Venti di guerra
(Vicende lussemburghesi - 2)
I
Elvinger si sganasciava dalle risa, sbracciandosi, tenendosi la testa a piene mani, poi i fianchi, barcollando pesantemente nel pronao del living che si affaccia sulla strada, con da un lato il televisore sul tavolinetto a rotelle e dall’altro il canapè marrone scuro dai rigonfi cuscini.
Jean Hoss, no. Jean Hoss è diverso: un tipo sempre compassato, rispettoso in ogni circostanza delle buone creanze. Lui non fuma e, per carità, non ride a crepapelle. D’altronde c’è ben poco da ridere, riconosciamolo francamente, quando si consideri cosa capita quotidianamente nel mondo. Si schermiva, rifiutava sommessamente la coppa di champagne che un inserviente in giacca bianchissima, pantaloni, scarpe e farfallino neri gli porgeva su un vassoio d’argento. Anche in fatto di alcool era sobrio. Mai più di un solo bicchierino, per compiacere i padroni di casa.
Ed Elvinger, giù a schiamazzare, a starnazzare, a piegarsi in due, a gesticolare. L’ultima era quella del giovane collega che aveva riferito al capodivisione, un ometto astratto, come, per via di un gatto nero che gli aveva attraversato inaspettatamente la strada, fosse stato lì lì per schiantarsi con la macchina contro un platano. Il superiore, di rimando, non lo aveva congratulato di essersela però cavata, non gli aveva notificato la propria soddisfazione di vederlo presente al lavoro; gli aveva posto il seguente quesito: perché mai il gatto era nero?
La cravatta dal grosso nodo color rosso geranio l’aveva acquistata a Dortmund, insignificante megalopoli industriale, un giorno che vi si era incapricciato cotto di una biondina. Aveva creduto di poter far colpo con quella vampa di fuoco sul petto, ma Gertha aveva altro per la testa, era già provveduta, oppure era frigida.
Più l’amico si esibiva piroettando, compiendo spericolate evoluzioni, facendo tremare le cristalliere e tinnire i lampadari Villeroy & Bosch, più Jean Hoss si conteneva. Era a disagio quella sera come sempre ai ritrovi mondani e, più in generale, in tutti i raduni di persone di qualsivoglia specie. L’effervescenza, l’ilarità di Elvinger era comunicativa, contagiosa. Ma Jean Hoss si sentiva divenuto come di legno. Rigido nel suo seggiolone, non osava neppure più staccare gli avambracci dai braccioli, né toccarsi la fronte nonostante un prurito sempre più insistente al di sopra di un sopracciglio.
Pioveva ininterrottamente da oltre due settimane, e anche questa non era circostanza confortante. Ma in quel buco di paese disgraziato dimenticato da Dio era tutt’altro che un caso eccezionale. Le stagioni erano solo due: un’estate di un paio di mesi scarsi e un inverno d’acquazzoni, di nevicate, di cielo plumbeo che non mollava per tutto il resto dell’anno. Pertanto, per l’umore, ognuno si regolava come meglio poteva secondo il proprio temperamento e il più possibile prescindendo, in virtù anche del callo da annosa abitudine, dai condizionamenti meteorologici.
Finita la festa si dovette rincasare, guidando le auto grondanti con la più grande cautela attraverso fiumane che invadevano tratti di strada e polle irregolari d’acqua piovana alte fino a mezzo metro.
II
Certo la notte, dovunque si sia, quali che siano le situazioni in cui ci si trovi impelagati, è una mano santa. Lo sportello della vita attiva si chiude per alcune ore e troviamo ristoro nella retrocessione alla virtualità del sogno. Anche se siamo nella vita vittime di gravi offese, di privazione della libertà, di ingiustizie plurime e truffe, per una breve parentesi di tempo lo dimentichiamo. Anche se siamo invece aggressivi, disonesti o comunque funesti al prossimo, per breve tempo ridiveniamo innocenti.
Ma ciò non fa che accrescere la drammaticità del momento in cui dobbiamo di nuovo indossare il nostro personaggio, tornare a recitare e svolgere un ruolo non necessariamente vissuto con entusiasmo, né con adesione intima e piena.
E quella mattina, quando giunsero in ufficio, Elvinger e Hoss trovarono il finimondo. I colleghi camminavano spediti nei corridoi verso destra e verso sinistra con cartelle nelle mani, verdi, azzurre, viola, gialle, arancione. Nessuno fiatava, persino gli uscieri erano immusoniti. Cos’era mai accaduto?
Paul Elvinger, al tredicesimo piano, si tolse cappello e impermeabile, li appese all’attacapanni. Mentre si andava a sedere alla scrivania, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzolettone d’un purpureo stravagante e asciugò accuratamente le lenti degli occhiali. Quindi premette il pulsante di chiamata della segretaria di direzione. «Cosa succede?», chiese all’addetta.
– Ieri sera, all’ONU, c’è stato un violento scontro verbale tra i presidenti USA e URSS. Quest’ultimo si è tolto una scarpa e l’ha sbattuta più volte sul tavolo. Si teme un’invasione imminente dell’Europa occidentale da parte dell’esercito russo, già schierato sui confini.
Frastornato, il funzionario si attaccò al telefono per avere notizie più circostanziate e affidabili dai servizi della presidenza del Parlamento europeo e dalle ambasciate. Risultò che ovunque si estendeva un clima di massimo allarme. In caso di attacco improvviso i russi avrebbero ingoiato la Germania occidentale in quarantott’ore o anche meno. Se la Francia avesse reagito con l’atomica, la situazione poteva ancor più degenerare e, comunque, non erano possibili pronostici ottimistici.
Jean Hoss si era trovato meno spaesato dell’Elvinger in quello scenario da cataclisma universale. Quale specialista delle relazioni pubbliche fu subito incaricato di prendere contatti con la rappresentanza diplomatica dell’Unione Sovietica. Il primo segretario dell’ambasciatore gli fissò un appuntamento per le quindici.
III
Ai vari bar mensa del Parlamento si mangia alla meno peggio. Tutto è lindo, ordinato, non c’è niente da dire. I locali sono molto luminosi, con finestroni che tappezzano intere pareti. E al di là, se si è ai piani bassi, si gode la vista romantica della vegetazione, dei prati imbevuti di precipitazioni idriche, degli arbusti e degli alberi strapazzati dal vento. Se invece si è all’ultimo piano del Grattacielo, la vista spazia su una varietà immensa e stravagante di grigi: a terra tetri, in alto slavati, ma con sporadici addensamenti fuligginosi.
Certo, la convivialità vi è più vociante che calda. I tavoli in formica plastificata sono tutti uguali ed ognuno vi occupa giusto il posto necessario al consumo del pasto. I commensali sono colleghi d’ufficio o estranei di altri servizi, dato che, complessivamente, gli impiegati sono oltre duemila, di ogni cittadinanza europea. Si arriva lì con il proprio vassoio dopo aver fatto la fila al banco ed essersi serviti.
La cucina non lascia a desiderare in termini d’igiene, né di qualità accettabile. È concepita per sfamare a buon mercato, ma decorosamente, una plebe di mezzecalzette e mezzemaniche. Davvero, non è cucina raffinata, non cucina gastronomica, non cucina da tre stelle della guida Michelin. Inoltre non è cucina locale, etnica, né tipica. È cosiddetta cucina internazionale, cucina della mondializzazione: carne macinata, polpette, patate fritte, bistecche con contorno di spaghetti scotti, pesce con riso ridotto in poltiglia, insalate miste di lattuga, carote tritate e cavolfiore. Da bere: vino e birra alla spina.
Chi si contenta gode. Elvinger però, che era un buongustaio, si accontentava poco. Non ci metteva mai i piedi in queste mense destinate al personale d’infimo e medio rango. In quella giornata di scombussolio totale si era dovuto adattare a recarvisi, tuttavia, per un rapido spuntino, prima di un pomeriggio che si annunciava carico di peripezie.
Si affrettò poi a tornare al tredicesimo del Grattacielo, con i bocconcini di carne bastarda e i fagioloni verdi che gli rimanevano sullo stomaco per via della birra rancida e dello pseudo caffè espresso, dal sapore di barbiturici diluiti in acqua tiepida. Fu, in ciò, di un tempismo troppo esagerato. Il piano sembrava deserto e sulle prime credette esservi la sola anima viva. Per assicurarsene percorse tutto il lungo corridoio, senonché: ecco che il suo orecchio fu colpito come da un misterioso rimestio dietro la porta chiusa di uno degli ultimi uffici a destra.
Senza un’esitazione, impugnò la maniglia e spalancò l’uscio. Un funzionario alto, di mezz’età, se ne stava in piedi, oltre la scrivania, con pantaloni e brache calati. Una procace collega, scarmigliata e con la camicetta aperta su seni ubertosi era inginocchiata a terra e gli lambiva delicatamente con la lingua il membro convulso.
Facile indovinare quale fu l’effetto di quell’intrusione inopinata. La ragazza scattò in piedi e si slanciò verso il vano della porta per dileguarsi. Elvinger si tirò da parte e la vide correr via con i pesi morti delle poppe che le ballavano davanti. Il funzionario, giunto al diapason dell’orgasmo grazie alle arti dell’etera improvvisata, non potè rattenere una zampillante eiaculazione. Nero di vergogna e di sbigottimento, volle precipitarsi al suo posto, sulla poltroncina dietro l’inclita scrivania, nella speranza irrazionale che gli potesse propiziare il recupero di un po’ di dignità. Ma aveva i piedi impediti dagli indumenti e poco ci mancò finisse steso a terra. Il direttore gli ingiunse di calmarsi e tirar su i pantaloni imbrattati. Si comportasse da uomo, non c’era di che farsi prendere dal panico.
Darsi a pratiche erotiche in ufficio non era raccomandato, anzi, in linea di massima, era severamente proibito. Gravissimi provvedimenti, fino al licenziamento in tronco, potevano colpire i contravventori colti in flagrante. L’esistenza di siffatte norme di comportamento era una necessità, così si diceva Elvinger. In caso contrario gli uffici pubblici, gremiti di personale d’ambo i sessi d’età da procreazione, in molti casi frustrato, complessato, in cerca d’anime gemelle e di consolazione, sarebbero diventati case d’appuntamento, anzi d’incontri spontanei a catena, pur senza appuntamento. Però individualmente e sul piano umano, non si poteva infierire. Ben altre magagne, ben altri problemi, peraltro, incombevano in quel frangente sull’Europa e sul mondo.
Il caso non sarebbe stato segnalato. Chissà quanti altri amori proibiti si annodavano negli stanzini più appartati e sfuggivano ad ogni sorveglianza.
IV
Jean Hoss, alle una, era rientrato a casa. Aveva ingerito due tartine con sottilette e un bicchiere di latte, una mela. Aveva aperto la radio e ascoltato i notiziari. In Francia si era sul piede di guerra. Giscard d’Estaing aveva rivolto alla popolazione un’allocuzione televisiva che, finalizzata a tranquillizzare, seminava invece l’allarme. Il minuscolo Lussemburgo mobilitava e richiamava le riserve. La Svizzera aveva costruito da anni rifugi antiatomici, in numero sufficiente per darvi ricetto, in caso di emergenza, a tutti i suoi cittadini. Ma gli altri Stati europei non avevano dato prova di altrettanta preveggenza e solerzia ed eventuali bombardamenti su Inghilterra, Francia e Italia avrebbero decimato le popolazioni.
Il negoziatore CEE si lavò le braccia e il viso, si cambiò, si pettinò e, alle quattordici e trenta si mise al volante della sua mercedes scura.
Ora ch’era smesso finalmente di piovere, la temperatura si era abbassata. Le pozzanghere residue gelavano. Fuori città, la campagna era ricoperta ancora in pieno giorno da uno spesso strato di brina. Quella benedetta ambasciata dell’URSS era situata lontano dall’abitato, nel bel mezzo di un’abetaia. L’area era recintata e sorvegliatissima. Un lungo viale conduceva alla villa, dopo che si erano superati, se muniti di lasciapassare o attesi, due sbarramenti con tanto di cancellate e casotti delle guardie. Le divise militari russe, il cappello colla banda rossa e la fascia rossa al braccio con la stella annunciavano un altro mondo e mettevano soggezione.
L’accoglienza del colonnello Popov, primo segretario, tuttavia, fu delle più affabili nella grande sala d’armi del pianterreno, in cui troneggiava una stufa di maiolica d’incredibili dimensioni. Appliques murali concorrevano a rischiarare l’ambiente, dato che la luce che entrava dalle finestre quadrettate, tra il folto degli alberi, era davvero poca. Le tante paia di corna di cervo che ornavano altresì le pareti intercalandosi tra le lampade non muovevano specialmente all’allegrezza. Ma rincuorava il fuoco, rumoreggiante e di cui si intravedevano riflessi violacei dagli sportelli vitrei.
Jean Hoss sedette su una vecchia poltroncina rifoderata e subito fu servito, in fini tazze, il tè, preparato con l’acqua di un samovar d’argento.
Il colonnello si scusò in un ottimo francese di vestire la divisa, ma così esigeva il regolamento. Sorrise: i regolamenti sono indispensabili, anche se non sempre umani. Sono guide che ci mantengono in sella, talvolta malgrado noi stessi, nella vita.
Hoss concordava e annuì. Ciò che più conta in ultima analisi è, però, l’uomo. Quando la durezza della norma lo aiuta, anche malgrado lui, è la benvenuta. Ma, se spezza l’uomo, se condanna l’umanità ad una sorte improvvida, la norma, forse, va superata o riformata. E il colonnello, nuovamente, sorrise:
– Non le chiedo a cosa devo la sua gradita visita…
E fece cenno al sergente che fungeva da maggiordomo di riempire nuovamente le tazze.
– Il mondo è in ansia e anche i leader politici nutrono timori a seguito dei colpi di scarpa sul tavolo del compagno Zukov a New-York.
– Non drammatizzerei.
E, ancora una volta, il colonnello sorrise.
– Caro colonnello, la stimo e nutro molta simpatia per lei. Ma questo suo ottimismo è condiviso in campo sovietico, è il riflesso di una realtà della politica sovietica, o è solo personale? Lei ben sa che la situazione è tesa tra Est e Ovest, da decenni!
– Sì, dottor Hoss, il men che si possa dire è ch’è tesa. Guerra fredda, come dicono. Rivalità tra superpotenze, contrasto tra concezioni della vita e degli assetti sociali.
– Appunto. I nodi non rischiano ora di venire al pettine? Cosa ci attende? Cosa mi può dire delle intenzioni dei vertici del suo paese con riferimento all’immediato futuro?
– Vede, caro amico, nessuno può prevedere con certezza cosa ci riserva il futuro. Però mi sembra che in Occidente si coltivi un po’ troppo la pianta del terrore psicologico. Gli occidentali apprezzano la violenza, la guerra, la fantascienza nei film. E questo loro malsano gusto del terrore poi si espande anche alla vita reale e alla vita politica.
– Lei è in grado di assicurarmi che non corriamo il rischio di un’offensiva militare russa in Europa?
– La piazzata con le scarpe del segretario e presidente Zukov è stata, a mio avviso, sopravvalutata. È uno sfogo che, certamente, esprime un malessere, un risentimento nei confronti dell’altra metà del mondo. Ma interpretarla come una potenziale minaccia è da ingenui e sprovveduti, come mi auguro lo siano solo (se mi consente) gli americani.
– Lei mi autorizza a riferire di questa sua visione sdrammatizzante della questione ai miei colleghi e superiori?
– Ma sì, dottor Hoss, si capisce. Tuttavia, non in chiave di affermazioni concrete e positive. Si tratta di suggerimenti, più che altro. Nessuno può davvero dire ciò che accadrà domani.
V
Contrariamente alle aspettative il pomeriggio di Elvinger si trascinò malinconicamente, dopo l’interludio grottesco di cui si è detto. Si attesero colpi di scena, cose grosse, fino alle diciassette; ora in cui giunse una semplice telefonata della segretaria del segretario generale: i direttori generali, direttori e capidivisione erano convocati per l’indomani mattina alle dieci e trenta nell’aula parlamentare del palazzo Schuman per un briefing. Frattanto il direttore si era annoiato mortalmente. Ripensava all’Inselfisch – tale, aveva verificato, era il cognome dell’addetto sorpreso in flagrante frenesia d’amore – e un po’ gli veniva fatto d’invidiarlo. Chi fosse la complice, non poteva dirlo. Non l’aveva riconosciuta, e le impiegate sono tante! Forse era una parigrado, una collega dei quadri superiori, magari pure coniugata. O forse una delle numerose segretarie, sentimentalmente allo sbando. E non v’era motivo che lavorasse proprio al tredicesimo piano. D’altronde era preferibile non approfondire. Tuttavia, prima d’andarsene, lui provò a bussare alla porta di Susy Kohler, una trentenne scapola mora e riccioluta, e a sentire se accettasse un invito a cena quella sera. Niente da fare, però. Rispose ch’era impegnata ed Elvinger sapeva che si vedeva con Ernst Bisbaum, un tedesco del piano di sotto.
Tornare direttamente nel suo appartamento di Limpertsberg, non ne aveva punta voglia. Andò a cenare al Foyer della Rue Notre-Dame, non che vi si mangiasse sostanzialmente meglio che alle mense del Kirchberg, ma perché, lì, c’era sempre gente. Mentre, distrattamente, sorbiva il brodino, poi faceva fuori la bistecca di macinato di manzo con patate fritte, si guardava attorno. Passò al banco del bar e, centellinando un doppio cognac, continuava a sogguardare. Ma avvistò solo una coppia di segretarie suscettibili di essere corteggiate e, da direttore, lui, di andare dietro alle segretarie non poteva permetterselo, per lo meno in pubblico. Gli toccò dunque desistere e fu malinconicamente che si diresse quindi con la macchina a Clausen, dove, in Rue de la Tour Jacob, concerti di jazz apprezzati dagli intenditori venivano dati in un locale aperto fin oltre la mezzanotte. «La Berlue», si chiamava il dancing e, all’entrata, ti stampigliavano la data in blu sull’avambraccio, di modo che tu potessi uscire a prender l’aria e rientrare a piacimento senza tornare a pagare lo scotto.
C’erano più vani oltre quello principale e più vasto in cui si esibivano i musicisti. In uno attiguo, alcune coppie di non iniziati ballavano e, più in là, c’era un bar per chi fosse capitato in quel luogo per errore e non sapesse dove andare a ripararsi dal frastuono e nascondersi.
Elvinger cominciò col fingere d’interessarsi alle acide dissonanze. C’era una tromba che suonava per lo più con la sordina, perché altrimenti, entro quelle quattro mura, il suono sarebbe stato troppo dirompente. Il pianoforte sgranava accordi inverosimili, poi si scatenava in frasi alambiccate che rimanevano sospese, senza chiusa, e sembravano domande angosciose prive di risposta. Frattanto il contrabbasso zummava con lena e il batterista accarezzava tamburi e piatti producendo quasi solo insistenti fruscii.
Paul dondolava scioccamente la testa e batteva con un piede il tempo fuori tempo, ma si stancò presto di quel fare adolescenziale. Si sudava come pazzi oltretutto. Passò nella saletta da ballo e, da lì, nel bar. Si sedette a uno dei pochi tavolinetti come un naufrago presago dell’inevitabile misero destino che lo attende, quando, d’un tratto, una biondona carnosa che si era anche lei districata dalla massa dei patiti di jam session gli si piombò seduta davanti. Il nuovo doppio cognac che aveva ordinato gli parve di un colore improvvisamente più ambrato.
VI
Gli disse che si chiamava Clotilde, Umwachkaub, ed era berlinese. A Lussemburgo si divertiva poco. Figurarsi! Elvinger, in tedesco, si mise a raccontarle barzellette, prima innocenti, poi spinte e sempre più spinte. Clotilde non si offuscava di niente. Stava al gioco. Rideva. Lui le disse che aveva capelli splendidi, che i suoi occhi facevano faville, che il disegno delle sue labbra era uno dei più perfetti che mai gli fosse stato dato di vedere… E, di questo passo, infervorato com’era, avrebbe continuato a vantare le sue rare qualità fisiche, scendendo, nella scelta delle parti da premiare, sempre più in basso. Ma una manina che lei gli aveva posato sulla sua zampaccia pelosa gli impose, dall’emozione che ne provò, un colpo d’arresto. E, intanto, ordinava di nuovo facendo l’occhiolino al cameriere, e la faceva bere. Anche per il bere, del resto, Clotilde non faceva complimenti e non sembrava pensasse a malizia. Mandava giù i bicchierini, d’altronde, come si trattasse d’acqua sorgiva.
Finalmente, alle una, uscirono. Clotilde disse che era venuta lì con un tassì e, dunque, era a piedi. Elvinger la fece salire in macchina e l’accompagnò, ma non all’albergo, bensì a casa sua. La ragazza non fece storie, non inscenò riluttanze. Salì e il funzionario non stava nella pelle dalla contentezza. Subito si spogliarono e andarono a letto. Erano mesi che il corpulento direttore non aveva toccato femmina. E fu un’azione bellica memoranda: orifizio orale, gnocca, ano, prese d’assalto e deflorò una dopo l’altra tutte le piazzeforti. Poi, steso sulla schiena e col pennacchio alzato ancora duro, se lo fece di nuovo inguainare e pompare su e giù dalla bionda a cavalcioni sul di lui pube, con i due bei seni protesi dai capezzoli sporgenti.
Compiuta l’ero(t)ica gesta, piombò in letargo come un ciocco. Si risvegliò che faceva giorno da un pezzo. Si sforzò di ricordare: ah sì! Ma Clotilde non c’era. Saltò giù dal letto, infilò una vestaglia e le pantofole e l’andò a cercare per casa. Non c’era proprio, non era neppure nel bagno, né in cucina, né d’altronde vi era traccia dei suoi vestiti o d’altro di suo. Entrò nello studio e lì, che spavento! Vide tutto sottosopra, tante carte sparse sul pavimento, i cassetti aperti, il computer acceso.
Poi si rese conto che erano già le nove e un quarto e ricordò la convocazione al Parlamento. Riservandosi di determinare semmai più tardi se qualche suo documento fosse stato asportato, corse a fare la doccia e a vestirsi. Ma, nuova sorpresa: il portafogli mancava dalla tasca della sua giacca della vigilia. Clotilde si era da sola ripagata profumatamente della notte di follia concessa. Infatti Elvinger, dato il paventato arrivo dell’invasore russo, aveva ritirato il giorno precedente una grossa somma in liquido per ogni evenienza.
VII
Si portò al Kirchberg alle dieci e un quarto, ma dovette passare anzitutto all’agenzia bancaria per annullare le carte di credito e firmare un documento di opposizione al pagamento degli assegni del suo libretto. In aula giunse con una decina di minuti di ritardo, mal rasato, mal pettinato, con la cravatta di traverso e trafelato. Comunque, non si era perso nulla. Il segretario generale, dal palco, arringava i più stretti collaboratori con espressioni pompose, ma generiche. Il solito linguaggio di cartapesta che i politici sembrano avere succhiato con il latte materno. In sostanza non si sapeva nulla, ma era come se il nemico fosse alle porte. Bisognava vigilare, prepararsi alle più cupe eventualità, tenere a bada il personale e, nel contempo, rimanere costantemente all’erta. Si sarebbe provveduto sin da quello stesso pomeriggio a esercitazioni di evacuazione rapida, ma ordinata degli uffici senza ausilio degli ascensori e cioè scendendo a piedi le scale, il che avrebbe comportato inevitabilmente delle difficoltà nel Grattacielo con i suoi ventidue piani. All’uopo sarebbero state immediatamente costituite tra i funzionari squadre di volontari, addetti all’inquadramento delle operazioni.
Uscendo dalla solenne sala, Elvinger incrociò Hoss e, nonostante avesse ben altro per il capo, gli chiese com’era andata all’ambasciata della superpotenza incarnante, all’epoca, l’asse del male nella fantasia collettiva dei paesi dell’Occidente. «Un buco nell’acqua», rispose l’amico a bruciapelo senza fornire dettagli.
Il nostro bevve un paio di caffè, trangugiò due panini e, salito in ufficio, telefonò subito all’Hôtel de la Gare, dove Clotilde aveva detto di alloggiare. Ovviamente non avevano tra le loro clienti, né conoscevano una Clotilde Umwachkaub. E la medesima risposta gli diedero gli altri alberghi, di cui esaurì la lista nel giro d’un’ora. D’altronde, adesso che ci faceva caso, quel cognome avrebbe dovuto ispirargli da subito una circospetta diffidenza da quanto suonava inverosimile. Come ci si può chiamare Umwachkaub? Mentre si arrovellava ancora in questi pensamenti, suonò l’allarme nei corridoi. Già iniziavano le simulazioni di disastri. Bussarono alla sua porta e lo costrinsero ad accodarsi al gruppo che si avviava verso le scale. La discesa, frenata da malmessi, sciancati, mutilati e affini che non erano pochi, oltreché dai volontari che si caricavano a spalla i più sventurati, durò tre quarti d’ora. Elvinger, peraltro, non era un ascensionista, né un discesista provetto; raramente percorreva a piedi tratti di oltre cento metri in piano; e così arrivò giù con le gambe a pezzi e i piedi che gli dolevano. Si guardò bene dal rimanere agglutinato alla folla dei colleghi ebeti che, ora, facevano cerchio attorno ai vigilantes di fresca nomina, i quali dispensavano loro – suppose – congratulazioni, istruzioni, esortazioni in vista della prossima maratona al rilento. Si allontanò alla chetichella e raggiunse l’autovettura nel parcheggio. Quindi si recò al commissariato centrale della Rue Glesener.
Denunciare l’accaduto, certo, lo seccava. Ma non poteva accontentarsi d’essere stato infinocchiato come un tordo e rimanersene con le mani in mano.
Declinò le proprie generalità e chiese di potersi intrattenere con un funzionario d’alto livello circa faccende personali e confidenziali. Lo mandarono da un ispettore. Dopo preamboli tendenti a garantire che quanto avrebbe riferito non sarebbe stato divulgato alla stampa, raccontò dell’episodio boccaccesco.
L’ispettore lo aveva ascoltato compunto, senza accennare al benché minimo sorriso. E ciò rassicurò il denunciante. Si era alzato e, da uno scaffale, aveva preso una grossa cartella dalla copertina rigida e scura. Conteneva foto segnaletiche di donne, accompagnate da brevi testi. Gli chiese di sfogliarla e vedere se riconosceva la sua Clotilde. Effettivamente, Elvinger riconobbe la ragazza su una delle foto. L’ispettore gli apprese che il suo vero nome era Teresa Alexandreievna Populuska, che era una caucasica e lavorava per i servizi segreti russi. Non risiedeva in Lussemburgo, ma vi veniva solo ogni tanto, per lavoro.
VIII
Ogni sabato mattina, Hoss andava a correre al Bambusch con un gruppetto di altri quattro colleghi. Saltellavano in pantaloncini corti persino in pieno inverno, salvo fosse caduta la neve, per i sentieri senza capolinea di quella distesa boscosa, di cui si pretendeva che l’aria fosse tanto più sana di quella del centrocittà. La loro non era una corsa agonistica, bensì un sano esercizio ginnico collettivo inteso a conservare e rafforzare vieppiù la forma fisica di ciascuno. Gli davano sotto, a ritmo moderato, durante almeno novanta minuti.
Poi, nel tornare alle macchine con le quali ciascuno, appunto, se ne sarebbe ripartito nella sua direzione e a farsi gli affari suoi fino al prossimo appuntamento sportivo settimanale, scambiavano animatamente quattro chiacchiere. Si capisce che quella volta parlarono esclusivamente della paurosa minaccia internazionale incombente. Uno dei compagni fece notare che il timore di un attacco atomico non sembrava fondato. Se l’armata rossa doveva impadronirsi della Germania in sole quarantott’ore, sarebbe poi stata a Parigi in altre quarantott’ore o poco più. I russi non avevano bisogno, né avevano interesse a distruggere un Occidente che intendevano occupare, e tanto meno a disseminarvi una radioattività che poi avrebbe colpito anche le proprie truppe.
– Già – disse un altro –, però potrebbero essere quei fanatici dei francesi a lanciare per primi atomiche su Mosca e dintorni. Al che i russi sarebbero tentati di rispondere.
– Comunque su Parigi, non su Lussemburgo, Strasburgo o Bruxelles – osservò un terzo.
Jean Hoss disse che il conflitto nucleare, semmai, era ipotizzabile tra URSS e USA. Ma anche una semplice occupazione da parte dell’armata rossa era una prospettiva tutt’altro che incoraggiante. D’altronde, anche con il nucleare si rischiavano danni secondari, ad esempio da errori di lancio ed effetti collaterali.
I cinque funzionari discettarono per un quarto d’ora con impegno e grande serietà, quasi fossero stati responsabili politici, ministri degli esteri o capi di governo. Poi filarono via nelle loro macchine lussuose e se ne tornarono, spensierati, alle quotidiane occupazioni.
IX
Se il carattere aperto ed esuberante è un dono di natura, anche la fortuna lo è in certa misura. E non sempre l’esuberanza e la fortuna stanno insieme, come si è tentati di crederlo. Succede che uno si aiuti e Dio, invece, non l’aiuti; che uno sia intraprendente, ma sempre metta il piede in fallo. La sfortuna non si accontenta in genere di colpire una tantum, più spesso perseguita per un pezzo chi ha preso di mira.
Elvinger si era chiesto perché la spia russa se la fosse presa proprio con lui. Cosa aveva pensato le potesse rivelare un semplice direttore al Parlamento europeo, cosa cercava tra le sue carte? In pratica non gli risultava che avesse portato via gran che dal suo ufficio privato, aveva solo generato un’incredibile baraonda, costringendolo ad uno sforzo sovrumano per riordinare il tutto. Unico vantaggio: aveva colto l’occasione per buttar via tanta roba inutile che teneva lì da anni senza uno scopo.
Ma passati un paio di giorni, il nostro Paul ebbe una nuova spiacevole sorpresa: provava bruciore quando urinava. Il terzo giorno il bruciore si era intensificato e comparirono nell’urina secrezioni biancastre. Gli toccò rivolgersi, questa volta, al medico curante, il cui verdetto fu non meno rassicurante, né meno avvilente, di quello dell’ispettore di polizia. Era la gonorrea. Clotilde gli aveva lasciato quel regalino. Si curava facilmente con gli antibiotici, ma una degna persona come l’Elvinger non si sarebbe dovuto far appioppare una roba del genere, certo – opinò il dottore – da una donnaccia di strada. Non ci si può fidare delle bellone che si raccolgono sui marciapiedi. Un po’ di buon senso, perdio!
La malediceva, Elvinger, quella falsa Clotilde. Gli aveva dato un paio d’ore d’intensa felicità, che però si erano tramutate in profondissima delusione! Bisognava diffidare delle donne, si disse. Purtroppo il suo temperamento lo inclinava alle facili infatuazioni. Senonché non ci si prende mai. Quasi sempre ti ignorano sdegnose, si girano dall’altra parte, ti fanno sapere che non sei proprio il loro tipo d’uomo. E, quando finalmente ne trovi una che ti fa gli occhi dolci, è una puttana, una traditrice, un’assassina!
X
Fu decisa una visita del castelletto dei «Trois Glands», a un centinaio di metri dal palazzo Schuman, ma, rispetto a questo, riparato e nascosto da cortine d’alberi d’alto fusto. Si recò in loco una delegazione di dieci funzionari, tra quelli ai quali erano stati affidati compiti di sorveglianza e gestione nell’ambito delle esercitazioni quotidiane di sciamatura sistematica dagli uffici. Tra questi, Jean Hoss, uno dei primi e più aitanti candidati all’indosso di quel ruolo che giudicava umanitario.
Ci si chiedeva, infatti, se quel fortino settecentesco discretamente ben conservato, e in particolare le sue stanze interrate, non potessero servire da rifugio per parte almeno del personale, nel caso di offensive dal cielo.
Quando gli stabili che dovevano ospitare le istituzioni europee erano stati edificati, negli anni Cinquanta, si era badato a fare grande, grandioso, visibile. Si era costruito su terrapieni, rialzi del terreno, puntando verso l’alto, verso il cielo. Gli scantinati, ricavati dagli scavi per le fondazioni, c’erano, ma non erano un gran che. Dall’altra parte della superstrada, l’edificio della Corte di Giustizia, di ferro e di vetro, ma soprattutto di vetro, esposto dai quattro lati ai venti e agli sguardi sulla sua terrazzina di terra da riporto, sarebbe stato spazzato via subito, dalla prima bomba un po’ potente sganciata da un aereo o dal primo missile balistico che la colpisse.
I rappresentanti della città e dei ministeri lussemburghesi furono cortesissimi e offrirono un drink a base di vini bianchi della Mosella in calici verdognoli. Però – a parte il suo equivoco nome che ben illustra la sostanziale insensibilità della gente di quei luoghi in genere alle sottigliezze e ambiguità della lingua francese e di cui era dubbio se potesse portare più fortuna o sfortuna (gland significa «ghianda», ma è vocabolo altresì riferito al segmento più osceno del membro virile) – il castello offriva spazi soprattutto fuori terra. Nei vani del sottosuolo si sarebbe potuto stipare un massimo di un centinaio di persone, non più. Inoltre mancava ogni anche più elementare mobilio, non vi era in tutto il castello un letto, un divano, una poltrona, una sedia. Solo pareti e muraglie spoglie. E, inconveniente decisivo, non vi era traccia di servizi igienici. Un paio di lavandini, i cui rubinetti davano un filo d’acqua gelida, erano stati scoperti al primo piano o piano nobile. Ma non c’era l’ombra di una doccia, né d’un cesso. È chiaro che, oltre alla limitata capacità d’accoglienza in termini di numero di persone ospitabili, vi era un problema di limitazione obbligata dei tempi di permanenza.
I dieci delegati non tardarono a rendersi conto di questi aspetti negativi, ma non ne parlarono con gli amministratori che si facevano in quattro per propiziare un loro giudizio favorevole. Tutti si ripromettevano di far valere le loro acute osservazioni al momento della stesura del rapporto. E, mentre gli altri si riavviavano verso i rispettivi uffici, Jean Hoss si concedette una breve pausa deambulatoria lungo i viali dell’altopiano che digrada verso Pfaffenthal. In estate, il luogo era frequentato da turisti della domenica. Lungo il viale di sinistra apriva i battenti una baracca che vendeva gelati, bibite fresche e spuntini. Ma ora era inverno e nessuno si avventurava da quelle parti. Il gelo ammantava tutto d’un velo luccicante sotto il cielo caliginoso. L’erba degli immensi prati si raggricciava, soffocata da una coltre di brina di due dita. La maggior parte delle piante aveva perso le foglie e l’intrico dei rami offriva alla vista chiazze biancastre, d’un bruno rossiccio e nero fumo.
Hoss scese fin sui sentieri che costeggiano l’orlo estremo del pianoro. E, al di là degli affossamenti del Grund e di Pfaffenthal, il cuore della città gli apparve librato nell’aria, che sembrava il ponte d’una nave. Al di sopra dell’imponente massa grigia svettavano alcune guglie, principalmente quelle della cattedrale Notre-Dame des Affligés. Ma, appuntando poi lo sguardo sulle zone sottostanti, non potè fare a meno di riandare a considerazioni che aveva già spesso rivangato nel suo animo. Che tetro e sporco grigiore! Gli vennero in mente gli acquerelli di Sosthène Weiss. Come aveva potuto quel delicato pittore spremere tanti giallini, lilla, rosa e viola, tanto colore, da quei roccioni bruni, da quei muschi risecchiti, da quelle architetture bizzarre dei quartieri bassi? Osservando spassionatamente, si vedeva solo tanta tristezza e tanta disarmonia. Forse, però, la componente d’incongruità quasi surrealista salvava, esteticamente e culturalmente, il luogo: le casematte; i resti di fortificazioni d’un altro tempo; le improbabili garitte settecentesche per sentinelle spagnole, sporgenti su strapiombi; i ponti colossali su rigagnoli da farsa quali l’Alzette e la Pétrusse. Queste stranezze avevano mosso l’animo gentile del Sosthène ad una disamina che aveva sfondato il muro dell’apparenza opaca e gli aveva consentito di conferire ai suoi scenari para-urbani una ricchezza coloristica da essi, nella realtà, mai goduta.
XI
Sul piano mondiale le cose non si aggiustavano affatto. Un velivolo americano in sorvolo ad alta quota d’installazioni militari sovietiche era stato individuato dai russi e abbattuto. Pilota e copilota si erano paracadutati ed erano illesi. Però erano stati catturati e venivano costretti a confessare in televisione di avere violato lo spazio aereo dell’URSS su ordine formale dei comandi statunitensi, per prendere foto di strutture ed impianti. Spionaggio aereo, insomma.
Le immagini facevano il giro del mondo e venivano presentate nelle prime pagine dei giornali. I partiti comunisti d’Europa non esitavano a sfruttare quello che, per la disinformata opinione pubblica, era uno scandalo; presentavano interrogazioni nei parlamenti, pubblicavano libelli di fuoco.
Gli Stati Uniti pensavano più che altro a recuperare i due avieri, ma, con il Cremlino che esasperava a più non posso la questione, non sapevano che pesci prendere. Improvvisamente si seppe che, com’è nell’indole degli ex conquistatori epici del far west, avevano optato per una prova di forza. Era stato deciso l’invio oltreatlantico di una potente flotta di portaerei, corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere e sommergibili, dotati di armi convenzionali e nucleari. La destinazione sembrava dover essere in un primo tempo il Mare del Nord, dove avrebbe potuto godere dell’appoggio inglese per i rifornimenti e il supporto logistico a terra. Ma c’era da considerare che il Mar Baltico contiguo formicolava di sommergibili atomici russi, i quali non di rado si avventuravano anche in ricognizioni fin nello stesso Mare del Nord. Quindi si viaggiava verso la predisposizione di una vera e propria polveriera marittima ed era facile nascessero conflitti anche non premeditati, né voluti.
In Parlamento, come a Bruxelles, si sviluppava sempre più un clima di panico.
Elvinger fu invitato a presentarsi un martedì mattina, alle otto e mezzo in punto, presso l’ufficio del suo direttore generale, al quarto dello Schuman. L’ispettore di polizia della Rue Glesener, trattandosi di una vicenda di spionaggio, non aveva potuto rispettare il riserbo auspicato dal funzionario. Aveva riferito al suo capoispettore. Il quale, date le circostanze, aveva a sua volta immediatamente informato il segretario generale del Parlamento, un tipo molto nervoso. La patata bollente, da questi, era passata al direttore generale dell’Agricoltura.
L’orario pressoché antelucano e del tutto insolito dell’appuntamento la diceva lunga su quelli che sarebbero stati il tono e le caratteristiche del faccia a faccia. Jacques Hirsch esordì con una solenne lavata di capo al suo sottoposto immediato. Un alto funzionario europeo, che come tale deve servire d’esempio all’intera coorte dei pubblici impiegati non solo europei, ma altresì nazionali, si permetteva di andare a meretrici senza prendere la minima precauzione di riservatezza! Si faceva raggirare come un baccalà da una spia russa! Erano cose dell’altro mondo, con, oltretutto, le tensioni mondiali in corso!
Elvinger volle difendersi e cominciò a balbettare che, dopo tutto, la spia russa aveva sbagliato bersaglio, lui non era a conoscenza di particolari segreti, a casa sua vi erano solo carte strettamente personali…
L’altro non volle sentire ragioni, non lo stette neppure ad ascoltare. Gli significò che sarebbe passato in giudizio dinanzi ad una commissione disciplinare interna. Rischiava l’estromissione pura e semplice dalla funzione pubblica europea per negligenza, per mancanza di quella cautela nei rapporti umani che la sua carica imponeva, per comportamenti indegni del suo grado.
Hirsch lo congedò.
Tornato in ufficio, Elvinger si accorse che i colleghi, i dipendenti anzi, i suoi subordinati, lo snobbavano, l’evitavano. Erano già al corrente della caduta in disgrazia. Mormoravano e ridacchiavano in disparte. Certamente si era saputo anche della nottata con la spia russa. Tutte queste preoccupazioni lo distrassero al punto che si fece nuovamente sorprendere al tredicesimo quando tornò a squillare l’allarme e, di nuovo, dovette scendere pazientemente tredici piani, più solo che mai, senza la consolazione di una spalla amica che, questa volta, gli sarebbe stata preziosa.
XII
Finalmente nevicò per due giorni di seguito. Poi venne uno scirocco che squagliò a metà la neve. Infine, di nuovo un freddo polare, ora più intenso e che ghiacciò l’acqua sui selciati. La cittadina divenne una rete di piste da pattinaggio.
L’aeroporto fu chiuso. Per le vie del centro avvenivano tamponamenti a catena e non poche vetture uscivano di strada, sui marciapiedi, nei giardini, contro gli alberi. Sarebbe stato preferibile rimanersene a casa.
Ma quella mattina il direttore a rischio di degradazione, se non di licenziamento in tronco, doveva comparire dinanzi alla commissione disciplinare. Fortunatamente era stato convocato per le nove e trenta e riuscì, con un tassì, a pervenire alle nove e venti davanti alla corta scalea dello Schuman. Salendo questa, rischiò di scivolare e rompersi il collo, ma poi si presentò puntuale nella stanza 410, attigua all’ufficio del direttore generale.
La commissione era composta da cinque membri, tutti di livello dirigenziale: due donne e tre uomini. Presiedeva una signora, arcigna anzi che no, che Elvinger non conosceva. Forse era stata chiamata da fuori, per esempio dagli uffici della Corte di Giustizia o della Commissione. Prese la parola per prima ed espose il caso. Però al nostro fu concessa ampia facoltà di spiegarsi e lui si sforzò di dimostrare come non ci fosse in realtà nessun vero caso: la vicenda era stata in qualche modo gonfiata a partire da qui pro quo e contrattempi che, semmai, riguardavano solo la sua vita privata. Un povero cristo di quarantenne celibe aveva pur il diritto di distrarsi un poco.
Jean Hoss risultò essere, senza che lui l’avesse minimamente previsto, il suo asso nella manica.
Infatti, venivano presi in considerazione anche lo stato di servizio dell’inquisito, i suoi meriti e demeriti pregressi, e, allo scopo di una valutazione quanto più possibile imparziale, egli poteva designare tre o quattro colleghi suscettibili di testimoniare in suo favore. Tre delle testimonianze invocate furono tutt’altro che risolutive. I suoi colleghi lo lodavano, ma si capiva che lo facevano per compiacerlo, e non senza riserve. Invece fu efficacissima la testimonianza di Hoss.
Bisogna dire che Jean era sulla cresta dell’onda da quando si era con tanto entusiasmo arruolato tra i mentori delle esercitazioni. Il suo dinamismo era stato notato in alto loco e girava voce che si pensasse ad una sua promozione in tempi brevi. Ma si era reso popolare anche presso la massa dei funzionari ordinari che vedevano in lui come una loro emanazione vincente.
Era quindi un testimone di sicuro prestigio. E senza tentennamenti descrisse la brillante carriera fatta in venti anni dall’amico Elvinger, ne vantò le doti eccezionali e palesi che lo avevano proiettato al posto di responsabilità che occupava, ricordò momenti delicati del passato in cui era rifulsa l’acuità del suo ingegno. Disse che il presunto caso era un mero, banale incidente, di nessun peso, né interesse per la grande istituzione europea in cui tutti i presenti avevano l’insigne onore di prestare la loro opera.
Le severe megere non erano persuase, ma i tre colleghi maschi diedero segni sempre più chiari di comprensione e di assenso man mano che la riunione inquisitoria procedeva. Elvinger uscì dal camerino piuttosto rinfrancato. Ad ogni modo, la commissione doveva ora deliberare a porte chiuse e il verdetto inappellabile di essa sarebbe stato reso noto non prima di una quindicina di giorni.
XIII
A ben vedere, il Lussemburgo è un modello di paese europeo modernissimo. Pressoché inesistente sulla carta geografica, date le esigue dimensioni del suo territorio nonché l’inconsistenza della sua demografia. Artificiale e virtuale. Sede di fatto però, proprio in ragione della poca rilevanza autonoma e della posizione di frontiera, di organismi destinati a reggere le sorti del continente.
Il Lussemburgo è un paese di forti contrasti, rasentanti l’assurdità.
Il contrasto è la chiave dominante del rapporto degli indigeni con quegli immigrati con patente di privilegio che sono i funzionari europei. È fatale che gli stranieri in genere e gli immigrati in particolare, i quali, oltre ad essere appunto stranieri, vengono ad accomodarsi da noi e ci rubano il pane, suscitino sentimenti di ostilità, per lo meno larvata. Ma che dire di stranieri immigrati che, ben lungi dal presentarcisi come straccioni e morti di fame in cerca di elemosina, ci si piantano in casa con arie e titoli di superiorità, hanno salari e prebende dieci volte superiori ai nostri, sono intervistati dalle televisioni, elaborano provvedimenti legislativi che poi dovremo applicare?
L’atteggiamento del lussemburghese nei confronti del funzionario europeo muove da un pregiudizio d’ostilità; che, tuttavia, è sommerso da un’incontenibile invidia e, infine, quasi sostituito da una strategia di profitto, basata sull’avidità.
I negozianti sono d’una preclara scortesia, che però è loro connaturale, attiene cioè al temperamento nazionale. Non è diretta specialmente verso gli europei, solo che gli autoctoni vi sono abituati e non la notano, mentre gli stranieri se ne stupiscono e risentono. D’altronde i negozi sono così mal forniti e così cari che a chi non sia lussemburghese d’origine conviene approvvigionarsi il più possibile al di fuori del minuscolo Stato in occasione di gite, viaggi e vacanze.
La famelicità sopra accennata si esprime in tutto il suo drastico splendore nei canoni di locazione e nei prezzi di vendita degli immobili. Quella folla di buoni a niente sovraretribuiti dai politici per questioni d’immagine, aspirata in uno Staterello di un tre-quattro centinaia di mila abitanti, deve accasarsi da qualche parte e non può pertanto esimersi dal farsi scannare per l’alloggio. Ci pensano loro a ridurgli i guadagni a quel poco di buono del funzionario europeo, appropriandosi ex abrupto di una buona fetta della torta iniqua!
Jean Hoss aveva contestato l’aumento dell’affitto notificatogli dal proprietario della sua minivilletta, ma aveva visto l’istanza di opposizione respinta da un comitato di conciliazione riunito una sera nel comune di Bertrange, al termine di deliberazioni in dialetto lussemburghese stretto di cui, oltretutto, l’interessato non aveva potuto capire un bel niente. E questa peripezia l’aveva reso vieppiù solidale di Elvinger e sensibile alle di lui angosce rapportabili alla minaccia di degradazione.
Si era premurato di far sapere all’amico che, stando ad indiscrezioni attendibili raccolte nell’ambiente del sindacato, l’inchiesta nei suoi confronti sarebbe stata archiviata senza seguito.
XIV
Un altro po’, con quel bailamme dei venti di guerra, ci si dimenticava del concorso per il reclutamento di nuove leve. Si erano già svolte, in estate, le prove scritte e la prima, più decisiva cernita era pertanto già stata celebrata. Dei 355 candidati potenziali e 171 accettati, se n’erano salvati solo 13: tre anglofoni, tre germanofoni, tre francofoni, un olandese, un greco, un veneto e un siciliano.
Ma gli orali erano stati programmati quella settimana, a Lussemburgo. Gli interessati erano stati avvisati ed invitati a presentarsi alle otto e mezzo del giovedì 21 e, nonostante la situazione particolare generata dalle vicende politiche, non si poteva rinviare tutto all’ultimo momento. Le giornate di giovedì e venerdì sarebbero state interamente dedicate agli esami.
Elvinger, quale direttore del ramo gestione risorse idriche, fungeva automaticamente da presidente della giuria e, come tale, aveva già coordinato la valutazione delle prove scritte: tre temi su argomenti comunitari, da svolgere l’uno nella lingua madre del candidato e gli altri in due a scelta tra le tre lingue di lavoro delle istituzioni: francese, inglese o tedesco. Un’ottima conoscenza di almeno due delle lingue comunitarie principali era condizione indispensabile per sfondare.
Gli ammessi all’orale erano in pratica tutti già vincitori del concorso sulla carta, nel senso che sarebbero stati iscritti senza eccezioni sulla lista degli idonei ed avrebbero quindi esultato. A casa avrebbero annunciato il grande successo, sarebbero stati abbracciati da famigliari e amici, avrebbero lasciato che si organizzasse per loro un piccolo ricevimento e brindisi di congratulazioni di tutto il vicinato. Ma c’era un trucco, una trappola. Nell’anno entrante si prevedeva di assumere solo tre nuove persone in base ai risultati del concorso: i primi tre classificati. L’arruolamento delle altre in successive fasi era invece tutt’altro che scontato, in quanto la lista di riserva rimaneva valida esclusivamente per un triennio e, se la necessità di aumenti dell’organico non affiorava durante quel periodo limitato, i meno favoriti si sarebbero semmai trovati a dover tentare un nuovo concorso, nella speranza di maggior fortuna.
La prospettiva di quelle giornate, da un lato, seccava Elvinger, che aveva altre gatte da pelare. D’altro lato costituiva un diversivo, che oltretutto metteva al riparo dalle vessazioni da addestramento al peggio che potesse capitare, tanto diligentemente praticate giorno dopo giorno dal corpo dei vigilantes accreditati. La giuria comprendeva cinque membri, proprio come la commissione che doveva pronunciarsi sulla carriera ulteriore del direttore, ma qui la quota femminile prevaleva: tre donne e due uomini, di cui il presidente.
Durante quei due giorni, i tredici candidati furono fatti entrare e interrogati in tre o più lingue ad uno ad uno, a ragione di tre quarti d’ora a testa e con lunghe pause di aggiornamento dei giudizi, annaffiate da tazze di caffè lungo o di tè e abbondante sgranocchiare di cornetti, ogni tre o quattro esaminati.
Per primo fu chiamato il candidato olandese, che si dimostrò spigliato e disinvolto in ben cinque lingue. Ma era uno dei meno ben piazzati agli scritti, non tanto a causa di carenze di merito, quanto a motivo dei difetti di struttura e di forma delle sue prove in tutte le lingue, comprese la propria. Il siciliano, entrato subito dopo, fece decisamente colpo. A parte che era un ragazzo di una bellezza mediterranea che non poteva mancare di esercitare un sicuro fascino sulle tre signore della giuria nonostante l’età avanzata di due di esse, tutti giudicarono eccezionale la sua padronanza non di due, ma di tutte e tre le lingue privilegiate; furono colpiti, oltre che dalla preparazione sui temi comunitari, dalla cultura generale e anche classica di cui seppe fare sfoggio con dosata moderazione. I suoi risultati agli scritti erano già ottimi e ottenne un punteggio complessivo da record.
Il pomeriggio di giovedì passò per prima una candidata tedesca che, anche lei, aveva fatto furore agli scritti, addirittura più dell’italiano. Padroneggiava le tre lingue d’obbligo, se la cavava bene in olandese e in italiano, e aveva nozioni, addirittura, di russo. Aveva al suo attivo due anni di lavoro, come consulente legale, presso il ministero dell’agricoltura della Repubblica Federale: insomma, il profilo ideale della futura funzionaria europea. Senonché, appena comparve nel vano della porta, Elvinger provò imbarazzo a causa di una generica sua somiglianza con l’Alexandreievna Popoluska. «Oh no!», disse in cuor suo, «malefico destino!».
La Zwartebekel del servizio canali e bonifiche, una cinquantenne secca con i capelli già bianchi a crocchia si sbracciava a sostegno della sua beniamina: c’erano diversi candidati davvero meritevoli nel gruppo dei tredici, ma la plurilingue tedesca, esperta di problemi giuridici connessi al settore agricolo, era una stella di assoluta grandezza, cui gli altri neppure potevano essere paragonati. Doveva figurare prima nella lista. No, Elvinger si oppose fermamente. Riappropriandosi con convinzione dell’autorità di cui gli eventi infausti di quei giorni l’avevano orbato, tornando ad assumere l’inflessione perentoria che durante due decenni gli era valsa tanto rispetto, perorò in favore del siciliano e di un inglese, a suo dire elementi più autenticamente validi. Scoprì, nella tedesca, difettucci, piccole carenze, che nessun altro aveva rilevato, tirò dalla sua parte il collega maschio e la più giovane collega del gentil sesso. Insomma ridusse il voto della tedesca fino a farle assegnare il quinto posto nella graduatoria. Sarebbero stati assunti il siciliano, l’inglese e un francese. Quarto di riserva era il veneto. Solo dopo l’assunzione di questi, si sarebbe potuto fare appello alla tedesca, ma, se fosse stato ancora al timone, Elvinger si riprometteva di fingere di averla più volte sollecitata telefonicamente o per via postale senza risposta, quindi di saltarla. Del resto lei non avrebbe atteso oltre un anno e senza difficoltà si sarebbe procurata un’altra sistemazione altrove.
XV
Con il trascorrere dei giorni lo schema degli addestramenti sembrava essersi, per così dire, razionalizzato. Ormai l’allarme veniva simulato una sola volta al giorno e pressoché sempre attorno alle nove e trenta.
Fu così che, per sottrarsi all’esercitazione, Elvinger, il lunedì, giunse al lavoro molto in ritardo contro ogni sua abitudine. Varcò le porte a vetri del Grattacielo alle dieci e un quarto e, passando davanti al bancone della reception sorrise di sollievo all’usciere umbro che, nella sua uniforme scura e gallonata, compreso dell’importanza del suo ruolo, fungeva da portiere. Questi, accigliato, non indovinò il senso arcano dell’insolito buon umore del direttore e non si scompose. Del resto le buone disposizioni, la soddisfazione intima di averla fatta in barba ai guastafeste del servizio d’ordine furono presto stroncate dagli eventi.
Elvinger fece appena in tempo ad uscire dall’ascensore al tredicesimo che l’allarme suonava. Anzi, durante il fine settimana avevano raddoppiato nei corridoi il numero dei diffusori acustici, per cui strideva con più imperativo impeto. Si precipitò in ufficio a depositare la cartella, poi, sconsolatamente, tornò come sempre ad accodarsi alla squallida processione digradante dei finti sinistrati. Sul piazzale, sotto lo stabile, gli si avvicinò Goguener, della contabilità:
– Stancanti queste discese a piedi gradino per gradino, vero, signor direttore?
– Non mi divertono affatto, le dirò.
– Ma sono necessarie. Dobbiamo essere pronti a reagire…
– A reagire, lei dice? Ma guardi che, se ho calcolato bene, il Grattacielo non si svuota in meno di tre quarti d’ora e, in un simile arco temporale, hai voglia bombe! Hai voglia missili!
– Non dobbiamo lasciarci piegare dal disfattismo, direttore. Non dobbiamo cedere alla tentazione del dolce far niente. Diamoci da fare e speriamo in bene.
Ma Elvinger insiteva nelle sue lugubri riflessioni:
– Del resto, una volta riusciti a scendere fin qua, una volta salvati, cosa dovrebbero poi fare i sopravvissuti? Dove dovrebbero ulteriormente rifugiarsi, dove potrebbero fuggire? Suppongo che i bombardamenti non si limiterebbero a colpire gli edifici più prestigiosi.
– Vedo che oggi si è alzato con la luna storta. O forse la discesa l’ha troppo affaticata. Pensi però ai colleghi che hanno l’ufficio ai piani più alti, al ventesimo, al ventunesimo. In fondo lei può considerarsi mediamente risparmiato dalla dea Fortuna.
Elvinger di nuovo sorrise, come già entrando con l’usciere portinaio. Ma questa volta era un sorriso amaro e di dispetto.
Gli illuminati responsabili del programma esercitazioni avevano appositamente modificato l’orario delle prove quella settimana per contrastare le mene e i sotterfugi dei potenziali disertori ed imboscati. Al medesimo scopo avevano potenziato l’urlo delle sirene e deciso di bloccare gli ascensori, tagliandone l’alimentazione elettrica ad esattamente tre minuti dall’inizio delle operazioni.
I candidati all’assunzione che avevano passato gli orali non erano tutti ripartiti subito nei rispettivi paesi. Alcuni approfittavano dell’occasione per familiarizzarsi con il Lussemburgo e gli organismi europei. Proprio quella mattina tre di loro si erano dati appuntamento all’entrata del Grattacielo. Volevano andarsi a prendere un caffè al bar del ventiduesimo piano, dalle finestre del quale, immaginavano, si doveva godere un’incredibile vista panoramica sulla città e anche oltre. Con i tesserini di libero accesso bene in vista, erano giovanilmente corsi a prendere l’ascensore, strattonando un paio di foschi commessi che avevano tentato di trattenerli. Ma la cabina si era fermata tra il quarto e il quinto piano e la luce si era spenta. Battere con le mani, con i piedi, sulle porte e le pareti metalliche non era servito a niente e altrettanto inutili si erano rivelate le implorazioni d’aiuto. Alla fine, rassegnati, il belga fiammingo francofono si era seduto per terra e rannicchiato in un angolo, mentre la francesina che, guarda caso, soffriva anche di claustrofobia, si era stretta al greco. L’abbraccio per mutuo rincuoramento si era fatto più stretto e finalmente la parigina aveva fatto scorrere delicatamente la cerniera dei pantaloni dell’elleno. Credeva che se la sarebbe fotticchiata alla regolare e perché no, dopo tutto lui era carino e non c’era niente di male. Era un modo per far passare il tempo in quel disdicevole frangente. Ma il greco, che era un modello verace e all’antica della schiatta, fu subito animato da un’ispirazione un po’ diversa o, diciamo, particolare. La rivoltò di forza a pancia in giù e glielo infilò dall’altra parte. Lei vide un lampo; una cosa così, nonostante non fosse certo alle prime armi in fatto di eros, non l’aveva ancora mai provata. Le piacque di colpo tanto, che non potè più controllarsi. Con il busto e il viso cadde sulle gambe e sulle pelvi del fiammingo francofono, sbottonò l’apertura dei calzoni anche a questo e gli succhiò il turgido uccello, mentre lui, esterrefatto e paralizzato dal terrore, se ne stava addossato alla lamiera come un allocco.
È probabile che, se la situazione si fosse protratta, l’elleno, non certo sazio, anzi messo in lena dal primo colpaccio, avrebbe sodomizzato anche il fiammingo.
Ma di colpo la luce si riaccese, abbacinante. L’ascensore calò al pianterreno. Le porte si spalancarono e alla fitta folla dei funzionari che facevano ressa lì davanti per la gran fretta di tornare a svolgere le loro nobili mansioni si presentò lo spettacolo di quei tre derelitti, accasciati a terra, semisvestiti, con gli occhi fuori dalle orbite.
XVI
Considerato che la prospettiva del salto di grado era ormai certa, Jean Hoss aveva deciso di sposarsi. A trentott’anni, era ora. Però a lui piacevano più che altro le ragazze di umili condizioni sociali, senza smalto, senza educazione. In particolare si sentiva attratto dalle inservienti che si affaccendavano dietro ai banconi delle mense e dei bar: dalle portoghesi con i riccioli, dalle lussemburghesi povere. Le segretarie, tanto numerose negli uffici di tutti i servizi, già lo rendevano incerto di sé. Erano troppo disinvolte e troppo pretenziose.
D’altra parte, le nullabbienti di dietro i banconi dei bar, lui non avrebbe neppure saputo come abbordarle. Già non parlavano correntemente alcuna lingua civile. Inoltre era come non facessero proprio parte del mondo civile, come non fossero veramente esseri umani, ma simili piuttosto alle scimmie o alle mucche, insomma animali, capi di bestiame. Si poteva forse andare dal padre sottoproletario con una buona mazzetta in mano e acquistare seduta stante la bestiola. Ma, quanto a sedurre la giovane, a indurla a sentimenti umani, sembrava impossibile. La ragazza non capiva bene né francese, né tedesco, e non aveva alcuna idea di cosa mai fosse il diapason del vero amore.
Questa mancata aderenza alla realtà delle sue inclinazioni più intime imbarazzava Jean Hoss. Lui ne era perfettamente consapevole e, da buon introverso, vi spendeva su intere serate di riflessioni e meditazioni. Ovviamente, senza frutto.
Gli salvò la posta la popolarità che, come si è detto, lo aveva subitamente innalzato all’insigne dignità di tribuno nel quadro delle azioni di difesa preventiva intese a garantire la salvezza del personale nell’imminenza del temuto attacco sovietico. Infatti fu notato, tra gli altri e le altre, da Fräulein Ulrika Guldenstein, un’attempata, sì, ma vivacissima e quanto dinamica tedescotta! Era segretaria di direzione nientemeno che presso la direzione generale dell’amministrazione, l’alacre e diligente burocrate. Si era costruita una degna carriera a forza d’impegno e bypassando scaltramente le colleghe più ambiziose che avevano cercato d’interporsi al suo progredire. Quella dell’amministrazione era in certo senso la direzione generale più importante, da cui, tra l’altro, dipendevano le carriere dei funzionari. Per cui non era infondato attribuire alla Guldenstein una discreta influenza personale, nella misura in cui si trovava a poter incidere sulle decisioni della massima autorità in materia di promozioni, messe a riposo, ammissioni ai benefici dell’invalidità, ecc… Poco a poco, in vent’anni aveva messo da parte un bel gruzzolo con i risparmi oculatamente gestiti. E ora il meglio era che si accasasse, dato che più tardi sarebbe stato troppo tardi. Gli ci voleva un elemento promettente, atto a trainarla sensibilmente più su nella scala sociale. Non poteva puntare sui veri e propri pezzi da novanta, troppo superiori a lei e d’altronde vecchi e tutti da tempo sistemati. Ma vide nello Hoss un emergente, un emergente riservato e di mano poco lesta con le donne: proprio l’ideale.
Fece in modo d’incontrarlo per caso ad un meeting del sindacato. Gli fece intendere, senza scoprire subito il suo gioco, che lo stimava in relazione alle sue prodezze da capo boy scout. Lo invitò ad un party della direzione generale. Lo irretì tanto abilmente che lui finì col farle una specie di corte. E, da cosa nascendo cosa, riuscì a fargli proferire una specie di dichiarazione, di cui lui stesso fu il primo a stupirsi. Insomma, si fidanzarono: il matrimonio sarebbe stato celebrato in primavera. Ma, intanto, i due si frequentavano per quanto lo consentivano le loro agende gonfie d’impegni di lavoro.
XVII
Volendo in qualche modo solennizzare il fidanzamento, Ulrika e Jean, con tre colleghi racimolati in giro, scesero una sera al Grund. Si proponevano di brindare con lo champagne alla progettata unione e, non essendo affatto pratici di locali pubblici né l’una, né l’altro, si erano detti che la «Brasserie du Chasseur», un ristorante tipico posto in riva all’Alzette, avrebbe fatto al caso loro. Senonché, una volta entrato, il quintetto si rese conto che quello non era proprio luogo da champagne. Gli sgabelli alti, davanti al banco, erano occupati da una dozzina d’olandesi d’ambo i sessi, i quali, tenendosi a braccetto e dondolandosi a destra e a sinistra, cantavano a squarciagola un motivetto cretino il cui ritornello faceva: «forza Olanda!». Dall’angolo in fondo alla sala non tardò ad elevarsi, per contrastare e schiacciare il primo, un altro canto corale ben più antipatico: «Deutschland über alles!».
Gli enormi boccali di birra davano la nausea al solo vederli e quel vociare becero intessuto di discrepanze germaniche era davvero insopportabile. Ci si limitò ad ordinare cinque bicchieri di vinello della Mosella, ci si dimenticò di brindare, si trangugiò il liquido asprigno senza por tempo in mezzo, si pagò e si uscì con un senso di sollievo a riveder le stelle.
I tre finti amici si defilarono. La coppia, non sapendo cosa fare, finì coll’approdare al club di jazz de «La Berlue», di triste memoria per l’Elvinger – ricordiamolo –, distante meno di centro metri. Qui Hoss e Guldenstein, completamente estraniati dai loro mondi principali e accessori, vissero un paio d’ore di patimenti e di franca noia. Il jazz scombussolava loro il cervello. Non avevano mai ballato in vita loro. Il piccolo bar, dove comunque subito cercarono riparo e finsero di dialogare animatamente, faceva pena.
Chiesero però due coppe di Piper Heidsieck - Brut e ne urtarono leggiadramente gli orli l’uno contro l’altro, augurandosi a vicenda il felice matrimonio.
XVIII
Come si evolveva frattanto la congiuntura internazionale? Non bene.
La flotta americana continuava a far rotta verso le coste inglesi. Il Giscard d’Estaing era ricomparso sugli schermi francesi per non dire rigorosamente alcunché, ma ciò con tono ancor più deciso della volta precedente. La faccenda dei militari americani ostaggio a Mosca non accennava a trovare una sua soluzione.
C’era stata una sessione dei ministri degli esteri nelle sale dell’annesso, alla sinistra del Grattacielo. Questa dépendance ha una propria entrata distinta, con lunga tettoia, sotto cui i macchinoni ufficiali si fermavano per lasciar uscire i loro illustri passeggeri. I ministri e i portaborse facevano poi a piedi una decina di metri, salivano a passo lento quattro o cinque gradini e penetravano nel tabernacolo. I fotografi della stampa erano respinti dai commessi, ma si assiepavano all’esterno e i flash scattavano a decine, a centinaia, componendo veri fasci di fiori di luce abbagliante. Qualche giornalista si attentava anche a porre domande, ma i politici schivavano per lo più l’ostacolo. Qualcuno che, più disponibile, si prestava al gioco, veniva spinto in un angolo un po’ appartato, spazzolato da capo a piedi, ripettinato, messo in posa, illuminato a giorno e, sempre, rispondeva ai quesiti con aria compassata senza dire niente.
Con il passare dei minuti, davanti all’entrata si era formato un capannello di gente, accorsa lì con mezzi di fortuna. Alcuni issavano striscioni, altri avevano sul petto cartelloni con slogan. Non si capiva bene cosa volessero, né se volessero qualcos’altro che semplicemente mettersi in mostra, dinanzi agli altri, al mondo; ma soprattutto di fronte a se stessi; dimostrarsi di essere vivi, di essere qualcuno.
Le discussioni, nel santo dei santi, non erano state quella volta delle più equanimi e serene. Il ministro inglese aveva illustrato come vigesse nel Regno Unito la massima allerta. Il paese era sul piede di guerra. Si attendeva entro pochi giorni l’arrivo della flotta americana. Marina, aviazione e fanteria inglesi erano pronte a tutte le evenienze e potevano esser rese operative non appena ne fosse dato l’ordine. Altrettanto fermo fu il discorso del ministro francese. La Francia disponeva di una sua «force de frappe» che non poteva lasciare indifferenti i russi. L’impiego dell’estrema arma atomica dipendeva dal solo presidente della Repubblica. Ma già l’ardimento dei corpi dell’esercito e la ricca dotazione di armi convenzionali doveva incutere rispetto.
Tedeschi e italiani vollero moderare i toni dei partner. I primi perché, in caso di conflitto, il loro paese sarebbe stato da subito cancellato dalla carta dell’Europa e avrebbe subìto perdite esiziali; i secondi perché riluttanti per principio ad ogni conflitto che possa essere evitato grazie a negoziati.
E da ciò, appunto, nacquero i toni esplosivi, i rinfacci, gli sfoghi furibondi.
Gira che ti rigira e declama che ti declama, in due ore buone gli esimi ministri non seppero giungere ad alcuna conclusione, né porre le basi di una qualsivoglia collaborazione che andasse al di là di mere, quanto astratte dichiarazioni d’intenti e firmarono, pertanto, un documento finale privo di contenuti e d’interesse. Ma, la sera, le televisioni e, l’indomani, la stampa di tutti gli Stati dell’Unione europea avrebbero potuto annunciare a suon di trombe e tromboni che una riunione storica dei ministri degli esteri si era tenuta a Lussemburgo quella mattina.
XIX
Il pomeriggio del 28 novembre, giorno del suo quarantottesimo compleanno, Elvinger fu allietato da una piccola sorpresa. Due addetti, in rappresentanza dei quadri degli impiegati di concetto e delle segretarie, vennero nel suo ufficio a recargli in dono un modellino d’argento della città di Lussemburgo. L’intera direzione aveva contribuito con modesti oboli all’acquisto. Il delegato della categoria degli impiegati di concetto era l’Inselfisch, colui, cioè, che giorni prima il direttore aveva malauguratamente colto in pieno deliquio erotico nell’ufficio in fondo al corridoio. Gli brillavano gli occhi e nel sorriso di lui Elvinger indovinò un sottinteso di complice, quanto indefettibile, compatimento e solidarietà.
Si rallegrò di quell’attenzione che era anche un pegno di rappacificazione e di rinormalizzazione dei rapporti con gli impiegati, deterioratisi negli ultimi giorni. Incaricò la segretaria personale di ordinare al bar l’occorrente numero di casse di bibite e alcolici e offrì, alle diciassette, un rinfresco nello slargo del corridoio, davanti alle porte degli ascensori, unico vano di proporzioni tali da poter fungere da sala di ricevimento tra tanti uffici a scatola. Tutti gli addetti della direzione erano invitati ed Elvinger telefonò anche a Hoss, che onorò la cortese chiamata assieme alla sua novella dulcinea.
Ulrika conosceva il direttore Elvinger solo di vista e l’aveva peraltro sempre visto da lontano, essendo lui già di un grado gerarchico da lei stimato fuori portata. Fu dunque lusingatissima da quell’occasione d’incontro. Dapprima appesa al braccio del suo Jean, poi, man mano che si era fatta animo, sempre più autonoma, non si stancava di esibire a destra e a manca la sua generosa scollatura impreziosita da una favolosa collana di diamanti e smeraldi finti. Parlava, parlava e rideva, petulante:
– Lei è del sagittario, signor direttore, il segno dell’eccellenza intellettuale, delle esplorazioni avventurose geografiche e mentali. Che bel segno, davvero! E, non so perché, se ne incontrano pochi di nati nella nona casa dell’oroscopo.
– È una cultrice dell’astrologia, signorina?
– Non mi dica che lei, invece, appartiene all’uggiosa genia degli scettici, che negano tutto e vedono sempre tutto in nero. Un uomo gagliardo e prestante come lei, così fine e cordiale, non può indulgere a pessimismi d’accatto.
– Vedo che non ha peli sulla lingua e che è anche armata di convinzioni chiare e ferme. L’amico Hoss ha vinto al lotto, incontrandola. Ha trovato una compagna di vita che sarà per lui un baluardo e, se necessario, anche un’unità d’artiglieria.
– Jean è dell’acquario, un animo gentile. Sto tanto bene con lui, direi che siamo complementari. Io sono del leone. Quindi, se mi consente di farglielo notare, signor direttore, abbiamo, lei ed io, qualcosa di fondamentale in comune: apparteniamo ambedue a segni incandescenti, di fuoco.
Mentre la fidanzata di Jean continuava, spumeggiante, a snocciolare simili scempiaggini con l’evidente intento di far colpo su di lui, Elvinger credette di vedere con la coda dell’occhio, al di là dei doppi vetri di uno dei finestroni, come un fagotto che, in un attimo e quasi sfiorando la superficie della lastra esterna, attraversò a perpendicolo lo spazio. Si volse alla sua destra verso una segretaria, piazzata quasi dirimpetto al finestrone e, d’impulso, le chiese:
– Che è stato?
Anche lei aveva visto come un’ombra precipitare giù, ma non vi dava peso:
– Cosa poteva essere stato? A quell’altezza da terra! Tutte le finestre del Grattacielo sono sigillate! Si dev’essere trattato più che altro di un’impressione. Difficile indovinare su due piedi cosa fosse esattamente successo, ma certamente una cosa senza importanza.
Anche Hoss, in conversazione con una funzionaria irlandese più in là, vicino alle porte degli ascensori, pensava di avere intravisto qualcosa. Scrupoloso per temperamento com’era, volle sincerarsi che non stesse accadendo niente di anomalo e andò a telefonare in portineria da uno degli uffici. Non sapevano nulla, non avevano notato nulla, ma sarebbero andati a verificare.
Dietro al Grattacielo, nell’erba del declivio verso la Rue du Fort Thüngen, fu rinvenuta la spoglia esanime di tale Joop Van Koekoeksbruid, un burocrate belga nederlandofono di cui erano note da tempo le turbe psichiatriche. Soffriva di solitudine cronica. Era atrabiliare, misantropo, misogino e omosessuale. Da quando si era propagato nelle popolazioni, alimentato sera dopo sera dalle reti televisive, il terror panico per una guerra nucleare a venire in un indefinito futuro prossimo, il suo equilibrio psichico, già tanto fragile, si era definitivamente spezzato. Non aveva sopportato lo stillicidio delle defatiganti esercitazioni. Approfittando del precoce abbandono serale delle stanze del ventunesimo da parte dei greci, adusi a defilarsi alla chetichella sin dalle sedici, si era buttato da quel piano, dato che, se effettivamente i finestroni erano tutti serrati e privi di maniglie fisse, in tutti i servizi si conservavano però gelosamente maniglie amovibili e, a dispetto dei formali divieti, i finestroni venivano socchiusi e persino spalancati nelle più soffocanti giornate d’estate.
XX
Il nostro personaggio si era visto rovinare quindi anche il finale della sua festicciola d’anniversario della nascita. Le aspiranti chiromanti dicessero pure quel che volevano: lui non era nato con la camicia addosso. Non gliene andava bene una.
Ciononostante, e indipendentemente dal lutto per l’atroce fine di Koekoeksbruid, di cui, in verità, non fregava gran che ad alcuno – bisogna dirlo – negli alveari del Kirchberg, le cose in direzione avevano ripreso il loro andazzo ordinario. C’erano sempre le famigerate discese quotidiane dei tredici piani, ma, a parte questo, ci si concentrava sulle statistiche, sulle proposte avanzate da Bruxelles, sulla corrispondenza con i deputati. E nessuno più, nell’entourage accennava a porre in dubbio la sua autorevolezza.
C’era stata, con quel freddo, una partita di calcio allo stadio, tra il Lussemburgo e una squadra inglese. Gli hooligan erano arrivati a frotte da Londra con gli aerei, di nuovo in servizio, e i treni. Sin dalla vigilia avevano messo a soqquadro mezza città, sfilando per le strade con giubbotti neri e vessilli recanti ridenti teschi bianchi in campo anch’esso nero. Cantavano e urlavano, invocando la scomparsa dei lussemburghesi, calciatori e cittadini innocui, dalla superficie della terra. Bevevano birra a bidoni e, dopo la partita e nonostante la scontatissima vittoria della loro compagine, comparvero le spranghe di ferro, di cui furono vittime innumerevoli vetrine del centro, ma altresì sette o otto malcapitati attardatisi a bighellonare sui marciapiedi della Grand-Rue.
La gendarmeria era intervenuta e non scherzava. Se quelli erano inglesi, loro erano, in fondo, tedeschi. Ma era sopraffatta dal numero, oltre che dall’isterismo folle di quei giovinastri.
Fu tanto se riuscì ad accompagnare gli accoppati in ospedale.
Fortunatamente la tempesta si sedò da sé, perché i figli della perfida Albione riprendevano poco a poco il treno. Ma ci si rese conto che, quando venisse a prospettarsi il caso d’un nuovo evento sportivo che coinvolgesse tifosi di quel paese, occorreva mobilitare l’esercito, tutte le forze di terra disponibili, e forse anche invocare il concorso di corpi speciali antisommossa francesi o della Repubblica Federale.
Quella burrasca in un bicchier d’acqua, frattanto, aveva tanto agitato gli animi da sovrastare e far dimenticare le preoccupazioni per l’imminente, ma virtuale, terza guerra mondiale. Al Parlamento era stato addirittura interrotto il programma delle allerte. Molti se ne lamentavano apertamente e se ne congratulavano nel segreto del cuore.
XXI
La solitudine molto diffusa, rifletteva Elvinger, è uno dei maggiori problemi personali e collettivi nelle nostre società contemporanee. Sono davvero tante le persone che soffrono di esclusione sociale. Si era appurato che Koekoeksbruid non aveva in patria alcun parente prossimo e neppure ad Anversa, la sua città, qualcuno che si interessasse di lui. Era morto abbandonato da tutti a Lussemburgo, ma era stato, più generalmente, solo al mondo. La solitudine spiega in larga misura la disperazione.
Anche gli hooligan del pallone erano, a voler guardare la realtà senza preconcetti né paraocchi, dei disperati malati di solitudine affettiva, sociale e interiore. Lo si intuiva agevolmente. Infatti, che senso poteva avere per dei giovani nel pieno delle forze ubriacarsi, vandalizzare le città, aggredire e mandare all’ospedale i passanti? E come potevano conciliarsi simili comportamenti da psicopatici con la passione per lo sport? Il fenomeno di queste razzie irrazionali era quanto meno sintomo di disfunzioni preoccupanti degli apparati educativi.
La vita sociale, per com’è organizzata in Occidente, spinge all’autonomia ad ogni costo, quindi, potenzialmente, alla solitudine e alla disperazione.
Anzitutto, per i più fortunati, c’è, sin dall’infanzia, una più o meno severa selezione; quindi ci sono, raggiunta la maggiore età, la concorrenza spietata e la competizione. È automatico che chi punta sempre e in tutto a riuscire migliore degli altri, a trionfare sugli altri a scuola, poi nel lavoro, finisca col rimanere solo quando raggiunge il desiderato successo; oppure reietto nelle valli basse dell’insuccesso e del generale disprezzo. La lotta aperta non può generare amicizia. Saranno molte, semmai, le alleanze provvisorie, le amicizie interessate. Ma sono legami che non durano e, soprattutto, che implodono quando avvenga, come talvolta avverrà, che dalle stelle si passi alle stalle. Cosa vale l’amicizia, ad esempio, con un ex direttore in invalidità o in pensione?
I più sfortunati, invece, non hanno neppure la gloria e gli incubi dell’agone. Rimangono tagliati fuori da ogni competizione e privi di prospettive in partenza. Mancando loro gli opportuni sostegni sociali, nell’istruzione, nell’avviamento al lavoro, sono destinati alla disoccupazione e all’emarginazione. Sono pochi questi esclusi? No, oggi come oggi sono tutt’altro che pochi. Nell’insieme dei paesi della Comunità sono milioni, che spesso vivono in case popolari in ghetti periferici, in tuguri, o all’aria aperta, sotto i ponti, nelle stazioni, nei corridoi della metro.
Hoss era rimasto celibe a lungo. Ora aveva trovato la soluzione al suo personale problema di isolamento. L’aveva poi veramente trovata? Credeva di averla trovata. Lui, Elvinger, era più vecchio dell’amico di dieci anni, ma non si era mai sognato di metter su famiglia. Forse sarebbe stato saggio decidersi almeno ora. Non era poi decrepito, neppure lui, e rappresentava positivamente un ottimo partito: sano, con posizione di prestigio, pingui e solide risorse finanziarie.
Ma sposarsi non era la sua «tazza di tè», come dicono i francesi. Anzi, ogni prospettiva di convivenza duratura e legami stabili con una donna, se non gli incutevano propriamente paura, almeno suscitavano in lui una vera apprensione. Non era il tipo da poter cenare ogni sera e dormire ogni notte con la stessa femmina per mesi e per anni. Non era il tipo da poter fare promesse di eterna fedeltà.
Non parliamo poi del mettere al mondo mocciosi piagnucolosi, capricciosi, prepotenti che, da piccoli, sarebbero stati dei pesi morti, delle pietre al collo, e, non appena adolescenti, avrebbero marinato la scuola, commesso piccoli furti, si sarebbero drogati assieme a bande di amici poco raccomandabili, sarebbero caduti in qualche imbroglio che costringeva quel pirla del genitore a ingenti spese per trarli d’impaccio. Inoltre, non si sarebbero fatti vedere in casa se non per reclamare soldi, non avrebbero salutato, non avrebbero ringraziato e, certo, non si sarebbero mai sognati d’essere, loro, di alcun aiuto, né conforto morale.
XXII
Quello dell’Europa, di un’unione europea, è uno splendido ideale.
Come trovata, bisogna dire ch’è un autentico uovo di Colombo. Perché, siamo sinceri, in senso lato, come comunità di culture, l’Europa esiste da oltre duemila anni. E, in senso storico e stretto, l’unione europea è già stata attuata almeno due volte: dagli antichi romani, poi dal tedesco Carlo Magno.
Gli azzeccagarbugli e imbrattacarte della nostra aulica politica refutano questi precedenti. Da nanuncoli vogliono passare per giganti della storia e si attribuiscono l’invenzione originale di quella cosa che da sempre esiste. Quelle precedenti Europe, ad ogni buon conto, erano state create di prepotenza con il ferro e con il fuoco. Loro, invece, ci daranno un’Europa democratica, un’Europa che si sarà fatta da sola, un’Europa plebiscitata dai popoli.
Stranamente, però, quest’Europa con il marchio della democrazia doc stampato ostensivamente in fronte, finora era stata escogitata a tavolino da un ristrettissimo numero di personaggi. I suoi ingranaggi erano poco noti all’opinione pubblica e il suo funzionamento pochissimo trasparente. Aveva per certi versi, insomma, più l’aria di una cospirazione elitaria che di una conquista dei popoli e, se fossero stati tenuti referendum che l’avallassero o meno nei singoli paesi, nulla indicava che sarebbero risultati favorevoli al presunto grande ideale.
Tornava a porsi la questione dei trend generali della nostra epoca. Se, da un lato, si sublimano i valori dell’autonomia, dell’indipendenza dell’individuo, del suo diritto-dovere di affermarsi e prevalere, quindi, implicitamente, della solitudine, come si può, dall’altro, fondare un’unione di più popolazioni di decine di milioni di persone? Si vuole che le persone siano sempre più autonome e sole, ma si vuole anche che mezzo miliardo di questi microcosmi chiusi a riccio e per necessità ostili gli uni agli altri costituiscano una grande, spettacolare unità. Sarà, semmai, un’unità sulla carta e per convenzione. Un’unità falsa, bugiarda, tenuta insieme con lo sputo e fragilissima.
Elvinger, personalmente, andava d’accordo con tutti. Collaborava con francesi, tedeschi, inglesi, beneluxensi, italiani, greci, e avrebbe potuto andare a braccetto con i turchi. Ma era un caso particolare: parlava più lingue sin dall’infanzia, aveva viaggiato, aveva persino studiato in più paesi. A Lussemburgo e Bruxelles ce ne erano altri come lui. Ma, in tutto, quanti erano? Vogliamo dire un migliaio? Sia pure, ma gli altri cittadini europei monolingui e soprattutto chiusi come talpe nelle culture e tradizioni nazionali, in molti casi anzi addirittura provinciali e localistiche, erano una massa schiacciante. Cosa poteva importare ai canicattini o ai rustici rifatti di Grävenwiesbach nell’Assia, ad esempio, di una cosa così sconfinata come l’Europa? Se c’era da guadagnarci soldoni, si capisce, sì. Ma altrimenti? Loro avevano sempre solo subìto i diktat di prepotenti e invasori con licenza divina d’imperversare e non cambiava un bel nulla se gli stessi, ora, si facevano avanti in veste di pseudorappresentanti popolari.
XXIII
Rientrando in macchina dopo il lavoro, quella sera, Elvinger udì, quando passava sul ponte rosso, un grande scampanare in lontananza. Dovevano essere le campane di più chiese del centro: San Michele, la cattedrale Notre-Dame e altre. Era buio pesto, ma i fari delle auto rischiaravano di una luce bieca le due corsie di marcia verso il Rond-Point Robert Schuman. Mezzo segretariato del Parlamento si precipitava a casa come lui a quell’ora, cosicché dovette accodarsi e persino sostare in fondo al ponte, all’altezza, dall’altro lato, del cippo con la famosa frase dell’allocuzione del 1950 del ministro degli esteri francese: «l’Europa non si farà in un solo giorno… ». Ridacchiò tra sé e sé. Schuman, come d’altronde il cognome a sufficienza attestava, era nato lussemburghese; e non aveva affatto pronunciato la frase celebre ovunque citata il giorno del suo discorso, perché si era confuso nel voltare le paginette che gli avevano preparato e aveva semplicemente saltato la più significativa.
Nell’arrivare a Limpertsberg sentì che, anche lì, le campane della parrocchiale di San Giuseppe suonavano a distesa. Nemmeno fosse Pasqua. Si disse: «oggi non è neppure un giorno festivo! Dev’essere accaduto qualcosa». Si trattava di qualcosa d’infausto o di fausto? Poteva essere un allarme generale? A priori quella gran foga di sdindolare sembrava riferirsi più a una sorta di entusiastica gioia che a sgomento.
Infilò il veicolo in garage e, non appena salito nel suo appartamento, accese il televisore. La novità era effettivamente degna che si suonassero le campane e magari anche che si tirassero salve di cannone: Zukov aveva annunciato l’imminente liberazione degli avieri americani. Aveva formalmente invitato Johnson a un incontro in cui sarebbero state discusse le condizioni di una collaborazione delle due superpotenze e di una riduzione degli armamenti nucleari.
Dalle interviste di personaggi di primo e secondo piano emergeva che gli americani interpretavano l’imprevista mossa come una mezza capitolazione dei russi. Era, insomma, una loro vittoria diplomatica, di cui si dichiaravano soddisfatti, quantunque si indovinasse che forse avrebbero preferito il confronto militare. Gli europei tiravano, tutti, un grande sospiro di sollievo. L’avevano scampata bella.
XXIV
Sulle prime, comunque, lo sbalordimento la vinse addirittura sulla soddisfazione anche presso l’uomo della strada europeo. Per giorni e giorni le cittadinanze erano state coartate a rassegnarsi ad un’incombente fine del mondo, le coppie di testimoni di Geova saltabeccavano di portone in portone con la Bibbia aperta sulle pagine dell’Apocalisse più alacri che mai, tutti si erano ingegnati di individuare da qualche parte una profonda cantina, un ipogeo, un anfratto che potesse fungere loro da rifugio atomico e avevano cominciato ad accumularvi provvigioni di prima necessità per il mediolungo periodo, ed ecco che bastavano quattro chiacchiere di un pazzo di presidente russo per far scoppiare la bolla. Sì, la bolla, una sorta di vera bolla di sapone!
Quella sera nessuno uscì. Ma l’indomani mattina l’atmosfera era cambiata. La gente ora capiva, ora realizzava. Le strade erano piene di persone di ogni età: fanciulli, adolescenti, adulti maturi e vecchietti arzilli. Tutti andavano di qua e di là, indaffarati, lieti, sbarazzini, sebbene apparentemente senza mèta.
Anche in Parlamento, nell’ascensore, nei corridoi, negli uffici, si respirava quest’aria nuova e fresca, come fosse passata una grande folata di vento risanatrice e la vita ricominciasse daccapo. Elvinger notò che, incontrandosi negli androni, i colleghi, persino, si salutavano! Si sarebbe detto che tutti avessero recuperato una porzione rilevante di buon senso e di umanità.
Inutile precisare che anche lui gongolava. Il semplice fatto che fossero stati revocati in toto gli addestramenti già lo riempiva di beata consolazione. Alle dieci e trenta, giacché ormai si poteva bighellonare senza rischiare l’urlio delle sirene, salì al bar del ventiduesimo e si fermò oltre mezz’ora a un tavolo con il direttore navarrino del reparto foraggi e mangimi animali, in cui si era imbattuto uscendo dall’ascensore. I funzionari di più elevato rango non si recavano alla mensa collettiva per prendere il caffè: anche perché era più pratico farselo portare in ufficio dalla segretaria. Ma quello era un giorno specialissimo e, un po’ come a Carnevale, si tendeva a deporre le spoglie della persona convenuta e a mascherarsi da altri da sé, si voleva giocare all’uomo qualunque.
Il francese era un tipo divertente, non fosse che per il tic in virtù del quale ogni tanto faceva l’occhiolino e storceva la bocca e per il forte accento meridionale.
Quando tornò giù, Elvinger trovò sulla scrivania una busta, recapitata tramite corriere interno. La aprì: conteneva la deliberazione della commissione disciplinare. In poche, laconiche righe, la commissione stabiliva quanto già era noto ad ognuno. Elvinger veniva considerato reo solo di una lieve, perdonabile, imprudenza. Non meritava che fossero presi contro di lui provvedimenti censòri, né punitivi, di sorta.
Anche questa era andata, la contestazione infamante era rientrata. Il direttore si sentì definitivamente rinfrancato. Tutto tornava come prima, l’accelerato correva tranquillo sui soliti binari.
Ma la segretaria l’avvertì che era stato chiamato dall’ufficio del direttore generale. Hirsch lo voleva vedere e lo invitava a recarsi da lui alle sedici. «Forse vuole in qualche modo ribadire, di persona, il giudizio della commissione», pensò Elvinger: «è una formalità».
XXV
Il funzionario non dovette pazientare nella saletta d’aspetto. Fu subito introdotto presso il diretto superiore, che l’accolse con un mezzo sorriso e parole tra il conciliante e il contegnoso. Lo condusse nell’angolo salotto con le poltrone e lo fece accomodare.
Venne espresso anzitutto estremo compiacimento per l’allentarsi delle tensioni e sfide internazionali. Elvinger, modestamente, si associò all’euforia del direttore generale. La brusca svolta impressa da Mosca cambiava le carte in tavola e preludeva forse ad una nuova era nel mondo, come pure ad una nuova fase nella storia della Comunità. Si prevedeva l’ingresso di altri Stati membri e ciò imponeva ristrutturazioni in seno alle istituzioni e rimaneggiamenti degli organici. Già Eraclito l’aveva detto: tutto scorre, il mondo è divenire.
A questo punto, bussò alla porta, quindi entrò senza attendere risposta, la supersegretaria privata con due tazze di tè su di un vassoietto.
– Gradisce il tè, mi auguro. O, forse, avrebbe preferito un caffè?
– Perbacco, signor direttore generale, siamo dei nordici e degli occidentali: il tè è la nostra bevanda preferita.
– Bravo, vedo che condivide e me ne rallegro. Direi che gli europei si suddividono in due grandi categorie: i patiti del caffè e i fedeli del tè. I primi hanno, in genere, più fantasia e sono più pittoreschi. Ma i secondi sono, direi, più affidabili.
Elvinger si accorse – non vi aveva prestato attenzione la volta scorsa, perché troppo preso dai propri problemi – che la coadiutrice era un pezzo di figliola da harem di prima classe. Sbatteva le palpebre frangiate da lunghe ciglia nere come una bambola di porcellana, era mirabilmente rotondeggiante da ogni parte e la sua abbronzatura nativa smentiva le professioni di gusto nordico testé ostentate da quel ganzo del direttore generale. La raccontasse a un altro la sua battuta sull’affidabilità. Nell’altro salottino, attiguo e più appartato, di cui il nostro aveva sbirciato l’interno c’era un bellissimo e capace divano. Dato il reclutamento di siffatte assistenti, non occorreva essere una cima d’ingegno per immaginare cosa ne motivasse la presenza in quegli uffici.
Hirsch, imperterrito, continuava a tessere la sua tela:
– Suppongo che lei sia al corrente del progetto di stretta di mano d’oro con cui i funzionari ultraquarantacinquenni saranno incitati a lasciare i loro posti alle giovani leve?
– Ne ho sentito vagamente parlare.
– La pensione anticipata di cui beneficerebbero i dimissionari sarebbe del 65 per cento dell’ultimo stipendio, il che non è una sciocchezza per un direttore, oltre all’ovvio recupero della totale libertà, che potrà trasformarsi in nuovo impiego nel settore privato.
– Capisco.
– La commissione disciplinare la ha lavata da ogni sospetto, direttore, e, creda, ne sono felicissimo, per lei e per noi. Anche il segretario generale mi prega di trasmetterle le sue sincere e più vive congratulazioni.
– La ringrazio e ringrazio il segretario generale dell’attenzione.
L’odalisca, poggiata una leggiadra manina sulla mensola di una sorta di buffet che sosteneva una libreria, si dinoccolava, quasi accennava una danza del ventre, conferendo un risalto esagerato alle sue straboccanti opulenze corporee; e, intanto, roteava gli occhioni, ora con essi lambendo amorevolmente il viso smunto di padron Hirsch, ora visibilmente sognando e agognando di adagiarsi sul canapè color cremisi con ricami dorati del camerino. L’impazienza che la futile conversazione tra i due maschiacci si concludesse le si leggeva in faccia e in tutto il contegno della persona. Eccola che dondolava il bacino avanti e indietro, avanti e indietro. Chiudeva gli occhi. Socchiudeva le labbra a forma di carnoso cuore e quasi atteggiava queste a un bacio.
– No, no – fece il nostro, alzando un braccio, come per ripararsi dal lancio di un qualche corpo contundente.
– Come dice?
– Volevo dire: sì, sì, sono veramente grato a lei e al segretario di interessarsi così da vicino delle vicende che mi riguardano.
La uri profana si era ora avvicinata da dietro al suo protettore e gli carezzava una spalla.
– Ecco, appunto. Il segretario generale mi faceva notare ieri che, il suo onore essendo uscito felicemente immacolato da questa prova del destino, sarebbe elegante da parte sua approfittare dell’occasione della stretta di mano d’oro per dimettersi.
Elvinger, suonato dalla duplice imboscata psicofisica, rimaneva perplesso.
– Non c’è fumo senza fiamma, capisce? Lei è stato riconosciuto innocente: siamo d’accordo. E ciò toglie le castagne dal fuoco a lei e a noi, come istituzione. Ma una traccia di questa faccenda rimarrà nelle memorie. Ufficialmente tutto è a posto. Ma talvolta quel ch’è ufficioso conta quanto e più di ciò ch’è ufficiale e convalidato da tutti i possibili crismi.
Adesso la belloccia massaggiava, sorniona, ambedue le scapole del dignitario laico, la fronte del quale veniva ad imperlarsi d’un velo di madore.
– Non c’è fumo che non implichi fuoco e lei… farebbe bene… a non lasciar passare il treno senza saltarvi sopra.
– Già.
– Le posso assicurare, a nome del segretario generale,…
La maliarda insisteva, ora annodando le sue snelle braccia attorno al torso di quel potente e il madore era diventato sudore.
– che la sua candidatura al beneficio della stretta sarà selezionata nel quadro delle accettazioni per direttissima e lei sarà libero come l’aria ad aprile o maggio...
– Vedo, vedo…
Vedeva, infatti, che le moine e le carezze di Pomona insidiavano l’integrità del superiore in maniera sempre più imparabile. Sul più bello quella si staccò da lui e, come avesse tardivamente scoperto che nessuno la tratteneva, che la sua presenza era del tutto superflua, per non dire incongrua e indiscreta durante quel colloquio, prese a dirigersi verso la porta, ma contorcendosi e dimenando il posteriore sotto l’attillatissima minigonna in modo tale da perfezionare la sua prestazione d’alta seduzione e condizionare Hieronymus Hirsch all’estremo spasimo:
«Accetta?», chiese quello con un fremito nella voce. E di colpo sbiancò. Il suo corpo fu scosso da un sussulto. Elvinger capì che il colpo in canna gli era partito a vuoto e che il pantalone del fine completo grigio bitume sarebbe finito l’indomani in lavanderia. «A suo modo, un emulo dell’Inselfisch», si disse. E, mosso anche in questa circostanza a compassione, si decise a promettere:
– Accetto.
XXVI
Era l’epilogo. L’avevano scaricato. Non in malo modo, come temuto. Gli avevano preparato il ponte d’oro, svolto il tappetino rosso perché si decidesse a rinunciare di suo al lavoro in Parlamento. D’altronde cosa avrebbe potuto fare? Sarebbe servito impuntarsi? Una volta creatasi una strisciante ostilità nelle alte sfere nei suoi confronti, una volta incrostatosi un pregiudizio sfavorevole, non aveva comunque più un futuro valido in quegli uffici. Se si fosse ostinato a rimanere, lo avrebbero comunque cortocircuitato, poco a poco estromesso da ogni autentica responsabilità, fatto uscire dal giro. Lo avrebbero lasciato incartapecorire nel suo buco, come d’altronde la funzione pubblica europea faceva con tanti addetti che con il tempo si erano dimostrati degli incapaci o che erano invisi alle gerarchie per motivi spesso oscuri. Quanti erano gli handicappati che facevano poco più che scaldare le loro poltrone a tutti i piani dello Schuman e del Grattacielo? A naso, non meno di un buon 10 per cento del totale.
Accettando, quindi, la sua fine, aveva optato per l’unica via praticabile. Ma era proprio la sua fine che aveva siglato. Perché per lui, che non aveva famiglia, né interessi o pallini culturali, né hobby, il lavoro era stato tutto. Era lì, in quei corridoi dei cento passi, in quegli ufficetti da romanzo di Kafka, che era vissuto. Di iniziare una seconda carriera lavorativa, come aveva suggerito retoricamente Hirsch, nel privato, non se ne poteva neppure parlare. Cos’avrebbe potuto fare, lui, nel privato? Non aveva competenze serie in alcun settore, non sapeva fare nulla. Talvolta gli parlavano, è vero, di colleghi che davano consulenze e se le facevano anche profumatamente pagare, ma lui, ad essere sinceri, non aveva mai capito di che genere di consulenze si potesse trattare. Il direttore di un servizio degli organismi europei era buono solo a fare il suo mestiere, o piuttosto la sua figura, nei suddetti. Fuori da lì, non era più buono a nulla.
Così ragionava Elvinger.
E, intanto, si diffuse la notizia che Jean Hoss era stato promosso capodivisione.