La stella polare
(Vicende lussemburghesi - 4)
I
Fa il solito freddo dannato, da staccare le orecchie. Nonostante ciò si è riunito un piccolo crocchio di gente nella piazzetta Auguste Engel. Guardano sconsolati l’Alzette, il fiumiciattolo di Lussemburgo bassa, la cui superficie è ricoperta, laddove l’acqua ristagna, da una pellicola di ghiaccio.
Dalla città alta proviene un’insistente scampanio, perché è la prima domenica dopo l’epifania, festa della Sacra Famiglia. Suona il campanone di Santa Maria degli Afflitti e, in tono più acuto, l’accompagna la campanella di San Michele. Ma la maestosa sinfonia delle campane liturgiche è compromessa da un prepotente sibilare di sirene. Accorrono, infatti, i pompieri, i sommozzatori, accorrono le ambulanze, si precipita in loco la polizia.
Una ragazzina impertinente, sfuggendo al controllo dei genitori, ha saltato il muretto di cinta ed è scesa fin sul bordo del rivo. Voleva vedere – così riferì successivamente – se, sotto il ghiaccio, vi fossero pesci. E, quando ebbe avvicinato il viso, attraverso il fine strato d’acqua invetrita, gli apparvero invece due occhi spalancati e una bocca aperta irta di denti. Era il cadavere d’un uomo, come stabilirono i primi che andarono a controllare dopo che la bimba fu tornata di sopra urlando e singhiozzando senza che si riuscisse a calmarla.
Così, erano stati chiamati per telefono tutti i servizi pubblici suscettibili d’interessarsi alla vicenda e di fare al più presto qualcosa. L’emozione era grande. Non si era abituati, in quel rione calmo e popolare, a funesti ritrovamenti. Portassero via quel morto. Turbava la pace dei loro animi, faceva sorgere inquietudini, insinuava interrogativi e sospetti nelle coscienze.
II
Per primi arrivarono i pompieri, con due grossi automezzi rossi fuoco muniti, sui tetti, di scale estensibili e, dietro, di rotoloni di tubi neri. Una decina di giovanotti in tuta e con caschi rilucenti saltarono giù dalle carrozze, ma presto si accorsero che non potevano far niente di niente, lì per lì. Bisognava attendere la polizia. Anche la squadra dei sommozzatori, arrivata subito dopo, era superflua.
Le ambulanze sopraggiungevano alla spicciolata da varie direzioni, ululando e contribuendo grandemente, con quel baccano sinistro, al clima d’angoscia: dalla Rue de Prague, dalla Montée du Grund, dalla Rue de Trèves. La zona è incassata e il boato delle sirene era naturale vi si amplificasse a causa delle fiancate a picco delle alture circostanti che ripercuotono i rumori.
Ultima a portarsi sul luogo fu la polizia. La opel del commissariato centrale della Rue Glesener, quanto più era in ritardo sugli altri servizi, tanto più accelerava e sgommava per le anguste stradine e le strette curve e tentò dapprima di frenare bruscamente sull’acciottolato ghiacciato dello slargo. Il capitano dei sommozzatori se ne stava ritto in mezzo all’area, assorto, con le mani in mano e senza sapere cosa fare; dato il contrattempo dell’innaturale attesa, si era preso a fantasticare. Fatto sta che stette lì lì per assommarsi seduta stante una seconda salma alla prima: l’autista sterzò ed evitò per un pelo l’ufficiale chiuso nei suoi pensieri. Poi la fortuna, e solo quella, gli consentì di non andarsi a sfracellare contro il cancello d’acciaio dei giardinetti.
Scese dalla vettura il commissario capo Marx, niente po’ po’ di meno. Si era dovuto scomodare lui perché in quel giorno festivo non c’era nessun altro in centrale. Il fortunoso approdo della macchina non l’aveva indotto a scomporsi. Subito si diresse verso l’incauto subacqueo psicolabile e gli strinse calorosamente la mano. Non gli chiese conto della situazione, giudicò più opportuno rivolgersi ai pompieri e al medico venuto con una delle vetture della croce rossa. D’altronde c’era poco da dire, allo stato.
Non si tardò ad appurare che il deceduto era un morto ammazzato. Il cadavere fu estratto dalla sbobba verdastra di quell’ansa di fiume e si vide che aveva uno splendido buco in fronte. Gli occhi fuori dalle orbite sembravano inoltre indicare che il disgraziato era spaventatissimo quando gli avevano sparato. Fu reputato singolare, peraltro, il fatto che avesse la bocca spalancata. Era un uomo robusto, d’altezza media e forse d’una trentina d’anni. I capelli, riccioli, erano castani e un po’ radi. Attorno al collo aveva una sciarpa di seta annodata i cui lembi erano infilati sotto le falde della giacca. Il vestito era un completo grigio ferro, di ottimo taglio, con gilet. Calze e scarpe erano nere e la loro eleganza contrastava con il grosso viso tumefatto, che sembrava quello di un poco di buono.
Documenti, il morto non ne aveva indosso. E non gli si trovò nulla nelle tasche: né un taccuino, né un appunto, né un biglietto dell’autobus o del cinema, né un conto di ristorante o d’albergo. Dunque, quanto all’identificazione, si era in alto mare. Certamente, comunque, non era uno del luogo: gli astanti, interrogati, dissero di non averlo mai visto prima d’allora. Ma la cosa non poteva stupire. Il corpo era stato trasportato fino là dalla corrente dell’Alzette o forse dal rigagnolo della Pétrusse che appena a monte della piazzetta s’immette nell’Alzette e, dopo essere stato ucciso, lo sconosciuto era stato buttato a fiume chissà dove, anche molto più a monte. D’altronde rimanevano da stabilire la data e l’ora approssimativa del decesso, oltre, possibilmente, alla data in cui il cadavere era stato, appunto, scaricato a fiume. Se ciò era avvenuto nottetempo, era stato tanto più facile per i colpevoli agire indisturbati quasi in qualsiasi punto delle rive.
III
Fatti eseguire tutti i sopralluoghi e gli accertamenti di prammatica, che non avevano sortito alcun esito rilevante, firmate le prime carte e consegnata la salma ai portantini affinché la conducessero all’obitorio per l’autopsia, Marx si fece portare alla Brasserie Mansfeld, presso l’antica fabbrica di birra, a Clausen, che distava poche centinaia di metri.
È, nel Granducato, uno dei pochi ristoranti autenticamente lussemburghesi, dato che il mercato della gastronomia è monopolizzato da italiani e cinesi. Più precisamente, la Brasserie suddetta è una combinazione spuria tra birreria, ristorante di lusso e trattoria d’antica tradizione.
Si entra in una sorta di spaccio di bibite con bancone, ma subito sulla destra ci sono un paio di sale per la cucina fine. Servono delle ragazze un po’ tonte, reputate attraenti dalla clientela locale. L’ambientazione è data dalle pareti a crépi, dalle volte, e soprattutto da un sottofondo sonoro di musica classica. Le bistecche al pepe, l’arrosto, i piedi di maiale lessati vi fanno furore, con contorni di fave e di patate fritte. Oppure i pesci, d’acqua dolce, si capisce: le trote, con riso al naturale o al burro. Il tutto, comunque, accompagnato preferibilmente da vini bianchi della Mosella in calici delicatamente tinteggiati di verde. I rustici che preferiscono la birra è meglio salgano sull’ampio ballatoio dello spaccio, dov’è sistemata una decina di tavoli. Lì, magari salsicce con cavoli, quarti di pollo arrosto, carni allo spiedo. E spumeggiante birra, appunto, a volontà.
Il commissario, per motivi di decoro, avrebbe dovuto optare per la sala degli altolocati, ma la finezza di quelle vivande e di quelle musiche non corrispondeva affatto ai suoi gusti e, pertanto, si arrampicò per lo scalone ligneo del ballatoio. Apprezzava la birra bionda e adorava i cavoli. Si prese dunque, assieme all’autista, una mezz’ora piena di autentico relax, di libera uscita dal suo ruolo che talvolta gli andava un po’ stretto.
Di nome, faceva Peter. La madre aveva voluto appioppargli il nome del proprio carissimo genitore, Karl, ma il consorte e padre del neonato si era fermamente opposto, giudicando del tutto sconveniente replicare ex toto il nominativo di un inviso agitatore politico. Ci si poteva chiamare Marx, era un cognome banale in Germania e in Lussemburgo. E, ad esempio, Michael, Alexander, o Peter Marx. Ma non Karl Marx!
L’estrema golosaggine quanto a birra, cavoli e salsicce era di stampo prettamente germanico, sì. Ma Peter Marx, nonostante la carica di commissario di polizia, era un buono, una buona pasta e peraltro un convinto fanatico della Spagna, della Grecia, dell’Italia, delle patrie del sole e del cuore sulla mano.
Quel pomeriggio, per l’appunto, consumato il pasto clandestino, doveva recarsi all’aeroporto di Findel per ricevere un pezzo grosso del ministero italiano dell’interno, incaricato di un sopralluogo nel Granducato nel quadro della cooperazione tra i servizi degli Stati dell’Unione europea. Da Clausen la strada, su per la Rue de Neudorf, è leggermente in salita e quasi diritta per Findel, dapprima tra due file di caseggiati miserevoli, poi attraverso ritagli di bosco e di prati.
IV
Il volo giunse da Roma con tre quarti d’ora di ritardo. Marx attese in aeroporto scorrendo il giornale e riflettendo al morto del mattino. In Lussemburgo sono frequentissimi i suicidi, ma i crimini di sangue sono invece assai rari. I quadri della polizia e della gendarmeria mancano crudelmente d’esperienza in materia. Però il commissario capiva che occorreva anzitutto determinare chi fosse l’ucciso. Certo, la missione del funzionario italiano capitava in un momento poco propizio. Lui avrebbe dovuto occuparsi di costui, e magari accompagnarlo continuamente di qua e di là per un quattro o cinque giorni. Era un bell’impaccio.
Fu annunciato che l’aereo era atterrato e tutti i pensieri cupi dileguarono in men che non si dica dalla mente del poliziotto. Si diresse verso il portale dal quale dovevano uscire i passeggeri e lì aspettò ancora oltre mezz’ora. Finalmente riconobbe, senza conoscerlo, il collega italiano. Era basso, era moro, aveva un fare da burocrate? Niente affatto: era più alto di Marx, sul biondo, con occhi d’un limpido grigio e aveva l’andatura di un padrone della terra in incognito. Strano a dirsi: da ciò Marx capì al volo che era lo straniero che cercava, dalla sua signorilità, dalla sua eleganza, dalla sua disinvoltura. Nessun funzionario, né burocrate lussemburghese potrebbe mai essere, né parere, un signore.
Gli ispirò simpatia, o meglio una sorta di cordiale soggezione. Cercò di rivolgergli parole di benvenuto in similitaliano, ma l’altro replicò in un francese impeccabile, da far allibire i provinciali della minuscola patria bastarda per i quali l’idioma gallico è, sì, una lingua ufficiale, ma altresì una lingua che viene da fuori, elitaria e da allocuzioni ufficiali.
Lo portò in commissariato, lo presentò ai pari grado. Quindi lo fece accompagnare in albergo, prendendo con lui appuntamento per l’indomani, alle nove di mattina: era in programma la visita al centro europeo del Kirchberg.
V
L’ambasciata russa segnalava la scomparsa di un suo addetto e, mentre Marx sorbiva il caffè al bar del ventiduesimo piano del Grattacielo del Parlamento europeo – dalle finestre del quale, data l’elevazione, si godrebbero panorami inauditi, se mai l’aria del Lussemburgo fosse poco poco limpida, se non incombessero bassissimi nembi opachi, se non ostassero le nebbie e la perdurante foschia, e se d’altro canto vi fosse nelle campagne del paese altro da ammirare che tetti d’ardesia e distese uniformi di boschi –, la notizia gli fu comunicata al telefono dall’ispettore Wehring, il quale anche precisò che le caratteristiche fisiche sembravano corrispondere.
Il commissario raccomandò che si procedesse a tutte le verifiche di prammatica, che si conducesse all’obitorio un funzionario russo per il riconoscimento, che si sollecitassero dall’ambasciata altri ragguagli. Ancora il medico legale non si era pronunciato sulla data e l’ora del decesso: il referto sarebbe stato consegnato in serata, disse l’ispettore.
Marx non poteva piantare in asso l’ospite italiano, il quale doveva incontrare il Segretario Generale della prestigiosa istituzione europea. Presero l’ascensore; al pianoterra passarono davanti a cinque uscieri serissimi in frac neri con grossi bottoni dorati e con collane di medaglioni anch’essi dorati al collo. Attraversarono il ventoso piazzale. Sui pennoni, alla destra e sul fianco sinistro, sventolavano disperatamente una buona cinquantina di vessilli disparati. C’erano le bandiere degli Stati dell’Unione, ma anche quelle degli Stati associati e dei paesi africani, a causa, come spiegò il commissario, di riunioni politiche in corso in quei giorni.
Ritrovarono una schiera di uscieri gallonati, compresi della dignità delle loro funzioni, che si giravano i pollici dietro il bancone dell’accoglienza al pianoterra del palazzo intitolato a Schuman e, lì, salirono al secondo, dove furono introdotti subito nella saletta di rappresentanza della suite del patron degli euroburocrati.
Il colloquio tra i due alti funzionari, cui Marx, con rispetto parlando, fungeva in pratica da addetto a reggere il candeliere, fu educatissimo e, in apparenza, affabile. Ma i due, tra un complimento e l’altro, non si dissero niente. Si squadravano e, mentre le bocche e gli occhi sorridevano, ciascuno procedeva ad un sottile esame indiziario sulla base di dettagli nella gestualità, nella scelta lessicale, inteso a scoprire chi realmente fosse, cosa valesse l’interlocutore.
VI
L’identità del morto con il buco in fronte era stata confermata. Il vice dell’ambasciatore russo lo aveva formalmente riconosciuto. Si trattava di certo Constantin Popov, nato a Vladivostok, trentottenne. Ufficialmente, all’ambasciata, era l’addetto alle questioni militari. Una figura defilata, ma di indubbia levatura.
Il decesso era avvenuto nella notte precedente il ritrovamento della salma. La pallottola era stata sparata da una distanza di pochi metri con una pistola di calibro 9, presumibilmente una beretta di non lunga portata di tiro, come s’induceva dal fatto che il proiettile fosse rimasto incastrato nella cassa cranica e, cioè, non ne avesse perforato la calotta posteriore.
Ma questo Popov, chi frequentava? In cosa consistevano effettivamente i suoi incarichi di lavoro?
Dal braccio destro dell’ambasciatore, Wehring apprese solo che era coniugato con una Ielena. L’evasività ostinata del personale sovietico circa le specifiche mansioni dell’esperto di problemi militari suscitò in lui il sospetto che Popov fosse soprattutto una specie di spia. Convocò la vedova in commissariato per il martedì mattina e, alle dieci, la nordica, con una ricca capigliatura d’un biondo quasi bianco, non molto alta, cicciottella, pesantemente truccata nonostante l’età ancora giovanile, fu accompagnata nell’ufficio di Peter Marx.
Incoraggiato dall’aspetto gioviale dell’ex consorte del freddato, il commissario capo cominciò col rivolgerle condoglianze miste ad ammiccamenti consolatori, ammirativi, plaudenti alle sue prosperose grazie. Quindi la subissò di domande d’ogni genere sul defunto. Che tipo era, che amici aveva, che gente frequentava, se usciva spesso, in cosa consisteva il suo lavoro, ecc…
Popov lavorava poco. Era sempre in giro. Aveva contatti con colleghi dislocati in tutte le capitali d’Europa. Andava pazzo per le donne, ma, negli ultimi tempi, trascurava la Popova – diceva lei, sussurrando più che articolando, con le labbra carnose cariche di rossetto che si socchiudevano e richiudevano a guisa di cuore.
VII
Tempo una notte e un giorno vennero giù ottanta centimetri di neve. Poi la temperatura, d’un tratto, calò sotto lo zero. Gli spazzaneve, spargisale e spargisabbia percorrevano l’intera cittadina, trattando le strade maestre più e più volte. Ma la neve sciolta in acqua rapidamente gelava trasformando i lastricati, gli acciottolati, i letti d’asfalto in piste sdrucciolevoli. Ai lati delle arterie urbane il biancume rimosso dalle carreggiate e spalato dai marciapiedi formava cumuli enormi, che, poco a poco, s’indurivano in montagne di ghiaccio, contro cui era problematico evitare di andare a sbattere con le carrozzerie.
All’incaricato del ministero italiano dell’interno, Ignazio Cottafava, barone di Roccadura, era stata assegnata una macchina di servizio con chauffeur ad uso personale esclusivo e Marx non l’aveva rivisto dal lunedì. Un po’ si pentiva di averlo così abbandonato a se stesso, un po’ si diceva che era però suo dovere professionale seguire da vicino le indagini. Del resto, l’italiano non era del genere da perdersi in un bicchier d’acqua, né in una tempesta di neve, a quanto aveva potuto constatare. Senz’altro anche lui portava avanti le sue inchieste.
I due tornarono ad incontrarsi al ricevimento offerto dall’ambasciata d’Italia in onore dell’autorevole concittadino di passaggio. C’era un’infinità di gente, troppa per Marx. Il Segretario Generale del Parlamento europeo aveva stimato opportuno non scomodarsi di persona e, in sua vece, delegato il direttore generale delle relazioni pubbliche. Le numerose signore presenti rivaleggiavano d’eleganza, con scollature vertigonose, spacchi nella schiena fin quasi all’osso sacro, tacchi esili e altissimi, pettinature improbabili e gioielli, tanti gioielli, veri e finti. I camerieri, in doppiopetto bianco e pantaloni scuri, giravano con vassoi colmi di bicchieri e bicchierini d’ogni ben di Dio tra vinelli mosellani, vini italiani, whisky, cognac, armagnac, e via dicendo…
Si beveva per darsi un contegno e si trangugiavano salatini e canapè per evitare che l’alcool desse alla testa. Si discuteva, si chiacchierava, si cinguettava, si civettava, si sciorinavano facezie e lazzi, spiritosaggini, si confidavano segreti di pulcinella, ci si lasciava andare a indiscrezioni piccanti…
L’italiano prese da parte Marx e gli fece:
– Ho sentito di Popov. Che brutta storia! Era un uomo tanto vitale, sempre allegro…
– Lei lo conosceva? – fece il commissario, sorpreso.
– Sì, certo. Veniva a Roma talvolta e l’ho incontrato in diverse circostanze.
– Di che genere, se mi posso permettere?
– Beh, occasioni mondane, feste…
– Secondo lei, veniva a Roma per divertirsi o anche per lavoro?
– Non saprei, ci sono tanti tipi di lavoro… Le persone che più contano spesso lavorano anche quando sembrano solo spassarsela.
– Ma qual era, a suo parere, il lavoro di Popov?
– Mi sono imbattuto in lui solo casualmente e di sfuggita, commissario. Non so darle notizie specifiche circa le sue attività; a parte il ricordarle che era un diplomatico, mi pare. E, vede, per un diplomatico anche la conversazione mondana apparentemente più anodina può rappresentare un lavoro. Si diverte, e intanto raccoglie notizie.
– Si occupava in particolare di questioni militari. Tra le persone con cui lo ha visto in Italia c’erano generali o funzionari della difesa?
– Cosa vuole, i militari e gli addetti dei ministeri sono ovunque, come ogni altra classe di cittadini, e certamente ne bazzicavano negli ambienti frequentati da Popov.
– Mi sa dire altro sul personaggio: qualcosa che l’abbia colpita, un qualche tratto caratteristico saliente?
– Il tratto davvero saliente è ch’era un intemerato donnaiolo, direi.
VIII
Sui campi innevati fuori città, ma anche in città sui grandi piazzali come il Glacis, svolazzano e saltellano frotte di grossi corvi neri. Gli antichi germani veneravano il corvo, in cui non vedevano affatto un uccellaccio di malaugurio, bensì, anzi, un ausiliario degli dei, un ispiratore sacro di Odino, un emblema di saggezza e scaltrezza. Quando il re del cielo andava sulle furie e quasi perdeva il controllo di sé, il corvo gli volava sulla spalla e gli sussurrava all’orecchio princìpi di moderazione e di tolleranza. Una sorta di spirito santo, insomma; una specie di colomba.
Wehring aveva sguinzagliato i suoi agenti in città per un’indagine sul terreno e a tutto campo. Il russo era un mondano e aveva un debole per il bel sesso. Quindi doveva essersi fatto vedere e notare abbondantemente in giro. Con foto del diplomatico vivo fornite dalla vedova, i meticolosi agenti della centrale di Rue Glesener interrogavano tutti i gestori di bar in voga, di discoteche, di sale di spettacoli e di postriboli. Altri loro compagni affrontavano gli interminabili e aggrovigliati corridoi dei palazzi della funzione europea, i quattro del Parlamento, quelli della Commissione e della Corte di Giustizia, la palazzina dell’Euratom e gli uffici di Euroffice.
La neve, il ghiaccio, la melma, i corvidi neri, certo, erano d’ostacolo agli spostamenti e alla vivacità di spirito. Non sembravano porre sotto fausti auspici quella ricerca frenetica in cui era impegnato un team di una quindicina di questurini.
Emerse dal rastrellamento una messe di indicazioni anche troppo abbondanti, ma poco significative. Tutti conoscevano Popov, tutti lo avevano incontrato e frequentato, tutti ne dicevano solo del bene, ma nessuno diceva alcunché di concreto.
Popov andava a donne: era un dato ormai acquisito. Ma praticava anche lo spionaggio a favore dell’URSS? La cosa era probabile, tuttavia nessuno pareva saperne niente. Si era potuto appurare, a dire il vero, che il dongiovanni riceveva frequentemente in visita a Lussemburgo connazionali in servizio in altri paesi e li portava regolarmente al casino dell’Avenue Gaston Diderich. Lì arrivavano sempre già ubriachi fradici, ma – a quanto pare – non si sbottonavano, se non per quanto attiene ai pantaloni.
– Che spassoso, l’ufficialaccio russo! – aveva esclamato Ingeborg Utah, un’alta funzionaria della Commissione interrogata nel suo ufficio – ballava come quel cosacco che, forse, era: con foga esagerata e rigidamente, pesantemente. Però quanto ci faceva ridere e divertire con le sue storielle salaci! Che campione per farti sentire interessante, affascinante, per ridarti il gusto della vita!
– Lei sa cosa gli è successo?
– Già, ho sentito che gli avrebbero sparato in fronte. Chi mai può essere stato?
– È ciò che, appunto, cerchiamo di accertare. E vorremmo poter contare sulle persone che lo conoscevano, come lei, per indicarci delle piste.
– Mi dispiace, signor commissario, ma non sono in grado di esserle utile in proposito. Non mi è mai venuto agli orecchi che il capitano Popov avesse dei nemici e la prego di credere che non ho a che fare con assassini.
– Non si agiti, signorina. Non ho voluto insinuare alcunché di offensivo nei suoi riguardi, le assicuro. Mi chiedevo, e le chiedevo, se, magari, non le fosse capitato di notare qualcosa nel comportamento del compianto ufficiale o nei rapporti tra lui ed altri conoscenti che, riflettendoci a posteriori, assuma le caratteristiche di un possibile indizio.
– No, commissario. E ora, la prego, mi lasci al mio lavoro. Noi, qua alla Commissione, siamo molto occupati. Non ci è consentito perderci in lunghi scambi verbali privi di costrutto.
IX
Marx si era preso un pomeriggio intero di libertà, per scaricare lo stress. Si era fatto condurre da una cugina sposata e madre di cinque giovani figli, un po’ fuori città, sulla strada di Echternach, in mezzo ai boschi.
Non fu agevole arrivare fino lì, ma tanto l’ufficiale aveva l’autista.
Giunse alle due del pomeriggio, dopo pranzo. I marmocchi gli fecero una gran festa, manco fosse un Babbo Natale in ritardo di tre settimane. Fortunatamente, aveva pensato a portar loro diverse borse di regali, che accrebbero l’eccitazione, ma gli staccarono di dosso quelle creature. Quasi più della scatola di lego, del trenino semovibile a pila con i suoi binari di plastica, del puzzle con paesaggio boschivo in cinquecento pezzi, delle due bambole e dei maglioncini made in China, suscitò plauso e ammirazione una stella d’oro al di sopra della quale si affacciava un angioletto, stampata su uno degli imballaggi e che Martha, la bimba più grande, volle assolutamente ritagliare per incollarla su una parete della camera da letto.
Hyppolite, il marito della cugina, era ciò che si dice un uomo positivo. Era robusto, sanguigno, gran parlatore. Si interessava da dilettante informato d’ingegneria meccanica, d’aeronautica, ma altresì di costruzioni navali, il che non gl’impediva di essere anche un fanatico della natura, della tutela dell’ambiente, dell’agricoltura biologica. Subito si lanciò a intrattenere Marx del nuovo sommergibile atomico in costruzione in Francia. I russi si armavano e i francesi, incuranti dello scudo americano, non rinunciavano a strillare i loro chicchirichì, non tutti privi di un certo qual contenuto reale. Il sommergibile francese non era male – sosteneva il cugino acquisito –, a non tener conto del fatto, tuttavia, che la Francia ne avrebbe varati tre o quattro, mentre l’URSS disponeva di varie decine di sottomarini nucleari.
La conversazione proseguì sulle tensioni Est-Ovest che si erano decisamente inasprite in quei mesi; sui pericoli di una guerra nucleare. Era incredibile che l’Europa avesse fatto la duplice esperienza delle guerre mondiali senza ricavarne una sufficiente aspirazione e prospettiva di pace. Che senso avevano avuto le guerre del ’14 e del ’39? Per cosa erano morti i milioni di caduti sul campo e di caduti civili di quelle mattanze sistematiche? Cosa avevano guadagnato francesi e tedeschi dallo sterminio delle relative popolazioni? E si capisce che una guerra nucleare, con ogni probabilità, non avrebbe lasciato vivo un solo tedesco, né francese, in Europa.
Il commissario spostò il discorso sulle Comunità europee. Quello di un’unione francotedesca e, in subordine, di tutta l’Europa occidentale, sì che era un programma serio e finalizzato all’intesa pacifica tra i popoli! Ma Hyppolite fece notare che, momentaneamente, la tanto decantata convergenza dei popoli era tutto fumo e pochissimo arrosto. A Lussemburgo, Strasburgo, Bruxelles si facevano copiosissime chiacchiere con un alto costo per il contribuente europeo, però con risultati davvero striminziti. I paesi non volevano rinunciare alla loro sovranità politica.
Uscirono all’aria aperta. La campagna era un deserto di neve candida fittamente punteggiato di nero carbone, a causa dello sciamare dei soliti corvi. Anche il cielo era bianco: sembrava un coperchio a forma di cupola. I cinque diavoletti correvano come degli indemoniati e si tiravano pallate di neve. Una, che deviò, prese Marx sulla fronte e lui ne fu indotto a ripensare alla morte di Popov.
X
Wehring non era soddisfatto della piega che prendevano le indagini. Si continuava a brancolare nel buio più fitto. Pensò che occorreva cambiare metodo, condurre interrogatori meno dispersivi, più mirati, e usando toni meno teneri, più incisivi. Si disse che, spremendo a modo, si doveva poter ricavare di più dalla Popova.
Pertanto la fece venire in Rue Glesener. Senonché quella si presentò nel suo stanzino con una tale aria da vittima, i capelli chiarissimi e lisci imperlati dalla neve, gli occhi luccicanti per un pianto a fatica represso, la tumida bocca tacitamente supplichevole, due bocce di seni rigonfi sotto la giacchetta attillata che imploravano la grazia con tale irrompente impeto, che non seppe cosa dirle, non trovò le parole. Poco ci mancò che da inquisitore si convertisse in orante e che non gli sfuggisse malgrado lui una supplica di tono ed intento assai diversi rispetto al predicozzo preparato. Gli sarebbe venuto naturale, insomma, di ingiungerle come il medico curante: si spogli, prego.
Certo, si riebbe subito, e non vi erano testimoni. Però si accontentò di prenderle delicatamente e baciarle una mano, di offrirle una bevanda ben calda, di riaccompagnarla al portone dopo di avere chiamato un tassì.
Si era messo di nuovo a nevicare e i cittadini spalavano a più non posso lungo i marciapiedi.
XI
Il marito della cugina aveva voluto terminare il pomeriggio in bellezza e Marx l’aveva spavaldamente accompagnato in una salutare camminata d’un paio d’ore nel folto delle abetaie. Si erano persi. Raccapezzarsi in mezzo a tutto quel nitido candore che ricopriva tutto, terreno e alberi, era davvero arduo. Ovunque lo stesso identico paesaggio: oscillazioni, ondulazioni del suolo, sì, ma poco accentuate e da ogni parte uguali; gli stessi alberi tetri e la stessa neve. Il cielo era anch’esso d’un denso bianco uniforme, non più o meno luminoso da una parte che dall’altra. E, siccome non si erano muniti di una bussola, né certo ci si poteva regolare come insegnano gli scout sul colore delle cortecce degli alberi, era peggio che ritrovarsi tra le dune del Sahara. Peggio, a causa della temperatura francamente polare.
Furono salvati dalla presenza di spirito dell’autista, il quale, vedendo che si faceva tardi e il commissario non tornava, si prese la libertà di suonare il claxon più volte. Allora, a malapena, ritrovarono la strada, Marx intirizzito, con i piedi fradici e gelati, le mani divenute di legno, le ganasce che, malgrado lo sforzo di controllarle, battevano frenetici messaggi di richiesta d’aiuto in cifrario.
Vero angelo guardiano, lo chauffeur lo ricondusse quindi fin davanti a casa sua, a Weimerkirsch. Ma non potè evitare che, appena sceso dalla macchina, il commissario, già suonato dall’esperienza della passeggiata con il cugino e non guardando bene dove metteva i piedi, scivolasse sul marciapiede e finisse lungo disteso a terra. Poco male: solo una lussazione del polso della mano destra. Cose di cui i lussemburghesi hanno l’abitudine in inverno. Riuscì ad aprire il portone con la chiave, avvalendosi della mano sinistra.
Salì al primo piano e subito si fece colare un bagno d’acqua a quaranta gradi nella vasca. Svestitosi come meglio potè, si infilò nel flutto reviviscente e se ne stette lì sdraiato, immobile, con la sola bocca a galla e gli occhi socchiusi per una buona ventina di minuti.
Quanto erano più civili e intelligenti i popoli del Meridione! Più favoriti dal clima e amati dagli dei! Quanto più esperti si erano resi nell’arte del vivere nel corso dei secoli! Gli occidentali non fanno il bagno, ma solo la doccia. Considerano il dilettarsi a rimanere allungati nella propria acqua sporca un chiaro indice, da un lato di poltronaggine, e dall’altro di sudiceria. Gli occidentali hanno l’ossessione dell’efficacia e del dinamismo. Ma, a forza di mania del risultato, finiscono coll’isterilirsi la vita. Si tirò un po’ su e aprì gli occhi. Il suo bagno era un bugigattolo di un metro e sessanta per due e quaranta, privo di finestre, pavimentato a linoleum verdastro. Le pareti erano piastrellate di giallo lucido fino ad un’altezza di poco più di un metro e mezzo. Al di sopra, il soffitto era d’un rosso amaranto spento.
Peter Marx pensò che la sua esistenza era un po’ come quel tipico stanzino da bagno lussemburghese: un vero schifo!
Ma si rizzò in piedi, rinfrancato dal calore. Si asciugò, si rivestì. Dopo tutto non era stato lui a scegliere quella vita. Per oltre il cinquanta per cento la vita è un destino, che bisogna subire con dignità e coraggio. Scese in salotto e bevve un bicchierino di kirsch. Accese il televisore in tempo per il notiziario di Télé-Luxembourg. Il mezzobusto di turno, con l’immancabile faccia da gnorri, annunciò che l’URSS aveva intimato agli USA di cessare i loro voli di ricognizione ad alta quota sul territorio nazionale sovietico, minacciando rappresaglie.
XII
Cottafava era stato alloggiato all’Hôtel Parc Belair. Gli avevano offerto l’Hôtel Royal, sul Boulevard omonimo, ma lui, da vero aristocratico, aveva fatto sapere di non gradire l’ostentazione di opulenza, né, tanto meno, la quotidiana compagnia di finanzieri tedeschi, mafiosi russi e turisti americani. Preferiva una sistemazione più discreta. Pertanto Marx gli aveva fatto riservare una delle migliori camere dell’albergo suddetto, comunque abbastanza centrale.
Il barone si trovava bene quanto all’ubicazione appena defilata e al servizio. Gli dispiaceva solo la veduta sconsolante che si godeva dalla sproporzionata finestra: quella d’un parco pubblico schiacciato sotto la neve. Tirava le tende per non farsi venire il magone a digerire mentalmente quegli spazi cancellati dal gelo.
Peter Marx venne una mattina a prendere la prima colazione con lui nelle sale dell’hotel. Per cominciare, una pseudo spremuta d’arancia o di pompelmo; poi caffellatte; pane, burro e marmellata; cornetti, ripieni anch’essi di marmellata. Si poteva avere di più: dolci, frutta, o anche un uovo al tegamino con il bacon, all’inglese. Bastava chiederlo. E i due si rivedevano sempre con piacere:
– L’ho molto trascurata, barone, me ne dispiace.
– Ma no, si figuri. Da tempo ho varcato il traguardo della maggiore età e me la cavo ottimamente da solo. Anzi, quantunque la buona compagnia sia sempre di conforto, è preferibile esser soli in determinate circostanze…
– Sinceramente, non ho ancora ben compreso cosa sia venuto a fare a Lussemburgo.
– A lei, ch’è una persona simpatica e intelligente, credo di poterlo dire: ufficialmente sono incaricato di raccogliere informazioni e documentazione sul funzionamento dei servizi di sicurezza lussemburghesi. Un paio di giorni fa sono stato in Rue Glesener e un suo ispettore…
– Forse Wehring?
– Sì, per l’appunto, Wehring, competentissimo, gentilissimo. Mi ha fornito tutti i dati che mi occorrevano.
– Ne sono lieto. Ma non ha ancora completato il suo lavoro, direi, poiché – e me ne rallegro, mi creda – è sempre qui con noi.
– Effettivamente. Ho dovuto sollecitare il rinvio della mia partenza. Ufficiosamente, mi è stato chiesto di prendere altri contatti di cui non mi è lecito parlare, capisce?
– Interessante, interessante. Un po’ come i contatti che il povero Popov curava a Roma, forse?
– In senso lato, commissario. Solo in senso molto lato e per modo di dire, se crede.
Marx trasecolava. Sembrava che il mondo fosse pieno di gente che prendeva segreti contatti, che proliferassero le trame occulte:
– Sono costretto a crederla su parola, dato che, in fatto di contatti informali e negoziati sotto banco tra Stati e potentati ignoro assolutamente tutto. Mi pare però che, data l’intrinsichezza sua personale con le quinte del mondo politico ed economico, dovrebb’essere in grado di suggerirmi concrete piste di ricerca in merito all’uccisione del militare russo.
– La diplomazia, caro commissario, consiste in un arte del fare e non fare, dire e non dire e, aggiungerei, sapere e non sapere. Un’ombra di suggerimento, comunque, gliela voglio dare, come testimonianza di solidarietà: dicono che l’erotismo del Popov fosse d’un genere un po’ particolare e anche la Ielena Popova ha fama di una patita del sesso.
– Scusi, sa, ma questi sono risvolti eminentemente riservati della vita privata. E cosa c’entrano con le trame spionistiche?
– Monsieur Marx, non sono io il commissario di polizia. Spetta a lei scoprire cos’è potuto accadere.
XIII
Appena in ufficio, Marx fece venire Wehring e gli chiese in tono brusco dell’esito dell’interrogatorio della vigilia. L’ispettore asserì che non era saltato fuori alcunché di nuovo e che, a suo parere, la Popova era una povera donna che si piangeva l’anima e andava trattata con precauzione e il massimo del riguardo dovuto a una vedova.
Il contributo di un elemento nuovo, in certo senso, fu arrecato dai medici legali. In base ai risultati d’ulteriori e più sofisticati esami, questi ritenevano di poter affermare che, al momento in cui era stato barbaramente fulminato dallo sparo in fronte, il capitano Popov era in piena erezione e forse, anzi, aveva già avviato l’eiaculazione nei fini pantaloni del completo grigio ferro, poi dilavati dall’acqua dell’Alzette.
Era un’asserzione poco perentoria, si disse Marx, più ipotetica che altro. Inoltre non si capiva come avrebbe potuto essere d’aiuto nelle indagini. Sembrava fosse in atto una bieca congiura per distogliere l’attenzione degli inquirenti dall’unica pista solida, seria, affascinante, quella connessa alle mene spionistiche.
Del resto, mancò il tempo per approfondire le implicazioni del presunto dato. Giunse sul tavolo del commissario capo una formale lettera di protesta dell’ambasciata russa con tanto d’intestazione ufficiale, timbri e bolli, firme e controfirme, in cui si biasimava l’inefficienza degli inquirenti, lo scarso ossequio da loro dimostrato nei rapporti con i funzionari dell’ambasciata medesima, nonché l’inqualificabile loro tendenza a disturbare con interrogatori privi di senso la mesta vedova. Marx dovette chiamare il ministero degli esteri, affinché interferisse e s’impiegasse a mitigare i travasi di bile dei sovietici.
XIV
Constantin Popov era effettivamente un agente dello spionaggio russo. Ciò fu attestato da una relazione riservata dei servizi francesi di controspionaggio, i più affidabili in Europa. Si congetturava che svolgesse principalmente mansioni di collegamento e di sostegno. Lussemburgo era una base di prim’ordine per lo spionaggio, in Europa. Popov procurava informazioni anche direttamente, ma soprattutto fungeva da anello di congiunzione con Mosca per dati e documenti in provenienza da Londra, Parigi e Roma. Era una figura chiave della rete d’informatori? Aveva, sì, un ruolo chiave, nel senso che molte notizie convergevano verso di lui. Ma certamente non era una figura di primissimo piano. Tant’è vero che tutti, o molti, erano comunque al corrente di quel che faceva. Non si poteva dire che operasse nell’ombra più fitta.
Quella relazione, quantunque confidenziale, metteva Marx in grado di passare alla controffensiva nei confronti dei diplomatici russi. Poteva rimproverare loro, a sua volta, di non aver detto tutto sul loro addetto. Credevano forse che le caratteristiche delle mansioni svolte dal Popov fossero irrilevanti rispetto a ciò che gli era capitato e che i servizi di polizia potessero chiudere un occhio, saltare a piè pari su simili elementi?
Intanto, fuori si continuava a non poter fare un passo a piedi per la strada e a dover guidare a un massimo di dieci-quindici all’ora. C’era mancato pochissimo che Wehring facesse la fine del Marx di pochi giorni prima, uscendo dal fornaio dov’era andato a comprare quattro cornetti per allietare l’ora del caffè dei colleghi. Sdrucciolò di brutto, ma si riprese. Però, dallo spavento, gli era passata la voglia di mangiarsi il suo cornetto. D’altronde, quando raggiunse la centrale con il pacchetto in mano, i cornetti erano già divenuti freddi e legnosi. Si finse di gradire, ma se ne rosicchiò solo le punte.
Il commissario capo decise che bisognava tornare a interrogare tutte le persone che erano sembrate meglio informate o che avevano riferito cose d’un certo interesse, alla luce dei pochi indizi frattanto ottenuti.
XV
Iniziava il carnevale e cominciavano a girare coriandoli, festoni colorati, bombe puzzolenti. Mancava oltre un mese e mezzo alla quaresima, ma si era in vena di festeggiamenti e di scherzi per contrastare il mortorio dell’inverno.
Le maschere non si usano quasi in Lussemburgo, paese troppo serio per lasciarsi avvincere dall’illusione fino ad accettare la disidentificazione delle persone, il sovvertimento dei ruoli, per credere al sogno di una realtà alternativa. Invece vanno le canzoncine dei fanciulli, le festicciuole, i divertimenti innocenti.
Peter Marx e Wehring si trovarono impelagati malgrado loro in quel mare di forzata allegria negli ambienti della Rue Glesener. Era stato organizzato un brindisi generale. Avevano distribuito fette di torte, in una delle quali era stato inserito un fagiolo. Chi trovava il fagiolo era il re della festa e avrebbe dovuto bere d’un fiato mezza bottiglia di Traminer dell’Alsazia, per dare chiara dimostrazione della sua indiscutibile valentia. Marx, che già era stato trascinato a fatica nella stanza e aveva preso con riluttanza la sua fetta, si ritrovò tra i denti il famigerato legume. Fece finta di niente, lo sputò tra le dita e lo fece sparire non appena un cestino della carta gli capitò a tiro. Fu una specie di lutto per la brigata che attendeva il momento del ritrovamento come l’acme della festa. Ma, constatando che il seme bolso non saltava fuori nonostante le torte fossero state tutte inghiottite, si rimediò, cooptando re un povero giovane da poco assunto in prova come addetto alle registrazioni in archivio e da tutti giudicato un perfetto imbecille.
Il simulacro di festa imperversava anche in città, dove Wehring, recatosi alla posta centrale per ritirare una raccomandata, fu pressoché accecato da una troppo generosa manciata di ritagli di carta lanciatagli in viso. La raccomandata, chissà perché rimasta in posta e non recapitata, era indirizzata al commissario capo Peter Marx e proveniva dal Segretario Generale del Parlamento europeo. Questi, come si appurò in ufficio, sollecitava un colloquio e Marx ne fu sorpreso, conoscendo l’albagia del personaggio e ben sapendo quanto poco volentieri accordasse appuntamenti anche a coloro che più erano autorizzati e insistevano a chiedergliene.
XVI
Il presidente degli Stati Uniti aveva pronunciato un discorso attesissimo in occasione del buon esito delle elezioni di medio termine e della nomina del nuovo ministro degli affari esteri, ammonendo l’Unione Sovietica che non si peritasse di formulare intimidazioni nei confronti di quella che era la massima potenza militare ed economica del mondo. Gli USA non prendevano lezioni da nessuno, né accettavano ultimatum. Era in fase di realizzazione un ambizioso programma di voli spaziali e lanci di satelliti che avrebbe definitivamente confermato la supremazia del nuovo mondo.
La superbia americana andava poco a sangue agli europei, a cominciare dai francesi che non mancavano un’occasione di manifestare il loro dissenso. In genere, si temeva che quei tira e molla potessero determinare conseguenze disastrose soprattutto per il nostro continente. Nell’eventualità d’un conflitto, URSS e USA si sarebbero bombardati a distanza mediante missili a lunga portata, neutralizzabili – si sperava – in volo sull’oceano. Ma sui territori europei era prevedibile una carneficina, qualora, com’era scontato, i russi avessero incontrato resistenza. Vi erano anche da temere, sul suolo europeo, i danni collaterali da errori di tiro degli americani, da sempre inclini a sparare addosso agli alleati e alle proprie truppe.
Si diceva che la Francia, nel suo piccolo, si preparasse comunque anch’essa a organizzare manovre belliche dimostrative. Si sarebbero tenute esercitazioni congiunte delle marine e aeronautiche militari del fiero paese che a suo tempo, agli Stati Uniti, aveva donato la statua colossale della libertà, del Belgio e dei Paesi Bassi, nel mare del Nord.
La gente seria non parlava d’altro, e il carnevale, francamente, stonava più ancora che in tempi di bonaccia.
Davanti alla dépendance del Grattacielo, dove si teneva una riunione dei ministri degli esteri, si era riunita una folla di agitatori di sinistra con cartelli dalle scritte tra l’irridente e il minaccioso. Abbondavano i colbacchi e le sciarpe rosse. Una trentina di gendarmi in uniforme nera, con copricapo a fettuccia, con la pistola d’ordinanza e un grosso manganello ai fianchi dissuadevano i dimostranti dall’accedere alla gradinata e andavano sistemando man mano un vero sbarramento di cavalli di frisia onde garantire che la sceneggiata non finisse coll’ingenerare deplorevoli incidenti. «America assassina!», si leggeva sullo striscione issato più in alto. E, su altre insegne, «Giù le mani dall’Europa!», «Pace e Lavoro!».
Wehring passò sul marciapiede, e giustappunto in quel frangente, durante le sue peregrinazioni indagatrici. Gli venne, così, fatto di chiedersi per quale delle due schiere propendesse eventualmente il suo cuore, se per i rossi o per i neri, per quegli anarchici facinorosi assetati di sangue mascherati da pacifisti o per gli altri, i nazisti in servizio comandato a difesa della democrazia. Nonostante fosse presuntivamente e per professione un uomo d’ordine dei più osservanti, si disse che quel faccia a faccia di torve espressioni non era cosa che lo coinvolgesse. Si sentiva totalmente estraneo all’uno e all’altro schieramento. Nel suo mondo quei ceffi da mascalzoni e da sceriffi non avevano collocazione. Però il suo mondo, forse, era troppo personale e trasognato.
XVII
– Le sono infinitamente grato di avere accettato il mio invito, commissario Marx, e di essersi anzi affrettato ad onorarlo. Mi auguro abbia tenuto conto della mia raccomandazione di estrema discrezione in merito.
– Non ne dubiti, signor Segretario Generale. Ho mantenuto il più stretto riserbo. D’altronde è un’abitudine nel nostro tipo di lavoro. E, quanto a dar seguito al suo suggerimento senza indugio, era mio dovere.
– Concorderà che stiamo vivendo un momento poco esaltante, delicato. Sul piano internazionale, come c’informano anche troppo televisioni e giornali; e, di rimando, anche su quello interno, in materia di sicurezza.
– Sì, signor Segretario Generale. L’uomo della strada, la casalinga, sembrano non accorgersi di niente. Continuano ad andare al bar, a giocare a briscola, a guardare la partita, a fare la spesa e rigovernare la casa, come se nulla fosse, come se nulla dovesse accadere. Ma è sempre stato così. Anche alla vigilia delle due grandi guerre mondiali, e anche a guerre mondiali avviate.
– L’uomo della strada ha la scusa e il privilegio dell’ignoranza, dell’incoscienza, dell’irriflessività.
– Lei, data la sua particolare posizione, è più addentro alle segrete cose dei comuni cittadini meglio informati. E mi sembra di indovinarla pessimista.
– Evitiamo di far pronostici, commissario; badiamo al sodo, badiamo solo al nostro dovere.
– Certamente.
– Vede, lei ed io sembriamo molto diversi al pubblico. Intendo: quanto a prestigio delle rispettive cariche. Capisce?…
– Assolutamente. La sua è una carica politica di grande rilevanza. Io sono un povero funzionario qualsiasi, anche se di grado discretamente onorevole.
– Ecco, appunto. Noi, per il mondo esterno, la platea del teatro delle apparenze, siamo persone collocabili in due diverse caste. E non parliamo poi dei suoi sottoposti, i pur tanto valorosi e meritevoli agenti speciali dei servizi di polizia.
– Ritengo sia bene, signor Segretario Generale, che ciascuno sappia stare al suo posto, compiere il proprio dovere in conformità delle regole attinenti alla sua specifica funzione.
– Non discuto, carissimo commissario… Ciò nonostante nei momenti difficili scopriamo quanto siano in fondo inconsistenti queste distinzioni di categoria su cui tanto puntiamo i piedi in tempo di bonaccia. Lei ed io, signor commissario, siamo soprattutto dei difensori, dei tutori dell’ordine civile. La difesa della civiltà è il fulcro e la nobiltà dei nostri mestieri. E, in questo sforzo di difesa del bene, siamo accomunati da un medesimo, strenuo, ideale.
– La ringrazio di queste calorose, incoraggianti parole. Ma avrei creduto che lei oggi intendesse parlarmi di argomenti connessi alle indagini sulla spia russa.
– Effettivamente desidero porre alla sua attenzione una circostanza che, dato l’accaduto, mi turba. Nella più rigorosa confidenzialità, come si è già chiarito, e da tutore della pace civile a tutore della pace civile.
– Sono tutt’orecchi, signor Segretario Generale.
– Già, ma, appunto, anzitutto voglia rendersi conto che mi accingo a parlare di cose privatissime, che io stesso dovrei ignorare e men che mai dovrei rivelare.
– Torno a garantirle la massima riservatezza.
– Ebbene: lei sa che il capitano Popov aveva amici e amiche tra i funzionari di vari nostri servizi.
– Ne abbiamo interrogati alcuni, senza ricavarne gran che.
– Potrebb’essere altrettanto e più importante la circostanza che anche la moglie, dal canto suo, era assidua nei nostri uffici e nei nostri corridoi. Ho dovuto prendere disposizioni per arginare la frequenza delle sue visite che, in definitiva, distraevano gli impiegati dal loro lavoro.
– In che senso?
– Beh! sa, è una donna quanto mai piacente e ho avuto modo, indirettamente, di constatare che le sue reiterate, insistenti presenze erano insidiose per i funzionari, i quali perdevano la testa.
– Lei crede davvero che questi risvolti boccacceschi siano rilevanti in ordine alla morte del marito?
– Le ricordo l’adagio che è d’uopo citare per i casi di morte violenta: «cherchez la femme!»
XVIII
In Rue Glesener si presentò un colonnello russo, inviato dall’ambasciata. Disse che voleva collaborare. Le autorità sovietiche volevano che venissero chiarite le circostanze della morte di Popov. Se, come il colonnello non credeva, fosse risultata fondata la tesi di un’eliminazione ad opera di agenti di servizi di Stati occidentali, l’URSS non avrebbe esitato a vendicare l’ucciso. Comunque stessero le cose, Mosca voleva poter mettere definitivamente una pietra sul caso, il che non era possibile finché perdurava l’ignoranza circa circostanze, modalità e responsabili del funesto evento.
La reazione dei lussemburghesi fu giustappena corretta e niente affatto entusiasta. Marx invitò il russo a dimostrare di voler veramente collaborare, cominciando coll’informarlo di tutti i retroscena fino ad allora sottaciuti. Evgheni Kostachenko gli assicurò che anche all’ambasciata si navigava in alto mare e non si sapeva che pesci prendere. Il commissario osservò che, se così era, non vedeva a cosa potesse giovare, né in cosa potesse consistere la collaborazione evocata.
Pian piano il dialogo si fece meno teso e l’ufficiale finì coll’ammettere che erano state prese in considerazione alcune ipotesi. Sembrava improbabile un’esecuzione da parte della CIA, perché Popov non era un personaggio sufficientemente importante e forse non era neppure un fedelissimo. Non si escludeva che facesse entro una certa misura un suo innocuo doppio gioco. Pertanto ci si orientava piuttosto a cercare tra le amicizie private. E c’erano tre individui, di cui Kostachenko fornì i nominativi, che, secondo l’ambasciata meritavano accertamenti accurati per essere stati spesso visti con lo scomparso negli ultimi tempi.
XIX
Ormai si entrava nel mese di febbraio e il maltempo non accennava a mollare. Le nevicate erano cessate, per il momento. Ma le temperature erano scese sotto al meno dieci. Fuori, a parte gli scarponi con suola antiscivolo, bisognava indossare indumenti di lana pesante, a cominciare dai calzettoni e a seguire con maglie e maglioni, calzoni e giacconi. Anche in testa ci voleva un cappello o cappuccio di lana o di pelliccia. Peter Marx, per strada, pareva un eschimese. Wehring, che era sempre in giro per servizio, doveva sottoporsi nel tardo pomeriggio ad una mezz’ora di riscaldamento corporeo generale, indotto mediante irradiazioni ed attività ginnica, nell’infermeria di Rue Glesener.
L’aeroporto era chiuso. A Maastricht, sulla linea Eindhoven-Liège, c’era stato il deragliamento di un treno con morti e feriti, causato dal ghiaccio che aveva ostacolato il funzionamento di uno scambio. Le scuole non erano state chiuse, ma gli alunni latitavano. Recarsi alla scuola europea, ubicata in aperta campagna a diversi chilometri dal centrocittà, era poi da suicidio e pochissimi vi si azzardavano. Insomma, tutto era bloccato.
Tuttavia, le indagini proseguivano.
Era stata simulata l’assunzione in prova di un giovanissimo agente della Rue Glesener, Ullrich Kirchmayer, al servizio statistiche del Parlamento europeo presso il quale operava certo Otto van Otterlo, un olandese designato dal segretario generale come uno degli incondizionati e più spericolati ammiratori della Popova.
Ma ci voleva tempo perché si tentasse di far parlare costui con tali sotterfugi. Come non indisporre e come non destare sospetti incalzando di domande anche su materie a tal segno private cittadini incensurati che si fanno gli affari loro e a cui non si ha alcunché da rimproverare?
Frattanto, a Wehring venne l’idea di tornare a interrogare Frau Brontë, la tenutaria del bordello dell’Avenue Gaston Diderich, dove il capitano liquidato conduceva gli amici:
– Lei mi dice, madame, che il defunto soleva portar qua gli amici.
– È così, infatti.
– Veniva spesso?
– Abbastanza spesso.
– Gli amici in questione erano russi?
– Non erano tutti russi. Ve ne erano di diverse nazionalità e talvolta anche degli americani. Glielo dico così, a naso. Perché noi non chiediamo ai clienti di declinare le loro identità, né tanto meno chiediamo documenti.
– E il Popov, consumava anche lui?
– No, mai. Li lasciava qua e se ne andava.
– Come mai, a suo parere? Forse che non gli piacevano le donne?
– Era un uomo simpaticissimo, le dirò. E assolutamente virile.
– E allora?
– Penso che, da un lato, non gli andasse di farsi ragazze a pagamento. Lui ne doveva trovare a frotte, fresche e a titolo gratuito, nei vari mondi in cui si muoveva.
– E d’altro lato?
– Immagino che non gli andasse l’amore secondo il canone ordinario, che fosse un po’ un vizioso e, insomma, avesse tendenze o esigenze particolari.
– Cosa glielo fa pensare?
– Guardi, non so dirglielo neppure io. Forse l’ho sentito dire, forse me l’hanno suggerito i suoi atteggiamenti.
– E quali sono le tendenze o esigenze che ha in mente?
– A dire il vero, non ho in mente nulla di preciso.
XX
Van Otterlo, lui, era un bravo giovane di mezz’età, un po’ calvo e con gli occhiali, ma vivace assai. Adocchiò il Kirchmayer e non tardò a muovere le prime pedine del suo gioco d’adescamento, com’era immancabile da parte di un funzionario di media posizione gerarchica che, necessariamente, doveva tendere ad attrarre a sé i nuovi, così rafforzando le proprie prerogative ed evitando che si rafforzassero invece quelle dei suoi colleghi, ossia rivali:
– Chiamami Otto – gli aveva detto quando l’altro era venuto nel suo ufficio, con il pretesto di chiedergli un’informazione – Dobbiamo lavorare insieme e, d’accordo, ho qualche anno più di te, ma conta poco. Davanti al dovere del lavoro siamo tutti uguali!
– Troppo gentile, ci proverò. Io sono Ullrich.
– Sì, lo sappiamo. E come ti sei trovato in questi primi giorni?
– Cerco di fare del mio meglio e di orientarmi.
– Non ti preoccupare. Vai bene. Te lo dice uno che se ne intende.
Quella dell’incoraggiamento era la strategia di seduzione più scontata.
Pochi giorni dopo l’anziano s’imbatté nel novellino in corridoio, davanti alla fotocopiatrice. Armeggiava con un grosso fascicolo di carte di dimensioni disparate da riprodurre in più esemplari. Gli diede una mano, istruendolo circa le funzioni e i comandi dell’apparecchio.
– E nel tempo libero, nei fini settimana, cosa fai?
– A dire il vero, più che altro mi annoio.
– Non me lo dire! Alla tua età e con il tuo fisico non trovi di meglio?
– Beh, sono da poco tempo a Lussemburgo e non conosco nessuno.
– Se vuoi, qualche sera possiamo uscire insieme. Ti presenterò un po’ di gente.
– Te ne sarei grato, davvero.
Van Otterlo e Kirchmayer uscirono insieme. Si recarono in un paio di locali. Videro dei gruppi di amici. Ora il poliziotto aveva preso confidenza con l’olandese e pensava di poter cominciare a rivolgergli i primi quesiti mirati in chiave esplorativa:
– Di’ un po’: ma, con le donne, come la mettiamo in Parlamento?
– Le colleghe? Sì, l’ottanta per cento la dà. Ma con le molle. Fanno le difficili, si fanno cadere dall’alto, discriminano. Non è che puoi andare dalla signorina Florenz e sparargli: mi piaci, ci stai?
– E allora?
– Allora, quando l’occasione si presenta, te ne scopi una. Quando incontri troppe resistenze, cerchi altrove, fuori dall’ambiente.
– Fuori dall’ambiente, in che senso?
– Non c’è solo il Parlamento, né ci sono solo le istituzioni europee a Lussemburgo.
– D’accordo, ma come si fa a entrare in rapporto con gli ambienti extraeuropei?
– Guarda che, a parte i locali di ritrovo cittadini, dove incontri di tutto, le occasioni di scambi con gli altri ambienti sono numerose. Vuoi mettere i ricevimenti e le riunioni con esterni organizzate con i più svariati pretesti? Senza contare che ci sono anche gli esterni che ci vengono a cercare. Il funzionario europeo, con l’alto stipendio che gli viene versato, le tante agevolazioni, l’ampia libertà di movimento di cui gode, ha un suo indiscutibile fascino. Beneficiamo di un sicuro potenziale d’attrazione, in particolare sul personale diplomatico d’ogni provenienza di stanza a Lussemburgo.
XXI
Di nuovo in cerca di un derivativo, di una via provvisoria di fuga dalle sue funzioni uggiose, soprattutto quando, come in quest’occasione, si trovava a indagare su casi tanto peregrini e a dover addirittura mettere il naso nell’altrui vita personale, nonché intima, Peter Marx, nonostante il cattivo tempo, si recò in centro con l’intenzione di far l’uomo qualunque, di entrare nei negozi e riscaldarsi l’animo ad ascoltare gli stupidi pettegolezzi dei comuni mortali.
Passò tre quarti d’ora in una sala da tè della Grand-Rue, con il giornale. Ordinò un tè alle essenze di mirtilli e tre paste. Ogni tanto mandava giù un sorso della bevanda sacra agli inglesi e sbocconcellava una pasta alla crema. Leggiucchiava i titoli del quotidiano e soprattutto si beava ad ascoltare le vecchiette che lì sedevano con i loro occhialini, i cappellini, i cagnolini:
– Dicono che forse ci sarà una terza guerra mondiale.
– Dio ce ne scampi e liberi, Elisabeth!
– Pare che siano quei disgraziati dei russi a volerla scatenare.
– Degli zotici privi d’ogni senso di civiltà!
– Qualsiasi cosa accada, io mi chiudo in casa e mi occupo dei miei nipotini.
– Già, sempre che, almeno in casa nostra, ci lascino vivere!
– Siete delle stupidelle, care mie. Vi rendete conto di cosa comporterebbe una guerra? Bombardamenti, brutalità, razionamenti e fame!
– E sono anche capaci di spazzarci tutti via con una bomba atomica!
– Altro che chiudersi in casa e accudire i bambini. Se non ci vengono a salvare gli americani, temo che dovremo rinunciare ai nostri tè pomeridiani.
– E c’è da dire che gli americani, anche se poi verranno, non potranno però risparmiarci sulle prime un’invasione, con le correlate conseguenze.
– Io temo soprattutto per i piccoli. E anche per i giovani in genere. Cosa accadrà ai nostri ventenni, ai nostri trentenni?
– Che paura, amiche mie, che paura!
– Scusi signora, ci porta per favore un’altra teiera?
– Sì, e anche un altro vassoietto di paste e cioccolate di Namur, prego.
– Il mio genero voleva farsi sistemare un rifugio antiatomico sotto la sua villa di campagna. E aveva anche fatto iniziare gli scavi. Ma non si ha idea di quanto costi costruire ed attrezzare un bunker a regola d’arte. Ha finito col soprassedere. E ormai temo che non ci sia più il tempo di ultimare i lavori.
– Buona Biby. Stai a cuccia, non ti agitare. Questi animali, ogni tanto, non riescono a stare fermi.
– La mia Flokky, quando le gira, attacca a ballare la danza di san Vito!
Il commissario aveva pagato e, attraversato il corso elegante di Lussemburgo, era entrato in un negozio di giocattoli. Si proponeva di acquistare qualcosa per Martha, la sua preferita. Nella vetrina e sugli scaffali abbondavano le bambole, che però sarebbero state un dono troppo qualsiasi. Marx giudicò poco indicati i giochi di società, come il Monopoli, o d’intelletto, come i puzzle. Si avvicinò alla scansia dei libri, ma gli parvero melensi o eccessivamente infantili. Su una mensola in alto e un po’ in disparte adocchiò un grosso orsacchiotto bruno, peloso, con bottoni neri al posto degli occhi. Aveva un’aria tanto bonacciona e sconsolata. Non esiste più, oggi, una bontà ingenua come quella che spirava dalla facciona della bestia di pezza, non apprezziamo più l’ingenua semplicità. Non ci possiamo permettere d’esser buoni.
Mentre faceva la fila alla cassa, entrò George Baxter, un funzionario inglese della Commissione europea che vagamente conosceva e che subito lo riconobbe:
– Caro commissario, che piacere incontrarla! Se ben ricordo, non è sposato. Regali per nipotini o per figli di amici, suppongo?
– Buon giorno, dottore. Sì, compro un bambolotto per la figlia d’una mia cugina.
– Io sono qui per i miei due nipotini. Cosa vuole, la progenie è ciò che abbiamo di più caro e più prezioso. Con i tempi che corrono l’attenzione alle giovani generazioni non è mai troppa.
– Non so, però, se sia il momento più adeguato per regalare giochi, a dire il vero.
– Già, la si può prendere in questo modo. A sentire le notizie, o si costruiscono ripari antiatomici, o si emigra, nell’illusione forse di esser meno minacciati che in America, o ci si spara in testa per disperazione.
– Per disperazione, dice lei?
– Ho capito: allude al russo trovato con un foro in testa nell’Alzette. Sì, lo so, è stato incaricato lei delle ricerche. Tutti non parlano d’altro nei nostri uffici. E quello là, glielo concedo, non dev’essersi sparato da solo per disperazione.
– L’hanno aiutato, crede?
– Aiutato? Beato lei che riesce a conservarsi tanto spiritoso nonostante i tempi funesti e, con rispetto parlando, il mestiere che fa! Quello è stato liquidato.
– Da chi, secondo lei?
– A quanto si dice, ci sono due tesi principali: o l’hanno fatto fuori perché era una spia, oppure si tratta di una questione di sesso e di gelosia.
– A suo parere, quale delle due ipotesi è più plausibile?
– Caro commissario, adesso esagera. Mi sta sottoponendo a un vero interrogatorio, ma guardi che io non c’entro affatto con questa storia e direi che lei è certo più in grado di me di stabilire quali piste siano da privilegiare.
– I pareri degli estranei sono spesso illuminanti, vede. Mi voglia scusare se le è sembrato che la aggredissi con le mie domande. Sono quesiti che non smettiamo di porci in commissariato e mi è venuto spontaneo di associarla alle nostre valutazioni.
– In fondo, la sua fiducia mi onora, dottor Marx. In base alle voci che circolano nei nostri corridoi, potrebbe trattarsi di un crimine passionale più che legato allo spionaggio internazionale. Ma guardi che tocca a lei, è il suo turno di pagare.
– Oh grazie, dimenticavo.
XXII
Van Otterlo organizzò una festicciola un sabato pomeriggio in una sala del Foyer di Rue Notre-Dame. C’erano Heinrich Katzelbaum del servizio statistiche; Angelo Stivieri del gabinetto del presidente, con signora; le due sorelle Hussard, una delle quali segretaria in traduzione francese; un’altra decina di funzionari d’ambo i sessi e… Ielena Popova. Anche Kirchmayer era stato invitato ed ebbe così l’occasione di far conoscenza personalmente con una delle figure chiave dell’inchiesta.
La Popova era quel che si dice una vedova allegra, a quanto potè giudicare il giovane agente della Rue Glesener. Rideva, scherzava, si accompagnava ora con uno, ora con l’altro dei celibi. Ma, a colpire Kirchmayer, fu soprattutto sulle prime la formosissima consorte di Stivieri. Lui era siciliano e lei gli stava incollata come un’ombra. Parlava pochissimo, e non ne aveva bisogno da quanto era eloquente, più del necessario, la sua avvenenza.
Tutti gli altri facevano chiasso per la stanza, mandando giù champagne e liquori e conversando in modo alquanto animato. Il nostro fu agganciato a turno dalle due sorelle francesi, che però non lo trovarono spiritoso e finirono col mollarlo.
Stivieri, palesemente, si preoccupava che, pur destando un’ammirazione da poter traboccare e stingere vantaggiosamente su di lui, la sua soave metà non affascinasse i colleghi, però, più del dovuto. Volentieri Kirchmayer le avrebbe parlato, ma si rendeva conto che una qualsiasi mossa di avvicinamento sarebbe stata male interpretata.
XXIII
Si tentava di rintracciare i tre individui segnalati da Kostachenko, che non figuravano né nell’elenco telefonico, né nei registri dell’anagrafe. Nulla si trovò nei repertori degli alberghi, né nelle liste di passeggeri dell’aeroporto. Per l’indagine nei pubblici locali un grosso inconveniente era il non disporre di foto dei suddetti. I quali, tuttavia, se all’ambasciata erano conosciuti con quei nomi, veri o falsi che fossero, certamente si avvalevano dei medesimi in genere con tutti, o con i più.
Furono contattati i servizi francesi, tedeschi e belgi, nell’ipotesi quanto mai probabile che i ricercati fossero cittadini stranieri e che in Lussemburgo facessero solo apparizioni fugaci. A dire il vero, se erano stati visti tanto spesso con Popov, difficilmente le presenze in territorio lussemburghese potevano essere state effimere. Tuttavia emerse che, di Gaspard Liebig, ce n’erano tre in Francia e uno in Germania. Di Ernst Pfaffel, ne furono scoperti cinque nell’ultimo paese citato. Su Armando Colucci, nessuna risposta positiva; ma questo era un italiano e forse sarebbe stato possibile rintracciarlo a Roma. Le polizie straniere avrebbero proceduto ai primi accertamenti.
Wehring, ora, non si lagnava più. La locomotiva era in marcia. Ancora non s’indovinava dove si sarebbe andati a parare, ma c’erano dei binari da seguire. Bisognava solo lavorare, andare avanti. Da un lato c’erano questi introvabili personaggi, cui comunque ci si andava avvicinando a forza d’insistere. Dall’altro c’era il pivellino che avevano distaccato al Parlamento. Per quanto fosse alle prime armi, la sua intelligenza e il suo savoir faire sociale facevano sperare risultati. Ultimamente aveva fatto sapere che Van Otterlo abboccava e che presto sarebbe venuto a capo di qualcosa.
XXIV
Non fu Marx a recarsi al Grëngewald dalla cugina, fu questa che, con l’intera famigliola, venne nel capoluogo la domenica pomeriggio. Il commissario andò loro incontro al Glacis. Poi, dato che, a sorpresa, splendeva il sole, vollero approfittarne per un giro in macchina nelle campagne e presero per stradine secondarie verso la Piccola Svizzera. Il commissario fece salire nella sua opel di servizio due dei bambini. Martha era subito stata entusiasta del suo orso, ma gli altri quattro c’erano rimasti male perché il commissario non aveva pensato anche a loro. Perciò non era opportuno che prendesse con sé la preferita e nei confronti dei due fratellini doveva sprecarsi in promesse per farli stare buoni.
Con la neve che ricopriva tutto, gli alberi d’alto fusto appesantiti dal manto di farinosa e dal freddo, esausti, con i fiumicelli attraversati da piccoli ponti nelle valli incassate, i roccioni che si ergevano all’improvviso grigio-violacei sovrastati da spettrali castelli, sembrava davvero di stare in Svizzera, una Svizzera da fiaba. Tuttavia, si guardava più volentieri quei panorami dall’interno surriscaldato delle vetture. Nulla invitava ad una sosta, tanto meno ad una sortita, in quelle plaghe peraltro deserte. Erano passati davanti a una specie di bar in un paese di quattro catapecchie. Ma la serranda era abbassata, i vetri delle finestrelle erano incrostati di ghiaccio, con mini stallattiti e stallagmiti sulle sporgenze. Quindi, avevano pensato di fermarsi semmai al prossimo.
Continuarono così a girovagare in cerca di un luogo più accogliente e incontrando invece panorami sempre più selvatici, ostici, deprimenti. Gli adulti si affannavano a raccontare storie a lieto fine per distrarre i piccini, ma faticavano a non scivolare lunghi distesi loro stessi in un irrimediabile scoramento. Passarono da Septfontaines, Guirsch, Unterpallen, Oberpallen e, in ultimo, raggiunsero Redange.
Frattanto il tempo si era sciupato. A parte che erano ormai le sedici e trenta, per cui già calava la notte, ora si appropinquavano da sud-ovest densi banchi di nembi incredibilmente scuri. Mentre le due macchine tornavano a puntare su Lussemburgo città, cominciarono a venir giù i primi fiocchetti. Quindi la nevicata s’intensificò e diveniva problematico tener la strada e fare le salite. L’opel del commissario aveva le gomme antineve, ma la renault dei cugini non ce la faceva. Dovettero fermarsi e montare le catene. Hyppolite era pieno di buona volontà, tuttavia, quantunque versato nelle tecniche d’ingegneria teoriche, inesperto nelle pratiche. Martha, spaventata, stringeva al petto l’orsetto. Fu il solito autista di Marx a salvare la situazione. Comunque, solo alle venti e trenta furono al Glacis e Marx dovette ospitare tutta la brigata per la notte.
XXV
– Senti Otto, ma che tipo è quella Ielena che era alla tua festa l’altro giorno?
– T’interessa?
– Beh, è un bel pezzo di… donna, mi pare. E ora è vedova, a quanto ho sentito dire.
– Ti dirò, che sia vedova conta poco. Lo dava a tutto spiano anche prima. Lei e il marito si divertivano ciascuno per conto proprio, previo mutuo beneplacito.
– Incredibile! Ma perché dici: lo dava; e non: la dava?
– Perché, vedi, lei è una specialista della sodomia passiva. Non dà la ciabatta, dà il popò.
– Questa, poi, mi lascia senza fiato. E come può praticare un erotismo selettivo del genere? Dico: può darsi che un partner, o i partner, non siano d’accordo.
– Hai impiegato la parola giusta: selettivo. Lei, i partner li seleziona preventivamente. Mette tutto in chiaro in partenza. O prendere o lasciare.
– E dove li pesca tutti questi partner di un erotismo particolare?
– Si è fatta sfondare il tamburo da mezzo Parlamento e non sono pochi i colleghi talmente infatuati di lei e rimbambiti dal gran chiavare che venivano al lavoro in tenute indecenti e non sapevano più quel che facevano. Credo se ne sia inquietata anche la segreteria generale.
– E il marito?
– Buono quello! Pure lui si è fatto tutt’un esercito di colleghe. Però sulle sue tresche sono meno informato.
XXVI
Mentre Wehring, più l’inchiesta procedeva e più gongolava, perché constatava che si andava avanti, Marx provava, lui, un disagio crescente. Qui ci si addentrava in una vicenda da postribolo, in un autentico merdaio.
Lo spionaggio e il controspionaggio non sono una bella cosa, però, fintanto che esisteranno diffidenze e inimicizie mortali fra Stati, sono, bene o male, una necessità. Si può capire ed accettare che ci siano spie. Cercheremo sempre di tenerci alla larga, però non siamo dei fanciulli e non siamo nati ieri. Quando vengono a galla fatti di spionaggio, non ci stracciamo le vesti. E, dopo tutto, alcuni agenti segreti sono stati persino degli eroi.
Ma doversi occupare di patiti del sesso, per un uomo sano e di ineccepibile rettitudine morale, è sinceramente avvilente.
Uno dei Gaspard Liebig francesi era risultato essere un ruffiano, a Metz. La polizia lo aveva prelevato al piano nobile di una casa di appuntamenti e, condottolo in questura, lo aveva cucinato per bene nel classico stile francese: schiaffoni, pugni in faccia, seggiole in testa, tre costole rotte, oltre al naso. Ma non era servito. Non aveva voluto confessare.
Un Ernst Pfaffel di Colonia, a sorpresa, aveva dichiarato di avere incontrato, effettivamente, un capitano Constantin Popov. Ma solo in quanto questi gli aveva affidato un paio di anni prima il suo orologio da polso Omega da riparare. Pfaffel era un orologiaio, serio, perbene. Non vi era motivo di non credergli e tutte le domande accessorie predisposte risultarono sostanzialmente prive di oggetto.
Di Armando Colucci, si venne a sapere che frequentava diversi bar, ristoranti e altri locali. Da un fotografo finì col saltare fuori addirittura una sua fotografia, vecchia di due mesi e che non era stata ritirata. Marx ordinò a Wehring di concentrare le ricerche su questo personaggio, appostando la decina di uomini che gli erano stati affidati nei vari luoghi di maggiore spicco negli opportuni orari.
XXVII
– Era uno sporcaccione – disse Gioia Del Colle, una dei gruppi politici, a Kirchmayer – il prototipo dello sporcaccione.
– Ho capito e già me l’hanno accennato, ma nessuno mi sa dire che tipo di sporcaccione fosse.
– In cosa le può interessare?
– Curiosità, semplice interesse per le cose che capitano.
– Già, la curiosità è madre del sapere. Tuttavia, vi sono cose che talvolta si preferirebbe non sapere.
– Molti uomini sono maniaci sessuali e infastidiscono le donne.
– Ma questo era un fanatico perverso. Infastidiva, sì, le donne, non però per andarci a letto.
– Ah no? E per cosa, allora?
– Girava per uffici di funzionarie carine e a tutte dichiarava una passione incontenibile. Era focoso e faceva buona impressione. Fisicamente non era, certo, brutto. Per cui si accettava qualche primo blando appuntamento. Ci si andava insieme a ballare, a cenare. Ed ecco che lui rivelava qual era l’esatta natura di quella sua passione.
– E qual era, appunto?
– Il russosky era un appassionato puro della leccata. Voleva leccarti quella davanti e quello dietro. Ecco cosa voleva! Scopare gli sembrava volgare. Voleva adorare a leccate, e intanto veniva nelle braghe. Capisce che tipo di damerino? Una roba da asilo psichiatrico, glielo dico io.
Il questurino era rimasto un tantino sconcertato. Non sapeva se associarsi alla costernazione della pseudo collega o scoppiare in fragorose risate. Certo che questa della collezione di infraglutei femminili da lappare gli riusciva nuova. Non aveva mai sentito parlare di nulla del genere. Comunque, si controllò abbastanza da poter ancora chiedere:
– Le colleghe che sono state al gioco ed hanno quindi vissuto fino in fondo l’amara esperienza erano tutte nubili o ve n’erano di maritate, che lei sappia?
– Intanto non so se molte abbiano giudicato amara l’esperienza. Credo, invece, che più d’una si sia lasciata amare a ripetizione in questo modo obbrobrioso. Magari lui, per dar loro l’illusione di una soddisfazione, ogni tanto anche se le scopacchiava. Quanto al fatto d’essere o meno nubili, ve ne sono state di nubili e di maritate. Lui non faceva troppe distinzioni.
XXVIII
Da un giorno all’altro le minacce di conflitto mondiale si allentarono. I russi avevano proposto il blocco bilaterale dei programmi nucleari.
Cottafava di Roccadura ripartiva, finalmente, per l’Italia. Passò da Rue Glesener una mattina per salutare il commissario capo:
– Carissimo barone, sento che ha completato la sua missione.
– Ma sì, commissario Marx, sono riuscito a portare a termine felicemente il mio incarico. Riparto questa sera.
– In aereo?
– No, con l’incertezza circa l’apertura o meno degli aeroporti, ho riservato giorni fa in treno. Parto in vagone letto alle ventuno e trenta e sarò a Milano di primo mattino. A Roma arriverò verso l’ora di pranzo.
– Mi dispiace dover rinunciare al piacere d’incontrarla e di usufruire dei suoi saggi consigli.
– Le indagini sulla morte di Popov fanno passi da gigante, a quanto mi riferiscono. E credo si sia dovuto rassegnare ad abbandonare l’allettante tesi di un dramma dello spionaggio.
– Già, lo riconosco non senza disappunto e un certo grado di turbamento. In che mondo siamo finiti, caro barone!
– Lei pensa che morire ammazzati per questioni di spionaggio sia più dignitoso che essere accoppati per questioni di sesso?
– Cosa vuole: lo spionaggio, dopo tutto, è un’attività di difesa della nazione. Una sorta di servizio patriottico. Una cosa, non dico simpatica o encomiabile, ma seria. Morire per sesso è ridicolo.
– Crede?
– E poi, lo vogliamo definire davvero sesso? Pare che la sessualità del Popov fosse, come lei accennò, di un genere decisamente speciale. Anche questo mi rivolta.
– Caro commissario, uno dei precetti dell’antica filosofia greca è: non ti stupire di niente, non ti lasciar mai disarcionare dalle immagini strane, abnormi, mostruose, che vedrai apparire sullo schermo della vita.
I due tutori dell’ordine sociale si strinsero cordialmente le mani e si sorrisero un’ultima volta.
XXIX
Era stato reperito, finalmente, Armando Colucci. Uno degli uomini di Wehring l’aveva scovato a Esch-sur-Alzette, cittadina industriale piena d’italiani quasi al confine con la Francia. Abitava lì, tranquillamente, in una casupola le cui due finestrelle davano sul vialone che corre lungo il cavalcavia dei treni. Non si era mai curato di iscriversi all’anagrafe, né di regolarizzare ufficialmente i lunghi soggiorni nello Staterello in cui i genitori erano immigrati all’epoca del fascismo e avevano lavorato una vita, il padre agli altiforni e la madre come domestica.
Non si nascondeva. Il suo nome figurava nelle liste del consolato. Semplicemente era ignorato dall’amministrazione lussemburghese, come già erano stati ampiamente trascurati i suoi vecchi.
Accolse Jean Corbeau, l’agente della Rue Glesener, con solare schiettezza nel grigiore plumbeo di quella giornata invernale. Lo fece accomodare, gli offrì un bicchiere di vino, che l’altro rifiutò in quanto in servizio. Dai vetri filtrava una luce livida e le macchine sfrecciavano nei due sensi a meno d’una decina di metri.
Corbeau notificò a Colucci che si trovava in posizione irregolare. Non era iscritto negli albi della città e non aveva mai sollecitato un permesso di soggiorno. Non era in possesso di un tesserino d’identità rilasciato dal ministero. L’italiano annuì e si scusò. Avrebbe provveduto alla regolarizzazione. D’altronde i suoi genitori erano vissuti in quella casa tanti anni e lui era nato, sì, al paese di sua madre, ma era poi sempre vissuto a Esch.
Che mestiere faceva? Si occupava d’importazione di prodotti alimentari dall’Italia e di distribuzione degli stessi in tutto il Lussemburgo: vino, olio, pasta, salumi, formaggi.
Conosceva Constantin Popov? Certamente, e ne aveva appreso recentemente il decesso con vero dispiacere. Era un russo, d’accordo, ma così umano. Gli acquistava regolarmente quantitativi ragguardevoli di cibarie per l’ambasciata, soprattutto salumi e formaggi, e a lui aveva, invece, procurato caviale e vodka.
Lo andava spesso a trovare nel capoluogo? Non vi andava apposta per vedere Popov, ma è esatto che non di rado si incontravano, facevano il giro dei bar e delle discoteche, divertendosi come ragazzi. Nel dir ciò, a Colucci si illuminava il viso; sorrideva, rideva, si batteva le mani sulle ginocchia.
Ma Popov non aveva un certo vizietto? Colucci stralunò: «Vizietto? Quale vizietto? Il capitano era uno che se la spassava alla grande. E buon per lui». Di vizi, però, Colucci non aveva mai saputo niente.
– Non aveva un debole per le donne?
– Oh, bella questa! Quale uomo giovane, sano e forte non va a donne? Le femmine gli piacevano, ma non c’è nulla di male.
– E che ci faceva, di preciso, con le femmine?
Colucci non era al corrente. Non erano mai andati a donne insieme. Aveva anzi sempre notato che il russo era geloso delle sue conquiste, riservato nel parlarne e tedenzialmente solitario nel corteggiarle.
– Dove le portava? – insistette il poliziotto.
– A occhio e croce, forse le portava nella sua garçonnière della Rue Aldringen.
Si apprese così che il defunto teneva in affitto da anni un appartamentino, un’attico, in pieno centro.
XXX
Kirchmayer, frattanto, non mollava. Si era dato da fare per compilare la lista delle funzionarie europee maggiormente compromesse con Popov. Interrogava Van Otterlo, il quale cominciava a stufarsi del ficcanaso. Entro certi limiti è giusto cercar di sapere, per orientarsi nell’ambiente. Ma, al di là del ragionevole, le domande divengono francamente indiscrete. Stava forse montando un dossier il nuovo venuto? Si accingeva a scrivere articoli nella stampa locale? Voleva sollevare polveroni e infangare il Parlamento? Il gioco era, oltretutto, assai pericoloso. L’olandese con gli occhiali non poteva prestarsi a manovre disgustose, di cui avrebbe potuto divenire una delle vittime.
Le colleghe, che erano in tutti i sensi le prime interessate, non si scucivano. Anzi, anche la consorteria femminile si era accorta degli insistenti quesiti del giovane e se ne era insospettita, richiudendosi a riccio.
Ma a Percival Hobbes, un addetto dei servizi di seduta spesso brillo e un po’ balordo, sfuggirono sbriciolate indiscrezioni a proposito di Stivieri Angelo e della procace consorte Monica. La gelosia del siciliano era spropositata, incomprensibile e addirittura scandalosa per qualsiasi autentico occidentale che si rispetti. Quello era capace di ogni eccesso, di ogni pazzia. E lei era così attraente, così appetitosa! Alla domanda se Popov avesse tentato qualcosa con lei, Hobbes non rispose. L’estro della comunione con il prossimo nella confidenza gli era durato solo un attimo; ora era passato e l’inglese aveva di nuovo messo il solito broncio.
XXXI
Peter Marx e Wehring, assieme a cinque agenti, si portarono alle dieci del mattino in Rue Aldringen. Salirono al settimo piano e forzarono il portone dell’attico. L’appartamento si componeva di una sala o salotto in cui si accedeva direttamente, con un cucinotto sul retro. A destra si passava nella zona notte, anch’essa comportante in sostanza due soli vani: uno spazioso bagno ed un’ampia camera da letto. Ma ci si accorse che, in quest’ultima, grazie ad una tramezza o falsa parete in compensato, era stato ricavato, in fondo, come un corridoio di un metro e venti di profondità. Questo prendeva tutta la larghezza della camera ed una porticina per accedervi era stata sistemata dal lato sinistro. Nella stanza da letto c’erano solo un armadio a muro, con pochi indumenti e molte grucce, due seggiole e uno spaziosissimo letto. I poliziotti furono subito molto interessati dal vano dietro la tramezza. Sulla parete in solido correvano mensole su cui poggiavano album di foto, cassette e scatole con cortometraggi.
Nel bel mezzo della falsa parete di compensato, ad un’altezza di meno d’un metro, era praticato un foro circolare cui Marx e Wehring, sulle prime, non avevano fatto caso dalla parte della stanza, perché era coperto da un disco sottile del colore stesso della finta parete. Il disco poteva esser fatto roteare manualmente mediante una levetta e si otteneva così, dal vano retrostante, una vista piena sul letto a due piazze, in tutta la sua lunghezza. Un piccolo binario, in corrispondenza del foro, serviva ad avvicinare un apparecchio fotografico su carrello, al momento accostato al muro verso l’esterno.
Le sorprese e rivelazioni più decisive vennero quando i questurini, sul tavolo del salotto, presero a visionare le foto degli album. Quelle della scansia più vicina all’usciolo d’accesso al corridoio mostravano corpi di donne nude stese sul letto a pancia in su o a pancia in giù. In alcune si vedevano i corpi quasi interi, dai seni o dalle spalle in giù; in altre erano stati zumati i soli bacini, nelle due posizioni, supina e prona. Ma, invariabilmente, le gambe erano alzate e divaricate nella posizione supina, mentre in quella prona sparivano in quanto la cliente o paziente – lo si capiva – poggiava a terra con le ginocchia e il bacino le s’impennava all’indietro sul bordo del giaciglio.
Invariabilmente, comunque, a ridosso tanto dell’area pelvica quanto delle natiche, si stagliava un largo viso di omaccione, con gli occhi stralunati, le guance paonazze e la lingua di fuori. In alcuni cliché si distinguevano bollicine o colate di saliva che venivano giù sulla mucosa granulosa dell’organo muscolare della bocca o addirittura ne stillavano.
Quelle immagini sconvolsero Peter Marx, che dovette assentarsi per respirare aria fresca e sorbirsi un caffè. Senonché l’aria, fuori, era davvero fresca, troppo fresca e tagliava il fiato. Il caffè al bar dell’angolo era un concentrato d’acqua calda di color bruno chiaro e i bellimbusti lussemburghesi, con i loro pancioni e i giacconi di finta pelle, si raccontavano con voce stentorea storielle di una desolante stupidità. Quando tornò di sopra, Wehring aveva appena aperto i primi album dell’altra serie, quelli della scansia di fondo. E in questi trovarono esclusivamente visi di donne sorridenti, felici, estasiate, oppure malinconiche. Erano ordinate per paesi. C’erano la Francia, l’Italia, la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi e il Lussemburgo. La Russia mancava.
Tre degli album dedicati al Lussemburgo risultarono pieni di foto della signora Stivieri. E non erano tutti esclusivamente ritratti. C’erano nudi artistici e non, oltre a cliché francamente pornografici, della Monica in piedi, appoggiata ad una mensola con l’espressione sognante e l’erbetta riccia del pube bene in vista, di culo vicino al tavolo della sala; c’erano piani ravvicinati su vulva e sedere e, tra l’altro, un’incredibile fica offerta che pareva un’ostrica aperta e cosparsa di succo di limone: un autentico capolavoro da mostra della fotografia.
XXXII
Stivieri lui e Stivieri lei, Angelo e Monica, furono fermati e condotti in Rue Glesener. Subito dalla segreteria generale del Parlamento vennero telefonate. Si chiedevano ragguagli, si poneva alla cortese attenzione del dottor Marx che i funzionari europei godono di uno statuto speciale, di diritti e garanzie particolari. Si insisteva sul fatto che il fermo, e peggio l’arresto senza validi e comprovati motivi di agenti del Parlamento poteva avere spiacevoli ripercussioni per la locale polizia.
Il commissario aveva fatto procedere ai fermi separatamente. Angelo era stato pregato di salire nella macchina dei poliziotti all’entrata del palazzo Schuman, nel mentre si recava al lavoro. Monica era stata prelevata quasi in contemporanea a casa. I due non erano stati fatti incontrare dopo il fermo e venivano tenuti in stanze separate del commissariato.
L’interrogatorio di Angelo Stivieri procedette spedito. Marx immaginava a priori che non avrebbe parlato. Era un duro. Civile, educatissimo, ma un siculo verace. Disse che aveva conosciuto, effettivamente, il russo, ma che i contatti erano stati superficiali. Non lo aveva mai stimato, né aveva mai provato per lui la minima simpatia. Quando Wehring gli chiese, per la forma, se fosse al corrente dell’ammirazione di Popov per la moglie, rispose evasivamente che tutti ammiravano Monica e che non poteva essere altrimenti. Gli inquirenti decisero di non insistere, perché erano certi di poter giungere rapidamente a risultati ben altrimenti soddifacenti con la legittima consorte.
La Monica, non la risparmiarono. Da parte degli uomini lei era abituata a sguardi languidi e toni svenevoli e, invece, si trovò davanti Peter Marx e Wehring ingrugniti come cani mastini. Non le augurarono neppure il buongiorno. Prima di aver profferito una sola parola, gli piazzarono davanti, aperti alle pagine più imbarazzanti, gli album delle sue foto in tutte le pose possibili.
Così, neppure lei fiatò, si mise solo a piangere. A dirotto. Le fecero portare un caffè e finirono addirittura col doverla un poco consolare, altrimenti non sarebbero potuti andare avanti. Fu Wehring che tentò di rabbonirla. Le sciorinò qualcosa sulle difficoltà della vita, sui problemi in famiglia, sulla solitudine e le delusioni. Ed effettivamente riuscì a farla ragionare.
Constantin – raccontò – l’aveva salvata dalla prostrazione di una vita divenuta priva, per lei, di senso e d’interesse. Suo marito era un brav’uomo, ma tanto poco psicologo, poco capace con le donne, limitato. Era, oltretutto, di una severità morbosa. Lei scoppiava di vita, aveva un tale bisogno di spendersi, di darsi, e di essere accompagnata, coccolata, sorretta da un uomo gentile, premuroso.
Sì, il capitano era un impenitente donnaiolo. Faceva la corte a tutte e aveva decine di amanti in giro per l’Europa. Lei lo sapeva. Ma la sua poligamia, per così dire, era schietta; corrispondeva, in lui, a un bisogno naturale del fisico e del carattere. E gli si perdonava tutto, a causa della sua infinita carineria, del suo costante buonumore.
– Anche il suo speciale modo di fare all’amore si poteva perdonare? Anche le sue manie erotiche? – aveva chiesto Marx.
– Lei parla di manie, signor commissario. Ma cos’è mania e cos’è normalità? È normale, ad esempio, che un marito non tocchi mai sua moglie per settimane e per mesi? E, se a qualcuno che comunque colle donne ci fa qualcosa, piacciono particolarmente o anche esclusivamente determinate prestazioni, non è la fine del mondo.
– Insomma, lei ci prendeva gusto ai giochi bizzarri del siberiano?
– Era struggente farsi amare da lui, dargli le soddisfazioni che esigeva, a causa soprattutto, direi, dell’impeto dei sentimenti che lo animavano.
– E come è avvenuto il fattaccio? – interrogò Wehring.
– Cosa vuole, mio marito, non so come, era venuto a sapere degli appuntamenti in Rue Aldringen e a farsi fare un doppione della chiave. Un pomeriggio è entrato prima di noi e si è nascosto nello sgabuzzino, dietro la camera da letto. Io, subito, mi sono spogliata e mi sono stesa sul letto. Constantin era sudato, non ci vedeva più dalla voglia che aveva contenuto per oltre una settimana di trasferta, mi si è avventato con la bocca sul sesso che, voluttuosamente, gli offrivo a cianche spalancate. Angelo, dalla finestrella per le riprese, l’ha fulminato.