traccia di igiene ambientale e di una politica dell’ambiente e che l’agricoltura biologica ha cominciato a svilupparsi solo negli ultimi decenni. Negli anni Cinquanta del XX secolo l’ecumenismo non aveva spazio nella chiesa cattolica romana e tanto meno il dialogo aperto con le religioni non cristiane. Negli stessi anni Cinquanta erano ancora di là da venire, in Francia come in Italia, i provvedimenti di legge che riconoscono il diritto all’obiezione di coscienza in sede di servizio militare armato. La condanna ex cathedra della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali da parte della chiesa cattolica non riflette, come qualcuno potrebbe credere, una presa di posizione secolare, bensì figura per la prima volta nell’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, che è stata emanata a margine del concilio Vaticano II nel 1963, anche a seguito di un digiuno romano di quaranta giorni di Lanza del Vasto. Oggi un pacifismo, certo di una natura diversa da quella della non violenza gandhiana e lanziana, è tuttavia assai diffuso nel mondo e in particolare in Europa come lo hanno evidenziato le massicce dimostrazioni a monte dell’attacco militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, coadiuvati dal Regno Unito e dalla Spagna.
Stiamo dunque parlando di una serie esemplificativa di problemi e realtà, di evoluzioni ben presenti in seno alle società in cui viviamo, che incidono sul nostro mondo e spesso, in vario modo, vengono a stanarci dai nostri nidi protetti, dalle nostre nicchie di vita privata; ci interpellano, ci coinvolgono, esigono da noi scelte di programma e d’azione. Insomma, se crediamo di poter fare a meno di Lanza del Vasto, è lui – forse – che ci insegue senza che ce ne rendiamo conto e viene a destarci dal nostro torpore. Da qui, dato appunto che si tratta per nascita di un vostro compaesano, il mio invito a darvi da fare ancor più di quanto meritoriamente vi sia capitato finora, a mobilitarvi per conoscerlo meglio. E ciò significa documentarvi in modo più completo e rigoroso, acquisendo carte e libri, se possibile manufatti lavorati, disegni che lo riguardino. Leggere le sue opere. Promuovere la pubblicazione di opere e articoli che a lui si riferiscano direttamente o indirettamente, come – se possibile – di nuove e migliori traduzioni di suoi libri. Riflettere costantemente su quanto da lui sostenuto e annunciato, non per essere necessariamente d’accordo con lui, non per dargli necessariamente ragione; ma sicuramente per ricavare dai suoi insegnamenti, di volta in volta, quanto vi parrà convenire al caso vostro e, se non altro, utili raccomandazioni di saggezza, prudenza, umanità.
[1] Intervento orale pronunciato a San Vito dei Normanni (BR) il 15 aprile 2004 in occasione della presentazione al pubblico di un esemplare bronzeo di testa di Lanza del Vasto realizzata in gesso da Marino Marini nel 1926 o 1927. L'opera è stata donata in lascito testamentario dal medesimo Lanza del Vasto alla Biblioteca civica della sua città natale. Il pezzo, sotto forma di articolo, è stato poi pubblicato nel periodico locale «il Punto» in due puntate: giugno e luglio 2004.
[2] G.G. Lanza, Ballades libres aux dames du temps présent, Paris 1923 e soprattutto Lanza del Vasto, Conquiste di vento, Firenze 1927.
[3] Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, Édition corrigée et augmentée de pièces nouvelles avec le commentaire de Luc Dietrich et les cantilènes, Denoël, Paris 1972.
[4] Id., Il canzoniere del peregrin d’amore, Jaca Book, Milano 1979.
[5] Id., Enfances d’une pensée, Denoël, Paris 1970, pp. 18 e 19; e Le Viatique I, Éd. du Rocher, Monaco 1991, p. 20.
[6] Nato a Marciano Marina (Elba) da padre pugliese il 30 ottobre 1900, morto a Milano nel 1971.
[7] Nato a Reggio Emilia nel 1874 e deceduto a Settignano di Firenze nel 1949.
[8] Una nota raccolta di poesie di Théophile Gautier del 1852 si intitolava Émaux et camées (= smalti e cammei), ed è un titolo che implica tutto un programma.
[9] Lanza del Vasto, La marche des Rois, Robert Laffont, Marseille 1944; poi La Passion, Grasset, Paris 1951; e il «dramma antidiluviano» Noé, Denoël, Paris 1965.
[10] In particolare in Id., Chansonnier populaire, Seuil, Paris 1947; e La fileuse à la rose, Presses de l’Ile de France, Paris 1968.
[11] Abbondanti tracce degli studi giovanili di filosofia e delle speculazioni ternarie del nostro, ancora in Id., La Trinité spirituelle, Denoël, Paris 1971.
[12] Vd. principalmente Du péché originel e capp. sgg. in Lanza del Vasto, Les quatre fléaux, Denoël, Paris 1959, pp. 13 sgg.
* * *
Contributo all’individuazione delle fonti libresche del pensiero di Lanza del Vasto. [1]
Nello studiare il pensiero di Lanza del Vasto si incontrano due principali difficoltà. Da un lato esso non è esposto in maniera sistematica[2], bensì a frammenti in opere varie di prevalente impronta didascalico-divulgativa, il che significa che va ricostruito nella sua organicità. D’altro lato si pone il problema non secondario delle fonti.
Sebbene tanto il personaggio quanto il suo pensiero, sulle prime, impressionino per un altissimo grado di anticonformismo e originalità, ad un più attento esame ci accorgiamo che nessuna, o quasi nessuna, delle sue tesi è fondamentalmente nuova. Ricordiamoci d’altronde che Lanza stesso respingeva con piglio deciso qualsiasi attestazione di originalità a suo beneficio, considerando ogni pretesa o aspirazione alla singolarità come uno sciocco vezzo del nostro tempo decadente e argomentando che la ricerca dell’oggettiva verità, la quale è una, non può che condurre a ricalcare le orme già stampate da una secolare catena di maestri.
Per altro verso il poeta filosofo non è certo stato prodigo di dettagli, né tanto meno esaustivo, nel rivelare le sue fonti, e qualche indicazione da lui data in materia risulta addirittura fuorviante[3]. Uno dei compiti preliminari dello studioso del pensiero di Lanza è pertanto di inventariare le sue effettive fonti, accertabili o probabili, a cominciare – certo – da quelle da lui citate e da quelle chiaramente ricavabili per induzione dai suoi stessi scritti, ma a proseguire poi anche con quelle, sia pur accessorie o minori, identificabili mediante qualsiasi altro tipo ragionevole d’indagine.
Mi propongo qui di recare un modesto contributo a tale messa a punto propedeutica, passando in rassegna le opere che hanno fatto parte della biblioteca della madre e, più tardi, di quella del fratello Lorenzo e che ancora si conservano in famiglia[4]. In maniera più dettagliata mi soffermerò su un nucleo di alcuni volumi che sono certamente appartenuti in gioventù allo stesso Lanza del Vasto, o che per lo meno sono stati da lui attentamente letti e studiati.
Della raccolta riunita da Anne-Marie Nauts[5] rimane sui ripiani della nostra libreria odierna un discreto numero di volumi, rispondenti a un programma di acquisti coerente, che costituiscono uno scampolo della letteratura amena francese (poesia, teatro, narrativa, romanzi) principalmente dell’Ottocento. Autori particolarmente ben rappresentati sono Lamartine, Victor Hugo, Musset, Leconte de Lisle e Balzac. Non manca però la Madame Bovary di Flaubert. Oltre poi a classici greci e latini in traduzioni francesi ottocentesche, vi sono la Correspondance di Flaubert, i Mémoires di Hector Berlioz, il Voyage en Italie di Taine e il settecentesco Gil Blas de Santillane del Le Sage.
Alla libreria di Lorenzo, più credibilmente, vanno assegnati un’edizione parigina non datata de Les liaisons dangereuses del Laclos e un S. Freud, Psychologie collective et analyse du moi, Paris 1924. Un Vocabolario della lingua italiana compilato da Pietro Fanfani per uso delle scuole, Successori Le Monnier, 4a ediz. riveduta ed ampliata, Firenze 1905, e un Candido Ghiotti, Nuovo vocabolario comparativo delle lingue italiana e francese, Parte prima: italiano-francese, Torino 1910, sono stati fatti rilegare da mio padre, l’uno in cartone e pelle, l’altro in tela e pelle, negli anni Trenta[6]. È probabile che del primo si siano ampiamente avvalsi ambedue gli affiatati fratelli sin dagli anni Venti. Un’edizione Hoepli, Milano 1903, della dantesca Divina Commedia [7] è appartenuta a Lorenzo o a Peppino[8], mentre un Guido Gozzano, I primi e gli ultimi colloqui, Fratelli Treves, Milano 1925, era di pertinenza, più che di Lorenzo, di sua moglie Lidia[9].
Della biblioteca di Lorenzo facevano parte altresì con certezza alcune pubblicazioni italiane che, da un lato, ci richiamano allo spiccato interesse di costui per le arti visive e ai suoi legami con numerosi artisti e, dall’altro, dimostrano la sua particolare curiosità nei confronti di determinate figure storiche: L. Viani, Le chiavi nel pozzo, Vallecchi, Firenze 1935; un Giornale di bordo di Cristoforo Colombo edito da Bompiani (Milano), un Leonardo, omo sanza lettere stampato da Sansoni (Firenze), un Piero Bargellini, Città di pittori, Vallecchi, tutti e tre del 1939; inoltre, di Alberto Savinio, l’Achille innamorato in edizione Vallecchi del 1938 con dedica autografa dell’autore sulla guardia, nonché la Tragedia dell’infanzia in edizione Sansoni, 1946. Del 1930, 1938 e 1939 sono poi i tre grossi volumi di un’edizione de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori del Vasari editi da Sonzogno, Milano[10]. Va aggiunto un libretto meno anodino: P. Vulliaud, La pensée ésotérique de Léonard de Vinci, Bernard Grasset, 2me éd., Paris 1910, cui ricollegherei l’intrigante Matila G. Ghyka, Le nombre d’or. Rites et rythmes pytagoriciens dans le développement de la civilisation occidentale, t. I: Les rythmes, con lettera introduttiva di Paul Valéry, Gallimard, Paris 1935, vertente sulla sezione aurea quale intrinseca cifra del creato e che, se fa subito pensare all’adesione del fratello secondogenito alla massoneria negli anni Quaranta[11], forse, per altro verso, non è senza addentellati con i topoi lanziani del mondo come aggregato di cristalli e delle strutture o corrispondenze soggiacenti all’apparenza fenomenica, né con l’insistente attenzione di Lanza del Vasto ai simboli numerici e con lo stesso titolo della sua raccolta poetica francese: Le chiffre des choses[12]. Vanno infine segnalate tre opere relative a santi: un volume di Lettere di santa Caterina da Siena con note del Tommaseo del 1922 (Siena), una raccolta di prediche di san Bernardino da Siena andata perduta, un S. Juan de la Cruz, Paginas escogidas, del 1940 (Barcellona).
Esaminiamo il comparto delle pubblicazioni giovanili, minori o marginali, dei due fratelli.
Per quanto riguarda Lanza del Vasto, segnaliamo un raro esemplare di G.G. Lanza, Ballades libres aux dames du temps présent, Fast, Paris 1922, con indicazioni in copertina di mano dell’autore e su recto e verso della guardia una dedica manoscritta al fratello cadetto Angelo Carlo sotto forma di poesia in sei strofe intitolata Invectives à la lune. Il componimento figurerà ne Le chiffre des choses in versioni alquanto modificate e, nel 1942, maggiorato di una strofa[13]. Tanto di Conquiste di vento quanto di Fantasia notturna, ambedue edite da Vallecchi, Firenze 1927, e che sono le prime pubblicazioni in cui compare lo pseudonimo «Lanza del Vasto», conserviamo nella biblioteca di famiglia due esemplari. Uno degli esemplari delle Conquiste di vento, rilegato in tela e pelle, reca all’interno una dedica manoscritta «al fratello lontano», il che ci induce a congetturare che sia stato spedito a Lorenzo allorché questi, partito alla volta della Colombia e del Venezuela nel 1926, si trovava ancora in America latina[14].
Di Lorenzo Ercole figurano nel fondo di famiglia, in più esemplari, le tre raccolte di poesie: Guirlandes, Milan 1931, in francese; Cuor d’acqua, La Prora, Milano 1939; e Mareggiata, Roma 1956, in italiano. Ma di questi va ricordato anche un opuscolo intitolato Siena e Caterina, Siena 1940, che si ricollega in certo senso al volume di Lettere della santa del 1922 già citato e del quale cento esemplari fuori commercio di grande formato su carta Fabriano comportano una riproduzione in bianco e nero di una bella Visione di Siena cubistico-magica di Giovanni Acquaviva[15]. Inoltre, giova accennare a una Vita immaginaria di Barna da Siena dattiloscritta (37 pp.)[16], non datata ma ascrivibile agli anni senesi (tra il 1934 e il 1943), e a un articolo apparso su «La Nazione» il 14 gennaio 1937 dal titolo La pittura del Rinascimento: i così detti primitivi. Tali scritti costituiscono testimonianze dirette del già segnalato interesse per le arti figurative, con particolare riferimento alla pittura senese del Due e Trecento[17]. Altre tracce della contiguità di Lorenzo al mondo, invece, delle arti contemporanee sono la prefazione di Giorgio De Chirico a Mareggiata e, nel volume stesso, le dediche a figure quali Carlo Carrà, Giovanni Acquaviva, Alberto Savinio[18].
Quanto alle pubblicazioni di opere della maturità di Lanza del Vasto anteriori agli anni Cinquanta, figurano in biblioteca il Giuda Iscariota edito da Laterza nel 1938 (con dedica autografa a Lidia); Le vitrail, Alger 1941 (con dedica a Lorenzo e Lidia); il n. 5 della prima annata del periodico «Pyrénées» con Aa. Vv., Le poète Lanza del Vasto, Toulouse 1942; Le chiffre des choses nell’edizione originale del 1942; Choix de Lanza del Vasto, Seuil, s.l. 1944; Principes et préceptes du retour à l’évidence, Denoël, Paris 1945, con dedica autografa così formulata: «Romps-toi au difficile exercice de l’immobilité. A Lorenzo son plus que frère»[19]; La baronne de Carins, Seuil, s.l. 1946, con la dedica: «A Lorenzo e a Lydia questo canto della nostra terra e del nostro sangue. Natale 1946». Aggiungiamo una 14ma edizione Denoël de L’apprentissage de la ville di Luc Dietrich, grande amico e in certo senso discepolo di Lanza del Vasto, del 1942, con dedica autografa a Lorenzo[20].
Tornando ad occuparci del fondo libri in generale, constatiamo che è arduo stabilire l’effettiva provenienza originaria di un Moralistes anciens [..] traduits du grec, edito da Lefèvre, Paris 1841, il quale potrebbe avere avuto posto già nella biblioteca materna, come pure un’edizione del 1917 de Le génie latin di Anatole France. Invece, A. Rivaud, Les grands courants de la pensée antique, Armand Colin, Paris 1929, rappresenta presumibilmente un acquisto della giovane generazione ed è stato copiosamente annotato in margine, a matita, da Lanza del Vasto. Si tratta di un piccolo compendio di storia della filosofia greca.
Appare probabile che spettassero a Lanza del Vasto, più che a Lorenzo, due edizioncine di testi tradotti in francese di Rainer Maria Rilke: Les cahiers de Malte Laurids Brigge, Stock, Paris 1923, e La chanson d’amour et de mort du cornette Christoph Rilke, Kra, 4me éd, Paris 1927; come pure un princesse de La Tour et Taxis, Souvenirs sur Rainer Maria Rilke, publiés par Maurice Betz, Émile-Paul frères, Paris 1936. In proposito giova ricordare che Lanza del Vasto ha collaborato negli anni Trenta ad una traduzione in francese di poesie di Rilke, ufficialmente curata e pubblicata dalla pittrice Lou Albert-Lasard[21]. A un’edizione di un certo pregio di Émile Verhaeren, Les villes tentaculaires, précédées des Campagnes hallucinées, Mercure de France, Paris 1922, Lanza del Vasto doveva poi alquanto tenere, dato che ha confezionato per proteggerla una sovraccoperta di carta bianca su cui ha segnato in grande, a penna e inchiostro viola, nome dell’autore e titoli. In tema di raccolte poetiche troviamo infine sempre nella biblioteca di Lorenzo una splendida piccola selezione di sonetti di Ronsard, preceduti da una nota biografica di Barbey d’Aurevilly, stampata a Parigi a due colori nel 1918.
Particolare attenzione merita la presenza nell’ex raccolta di Lorenzo di due opere di Jean Baruzi dedicate a san Giovanni della Croce: un Aphorismes de Saint Jean de la Croix, Bordeaux-Paris 1924, e un assai più voluminoso Saint Jean de la Croix et le problème de l’expérience mystique, Félix Alcan, 2me éd., Paris 1931. Nella pagina di guardia la prima di tali pubblicazioni reca una dedica autografa dell’autore «A G.G. et Lorenzo Lanza di Trabia»[22]. Una sovraccoperta appositamente preparata da Lanza del Vasto con estremi a inchiostro viola sulla faccia anteriore riveste anche un S. Agostino, Il «De Trinitate», vol. 2°, pubblicato a Firenze senza data, ma presumibilmente degli anni 1920. All’interno, oltre a sottolineature e note abbreviate al testo, rintracciamo tre schizzi abbozzati a matita e a penna di simboli (geometrici) trinitari[23]. Annotazioni di Lanza del Vasto compaiono altresì in un Jacques Maritain, Trois réformateurs: Luther, Descartes, Rousseau, Plon-Nourrit et C.ie, Paris 1925. Sotto il titolo della prima parte, dedicata a Lutero, il futuro fondatore di comuni ha scritto a matita: «Il est étrange que Luther soit tellement plus médiéval que Thomas d’Aquin» [24]. Nella pagina bianca a fronte della parte posteriore della copertina reperiamo una breve nota bibliografica che riproduco conservandone la punteggiatura e le abbreviazioni anomale:
«Charles Maurras: Romantisme et révolution
Défense de l’Occident par Henri Massis
Jac. Maritain
S. Thomas d’Aquin
apôtre des temps mod.
<Revue des Jeunes>
Seillère. Le péril mystiq ds l’inspiration des démocr. cont.
Les orig. romanesq de la mor. et polit. Romantiq
Ch. Maurras
Antinea
L’avenir de l’Intelligence.»
Soffermiamoci ora su un’altra presenza stimolante, quella del volume: Gina Lombroso, Le tragedie del progresso. Origine, ostacoli, trionfi, sconquassi del macchinismo, Fratelli Bocca, Torino 1930. Alcune pagine presentano evidenziazioni a matita nei margini. Cito due dei passi così selezionati:
«Sprezzo degli intellettuali.
Potrebbe ancora una piccola élite reagire a questo andazzo generale. Possono esserci ancora, anzi ci sono ancora degli intellettuali nati, disposti a rinunciare a tutti gli allettamenti del mondo moderno per raccogliersi nel silenzio e nella solitudine per pensare a illuminare gli uomini del loro tempo. Ma questi non hanno alcun mezzo di farsi ascoltare, nessun pulpito da cui parlare. Nessun editore vuol stampare i loro libri – troppo lunghi –; nessun teatro recitare le loro commedie – troppo serie –; nessuna scuola udire la loro voce – troppo inquietante [..].» (p. 234)
e:
«Capaci di risolvere dei problemi tecnici che gli antichi avrebbero creduto impossibili agli Dei, non siamo più capaci di risolver piccoli problemi di politica che avrebbe saputo risolvere l’ultimo dei tribuni di Roma, piccoli problemi di educazione, di morale e di filosofia che avrebbe saputo risolvere l’ultimo dei pedagoghi di Atene.»
(p. 240)
Si tenga presente che Gina Lombroso e suo marito Guglielmo Ferrero hanno ospitato e aiutato Lanza del Vasto in Svizzera nell’autunno del 1939, poco dopo la dichiarazione della guerra[25]. Noto tra l’altro che nelle «recenti pubblicazioni» reclamizzate dall’editore in coda al volume figura un M. Nordau, Le menzogne convenzionali della nostra civiltà, alla 9a edizione.
Procediamo ora all’esame delle opere più strettamente rientranti nell’ambito della filosofia. Non vi sono tracce visibili di studio da parte di Lanza del Vasto in un N. Malebranche, De la recherche de la vérité, edito in 2 volumi da Garnier frères, Paris, nel 1910, né in un Les Essais de Montaigne, dato alle stampe da Ernest Flammarion, Paris, in 4 volumi tra il 1926 e il 1927. È invece qua e là sottolineato a matita, e probabilmente dal futuro scrittore, un Frédéric Nietzsche, Considérations inactuelles, 2me série: Schopenauer éducateur. Richard Wagner à Bayreuth, Mercure de France, Paris 1922.
Un discorso a parte meritano i saggi e trattati di Henri Bergson, da un lato, degli idealisti tedeschi e dei loro epigoni italiani, dall’altro.
Del Bergson abbiamo due volumi. Il volume de L’énergie spirituelle, Félix Alcan, 6me éd., Paris 1920, reca nella pagina di guardia la firma di Angelo Lanza, il che sembra rivelare curiosità filosofiche anche nel terzo fratello Lanza. Invece, nella pagina di guardia di Matière et mémoire. Essai sur la relation du corps à l’esprit, stesso editore, 16me éd., 1921, scopriamo in alto la firma «G.G. Lanza» a penna e inchiostro violetto e in basso, a inchiostro di china nero, un triangolo racchiudente un monte stilizzato in cima al quale si erge un cipresso e tre stelle asimmetricamente posizionate. Sotto la base del triangolo, è scritto a stampatello: «lanza*branciforte». Nel testo, diverse sottolineature e chiose a margine di non facile lettura in quanto in sede di pareggiatura delle pagine un rilegatore ha asportato, in anni recenti, qualche millimetro del bordo del foglio.
Anche di Emmanuele Kant, le opere da me ereditate sono due. Una Fondazione della metafisica dei costumi, edita in Pavia nel 1910, non presenta firme, sottolineature, né annotazioni di sorta. Viceversa, la Critica della ragion pura, tradotta da G. Gentile e G. Lombardo Radice, Laterza, 2a ediz. riveduta, parte I, Bari 1919, purtroppo mancante delle ultimissime pagine, è firmata «G.G. Lanza di Trabia» sul frontespizio, comporta non poche sottolineature e postille a matita e a penna nel testo e, soprattutto, ospita un diffuso commento dello studente pisano sul retro della copertina e sulle due facciate della guardia:
«Les principes sont en réalité des impératifs scientifiques.
L’expérience n’est pas comme dit Kant l’occasion dans laquelle les principes a priori se vérifient mais la cause concurrente de la formation des principes.
En vérité il n’y a que des formes et la matière est une forme de la forme, une manière de considérer la forme comme objet.
Satan est comme les chats. Il aime les maisons des hommes, le coin du feu, les coussins tièdes. Il regarde la vitre où se brisent les pluies. Là-bas, au jardin du monde il ne nous a pas suivis. Ce soulagement que nous sentions, c’était son absence. Ici dans la ville il jette derrière nous les paravents et le fait même de ne pas le voir rend sa présence plus inquiétante. C’est un félin domestique.
Hasard: ce qui a des causes mais non des fins.[26]
Rimangono da prendere in esame alcuni volumi da riferire ai due massimi seguaci italiani dell’idealismo tedesco.
Di Giovanni Gentile abbiamo un esemplare della Teoria generale dello spirito, Laterza, 3a ediz. riveduta, Bari 1920. Nel testo compaiono molte sottolineature e note polemiche di mano di Lanza del Vasto, a matita e ad inchiostro. Sulla guardia leggiamo, in basso, a inchiostro: «Pisa. Aprile 1925». In alto: «Il sofismo per arma, l’assurdo per scudo e il vuoto per bandiera… avanti, forza!… / G.G.L». Giova forse ricordare marginalmente che nel febbraio dello stesso 1925 il fratello Lorenzo, ivi qualificato come uno «studente alla R. Università di Pisa», aveva pubblicato un pamphlet dai toni accesi intitolato: Ciò che pensano gli studenti dell’Università e della riforma Gentile[28].
Quanto a Benedetto Croce, sono quattro le sue opere rappresentate: l’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale in una 4a ediz. riveduta della Laterza, del 1912; la Logica come scienza del concetto puro anch’essa in 4a ediz. riveduta della Laterza, ma del 1920; il Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia, Laterza 1913; la Teoria e storia della storiografia, Laterza, 2a ediz. riveduta, 1920. La prima e la quarta opera recano in alto sulla guardia la firma dello studente nelle rispettive versioni «G.G. Lanza-Branciforte» e «G.G. Lanza di Trabia». D’altro canto, le tre prime opere citate sono copiosamente annotate. Particolarmente abbondanti le note critiche a margine dell’Estetica, parte prima: Teoria, capitolo I intitolato L’intuizione e l’espressione. A conclusione dell’intera sezione troviamo la seguente breve postilla, di tono tra l’esclamativo e l’interrogativo: «Mah!.. / e il ritmo, cos’è il ritmo? / 1922». Sul retro della pagina di chiusura del volume, alcune succinte indicazioni bibliografiche:
«Lire sur l’esthétique
Schiller Brief [29]
Herbart [30]
Anslick (Du beau ds la musique, Paris 1877) [31]
G. Hogarth, Analysis of Beauty, Londra» [32]
La Logica è meno fittamente annotata, ma anche in essa i commenti spontanei, segnati a caldo, sono assai aspri. Tornano relativamente copiosi gli appunti e le sottolineature nel Saggio sullo Hegel, soprattutto nei primi capitoli. Laddove il Croce scrive (a p. 13) «ed è certo cattivo segno, quando una filosofia è in contrasto con la coscienza ingenua», Lanza intima a penna: «bada per te Croce!». Quando poi Croce afferma (a p. 20) che «la filosofia deve nascere dal seno della divina Poesia, matre pulchra filia pulchrior» Lanza sbarra la sentenza latina e segna a margine: «ouh!» [33]. Vi sono tuttavia anche passi che incontrano il plauso del giovane. Ad esempio, egli approva con un «bene» in margine le considerazioni relative all’atteggiamento ostile dello Hegel nei confronti della «astrattezza kantiana», del Sollen o dover essere: «Il destino di quel dover essere» è di venire a noia, come vengono a noia tutte le più belle parole (Giustizia, Virtù, Dovere, Moralità, Libertà, ecc.), quando restano mere parole, risonanti fragorosamente e sterilmente dove altri opera e non teme di macchiare la purezza dell’idea traducendola nel fatto» (p. 43). Anche gli Scritti vari in appendice a questo volume comportano qualche intervento della matita di Lanza. Tra questi reputo utile sottolineare la presenza di un Leonardo filosofo (pp. 213-240), dato che – come si è visto – altri scritti attinenti a questo personaggio figuravano nella biblioteca di Lorenzo; di tre saggi sul Vico (pp. 241-289); di un La “Metacritica” dello Hamann contro la critica kantiana, in cui trovo tra l’altro evidenziata con un doppio tratto marcato e una tipica croce lanziana la seguente frase: «La nostra ragione deve aspettare e sperare, - e voler esser serva e non legislatrice della natura» (p. 297); di un I “giudizi di valore” nella filosofia moderna (pp. 407-421). Complessivamente si ricava l’impressione che Lanza del Vasto, durante gli anni degli studi accademici, si sia iniziato alla filosofia tradizionale e tedesca forse soprattutto attraverso la mediazione del Croce, anche se poi non ha mai espresso particolare apprezzamento nei confronti di questo personaggio chiave, caro a molta parte della cultura italiana[34].
In conclusione, mi rendo conto che il deposito residuale di libri qui contemplato può dare un’idea solo parziale delle letture giovanili e meno giovanili di Lanza del Vasto. È noto, ad esempio, che a far sorgere nel nostro la prima ispirazione di un pellegrinaggio in India è stata la lettura in Francia, nel 1925, di un Mahatma Gandhi di Romain Rolland. Quanto ai testi più meditati dal Lanza maturo, indubbiamente essi sono da ravvisare nelle Sacre Scritture della tradizione cristiana e nei classici della patristica, che quasi non compaiono in queste pagine. Era d’altronde a priori scontato che potessero mancare nella presente recensione opere di riferimento tra le più fondamentali per il maestro di vita. Ciò nonostante ritengo che questo giro d’orizzonte circoscritto, ma ben concreto e affidabile, fornisca validi – e in parte nuovi – spunti di riflessione e approfondimento bibliografico e che esso andasse senz’altro intrapreso, anche in quanto il materiale librario e documentario da me descritto rischia in tempi brevi la dispersione e pertanto sarebbe potuto sfuggire in toto e per sempre a qualsiasi ricognizione.
[1] Articolo pubblicato in «Archivio Storico Pugliese», a. LVII – fasc. I-IV, gennaio-dicembre 2004, pp, 281-294.
[2] Se non – entro certi limiti – ne La Trinité spirituelle, Denoël, Paris 1971.
[3] Vd. in particolare nota n. 90.
[4] L’autore degli articoli contenuti nella presente raccolta, nato a Siena nel 1935, è figlio di Lorenzo Ercole Lanza.
[5] La madre di Lanza del Vasto.
[6] Una stampigliatura in seconda di copertina del Ghiotti reca: «Compagnie générale pour l’éclairage et le chauffage par le gaz. Société anonyme. Siège social: BRUXELLES – 34, rue Marie de Bourgogne». Se ne ricava che Lorenzo deve aver sottratto il vocabolario alla direzione della società belga allorché, nel 1932, ha trattato con essa l’acquisto dell’officina del gas di Siena da parte dell’industriale milanese Armando Simboli, che da lì a due anni sarebbe divenuto suo suocero.
[7] Commentata da G.A. Scartazzi, riveduta da G. Vandelli.
[8] Con tale ipocoristico, dalla madre e dai fratelli volentieri troncato in Pep, veniva esclusivamente designato in famiglia Lanza del Vasto.
[9] Lidia Simboli, nata a Milano il 24 luglio 1913, deceduta a Modena il 25 marzo 1991. Il matrimonio di Lorenzo e Lidia è stato celebrato in Sant’Ambrogio di Milano il 24 ottobre 1934.
[10] Questi editori italiani sono, gli uni di Milano, gli altri di Firenze. Ed è proprio nelle due città in parola che Lorenzo è vissuto negli anni Venti e Trenta, oltre che a Siena, non molto distante da Firenze.
[11] Adesione attestata da tre tessere degli anni 1945 e 1946, sottoscritte dal – credo controverso – Gran Commendatore Carlo de’ Cantellis, e da una sorta di carta d’identità vidimata nel 1948 in cui Lorenzo appare insignito di un 3°, 30° e infine 33° grado, con varie mansioni o dignità. Questi documenti sono conservati negli archivi della famiglia Lanza, presso l’autore del presente articolo.
[12] Robert Laffont, 2 voll., Marseille 1942. Poi Denoël, più edizz., e da ultimo 4a ediz. in vol. unico con commento di Luc Dietrich, Paris 1972.
[13] Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, ediz. Laffont cit., II, pp. 77 sgg; ediz. Denoël 1972, pp. 205 sg. Da notare che nell’edizione definitiva la poesia è datata: «Pise, 1923». La stesura manoscritta in discorso, sulla guardia dell’opuscolo fatto stampare a Parigi da Angelo a spese proprie, orienta piuttosto verso un’attribuzione delle Invectives all’anno 1922.
[14] Lorenzo Ercole, deluso tra l’altro dalla vendita della tenuta di Specchia di Mare in Puglia decisa dalla madre, era andato a cercare fortuna nel presunto Eldorado sudamericano. Il rimpatrio è presumibilmente avvenuto entro il 1927. La rilegatura, eseguita con gli stessi materiali di quella del Ghiotti, va datata agli anni Trenta inoltrati.
[15] L’opuscolo laudatorio è uscito in occasione delle feste cateriniane dell’aprile 1940.
[16] In archivio di famiglia, presso l’autore del presente articolo.
[17] Anche Lanza del Vasto si era cimentato a modo suo negli anni Venti o Trenta nel genere delle vite immaginarie di pittori. Un suo Andrea del Castagno, breve racconto rimasto in vita dell’autore inedito, è stato stampato in Francia nel 2000 a cura del compagno dell’Arca Arnaud de Mareuil, dall’editrice Éolienne, Paris.
[18] Per quanto concerne Savinio, scrittore ancor prima che pittore, ho segnalato la sua dedica autografa a Lorenzo nell’esemplare dell’Achille innamorato. Gli artisti e uomini di cultura dedicatari delle poesie riunite in Mareggiata non sono solo pittori. Si tratta anche di scrittori e poeti, come Massimo Bontempelli e Corrado Govoni, pensatori come Leone Vivante, musicisti come Alfredo Casella. I legami con gli ambienti culturali e artistici erano in origine comuni, cioè tanto di Giuseppe Giovanni quanto di Lorenzo Ercole, coinvolgendo anche Angelo Carlo. E, se la vocazione che si veniva man mano precisando ha presto spinto Lanza del Vasto a chiudersi in un suo mondo estetico proprio, l’atteggiamento di Lorenzo è sempre rimasto alquanto più aperto e i suoi contatti con artisti di varia disciplina e tendenza, soprattutto italiani, ne sono risultati maggiormente estesi e intensi. Accessoriamente ricordo che Lorenzo si è anche occupato di regia cinematografica negli anni Quaranta ed è stato aiuto regista di Rossellini in Roma, città aperta.
[19] Cioè: «Addestrati al difficile esercizio dell’immobilità. A Lorenzo, il suo più che fratello».
[20] Proprio nel 1942 Lanza del Vasto e Luc Dietrich hanno poi scritto insieme il Dialogue de l’amitié, uscito in quello stesso anno presso l’editore marsigliese Robert Laffont.
[21] Ho fornito alcune indicazioni relative a quest’artista e ai suoi rapporti con Lanza del Vasto nell’articolo Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma: Lanza del Vasto (1901-1981), ripreso alle pp. 10 sgg. di questo volume. Gli estremi della silloge in francese sono: R.M. Rilke, Poèmes, traduction de Lou Albert-Lasard, préface de Jean Cassou, Gallimard-NRF, Paris 1937. Tiratura a 97 esemplari fuori commercio e 1200 in libreria.
[22] I due volumi – il secondo dei quali oggetto di studio alle Décades di Pontigny del ’24 cui avevano partecipato Giuseppe Giovanni e Lorenzo Ercole Lanza – stanno a dimostrare che Lanza del Vasto conosceva la figura e gli scritti del santo spagnolo sin da diversi anni prima del pellegrinaggio del ‘37-‘38 in India, il che inficia l’aneddoto da taluni veicolato in base al quale un’esortazione rivoltagli da Gandhi a leggere tale autore cristiano lo avrebbe colto di sorpresa e fatto vergognare della propria impreparazione.
[23] A proposito di quest’opera mette conto ricordare che, stando a dichiarazioni pubblicate dallo stesso maestro di vita, l’acme della sua conversione intellettuale sarebbe coincisa con la lettura casuale, in un De Trinitate di san Tommaso d’Aquino, della sentenza: «Deus est relatio / Non autem relativa / Quia non mutabilis» (Le Viatique I, Éditions du Rocher, Monaco 1991, pp. 267 sg. Ma vd. anche A. de Mareuil, Lanza del Vasto. Sa vie, son oeuvre, son message, Dangles, St-Jean-de-Braye 1998, p. 39). Senonché, a parte la singolare struttura quasi versificata di questa presunta citazione, c’è da dire che nessuna formula comparabile figura né nei libri da 2 a 26 della Summa contra Gentiles, comunemente designati quali il De Trinitate dell’aquinate, né nella sua Expositio super Librum Boethii de Trinitate, né in alcun altro suo scritto, come è dato appurare consultando l’Index thomisticus: sancti Thomae Aquinatis operum omnium indices et concordantiae, a c. R. Busa S.J., 39 voll., Fromman/Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt 1974-80. Nell’edizione italiana parziale del celebre De Trinitate di sant’Agostino in discorso, abbondantemente compulsata da Lanza del Vasto, reperisco, evidenziato con un tratto, una croce lanziana e l’indicazione a margine «rapp.» , il seguente passo: «[..] benché l’essere del Padre e l’essere del Figlio siano diversi, tuttavia non è diversa la sostanza; e benché non si dice ciò secondo la sostanza, ma secondo la relazione, tuttavia non è accidentale, perché ciò che è relativo non è accidentale, perché non è mutabile» (Libro V, frase finale del cap. V. Nell’ediz. specifica a p. 11). Questa potrebbe essere, da un punto di vista formale, l’effettiva fonte del metro ternario attribuito a san Tommaso e dell’illuminazione lanziana. Il che sta ulteriormente a illustrare come gli ameni aneddoti circolanti in relazione a Lanza del Vasto e per lo più da lui stesso suggeriti non possano essere, da studiosi seri, semplicemente accettati e ribaditi tali e quali, ma abbisognino di puntuali verifiche. In latino il passo suona: «[..] quamvis diversum sit Patrem esse et Filium esse non est tamen diversa substantia: quia hoc non secundum substantiam dicuntur sed secundum relativum; quod tamen relativum non est accidens, quia non est mutabile» (V, v, 6). Ma la lettura scatenante a partire dalla quale nella memoria e con il passare del tempo Lanza ha ricostruito e, di fatto, inconsapevolmente e in assoluta buona fede coniato la formula latina, inserendovi termini/concetti effettivamente scolastici e tomisti quali relatio e relativus (agg.), può essere stata quella del brano sopra riportato in italiano.
[24] «Strano che Lutero sia tanto più medievale di Tommaso d’Aquino».
[25] In quel frangente gli stranieri reputati sospetti, e in particolare gli italiani, venivano fermati e internati in campi di sorveglianza. Era stato Luc Dietrich a consigliare a Lanza di rifugiarsi in Svizzera. Successivamente – e sin dal ’40 – lo scrittore è vissuto, durante gli anni di guerra, nella Francia meridionale in cui vigeva il regime filonazista di Vichy, ma che non era soggetta all’occupazione tedesca diretta.
[26] Da notare che gli ultimi due capoversi figurano in Le Viatique II, a cura di A. DE MAREUIL, Éditions du Rocher, Monaco 1991, p. 237.
[27] «I principi sono in realtà degli imperativi scientifici. / L’esperienza non è, come dice Kant, l’occasione in cui i principi a priori si verificano, ma la causa concomitante della formazione dei principi. / Secondo Kant l’esperienza dei sensi sarebbe meramente materiale, mentre il sistema a priori delle categorie e dei principi sarebbe formale. Ma non vi è luogo nello spirito in cui si presenti e si giustifichi questa separazione del materiale e del formale per facoltà, in virtù della quale una facoltà darebbe uno dei detti elementi, l’altra l’altro. Giacché, se così fosse, gli elementi recati dall’una e quelli recati dall’altra non si ricongiungerebbero mai e non potrebbero incidere l’uno sull’altro. I sensi hanno la loro materia che è la materia esterna allo spirito umano, l’intelletto ha la sua forma e ha come materia la forma sensibile, la ragione ha la sua forma e ha come materia le forme intellettive. / In verità vi sono solo forme e la materia è una forma della forma, un modo di considerare la forma quale oggetto. / Satana è come i gatti. Si trova bene nelle case degli uomini, accanto al focolare, sui tiepidi cuscini. Guarda i vetri su cui batte la pioggia. Laggiù, nel giardino del mondo, non ci è venuto dietro. Quel sollievo che provavamo era dovuto alla sua assenza. Qui nella città ci butta dietro dei paraventi e il non vederlo ci rende la sua presenza più inquietante. È un felino domestico. / Caso: ciò che ha delle cause, ma non dei fini. / Ogni principio è d’ordine etico e religioso. Pertanto la sua origine deve essere il principio dei principi, che è altresì l’oggetto della religione».
Ricordo accessoriamente che nel ’25 Giovanni Acquaviva, l’amico pittore tardofuturista che doveva poi divenire pretore a Savona, si era laureato a Pisa in Giurisprudenza con una tesi di filosofia del diritto sostanzialmente redatta da Giuseppe Giovanni Lanza. Titolo della tesi: Una concezione dell’etica e del diritto. In sede di discussione accademica, ai professori che chiedevano conto al giovane dell’assoluta mancanza di richiami al pensiero del maestro di Königsberg, il baldanzoso laureando aveva risposto: “Signori, tra Kant e me c’è una bella differenza!”
[28] L’operetta si conserva presso la Biblioteca Nazionale di Roma, ove è registrata con la sigla di riferimento: Misc. D. 75.43.
[29] Johann Christoph Friedrich Schiller, Briefe über die ästhetische Erziehung des Menschen, 1795.
[30] Johan Friedrich Herbart, Briefe über die Anwendung der Psychologie auf die Pädagogik, Göttingen 1833.
[31] In realtà: (Eduard) Hanslick, musicologo a suo tempo in polemica con Wagner e con Berlioz. Il titolo tedesco dell’opera, pubblicata a Lipsia nel 1854, è: Vom Musikalisch-Schönen.
[32] William Hogarth. L’opera risale al 1753.
[33] In italiano questa interiezione francese potrebbe equivalere a «ohimé!», oppure «ohi ohi!».
[34] «Non è una gran perdita per l’Italia», assicurava mio zio al giovinetto che allora ero, a pochi giorni dalla morte di Benedetto Croce, in piazza del Popolo, a Roma, durante una breve passeggiata.
* * *
Lanza del Vasto: iconografia relativa alla fase giovanile. [1]
Appare utile offrire al pubblico una ragionata rassegna iconografica di oggetti significativi e opere d’arte degli anni dai Venti ai Quaranta del XX secolo per la maggior parte appartenuti ai fratelli Giuseppe Giovanni, Lorenzo Ercole ed Angelo Carlo Lanza o al padre Luigi e rimasti in famiglia. Le opere d’arte, in particolare, ci presentano effigi del primo – in arte Lanza del Vasto – e dei famigliari interpretate da valenti artisti dell’epoca e, d’altro canto, ci rivelano modelli di stile che hanno in certa misura inciso sulla formazione del medesimo Lanza del Vasto quale artista figurativo, presentando talvolta schemi e motivi visivi rimasti impressi nella sua memoria e riaffiorati in sue realizzazioni anche tardive. Più in generale l’insieme di queste riproduzioni contribuisce oltretutto a chiarire in quale contesto di gusto figurativo abbia vissuto da giovane il noto e versatile maestro di vita e spiritualità.
Le figure nn. da 8 a 10 si riferiscono all’anteriorità, ossia riguardano gli avi e il genitore di Lanza del Vasto.
La fotografia ritratto del principe Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia e altri luoghi (Palermo, 20.06 1833 – Monaco di Baviera, 09.07 1868) è appartenuta presumibilmente a Louise Alexandre in Dentice, poi è stata fatta riprodurre e inserire in un portaritratti con cornice a tortiglione [fig. 8] e piede d’appoggio sul retro dal figlio Luigi. In prosieguo, Lanza del Vasto la ha tenuta in camera a Tournier, a La Chesnaie e a La Borie Noble. L’originale doveva essere degli anni Cinquanta dell’Ottocento [2], ma la carta [3] ci dimostra che abbiamo a che fare con una riproduzione posteriore, forse di inizio Novecento. Ritagliata in forma ovale, la foto è stata incollata sul verso di una cartolina postale. A tergo Lanza del Vasto ha annotato: «Giuseppe Lanza / Principe di Trabia e di sette altri principati / Duca di tre ducati / Grande di Spagna / Il nonno». Il permanere di questo lascito meramente simbolico, ma anche fortemente significativo di una continuità se non altro segretamente rivendicata, sulle mensole della cella fino alla morte la dice lunga quanto all’attaccamento alle radici familiari del fautore della rassegnazione ad un’umiltà imposta dalla ragione.

8. Foto ritratto del principe Giuseppe Lanza di Trabia,
nonno di Lanza del Vasto.
A Luigi Giuseppe Lanza è poi appartenuto il cofanetto in pelle (base: cm. 7,8 x 5,5; altezza: 3,5) della figura n. 9. Si notino i fregi in oro del coperchio bombato: le iniziali L.L. (Luigi Lanza) sovrastate da una corona comitale con nove punte e grosse perle visibili. A tale proposito, riflettiamo che Louise, la madre di Luigi, si fregiava grazie al matrimonio del titolo nobiliare di contessa di Massarenghi. Diseredato e respinto dalla famiglia paterna, Luigi, dopo la morte nel 1877 del tutore Calenge a Escoville [4] e ancor più concretamente dopo quella di Antonio Dentice di Massarenghi nel 1891[5], si appoggia affettivamente e materialmente alla madre, che gli dona terreni a San Vito dei Normanni (Brindisi) [6]. L’interno del cofanetto e il retro del portafotografie di cui si è detto sopra sono foderati con la stessa seta rosa venata. È pertanto da ritenere che i due oggetti siano stati confezionati pressoché in contemporanea e in uno stesso luogo, forse a Napoli e da un medesimo artigiano, negli anni 1890 o nei primi anni del XX secolo.

9. Cofanetto portaoggetti
appartenuto a Luigi Lanza.

10. Album d’epoca contenente il diario di Louise Dentice e, nelle
pagine finali, un manoscritto di parti del Viatique di Lanza del Vasto.


10 bis. Interno dell’album: sopra, diario manoscritto di Louise Dentice;
sotto, pagine del Viatique.
breve nota a matita: «Journal de Louise Dentice comtesse de Massarenghi, ma grand-mère. Ou les commérages de la cour de Naples. Malgré sa fermeture à clef le journal n’a rien de secret. Malgré sa fermeture à clef le journal n’a rien de secret. Elle ne souffle mot de son fils Louis, l’enfant caché»[8]. È un commento alquanto asciutto, palesemente risentito, che non adombra un’adeguata valutazione complessiva dello scritto di Louise Dentice, redatto in uno stile esemplarmente limpido e il quale comporta, a parte le annotazioni ripetitive e un po’ stucchevoli su vestiti e acconciature, ricevimenti, balli, spettacoli, incidenti mondani, anche cenni e giudizi non privi di un certo interesse su personaggi politici di primo e secondo piano dell’Italia di allora. A soli due-tre anni dalla proclamazione del regno d’Italia, Antonio Dentice, ex patriota in esilio, è vicegovernatore del palazzo reale di Napoli. Ha il suo appartamento nel palazzo di città e, l’estate, in quello di Capodimonte. La capitale del regno è ancora Torino. Ma Napoli, dal canto suo, è una metropoli assai più grande e l’importantissima subcapitale dell’estesa appendice meridionale conquistata a sorpresa da Garibaldi. Il giovanissimo principe ereditario Umberto di Savoia vi viene inviato per pacificare gli animi, attirare il più possibile su posizioni nazionali e liberali la nobiltà locale, prevalentemente conservatrice o scettica. Vari alti funzionari e generali piemontesi vi sono distaccati o la visitano. Louise vive nel cuore di questa società di vertice italiana in pieno fermento e i suoi appunti, già solo per questa ragione, meritano la pubblicazione[9].
Le figure nn. 11 e 12 presentano due oggetti d’arte creati da Lanza del Vasto negli anni Trenta. All’interno del bell’anello in argento massiccio [fig. 11] è incisa la data del matrimonio del fratello Lorenzo: 24. X. 1934. Si tratta di un dono di nozze. Sul piatto anteriore (cm. 1,5 x 2) figura lo stemma della famiglia Lanza, che però è realizzato a incavo e con il leone rampante rivolto alla propria sinistra, anziché a destra[10].
11. LANZA del VASTO: anello
sigillo
in argento massiccio, 1934.
Ciò ci fa comprendere che abbiamo a che fare, in realtà con un sigillo: infatti, l’immagine del leone impressa nella ceralacca torna a guardare – come vuole il canone araldico – a destra[11]. Lo stemma orna anche la parte superiore di un pomo di bastone da passeggio in avorio lavorato (diametro: cm. 4,5; altezza: cm. 1,7) [fig. 12]. Qui è in rilievo, con il leone correttamente posizionato, ma colpisce la barra in diagonale ascendente da destra a sinistra che attraversa la figura e che forse vuole indicare i natali spuri del padre, la discendenza anomala[12]. Sotto la base del pomo corre circolarmente la scritta «Lanza del Vasto per sé fece», che, dato l’uso dello pseudonimo apparso per la prima volta nelle Conquiste di vento edite da Vallecchi nel 1927, implica una datazione comunque non anteriore a tale anno. Con buona probabilità, il manufatto è da considerarsi degli anni Trenta.
12.
LANZA del VASTO: Pomo
di bastone da passeggio in avorio,
primi anni Trenta.
È da deplorare che in Italia siano approdati e rimasti forse solo questi due prototipi dell’artigianato d’arte lanziano, che non consentono d’impostare un valido esame critico di questo, pur assai interessante, campo di attività del personaggio. Una discreta raccolta di oggetti d’arte e sculture è oggi in possesso delle comuni dell’Arca francesi che la espongono nel quadro di mostre itineranti. Diversi altri pezzi sono in mani private, all’estero.

13. G. COSTETTI, profilo di Lanza del Vasto, 1926.
Ammiriamo ora due pregevoli ritratti a matita di Giovanni Costetti (Reggio Emilia, 1874 – Settignano di Firenze, 1948)[13]. Il profilo della figura n. 13 (carboncino su carta da disegno: cm. 40,5 x 28) è già noto agli studiosi italiani in quanto dirimpetto al frontespizio delle Conquiste di vento sopra citate figurava una riproduzione tipografica in rosso dell’opera, che l’avrebbe fatta credere realizzata a sanguigna[14].
14. G. COSTETTI, Lanza del Vasto con cravatta, 1926.
Più sorprendente, appare tuttavia l’inedito ritratto coevo di Giuseppe Giovanni Lanza in giacca e cravatta (carboncino e conté nero su carta da disegno: cm. 33,5 x 24) [fig. 14].
Ignoriamo a chi si riferiscano altri due splendidi ritratti, di una giovane e di una signora attempata (matita su carta e matita + conté nero su carta sottile, ambedue cm. 26 x 20,5) che mi esimo dal presentare. Il fatto che siano stati dall’origine in possesso dei Lanza e accuratamente conservati da Lorenzo, mio padre, inclina a ritenere che questi personaggi femminili abbiano fatto parte della ristretta cerchia degli intimi della famiglia.

15. G. COSTETTI, gruppo di busti e visi, anni Trenta.
Il curioso gruppo fitto di volti a carbone e conté nero su carta della figura n. 15 (cm. 27 x 21), se la memoria non mi inganna, figurava, incorniciato, sulle pareti del reparto soggiorno della nostra casa, o casa di Lorenzo Ercole, a Siena. Esso ha impressionato Lanza del Vasto, come del resto me stesso, fino a trasformarsi nell’inconscio archivio mnemonico in una sorta di modello, in un topos della figurazione. I conoscitori dell’arte grafica del siculo-fiammingo sanvitese non avranno difficoltà a rintracciarne lo schema, ad esempio, in uno schizzo da lui realizzato in India nel 1954 e pochi anni fa pubblicato a fronte della p. 83 dell’opuscolo 1901-2001: centenaire de la naissance de Lanza del Vasto [15], con datazione errata al 1937.
Tutti questi disegni costettiani di non grandi dimensioni sono da riferire alla seconda metà degli anni Venti (in particolare i ritratti di Lanza) o alla prima dei Trenta.

16. G. ACQUAVIVA, profilo di
Lanza del Vasto, anni Venti.
Diversissimo da quello di Costetti, e ben più condizionato dagli stravolgimenti e dalle sperimentazioni della cultura di inizio secolo, è il linguaggio figurativo di Giovanni Acquaviva (Marciana Marina dell’isola d’Elba, 1900 – Milano, 1971). Il suo profilo sinistro di Lanza del Vasto (carbone e conté nero su carta: cm. 27 x 21), più cubista che futurista, esprime nel contempo un’energia e una solidità di carattere interpretabili per altro verso come rigida durezza [fig. 16]. Quello di Lorenzo, invece (matita su carta da disegno: cm. 48 x 35), è sfumato e

17. G. AQUAVIVA, profilo di Lorenzo Lanza,
anni Trenta.
aerodinamico [fig. 17]. Ritroviamo il segno netto, senza mezzi toni, nelle vedute delle figure nn. 18 e 19 (ambedue a inchiostro di china nero su cartoncino: cm. 35 x 25). Si notino in esse l’indulgere a un idealistico decorativismo lineare [gondole veneziane della fig. 18] e la valenza magica [fig. 19] di cui si caricano le rappresentazioni. A conferma di tali caratteristiche si tenga accessoriamente presente l’illustrazione in bianco e

18. e 19. G. ACQUAVIVA , gondole e paesaggio suburbano, anni Venti o Trenta.
E, sotto, 20. LANZA del VASTO, profili del padre e del fratello Lorenzo, 1929.

nero all’opuscolo di Lorenzo Ercole Lanza del 1940 intitolato Siena e Caterina[16], la quale, a sua volta, si intitola Visione di Siena. I due elementi suddetti della linearità incorporea, melodica, e del simbolismo surreale, che si innestano sulla fondamentale tendenza a geometrizzare il reale, tipica tanto del cubismo di area francese che del futurismo italiano, saranno componenti importanti anche dell’estetica lanziana.
Facciamo seguire due disegni originali di Lanza del Vasto, di ottima fattura. Il primo, di rara finezza (matita su carta: cm. 23 x 14), si pone chiaramente in linea con il magistero costettiano [fig. n. 20]. Il duplice profilo sinistro del padre Luigi
e del fratello Lorenzo datato «Firenze 1929» ci è prezioso sotto due aspetti: perché, appunto, ci offre uno scampolo di elevato valore

21. LANZA del VASTO, viso del fratello Lorenzo, 1933.
dell’arte grafica dell’autore, e perché documenta con accurata precisione le fattezze dei volti di due personaggi a lui tanto strettamente legati. Il secondo, datato al 1933, è un ritratto di Lorenzo altrettanto felice ma più disinvolto e sommario [fig. n. 21], che per la sinteticità del tratto ricorda Acquaviva[17].

22. M. MARINI, testa di Lanza del Vasto, 1926.
Tutt’altra rispetto a quelle di Costetti e Acquaviva, già tra loro diverse, è certamente l’arte di Marino Marini (Pistoia, 1901 – Viareggio, 1980) che la critica e la sorte hanno peraltro promosso ad un grado di notorietà incomparabilmente più elevato. Sarei tentato di dire che del suo tipico espressionismo realista all’italiana, memore del retaggio etrusco, poco o nulla reperiamo nella giovanile testa in bronzo di Lanza del Vasto (altezza: circa cm. 30), assegnata agli anni tra il 1926 e il 1927 [fig. 22]. Solo la resa degli occhi ha qui un che di non finito e, se vogliamo, di moderno[18]. A parte la precocità dell’opera, lo scultore sembra aver avuto soggezione del modello che lo avrebbe indotto a rifarsi a moduli interpretativi e tecniche di rappresentazione più tradizionali. Tutt’altro e ben più evoluto appare lo stile della testa in gesso del fratello Angelo Lanza, oggi nella Galleria d’arte moderna di Milano e che viene ascritta temporalmente al 1928, alla quale è certo da accostare il ritratto del medesimo personaggio a inchiostro su collage di fogli (cm. 29 x 21) di cui colpisce il volto scavato, tra il dormiente e il sofferente [fig. 23]. Del tutto disinibito Marino appare nel suo rapido abbozzo di ritratto di Lorenzo (carboncino su retro di menu del ristorante Savini di Milano: cm. 33 x 23) [fig. 24]. Un altro studio di testa di Lorenzo, di cui purtroppo conservo solo una buona riproduzione, è più studiato e sembrerebbe preludere, a sua volta, a una scultura, mai però realizzata. Di un certo interesse due medaglioni in terracotta di cm. 8 di diametro, presumibilmente degli anni Trenta e oggi non più in famiglia in quanto venduti dallo scrivente ad Amsterdam nel 1967 o 1968.

23. M. MARINI, viso di Angelo Lanza, ascrivibile al 1928.
Nella zuffa di cavalieri della figura n. 25 (matita e conté nero su cartoncino: cm. 24,5 x 26), che in certa misura ripropone l’horror vacui costettiano della n. 11, non possiamo non cogliere la marcata strutturazione geometrica. E questo, sì, è un dato che – deviando dal mero realismo – confluisce appieno in orizzonti estetici che sono anche quelli del nostro autore.

Da notare che su nessuna di queste opere dello scultore toscano è segnata una data. Esse possono tutte risalire agli anni Venti, ma Marino Marini ha continuato a frequentare la casa di Lorenzo, a Siena, ancora nel pieno degli anni Trenta[19].

25. M. MARINI, zuffa di cavalieri, anni Venti o Trenta.
Marino Marini, coetaneo di Lanza del Vasto poiché nato anche lui nel 1901, appartiene al gruppo degli artisti pistoiesi al quale il nostro è stato presentato da Costetti sin dal 1926 e con il quale ha legato al punto da organizzare poi sostanzialmente per esso un’esposizione a Berlino nel 1931, imperniata soprattutto sulla figura del pittore Pietro Bugiani. Nella raccolta di famiglia figurano quattro disegni di Bugiani degli anni 1924, 1927 e 1928, come pure due piccoli disegni a inchiostro del 1928 di Mario Romoli, fiorentino presente, anch’egli, nel 1931 a Berlino[20]. I Bugiani sono assai poco in linea – va detto – con gli orientamenti estetici del nostro. Due carte del 1924 presentano visi di contadini
26. P. BUGIANI, 1924.
un po’ stentati e legnosi a matita su carta, cm. 29,5 x 19,5 [fig. n. 26]. Il disegno migliore, del 1927, è un ritratto di neonato dormiente a matita secca e grassa su carta, cm. 33 x 26 [fig. n. 27]. Infine, il busto di un personaggio enigmatico, forse un prelato, eseguito a sanguigna su carta nel 1928 (cm. 40 x 33), ha scarso interesse.
Sotto un’incisione bozzettistica[21] oggi andata dispersa di Arturo Martini, predecessore di Marini nell’insegnamento all’Accademia milanese di Brera, si leggeva l’indicazione autografa a matita: «A Lorenzo Lanza, l’amico Martini».
Proseguiamo con una serie di opere minori di altri artisti legati a Lanza del Vasto e, ancor più, al fratello Lorenzo.
27. P. BUGIANI, 1927.
Leonor Fini[22] pratica l’ambiguità, un simbolismo allusivo e un sottile umorismo in tre piccole grafiche presenti nel fondo di famiglia (rispettivamente litografie di cm. 18,5 x 17 e 18,5 x 14,5, quindi inchiostro su carta velina: cm. 17 x 20), di cui mi limito a riprodurre lo schizzo a penna della figura n. 28. Esso reca a sinistra una laconica dedica «A Pep», ovvero a Peppino, alias Giuseppe Giovanni Lanza, noto come Lanza del Vasto[23]. Anche in queste grafiche, e soprattutto in quella proposta all’esame del lettore, va notato il prevalere quasi esclusivo della


28 (a sinistra). L. FINI,
anni Trenta.
29 (a destra). F. de PISIS,
1931 ( ?).
linearità, l’assenza di spessore e profondità. Lo schizzo a carboncino su carta (cm. 20 x 12) di Filippo De Pisis [fig. 29] documenta soprattutto l’amicizia personale intercorsa tra il pittore neoimpressionista e Lorenzo e non sembra offrire spunti di paragone con l’estetica lanziana. Nei disegni di un altro amico di Lorenzo, il tedesco Craemer vissuto a lungo a Positano, si combinano, invece, il realismo genericamente espressionista e una forte preoccupazione compositiva che ci riconduce al discorso degli impianti geometrici (carboncino, sanguigna e gesso su carta: cm. 55 x 46; conté seppia su carta leggera: cm. 32,5 x 44) [figg. 30 e 31][24]. Nel secondo disegno si noti, in basso a destra,

30. K. CRAEMER, anni Trenta.
la dedica «Per Donna Lydia», ossia alla moglie di Lorenzo e mia madre.

31. K. CRAEMER, 1937
Una piastrella dipinta a mano e firmata da Gio. Ponti (cm. 14,5 x 14,5) apparteneva appunto personalmente a Lidia. Faceva

32. G. PONTI, Il giardiniere stanco.
Anni Venti o primi Trenta
(piatrella, cm. 14,2 x 14,2)
comunque parte integrante dell’arredo di casa Lanza a Siena e certamente anch’essa illustra i gusti figurativi vigenti in famiglia. Come gli oggetti d’arte confezionati da Lanza del Vasto, essa, sotto il profilo artistico, si situa in un registro di produzioni finalizzate sostanzialmente alla decorazione. Ma anche in essa [fig. n. 32] si rileva la flagrante presenza di due dimensioni riscontrate in alcune opere precedentemente considerate: il simbolismo concettuale e la tecnica lineare.
Occupiamoci ora di dipinti.
L’architetto sanvitese Enzo Longo mi comunicava, con e.mail del 24 aprile 2004, di aver visto personalmente presso la «Expo-Arte» di Bari, nel 1986, due oli su cartone di Costetti: un ritratto di Lanza del Vasto che legge del 1925 (cm. 69,5 x 60,5) e un Lanza del Vasto e Luc Dietrich (cm. 72 x 95) ascritto dai curatori della mostra agli anni tra il 1925 e il 1930 ma certamente riferibile invece agli anni 1933-34, dato

33. G. COSTETTI, Deposizione, 1936 (olio su cartone, cm. 65 x 57).
che è proprio durante questi due anni che i due amici hanno soggiornato insieme per lunghi periodi a Firenze. Lanza, del resto, aveva conosciuto l’autore del Bonheur des tristes a Parigi solo nel marzo del 1932[25]. Qui mi soffermerò su altri due oli su cartone più tardivi del reggiano, di soggetto sacro, appartenuti a Lanza del Vasto e donati ai Musei civici di Reggio Emilia. Una Deposizione (cm. 57 x 65) ricoperta da uno spesso

34. G. COSTETTI, Cristo risorto con i due discepoli di Emmaus, 1944
(tempera e olio su compensato, 71 x 61).
strato di vernice è stata dipinta nel 1936 e l’anno successivo è stata esposta ad Oslo, come apprendiamo da un timbro sul retro [fig. 33]. Un Cristo ad Emmaus tra due apostoli (cm. 61 x 71) [fig. 34] è addirittura del 1944. Subito notiamo che lo stile del Costetti pittore si differenzia da quello del disegnatore in meno finito, al punto da sconfinare in una modesta forma di espressionismo[26]. Va sottolineato che Lanza del Vasto ha conservato personalmente le due opere a La Borie Noble fino alla morte e che si tratta, a mia conoscenza, dei soli dipinti di estranei al mondo delle sue comuni non violente da lui conservati a vita presso di sé. Il secondo dipinto gli è stato donato da Costetti dopo la guerra e non molto prima della propria morte, il che testimonia la durevolezza del rapporto tra i due personaggi. Nella prima delle opere in questione gli intenditori non faticheranno a riconoscere toni scuri, lugubri, di una tristezza senza riscatto, che contraddistinguono altresì un particolare filone di ispirazione figurativa lanziana.
Due altri dipinti cui giova fare cenno sono opera di Lou Albert-Lasard, una pittrice lorenese nata tedesca nel 1885 e formatasi in Germania, trasferitasi poi sostanzialmente a Parigi negli anni Trenta e deceduta nel 1969. Il primo è un ritratto a olio su tela di Lanza del Vasto (cm. 92 x 73), forse dipinto in Germania nel 1930 o 1931, allorché i due personaggi si sono conosciuti. Assai realistico e rispettoso dell’effigiato come già la scultura di Marini, l’olio reca ben chiara l’impronta, tuttavia, della scuola espressionista germanica, nella fattura e nel colore. È bene ricordare che la pittrice, prima del 1914, aveva assiduamente frequentato la comune naturista del Monte Verità fondata da uno zio fiammingo di Lanza del Vasto, Henri Oedenkoven, presso la svizzera Ascona, e che era stata per oltre un decennio meta ricorrente per tutta una generazione di pittori e scrittori, tra cui Rainer Maria Rilke di cui la lorenese era stata una delle amanti. Inoltre, va tenuto presente che proprio Lou Albert-Lasard ha pagato il viaggio marittimo di andata e ritorno di Lanza del Vasto in India nel 1936-1937. Quantunque il Pèlerinage aux sources non la citi, ella, con la figlia Ingo, ha raggiunto Lanza nella patria di Gandhi nel 1937 ed è stata pertanto testimone oculare di alcune sequenze del pellegrinaggio. Ciò spiega l’esistenza del secondo dipinto, ad acquarelli e inchiostro su carta (cm. 56,3 x 41,8), che rappresenta appunto Lanza in India: figura quasi intera (mancante dei soli piedi), con barba e bastone, rivestita di una sorta di grande cappa arancione con cappuccio, in piedi in un sentiero tra casupole, su uno sfondo di cielo nuvoloso. Queste opere sono detenute dai Musei di Strasburgo, cui sono state donate da Ingo.
Complessivamente questa ricerca ci avrà se non altro sollecitati a dedicare un’attenzione minuta alle tracce delle vicende e delle attività portate avanti da Giuseppe Giovanni Lanza, nonché delle influenze da lui subite negli anni Venti e Trenta del XX secolo, prima della notorietà e della definitiva svolta religiosa e non violenta, per comprendere il processo della sua formazione e valutare adeguatamente le varie componenti della sua personalità.
[1] Questo articolo, redatto sostanzialmente nel 2001 come quello biografico e l’altro relativo alle fonti libresche del pensiero, non è stato tuttavia né pubblicato, né proposto per la pubblicazione, a causa del numero relativamente elevato di immagini a colori su cui si basa e che i miei primi editori avrebbero giudicato eccessivamente costose da riprodurre.
[2] Ricordo che Luigi, padre di Lanza del Vasto, era nato figlio naturale adulterino di Giuseppe Lanza di Trabia e di Louise Alexandre in Dentice di Massarenghi. La relazione del Trabia con Louise Dentice risale al 1856-57. Essa non deve essersi protratta a lungo dopo l’imbarazzante nascita, nel novembre del 1857, di un figlio adulterino e – stando alle convenzioni dell’epoca – illegittimabile.
[3] Carta per stampa fotografica cosiddetta millepunti.
[4] Affidato subito dopo la nascita a certo Charles-Antoine Calenge, probabilmente parente della madre, Luigi è cresciuto in un’antica residenza signorile (château) di Escoville, non lontano da Caen, in Normandia. Di questa residenza non rimane quasi traccia oggi perché, nell’immediato secondo dopoguerra mondiale, è stata acquistata, smontata e venduta a singoli pezzi da uno speculatore.
[5] A Castellammare di Stabia. Antonio Dentice era nato a Napoli il 29 giugno 1810. Aveva sposato Louise a Parigi nel 1853 e questa gli aveva dato cinque figli e figlie legittimi, di cui tre prima della nascita extramatrimoniale di Luigi e due successivamente. Senonché quattro di questi rampolli erano morti in giovane età negli anni Settanta e Ottanta e al momento del decesso del padre sopravviveva solo Amalia, nata nel 1870. Si comprende che tutti questi lutti abbiano contribuito al ravvicinamento, negli anni Novanta, tra la madre divenuta vedova e il figlio carnale.
[6] Negli anni Novanta dell’Ottocento, Luigi Lanza avvia a San Vito dei Normanni su terreni ottenuti dalla madre un’azienda vitivinicola.
[7] «Déjà mon jour décline»: sono le parole iniziali dell’introduzione al Viatique. Vd. Lanza del Vasto, Enfances d’une pensée, Denoël 1970, p. 9.
[8] «Diario di Louise Dentice contessa di Massarenghi, mia nonna. Ossia i pettegolezzi della corte di Napoli. Nonostante la sua chiusura a chiave, il diario non contiene alcunché di segreto. Lei non fa parola del suo figlio Luigi, il fanciullo occultato».
[9] Il diario è stato effettivamente pubblicato nel numero CXXI (2003) di «Archivio Storico per le Province Napoletane» della Società napoletana di Storia Patria, in una traduzione italiana da me curata. Esso è affollatissimo di personaggi napoletani e meridionali in genere, ma anche di altra estrazione e in particolare piemontesi. Oltre al futuro Umberto I, allora ventenne, vi compaiono – per non citare che alcuni dei nomi più illustri e i protagonisti più noti – un marchese Avalos del Vasto, un barone Barracco, una contessa Batthyanyi, una coppia di principi Bonaparte, un marchese di Breme, un marchese di Bugnano, un cavalier Capecelatro e la consorte, una famiglia Caracciolo, un’anziana coppia di Carafa, un duca di Cirella, due Colonna, il generale Enrico Morozzo della Rocca, vari membri della famiglia Dentice, una principessa Dolgorouky, un principe Doria con la figlia, la duchessa di Genova madre della futura regina Margherita, un principe Gesualdo, Alfonso La Marmora, il conte Giovanni Nigra, una marchesa Pallavicino, una principessa Pignatelli Strongoli, il barone Carlo Poerio, il conte e generale Ottavio Thaon di Revel, un duca di Sant’Arpino, il generale Ettore Gerbaix de Sonnaz, una principessa Torella, un duca di Zuñiga.
[10] In araldica si parla di destra e sinistra in funzione non del punto di vista dello spettatore, ma di quello presunto delle figure rappresentate. La destra, pertanto, si situa alla sinistra dello spettatore. Le figure poste di profilo, di norma, guardano alla loro destra.
[11] Una foto in bianco e nero del manufatto compare a fronte della p. 594 de Le poète Lanza del Vasto, in «Pyrénées. Cahiers de la pensée française», Ire année, n° 5, Toulouse 1942, con la seguente didascalia: «Chevalière d’argent massif aux armes des princes Lanza soutenues par deux sirènes».
[12] Le armi non sono «sostenute da due sirene» come nel caso dell’anello, bensì circondate, si direbbe, da tre delfini.
[13] Quasi tutte le opere grafiche di cui si farà cenno nel presente articolo sono da me detenute e verranno prossimamente donate al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze.
[14] La versione a pseudosanguigna è stata peraltro ripresa alla p. 210 di S. Bartolini, Le xilografie di Giulio da Pistoia nella cornice della città, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Pistoia-Firenze 1976-78, bella edizione d’arte a tiratura limitata in cui si accenna anche ai contatti avuti da Lanza del Vasto con l’ambiente artistico pistoiese.
Le pubblicazioni fiorentine giovanili di Lanza del Vasto, Conquiste di vento e Fantasia notturna, stampata lo stesso anno e dallo stesso editore, sono oggi poco facilmente reperibili.
[15] Numero straordinario delle «Nouvelles de l’Arche» (a. 49°, n. 3), il bollettino periodico d’informazione delle comuni fondate da Lanza del Vasto in Francia.
[16] Stampato a Siena il 20 aprile 1940 in occasione delle feste cateriniane.
[17] Il disegno è attualmente posseduto da Anna Maria Lanza, detta Laura, figlia di Lorenzo e sorella di chi scrive.
[18] L’opera era rimasta in origine in gesso. Lo scrivente ne ha fatto ricavare due esemplari in bronzo a Roma alla fine degli anni Cinquanta. Uno dei suddetti è rimasto in suo possesso. L’altro, destinato a Lanza del Vasto, è stato poi da questi fatto oggetto di un lascito testamentario in favore della Biblioteca comunale di San Vito dei Normanni, presso cui oggi si trova.
[19] Altre opere di Marino hanno fatto parte un tempo della collezione di Lorenzo. Due medaglioncini di terracotta con profili in rilievo di personaggi sono stati da me venduti ad Amsterdam negli anni 1960. Il pezzo più importante era poi un busto di sconosciuto in cera e in grandezza pressoché naturale, danneggiato durante il trasloco della famiglia da Siena a Roma con il distacco di un orecchio. Nel dopoguerra Lorenzo lo aveva fatto restaurare e aveva tentato senza successo di venderlo sul mercato inglese. Lo scrivente ne ha fatto dono al Museo d’arte moderna di Roma tra la fine degli anni 1950 e i primi anni 1960.
[20] I due schizzi a inchiostro su carta del ’28 di Romoli sono di 26 x 19,5 cm. Ambedue alquanto sommari, rappresentano, uno, un arlecchino in un ambiente che ha del museo archeologico e dell’osteria, l’altro il busto di un bevitore ebbro.
[21] Vi figuravano due personaggi nudi, uno femminile in piedi ed uno maschile seduto su un cumulo di massi rocciosi, tratteggiati in modo approssimativo, scarsi di volume e di ombre.
[22] Una relazione amorosa intensa è intercorsa tra Lorenzo e Leonor Fini a Parigi dopo il ritorno del primo dall’America del sud, e cioè tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30.
[23] Già in altro luogo ho avuto occasione di segnalare che dai famigliari e dagli intimi Lanza del Vasto non è mai stato designato altrimenti che con gli ipocoristici Peppino e, in forma abbreviata, Pep.
[24] Quello del modello matematico-geometrico è, a guardar bene, un Leitmotiv che si affaccia per la prima volta con l’aneddoto dell’illuminazione infantile del mondo come cristallo (in Enfances d’une pensée cit., pp. 18-19), torna ossessivamente con le costruzioni ternarie giovanili che conducono alla tesi in filosofia sulla Trinità spirituale e con diversi simboli trinitari disegnati o realizzati in materiali solidi, è per altro verso confermato da alcune letture e dall’adesione di Lorenzo alla massoneria nel secondo dopoguerra, e che qui ritroviamo in prototipi grafici di artisti pur tanto diversi tra loro come Acquaviva, Marini, Craemer.
[25] Buone riproduzioni di questi quadri e di altri due ritratti a olio di Lanza del Vasto eseguiti da Costetti figurano in Giovanni Costetti: opere dal 1901 al 1949, a cura di G. Paccagnini, Montecatini Terme 2004. Le tele sono proprietà di privati, salvo una che si conserva nei depositi della Galleria d’arte moderna di palazzo Pitti, a Firenze.
[26] Anche nell’arte di Lanza del Vasto è riscontrabile un divario stilistico consimile tra il disegno e, soprattutto, la scultura e oggettistica, in cui dominano il tratto fermo, le figure compiute e chiuse, e le più rare prove coloristiche in cui subentrano in misura apprezzabile lo sfumato, l’indeterminato.
* * *
Alcune lettere e certificazioni inviate da personalità del mondo della cultura a Lorenzo Ercole Lanza
(anni 1935-56). [1]
Non è privo di utilità, in relazione alle indagini che da alcuni anni vengono intensificandosi nel nostro paese attorno alla figura di Lanza del Vasto[2], gettare una qualche maggior luce su quella dell’assai meno noto suo fratello Lorenzo Ercole, alla prima molto legata soprattutto negli anni giovanili e della formazione. Ambedue i fratelli negli anni Venti e Trenta del XX secolo erano di casa negli ambienti della cultura e delle arti, in Francia e in Italia.
Pubblico in appendice una piccola serie di lettere e altri scritti di personalità eminenti dei suddetti ambienti correlati al secondogenito e a sua moglie e redatti tra il 1935 e il 1955 o 1956.
Preliminarmente ricordo che Giuseppe Giovanni Lanza, il quale a decorrere dal 1927 si è fregiato dello pseudonimo «Lanza del Vasto», e i fratelli Lorenzo Ercole e Angelo Carlo sono nati a San Vito dei Normanni (BR) da Luigi e da Anne-Marie Nauts, rispettivamente nel 1901, 1903 e 1904. I giovani sono poi cresciuti e hanno frequentato le scuole del ciclo secondario a Parigi, ma sono rimpatriati da adulti: Giuseppe e Lorenzo per studiare all’Università di Pisa. Senonché, mentre Lanza del Vasto è poi sostanzialmente tornato in Francia nel 1935, Lorenzo Ercole nel 1933 è divenuto direttore dell’officina del gas di Siena e nel 1934 ha sposato la milanese Lidia Simboli. Nel settembre del 1943 la famigliola di Lorenzo si è trasferita a Roma. Nel 1944 il nostro ha affiancato Rossellini, quale aiuto regista, in Roma, città aperta. Nel dopoguerra è entrato al ministero della Pubblica Sanità, ma parallelamente ha aperto un’agenzia di traduzioni, ha militato negli anni Cinquanta negli organismi rappresentativi del settore ed è stato per vari anni presidente dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, quindi anche presidente della Fédération Internationale des Traducteurs. La morte lo ha colto precocemente a Rapallo, dopo un periodo non breve di malattia e di degenze, nel 1958.
Quanto alla personalità di Lorenzo, essa è connotata da diversi tratti che sappiamo caratteristici di quella dell’illustre fratello, primo tra tutti la versatilità. Anche lui è animato da aspirazioni letterarie, costanti e perduranti, quantunque, frenate dalle servitù della vita «attiva», approdino ad esiti modesti. Pubblica a proprie spese tre raccolte di liriche: Guirlandes e Cuor d’acqua, a Milano nel 1931 e 1939, Mareggiata, con prefazione di Giorgio De Chirico, a Roma nel 1956. A Siena, nel 1940, dà alle stampe uno smilzo Siena e Caterina in una prosa un po’ esaltata, impreziosito da una Visione di Siena a tutta pagina (riproduzione in bianco e nero) dell’amico pittore Giovanni Acquaviva[3]. Nei cassetti dell’archivio di famiglia[4] rimangono inoltre due dattiloscritti inediti: un Barna da Siena (vita immaginaria), 38 pp.; e un Anahnko, saggio di critica sociale e filosofica sotto forma di monologo romanzato in francese, 94 pp. Suoi articoli, in particolare di critica d’arte, sono stati accolti da quotidiani e riviste varie e tra questi segnalo La pittura del Rinascimento. I così detti primitivi, a p. 5 del numero del 14 gennaio 1937 de «la Nazione». Una sorta di testamento letterario e filosofico intitolato Il viso, la maschera, il volto, 6 pp., steso in forma dattiloscritta e anche registrato su nastro dall’autore a Londra nei primi giorni del 1958, è rimasto un documento privato di famiglia in senso pieno.
Com’è facile indovinare a priori, i punti di contatto tanto formali quanto, e soprattutto, sostanziali di questi scritti con l’opera letteraria e il pensiero di Lanza del Vasto non sono pochi e in qualche caso, se studiati, consentirebbero di penetrare ancor più a fondo nella conoscenza dello stesso celebrato fratello. Quanto alla poesia, gli addentellati sono sostanzialmente e quasi esclusivamente con le due raccolte poetiche giovanili del futuro gandhiano, l’una in francese e l’altra in italiano, che precedono la conversione al metro regolare e alla rima, e cioè: G.G. Lanza, Ballades libres aux dames du temps présent, Paris 1923; e Lanza del Vasto, Conquiste di vento, Vallecchi, Firenze 1927; cui possiamo aggiungere la Fantasia notturna, stesso editore fiorentino, stesso anno d’edizione[5]. Con riferimento al pensiero sarebbe illuminante verificare, alla luce dei lavori in prosa tra quelli sopra elencati, le aree di congiunzione e i punti di divergenza tra gli orientamenti dei due personaggi, tanto limitatamente al tema dell’approccio alle arti figurative, quanto più generalmente in ordine alle problematiche sociali e filosofiche. La piattaforma di partenza sembra assolutamente comune, correlata alla presa d’atto di una dimensione di verità più affidabile dietro il velo delle apparenze della vita, ossia ad un indirizzo tra l’idealistico e lo spiritualista. Però il decollo più spiccatamente spiritualistico, appunto, che connota l’evoluzione intellettuale del Lanza del Vasto maturo non sembra condiviso da Lorenzo. Le scelte estreme della fede cristiano-cattolica, del comunitarismo e della non violenza programmatica[6] lasciano perplesso il più giovane fratello, il quale sostanzialmente rimane legato ad una concezione della trascendenza più greca e pagana, più idealistica in senso antico.
Curiosamente, questo più schietto idealismo si traduce, a livello pratico, in un maggiore realismo ed in una maggiore elasticità: in una più aperta disponibilità di spirito nei confronti del mondo culturale ed artistico contemporaneo nell’interezza della sua svariata offerta. Mentre Lanza del Vasto, a partire dagli anni della fine della seconda guerra mondiale, si realizza come artista e come pensatore autonomo, ma anche si chiude in un proprio mondo sempre più severamente circoscritto e quindi perde contatto con numerosi contemporanei di orientamenti divergenti, Lorenzo, ingolfato nella vita borghese, certamente perde intellettualmente e creativamente quota, ma rimane assai più del fratello, seppur passivamente, aperto alla cultura viva del suo tempo. Ne danno prova le amicizie cordiali e, in taluni casi, relativamente strette con scrittori e filosofi, ma soprattutto con artisti dei campi delle arti visive e della musica, assai vivaci ancora negli anni Quaranta e Cinquanta. Penso, in particolare, ai rapporti privilegiati in Italia con Alberto Savinio, Giorgio De Chirico, Alfredo Casella, per citare solo alcuni nomi tra i più noti.
Le due prime certificazioni presentate in appendice danno atto della sua frequentazione degli ambienti intellettuali francesi di massimo livello negli anni Venti, quelli della sua gioventù. Paul Valéry (1871-1946) è considerato uno dei massimi esponenti della poesia francese del Novecento e in tale secolo prolunga in meno ermetico la scuola estetica, ligia nelle forme alla tradizione, di Stéphane Mallarmé. André Maurois (pseudonimo di Emile Herzog: 1885-1967), narratore, saggista, autore di biografie e di compendi storici, appartiene anch’egli alla ribalta degli scrittori francesi di grido di allora e dei decenni successivi. Nel 1925 Lorenzo e Giuseppe hanno partecipato alle giornate di studio di Pontigny[7] con questi due scrittori, ma vi hanno incontrato anche non pochi altri esponenti dell’intellighenzia europea, quali, tra i più noti, i francesi André Gide, François Mauriac, Roger Martin du Gard, e gli spagnoli Miguel de Unamuno, Salvador de Madariaga. Quanto alle arti figurative, ricordiamo che egli, tra l’altro, si è legato sentimentalmente e ha convissuto a Parigi, nel 1931, con Leonor Fini.
Il documento n. 3 è anch’esso ancora francese, ma già più connesso con realtà specificamente italiane e sta ad indicare in Lorenzo, assieme soprattutto ai pezzi nn. 8-10, una meno incondizionata ostilità preconcetta rispetto a quella di Lanza del Vasto nei confronti del fascismo. Lorenzo abita in Italia, ha famiglia e ricopre una carica di una certa rilevanza sociale. Non può permettersi di prescindere dalla tessera del partito, di non tenere se non altro a portata della mano la giacca nera d’orbace. Così pure, se, come sembra abbia sempre più provato il bisogno di fare, intende aprirsi un varco nel mondo dell’edizione giornalistica e libraria, risulta per lui pressoché indispensabile cercare punti di riferimento ed appoggi negli ambienti in auge, o comunque anche in quelli. Il periodico letterario francese «la Phalange», fondato nel 1906, era negli anni Trenta d’indirizzo filoitaliano e, appunto, filofascista. Il fondatore e direttore Jean Royère (1871-1956), quanto a lui, era un poeta mallarmeano e un autore di saggi apprezzati su Poe, su Baudelaire, sullo stesso Mallarmé. Armand Godoy (1880-1964), codirettore, era un poeta cubano d’espressione francese e immigrato che, da taluni repertori biografici, viene definito «classico» quanto alla forma e «spiritualista» quanto all’ispirazione[8]. Curiosamente è nell’intestazione di questa lettera proveniente da Parigi che cominciamo a trovare la notazione parallela dell’anno secondo il calendario fascista. Tutti i messaggi fatti figurare successivamente, salvo uno, renderanno omaggio a questa pratica, talvolta dando la cifra romana dell’anno fascista in sovrappiù e tra parentesi, talaltra (lettere di Pound, vd. infra) sostituendo radicalmente l’anno di calendario gregoriano con quello dell’era mussoliniana.
I pezzi nn. 4, 6 e 7 sono anodini, pur testimoniando rapporti cordiali del senese d’adozione con noti pittori italiani. La letterina del pittore ferrarese Filippo De Pisis (propriamente, Luigi Filippo Tibertelli De Pisis: 1896-1956), con quell’esergo già tanto sconsiderato in quanto non si vede cos’abbia a che fare Degas con Giotto, né De Pisis con Degas o con Giotto, né soprattutto Giotto con Parigi, è un vero straccetto di scritto da pittore in cui cogliamo note leggere di falsa modestia, falsa intellettualità e autentico narcisismo. Non molto differisce nello stile la n. 6 del piemontese Carlo Carrà (1881-1966), semmai appena più rude ma certo non meno vaniloquente pur nella sua povertà lessicale, nella quale va soprattutto rilevato l’uso del «voi» fascista in luogo del «lei». Impressiona meno negativamente la paginetta del n. 7 di mano del toscano Gino Severini (1883-1996), che scrive da Roma nel ’40, ma che ha avuto un suo studio a Parigi sin da prima della Grande Guerra e così nel dopo seconda guerra mondiale. Ma c’è da dire che le relazioni di Lorenzo negli ambienti delle arti visive sono state assai più estese di quanto si desuma da queste modeste carte. Egli ha frequentato assiduamente a Milano, nei primi anni Trenta, Arturo Martini e Marino Marini. A Firenze e Siena, i pittori Gianni Vagnetti e Piero Sadun erano tra i suoi migliori amici e, pure in Toscana, frequentava anche Lorenzo Viani e Raffaello Arcangelo Salimbeni. A Roma, più tardi, ha ben conosciuto Renato Guttuso e Carlo Levi.
Con il pezzo n. 5 torna a presentarsi a noi, non un pittore, ma uno scrittore e poeta, questa volta italiano: il «crepuscolare» ferrarese Corrado Govoni (1884-1965), non esente da sbandate parafuturistiche. La scrittura è qui graficamente composta, ordinata. Lo stile è da letterato, studiato e convenzionale. Il contenuto illustra in maniera efficace quali siano le resistenze molteplici cui va incontro chi si propone di pubblicare, il muro di gomma contro cui va ad urtare. Resiste il pubblico, che non è interessato; resistono gli editori, che hanno a cuore di vendere; e resistono – il corrispondente non lo dice, ma ne fornisce implicitamente la dimostrazione – anche i colleghi scrittori che sono, dopo tutto, dei concorrenti ed hanno poco da guadagnare dalla comparsa di nuove reclute sul mercato.
La componente per certi versi più esclusiva di questa modesta collezione epistolare è rappresentata da tre messaggi (nn. 8-10) di Ezra Loomis Pound (1885-1972), inviati a Lorenzo nel 1941. Conosciamo l’impegno fascista, la campagna radiofonica antiamericana del poeta dei Cantos durante la guerra del ‘39-45. Questi scampoli di prosa mettono in evidenza, oltre alla vivacità, l’ingenuità che pervade l’intellettualismo del personaggio; e d’altro canto – nello stesso stile spezzato – certa anglogermanica rozzezza e brutalità che ben si attaglia al suo spirito modernissimo, più autenticamente proiettato al futuro di quello, in fondo largamente retorico, dei futuristi e veri fascisti italiani. Nei confronti di Lorenzo lo zio Ezra si pone senza esitare come un maestro, un dispensatore di istruzioni, il che già si spiega e giustifica con la differenza d’età. Egli sembra avere in mente di avvalersi del nostro quale agente per la sezione francese nel quadro di un suo programma ambizioso di divulgazione in Italia della cultura europea d’avanguardia da lui giudicata rilevante. Lorenzo sottopone a Pound manoscritti e gli invia il Giuda del fratello già edito in Italia (da Laterza) e in Francia (da Grasset) nel ’38, ma con esito sconcertante. Pound è, intellettualmente e in arte, un surreal-futurista: come potrebbe apprezzare il classicismo formale di Lanza del Vasto, come potrebbe intenderne la prepotente nostalgia per le origini tanto classiche, quanto mistiche, della cultura; l’afflato metafisico? Lanza del Vasto ha optato sin dalla gioventù per il ritorno alle fonti, per un mondo di sacrificio e di costruzione paziente. Pound si muove alla giornata in un mondo frammentario, a livello di sensazioni, esaltazioni, esecrazioni, di slanci ed impennate cieche ed effimere.
La cartolina postale (n. 11) dello scrittore e giornalista Pitigrilli, ossia del torinese Dino Segre (1893-1975), dell’ottobre o novembre del ’45 è indirizzata a Lidia Lanza. La guerra è finita da alcuni mesi, ma, curiosamente, dal bollo apposto sul messaggio rileviamo che è ancora operante un servizio di censura della corrispondenza. Cosa fa Pitigrilli in Svizzera in quell’epoca? Forse vi si era rifugiato sul finire della guerra, temendo le incertezze del periodo di transizione dall’Italia fascista ad un’Italia liberata. Lo scrittore aveva intrattenuto rapporti ambigui con il regime, aveva flirtato con esso e si è sostenuto che avesse fatto il doppio gioco, svolgendo addirittura un ruolo di informatore del partito. Le severe disposizioni di epurazione del decreto del 27 luglio 1944 vengono modificate e temperate solo il 9 novembre 1945. È proprio poco dopo tale data che il personaggio rientra in patria. Nei nostri album di famiglia figurano fotografie da lui scattate a Roma a Lorenzo e a Lidia in quel dopoguerra. Più numerosi e molto riusciti i ritratti di Lidia, verso cui il piemontese doveva nutrire un sentimento di simpatia particolare se scrive a lei, e non al marito, da Losanna.
La prefazione (n. 12) di Giorgio De Chirico (1888-1978) ci trasporta in una fase cronologica posteriore: quella del boom economico e degli ultimi anni di vita di Lorenzo Ercole. Essa, pur assai breve e quasi solo allusiva, è tra queste testimonianze del passato quella dalla quale traspare la migliore e più intelligente comprensione dell’uomo Lorenzo Ercole, nonché degli stimoli che ne hanno animato l’arte. L’arte di Lorenzo non è programmaticamente né d’avanguardia, né di recupero di valori del passato. È un’arte imperniata su un’estetica non meditata, sostanzialmente rimasta giovanile. Anch’essa si basa, come quella di Pound e della maggioranza dei moderni, sulle sensazioni. Ma l’universo sensoriale dell’italiano non è esasperato come quello dell’americano, non così disordinato e selvaggio, non così aggressivo, distruttivo e dissolvente. È gentile, cortese, misurato. È umano, sognante e divagante. Lorenzo non proviene in senso proprio da una genia di «cavalieri erranti» come afferma testualmente il pittore, ma certamente da una famiglia aristocratica, ed effettivamente questo è un dato fondamentale dal quale deve partire chiunque si proponga di penetrare nei recessi più intimi dell’animo tanto suo, quanto del fratello maggiore. Lorenzo, per ciò che lo riguarda, si è caricato sulle spalle come meglio gli è riuscito la sua croce di vita omologata e regolare, ma è sempre rimasto in intenzione – anche questo è vero e capitale – un feroce antiborghese, un anticonformista, un signore ed un artista. Lorenzo aveva rare doti di cuore e di mente e si rammaricava, negli anni Cinquanta, di averle quasi esclusivamente impegnate a incoraggiare e consigliare gli amici e di non aver saputo lasciare un’opera letteraria personale, consistente e significativa.
DOCUMENTI
1. Attestato dattiloscritto, con firma autografa di Paul Valéry: Académie Française,
in favore di Lorenzo.
Parigi, 14 gennaio 1936. Traduzione.
Ho conosciuto Lorenzo Lanza di Trabia nel 1925 a Pontigny, dove partecipava come me agli incontri filosofici e letterari che vengono ivi organizzati in tutte le stagioni estive. Grazie alle nostre conversazioni ho subito potuto appurare che il giovane era un grande estimatore delle Belle Lettere e vantava una preparazione culturale delle più estese e serie. Mi risulta che, da allora, non abbia smesso di seguire con alquanto vivo interesse il complesso movimento intellettuale del nostro tempo e, se una mia testimonianza in proposito può essergli in qualche modo utile, mi è grato rilasciarla con la presente perché lo merita.
Paul Valéry, dell’Accademia di Francia
2. Attestato dattiloscritto, con firma autografa di André Maurois:
86, Boulevard Maurice Barrès, Neuilly-sur-Seine,
in favore di Lorenzo[9].
15 gennaio 1937. Traduzione.
Caro amico,
sono lieto di certificare, a destinazione di qualsiasi potenziale interessato, che L’ho conosciuta a Pontigny nel 1925 e che sin d’allora la Sua attività letteraria aveva destato il mio interesse. Avevo constatato che Lei è una delle persone più al corrente delle problematiche dell’arte, della letteratura e della filosofia. Già in quell’epoca la Sua conoscenza della letteratura francese mi aveva sorpreso ed entusiasmato.
Mi auguro con tutto il cuore che le circostanze Le consentano di far valere le Sue rare qualità e la Sua competenza.
Distinti saluti.
André Maurois
3. Lettera dattiloscritta con firme autografe di Jean Royère e Armand Godoy, direttori de «la Phalange», rivista mensile,
33, rue Franklin – Paris-16e,
a: Monsieur Lorenzo Lanza, via Simone Martini, 7 – Siena.
29 gennaio 1937 (XV). Traduzione.
Caro amico,
siamo lietissimi di poter contare su una Sua regolare collaborazione alla nostra rivista. I bei testi che ci ha inviati finora sono stati molto apprezzati dai nostri lettori francesi, alcuni dei quali sono come noi al corrente dell’attività letteraria da Lei svolta con tanto successo da una dozzina di anni. Così come i periodici italiani, i più importanti giornali francesi, e in particolare la «Action Française»[10], hanno più volte reso conto dei Suoi articoli, citandone testualmente taluni brani.
Le porgiamo i sensi della nostra fedele ed ammirata stima.
I direttori: Jean Royère, Armand Godoy
4. Lettera manoscritta di Filippo De Pisis: 7, r. Servandoni –
Paris VI[11],
a Lorenzo.
Senza data, né busta. Anni tra il 1935 e il 1938[12].
[Esergo a stampa:
Giotto me parle de Paris
Paris me parle de Giotto
Degas]
Caro Lanza!
Rileggo con piacere il suo bello studio sulla mia povera persona e sulla mia arte[13].
Vi è tanta finezza e tanta «intelligentia»[14] dentro!
Quando verrà a Paname[15]?! Potremo passare insieme qualche buona ora.
In questo momento sto molto bene e lavoro con gioia. Auguri per il suo lavoro, ossequi alla P.ssa[16], e, mi creda, il suo
5. Lettera manoscritta di Corrado Govoni: P.E.N. – centro di Roma, il Presidente[17],
a Lorenzo.
Roma, 19 maggio 1938 (XVI).
Caro Lanza,
ho ricevuto la raccolta delle Sue liriche[18] che ho letto col più vivo interesse.
Rompendo la mia riservatezza in proposito, parlerò quindi con piacere, in alcune pagine di prefazione, delle Sue poesie e della poesia in genere[19]. Ma le difficoltà incominciano quando si passa a trattare di edizione e di editori. Non c’è da farsi illusioni. Gli editori non ne vogliono sapere di poesia scritta (io, per veder ora pubblicate le mie Canzoni a bocca chiusa dal Vallecchi, ho dovuto pazientare per due lunghi anni[20], eccetera) e il pubblico ne vuol sapere ancor meno. Ora, per non perdere inutilmente tempo e per non rovinarsi il fegato, per quando Lei deciderà di procedere alla pubblicazione della Sua raccolta io Le darei questo consiglio da amico (di cui Lei poi farà l’uso che crederà più conveniente): fare un’edizioncina distintissima, come carta e tipi, della raccolta, di 150 o 200 copie al massimo, da distribuire per metà ai critici e agli amici e per l’altra metà alle principali librerie nazionali onde soddisfare la legittima vanità di vedersi… in vetrina. Naturalmente l’edizione dovrebbe essere fatta a spese dell’autore e resterebbe, come è naturale, di sua proprietà.
A meno che Lei non preferisca, come io non credo, passare per l’umiliante interminabile trafila delle offerte, controfferte, eccetera, ai centomila editori italiani, con la vaga speranza di riuscire tra qualche anno a pescarne uno disposto ad assumersi per proprio conto e a tutto suo rischio l’edizione in parola.
Se non trova un buono stampatore a Siena, lo potrà sempre trovare a Roma.
Intanto, coi miei migliori auguri e coi più cordiali saluti, mi creda
Suo Corrado Govoni
P.S.: Riprodurrò sul mensile «Autori e Scrittori»[21] la Sua bella Vigna[22].
Il prosatore Lorenzo Lanza che scrive su «Circoli» è Lei stesso o un Suo omonimo[23]?
6. Lettera manoscritta di Carlo Carrà: «L’Ambrosiano», giornale quotidiano[24], via Settala 22, Milano,
a Lorenzo: [Siena].
Milano, 26 giugno 1939 – XVII.
Caro Lanza,
ho letto con molto interesse il Vostro[25] Cuor d’acqua, che giudico una ottima affermazione della poesia italiana d’oggi. Voi possedete uno stile che non esito a definire «personale» sebbene sia, a mio giudizio, partecipe al movimento lirico contemporaneo. Questo è il segno di ogni vero poeta-nato. La letteratura in versi è un’altra cosa[26].
Ciò voglio dirvi, caro Lanza, ringraziandovi per il gentile dono.
Vostro Carlo Carrà
7. Lettera manoscritta di Gino Severini: 25 viale Mazzini,
ai: Sig. Ercole Lanza e Signora, Siena.
Roma, 9 gennaio 1940 – XVIII.
Cari amici,
vi ringrazio sentitamente dei vostri auguri e li ricambiamo di cuore, sebbene in ritardo, del che vi prego di scusarmi. Abbiam finito l’anno non tanto bene, essendo caduto ammalato molto gravemente mio genero Franchina[27]. Siamo appena un pochino più tranquilli; speriamo che il 1940 ci porterà a tutti cose migliori. Vogliate anche perdonarmi se non vi ho mai ringraziato del bel volumetto di poesia che mi mandaste; l’ho molto gradito e ne leggo di quando in quando con vivo interesse e piacere.
C’è a Siena un antiquario che si chiama Mario Marianelli (via di Città, 12); se una volta ci passate vicino e gli portate i miei saluti, mi farete un personale favore, perché molto tempo fa fu molto gentile con me e mia moglie. Quanto alle sue antichità, non so cosa valgono…[28]
Tanti cordiali saluti da noi tutti, e credetemi con amicizia
Devmo Gino Severini
8. Lettera dattiloscritta, con aggiunte a mano, di Ezra Pound: via Marsala, 12-5 – Rapallo,
a Lorenzo: [Siena].
20 gennaio XIX [1941].
[In alto in centro, esergo: «Liberty is not a right but a duty»[29];
a destra, riquadro rettangolare rosso con profilo dello
scrittore.]
Caro Lanza,
Se Carbone[30] non è stato pubblicato, lo mandaro[31] volentieri al Meridiano[32], ma loro preferiscono i manoscritti mandati diretti[33] senza intermediario[34].
In quanto alla battaglia, questo[35] deve apparire di combustione spontanea[36]. Come primo passo suggerisco che voi cercate[37], da Hoepli, da tutte i[38] librerie una copia d[i] Les pieds dans le plat di René Crevel[39].
Se lo[40] troverete, scrivete una critica per destare appetito altrui. Ma se non lo potete trovare, mandate una lettera di protesta al Meridiano, pagina di proposte (idee discussioni); dicendo Porco zampino, il miglior libro del miglior autore francese del[41] ultimi due decenni NON è reperibile in Italia.
Crevel suicidato, suppongo da sdegno delle condizioni della Francia della letteratura giudaizzata[42], del P.E.N. club[43], di tutta la scroferia pseudo-rossa, etc…
Insomma egli feci[44] l’ultima protesta contro la Francia della banca e dei mercanti.
Non so se avete mai visto Les marchands de canons del Rostand jeune[45]? Non ho mai visto [l’opera] stampata, vidi il dramma esseguito[46] in una sala di cinema a Parigi 12 anni fa.
Ma se voi in sei mese[47] fate entrare la conoscenza di Crevel in Italia sarebbe un bel lavoro. Credo che si deve scegliere POCHI autori interessanti, forse uno solo dei diversi paesi. Spero vedere un principio con un articolo su H. James / e poi forse critiche di Wyndham Lewis e Cummings[48]. Ma a voi gli autori francesi.
Cocteau[49] è noto di nome ma non letto in Italia: e non conosciuto come autore meritevole, ma mi pare pubblicizato[50] come oppiomane ed eccentrico, pur avendo fatto grande pubblicità per Chirico al tempo quando Chirico lo meritava[51].
Sto leggendo i 70 volumi di Voltaire[52]; da[53] cui la parte oggi interessante sono anch’essi trascurate[54].
Voltaire era quasi a posto come economo; ed apprendeva a scrivere versi nella sua vecchiezza, o almeno quando scrisse versi brevi, non quei dannati e idioti essametri[55] con tutte parole in ordine falso.
Rolando Monti[56], ultimo indirizzo che conosco, via Reggio Emilia, 16. Credo che sta lì ancora. Roma.
Saluti alla Signora gentillissima[57] ed a Barblan[58] e spero vedervi.
Ezra Pound. [Firma autografa]
Quale[59] altre lingue leggete trane[60] il francese[61]?
In somma non sarebbe necessario che voi dichiarate[62] Crevel «il migliore» /[63] ma che siete informato da competente che Crevel è etc… / interessantissimo e «il migliore» e che non lo potete trovare / (e potete anche aggiungere che altri amici hanno trovato la stessa difficoltà quando vogliono far conoscenza d’un autore estero fuori il listino delle scroferie o opere di mediocrità meritevole[64] importate da due o tre case editrice[65].
[Sul risvolto del secondo foglio della lettera, a mano:]
Il shits stema o sistema[66] mercantile esclude l’ottimo accetta il resto cercando far passare articolo di commercio (per preferenza, com. basso) per opera d’arte.
9. Idem.
Anno XIX [1941], 30 [mese illeggibile: marzo?]
Caro Lanza,
Vo/ ms’[67] arrivato quando ero a Roma / OCCUPATISSIMO / in ogni caso non leggo romanzi / più / quasi mai / E il sojetto / porca MISERIA / più presto si dimentichi tutta quella mitologia ebraica, meglio serà[68] /
Da bambino in America si dà quella sporca bibbia ai ragazzi / ogni god damn domenica / scuola domenicale / Per la vita dopo / ogni riferimento alla Palestina puzza. Misericordia! pietà! mi manda[69] qualche cosa con altra geografia.
Bibbia; talmud / La putridità ha offuscato tutto il medio aevo[70] / pensatori, altrimenti chiari / pensatori abili: quando il pensiero fa riferimento alla filosofia / alla antichità classica / subito scuro e STUPIDO storpiando il pensiero; collo sforzo d’accordarla[71] alla superstizione palestinese ///
Voltaire aveva ragione / in somma egli faceva un lavoro ma doveva toccare il cadavere per metterlo sotto terra /
in ogni caso non aspettate una risposta subito /
Fu o non fu pubblicato il libro in francese??
In ogni caso m’infisco[72] di Juda; morto o vivo[73] / se non mi promettete un secondo Salomé di Laforgue[74].
Gourmont[75] a dit: «Il y a aussi, à la mi-carême, le costume historique»[76] // Nel poema, invece, mi piace Il cavatappo[77].
Saluti a Barblan[78] e alla gent.ma consorte vostra.
[Firma autografa].
[Sul risvolto del secondo foglio della lettera, a mano:]
Potreste fare la situazione psicologico[79] di Juda in ambiente moderno??
10. Idem.
Anno XIX [1941, senza altre indicazioni].
Caro Lanza,
Saluti a voi, alla Signora ed a Barblan[80], quando voi lo[81] scrivete. Rolando Monti[82] è tornato a Roma e, se Barblan va a Roma, devono incontrarci[83].
Mi pare che se tre o quattro di noi gridono e strillono[84] a bastanza[85] sarebbe possibile spingere le potenze a stampare libri legibili[86] in Italia o in lingue straniere, o in testi bilingue[87] o in traduzioni. Sul Meridiano di Roma[88] del 15 Sett.[89] fu un grido, o una grida / etc… / Di Marzio[90] e Pellizzi[91] sono ben disposti ma bisogna che più d’una persona domanda[92] la cosa a voce alta.
Meridiano ha pubblicato un bell’articolo del Dott. Yang[93] sulla poesia cinese. C’è posto su quel giornale di fare cose interessante[94]. Si potrebbe trovare argumenti[95] più divertente[96] che non I due latini[97] ma bisogna che tre persone si mettono[98] d’accordo sui loro desideri.
La conversazione perde con la scomparsa di Joyce[99]. And so forth[100].
Ezra Pound [firma autografa].
Invece della spazzatura dell’Albatross[101], dobbiamo domandare testi dei libri che noi vorremo[102] leggere. Tutto in inglese o americano costa troppo nelle edizioni di quelli[103] paesi. A 10 lire si può trovare qui solamente i surrogati. Niente H. James, niente Cummings, niente Crevel, appena Cocteau[104]. Ma questo è mica necessaria[105] / Tipografie ci sono in Italia.
11. Pitigrilli: Mon Repos, 28 – Lausanne,
a: Principessa Lanza di Trabia[106]: via Monfalcone, 3,
fatta seguire in: via di villa Ruffo, 31 – Roma.
Cartolina con timbro recante la scritta: VERIFICATO PER CENSURA e due timbri postali. Su quello svizzero si legge la
data: 17. VIII. 45.
Su quello di Roma si legge la data: 10. IX 1945.
Cara Amica,
desidero una lettera lunga lunga. Sono tanti anni che non ci vediamo[107]. Che progetti avete? Ho letto ottimi versi del fratello di Lorenzo[108]. Io ho in vista giornali di case editrici. Lorenzo sarà con me[109]. E la bimba[110]?
Con viva cordialità.
[Sigla].
12. Prefazione autografa di Giorgio De Chirico per Mareggiata di Lorenzo Ercole Lanza.
1955 o 1956[111].
Sorto da una famiglia di gentiluomini e di cavalieri erranti, poeta, lavoratore ed antiborghese, Lorenzo Lanza, con le sue doti di mente e di cuore, ci offre una raccolta di poesie piene di senso nel loro meccanismo in superficie insensato.
Del resto il senso, quel senso misterioso e profondo, che si cela dietro un aspetto illogico, è il «sistema» usato da molti filosofi-poeti, e poeti-filosofi, da Hölderlin a Rimbaud, da Thomas de Quincey a Federico Nietzsche[112].
Evocazioni ed illuminazioni, rivelazioni e ricordi, passati attraverso il filtro della fantasia, appaiono in questi poemi[113], attirando l’attenzione del lettore ed acuendone la curiosità:
Scampanello al piano nobile.
sontuose sale disabitate
custodite da corazze e da stemmi…[114]
ed in un altro poema:
faccio da spia nel regno del sonno…[115]
e così, fino all’ultimo canto, si seguono sogni, intuizioni e scoperte.
[1] Articolo proposto per la pubblicazione in «Archivio Storico Pugliese» e rifiutato dalla Società di Storia Patria per la Puglia in quanto non sufficientemente attinente a temi di interesse per la regione.
[2] In tema di studi italiani recenti su Lanza del Vasto e argomenti lanziani, oltre agli altri miei due precedenti articoli intitolati Esperienza umana, culturale, religiosa di un cristiano fuori norma: Lanza del Vasto (1901-1981) e Contributo all’individuazione delle fonti libresche del pensiero di Lanza del Vasto, accolti nel presente volume (pp. 10 sgg. e 40 sgg.), ricordo soprattutto: Aa. Vv., Tra Cristo e Gandhi. L’insegnamento di Lanza del Vasto alle radici della nonviolenza, a cura di D. Abignente e S. Tanzarella, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2003; la tesi di laurea inedita di P. Trianni intitolata La rilettura escatologistica della non violenza gandhiana nel pensiero religioso di Lanza del Vasto, Facoltà teologica dell’Italia centrale, Firenze 1999; e la tesi di M. Corazza, L’Arca di Lanza del Vasto. Aspetti socio-religiosi di una comunità nonviolenta, discussa presso l’istituto di storia della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino nel 2003, premiata a San Vito dei Normanni nel 2004 e pubblicata a Fasano (BR) nel 2005.
[3] Marciana Marina (Elba), 1900 – Milano, 1971.
[4] Presso l’autore del presente articolo.
[5] Come ho già rilevato in uno dei miei precedenti scritti, è proprio sulle copertine di queste due edizioni fiorentine che compare per la prima volta il nome d’arte: «Lanza del Vasto».
[6] La conversione religiosa di Lanza del Vasto matura in più fasi dagli anni degli studi universitari fino al pellegrinaggio in India del ‘37-38. In India egli incontra Gandhi e dopo il secondo conflitto mondiale fonda in Francia e in vari altri paesi nel mondo comuni imperniate sulla pratica della non violenza e diviene uno dei campioni di questa disciplina in Occidente.
[7] Convegni annuali organizzati da Paul Desjardins e Charles Du Bos.
[8] Vd. Ph. Van Tieghem, Dictionnaire des littératures, 2° vol., Presses Universitaires de France, Vendôme 1984, p. 1560.
[9] È probabile che Lorenzo Ercole abbia sollecitato queste dichiarazioni scritte da parte di autorevoli letterati francesi per avvalersene presso editori, direttori di riviste o potenziali datori di lavoro alternativi al proprio suocero industriale. Il 14 novembre 1936 egli ha conseguito, a Siena, una seconda laurea, in giurisprudenza. La sua funzione di direttore dell’officina del gas era relativamente prestigiosa in una cittadina di provincia come Siena e ben remunerata. Tuttavia non corrispondeva affatto al suo temperamento e alle sue aspirazioni, più intellettuali ed artistiche che altro. Inoltre, implicava una sorta di obbligata dipendenza dai gerarchi locali, i quali vedevano di pessimo occhio le sue notturne «orgie» con pittori e scrittori d’ogni bordo e gli rinfacciavano la sua scarsa serietà fascista.
[10] «Revue de l’Action Française», quindicinale fondato nel 1899 da Henri Vaugeois e Maurice Pujo e che si richiamava, nella denominazione e negli intenti, al movimento politico di ispirazione reazionaria organizzato a metà Ottocento da Charles Maurras.
[11] Sic. Ma, in francese, si scriverebbe piuttosto: «6e».
[12] Dal testo della lettera si ricava che Lorenzo è sposato. Il matrimonio è avvenuto nell’ottobre del 1934. D’altro canto, sempre stando al testo, non sembra soffiare ancora sull’Europa, e in particolare tra la Francia e l’Italia, alcun vento di guerra, né di ostilità. La missiva potrebbe essere del ’35 o del ’36, ma la collochiamo qui in quanto presenta caratteristiche che la accomunano in certo senso a quelle che seguono, a cominciare dal fatto che è di un italiano e scritta, anche se da Parigi, in italiano.
[13] Un articolo o un piccolo testo forse pubblicato, di cui non ho traccia, né notizia. De Pisis è stato ospite di Lorenzo e Lidia Lanza a Siena nella seconda metà degli anni Trenta. Come vari altri artisti italiani ha avuto in determinati periodi un suo studio a Parigi.
[14] Sic. Ortografia tra il francesizzante e il latineggiante, forse per un «intellighenzia» frainteso e qui usato a sproposito.
[15] Denominazione della capitale francese nell’argot comune.
[16] Lidia Lanza, la moglie di Lorenzo.
[17] L’acronimo significa: Playrights, Essayists, Editors and Novelists. Si tratta di un’associazione internazionalista e pacifista fondata nel 1921 dallo scrittore gallese C.A. Dawson-Scott con l’appoggio del famoso romanziere John Galsworthy, inizialmente promossa in Italia da Benedetto Croce e di cui Govoni dirigeva la sezione romana.
[18] Si tratta certamente di Cuor d’acqua, raccolta poi pubblicata nel maggio 1939 da una casa editrice La Prora, a Milano.
[19] Non vi è alcuna prefazione di Govoni, né d’altri, nel volume stampato.
[20] Lasso di tempo che non pare, oggi, affatto eccessivo. Spesso si deve aspettare di più anche per la sola pubblicazione di articoli e saggi in bollettini delle Società di storia patria o altri periodici specialistici.
[21] Mensile, allora, dell’Ordine Nazionale omonimo, diretto da F.T. Marinetti e Govoni.
[22] Figurante in L.E. Lanza, Cuor d’acqua, cit., pp. 35 sgg.
[23] «Circoli» era una rivista letteraria genovese, che soprattutto proponeva poeti nuovi o poco conosciuti. Occorrerebbe un’indagine approfondita sulla collezione dei numeri di quegli anni per azzardare oggi un’ipotesi di risposta a questo quesito.
[24] Quotidiano letterario di tendenza filofascista, fondato nel 1922.
[25] «Voi» fascista.
[26] Reminiscenza verlainiana, certamente molto mediata e indiretta: «et tout le reste est littérature!» (Paul Verlaine, Art poétique, verso conclusivo).
[27] Nino Franchina, scultore nato a Palmanova (Udine) nel 1912, attivo nell’anteguerra soprattutto a Milano. Aveva sposato la figlia di Severini.
[28] Lorenzo aveva arredato la sua casa senese con mobilio antico, prevalentemente da cinque a seicentesco e acquistato a Siena in quegli anni.
[29] In inglese: La libertà non è un diritto, bensì un dovere.
[30] Lirica figurante in L.E. Lanza, Mareggiata, cit., pp. 135 sg., con dedica al cognato Giovanni Simboli. I due participi della forma verbale che segue e il pronome dopo la virgola avrebbero dovuto essere accordati preferibilmente al femminile.
[31] Sic.
[32] «Il Meridiano di Roma», importante settimanale politico-letterario di regime fondato nel 1937 in cui Pound ha scritto in italiano dal 1939 al 1943 e che ha ospitato articoli anche del futuro «resistente» e comunista Antonello Trombadori.
[33] Il trascrittore di carte non destinate in origine alla pubblicazione opera automaticamente minute rettifiche, non solo ortografiche. Con la prosa epistolare italiana di Pound non mi sembra però lecito dare libero corso a questo riflesso tecnico, che condurrebbe a un gran numero di correzioni, in quanto gli «errori» di lingua dell’americano sono caratteristici, hanno un loro particolare sapore e valore espressivo, un loro interesse. Ho preferito addirittura attenermi al suo codice di presentazione tipografica e di punteggiatura e mi sono sforzato di praticare solo ritocchi anodini.
[34] In pratica Pound chiede a Lorenzo di inviare lui, direttamente, la poesia alla redazione del quotidiano, mentre certamente il direttore dell’officina del gas sperava in una sorta di sua raccomandazione.
[35] Sic.
[36] Si tratta della battaglia culturale intesa a lanciare in Italia autori, in maggioranza stranieri, giudicati da Pound vivi e moderni. Questa battaglia dev’essere vinta senza combattere, per conversione dell’avversario una volta constatati i meriti degli scritti proposti.
[37] Sic.
[38] Sic.
[39] Opera edita nel 1933. Nato nel 1900, l’autore surrealista parigino è morto suicida nel 1935.
[40] Sic.
[41] Sic.
[42] L’antisemitismo, come intolleranza e/o discriminazione etnico-religiosa ha radici antiche in Europa. Nell’Otto e Novecento assume tuttavia caratteristiche in parte nuove in quanto l’ebraicità viene assimilata con certo progressismo politico e sociale. In Francia i nodi vengono al pettine soprattutto con l’«affaire Dreyfus» ad inizio Novecento. Le destre conservatrici e nazionaliste si rivelano radicalmente antiebraiche. Ma un pregiudizio consimile anima anche la tradizione «liberal» americana più intransigente, derivata da un protestantesimo puro e duro.
[43] Vd. nota all’intestazione del documento n. 5.
[44] Sic.
[45] Cioè di Rostand junior, in francese. Si tratta di Edmond Rostand (1868-1918), poeta e drammaturgo.
[46] Sic.
[47] Sic.
[48] Henry James (1843-1916), romanziere americano naturalizzatosi inglese sul finire della vita; Percy Windham Lewis (1884-1957), pittore e scrittore inglese; Edward Estlin Cummings (1894-1962), poeta, romanziere, drammaturgo e pittore statunitense di tendenze anarcoidi ed iconoclastiche.
[49] Jean Cocteau (1889-1963), poeta, romanziere, drammaturgo e cineasta francese.
[50] Sic.
[51] Giorgio De Chirico: vd. documento n. 12. Riecheggiamento della vieta polemica relativa all’arte «metafisica» del pittore giovane considerata originale e valida e a quella più tarda del medesimo, tradizionalista e reputata invece scadente.
[52] Certo una «Opera Omnia» o collezione completa delle opere. Gli accenni a Voltaire (vedremo che ve n’è più d’uno in queste magre carte) possono essere avvertiti dal lettore come richiami banali ad un classico della letteratura francese. Si rifletta, tuttavia, che l’autore ha suscitato un perdurante e vivo interesse soprattutto negli ambienti anglogermanici di tradizione riformata.
[53] Sic.
[54] Sic.
[55] Sic.
[56] Pittore cortonese (1906-1991) della scuola romana, che ha frequentato Pound a Rapallo.
[57] Sic. La «signora» è la moglie di Lorenzo, Lidia.
[58] Oscar Barblan (1909-1987), pittore senese attivo a Firenze, a Barcellona, in Svizzera, Inghilterra e Irlanda.
[59] Sic
[60] Sic.
[61] Oltre al francese, Lorenzo padroneggiava perfettamente l’inglese e lo spagnolo.
[62] Sic.
[63] Barra trasversale o diagonale ripetutamente utilizzata dall’autore, come vedremo. Tengo a sottolineare che questo particolare segno d’interpunzione figura tale e quale negli originali di Pound e non è un simbolo diacritico che io abbia adottato di mio con qualche enigmatica funzione traspositiva.
[64] Sic.
[65] Sic. Manca poi il carattere di chiusa parentesi.
[66] Il precedente bisticcio anglo-italiano equivale a qualcosa come: sistema merdoso.
[67] Per: Vostro manoscritto. Come capiremo dalle varie notazioni ed allusioni che seguono, deve trattarsi di un manoscritto del Giuda di Lanza del Vasto.
[68] Sic.
[69] Sic.
[70] Sic.
[71] Sic.
[72] Sic.
[73] Sperando d’impressionarlo, Lorenzo ha inviato a Ezra Pound il Giuda Iscariota (Laterza, Bari 1938) o il testo francese dattiloscritto del Judas (Grasset, Paris 1938) di Lanza del Vasto, con il risultato – come ci è dato constatare – di eccitare le ire del corrispondente contro l’ebraismo, la religione e il «passatismo» in genere.
[74] Jules Laforgue, poeta francese: 1860-1887. Articolo ed aggettivo andrebbero accordati al femminile.
[75] Rémy de Gourmont, noto e versatile scrittore francese, legato alla corrente «simbolista»: 1858-1915.
[76] A metà Quaresima ci sono anche le feste in maschera in abbigliamento storico.
[77] Il «poema» è verosimilmente una raccolta di poesie, ignoriamo se di Lanza del Vasto, di Lorenzo o altri. Ma nei florilegi usciti a stampa dei fratelli Lanza non individuo alcun componimento che rechi questo titolo o un titolo analogo.
[78] Oscar Barblan: vd. lettera precedente.
[79] Sic.
[80] Lidia, la moglie di Lorenzo, e Oscar Barblan, cui è fatto cenno già nei pezzi nn. 8 e 9.
[81] Sic.
[82] Vd. note alla lettera n. 8.
[83] Per: «incontrarsi».
[84] Sic.
[85] Sic.
[86] Sic.
[87] Sic.
[88] Settimanale già citato nella lettera n. 8.
[89] La lettera può essere stata redatta nell’ottobre o novembre del 1941.
[90] Cornelio Di Marzio (1896-1944), noto giornalista, direttore dei Fasci italiani all’estero.
[91] Camillo Pellizzi (1909-1979), anglista e fascista impegnato. Dal 1940 al 1943 direttore dell’Istituto nazionale di cultura fascista. Ha patrocinato la collaborazione di Pound a Radio Roma. Nel dopoguerra si è riciclato, riuscendo a mantenersi in posizioni di un certo rilievo: è stato il primo cattedratico italiano di sociologia e, per quasi venti anni, direttore dell’istituto italiano di cultura a Londra.
[92] Sic.
[93] Forse lo scrittore cinese Yang Feng-Chi (1908-1970).
[94] Sic.
[95] Sic.
[96] Sic.
[97] Titolo di un articolo o di una rubrica, presumibilmente.
[98] Sic.
[99] Il poeta e romanziere irlandese James Augustine Aloysius Joyce, deceduto nel 1941 a Zurigo. Com’è noto era vissuto a Trieste all’inizio del Novecento e vi aveva frequentato Italo Svevo.
[100] Inglese: e così via.
[101] Ortografia corretta in inglese, ma forse Pound si riferisce a una collana editoriale italiana.
[102] Sic.
[103] Sic.
[104] Personaggi che Pound ha già citato nei pezzi precedenti quali scrittori significativi.
[105] Sic.
[106] Lidia Lanza, la moglie di Lorenzo.
[107] Forse dall’anteguerra.
[108] Ne Le chiffre des choses, edito in due volumetti nel 1942 a Marsiglia da Robert Laffont. Gli orientamenti filosofici e religiosi di Lanza del Vasto avranno inciso sulla «conversione» di Pitigrilli che, da lì a poco, avrebbe rovesciato i toni della sua letteratura?
[109] Pensa d’iniziare una nuova vita professionale, segnatamente nel giornalismo, e conta di coinvolgervi Lorenzo.
[110] Anna Maria, detta Laura, messa al mondo con parto problematico l’11 settembre 1937. È probabile che Pitigrilli abbia frequentato i Lanza a Siena tra il ’37 e il ’39 e forse anche nei primi tempi del conflitto mondiale.
[111] Nessuna data è segnata sul manoscritto. Propongo questa datazione in quanto il volume è stato stampato a Roma nel 1956.
[112] Immaginari padri spirituali, modelli intellettuali, più che di Lorenzo, dell’autore della prefazione.
[113] Francesismo intellettualistico per: queste poesie.
[114] In Riabitare il mondo, dedicato alla moglie Lidia, a p. 17.
[115] In L’istante, dedicato al filosofo senese Leone Vivante, a p. 33.
* * *
Ramo naturale Lanza di Trabia dal principe Giuseppe (1833-1868): lettere di famiglia. [1]
Tra il 1856 e il 1857 il giovane palermitano Giuseppe Lanza Branciforte e Spinelli, principe di Trabia, Butera e altri luoghi[2], ha frequentato ed amato a Firenze la moglie francese del patriota Antonio Dentice di Massarenghi[3], Louise Alexandre[4], sua quasi coetanea. Louise aveva già dato al maturo marito due figli e una figlia, cui, negli anni successivi, dovevano venirsi ad aggiungere ancora un maschio e una femmina[5]. Frattanto, però, dalla relazione irregolare di Giuseppe e Louise nasceva segretamente a Ginevra il 18 novembre 1857 un piccolo che il padre riconosceva anagraficamente e cui i genitori assegnavano il duplice nome «Louis Joseph»[6], subito affidandolo a un amico stretto della famiglia di Louise, certo Charles-Antoine Calenge[7], castellano di Escoville, in Normandia.
Il 7 marzo 1859 il principe, rinsavito, sposava a Firenze Sofia Galeotti[8] e da costei nascevano Pietro, il 18 agosto 1862, Ottavio, il 20 novembre 1863, e Maria, il 16 luglio 1866. Egli moriva poi prematuramente, durante una permanenza estiva a Monaco di Baviera, il 9 luglio 1868.
In quegli anni Luigi cresceva in Francia privo di contatti diretti con coloro che lo avevano messo al mondo e pressoché ignaro delle sue origini. Il suo cognome, segnato con grafia svolazzante nell’atto di nascita, veniva sbadatamente trascritto «Scansa» al momento dell’iscrizione alle scuole. Il Calenge era un buon tutore, premuroso e saggio, ma avanti con gli anni, e l’affetto che poteva dispensare al giovane non era certo quello di un vero padre. A seguito del decesso del principe, il quale non aveva fatto in tempo a provvedere in qualche modo per il futuro del figlio segreto, si è deciso a scrivere a Palermo. Ovviamente la principessa vedova Sofia non solo ignorava l’esistenza di Luigi, ma non ne voleva sentire parlare. Tuttavia uno zio del defunto principe, Ercole[9], l’anziano della famiglia, non era animato da altrettanto drastici pregiudizi censori.
Il Calenge scompariva a sua volta nel 1877, ma la corrispondenza epistolare tra la Francia e Palermo proseguiva, ora tra lo stesso Luigi e una persona di fiducia del vecchio Ercole, il palermitano Francesco La Rosa. Rapporti epistolari intercorrevano ancora tra vari personaggi appartenenti alle famiglie d’origine e il ramo spurio dei Lanza dopo il rientro di Luigi in Italia nell’ultimo decennio dell’Ottocento, dapprima saltuario, quindi provvisoriamente stabile. Purtroppo, di questa messe di testimonianze indirette si è conservata solo una minima parte[10], che tuttavia reputo utile pubblicare. Rappresenta una fonte di notizie non trascurabile per gli studiosi potenziali della famiglia Lanza di Sicilia in generale come, e soprattutto, per i biografi dello scrittore in lingua francese e maestro della non violenza Lanza del Vasto, figlio maggiore – appunto – di Luigi Lanza, con riferimento alle sue origini.
Premetto che gli originali di diciannove dei venti scritti figuranti in appendice sono in lingua francese e, pertanto, presentati in versioni da me tradotte. Solo l’originale dell’ultima lettera è in italiano e pertanto è riprodotto testualmente.
Le lettere del La Rosa a Luigi ad oggi nell’archivio di famiglia sono sette, scritte tra i mesi di dicembre del 1882 e del 1888.
Del personaggio so solo quanto può desumersi dalle stesse lettere, e cioè che era nato nel 1819 ed è certamente morto non molto dopo il 1888 (vd. lettera n. 7). Era un uomo di una discreta cultura ed apertura di spirito, non privo di beni al sole e presumibilmente un «cliente» dei Lanza, uno di quei personaggi del ceto medio i quali, frequentando per deferenza e/o interesse le case patrizie, propiziavano a loro volta agli aristocratici un raccordo morbido con il vasto e vario mondo della gente comune. Riguardo al primo punto si può rilevare anzitutto che scriveva in un discreto, anche se non impeccabile, francese e che era, negli anni Ottanta dell’Ottocento, un socio anziano del Circolo dell’Unione palermitano (n. 2), in seno al quale aveva l’incarico di curare gli abbonamenti alla stampa, anche straniera. Dal suo indirizzo più volte ribadito ricaviamo l’impressione che fosse proprietario di un gruppo di case e forse di una sorta di albergo, di locanda o di ospizio[11].
Per quanto attiene alle vicende spicciole di Luigi, veniamo a sapere dalle lettere del La Rosa che il figlio del peccato si è inserito ottimamente in Francia. Nel 1881 è divenuto un dipendente della Banque de France e nel 1888 ha conseguito una licenza in giurisprudenza, presumibilmente presso l’Università di Parigi (nn.1 e 6). Egli è in rapporti epistolari serrati con la madre, che risiede a Napoli. Il post scriptum del pezzo n. 6 accenna, nell’88, ad una relazione femminile.
Ercole Lanza, lo zio del defunto Giuseppe, ci appare sotto una luce relativamente favorevole. È in certo senso il nume tutelare di Luigi in famiglia ed ha elargito di suo la somma destinata a fruttare una rendita vitalizia in favore del giovane escluso (n. 1). Ma è, oltre che cieco e affetto da gotta (n. 2), assai anziano. Inoltre, la sua generosità non è del tutto disinteressata. La famiglia tiene a recuperare le lettere d’amore scritte a suo tempo dal principe alla madre di Luigi per distruggerle. Si decide pertanto di procedere ad uno scambio: anche i Trabia restituiranno a Louise Dentice le sue lettere d’amore (n. 4).
In una luce ambigua e persino un po’ bieca si muovono in genere gli altri membri della famiglia, nonché gli imparentati Florio: superficiali, fatui ed egoisti i fratellastri di Luigi, e principalmente Pietro (nn. 3 e 6); arcigna la vecchia principessa madre (n. 1); vanagloriosi – se così si può dire – i Florio, che si illudono di avere il mondo in tasca (n. 5) mentre le loro splendide fortune sono destinate a perdurare meno di un sessantennio[12]. Il senno di poi certamente accentua in noi, che conosciamo il mesto ulteriore snodarsi delle combinazioni e vicende familiari, l’impressione di sconsolatezza.
Le due lettere di fine secolo, l’una della principessa anziana, l’altra della sorellastra Amalia, attenuano – soprattutto la prima (n. 8) – l’impressione di isolamento ed esclusione familiare che sostanzialmente avevamo ricavato dalle indicazioni del La Rosa. Tanto per incominciare constatiamo che Sofia Galeotti in Lanza di Trabia scrive di persona a Luigi, o per lo meno si degna di riscontrare lettere di lui. Di per sé, ciò non è irrilevante, anche se il solo messaggio dell’anziana principessa giunto fino a noi è alquanto conciso e, per dirla in termini espliciti, francamente poco costruttivo.
Anche la lettera di Amalia Imperiali (n. 9), in quegli anni unica figlia legittima superstite di Louise Dentice, fa seguito a uno scritto di Luigi. Per essere precisi, listata a lutto, essa riscontra una lettera di condoglianze dello stesso Luigi in relazione al decesso della comune madre, sopraggiunto a Sorrento il 26 luglio 1898. Notiamo che è assai tempestiva (2 agosto) e, diversamente dalla precedente, non può dirsi laconica. Il suo tono generale oscilla tra il sussiegoso per dovere di rango e l’effusivo. Certo, a noi cittadini democratici del Duemila appare riprovevole e quasi inconcepibile che si dia del «lei» al proprio mezzo fratello. Ma è una particolarità che va situata nel contesto e clima sociale dell’epoca. Semmai se ne può inferire che i due consanguinei non dovevano essersi incontrati spesso e forse dovevano conoscersi appena. Amalia aveva sposato il 29 gennaio 1896 Luciano Imperiali dei principi di Francavilla, duca di Tora, al quale, nel novembre del medesimo anno, aveva già dato un figlio: Emanuele. Il cordoglio per la perdita della genitrice veniva ad assommarsi, per lei, a quello già connesso con la scomparsa del padre, nel 1891, ma soprattutto dovuto a quella inconsolabile dei tre fratelli e della sorella legittimi nel corso del decennio 1875-85[13]. Accessoriamente rileviamo che Luigi, il quale in quello scorcio di secolo covava in petto progetti ottimistici di radicamento in Puglia, propone il suo aiuto e un’associazione in affari alla giovane coppia. Gli Imperiali declinano l’offerta, per mancanza di bisogno e di convenienza, oltre che, magari, perché non sufficientemente affiatati con il parente anomalo.
Le tre cartoline da Parigi del duca e della duchessa di Camastra[14] (nn. 10 a 12) si collocano cronologicamente in una fase posteriore della vicenda familiare. Nel 1900 Luigi ha sposato a Parigi la fiamminga francofona Anne-Marie Nauts-Oedenkoven[15]. La coppia ha acquistato una masseria a Specchia di Mare, frazione di San Vito dei Normanni (allora in provincia di Lecce, oggi di Brindisi), dove sin da prima del 1896 l’escluso anelante al reintegro aveva creato un’azienda vitivinicola[16], e lì sono nati i tre maschi Giuseppe Giovanni (nel 1901), Lorenzo Ercole (nel 1903), Angelo Carlo (nel 1904). Verso il 1912 o 1913 il nucleo familiare si è trasferito a Parigi. I messaggi episodici che ora prendiamo in esame segnano, nel 1923, il riannodarsi di cordiali legami della propaggine spuria, al livello della seconda generazione, con la linea cadetta ufficiale dei Lanza di Trabia. In una sua lettera dall’Abetone a Madeleine Viel del 21 giugno 1923, Giuseppe Giovanni, e cioè colui che alcuni anni dopo assumerà lo pseudonimo d’arte «Lanza del Vasto», racconta con pittoresca vivacità le circostanze pressoché accidentali che hanno condotto lui e il fratello Angelo a presentarsi agli zii nella capitale francese[17]. Altre due lettere del medesimo del novembre 1926 ci informano di un viaggio del giovane a Capri per incontrarvi i Camastra e il cugino Pietro Lanza di Scalea, ministro delle colonie del governo mussoliniano[18]. Da queste lettere sembra potersi evincere che, in quel frangente, i rapporti con i familiari siciliani fossero ottimi. Non però del tutto quelli con il capofamiglia e principe titolare di Trabia e Butera, Pietro, che si manteneva sulle sue. Questi, dalla consorte Giulia Florio[19] aveva avuto anche lui, e in anticipo sul fratellastro, tre figli maschi: Giuseppe (nel 1889), Ignazio (nel 1890) e Manfredi (nel 1894); seguiti da due femmine: Sofia (nel 1896) e Giovanna (nel 1897). Senonché Ignazio e Manfredi erano morti da eroi al fronte a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nella Grande Guerra, nel 1917[20]. I due decessi avevano avvolto la cerchia della famiglia principesca in un’aura di mestizia insuperabile, che non poteva non incidere sulle relazioni umane. E con il passare degli anni la sventura, già tanto pesante, doveva aggravarsi ulteriormente ed esizialmente, dato che lo stesso figlio maggiore e unico superstite, Giuseppe, non si sarebbe accasato, bensì a sua volta impelagato in un’unione illegittima[21], per poi premorire al padre nel 1927. A ciò si aggiungevano le preoccupazioni legate ad un inarrestabile declino finanziario e patrimoniale, dato che le fortune dei Florio, cui quelle dei Lanza di Trabia erano ormai legate, andavano rapidamente declinando.
Va tenuto conto di questo contesto nel leggere i due brevi messaggi di Giulia Florio in Lanza di Trabia dell’anno 1925 (nn. 13 e 14). Essi dimostrano l’esistenza di un filo di congiunzione tra gli emarginati e la coppia conduttrice, tanto più significativo in quanto la corrispondente della principessa è Anne-Marie Nauts. Da anni Luigi ha abbandonato la consorte belga e i giovani figli per correre dietro ad un’amante in Corsica, dove amministra proprietà agricole per conto altrui. Ma ultimamente sono emersi problemi cardiocircolatori di una certa gravità. Giulia e Pietro sono al corrente di queste peripezie e, sia pure succintamente, esprimono partecipazione e simpatia nei confronti della cognata. È certamente rilevante il passaggio al «tu» confidenziale nel testo della seconda cartolina.
Le due importanti lettere del ’27 e del ’28 preludono alla chiusura della fase intermedia.
La lettera listata a lutto di Ottavio di Camastra del 1927 (n. 15) è stata scritta dopo il decesso cui abbiamo già alluso dell’unico figlio superstite di Pietro, Giuseppe[22]. Da essa anzitutto si desume che, a seguito di questa intempestiva morte senza discendenza legittima, Luigi si è creduto in dovere di scrivere a Pietro, per far valere in favore della propria prole un diritto di precedenza rispetto ai figli naturali del povero Giuseppe per ragioni di cronologia o, quanto meno, la convenienza da un punto di vista familiare generale di un riconoscimento formale della linea originatasi con lui, mediante il deferimento di uno dei tanti titoli nobiliari spettanti all’illustre casato[23]. Se poi in questa lettera vi fossero, in forma esplicita o per allusione, anche richieste di assegnazioni patrimoniali, non lo possiamo sapere, ma, data la risposta di Pietro dell’anno successivo, appare poco plausibile.
Ottavio mostra di reputare inopportune le sollecitazioni del fratellastro in quel delicato frangente. Lo invita a pazientare e, protestando il suo indefettibile affetto per lui e per i suoi, lo assicura di un suo franco aiuto in un successivo momento.
Assai più asciutta risulta la reazione di Pietro (n. 16) non alla prima, ma ad una successiva lettera di Luigi di consimile tenore. Mentre Ottavio dà del «tu» al fratellastro come da ultimo anche Giulia ad Anne-Marie, Pietro non demorde dal «lei». Le sue righe producono un’impressione di gelida freddezza. Egli semplicemente finge di non capire il senso dell’istanza di Luigi ed è il modo migliore per ignorarla. Apre, sì, un tenue spiraglio al proseguimento dello scambio di vedute, invitando Luigi a presentare altri, e più precisi, ragguagli; ma questo suo tendere ancora ipoteticamente la mano, da porre forse in relazione con raccomandazioni formulate da Giulia, non avrà seguito. Il principe chiuderà, egli stesso, definitivamente gli occhi a Palermo il 16 ottobre 1929. Luigi, dal canto suo, passerà a miglior vita a Firenze il 6 febbraio 1931. Quanto a Ottavio, subentrato a Pietro nei diritti di primogenitura e nei titoli e privo di propria progenie diretta, non terrà però fede alla promessa epistolare di cui sopra. Forse, frattanto, i rapporti con i figli di Luigi si erano guastati o, quanto meno, raffreddati. Nel 1930 e ’31 Lanza del Vasto è a Berlino e nel 1935 si trasferisce in Francia. Angelo, nel gennaio ’31, sposa a Milano un’oscura Elisabetta de Francovich. Lorenzo lavora a Milano presso la Tosi, poi a Siena quale direttore dell’officina del gas e sposa, nel ’34 a Milano, la figlia dell’industriale Armando Simboli, Lidia.
Nel 1938 muoiono a Roma Pietro Lanza di Scalea, il 29 maggio, e Ottavio Lanza di Trabia, l’8 giugno. A ereditare i titoli dei Trabia è il figlio di Pietro Lanza di Scalea, Francesco[24], che li trasmetterà ai propri figli, Giuseppe, poi Pietro[25], e alla discendenza di quest’ultimo.
Il nostro modesto repertorio epistolare si conclude con altri quattro messaggi, due di Anne-Marie Nauts alla principessa Giulia (nn. 17 e 19) e due di quest’ultima alla vedova di Luigi (nn. 18 e 20) degli anni della seconda guerra mondiale, che configurano una terza fase. Anzitutto questo residuo di carteggio documenta il perdurare di contatti epistolari non anodini. Le due signore trattano da eguale a eguale, con accenti di reciproca stima e di grande affabilità, scendendo anche in particolari delle vicende familiari toscane e siciliane. Le lettere realmente scambiate sono state più numerose di queste poche a noi pervenute, come attesta l’inizio del pezzo n. 17.
All’epoca dei primi tre pezzi, e cioè nel primo semestre del ’40, la seconda guerra mondiale è da poco iniziata. Anne-Marie Nauts ha un proprio appartamentino a Firenze, ma trascorre buona parte del suo tempo a Siena, presso Lorenzo. La principessa abita da sola nell’immenso palazzo Butera della marina di Palermo. Interessanti, in quanto lanciano un potenziale ponte verso il futuro anche delle relazioni interfamiliari, gli accenni ai protagonisti delle giovani generazioni. Al «nipotino», figlio di Lorenzo, che è lo scrivente stesso di questo articolo, ed ha allora quattro anni. Alle figlie di Giulia, Sofia e Giovanna[26] e alla loro numerosa prole, in particolare a Pietro Moncada[27], primogenito di Giovanna, ventenne ed allievo ufficiale dell’Accademia militare modenese.
L’ultimo messaggio di Giulia reca la data del 12 settembre 1944 e si colloca nello scorcio della guerra, a liberazione della Sicilia e di Roma avvenute. Una nuova differenza di stile, in ancora più dimesso e affettuoso, si estrinseca in particolare nel passaggio alla lingua italiana. Sono successe tante cose sconvolgenti, vi sono stati disagi e paure, crisi radicali di certezze e di speranze. Ma nel ’43, con le truppe statunitensi, è giunto a Palermo Angelo Lanza[28] in divisa di colonnello USA. Emigrato in America nel 1936, aveva ottenuto la cittadinanza e si era arruolato nell’esercito. Addetto ai servizi di intelligence, egli, in Sicilia, si rende utile alla famiglia d’origine, evitandole requisizioni e angherie varie. Inoltre, lo scritto ci apprende che in occasione di una sua puntata a Roma Angelo ha ricondotto con sé nell’isola Tinti, il primogenito di Sofia, consentendo a Giulia di riabbracciarlo. Il cadetto dei figli di Luigi è insomma venuto inaspettatamente a svolgere un ruolo di benefattore a vantaggio dei parenti un tempo potenti, ricchi e pressoché inabbordabili.
Un’ipoteca che però pesa irrimediabilmente su quest’ultimo round epistolare è data dal fatto che le interlocutrici sono ambedue personaggi che non possono ormai in alcuna misura influire sulle sorti delle famiglie e dei propri cari. L’autorità familiare, sempre che di autorità familiare si possa ancora parlare in tempi in cui sta per essere proclamata in Italia la Repubblica ed è imminente l’abrogazione dei titoli nobiliari, non spetta comunque alle rappresentanti del gentil sesso, men che mai alle vedove, ed è oltretutto passata di mano. Pertanto le loro emozioni, i loro slanci sono fine a sé stessi, non comportano prospettive di sbocchi, di sviluppi fattivi. E Giulia Florio in Lanza di Trabia cessa di vivere sin dal 23 dicembre del 1947.
DOCUMENTI
1. Da Francesco La Rosa: via Albergaria, Case proprie,
a Mr Louis Scansa: 3, rue du Mont Tabor – Paris.
Palermo, 16 dicembre 1882. Traduzione.
Caro Luigi,
è passato quasi un anno da quando ricevetti la cortese lettera con cui mi annunciava la Sua assunzione definitiva presso la Banque de France. Ho comunicato tale lieta notizia al Suo buono zio Ercole[29] al quale Lei deve l’attuale agiatezza, dato che la principessa[30] non ha fatto nulla per Lei e fu solo lo zio a fornire il capitale per i seimila franchi annui[31]. Reputo mio dovere metterLa al corrente, affinché si regoli di conseguenza. Le consiglio di scrivere subito una lettera affettuosa a quel brav’uomo d’Ercole, testimoniandogli tutta la Sua gratitudine. L’indirizzo è: onorevole commendatore Ercole Lanza di Trabia, senatore del Regno d’Italia a Palermo – via e palazzo Butera[32]. Le auguro ogni bene per il nuovo anno. Io sto benissimo di salute e mi auguro che ne sia altrettanto di Lei e della Sua stimata madre[33], cui La prego di presentare i miei omaggi.
Rimango in attesa di Sue ulteriori notizie e La prego, frattanto, di credere alla mia sincera amicizia.
François La Rosa
2. Dal medesimo: via Granato, 39 – all’Albergaria, Case proprie,
al medesimo: 6, avenue Percier – Paris.
Palermo, 8 gennaio 1884. Traduzione.
Carissimo Luigi,
ho ricevuto or ora la Sua dello scorso 30 dicembre e Le assicuro che sono soddisfatto di come ha saputo impostare la lettera, esprimendo finemente la Sua stima ed amicizia per il sottoscritto e per il buono zio don Ercole. Lui ed io Le inviamo cordiali saluti e mille auguri di buona salute e prosperità. Don Ercole sta così così, non troppo bene[34]. Quanto a me, è un pezzo che sono tornato in perfetta forma. Approfittando della Sua cortesia, Le chiederei un piccolo favore. Quale vecchio socio del Circolo dell’Unione di Palermo[35], ho l’incarico di provvedere agli abbonamenti ai giornali e, tra gli altri, al «Gil Blas»[36]. La pregherei di recarsi al n. 10 del Boulevard des Capucines, da M.r Auguste Dumont, direttore di detto giornale con cui già sono in relazioni epistolari, e, mostrandogli i tagliandi allegati alla presente, di riferirgli che l’ufficio postale di Palermo mi ha fatto pagare 72 franchi per il rinnovo annuo dell’abbonamento, ossia, più precisamente, 60 franchi per il giornale e probabilmente 12 franchi per le spese postali. Quest’ultimo importo mi sembra eccessivo e vorrei sapere se ho pagato secondo quanto previsto dall’ultima convenzione dell’Unione Postale. Qualora non sia così, presenterò qui il mio reclamo presso il direttore della Posta. Le sarei grato di farmi avere una risposta dettagliata. RingraziondoLa anticipatamente, La prego, quando scriverà a Napoli, di presentare i miei ossequi alla sig.ra contessa[37].
Voglia gradire i sensi del mio affetto e della mia sincera amicizia.
François La Rosa
P.S.: Mi premerebbe sapere se M.r Dumont ha ricevuto la mia lettera in cui, oltre ad informarlo dell’ultimo abbonamento, formulavo tanti auguri per lui e per la Francia repubblicana moderata. Non ho ricevuto riscontro. Gli dica che sono un grande ammiratore del suo giornale e che gli ho procurato non pochi abbonati. Arrivederci, dunque, e non addio[38].
3. Dal medesimo: via Granato, 39 – all’Albergaria,
al medesimo: 6, avenue Percier – Paris.
Palermo, 3 marzo 1884. Traduzione.
Rispondo, mio ottimo e carissimo Luigi, alla Sua del 17 febbraio. Il principe di Trabia[39], capo della grande e nobile famiglia cui Lei appartiene, ha da poco fatto il suo ingresso nel mondo alla giovane età di 21 anni e, in meno di un anno e mezzo, ha speso quasi trecentomila franchi con un’attrice di teatro, venendo fugacemente anche a Parigi. Adesso è fidanzato con una graziosa ragazza palermitana, molto bene educata e provvista di una dote plurimilionaria. Si tratta della figlia del senatore Florio[40], uno dei più ricchi milionari d’Italia. Il buono zio Ercole La saluta cordialmente. A parte la cecità, è tormentato sempre dalla gotta. Riguardo al giornale «Gil Blas» Le sarei grato di comunicarmi il prezzo dell’abbonamento per Palermo, dopo aver trattato direttamente con l’amministrazione.
Un affettuoso abbraccio da parte di un Suo sincero amico.
François La Rosa
4. Dal medesimo: solito indirizzo,
al medesimo: senza indicazione di recapito.
Palermo, 23 maggio 1884. Traduzione.
La Sua del 21, caro amico, mi giunge ora, in un momento assai opportuno per affrontare la questione delle lettere[41]. Ho avuto la Sua da Parigi, ma non avevo creduto necessario riscontrarla, a parte che La devo ringraziare della premura con cui si è informato a proposito del «Gil Blas». Le lettere, le avrei portate io stesso, senonché la famiglia Trabia desidera entrare in possesso di quelle del defunto principe detenute dalla contessa[42], una delle quali tratta dettagliatamente della Sua nascita. Il buono zio Ercole è certo dell’esistenza di detta lettera e prega personalmente la contessa di fargliela avere tramite il sottoscritto affinché egli la possa distruggere. La prospettiva di dovere scrivere in questo senso alla contessa mi imbarazzava e la Sua mi è di sollievo, tanto più che è stato proprio Lei ad entrare per primo in argomento. Mi auguro che ci si fidi a trasmettermi il documento, che leggerei di persona allo zio Ercole e che, quindi, strapperemmo, inviandone alcuni frammenti alla contessa a dimostrazione dell’avvenuta distruzione. Anzi, per fare meglio, andrò a Napoli e, assieme ai frammenti, consegnerei pure le altre lettere[43]. Che ne dice, giovane e caro amico? Attendo la Sua risposta.
La prego di presentare i miei omaggi alla contessa e di salutarmi cordialmente il sig. Vescia[44]. A Lei stringo la mano e rivolgo l’affettuoso abbraccio di un vecchio amico.
Francesco La Rosa
P.S.: Quando mi risponderà, mi notifichi il Suo nuovo indirizzo parigino.
5. Dal medesimo: solito indirizzo,
al medesimo: senza indicazione di recapito.
Palermo, 28 aprile 1885. Traduzione.
C’è attualmente a Parigi, all’Hôtel Westminster della rue de la Paix, caro Luigi, la famiglia Florio e cioè: la sig.ra Giovanna Florio, nata D’Ondes Veggio, figlia unica del conte Gallitano, che tuttavia non vuol’essere chiamata contessa, bensì soltanto sig.ra Florio[45]; la sua figlia unica[46] Giulia che è la fidanzata del principe di Trabia, Pietro Lanza del fu Giuseppe, padre comune a Lei e al giovanotto; un bebè di due anni, Vincenzino, l’ultimo della progenie venuto al mondo. Giulia peraltro ha appena quindici anni, è assai carina e molto distinta. Inoltre, c’è un seguito di persone di servizio. Per i primi del mese prossimo è atteso il capofamiglia, il sig. Ignazio Florio, persona d’una quarantina d’anni, in perfetta salute, d’animo aperto e leale. È senatore e commendatore. Possiede un patrimonio colossale, di duecento milioni di franchi. Sa della Sua vicenda, mentre la famiglia è all’oscuro di tutto e il fidanzato, ovvero Suo fratello, ignora la Sua esistenza. Tengo molto a che Lei faccia la conoscenza del sig. Florio e della sua famiglia. Sarà contento d’incontrarLa e La presenterà, facendoLa passare per un amico mio. Per tale motivo allego alla presente un cartoncino destinato al sig. Florio, che Lei leggerà, poi chiuderà nella sua busta e consegnerà in mani proprie. Si informi presso l’albergo del momento dell’arrivo. Spero che seguirà il mio consiglio, che, con il tempo, Le risulterà utile[47]. Il sig. Florio sarà accompagnato dal figlio, che si chiama Ignazio come lui ed è un giovane diciassettenne, simpatico e dai modi cortesi, il quale va ogni giorno a lavorare in ufficio come un semplice commesso[48]. I Florio hanno avuto la disgrazia di perdere il figlio maggiore all’età di tredici anni.
Ora che Le ho fornito tutti questi ragguagli, La saluto ed abbraccio cordialmente.
Francesco La Rosa
P.S.: I Florio sono a Parigi per fare il corredo di nozze.
6. Dal medesimo: solito indirizzo,
al medesimo: 6, avenue Percier – Parigi.
Palermo, 11 ottobre 1888. Traduzione.
Mio buono e caro Luigi,
sono fiero che Lei si ricordi di me e Gliene sono grato. È la sesta epidemia di colera di cui faccio l’esperienza, a cominciare da quella del 1837 che fu tremenda e durante la quale morirono solo a Palermo oltre 30.000 persone. Dunque sono un conoscitore in materia anche se, personalmente, non sono mai stato colpito dalla malattia. Il solo modo per prevenirla consiste nel seguire un severo regime di vita[49]. Il sig. Florio Le invia i suoi saluti e La ringrazia del buon ricordo che ha di lui. Sono lieto che abbia conseguito la licenza in giurisprudenza e mi auguro che avrà la pazienza di continuare altri due anni onde accedere al dottorato. Le faccio i miei complimenti per essere tornato ad Escoville[50], laddove ha trascorso la Sua adolescenza e dove risiedeva il Suo secondo padre, quel generoso e stimabile sig. Calenge con il quale ho corrisposto lungamente e al quale Lei deve la Sua attuale, invidiabile, posizione. I Suoi due fratelli, a principiare dal maggiore, non hanno mai chiesto Sue notizie. Che fortuna, per Lei, di non dipendere da quei due antipatici!
Presenti alla Sua sig.ra madre i miei più sentiti ossequi. Quanto a Lei, mio bravo e virtuoso giovane, si abbia il più caro e tenero abbraccio da parte di un vecchio amico.
Francesco La Rosa
P.S.: Quantunque non abbia l’onore di averla conosciuta, La prego di riverire da parte mia la Sua amica, contessa di Laxxxxlie[51].
7. Dal medesimo: solito indirizzo,
al medesimo: solito indirizzo parigino.
28 dicembre 1888. Traduzione.
Rispondo alla Sua del 29 dicembre dell’anno scorso. Non ho potuto farlo prima[52] per problemi di salute. Ai primi di gennaio sono stato colpito da una congestione cerebrale. In febbraio mi è venuta una dolorosissima sciatica, che mi ha poi tormentato per sei mesi. Come vede, la vecchiaia e gli acciacchi mi si sono fatti addosso. Le auguro sinceramente un buon anno, con tanta felicità. Attendo pazientemente e da libero pensatore la fine dei miei giorni. I Trabia e l’anziana principessa Butera[53] stanno bene. Figli, non ne sono ancora nati, ma la sposa è ora incinta[54]. In febbraio compirò 69 anni. Comincio a stancarmi quando scrivo.
I miei complimenti alla sig.ra marchesa[55]. Mi scriva. Un abbraccio da parte di un autentico amico.
François La Rosa
8. Dalla principessa madre Sofia Lanza di Trabia
a Luigi Lanza.
Palermo, 15 luglio 1897. Traduzione.
Caro Signore,
La prego di scusarmi del molto ritardo con cui rispondo alla cortese Sua. Mi auguro che questo breve messaggio Le sarà fatto seguire qualora Lei abbia già lasciato Parigi[56].
Vorrei saperLa più felice di quanto mi lascia intendere la Sua lettera e formulo auspici affinché, la prossima volta che mi scriverà, possa darmi notizie più soddisfacenti[57].
La prego di credere alla mia perfetta amicizia.
Sophie L. de Trabia
9. Da Amalia Imperiali, nata Dentice, sorellastra,
a Luigi Scansa-Lanza di Trabia: S. Vito dei Normanni.
Napoli, 2 agosto 1898. Traduzione.
Caro Signore,
sono molto sensibile alle Sue buone parole. La perdita della mia povera mamma è il più gran dolore della mia vita, già posta a dura prova da tutte le disgrazie che si erano susseguite, accanendosi su persone che mi erano tanto care. Oltretutto ho dovuto assistere ad un vero martirio, a sofferenze che ha sopportato con una dolcezza ed una rassegnazione angelica, da quell’anima eletta che era e fidando nella ricompensa che Iddio non poteva mancare di tenere in serbo per lei. Ci ha lasciati per essere liberata dai mali atroci che la malattia le avrebbe ancora cagionato. E ora non è su di lei che piango, ma su me stessa: ho perso un essere che adoravo e che, più che una madre, rappresentava per me la migliore e la più sicura amica.
Con mio marito, non potremo mai ringraziarLa abbastanza per l’omaggio affettuosissimo che ha voluto tributare alla sua memoria, facendo celebrare una funzione solenne a suffragio della sua cara anima[58].
Sinceri ossequi da parte di mio marito e mia.
A. Imperiali-Dentice
P.S.: Mio marito ed io La ringraziamo delle proposte da Lei gentilmente prospettateci nel campo degli affari.
10. Da Ottavio Lanza duca di Camastra e consorte: villa Camastra – 3, rue Michel-Ange – Paris,
a Anne-Marie Nauts in Lanza, moglie di Luigi.
Cartolina postale illustrata senza annullo[59]. Traduzione.
Cara Marie-Anne,
grazie degli auguri e delle parole affettuose. Formulo auspici per la Sua felicità, nonché per quella dei Suoi cari figli e delle persone cui Lei vuole bene, tra le quali spero ci voglia annoverare.
Un abbraccio. Odò.
Rose La saluta con tanto affetto.
11. Dai medesimi, stesso indirizzo,
a M.me Louis Lanza: Abetone; rispedita alla Pensione Caselli, Lungarno Acciaioli 2 A, Firenze.
Cartolina postale illustrata, con bollo del 26.6.23. Traduzione.
Cara Anne-Marie, grazie della gradita lettera e della foto di Giuseppe[60], così somigliante.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarci con Luigi[61].
Vi auguriamo a tutti una buona estate e speriamo di rivedervi in autunno.
Rose et Odò
12. Da Rose-Blanche Ney d’Elchingen[62], stesso indirizzo,
a Mr. Louis Lanza: Vezzani, Corse.
Cartolina postale illustrata[63], con bollo in cui appaiono chiare le indicazioni del mese e dell’anno: 10.23. Traduzione.
Caro Luigi,
grazie della cortese Sua. Odò sta meglio, ma ancora non può usare la mano destra[64]. Mi incarica di trasmetterLe i suoi affettuosi saluti. Auguriamoci che tutto proceda per il meglio per Lei e i cari Suoi figli. Odò l’abbraccia. Un caro saluto.
13. Da Giulia Lanza di Trabia, nata Florio: Palazzo Butera – Palermo,
alla Signora Anne-Marie Lanza, nata Nauts: Pensione Zamboni – 36 viale duca di Genova – Firenze.
Cartolina illustrata con vista di palazzo Butera dal mare, scritta sul recto e sul verso.
24 aprile 1925. Traduzione.
Cara Anna Maria,
mi auguro sia in grado di darmi migliori notizie di Suo marito[65]. Penso spesso a Lei. La stringo tra le braccia con vero affetto. Vorrei tanto saperLa serena e contenta. Tanti saluti a Suo marito e ai cari figli. Cordialmente,
Giulia
14. Dalla medesima: stesso indirizzo,
alla medesima: Pian de’ Giullari, 9 – Firenze.
Cartolina illustrata con interno di salone del palazzo Butera, scritta sul recto e sul verso.
Bollo postale del 28.5.25.
Traduzione.
Cara Anna,
il tuo silenzio m’impensierisce. Siamo molto desiderosi di avere notizie di tuo marito[66]. Speriamo vivamente che potrai darcele rassicuranti.
Un affettuoso abbraccio.
Giulia
15. Da Ottavio Lanza di Camastra
a Luigi Lanza: [Firenze?]
Carta da lettere con corona principesca in centro in alto, listata a lutto.
Roma, 27 dicembre 1927. Traduzione.
Caro Luigi,
ecco che viene l’anno nuovo. Auspico che ti arrechi tutto quanto puoi desiderare per te e per la tua famiglia. Spero con tutto il cuore che tu goda di buona salute. Ho visto Lorenzo, che mi ha detto della tua lettera a Pietro. Capirai, caro Luigi, che io non ho proprio voce in capitolo in materia. Comunque, penso che non sia il momento di affrontare l’argomento, giacché la successione del povero Giuseppe[67] è tutt’altro che sistemata e, sotto tale profilo, la situazione richiede la massima cautela. Una volta chiuso quel capitolo, tutto diverrà più agevole e puoi essere sicuro che le cose si metteranno al meglio. Dal canto mio, in quella fase mi muoverò, siine certo, con tutto lo slancio che m’ispirerà il mio affetto nei riguardi tuoi e dei tuoi figli.
Mia moglie ed io t’inviamo, come pure alla tua consorte e ai ragazzi, i nostri più affettuosi e più sinceri auguri.
Il tuo affezionatissimo fratello,
Odò.
16. Da Pietro Lanza di Trabia
a Luigi Lanza: [Firenze?]
Foglio di carta da lettere listato a lutto e con, in alto a sinistra, l’emblema araldico dei Lanza (leoncino rampante).
Palermo, 25 marzo 1928. Traduzione.
Mio caro Luigi,
ho ricevuto la Sua del 14 scorso e mi duole assai leggere che la Sua salute lascia ancora a desiderare. Mi auguro di ricevere presto migliori notizie.
Sorvolo su quanto Lei mi dice in ordine al tenore della mia ultima. Lei non intende – stando a quanto mi assicura – rimettere in discussione scelte operate tanto tempo fa. D’altro canto, è escluso che io condivida le Sue convinzioni in proposito. Quindi il meglio è di non parlarne più.
Lei crede che io possa giovare al futuro dei Suoi figli per quanto attiene al cognome. Non vedo proprio cosa potrei fare, dato che i Suoi figli hanno lo stesso cognome di cui Lei stesso si fregia legalmente[68]. Comunque sia, La invito a spiegarmi quali sono le Sue idee in proposito e a dirmi chiaramente cosa desidera che io faccia.
La prego di salutare da parte mia Sua moglie e i figli e Le stringo cordialmente la mano.
Il Suo affezionatissimo,
Pietro.
17. Da Giulia Lanza di Trabia
ad Anne-Marie Nauts in Lanza: Firenze.
Carta da lettere listata a lutto[69] con, in alto a sinistra, l’emblema araldico dei Lanza.
Palermo, 5 febbraio 1940. Traduzione.
Cara Anne-Marie,
ho letto nei giornali che c’è stato un terremoto a Siena e, visto che qui a Palermo ne abbiamo avuto il 15 gennaio uno pesantissimo cui i quotidiani hanno appena accennato, temo che quello di Siena sia stato forse altrettanto grave e mi premerebbe sapere come state, te e i tuoi, nella speranza che non abbiate avuto a soffrirne.
Ho in casa[70] degli operai che riparano vari danni gravi e molti oggetti rotti.
Attualmente sono sola a Palermo. Giovanna è andata a Modena a visitare suo figlio Pietro[71], all’Accademia[72]. Però quasi certamente Sofia verrà a trovarmi in scappa e fuggi.
Mi auguro che stiate tutti bene e che non abbiate avuto troppo freddo a Siena[73], città deliziosa che mi piace moltissimo.
Giulia.
Tanti saluti affettuosi a Lorenzo.
18. Da Anne-Marie Nauts in Lanza: Siena,
a Giulia Lanza di Trabia: Palermo.
Brutta non datata di risposta sul verso della lettera di cui sopra. Traduzione.
Le nostre lettere si sono incrociate. Sono lieta di aver ricevuto tue notizie.
Effettivamente a Siena abbiamo avuto varie scosse sismiche, una delle quali, piuttosto forte, ha seminato il panico tra la gente, ma fortunatamente non ha prodotto danni.
Dalla tua lettera capisco che a Palermo la faccenda è stata assai più seria. Spero che i danni al palazzo siano agevolmente riparabili. Pensare che ci sono calamità terribili contro cui non siamo in grado di lottare e che, come se non bastasse, gli uomini hanno anche il bisogno di farsi la guerra!!
Mi dici del figlio di Giovanna, già a Modena. Io ho il ricordo di un graziosissimo fanciulletto di 4 o 5 anni[74]!
19. Da Anne-Marie Nauts in Lanza: s.l. [Firenze?],
a Giulia Lanza di Trabia: s.l. [Palermo?].
Brutta di lettera s.d., forse del mese di giugno 1940. Originale in italiano.
Cara Giulia,
dopo aver fatto il giro di parecchi indirizzi, la tua lettera m’è finalmente giunta e mi consola, dato che ero in pensiero per te. Sei sempre così puntuale a rispondermi che temevo tu fossi malata.
Peppino è a Marsiglia, dove studia in Biblioteca documenti per un nuovo libro che sta scrivendo[75]; e Angelo è sempre in America, dove gli avrei fatto una visita quest’anno, se la guerra non fosse scoppiata[76]!
Ho Lorenzo e la sua famiglia a Siena e ci sto quasi sempre: 7, via Simone Martini. Ma ho un quartierino mio qui a Firenze, al 71 di via Coluccio Salutati, e il mio nipotino sta con me per quest’anno scolastico. È quel caro bambino che mi ha dato la forza di vivere in questi mesi dolorosi. Mi rallegra pensare che sei insieme con Giovanna e i suoi figlioli. Quanti ne ha adesso? Ho conosciuto soltanto i due maggiori. Dov’è Sofia? È rimasta a Roma? Con tanti figlioli?[77]
È vero che a Firenze e a Siena siamo stati molto tranquilli finora. Ma da pochi giorni abbiamo allarme su allarme!
Arrivederci, cara. Quando mai ci rivedremo?
Anche da lontano io ti serbo il mio pensiero fedele e ti abbraccio molto affettuosamente.
Anna Maria.
I miei saluti a Giovanna.
20. Da Giulia Lanza di Trabia
ad Anne-Marie Nauts in Lanza – [Roma].
Carta da lettere listata a lutto.
Bagheria (PA)[78], 12 settembre 1944. Originale in italiano.
Carissima Anna Maria,
dal caro Angelo ho saputo che hai avuto la bontà di scrivermi, ma la tua lettera non mi è mai pervenuta e ne sono dispiacente. Angelo mi ha curata dandomi vostre buone notizie. Quanto ho pensato a te in tutto questo triste, penosissimo tempo. È inverosimile tutto quello che si è passato! Sono ancora molto in pena per la mia Sofia e tutta la famiglia[79]. Non vedo l’ora d’aver loro notizie. Puoi immaginare quanto sono grata ad Angelo, che è venuto qui con il suo figlio maggiore[80] per il quale ero stata terribilmente in pena. Doman l’altro ripartiranno insieme, ma ho la speranza di rivedere presto il caro Angelo.
Un abbraccio di cuore dalla tua affezionatissima
Giulia
14 settembre: La tua cara lettera mi arriva adesso. Ho già salutato Angelo. Ti sono molto grata delle tue buone parole.
[1] Articolo pubblicato in «Archivio Storico Siciliano» della Società siciliana di Storia Patria, s. IV, vol. XXX (Palermo 2004), pp. 183-207.
[2] Figlio di Pietro (1807-1855) e di Eleonora Spinelli di Scalea (1814-1899). Decimo principe di Trabia e, in famiglia, secondo principe di Butera. Nato a Palermo il 20.06 1833, deceduto a Monaco di Baviera il 09.07 1868.
[3] Antonio Dentice, conte di Massarenghi (Napoli, 1810 – Castellammare di Stabia, 1891). Esule in Francia in seguito ai moti napoletani del 1848. Dal 1860 cerimoniere della Real Casa sarda, dal 1863 vicegovernatore del palazzo reale di Napoli.
[4] Parigi, 1832 – Sorrento, 1898. Antonio Dentice l’aveva sposata a Parigi nel 1853.
[5] I figli legittimi della coppia sono: Gerardo (1855-1875), i gemelli Stefano e Clementina (nati nel 1856 e rispettivamente mancati nel 1885 e 1876), Alfredo (1867-1882), Amalia (nata nel 1870). Riguardo a quest’ultima vd. pezzo n. 9 della raccolta documentaria figurante in appendice.
[6] La forma «Louis Joseph» quale risulta dall’atto di nascita appare italianizzante ed è da credere che sia stato il padre a dettarla all’addetto dello stato civile. Infatti, in francese, occorrerebbe una virgola oppure un trattino tra i due elementi antroponimici.
[7] 1797-1877.
[8] Firenze, 1839 – Palermo, 1936.
[9] Figlio di Giuseppe (1780-1855) e Stefania Branciforte (+ 1844), fratello del già menzionato Pietro Lanza di Scordia, poi di Trabia, e pertanto zio del padre di Luigi e, in realtà, prozio di quest’ultimo.
[10] Non si può escludere a dire il vero che altri documenti epistolari, e in particolare originali di lettere di Luigi, di Anne-Marie Nauts o dei figli, siano rimasti tra le carte di famiglia conservate a Palermo dai Trabia, poi dai loro eredi. Sarebbe certamente meritorio da parte degli studiosi siciliani accertarsene e, caso mai, pubblicarle.
[11] Certamente a Palermo è possibile ancor oggi reperire indicazioni più precise riguardo a questo personaggio non proprio irrilevante, a cominciare dalle date esatte della nascita e della morte. La lontananza del mio luogo di residenza attuale (Castelvetro di Modena) dall’isola trinacria mi impedisce di effettuare ricerche personali dirette negli uffici e negli archivi. Ad una mia richiesta epistola