Prefazione

a cura del traduttore e curatore

   

Nel 2008 ho pubblicato un primo volume, relativo agli anni fino al 1925, dell’articolata rassegna autobiografica di Lanza del Vasto intitolata Viatico. Esso si concludeva con le pagine della conversione  teologica dell’autore all’ortodossia cristiano-cattolica.

Il secondo volume che ora presento si riferisce all’annata 1926, capitale per il primo Lanza o Lanza giovane. È infatti nel 1926 che, a Firenze e Pistoia, il poeta filosofo in erba lega amicizia con il pittore Giovanni Costetti e con tutto un gruppo di artisti visivi toscani per i quali organizzerà nel 1931 una mostra a Berlino. Sempre durante quest’anno egli prepara il volumetto delle liriche di Conquiste di vento, che uscirà per i tipi di Vallecchi nel gennaio del 1927 inaugurando in copertina lo pseudonimo d’autore «Lanza del Vasto», destinato a sostituire il cognome anagrafico del nostro per quanto attiene alla sua figura pubblica e di scrittore.

Lanza del Vasto ha fatto in tempo a pubblicare in vita solo una prima parte degli appunti diaristici attinenti al 1926, presso Denoël, nel 1975, con il titolo: Rien qui ne soit tout. Qui, diamo in traduzione tanto il testo di tale libretto, quanto quello degli altri appunti risalenti alla medesima annata usciti postumi nel volume Le Viatique II delle Éditions du Rocher (Monaco 1991) curato da A. de Mareuil.

In queste pagine, le cui caratteristiche generali sono grosso modo le stesse già segnalate in ordine al primo volume, vengono però al pettine alcuni nodi decisamente più problematici della personalità, delle scelte critico-estetiche e del pensiero periferico dell’autore. Avrei potuto limitarmi a riprodurre i passi in questione (sul riso e la comicità, sul sistema delle paretimologie, sulla storia delle arti figurative), prescindendo da commenti, e soprattutto da annotazioni critiche mordenti. Ho invece scelto di sottolineare il carattere contestabile delle relative posizioni e dei metodi adottati, ritenendo così di contribuire a una più matura comprensione della mentalità dell’autore. Una lettura lineare, banale, disimpegnata, paragonabile allo scorrere passivo delle acque di un ruscello, sarebbe – a mio parere – priva di qualsiasi portata effettiva. Non ignorando, sorvolando; bensì affrontando la realtà e indagandola senza compiacenze in tutte le sue implicazioni, tenendo rigorosamente conto delle ombre come delle luci, ci si pone in condizione di trarre compiutamente il suo succo da un insegnamento, nonché di appropriarselo e trasformarlo in linfa del proprio modo d’essere e del proprio pensiero.

Sono consapevole che né il tenore, né la necessità, di  talune mie note critiche saranno compresi da chi non abbia sufficiente dimestichezza con le tematiche culturali e che i miei appunti potranno  non essere condivisi da lettori preparati con orientamenti diversi dai miei. Essi avranno comunque avviato una riflessione, aperto un dialogo, se del caso contenzioso, ma pur sempre a lungo andare – mi auguro – fecondo.

In via accessoria, va precisato che, negli anni e mesi in cui mi adoperavo a trasporre in lingua italiana e a preparare per l’edizione questi quaderni sulla base del già edito, dagli archivi gelosamente conservati alla comunità dell’Arca de «La Borie Noble» sono emersi in buona parte, grazie a Daniel Vigne, i manoscritti originali dai quali il medesimo Lanza del Vasto, poi il Mareuil, avevano in due diverse fasi selezionato e ricomposto quanto ne è andato a stampa nel Novecento. L’affioramento di un materiale originale così ricco imporrà forse, in tempi brevi, una riedizione del tutto nuova dei diari lanziani.

Ho fiducia, tuttavia, che la mia fatica in qualche modo liminare e preannunciatrice possa conservare un suo buon margine di utilità propria, non foss’altro per le notizie date in nota e lo stesso corredo critico originale cui accennavo sopra.

          Esprimo un sentito ringraziamento a mia sorella Anna Maria, più conosciuta come Laura, per il paziente aiuto e i suggerimenti fornitimi in sede di rilettura di questo, come del precedente, volume.

 

       Manfredi Lanza

  Castelvetro di Modena, 08.12.05, 04.01.10, 15.04.10

 

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8 – Firenze, 1926.

(Quaderno VIII)

 

Sono venuto via da Pisa. Avendo dato gli ultimi esami, non ho nulla da farvi fino alla discussione della tesi e all’acquisizione del diploma di dottore in filosofia, cioè di amante ufficiale della saggezza[1]. Non sono abbastanza saggio da meritarlo, ma abbastanza da sapere che non lo merito. Pertanto, me la prendo comoda. Primum vivere, deinde philosophari [2]: e noi viviamo!

Firenze è una città in cui è gradevole vivere. Vi abbiamo cugini e amici[3]. Abbiamo accesso alle più belle e antiche dimore e alle ville di Fiesole, tra le loro fontane e i loro cipressi.

La nostra casa sulle alture di fronte, al Pian de’ Giullari, non è né grande, né bella, ma le supera tutte quanto a magnificenza e splendore delle vedute. Le finestre, da un lato, danno sulle torri, i campanili, le cupole della città e le tegole dei tetti che sono come petali di rosa sparsi e mannelli di paglia, dall’altro su un mare di ulivi che la brezza rende iridescenti fino alla val d’Ema e alle montagne azzurrine.

La mamma l’ha acquistata con gli ultimi rimasugli del suo patrimonio per chiudere un debito con un sogno di gioventù[4]. Dice che Firenze è la sua patria spirituale[5].

Tutta la famiglia torna a riunirvisi dopo sette anni di separazione[6]. Persino nostro padre è tornato tra noi, o piuttosto ci è stato riportato a casa dalla Corsica, dove l’hanno fiaccato l’età e le contrarietà ed è stato colpito da un’apoplessia[7].

A parte i lamenti che talvolta gli strappano le gambe gonfie, è rimasto affabile come un tempo, bonario e sereno. La dentatura è intatta e l’ariosa capigliatura è rimasta quella di un tempo, appena imbianchita. Però la testa, da un giorno all’altro, gli si è svuotata. Ogni tanto chiede: «che siamo venuti a fare in questo buco?[8]». Chiede notizie di gente deceduta da mezzo secolo. Si ricorda solo del passato lontano. Una luce infantile gli balena negli occhi chiari quando pensa alla villa di Escoville e agli alberi del giardino[9]…, al primo incontro con la madre, a Roma, e ai loro appuntamenti clandestini[10]. Ride: «era una così bella signora e, al vederci, ci scambiavano per amanti. Quanto a noi, ci prendevamo gioco del mondo intero!».

Tuttavia non è divertente costituire un intoppo al normale svolgersi della vita sociale, trovarsi sempre, e qualsiasi cosa si faccia, fuori asse, muovere i passi fuori tempo… «A proposito, dimmi, figlio mio, cosa facciamo qui?».

Lo sguardo gli cade su una foto di Mussolini in un giornale: «non trovi che somiglia a Rizzuti? Sì, Rizzuti, il mio fattore, rammenti? Un vero mascalzone!». Non potevo ricordarmi di costui perché la vicenda si era svolta prima della mia nascita[11], però me l’avevano raccontata. Gestiva tanto abilmente la proprietà che si proponeva addirittura di acquistarla con i soldi che ne aveva ricavati. I contadini non gliene hanno lasciato il tempo. Lui li trattava male e loro l’hanno ucciso e ne hanno appeso la salma a una corda. Quando sono sopraggiunti i carabinieri, il padrone di casa che non aveva visto nulla ma immaginava cosa fosse successo, ha detto loro: «ebbè, è morto. Che volete di più? La Giustizia non c’entra. Ormai non c’è più nulla da fare». Ora, ripensandoci, borbottava tra sé: «un autentico farabutto, poveretto!». E sospirava impietosito, non per il fatto che lo avessero impiccato, ma perché era stato un poco di buono.

 

*     *     *

 

          Frequentiamo i salotti, ove si spreca il tempo in conversazioni, ossia in chiacchiere. Ci piacerebbe introdurvi qualcosa di ciò che abbiamo sperimentato a Pontigny[12].

Ma vi si fanno anche incontri piacevoli, tanto da dimenticarne la perdita di tempo; oppure, quantunque fastidiosi, pur sempre istruttivi, dato che mancherebbe una componente alla mia filosofia senza uno studio entomologico della fauna mondana.

 

*     *     *

 

          Musica e profezia.

          Il la è una nota (e «nota» significa «conosciuta») che l’udito subito distingue tra tutti gli altri suoni, che la bocca nomina e la relativa ottava, la quinta, e la quinta della quinta riecheggiano. Mediante risonatori e altri apparecchi acustici la scienza verifica e calcola ciò che l’orecchio ha colto di suo.

L’anima del profeta è come un risonatore acustico. Il presente vi batte la sua nota e il profeta ne coglie le armoniche nel futuro, senza dover attendere che la storia le registri e ne determini le date (il plurale latino data vuol dire «dati»)[13].

 

*      *      *

 

Secondo Leibniz, Dio ha creato il migliore dei mondi possibili[14]. Ma parlare di «migliore» o «peggiore» ha senso solo riguardo a noi: il mondo in cui viviamo è quello che ci corrisponde e, pertanto, il migliore che possiamo costruire. Quando diverremo migliori ne scopriremo e ne realizzeremo altri. Arte, scienza, amore sono l’esplorazione di ulteriori mondi possibili.

 

*      *       *

 

Stando alla Logica di Aristotele, «la sostanza non tollera né il più, né il meno». In altre parole, una cosa o è, o non è. Non si può dire che essa sia giusto un poco, oppure molto. E, a quanto pare, anche l’uso linguistico conferma tale asserzione.

Altrettanto vale per le «qualità» tra le quali il solo nesso esistente consiste semmai nel fatto di incontrarsi negli stessi oggetti e di essere percepite dagli stessi organi del senso. Esse sono presenti, oppure mancano, negli oggetti considerati e da ciò dipende che un oggetto sia stimato valere più di un altro; ma in esse stesse tollerano il più e il meno? L’essere duro vale più dell’esser caldo? Essere salato prevale sull’esser acido?[15] E anche allorché le qualità si ordinano in serie, come i colori e i suoni, l’azzurro è superiore al rosso o una nota alta è superiore a una nota bassa?

Ebbene, sì! Vi è una quantità della qualità e, pertanto, dell’essere. Questa quantità di qualità o d’essere si denomina: valore[16].

Il valore, ossia la quantità d’essere implicata in un essere, si esprime in termini di gradi e il grado di valore dipende da tre fattori: l’unità, la complessità, l’altezza.

Il criterio dell’unità si riferisce alla consistenza e costanza, alla densità e intensità proprie dell’oggetto. L’oggetto ha la stabilità di una costellazione, è un mulinello nell’acqua, è un aggregato in procinto di disfarsi? L’oggetto (o la persona) è ciò che è, oppure è solo un che di transitorio, o meramente un’ombra? Il primo dei valori, a prescindere dal quale non ve ne sono altri, consiste nell’essere.

La complessità è la ricchezza degli elementi condensati e fusi nell’oggetto, con le qualità che comportano.

Infine ho menzionato l’altezza, in quanto «valore» significa scala di valori e natura significa gerarchia degli esseri.

 

*     *     *

 

Avevo stabilito: all’incrocio delle relazioni, le cose; all’incrocio dei valori, l’io[17].

Ora rettifico: all’incrocio delle relazioni, le cose; all’incrocio dei valori, Dio; all’incrocio delle relazioni con i valori, l’io.

Le relazioni occupano il piano orizzontale; i valori, l’asse verticale. Lungo l’asse verticale i piani delle relazioni si sovrappongono.

Non posso muovere che da me, dal punto cruciale che occupo, da quel punto qualsiasi dello spazio e del tempo ch’è il mio corpo. Come pronunciarmi circa la realtà delle cose e come distinguerle dalle immagini oniriche se non per via del corpo che vi sbatte contro, prende appoggio su di esse, se ne nutre e si trova tra di esse imprigionato?

1.      Un primo piano è quello del mondo materiale, dei rapporti del mio corpo con gli altri corpi fino alle stelle.

2.      Ma io non sono, né il mio corpo è, soltanto un oggetto come un sasso, una brocca. È un animale vivo che, con gli altri animali, appartiene al mondo dei viventi.

3.      Il mondo umano dipende dal mondo dei viventi, ma lo supera. Il centro ne è il mio cuore in cui vengono a incrociarsi tutte le relazioni umane.

          Al di sopra di questi tre piani che possiamo qualificare come naturali si sovrappongono i tre piani spirituali della giustizia, dell’amore e della santità, attraversati dai tre piani verticali che, quali coordinate, si dipartono dall’asse dei valori: quelli del bene, della verità e della bellezza.

4.      Piano della giustizia, della rettitudine negli atti d’adorazione e di sacrificio; ma anche della giusta conoscenza delle forme pure, delle figure e dei numeri (discipline matematiche); della messa a punto dei ritmi semplici e delle note pure (musica).

5.      Piano dell’amore: dell’amore del bene comune e della carità nei confronti del prossimo, fino all’ultimo dei prossimi; ma anche dell’intelligenza della realtà del mondo creato (fisica); e anche dell’amore degli occhi per la bella immagine di questo mondo e arte amorevole di lavorarla e colorarla

(pittura).

6.      Piano della santità degli atti d’adorazione e di sacrificio; ma anche piano della meditazione dei principi e dei misteri (filosofia); e anche piano del verbo suggestivo e profetico (religione).

7.  L’asse e il vertice della piramide sono in Dio.

Il piano superiore comprende l’inferiore e lo supera. Pertanto è più complesso. Complessità ed elevatezza vanno di pari passo. Così, il mondo della vita contiene il mondo materiale e vi aggiunge elementi d’altra origine. È materialmente più complesso del mondo materiale.

La complicazione si oppone alla semplicità, ma non così la complessità. La complicazione è perdita di unità nel molteplice. Invece, la complessità è un ripiegarsi dell’unità sulla fusione dei molteplici elementi. E la complessità infinita approda alla perfetta unità. L’estrema complessità del corpo umano collima con quella «semplicità» che, secondo la definizione della scolastica[18], è caratteristica della natura dell’anima.

Ogni piano dell’essere, dal basso in alto, si oppone al precedente e lo prolunga. Ogni piano comporta il proprio sistema di leggi. Al livello superiore si ritrovano le stesse leggi, ma a rovescio. Senonché, dato che il piano superiore contiene l’inferiore, vi è nel contempo rovesciamento e combinazione.

Così, le leggi del mondo materiale si presentano rovesciate nel mondo della vita. Le leggi del mondo fisico sono grosso modo quelle dell’urto e della pesantezza, mentre quelle che regolano la vita sono leggi di fusione e di elevazione. Tuttavia gli effetti delle une e delle altre si alternano nella creatura viva.

A sua volta la legge umana contrasta con le leggi dell’animalità, nel contempo trasponendole ed esaltandole.

San Paolo scrive: «scorgo nelle mie membra una legge contraria alla legge dello spirito»[19]. Ciò spiega perché il passaggio al piano superiore esiga sacrificio e conversione.

 

Esistono esseri unidimensionali quali le pietre. Altri esseri, come gli animali, possiedono una natura duplice. Alla nascita, l’uomo ha tre dimensioni, da adulto ne ha sei e, se si converte e si volge verso Dio, ne acquista una settima, la dimensione suprema.

 

Nell’ordine della natura, il piano superiore è minore quanto a massa, numero e solidità. A fronte dell’immensità cosmica del mondo fisico, il regno degli esseri vivi occupa uno spazio circoscritto. E così la famiglia umana tra i miliardi di esemplari di migliaia di specie animali e vegetali.

Più si sale nella scala delle specie e più crescono la fragilità e il pericolo, più aumenta il rischio di ricadere negli stadi inferiori. La coscienza umana scivola nel regno animale attraverso il desiderio, nel vegetale con il sonno, nel minerale con la morte.

Il valore si accompagna alla rarità e alla finezza. Effettivamente il mondo è simile a una piramide, la cui punta, tuttavia, oscilla come quella d’un getto d’acqua ascendente.

 

Il valore tanto di un’idea o di un’opera, quanto di un uomo, è dovuto all’incrociarsi in essa o in lui delle più diverse linee di tendenza. Il valore di un oggetto dipende dal convergere dei desideri di possederlo. Senonché le linee di tendenza s’incontrano per accordarsi, mentre i desideri vogliono escludersi a vicenda.

Perciò il valore di un oggetto è la misura di una tensione, se non la causa di un conflitto di norma superato pagando[20].

È questo il motivo per cui la rarità svolge un ruolo determinante in ordine al valore di mercato dell’oggetto[21]. La rarità è una qualità fortuita, indipendente dalle caratteristiche dell’oggetto e dalla sua attitudine a soddisfare il desiderio. Ma, se gli oggetti della stessa specie sono molti, i desideri, invece di convergere, si disperderanno sul gran numero e la facile soddisfazione allenterà la tensione. Il valore di mercato ne risulterà conseguentemente ridotto. 

 

Soffermiamoci ora sulla risoluzione delle cose in relazioni e, più specialmente, sulla risoluzione dell’io[22].

La risoluzione della cosa, vortice oscuro, si opera (fino ad un certo punto) mediante la conoscenza, che la trasforma in un concetto connesso a un sistema di definizioni, di leggi, di relazioni che si riferiscono all’intero universo. L’operazione sarà tanto più riuscita quanto minore sarà la tara di realtà, la quota d’irrazionale e d’impenetrabile, che sussisterà nell’oggetto e quanto più esso diverrà chiaro come un numero nella scala dei numeri. Allora sarà risolto.

È altresì mediante la conoscenza che ho cominciato a risolvere il mio proprio segreto.

           Cos’è l’io se non il centro unico verso il quale confluiscono tutte le prospettive, se non il detentore e il campione di tutti i valori, poiché il resto fluttua e svanisce all’intorno ed assume importanza o addirittura esistenza solo in virtù della sua prossimità?

Ma poi mi sono smarrito senza quasi rendermene conto. A scuola ho imparato a coniugare i verbi, ossia a sottomettere l’«io», il «tu» e il «lui» ad un unico giogo[23]. Quindi a considerarmi quale soggetto tra altri soggetti. Tuttavia, per vedere me e gli altri sullo stesso piano ho dovuto rinunciare al mio proprio centro e al mio piano personale. È dunque perdendomi che sono cresciuto.

Non combaciamo più, io e me stesso. Sono un abitante del cielo o un cuculo caduto dal nido? Mi accade di dimorare sulle mie cime per tutta una settimana. Mi dimentico di bere e di mangiare, non bado agli amici e alle donne, né faccio caso agli sguardi della gente e attraverso la città come sognando. Poi, senza motivo, precipito in modo penoso o ridicolo.

Quando sarò uno? Quando sarò?

Quando il resto del mio essere avrà seguito la testa. Quando avrò raggiunto l’io universale, centro e vertice reale di tutto, che è semplicemente Dio. Quando abiterò le sue profondità e non i miei vertici immaginari. Quando le mie idee astratte diverranno atti e opere…

O Dio lontano, abbi compassione di colui ch’è povero e unico[24]. Povero, ma unico!

Insomma, per la soluzione delle cose bisogna passare dal concreto all’astratto, per la soluzione dell’io dall’astratto al concreto. Vortici così risolti.

 

*     *     *

 

           Chiamo rima perpetua o rima interna il ripetersi o riecheggiare di un suono, o del medesimo a rovescio, nell’ambito del verso; talvolta, anche, l’alternarsi di due o tre suoni nel verso o nella strofa. Può avvenire che, dopo due o tre approssimazioni che la preparano, la rima sbocci in fondo al verso come un fiore in cima a un ramo; ma accade anche che manchi perché inutile, in quanto il verso rima con se stesso.

Ecco, ad esempio, tre versi delle Invectives à la lune[25]:

Ma l’intreccio potrebbe coprire tutto il pezzo. Da notare che le accentazioni toniche rafforzate dalle assonanze battono come il rullo d’un tamburo.

Ed ecco, dalla Chapelle palatine[26]:

 

    

Il verso ondeggia come il profilo delle gobbe dei cammelli.

Per evocare il monumento arabo-bizantino servono arabeschi che racchiudano le immagini semplificate[27]:

 

Ricorro sistematicamente a questa forma di composizione che ha molto in comune con il contrappunto musicale e se ne ispira. Ne scopre le leggi, che non figurano in alcun manuale di prosodia. Ma ho illustri predecessori come dimostrano le due terzine d’apertura dell’ottavo canto del Purgatorio dantesco, che ogni italiano ha in memoria[28]:

Rimane indipendente dal reticolo l’espressione «squilla di lontano», ma i rintocchi della campana ne risultano tanto più strazianti. Traduco l’intraducibile:

          [[29]]

Ecco ora un’invocazione da un inno latino alla Madonna, in rima:

     Salve Verbi Sacra parens

     Flos de spina Spina carens

   

     Flos spineti gloria

L’ultimo è il più bel verso costituito da tre parole che io conosca. Inoltre, teniamo presente il distico augurale che precede, nel canone della messa, la lettura del Vangelo:

     Per evangelica dicta

     Deleantur nostra delicta [30].

           Altri esempi del metodo sono individuabili nei classici francesi. In Villon[31]:

     Corps femenin, qui tant est tendre

     Poly, souef, si precïeulx,

     Te fauldra il ces maulx attendre?

                Oy, ou tout vif aler es cieulx.

 In Ronsard[32]:

                      

In Agrippa d’Aubigné[33]:   

 

                                

 

          L'ORA DEL LUME[34]:

 

                     

 

Le sillabe accentate sono le sole che occorra collegare. Quanto all’impasto dei suoni intercalari, basta sia conduttore, come si dice in elettrologia – e le consonanti quali la r e la l lo sono –, oppure che reiteri, riprenda, la nota dominante. Si noti, nella mia poesia or ora citata, l’alternanza dell’endecasillabo e del verso di tredici piedi. Tale è ora la formula metrica che preferisco, il mio stile metrico.

L’endecasillabo domina nelle letterature italiana, tedesca, inglese, spagnola e, in origine, quella francese non faceva eccezione come dimostrano la Chanson de Roland [35] e la Ballade des pendus di Villon[36]. Poi «venne finalmente Malherbe»[37]. Classici e romantici francesi si sono invaghiti del ronzio altalenante dell’alessandrino[38]. Valéry (forse a ciò indotto dalla sua ascendenza italiana) ha rivalutato l’endecasillabo, avvalendosene nel suo Cimetière marin [39].

L’endecasillabo è più asciutto, più scattante, soprattutto se trattato all’italiana[40].

Che io sappia, nessuno ha combinato le due cadenze, e meno che mai in italiano. L’alessandrino italiano è una mia invenzione originale. Carducci ha tentato di inventarne uno, sotto forma di settenario doppio[41]. Ma ha calcolato male giacché, se il verso francese di dieci piedi corrisponde in italiano all’endecasillabo, l’alessandrino italiano deve avere tredici piedi con accentazioni toniche principali sul dodicesimo e (cesura alla francese) sul sesto, come in:

     Una madre reclìna attenta al neonàto

oppure sul quarto e sull’ottavo come in:

     Pallido càlice di pòlline stellato [42].

            La rima baciata nell’alessandrino è come la voluta su una facciata, l’inevitabile capitello riccioluto. Ci si chiede come un simile baroccume letterario sia potuto sopravvivere tanto a lungo alla sua epoca; come il vivace spirito francese abbia potuto tollerare la sua tirannia durante quattro o cinque secoli; come la vena comica di Molière[43] abbia potuto adattarsi ad una meccanica così pesante; perché Victor Hugo, con la sua ricca inventiva ritmica, il vaporoso Lamartine, il libero e disinvolto De Musset[44] vi si siano adattati senza spaccarne lo stampo.

 

           Una prosodia teatrale rimane interamente da inventare. Non è il solo attore a dover definire i toni che conquisteranno il pubblico. Ritmi specifici dovrebbero caratterizzare i singoli personaggi, variando a seconda degli umori da suggerire.

Ritmi parisillabi percussivi, taglienti

Ritmi ansimanti e spezzati

Ritmi gravi e meditativi

Ritmi birichini e indiavolati

Ritmi esitanti, imparisillabi

Ritmi lamentosi o sognanti

           Una tempesta drammatica sarebbe scatenata sulla scena da un ritmo collettivo vorticante. Lo stile complessivo dell’opera ne patirebbe? Non lo credo, purché siano abbastanza robusti il progetto e l’originalità dell’autore[45].

 

*     *     *

 

           Ho assistito or ora alla tragedia perfetta, da cui trae origine il genere teatrale così chiamato: la messa.

           In origine, la tragedia era il sacrificio dell’eroe, intermediario tra Dio e l’uomo. Inteso ad espiare le nostre colpe, a purgare le nostre passioni, a trascinarci emotivamente, ad annientarci e ad esaltarci.

           Scenario prestigioso di pilastri e volte, splendore delle vesti e della decorazione, grandezza simbolica dei gesti, processioni, recitativi, canti corali, partecipazione vocale e comportamentale della folla, catastrofe finale e benedizione della bellezza: tutti gli elementi del Grande Sacrificio originale ricompaiono nel teatro. È un’evidenza che non ha colpito i drammaturghi, i poeti, né i filosofi. Soltanto i musicisti se ne sono resi conto a modo loro.

           I grandi musicisti del Sei, Sette e Ottocento (dopo Palestrina[46]) hanno composto delle «messe», trasformando la chiesa in una sorta di teatro dell’opera. Azzardi blasfemi di grande talento, animati da un’indubbia buona volontà. È nel senso contrario che l’accostamento andrebbe tentato. Occorrerebbe rendere al teatro il suo carattere sacro e la sua funzione di purificazione delle moltitudini.

 

           I romantici (e Shakespeare prima di loro) hanno opportunamente fuso i generi tragico e comico, inaugurando il dramma. Ma perché il dramma musicale e il balletto sono rimasti spettacoli teatrali estranei al teatro?

           Agli esordi c’era, nel teatro, il coro. I personaggi si facevano avanti dal coro, recando la maschera e gli attributi del dio o dell’eroe che dovevano impersonare, mimavano, danzavano, cantavano e declamavano, quindi rientravano nel coro. La «fatalità» che domina la tragedia è divenuta «oscura» solo nelle epoche tarde, come quelle di Sofocle ed Eschilo[47], allorché il rito era scaduto a mero spettacolo e si era dimenticato che il coro è un corteo il quale accompagna l’eroe al sacrificio «per la salvezza di tutto il popolo»[48].

           Venuta a mancare la ragione religiosa dell’immolazione, le si cerca una causa passionale, il che costringe i poeti ad inventare crimini, amori, gelosie, complotti tali da giustificare la catastrofe finale. Catastrofe che, lungi dal configurarsi come un evento disgraziato, incomprensibile e penoso, costituiva la ragion d’essere della festa[49].

 

*     *     *

 

           Kant definisce lo spazio e il tempo quali «forme a priori» del nostro intuire «indipendenti dall’esperienza», quindi dalla realtà oggettiva. La dimostrazione che non sono forme costitutive della psiche è data dal fatto che, tanto durante la veglia quanto nei sogni, la fantasia, abbandonata a se stessa, li deforma, li rovescia o li cancella.

           A dire il vero attengono all’oggettività come una vera e propria marca di fabbrica. Ed è a questo proposito che Kant perde l’equilibrio critico, cadendo nell’idealismo che egli stesso, per altro verso, confuta.

           Le scienze dello spazio e del tempo (matematiche e meccaniche), diversamente dalla fisica, condurrebbero ragionamenti estranei all’esperienza? Estranei, sì, alle sperimentazioni di laboratorio. Ma l’esperienza cui si rifanno è quella che comincia con il fanciullo che tende le braccia per esplorare il mondo esterno, tasta, afferra, respinge.

           Le nozioni sperimentali di direzione, dimensione, coincidenza, sono discretamente precise sin dai primi passi, giacché qualsiasi errore di apprezzamento delle distanze è subito corretto dall’urto, dalla caduta e dal rischio di morire. Ne consegue che si impara rapidamente a misurare i passi, ad aggiustare il gesto della mano, a registrare in memoria la traccia di tutti i movimenti possibili, a seguire con l’occhio i profili e gli angoli dei solidi, la traiettoria dei veicoli o dell’oggetto lanciato.

           Come lo esprime la stessa parola, l’astrazione è in partenza un gesto della mano che «trae da» (abs trahere); ricava dal contatto diretto con il reale una certezza poi sempre nuovamente verificabile sugli oggetti tangibili.

           Riguardo alle sempiterne ed oziose discussioni intorno all’essere o meno reale del mondo esteriore, mi piace citare i seguenti due versi, ameni e più filosofici di quanto si potrebbe pensare:

     Quando batto la mano sul muro

     È il muro o la man che fa paf ? [50]

I materialisti sostengono che è il muro. Gli idealisti, che è la mano. E il filosofo «critico» non è abbastanza critico da asserire ciò che direbbe un fanciullo: tanto l’uno quanto l’altra.

 

*     *     *

 

           Ho letto il Totem e tabù di Freud[51] e mi ha molto colpito. L’ho fatto leggere anche a Ugo Dorsi, che ne ha ricavato un racconto tremendo. Oltre ad essere scritto meglio, il pezzo del Dorsi suona più vero della teoria del sapiente dottore[52]. Infatti, un racconto è vero quando dà forma all’ossessione di chi lo scrive. Mentre da uno scienziato ci si attenderebbe non dico a  qualcosa di più, ma a qualcosa di diverso.

           Ciò che segna la storia dell’uomo non è

il parricidio [53]

bensì:

il sacrificio dell’eroe.

 

           Il Totem e tabù, favola preistorica e psicopatica, mi è stata di un’enorme utilità: mi ha fatto scoprire l’origine religiosa del riso [54].

 

*     *     *

 

           Allo scopo di spiegare l’esogamia dei selvaggi (nonché la nostra) e l’orrore istintivo dell’incesto suffragato da interdetti morali, non vi è alcun bisogno di ricorrere alla fantasiosa ipotesi di una sorta di «crimine originale» di cui ci tormenterebbe tutt’oggi il rimorso e che sarebbe la chiave del comportamento umano normale[55]. Il sesso ha le sue ragioni che non conoscono né il cuore, né la ragione[56], ma che fanno capo alla saggezza della Natura.

           La Natura ha dotato i vivi degli istinti e riflessi necessari alla loro conservazione e alla pienezza del loro affermarsi. Il sesso, non pervertito, ha la nozione e il gusto di ciò che giova al rinnovo della razza: la più intima fusione dei massimi contrasti. Donde la ripugnanza che ispira un’unione tra consanguinei, la quale non tarderebbe a provocare ristagno e degenerescenza.

 

*     *     *

 

           Il che mi riconduce a parlare di mio fratello[57] e delle sue levate d’ingegno.

           Lo vedevo tutto preso da un’ispirazione e, in flagrante contrasto con le sue consuetudini, chiuso nella cameretta giorno e notte. Gli chiesi a quale opera poetica si dedicasse con tanto fervore. Replicò:

        Il professore mi assegnato come argomento di tesi: il mulo.

        Boh! – Faccio, deluso.

        Come boh? È tutto quanto ti viene da replicare?

Sembrava molto risentito e mi scappò da ridere.

        Non ti rendi conto – esclamò indignato – che con un soggetto del genere sono in ballo la vita, la morte, l’amore?!

        Spiegati meglio, ti ascolto.

E per due ore mi tenne con il fiato sospeso con uno svolgimento che si sarebbe potuto intitolare Introduzione alla filosofia del mulo, oppure: Storia naturale dell’amore [58].

        Tutto è cominciato con una scoperta: ho individuato la causa della sterilità del mulo. Sterilità relativa, in quanto alcuni muli, sempre molto vecchi, sono fecondi. Il mulo non è come gli altri animali: fa semmai l’amore solo da vecchio. Il fatto è risaputo, ma fino ad oggi nessuno ne aveva tratto la logica conclusione che si tratta di un animale troppo giovane, il quale solo in rari casi raggiunge la pubertà.

Ma ora chiediamoci: come si spiega questa eccessiva, ineluttabile gioventù? E cos’è mai la gioventù?

La gioventù è lo stato di tensione dovuto alla vitalità durante la crescita.

E perché, nel mulo, tale stato di tensione perdura tanto a lungo? A causa, ovviamente, dell’estrema disparità tra i suoi genitori.

Tali constatazioni ci costringono a prestare attenzione alle leggi della vita, rifacendoci alla stessa origine della vita medesima.

Gli esseri unicellulari non conoscono né l’amore, né la morte, solo la semplice vita. Vivere significa alimentarsi e, quando si è mangiato troppo, ci si sdoppia. La morte, in queste condizioni, è solo un moltiplicarsi. Il morire è un andare oltre se stessi e sarebbe bello che fossimo tanto semplici da poter fare altrettanto.

A questo stadio le corde della vita sono tese, ma non vibrano.

Si mettono a vibrare per via del sesso; e «sesso» credo significhi troncamento[59].

Un organismo sessuato, vegetale o animale, è un essere intero più la metà di un essere. È milioni di volte più complesso di un unicellulare e, per altro verso, è una metà meno di lui.

Eccessivo e difettoso, in equilibrio instabile, animato sempre da un’aspirazione a crescere e costantemente a rischio di cadere; lo sdoppiamento non è più possibile a questo essere, che, in sostituzione, pratica invece il raddoppio, ossia l’accoppiamento.

L’operazione, in natura e qualunque sia il grado di complessità organica degli esseri interessati, riesce con una facilità a dir poco miracolosa, ma diviene dilacerante non appena entra in gioco la coscienza.

Dilacerante, sì, e originata da una lacerazione, giacché il sesso scinde la natura intera in due moltitudini tese l’una verso l’altra e l’una contro l’altra.

Se è vero che un vivente sessuato è un essere intero con l’aggiunta di un’altra metà di essere, allorché due viventi si accoppiano ecco che le due metà in esubero si precipitano l’una sull’altra, si congiungono staccandosi dalle matrici originarie per formare un terzo vivente e l’integrità dei primi ne risulta compromessa. Infatti, l’unione più intima è un’irruzione di ciascuno dei due protagonisti nella realtà dell’altro, uno stupro, un oltraggio che assume la forma di una lotta, di una caduta, di una ferita inferta e gli spasimi della voluttà sono assimilabili a quelli dell’agonia.

Tale è il motivo per cui l’atto d’amore è circondato di pudore, e il pudore è timore: timore da presentimento della morte. Impudico è colui che ignora gli abissi dell’amore carnale. L’amplesso amoroso è in verità un annegare cosmico in virtù del quale le potenze vitali scatenate e vorticanti di due esseri si compenetrano e saldano per rifluire insieme fin verso lo stadio unicellulare dei primordi del mondo, per annullarsi insieme nel germe.

Questo si sdoppierà e molteplicherà, formando il nuovo essere dotato di un’energia zampillante per aver superato l’imbuto della nascita e reso robusto dalla spinta della tempesta passionale che avrà determinato tale passaggio.

Agonia, ma agonia inebriante, impetuosamente voluta e ottenuta grazie a lotte accanite. L’amore è l’estasi dell’unione e l’orrore della lotta a morte.

L’abbiamo detto, mangiare e propagarsi era in origine un tutt’uno. Ora, le due funzioni separate tornano a incrociarsi e talvolta si sovvengono del loro antico combaciare. Gli amanti più teneri sono prede l’una per l’altro e viceversa. Si vengono incontro sorridendo, e quando si sorride si mostrano i denti. Si dicono «ti amo», ma, al di là delle parole, le loro bocche intendono: «vorrei mangiarti». Poi si afferrano e si baciano, modo benigno di divorarsi (che, d’altronde, può non escludere veri e propri morsi). Comunque sia, non vi è passione esente da furenti liti: tra poco si accapiglieranno urlando come nemici che si sbattano a terra e si strozzino, e sarà il colmo della felicità. La mantide religiosa spezzetta e mangiucchia il corpo del suo maschio durante l’acme del coito e non dubitiamo che l’una e l’altro ne traggano un godimento orgiastico e metafisico in pari misura. E i gatti, sotto la luna, come si lamentano! come strepitano, come soffiano! come si mordono e si graffiano! come sanno gustare ed esprimere le atroci delizie dell’amore![60] Per la maggior parte delle specie il combattimento e l’amore sono strettamente associati, e non con riguardo alla sola lotta tra i maschi intesa a far emergere il più forte, ma altresì alle schermaglie con cui la femmina esaspera il maschio costretto a inseguirla e lo eccita a trionfare su di lei.

Tutta questa violenza, effettiva o simulata, giocosa o crudele, viene offerta o sofferta  per massimizzare l’amore, per fare vibrare la vita.

Vivere è vibrare. Non solo vibriamo, ma siamo la vibrazione medesima, un fascio di vibrazioni compreso in una vibrazione globale, un’onda che parte dalla nascita, sale e si gonfia fino al momento dell’amore, poi ricade; ed è la fine di ciò che reca il nostro nome.

Così come la vibrazione è un rincorrersi di onde e di nodi, amore e morte si succedono alternandosi regolarmente. Perciò è normale che moriamo, dobbiamo morire in quanto possiamo amare. La morte è il prezzo da pagare per l’amore. Ma la vita stessa non perisce, non cessa quando giunge al nodo della vibrazione. Il fermarsi non le si addice, il nodo serve a imprimerle un nuovo slancio.

Bisogna imparare ad amare la morte come amiamo l’amore, perché sono le due facce della vita. L’amore, infatti, è morte e risurrezione della carne.

Si capisce che i grandi innamorati siano tanto pronti ad affrontare la morte. I nostri avi lo sapevano, era il segreto della cavalleria: amore e valore sono un tutt’uno[61]. Amore, valore e poesia! Cuore significa amore e significa anche coraggio. Il codardo non merita di vivere e non sa amare. La corda fiacca[62] non vibra e non canta.

Affinché la corda vibri, dev’essere tesa e percossa. La tensione e il tocco rappresentano il contrasto tra gli amanti e la lotta che precede l’amore. Il brusio del suono è la vita. La purezza della nota è l’amore.

Perché alcuni fanciulli nascono vecchi? Perché si parla di vecchie razze nonostante che tutte le razze (comprese quelle dei «primitivi») sono egualmente vecchie in quanto risalgono al primo uomo?

Vecchia è in particolare la razza dei re, dato che i re non trovano spose che stiano loro a pari e siano degne di loro se non nella propria famiglia. Inoltre si sposano per ragion di Stato e mai non generano sotto la spinta ineluttabile del desiderio. Ecco quindi che il loro sangue rifluisce su se stesso e ristagna, a meno che una buona ventata di bastardaggine venga a rinnovar loro il midollo[63].

Quando i genitori sono troppo simili tra loro, quando si uniscono per dovere, si amano per educazione, dormono poi schiena contro schiena nei loro figli fino alla fine della notte.

In sede di preludio all’amore, i partner si attraggono e si riconoscono per le loro affinità, si respingono e litigano a causa delle loro differenze. Ma nel frutto dell’unione, il rapporto si rovescia: gli elementi opposti si fondono, quelli simili si respingono. Pertanto, se manca il contrasto, la forza unificante viene meno: le componenti simili coesistono svogliatamente e tendono alla decomposizione, il che è tipico della vecchiaia.

Allorché i genitori sono troppo dissimili e il loro amore troppo discordante, i rampolli saranno dotati di una grande forza, ma di una forza esplosiva. Ci sono persone che sono veri e propri drammi ambulanti; l’azzuffarsi dei genitori si perpetua in loro. Altre sono, per natura, pacificate, e si tratta dei figli della felicità.

Un giorno me ne andrò a studiare i meticci in Sudamerica[64]. Sarei sorpreso di non trovarli connotati da una forte tensione interiore e da un’immaturità congenita…

Credo che tu comprenda ora perché i bastardi di famiglie di antico ceppo abbiano maggiori probabilità di somigliare agli antenati dei tempi eroici rispetto ai loro parenti legittimi e blasonati[65]; perché vi siano vecchi cavalli (nobilissimi) e vecchi asini, mentre la genia dei muli è sempre giovane.

Quanto all’anima, di cui siamo l’involucro e il supporto, conserva essa al vertice della scala dei viventi la trasparente unità dell’organismo unicellulare? Ha essa la facoltà di sfuggire alla morte, di attraversare il nodo della vibrazione grazie alla primordiale semplicità di ogni seme, dato che è seme di eternità?

– Sì – esclamai, abbracciando mio fratello – è bella, è bella davvero, è splendida l’agronomia!

 

*     *     *

 

           Qualsiasi forma di orgoglio è sempre idiota, a propriamente parlare, ma più idiota di ogni altro è l’orgoglio nobiliare.

           Si mena vanto di un illustre avo di prima dell’anno mille. Ma considerato che, risalendo le generazioni, il numero degli avi raddoppia di filiazione in filiazione, quando giungo all’anno di grazia 933[66] scopro di avere tanti antenati quanti erano, a quel tempo, gli abitanti della terra. Ne consegue che siamo figli e fratelli dell’umanità intera.

           Detto ciò, non rinuncerei al mio nome per tutte le ricchezze di un milionario americano[67].

 

*     *     *

 

           Riflusso dell’infinito sul finito: coscienza.

 

*     *     *

 

           Il testamento del mio bisnonno, don Pietro di Scordia[68], si conclude con le seguenti parole:

«Figli miei, vi tramando e raccomando altresì, infinitamente più preziosa di tutte le ricchezze terrene, per quanto cospicue esse siano, la mia speciale devozione alla Santissima Trinità.»[69]

           È la sola quota d’eredità che mi sia toccata[70]. Ma la migliore.

 

*     *     *

 

           Grande concerto di musica classica nelle sale del palazzo Pitti, guidato a bacchetta da un direttore d’orchestra tedesco. Il tutto è dinamico, preciso, funziona, trascina, rende. L’inventore dei motori a scoppio ha avuto precursori tra i musicisti classici.

 

*     *     *

 

           I tritoncelli baffuti dalle bocche dei quali fuoriesce l’acqua delle fontane di piazza dell’Annunziata[71] mi fanno tornare in mente un viso visto tanto tempo fa.

           Era l’undici novembre e fu annunciata la fine della guerra[72]. Furono tirate salve di cannone, suonarono le campane, la gente urlava, spalancarono il portone della scuola[73] e fummo lasciati andare per strada.

           Una bandiera comparve ad un balcone, poi tre, poi sette, quindi, man mano che andavamo avanti, tutte le facciate degli immobili si riempirono di vessilli tricolori e la folla s’ingrossava. I passanti si abbracciavano e piangevano. Il militare, intonando una canzone, tamburellava con le dita sul cappello della sartina. C’era, nell’aria, tanto gaio ottimismo. La place de la Concorde[74] era tutto un turbinio. E, a un dato momento, il cerchio della gente mi si strinse attorno, mi sollevò da terra gridando e mi depose, in piedi, sul predellino di una carrozza che andava facendosi strada con difficoltà. Mi venni a trovare aggrappato al portello della vettura il cui vetro era abbassato, con la testa sospinta all’interno. Lì, rannicchiato nel fondo, scorsi appunto uno di quei tritoncini con i mustacchi della piazza dell’Annunziata, e la folla tutt’intorno strillava: «È Clémenceau! Clémenceau! Viva Clémenceau!»[75].

 

*     *     *

 

           Lorenzo è partito per la Colombia[76].

           Per un giovane di buon casato ma privo di quattrini non vi sono grandi prospettive in Italia, salvo che non si proponga di farsi prete, divenire militare o dar la caccia alle ereditiere. I pregiudizi tradizionali chiudono gli spazi, il privilegio si tramuta in impedimento. Rimane quella che è sempre stata la risorsa dei cadetti e dei bastardi: l’avventura d’oltremare e la speranza di accumularvi un patrimonio degno del proprio cognome.

           L’occasione offerta dal destino è promettente. Il pretendente al trono di Spagna, don Jaime[77], ha preso in simpatia lui e i suoi due compagni[78] e cede loro senza porre condizioni i suoi possedimenti lontani che non si è mai dato la pena di visitare e dei quali non saprebbe che fare.

           Il territorio dalle ricchezze intatte e persino inesplorate supera in estensione i più ampi feudi dei nostri antenati: si tratta di tutta un’ampia provincia, di un piccolo regno!

           Ed eccolo, dunque, in viaggio per l’Eldorado!…

 

*     *     *

 

           Visita a don Giacomo, in quel di Nizza.

           A Nizza c’è il principe di Borbone-Conti[79], che l’epoca sciagurata ha costretto a impiegarsi in qualità di lustrapavimenti all’Hôtel Ruhl. La sera, si reca a corteggiare Sua Altezza[80].

           Don Giacomo: «Allora, Conti, come va? Hai strofinato ben bene il parquet oggi?

        Sì, Monsignore.

        Hai spinto a dovere con la gamba?

        Si, Monsignore.

        Anche sotto il letto, Conti, anche sotto il letto?

        Sì, Monsignore, anche sotto il letto.

        Ah, Conti mio, si vede che non sei del mestiere!…»

 

*     *     *

 

           La più bella scultura del Giambologna non è il Ratto delle Sabine di piazza della Signoria, gruppo di tre corpi in torsione assai ben calibrati[81]. Si trova, invece, a Pratolino, nei giardini del principe Abimelec-Demidoff.

           Rappresenta un colossale vecchione accoccolato, irsuto e barbuto, e s’intitola: L’Appennino. Il petto, le spalle, le grandi gambe sono ricoperti qua e là di aggregati di scaglie che fanno pensare a cascate, ghiacciai, rami d’abete raggelati nella neve.

 

*     *     *

 

           Lo stornello[82] popolare toscano è spesso improvvisato, vivace e denso, aspro e sagace. Si butta lì un nome di fiore, e i versi che seguono sono agganciati alla rima:

                Fior di trifoglio!

                Giovanotto che vesti di turchino

                Non è ancor seminata l’erba voglio…

 

*     *     *

 

           «Toh! – fa la sconosciuta – lei ha gli occhi azzurri. Avrei scommesso che fossero neri».

           Ho gli occhi azzurri, ma lo sguardo è nero.

 

*     *     *

 

           Nulla che non sia tutto[83]:

           Il pensiero è tutto,

           La poesia è tutto,

           La religione è tutto,

           L’amore è tutto.

           Resta qualcosa di cui valga la pena preoccuparsi o ingombrarsi?

 

           Nulla che non sia tutto.

 

 

 

           9 – Firenze, 1926: seguito

               (Quaderno IX)

 

           Origine religiosa del riso[84].

           Si può contestare la definizione dell’uomo quale «animale ragionevole»[85], considerato ch’è la più folle tra tutte le creature. Ma, senza tema di smentita, lo si può definire come «animale ilare». Infatti, è possibile che le bestie ragionino a loro modo e l’osservazione dei comportamenti pare dimostrarlo, ma nessuna bestia ride[86]. La serietà con cui gioca il micetto è impressionante e la scimmia che tira la coda ad una sua compagna ostenta sempre una mutria da uomo d’affari sull’orlo del fallimento.

           Parliamo dunque di un fenomeno fisico, ma non naturale[87]; unico, anzi unicamente umano. Come si spiega e quale ne è il significato?

           I pochi filosofi che lo hanno preso sul serio abbastanza da cercarne le cause sono giunti a conclusioni contrastanti. Leopardi ha ritenuto si trattasse di «una breve demenza». Un filosofo inglese ha dichiarato: «A sudden glory». E Virgilio osservava: «Risus abundat in ore stultorum»[88].

           Schopenhauer[89] ne addita la causa nell’eventuale divaricazione tra intuizione e ragione e lo interpreta come un rivalersi della natura sulla convenzione. Freud[90] crede di dimostrare, grazie a tutt’una serie di esempi, che è un esplodere in superficie dell’inconscio rimosso. E, quanto a Bergson[91], questi lo interpreta come un processo meccanico, l’effetto del movimento di un oggetto privo di senso e di vita, che pertanto imiterebbe inadeguatamente gli atti dell’intelligenza e della vita (ci si chiede se ne vada inferito che il nostro secolo meccanizzato sia il più divertente in tutto il decorso della storia).

           Ma bando alle elucubrazioni dei ragionatori e concentriamoci sull’uomo che ride. Vediamo se riusciamo a ricavare dall’osservazione dati meno campati per aria.

           Colui che ride divarica le labbra e scopre denti acuminati. Nei suoi occhi cogliamo uno sfavillio demente. La sua voce esce a scatti come il rullio di un tamburo: ha, ha, ha! La sua pancia è scossa da fremiti. Se è in piedi, talvolta saltella, battendo le mani o dandosi manate sulle cosce; se è seduto, sobbalza sulla sedia. Il suo agitarsi festoso contagia la gente che gli sta intorno, poiché chi ride non è mai solo, fa parte di un clan; oppure è il riso stesso a ingenerare un’istantanea complicità, provocando di colpo in ciascuno l’esultanza e la fierezza di appartenere a un clan, nonché un atteggiamento di compiacente disponibilità nei confronti di tutti gli altri membri della congrega.

           Non è tutto. L’allegro girotondo prende di mira una vittima, presente o assente, reale o immaginaria. E il rito – che è come una danza dello scalpo attorno a un palo totemico in cui ciascuno trafigge a turno con la sua freccia il condannato nudo che vi è incatenato – spiega i diversi e contrari aspetti del riso, alcuni dei quali sono stati studiati, ma che nessuno, ad oggi, ha saputo ricondurre ad un’unica matrice comune.

           Consideriamo senza ambagi la tribù dei selvaggi[92]. Guardiamoci dal crederla «allo stato di natura»[93] e di definirla «primitiva»[94]. Grattando e andando indietro di secoli, è certo che a ridosso dell’uomo civile troviamo un selvaggio, ma continuando a grattare troviamo poi un uomo civile alle spalle del selvaggio. È come la faccenda dell’uovo e della gallina: non si sa chi sia nato prima. Con buona probabilità lo stato primordiale ignora tale contrapposizione: la storia di Set, Noè, Abramo, che non erano uomini civili, ma ancor meno dei selvaggi, illustra al meglio la questione.

           Lo stato selvaggio non è più naturale che razionale. La sua legge reprime gli istinti con un rigore tremendo senza che vengano date, né richieste, spiegazioni. La sua logica e la sua morale sono magiche: si tratta della Legge del Tabù.

           Come tutte le religioni, quella del selvaggio s’incentra sulla festa e sul sacrificio. La celebrazione comporta tre atti:

1.      preparazione della festa o sacrificio di purificazione;

2.      sacrificio di glorificazione;

3.      festa vera e propria: giochi e giostre, recite, rappresentazioni e danze tradizionali, banchetto.

           Per non andare fuori argomento, limitiamoci ad occuparci qui del primo atto: l’atto di purificazione.

           Nelle religioni personali, come la nostra, il fedele fa personalmente penitenza per i propri peccati. Ma nelle religioni tribali il popolo si purifica dai suoi peccatori.

           Nell’ottica della legge selvaggia – e quanto rimane di selvaggio ancora nella nostra giustizia e nelle nostre sentenze[95]! – crimine e criminale sono una cosa sola e non ci si libera dell’uno senza sopprimere l’altro. L’Israele biblico è una tribù, e solo parzialmente, semmai, sfugge alla contaminazione dalle tribù vicine; adotta quindi il severo, barbaro, precetto: «cacciate via il colpevole!», dice il Signore[96] e, se il popolo non obbedisce, il castigo ricade su di esso e sui suoi figli… Il male è qualcosa che va eliminato in modo concreto, plateale, preferibilmente cruento e ritualistico, al cospetto degli uomini e degli dei.

           Vi si provvederà alla data opportuna, segnata dagli astri, alla vigilia della festa. E la salutare purificazione sarà essa stessa una festa, un pio tripudio popolare.

           Prima della glorificazione e della comunione nell’offerta e nel sacrificio di quanto abbiamo di più caro, di più bello, di più puro, cioè dell’eroe, viene il sacrificio d’espiazione mediante cui ci disfiamo dell’elemento peggiore, più abominevole: del reo, il quale non ha colpa solo del male commesso, ma altresì della somma di disgrazie che la sua presenza tra di noi ci attira.

           Occorre ora odiarlo «d’un odio totale». Magari è nostro fratello o nostro figlio, il nostro padrone o nostro marito, ma, dato che è destinato all’espiazione, abbiamo il dovere di superare nei suoi riguardi ogni affetto umano, giacché qualsiasi ombra di compassione implicherebbe complicità e una sorta di tradimento. Il minimo accenno al pianto o alla trepidazione ci varrebbero di essere legati con lui e votati al medesimo destino.

           È il tam-tam ad aiutarci a superare la tentazione: ci svuota la testa e ci penetra con i suoi ritmi fin entro i visceri. Il vorticare della folla, gli urli dissonanti e sincopati dell’esecrazione, ci stordiscono. L’ipnosi collettiva non tarderà a trascinarci, emanciparci da sentimento e pensiero, consentirci di partecipare al supplizio sbraitando di piacere[97].

           La crudeltà è una specie di lussuria a rovescio: la vista, e se possibile il contatto con la sofferenza di cui noi non soffriamo e che invece facciamo soffrire a un altro, tramuta in delizia il semplice fatto positivo di essersi tratto personalmente d’impaccio.

           E c’è di più: questo godimento è una redenzione morale, giacché, più al cattivo verranno inferti colpi e piaghe, più il buon giustiziere verrà a sentirsi innocente.

           Ragion per cui è importante che il colpevole sia legato stretto, affinché l’innocente carnefice viva come una ricompensa la meravigliosa libertà delle sue braccia, che manifesterà gesticolando.

           Più importante di tutto è, però, il denudamento. Da questo preliminare la cerimonia prende l’abbrivo. Logicamente la legge esige che il condannato sia spogliato, in quanto l’abito testimonia l’appartenenza alla tribù. Come per il sacrificio di glorificazione l’eroe, oppure la vittima umana o animale che lo surroga, vengono incoronati, adornati di ghirlande e sontuosi paramenti, così le vergogne del reprobo devono essere esposte alla vista di tutti i passanti. Tanto più fieramente, a quello spettacolo, l’uomo onesto scuoterà il pennacchio dell’elmo e le sue armi, che, di tutte le decorazioni di cui si cinge, sono le più belle e significative[98].

           Siffatte festività sono in vigore presso i popoli di tutti i continenti. Costituiscono il loro sistema giudiziario e garantiscono il mantenimento dell’ordine. Non attengono alla preistoria o alla sola antropologia esotica, giacché se ne riconoscono tracce e reviviscenze nei costumi e nelle istituzioni delle civiltà più progredite, nonché nelle reazioni morbose o normali dei nostri contemporanei più raffinati: tra l’altro, nel riso[99].

 

           Ma, prima di tornare ad occuparci del riso, soffermiamoci su un qualcosa di grave e triste di cui non si può tacere, e cioè su ciò che è stata nella storia ed è tutt’oggi la giustizia degli uomini.

           Non dimentichiamo che fino alla fine del Settecento i supplizi erano spettacoli pubblici molto ricercati[100]. Principi, governatori e magistrati vi presiedevano sotto il baldacchino con la frangia dorata. Le persone dabbene invitavano gli amici ad assistervi dai loro balconi imbandierati. La folla batteva i piedi sul selciato, motteggiando, imprecando contro il condannato, eccitando a gran voce e con i gesti l’esecutore della sentenza.

           Ancora oggi, che pur ne siamo ridotti a torturare la gente in segreto, fucilarla, impiccarla o decapitarla in oscuri cortili di carceri, l’esecuzione della pena capitale è inquadrata in qualche modo da un minimo di cerimoniale, quantunque assai tetro[101].

           Accade che un prigioniero tenti di sfuggire alla festa che si preparano a fargli, suicidandosi. Rileviamo, non senza sorpresa, che il regolamento di tutte le prigioni del mondo esige con il massimo rigore che gli siano sottratti gli strumenti per farlo. Non gli si lascia né un temperino, né un ago e neppure i lacci delle scarpe. Qualora, malgrado tutto, ci provi senza riuscirci, si pone ogni zelo a curarlo e rianimarlo al solo scopo di poter ricominciare ad ucciderlo. È un comportamento maniacale di cui quanto detto sopra ha evidenziato la causa eziologica.

           Riconosciamolo, però: l’umanizzazione del regime penitenziario rappresenta uno dei rari progressi morali del nostro secolo[102]. Senonché bastano uno sconvolgimento sociale, una rivoluzione di sinistra o di destra, affinché le moltitudini tornino a inscenare la danza dello scalpo; e le orge giudiziarie moderne sono improntate ad una laidezza, bassezza e volgarità di cui la frenesia rituale dei selvaggi era esente. Il che dimostra che questo archetipo folcloristico non è di pertinenza esclusiva di un lontano passato, né dei pellerossa da western.

 

*     *     *

 

           Ciò che distingue la giurisprudenza moderna rispetto a quella dei selvaggi è che comporta tutta una varietà di remore morali e impedimenti psicopatici.

           Pretende di punire solo i delitti. Ma, perché un delitto sia qualificabile come tale, occorre che chi lo ha commesso sia stato consapevole e abbia agito in base ad una volontà deliberata. E, per assicurarsi che queste condizioni siano soddisfatte, non solo i giudici devono essere dotati di una loro coscienza – il che è raro persino tra i filosofi e i maestri spirituali –, ma, addirittura, devono essere coscienti della coscienza altrui, come solo Iddio può esserlo.

           A questa difficoltà fondamentale si ovvia col ricorrere a qualche professionista della psicologia e, a seconda dei pronunciamenti divinatori del suddetto, si manda la vittima in carcere o in clinica psichiatrica. È opportuno che non si insista oltre con questi scrupoli e queste inezie, perché si rischierebbe di finire col non individuare più alcun colpevole di reati, con conseguenze disastrose per il sistema.

           La giustizia dei selvaggi non si chiede affatto se chi abbia violato il tabù fosse animato da cattive o da buone intenzioni, e se abbia agito perché costrettovi o inavvertitamente. Lo ha fatto e tanto basta: a morte! Anzi, siccome non si è mai certi di avere fatto fuori tutti i peccatori, l’epurazione sarà completata da qualche esorcismo del tipo della maledizione del capro espiatorio, dopo di che si starà finalmente tranquilli.

           È chiaro che la nostra giustizia è molto carente rispetto a quest’ultima e si lascia sfuggire tantissime malefatte. Figurarsi! Sono innumerevoli i passi falsi involontari! Le cantonate, balordaggini, indecenze, incongruità, dimenticanze, i malintesi, le drittate e gli imbrogli che finiscono male, «l’ingegnere che salta per aria con il proprio petardo»[103], le fanfaronate che approdano a flop, l’orgoglioso che scivola su una buccia di banana, l’appuntamento al quale l’amante giunge intrufolandosi quatto quatto nella camera per trovarsi tra le braccia di un energumeno peloso che non è altri che il suo rivale, il gran parlatore che, concionando, s’impappina, l’enfasi che si sgonfia sul più bello, il bugiardo che per sbaglio dice la verità, il ladro derubato e il don Giovanni cornuto… ne trascuro tanti altri, che sono casi anche peggiori![104]

 

           Per fortuna c’è però la giustizia selvaggia che vigila con il suo tam-tam ed è sempre pronta a scatenarsi. Di essa ciascuno, piccolo o grande, cela nella gola la batteria: la risata! La risata vendicatrice, vivace, ballerina, alata, salvatrice che blocca la strada all’assurdo flusso di marea il quale, costantemente, minaccia di sommergere il mondo! che tiene in scacco l’immane orda dei demoni senza capo né coda! Che pungola, caccia quella grossa bestia dell’Apocalisse che si denomina Stupidità!

           Tuttavia non temiamo: la bestia non perirà e i suoi affini più intimi continueranno a stare ottimamente. Non vi saranno feriti, se non nella vanità e nelle pretese, e cioè da nessuna parte reale. E, se si può far «morire di ridicolo», si tratta pur sempre di un’esecuzione tanto per ridere.

           Va anzitutto tenuto conto, infatti, dell’edulcorazione che la legge selvaggia subisce nel lasciare l’originaria foresta per la campagna o per la città. Dal momento che la sua giurisdizione viene a restringersi ai soli mancamenti involontari, fortuiti e pertanto meno gravi, si ha anche, necessariamente, un ridimensionamento della severità delle sue sentenze. I limiti del risibile sono la compassione, il disgusto, l’indignazione, il senso del sacro, la riflessione.

           Non appena il riso oltrepassa la linea gialla e diviene troppo crudele, troppo ingiusto o troppo giusto, esso si autodistrugge ed è proprio chi ride a rendersi ridicolo o odioso. Può essere addirittura perseguito dalla legge per offesa all’onorabilità dei cittadini. La presa in giro deve rimanere amena. Ciò non di meno, gli sberleffi più piccanti sono quelli che rasentano la ferocia, l’oscenità, badando a non tralignare. Ed ecco come la parola «malizia» ha smesso di significare malvagità per approdare al senso di arguta astuzia.

 

*     *     *

 

           Torniamo a considerare uno per uno i limiti del riso e spieghiamoli in base alla danza dello scalpo.

           Compassione. È, come già abbiamo visto, la tentazione più forte dell’aguzzino danzante, che la supera grazie all’ebbrezza del ritmo. Tuttavia, affinché il riso, sopravvivenza attenuata e incivilita  dell’atroce festa, si dispieghi in piena libertà, occorre che svanisca totalmente la compassione, la quale spegne il riso come l’acqua il fuoco. Pertanto si ride di colui che, messo un piede in fallo, cade sul sedere, ma, se ci si accorge che si è rotta una gamba, i visi si rannuvolano e ci si precipita a soccorrerlo. Non si ride – per lo meno, non più oggigiorno – di un nano, di un gobbo o di uno storpio, però si ride di un imbecille, che è un nano, un gobbo e uno storpio mentale. Non si ride di un cieco, giacché vediamo che non vede e ne siamo afflitti; ma si ride di un sordo in quanto non sentiamo ch’è sordo, bensì solo che risponde a sproposito. Per cui il sordo è più bistrattato (in chiave tribale) del cieco.

           Disgusto. Infatti sappiamo che il denudamento è il necessario preludio al rito espiatorio. Il condannato dev’essere degradato, umiliato, avvilito, ma non bisogna esagerare tanto da provocare nell’assistenza ribrezzo e indignazione.

           Indignazione. Interromperebbe la sollazzevole gazzarra, determinando una rivolta che libererebbe la vittima e si ritorcerebbe contro i carnefici. Il riso deve reprimere le infrazioni di poco conto, gli scandali minori, non certo trasgredire i tabù e creare scandalo. Lungi dal rappresentare – come taluni l’hanno sostenuto[105] – una rivalsa della natura contro le convenzioni, esso serve in modo rigoroso e vigile il pregiudizio sociale e bacchetta senza pietà la natura quando questa si scopre, mentre la buona creanza vuole che rimanga nascosta.

           Senso del sacro: cioè, senso dei tabù in vigore. «Sacro» è l’equivalente latino di «tabù» e significa ciò che non si tocca, se non si vuol essere fulminati dalle potenze sovrannaturali. Ridere del sacro, è affrontarlo con conseguenze letali. Per i credenti inorriditi, si tratta di una bestemmia che merita la morte[106]. Le bestemmie abbondano e divengono abitudinarie nelle epoche di decadenza. Vi si ride di tutto quanto riempiva d’ammirazione e terrificava gli antenati, della loro fede che pur è il basamento su cui si è costruita la civiltà attuale. I decadenti, tra gli altri vizi, coltivano quello che consiste nel ridersela di tutto. Le civiltà muoiono dal gran ridere.

           Riflessione. Il ridere attiene ad uno stato psicologico pre-logico, pre-morale: la riflessione lo ricaccia in gola e lo distrugge alla radice[107]. Certamente il ruolo utile del riso è di contrastare la sciocchezza e la sbadataggine, ma come giudicare di queste ultime a prescindere dalla riflessione? Inoltre il ruolo utile in parola è gestito generalmente da tutti e, dato che la sciocchezza è la cosa meglio ripartita al mondo[108], il riso diviene spesso festa trionfale della sciocchezza e della sbadataggine dei più e un oltraggio gratuito a tutto quanto esce dall’ordinario. Accade che esso perseguiti ciò che è sublime, originale, profondo, quantunque per sbaglio, dacché i suoi bersagli autentici sono l’orgoglio, la stravaganza, il ciarlatanismo, la presunzione, l’enfasi, l’ipocrisia[109]. Ne spia il manifestarsi e non li lascia sfuggire. Spiana, sgonfia, smaschera, mette a nudo.

 

           Tali sono i limiti universali del riso, inerenti alla sua natura.

           Soffermiamoci ora sui suoi limiti occasionali, derivanti dal carattere tribale, dalla varietà delle tribù e dalle frontiere mentali e morali che le separano, nonché dal variare di ciascuna nel decorso del tempo.

           Le nostre società civili sono un tessuto a trama fitta di clan posti in essere dalla storia o dagli eventi o che si costituiscono spontaneamente, cerchi concentrici intersecati da altri come i cerchi nell’acqua di un lago in cui piovono sassi. Vere increspature sull’acqua, perché prive di giustificazione nel sangue e di struttura patriarcale.

           Accanto a quelle grandi delle nazioni, delle confessioni, dei mestieri, delle caste, dei partiti, delle scuole, delle accademie, sorgono tutti i giorni cerchie minori in base a passioni comuni: per la caccia, le carte da gioco, gli scacchi; l’equitazione, il pallone aerostatico, la barca a vela; i dibattiti d’idee o l’amore delle arti; l’aperitivo al bar degli Amici. E si tratta pur sempre di clan. Niente somiglia più a un capo dei moicani, a un cacicco del Perù, che un lord inglese con il suo monocolo. Il circolo in cui si reca ogni sera vestito di tutto punto per giocare a bridge non si presenta certo come un accampamento di pellerossa, ma gli estremi si toccano e non sono io a riscontrare l’analogia, l’interessato stesso la fa valere, tanto è vero che denomina il circolo: «club». La parola significa mazza o bastone di comando del capotribù[110]. È un vocabolo squisitamente britannico, che non ha equivalente nelle altre lingue e viene ripreso tale e quale in tutti i paesi civili.

           Caratteristica peculiare del clan dei paesi civili è che vi si ride sempre delle stesse cose e delle stesse persone e che vi si evita rigorosamente di ridere di ciò che diverte i clan estranei o d’ordine inferiore. Ciò che suscita il buon umore nei cortili dei cascinali o al rancio nelle caserme fa arricciare il naso agli incliti ospiti della contessa. L’ora del tè in porcellane cinesi non si addice alle barzellette a base di formaggi e piedi che puzzano.

           Le storielle che suscitano l’ilarità del parigino lasciano interdetti gli indù. Lo humour inglese è intraducibile in spagnolo, come pure lo spirito francese in tedesco. Quanto alle comiche del cinema americano, mi ispirano solo pietà nei confronti di coloro che se ne divertono[111].

 

           Barriere vistose separano tra loro le epoche, le classi, i paesi, in funzione dell’affinarsi dei comportamenti e dei costumi, dell’affievolirsi del sentimento religioso, dell’accrescersi della compassione umana e dell’evolversi dell’opinione.

           Le empietà facete di Aristofane non sarebbero state tollerate due secoli prima[112], quelle del Voltaire l’avrebbero condotto al rogo sulla piazza pubblica nel medioevo. I buffoni, i gobbi, i nani che divertivano le corti di un tempo ci ispirerebbero, oggi, mesta avversione. Gli scherzi dei cosacchi e dei tartari ci riempirebbero di indignato orrore. L’imposizione della corona di spine, beffa da corpo di guardia, non sembra divertente a nessuno oggi, civile o militare che sia. I racconti a base di matrigne e di mariti traditi, che facevano schiantare dal ridere i nostri bravi nonni, non dicono più nulla alle nuove generazioni.

           Vi sono motivi d’ilarità che hanno corso solo tra una ventina di persone durante una o due settimane.

           Per l’autore e i suoi lettori dell’epoca, il Don Chisciotte[113] era una satira incredibilmente esilarante. Se ancora al giorno d’oggi lo giudichiamo un capolavoro, non è perché continui a divertirci, bensì, all’incontrario, perché lo abbiamo drammatizzato, romanticizzato, magnificato, perché abbiamo trasformato i suoi personaggi in figure leggendarie e la vicenda narrata in un monumento alla grandezza della Spagna del secolo aureo[114] e, sfogliandolo, più che leggere le lunghe e pesanti pagine del testo classico, ne ammiriamo le illustrazioni.

           Ogni salotto è il ritrovo di un clan o il campo di battaglia in cui si affrontano più clan. Va da sé che, ufficialmente o meno, il capoclan è il brillante oratore attorno al quale si fa cerchio a bocca aperta, pronti a ridere dei suoi lazzi, delle sue repliche sagacemente formulate, dell’arte di cui fa mostra di spogliare e mettere al palo il rivale. Si ride spontaneamente perché ci si diverte, ma con cautela tuttavia, in quanto vi è il rischio di essere, a nostra volta, esclusi e presi di mira.

           E tu, ragazzo mio, assesta la cravatta, abbottona per bene i pantaloni, poggia saldamente i piedi sulle lastre levigate e sui parquet scivolosi delle dimore signorili, evita i passi falsi nell’incedere, nel ballare, nel discorrere e nelle risa che sono le giravolte del discorrere. Stai bene attento a mostrarti disinvolto, spensierato, gioviale. Ridi con tutti, anche se non capisci. Ogni clan ha le sue facezie obbligate e i suoi tabù irrazionali. È uomo di spirito colui che non oltrepassa mai i confini della decenza, perché li intuisce; è uomo di mondo colui che conosce per esperienza detti confini e se ne avvale a suo pro grazie alla spigliatezza acquisita con l’abitudine. Tu, ridi con gli altri comunque sia. Anche quando ridano di te, soffoca di rabbia e di vergogna in cuor tuo se vuoi, ma ridi e replica ridendo per deviare gli strali. Sorpàssati e ridi di te stesso con loro: fai come la lucertola che si stacca la coda, abbandonando solo la parte meno vitale di sé ai denti dell’aggressore. Se smetti di ridere, ti estranierai dalla comunità e ti costerà la testa!

 

           Ho affermato più su che il riso è in pratica un simulacro di supplizio, o piuttosto di danza attorno a un supplizio immaginario, esente da sevizie fisiche. Però, è solo un aspetto della questione. Rileviamo che ingenera una spaccatura totale tra coloro che ridono e la loro vittima. Rispetto, amicizia, affetto vanno in pezzi. Una risata di disprezzo offende più di una scarica d’improperi lasciata andare in un accesso di rabbia. Un tempo suscitava duelli con effusione di vero sangue.

           Essere lo zimbello dei suoi è un’autentica disgrazia per un uomo onesto. Non di rado si preferisce la morte a questa tortura ricreativa e surrettizia.

           A chi non è mai capitato di trovarsi in una situazione ridicola o di esservi posto dal malanimo altrui? Tutta la vita ci si ricorda di evenienze simili. Senonché ci sono persone che attirano le prese in giro e le vessazioni non accidentalmente, bensì proprio per le loro caratteristiche. I loro modi, i loro difetti o il loro genio ve li espongono in continuazione. È una delle forme più sconfortanti della desolazione.

 

           Ma, se è così crudele per natura, come si spiega che il riso venga associato per lo più alla gioia, al buon umore e alla cordialità?

           La danza dello scalpo aveva anche il suo lato ameno: era un invito a tutti i fratelli affinché partecipassero al girotondo. Poi, quando da rito penitenziale si è trasformata in reazione dell’istinto sociale nei singoli individui, l’aspetto di ostilità nei confronti della vittima si è venuto attenuando a vantaggio della cordialità verso i fratelli. I castighi sono divenuti sempre meno penosi, meno corporali, meno reali, e la vittima è divenuta sempre più fittizia.

           Alla persona reale si sostituisce un personaggio mascherato, un animale vestito da persona, un pupazzo, un burattino, un automa. Quindi subentrano fantocci astratti, combinazioni di parole e di concetti. Ed ecco che l’ordalia barbara si trasforma in gioco intellettuale, puro ed esente da qualsiasi cattiveria.

           Il riso si è fatto riflesso, ma riflesso dell’animale socievole e ragionevole. Sta all’intelligenza come lo starnuto al respiro: è un prurito della ragione che induce una piccola esplosione tendente ad espellerne la causa, donde l’espressione: «scoppio di risa». La causa di quel pizzicore è come un granellino di polvere nel circuito, una leggera infrazione altrui alle regole del costume o irregolarità nel filo del discorso.

           Siccome, tuttavia, il solletichio è di per sé gradevole, non ci si accontenta delle occasioni fornite dagli incontri, si provocano, ed è così che ridere e far ridere divengono un gioco e in definitiva un’arte.

 

           Del gioco, il ridere ha la funzione, il carattere e i limiti.

           La funzione del gioco nel nostro mondo è di tornare ad immergere l’uomo civile in un lavacro di barbarie, di sottrarlo alle preoccupazioni, ai conteggi, agli impegni, agli obblighi, come pure alle passioni e alla noia, e di offrire uno sfogo inoffensivo alla sua aggressività oltremodo compressa.

           Caratteristica peculiare e limite del gioco e del ridere è la superficialità. Non appena abbandonano la superficie, gioco e riso colano a picco e annegano. Superficiale e momentaneo è il piacere che procurano, superficiale e momentanea la cordialità dei giocatori e di coloro che ridono. Si è persa brevemente la testa insieme, ci si perde di vista quando ci si separa.

           Il più semplice dei giochi è il dimenarsi. Il riso è un modo come un altro per liberarsi di un eccesso di vitalità. Si ride senza motivo e ci si eccita, ridendo, quando si è in buona compagnia. Non si ride gli uni degli altri, si ride insieme. È la schietta e sana giovialità della gente di poco cervello, la forma più innocente del riso[115].

           A un livello al di sopra di questo folleggiare puerile si situano i giochi veri e propri, che sono attività volute e organizzate alla stregua del lavoro e, come il lavoro, implicano forza, abilità, astuzia, si avvalgono di strumenti, obbediscono a specifiche regole, prevedono rilassamento e pause a seguito di intensi momenti di concentrazione, ma attività gratuite senza altro scopo che il piacere, né altro risultato che quello di sviluppare facoltà latenti.

           Ci sono anzitutto i giochi figurati, che danno corpo alla fantasia: bambole, giocattoli, travestimenti, spettacoli, fantasmagorie che ingenerano la gradevole sensazione di sfuggire alla realtà.

           Ma il gioco del riso consiste nel far leva sulla finzione per riportare bruscamente alla realtà, e al lato più meschino di essa: mascherate, smorfie, mimiche triviali; lo scimpanzé in doppiopetto che fuma il sigaro e la bertuccia in abito da sposa. Il riso fa lo sgambetto al sogno e, con un astratto capitombolo, lo punisce dell’aver creduto di volare. È il potente demistificatore degli infingimenti sentimentali e di qualsiasi pretesa di uscire dal seminato.

           I giochi d’azzardo non sono affatto spassosi, ma vi si ricorre volontariamente al caso affinché esso decida dell’esito. D’altro canto, non vi sono vicende comiche in cui non intervenga fuori tempo e a sproposito il caso, e il riso ci punisce dell’aver creduto di poter pilotare o, quanto meno, prevedere il destino.

           I giochi di competizione e di combattimento mirano a compensare l’eccessiva e troppo duratura gentilezza dimostrata dall’uomo ipercivile nei suoi rapporti umani. Vi si gioca ad armi pari l’uno contro l’altro, tra individui o tra squadre: com’è giusto che sia, vince il più forte, il che è tutt’altro che divertente. Tuttavia il riso è un gioco speciale: gioca alla giustizia e si fa gioco della giustizia. Non abbiamo una simulazione di combattimento, bensì un simulacro di condanna. Vi necessita una vittima umana e, se i pregiudizi in auge non la forniscono, se ne inventa una designando un tizio qualunque, un passante, o, al limite, un compagno. Gli si farà uno scherzo, lo si ridicolizzerà, gli si costruirà attorno una buffonata. Intendiamoci, non abbiamo alcunché da rimproverargli e baderemo a nuocergli il meno possibile. Ci vogliamo solo divertire a sue spese. Non ha fatto nulla di male, neppure involontariamente, ma poco importa: saremo noi a fargli compiere uno sbaglio involontario e già ci accingiamo a preparargli il corrispondente castigo.

           Come si può provare piacere a procurare ad altri un’improvvisata spiacevole? Ecco un quesito cui non è in grado di rispondere la logica di Aristotele, né l’etica di Spinoza, l’una e l’altra troppo ragionevoli. Ma il tam-tam dei selvaggi e il suo riecheggiare dilacerato e confuso dalle pareti dei convitti e delle caserme ci consente d’intuire qualcosa in merito.

           Esistono farse feroci dalle quali il malcapitato esce fradicio, coperto di fango e di lordure, bastonato e azzoppato. In italiano «farsa» si dice «beffa»[116], e «beffa» non sta ad indicare una birbonata da ragazzini. Più che di un passatempo sotto forma d’imboscata, si tratta di una vendetta con il pretesto del passatempo. Constatazione che ci riconduce con maggiore evidenza alla fondamentale matrice barbara.

 

           Dalla farsa si passa alla buffonata. Il buffone è colui che si offre quale oggetto volontario di scherno. Tale si offre, ma sotto false spoglie, celato sotto trucchi e stravaganti capi di vestiario che suscitano e attirano l’ilarità, mentre il protagonista, quanto a lui, rimane indenne, perché non ci si può burlare di chi faccia ridere apposta, visto che il riso ha giurisdizione solo sulla dimensione dell’involontario. Gli siamo grati di farci divertire, ammiriamo le sue trovate e i suoi lazzi, attraverso lui ci facciamo beffe di coloro che gli somigliano senza volerlo, né saperlo.

           Il buffone eccelle nel moltiplicare i colpi a vuoto, nel fare cilecca con straordinaria destrezza e nel rispondere imperterrito a sproposito, con azzeccati doppi sensi. Pratica anche l’arte di prendere ceffoni, così riproponendo l’archetipo del rito dimenticato.

 

           Il vocabolo «buffone» evoca un che di gonfio, enfiato, straboccante. Il buffone è pieno di vuoto, è di per sé vuoto come un pallone. Come il pallone è fatto per esser preso a calci e più gli si affibbiano pedate, più rimbalza e si prodiga in estrosi lazzi.

           Rintraccio la medesima valenza semantica nella parola «commedia», basata sul greco oidav = gonfio. Una cosa gonfia è voluminosa, ma piena solo d’aria. Basta una puntura di spillo perché si raggrinzisca ed appiattisca con un fischio simile a un riso soffocato.

           (… È solo l’assuefazione a impedirci di notare quanto l’intitolazione Divina Commedia poco si addica al poema dell’aldilà riguardo al quale a nessuno può scappare da ridere, neppure agli angeli. Mi spiego la scelta del titolo con il fatto che Dante ignorava il greco e forse pensò al latino comes, compagno di strada. Prese, insomma, «commedia» nel senso di guida attraverso i tre mondi verso un epilogo felice, com’è di norma in ogni commedia…)[117].

           Tutti questi richiami all’enfiatura ben illustrano come i bersagli preferiti del riso siano l’orgoglio, la vanità, l’enfasi, la presunzione e l’ipocrisia[118]. Compito precipuo del riso è di bucare loro il culo e di sgonfiarli.

           Stando a una nota sentenza latina, il ruolo della commedia sarebbe di «castigare i costumi, grazie al riso»[119]. Dubito che ci si migliori sotto il profilo morale andando a ridere in teatro. Non vi è chi, applaudendo il Malato immaginario, sia guarito dal male di credere nella medicina e mai lo spettacolo del Tartuffe ha convertito alcun falso devoto[120]. E ciò per la buona ragione che, nel personaggio il quale più ci somiglia, crediamo riconoscere – con infallibile perspicacia – il nostro vicino, per cui, massimamente soddisfatti per le sue disavventure, ce ne usciamo a dire: «bene, benone!», e battiamo le mani.

           Nelle migliori commedie la «virtù» non è sempre premiata, né il «vizio» è sempre punito. Sarebbe troppo semplice, intendo dire troppo ragionevole. E, se talvolta ciò avviene, non è per via della giustizia umana, bensì grazie alle ingiustizie del caso.

 

          Esiste poi anche la commedia in versione ridotta, quella dei piccoli, di Guignol[121]. Il nome ne è sinistro anzi che no. «Ghigna»[122] significa sguardo malefico, malocchio, mala fortuna. Guignol è un povero disgraziato costantemente a rischio di farsi picchiare da tutti e, soprattutto, dal gendarme. Però finisce col riuscire ad aizzare i burattini più antichi gli uni contro gli altri e a far pestare il gendarme. Le randellate piovono e regolarmente i bambini strepitano di gioia e battono le mani. In loro riemerge il giustiziere danzante dei primordi.

           Non meno sinistro è il significato del francese «drôlerie», per buffonata. Infatti «drôle»[123] vuol dire demone. È il troll delle brughiere nordiche[124]. In epoca classica[125] il termine, usato in funzione sostantivale, ha conservato il suo senso demonico: un tipo singolare, anomalo, tende ad essere un cattivo soggetto, un criminale, un avanzo di galera. Se, in ragione della sua natura demoniaca[126], il viaggiatore preferisce non incontrarlo nella landa sotto la luna, il troll è però piuttosto un demonietto birichino e capriccioso come i korrigan[127], gli elfi e le fate (dal nome fatale), ed ecco come «drôle» finisce col significare «divertente».

           D’altronde, anche il diavolo si è evoluto a questo stesso modo. Lo Spirito del Male perde tutta la sua abissale e ardente maestà nel ridursi alla dimensione di quei «bravi diavoletti» che non sono altro che i nostri bambini turbolenti quanto inoffensivi e, insomma, spassosi. Il loro fare il diavolo a quattro non è cosa seria. Senonché, come ben si sa, Satana in persona, in tutto il suo orrore, ride e ridacchia e il ghigno diabolico è il segno di riconoscimento dei suoi scherani umani. Va da sé, poiché egli è il grande tormentatore e nel contempo lo straordinario burlone, colui che «si getta attraverso» (significato del greco dia-ballo) e ci fa inciampare. Ci acchiappa e ci punzecchia spesso per alimentare un riso che non si spegne[128].

 

           Il riso del folle è affine al riso diabolico. Fa venire i brividi e provoca sbigottimento, perché il folle ride da solo attorniato da demoni e fantasmi.

           In italiano il folle è detto «pazzo», vocabolo che implica passione e sofferenza. Ma si può ridere solo della follia di chi pazzo non sia. Ridere di un vero pazzo è da sciocchi. Invece, ci si può raccontare barzellette di pazzi e riderne, come anche barzellette di ubriachi in cui le frasi più assurde si combinino in una parvenza di logica, meri divertimenti della ragione che fanno in toto astrazione dei drammi del degrado.

 

           Che dire del fou-rire? Ordinato a castigare gli atti involontari reputati socialmente sconvenienti, accade però che il riso divenga esso stesso un atto socialmente scorretto e si tramuti in una specie di tortura per il soggetto.

           Il fou-rire, per scatenarsi, necessita di circostanze particolarmente solenni: cerimonie religiose, ricevimenti a corte, semmai funerali pomposi. Prende come un banale incendio, provocato da un corto circuito. Un leggero disguido nel rituale oppure un difettuccio nel discorso dell’oratore lascia indifferente l’assistenza compassata, che neppure se ne accorge; ma subito in un gruppetto di astanti ci si comincia a contorcere, a piegare in due, a prendere la testa tra le mani. Che succede? Le schiene sussultano, le sedie scricchiolano e talvolta sfugge ai poveretti come un gemito. Rattengono un accesso di tosse? Dei singhiozzi? Eh no! Orsù: i vicini li fulminano con gli sguardi, il servizio d’ordine si appresta a buttarli fuori… Il meglio è precipitarsi fuori da soli e andarsene a ridere a crepapelle all’esterno. Si corre verso l’uscita come l’assetato ad una fontana… ma, non appena varcata la soglia, più nulla! Non si ride neppure un po’. Non c’era nulla da ridere, ce l’abbiamo con noi stessi per esserci comportati in modo tanto sciocco. Rientriamo e, neanche a farlo apposta, siamo di nuovo coinvolti dalla ridarella contagiosa dei vicini.

 

           A parte il ridere offensivo, vi è anche un ridere difensivo: quello delle ragazzine timide imbarazzate dalla loro femminilità incipiente. La paura di apparire ridicole in un mondo al quale si affacciano con l’ambizione di piacere le sprona a giocare d’anticipo. Ridono in continuazione e lanciano sguardi apprensivi di qua e di là, esalando un intenso sentore di ascelle.

           E qual è il rapporto tra ciò che ho fin qui esposto e il riso da solletico? Nessuno: né con il senso originale del ridere, né con la comicità e l’allegria. Perché si tratta di un riso ingannevole, forzato, estorto, difensivo, o piuttosto repulsivo, quasi doloroso. Il patimento dei nervi esasperati si aggrappa al meccanismo del ridere e si sfoga facendo: ha! ha! Se il disagio fosse meno superficiale e confuso, griderebbe: aih! aih!

           Il riso isterico è imputabile a una disfunzione analoga, provocata però da una stimolazione dall’interno.

           Vi sono, infine, persone che ridono falso, così come si può cantare falso. Chiarite voi come ciò avvenga, se ne siete capaci!

 

           All’estremo opposto del sogghigno diabolico, del riso folle o falso, si situa il riso ingenuo del fanciullo, ed è questa la specie di riso che risulta più arduo connettere alle origini cruente additate.

           Il fanciullo ride per un niente, come piange e strilla senza apparente motivo e vi è senz’altro, in queste chiassose esternazioni, una parte di sfogo fisico e di gioco, cioè un’esercitazione a vuoto di facoltà che diverranno funzionali solo più tardi. È così innocente il gattino che strapazza un foglio accartocciato, ma sta provando gli artigli che saranno fatali domani alle sue prede.

           C’è di più. Quando diciamo che il fanciullo ride senza motivo, è quasi sempre in quanto il vero motivo ci sfugge. Infatti, la causa scatenante del riso è l’inconsueto, che si tende a respingere. Ma l’ambito delle consuetudini del fanciullo è assai limitato e il fanciullo medesimo ne è molto dipendente. Che ricca messe di spunti da ridere devono rappresentare per lui le gesticolazioni dei grandi!

           A sua volta il fanciullo ci fa ridere, ci ispira un riso benevolo e talvolta commosso. Un riso, o piuttosto un sorriso (e il sorriso è un’altra cosa, a mezza strada tra il riso e il bacio). Le uscite dei bimbi ci fanno ridere, non tanto dei bimbi, quanto del nostro mondo complicato di cui il fanciullo, con la freschezza del suo occhio e dei suoi apprezzamenti, ci rivela d’improvviso le assurdità.

           Divertono poi sempre gli adulti le osservazioni e gli stupori dei bambini a proposito di un segreto di cui non possiedono la chiave interpretativa: quello dell’accoppiamento.

 

           Eccoci, dunque, indotti a parlare dei rapporti del riso con l’eros; nonché del valore erotico del riso[129].

           Rapporti piuttosto ostili. Eros è un dio nudo, ed è in ciò che si espone al riso. Quando, come e perché ridiamo della nudità? Perché il denudamento è il primo atto del castigo dei selvaggi, l’atto degradante che riduce il condannato al rango delle bestie e lo esclude dalla comunione degli uomini. L’essere umano che viene a trovarsi nudo in mezzo ai suoi simili vestiti sprofonda nella vergogna e nell’imbarazzo (che tormento!)[130] e provoca l’ilarità dell’assistenza.

           Non ci mostriamo nudi se non per un disguido, o perché veniamo sorpresi in un momento d’intimità che non dovrebbe riguardare nessuno. Come di norma, il riso dei presenti penalizza questo nostro svarione involontario e inoffensivo.

           Con cautela ancor maggiore le coppie legittime, e più che mai quelle illegittime, nascondono i loro rapporti amorosi. Sarebbe sollazzevole sorprenderle in flagrante, ma non è facile. Ci si rifà coll’immaginazione, ed ecco donde proviene il carattere piccante delle storie salaci.

           Il riso è dunque nemico di Eros, il suo persecutore accanito e subdolo. Comunque il deuccio sfida il diavoletto e gioca con lui al più furbo.

           Il riso è un’arma di seduzione efficace e, per altro verso, un mezzo per disinnescare le resistenze. È altresì un mezzo di difesa alquanto stimolante.

           Rompe il ghiaccio, come si suol dire. Ridere insieme è un modo per ammettere che si appartiene alla stessa congrega e che, pertanto, ci si deve aiutare a vicenda e che forse ci si può abbracciare e prendere per la vita[131].

           I sussulti delle risa nel corpo desiderato attizzano ancor più la bramosia e inducono a supporre che sia stato innescato un processo di eccitazione.

           Inoltre, il riso mette in moto la bocca e la lingua che sono organi sessuali secondari, come pure la voce.

           Riso e sorriso si confondono e ambedue scoprono i denti, per segnalare da un lato che si è capaci di mordere, per annunciare dall’altro che ci si vorrebbe mangiare vivi a vicenda e suggerire che il bacio potrebbe rappresentare il più delizioso modo per divorarsi senza morire.

           Ma, non appena Eros è saltato sulla preda, il riso ricade come si rompe un vetro, perché gli scoppi di risa e gli spasimi della voluttà non possono coesistere. E l’orgasmo ha semmai più a che fare con i tormenti dell’agonia[132].

 

           Un altro motivo per celare la nudità è da ravvisare nella realtà della funzione escretiva. Se la cacca, cosa schifosa tra tutte, fa tanto ridere, è in quanto fornisce un’immagine concreta del peccato.

           Come per peccare, così tutti si nascondono per fare la cacca, tutti sanno che gli altri pure la fanno e si nascondono per farla. Questo gioco a nascondino tra adulti fa pensare all’ipocrisia che ricopre l’intero nostro mondo morale.

           D’altra parte accade sempre che si venga poi colti sul fatto, nell’effettiva realtà, a parole o in immagine. Ha! ha! e il tam-tam del castigo si mette a rullare con infallibile iniquità… Però, prima di tutto non è un peccato! E, se lo è, coloro che mi puniscono non ne sono più esenti di quanto ne possa essere io! Ecco ancora una somiglianza con il peccato, nonché con il fatto dei peccatori che giudicano altri peccatori.

 

           «Il riso, vendetta della natura sulla convenzione», ha detto qualcuno...[133]

           A questo proposito mi ricordo di una gita in campagna in Inghilterra. Eravamo un’allegra brigata di ragazzi e c’era con noi una bella bionda con un lungo vestito bianco e un grande cappello adornato di nastri rosa che chiamavamo «la regina». Dopo aver viaggiato alcune ore parcheggiammo le macchine lungo la strada e ci sparpagliammo nei prati per sgranchire le gambe.

           D’un tratto da uno dei gruppi di ragazzi si udì gridare: «guardate la regina!», e ridevano come matti. Girai la testa e la vidi di schiena, accanto a un cespuglio, con l’ampio cappello infiocchettato, accoccolata non su un trono, bensì nel vuoto, e, sotto la frangia vaporosa della sottoveste sgualcita, un gran bel pezzo di culo bianco e rosa.

           Il ridere a crepapelle dei ragazzi era forse inteso a vendicare la natura[134]?

           Se colui che aveva richiamato l’attenzione generale sul caso fosse stato solo, non avrebbe potuto né alzare la voce, né ridere. Per ridere della nudità di Noè, Cam dovette chiamare a raccolta i fratelli[135].

 

           È vero che talvolta il riso accompagna una vendetta, ma di persona contro persona o di gruppo contro gruppo. La predilezione del volgo per le facezie disgustose e per il linguaggio sboccato implica una rivalsa: gli umiliati prendono gusto a ricordare sempre il comune asservimento alle leggi naturali, che rende tutti gli esseri umani uguali nonostante la pomposità dispiegata dai potenti e dai ricchi per farsi passare per degli dèi.

           D’altronde, i filosofi e i predicatori ricavano la stessa lezione dall’eguaglianza di fronte alla morte.

           Però, se il popolo preferisce l’immagine che fa ridere a quella che mette paura, è senz’altro a causa del carattere giustiziale del riso.

 

           Sì, il riso è contrario alla naturalezza, contrario all’essenzialità. Nonostante la sua origine rituale, è contrario alla religione quanto il sabba delle streghe[136].

           Non si può contemporaneamente ridere e pregare, ridere e meditare. È assai difficile ridere e rimanere caritatevole, impossibile venerare qualcuno e contestualmente riderne[137].

           «Guai a voi che ridete!», ha detto il Cristo (Luca, 6. 25)[138].

           «Che festa, quali risate (sono possibili) allorché il mondo è in fiamme?!», chiede il Buddha.

           Non sono mai esistiti santi tristi, ha notato qualcuno[139]. Ma non ci sono neppure mai stati santi ilari. La gioia dei santi non ha parte in questo altalenare[140].

           Solo alcuni saggi cinesi si sono avvalsi del riso come esercizio di rilassamento e distacco onde spezzare, con la sua bordata, il meccanismo mentale del ragionamento e provocare la reazione spirituale come la percossa dei maestri dello zen con il bastone[141].

 

           «Come ridere ed essere sublime?!», esclama Nietzsche.

           Vi sono risate eroiche, come ve ne sono di volgari, di vili e di blasfeme.

           Presentarsi inerme dinanzi al tiranno e ridergli in faccia è un atto sublime comparabile alla frantumazione degli idoli da parte dei martiri.

 

           Si racconta che Kléber[142] si lanciava nella mischia alla testa della sua cavalleria dando in una risata fragorosa che pareva il segnale d’attacco di una tromba.

 

           Omero, in un celebre brano, evoca il riso degli dèi.

           Vulcano[143], lo zoppo, il fabbro nero di fumo, il marito tradito – non senza motivo – dalla troppo avvenente consorte, irrompe nel bel mezzo del banchetto olimpico e il riso degli dèi, regolatori luminosi dell’universo, serve, al di là della sua flagrante, celeste, ingiustizia, a ripristinare l’armonia turbata dalla sordida e troppo umana vicenda[144].

           Anche il Dio della Bibbia se la ride, talvolta. Ride dei malvagi che «scavano una buca e vi cadono dentro»[145]. Ride dei potenti «che depone dai loro troni»[146] (li ghermisce tali e quali per la collottola, con le ginocchia ancora piegate in posizione seduta e li lascia poi delicatamente scivolare nella polvere).

 

           La Commedia, ossia arte per ridere, si oppone alla Tragedia[147] e, così facendo, si pone sul piedistallo della grande arte. Ma come parlare di grande arte, se la commedia è negazione di qualsiasi grandezza[148]?

           La Tragedia celebra la gloria e il destino dell’eroe[149]. Mette in scena esclusivamente dèi e re[150], grandi azioni e grandi passioni che ci trasportano in tempi leggendari[151]. Invece la Commedia si occupa della piccola gente che s’incontra in strada o si può visitare a domicilio, delle loro meschine contese, dei loro sciocchi pregiudizi, delle loro intempestive imprese, dei loro intrallazzi fallimentari[152] e – unico elemento di grandiosità – della smisurata felicità di due piccoli innamorati nel finale.

           Già, però il valore dell’opera non dipende da quello dell’argomento. La bellezza del quadro non è dovuta a quella del modello, bensì al talento del pittore. Il fiore, per produrre il suo prezioso profumo, non ha bisogno che lo si nutra con un letame profumato. È alla mediocrità del quotidiano che la Commedia attinge la propria immortale grandezza.

           Tragedia e Commedia: per capire le ragioni della loro complementarità occorre risalire alle origini e constatare come la seconda costituisca la necessaria preparazione della prima, in quanto è normale che il sacrificio di purificazione e di espiazione preceda il sacrificio di glorificazione e comunione. Sono le due facce della festa primordiale[153].

 

*     *     *

 

           «Se vuoi scoprire la verità circa una data cosa – consiglia Isidoro di Siviglia – chiediti quale sia l’origine del vocabolo che la rappresenta, giacché la sua verità si cela nel significato originale di esso». E aggiunge (espediente ingegnoso per palliare alla mancanza d’erudizione): «Se la ignori, inventala a bella posta»[154].

           Affidiamoci al metodo da lui raccomandato[155]. Appoggiamoci alla scienza etimologica vera o immaginaria e facciamo in modo che, qualora non sia vera, sia però almeno «ben trovata», opportuna e spiritosa[156].

 

           Cominciamo col considerare i vocaboli piacente e piacevolezza[157]. Di quale piacere si tratta? Anzitutto di quello di sentirsi uomo e superiore a tutti gli altri esseri della natura, visto che solo l’essere umano sa ridere. Poi di quello di sentirsi tra fratelli, il che conforta e rassicura l’animale socievole. Di quello di sentirsi intelligente in quanto capace di esprimere un giudizio sulla sciocchezza altrui. Di quello di confermarsi giustificato: dalla parte giusta, dalla parte degli onesti costumi, delle buone maniere e del buon senso. Ma soprattutto del piacere di una festa inebriante, quantunque di breve durata, che ti proietta fuori da te.

 

           Il francese amusant deriva da un «musus»[158] del basso latino e di incerta origine, a quanto affermano gli etimologi. È possibile che la parola provenga da «mus» (= topo) e che abbia cominciato col riferirsi al naso a punta del topo, per poi estendersi alla testa di tutti i quadrupedi e dei pesci.

           «Amuser»[159] vuol dire starsene con il muso all’aria o, forse, indossare un muso d’animale o di diavolo[160]. È a quest’ultimo senso, comunque, che va riconnesso marmousets: bimbi mascherati da diavoletti per la sfilata di carnevale (Mar è il nome del diavolo nella tradizione buddista e, nelle nostre lingue, la voce riaffiora ad esempio in cauchemar, da intendersi come demonio del giaciglio[161]).

               À marmousets et Marions

               Je crie à toutes gens merci!

scrive Villon. I «marions», ossia le marionette, piccole marie, servucce, maschere in gonnella, sguattere avvinazzate e i «marmousets», ragazzotti che vestono travestimenti con le corna, i soggetti ridanciani in genere, sono le persone meno propense alla misericordia. Eppure è rivolgendosi a costoro che il poeta, nella sua disperazione, implora pietà[162].

 

           Farsa. Termine culinario[163]. «Farcir» significa imbottire un pezzo di carne con un ripieno di purea, di tritume, di saporito pasticcio onde sorprendere il buongustaio che lo mangerà. Senonché la trovata del mattacchione[164] è gustosa solo per lui, che la ha a lungo preparata strozzandosi dal ridere al pensiero del malcapitato che addenterà il cibo e dovrà sputarlo.

 

           Il vocabolo «burlesco» suggerisce l’idea di una borra di crine in un involucro di cuoio, più che di un ripieno mangereccio nella carne[165]. Ma, di nuovo, esso sembra alludere a un falso contenuto sotto una superficie brillante ed enfiata.

 

           Clown. La parola è inglese, ma a me, che sono latino, fa pensare alla chiappe. Mi dico che il primo a meritarsi il soprannome doveva essersi fatto un enorme finto sedere con due palloni appaiati. E mi diletto a credere che salutasse il pubblico voltandosi e sollevando le falde del vestito.

 

           Badinage, in francese, è un cazzeggiar leggero. Ma badine è una piccola frusta, mentre, in italiano, badare significa fare attenzione. L’etimo si ripresenta in badaud, il bighellone, spattatore assiduo degli eventi minimi e dei minuti scandali della strada. Dunque, il badinage è un frustino che ci sveglia e ci invita a stare attenti, ma nel modo pigro e baloccone che è quello dei perditempo.

 

           Il francese se moquer (farsi beffe, prendere in giro) assuona con se moucher (soffiarsi il naso) e il rumore prodotto da chi si soffia il naso somiglia a quello della risata trattenuta che però finisce col rompere le barriere e scoppiare. Esiste anche l’espressione diretta moquer quelqu’un, con implicazioni più pesanti: tirare il naso a qualcuno, soffiargli il naso come a un moccioso.

 

           Cocasserie[166] evoca, per me, il tramestio di pollai e salotti nel giorno del grande ricevimento. Pollame e signore del bel mondo chiocciano e cicalano in continuazione. Il vocabolo ha in sé contrasti e stacchi fonici che spezzano il filo della logica e delle abitudini, come gusci rotti d’uova.

 

           La caricatura è una beffa disegnata, invece che praticata o espressa a parole. Il disegno esagera i tratti, già particolari, del viso, ma non tanto che il personaggio non risulti riconoscibile di primo acchito.

 

           Il genere grottesco è l’arte della caricatura dell’epoca classica detta anche barocca o rococò[167] in cui è invalsa la moda della rocaille e delle grotte artificiali. In queste si collocava una moltitudine di tritoni e mostri marini con getti d’acqua che fuoriuscivano dalle loro bocche.

           Esempio di arte grottesca: Savonarola che lancia imprecazioni nel duomo, disegnato da Leonardo da Vinci che lo effigia a mo’ di mostruoso doccione.

           Oggi «grottesco» è usato solo come aggettivo qualificativo: tale persona, tale acconciatura, tale abbigliamento sono grotteschi.

 

           Grimace[168]: in inglese, grim significa «sinistro»[169], in gotico «spettro», in germanico «spaventoso», in tedesco «furore»[170]. La «grimace», dunque[171], è il viso deformato dall’orrore o dall’ira, oppure dall’intenzione d’intimidire. Quando la facciaccia fa ridere? Quando, volontariamente o meno, non raggiunge il suo scopo presunto, che è d’inorridire e spaventare.

 

           Ridersela è espressione che esisteva già al tempo di Rabelais[172]: contorcersi, sciabordando come un rivolo d’acqua limpida che scorre su un terreno accidentato.

 

           Sbellicarsi dalle risa non è un modo di dire particolarmente elegante, ma evoca efficacemente il gracidare di un coro di rane nella pozza, nonché i visi spaccati dal taglio delle bocche aperte degli allegroni della compagnia[173].

 

           Fottersene. «Fottere» è verbo volgare, osceno. Tuttavia merita l’introduzione nel vocabolario perché deriva direttamente dal latino[174] e gli autori classici lo hanno utilizzato in tutte le lingue romanze[175]. È la parola più rude per dire: fare l’amore. Il popolo ne abusa, si gingilla con essa, le attribuisce tutta una serie di significati supplementari. Ad esempio, quello di «fare»: che fotti? Di «disfare»[176], di «essere perduto»: sono fottuto. Di «essere indifferente»: chi se ne fotte?. E, infine, quello di «fregarsene»[177], meno indipendente dal senso base di quanto si pensi, poiché è chiaro che, mentre si fa l’amore, ci si fotte di tutto il resto.

 

           Irrisorio: ciò di cui si ride a causa della sua insufficienza, della sua irrilevanza. Si dirà: «sforzi così enormi hanno fruttato risultati irrisori»[178].

           Risibile: che fa ridere.

           Ridicolo: diminutivo del medesimo vocabolo[179] che, semanticamente, ne aumenta la valenza di umiliazione.

 

*     *     *

 

           Il mio nonno materno era magistrato, un magistrato belga[180]. Nella città di Anversa era noto per le sue enormi burle. Con il suo bel viso barbuto, scarno e severo, il petto pieno di decorazioni scintillanti, non rideva mai. Sedeva nel suo ufficio in municipio, proteggeva le arti, celebrava matrimoni.

          Ma le sue burle stanno a dimostrare che era persona più seria di quanto non si sarebbe potuto pensare[181].

 

*     *     *

 

           Qualcuno (credo Voltaire) ha scritto:

                Ve n’è di quelli che sono andati via vestiti da principi

                ma  son poi tornati a casa

                in brache di tela.

           Proprio quel che è in procinto di capitare al mio povero fratello.

           Dalla Colombia, ci scrive di una città che si va costruendo tra la foresta vergine e l’oceano, con grattacieli di cemento in mezzo a capanne di fango e tetti di cannicci.

           Il territorio che il principe Giacomo di Borbone[182] propone di cedergli è ricco, e forse ancor più che non ce lo si sarebbe augurato. Ma bisognerebbe che fossimo altrettanto ricchi noi stessi per approfittarne[183].

           Vi si accede in battello lungo un fiume dalle acque limacciose che serpeggia attraverso la foresta tropicale. Sul ponte della nave, personaggi in finanziera di cotone che fumano il sigaro, discutono di politica e si declamano a vicenda le loro poesie – giacché in Colombia ogni uomo dabbene è poeta «e Bogotà è l’Atene dell’America centrale».

           D’un tratto Lorenzo lancia un grido d’orrore: sulla riva un coccodrillo ha azzannato la gambetta di una ragazzina. I signori girano appena la testa: «che c’è?…». Non hanno visto nulla. È escluso che cose simili accadano in un paese altamente civile come il loro…

           Eccolo, il territorio: verde all’infinito come i fondali marini. Per appropriarselo basterebbe bruciare la foresta e civilizzare gli indiani che vi abitano, ossia ridurre in servitù coloro che si lasceranno condizionare e far fuori gli altri…

           Addio, fortuna! Non ci pensiamo più.

           «È a causa vostra, madre mia[184], se non riesco a nulla. A causa dei princìpi che mi sono stati inculcati. Mi scopro incapace di uccidere qualcuno, di sposare una bruttona ricca, di gestire una bisca o metter su una lotteria, per non parlare dell’imitare i notabili del paese e darsi al famoso negocio de los billetes falsos[185]».

           Quando ha le scarpe bucate, si sistema il monocolo onde attirare gli sguardi verso la fronte, che tiene alta[186].

 

*     *     *

 

           Vicenda di Lorenzo a Barranquilla[187], 1926.

           La grande compagnia americana del caucciù ha allestito il suo ufficio di assunzione del personale in un prato, in riva al fiume[188]. I salari offerti sono incredibilmente elevati, eppure effettivi, tant’è vero che se ne possono ritirare in anticipo, all’atto dell’ingaggio, una, tre, sei mensilità, o anche più, a piacimento. Negri e meticci affluiscono numerosi. Escono dall’ufficio con un bel pacco di bigliettoni dopo solo aver apposto una croce in fondo a un foglio.

           A fianco dell’ufficio c’è la mescita, perché la Compagnia provvede a tutto. Prima di sera tutti i neo-arruolati crollano al suolo, ubriachi. Acciocchiti nei fossi o lungo le scarpate, sono poi presi e portati via. Fantasticavano di viaggi verso il benessere e, domani, si sveglieranno in viaggio, sì, ma eih! mia moglie, i figli, il villaggio?! – Beh, forse che la Compagnia può farsi carico di donne, fanciulli, villaggi? Pazienza, amico! Tornerai al villaggio un giorno, ma vi tornerai ricco, vestito di abiti splendidi con le tasche riempite di dollari e di pesos[189]. Che trionfo sarà, e come piangerai di gioia!

           La piantagione si trova nel cuore della foresta. Lavorano affondando i piedi nell’acqua melmosa. Estraggono la linfa dai tronchi mentre le sanguisughe, appiccicate alle caviglie, succhiano loro il sangue.

           C’è di che consolarsi. Accanto alle baracche, la mensa, perché la Compagnia provvede a tutto, la mensa e il bar. Accanto alla mensa e al bar, la Tienda, un emporio in cui si vende ogni ben di Dio e tra l’altro diversa robetta che brilla, per pochi soldi. Comunque, i prezzi non hanno molta importanza in quanto non è un emporio come gli altri; se sei al verde, puoi acquistare a credito. Quando vai a incassare la paga, ti mostrano i conti, dai quali risulta che non ti si deve nulla, anzi sei tu che rimani in debito, ma tanto il debito non ha importanza, non ti costringono a rimborsarlo subito.

           A lato della Tienda c’è il dispensario, perché la Compagnia provvede a tutto. Puoi beccarti la febbre, la dissenteria, l’ameba; ti puoi far pungere dalla mosca[190], mordere dal serpente, quello che vorrai: ti curano, non hai nulla da pagare, tutto è a credito.

           Di anno in anno, il tuo debito cresce. E ti chiedi: come e in quale stato farò ritorno al villaggio?

           Ti tocca rimanere dieci anni, vent’anni o più a lungo di quanto vivrai. Rientrerai mai a casa?

 

           C’è chi tenta di evadere, ma è un’impresa senza speranza. Attraversare la foresta da soli e disarmati è come perdersi in mare.

           Non fare il pazzo, resta. Di cosa ti lamenti? La Compagnia non maltratta nessuno, attua la nuova politica degli alti salari, viene incontro ai bisogni degli operai, li assiste in tutto. La sua contabilità è sempre in ordine.

           La nostra civiltà con le sue promesse incredibili, eppure vere, è un tranello per i gonzi della stessa specie[191].

 

 

 

10. Firenze, 1926: seguito

     (Quaderno X)

 

«Ti avevo notato diversi mesi prima che facessimo conoscenza, per strada, all’angolo della via de’ Martelli con piazza del Duomo. Passavi come una raffica di vento, tutti si giravano, ma tu non vi facevi caso e non guardavi nessuno. Ho pensato: ecco uno di cui mi piacerebbe fare il ritratto! Ho anche pensato: se somiglia al suo viso, vorrei divenire suo amico! – Beh, – gli ho risposto – ora siamo amici. Quanto al ritratto, fai pure». Effettivamente ero in posa, ammantato nel cappotto dalle ampie falde che mi aveva disegnato Acquaviva[192], con la mano sinistra spavaldamente appoggiata sul fianco.

           Giovanni Costetti, in parte occultato dal cavalletto, si destreggiava con il pennello da un quarto d’ora, chiacchierando e canticchiando. Quindi tacque e sparì dietro la tela. Si udiva solo lo strofinio delle setole e il tremolio del supporto ligneo[193]. Trascorsi altri cinque minuti, depose la tavolozza e si passò una mano sulla fronte, come stordito. «Ecco fatto», disse con un fil di voce[194].

Andai a vedere e rimasi a bocca aperta. Era un ritratto a figura intera, quasi in grandezza naturale, perfettamente finito. Ero lì, io stesso di fronte a me, con una fiamma negli occhi, con a ridosso un grande paesaggio di montagne avvolte nelle nebbie[195].

Un enigma si chiariva: quello delle centinaia di tele dipinte, allineate e sovrapposte nello studio fino al soffitto, mentre non si vedeva mai l’artista al lavoro. Si sarebbe creduto che un folletto dipingesse al suo posto mentre andava a spasso.

Ciò mi rammenta la storia del pittore cinese cui l’imperatore aveva ordinato di raffigurare il rospo, genio della terra e dell’acqua e simbolo di saggezza. «Mi ci vogliono dieci anni», aveva dichiarato l’artista. «Non importa – soggiunse l’imperatore –. Sarà un’opera per l’eternità». E il tesoriere del palazzo fu incaricato di versare all’artista una pensione, affinché potesse dedicarsi interamente al progetto.

Di quando in quando un ufficiale della corte veniva inviato ad informarsi dello stato d’avanzamento dell’opera.  Ma ogni volta rientrava mogio mogio: «Che dire? Quel tizio non fa un accidente. Trascorre le giornate al riparo in luogo fresco, dormendo disteso nell’erba. Di notte, suona tre note, sempre le stesse, sul suo zufolo ricavato da una canna di fiume, guardando la luna».

L’imperatore disse: «Fategli sapere che, se all’ora concordata non ci porta un’opera degna di noi, Figlio del Cielo, e della nostra gloria, gli faremo tagliare la testa».

L’artista, che aveva messo su una discreta pancetta grazie all’ottimo trattamento e al lungo riposo, rispose alla minaccia del principe con un risolino palustre, girò le spalle al messaggero e se ne andò via saltellando. Quindi si diede vieppiù al suo bighellonare.

Finalmente suonò l’ora fatidica. L’artista si presentò dinanzi al trono a mani vuote. «Che aspetti – fece l’imperatore – per mostrarci il frutto di dieci anni d’impegno?

– Aspetto che mi si forniscano due gocce d’acqua e un pezzo di stoffa di seta».

Estrasse dalla cintura l’astuccio con il pennello, fece versare le due gocce sulla pasticca d’inchiostro, vi strofinò sopra il pennellino appuntito e, con quattro tratti e pochi tocchi, fece affiorare sulla lucida superficie il rospo, con la zampa a forma di stella, una bolla come una perla ai bordi della bocca ilare e il gioiello dell’occhio che fissava la corte, meravigliata.

           Segreto dell’arte autentica: lunga gestazione nel rilassamento sognante e rapidità fulminea nell’esecuzione. Meditare il soggetto fino ad assimilarselo; quando lo si è compreso, preso in noi, deporlo come l’albero lascia cadere il frutto. Non mai affannarsi, né sudare sul telaio[196]. Quando l’artista ha sufficientemente lavorato su se stesso, l’opera d’arte nasce da sola.

 

*     *     *

 

Cicerone afferma che l’amicizia è il privilegio dei virtuosi[197]. Per me, la definirei piuttosto come una buona sorte delle intelligenze generose.

L’intelligenza generosa è connotata da tre virtù: la sincerità, l’intuizione, la discrezione.

La sincerità è la pronta disponibilità dell’intelligenza a concedersi. È il fiore dell’intelligenza, la sua apertura, il suo espandersi, il suo profumo.

L’intelligenza generosa rifugge dal profitto, si rifiuta ai maneggi, ai calcoli, alle simulazioni, alla difesa, alla fuga. Procede inerme, libera e senza impedimenti. Finisce coll’ottenere «la sua ricompensa nei cieli»[198]. Qualcuno si alza, viene ad essa e le rende fiducia per fiducia: l’amico.

L’intelligenza getta ponti al di sopra dell’abisso che separa l’uno dall’altro gli uomini. L’intuizione, poi, passa al di là dei ponti e scende nell’altrui animo.

«Intuizione» viene dal latino intuere, che significa semplicemente «vedere». Ma, per me, leggo dell’altro nel vocabolo: intuere da intus ire (= andare dentro). E forse da in te ire (= entrare dentro di te): primo atto di amicizia[199].

Ogni vivente conserva chiuso in sé il proprio segreto[200], perché è di esso che vive. Non si può strappare il suo segreto all’uccello, alla farfalla, alla lucertola. Non si possono aprire ed esporre al sole i loro visceri, senza ucciderli. Ma l’intuizione penetra senza aprire, senza ferire, né toccare.

Tale è la discrezione dell’intelligenza riguardo al segreto dell’amico.

 

La persona è il centro del proprio mondo. Costituisce un tutto, un tutto che ha un unico centro. Due persone s’incontrano solo alle loro periferie; si attraggono o si respingono ai rispettivi confini.

L’amicizia è un rapporto da centro di coscienza a centro di coscienza. Quando ci si mette ad «amare il prossimo come se stessi»[201] senza sforzo di virtù e a prescindere da una particolare grazia divina, per semplice disposizione delle affinità naturali e spirituali, ecco che nasce l’amicizia.

 

«Riguardo», «sguardo», «rispetto», sono affini quanto a significato: evocano un saluto degli occhi al volto interiore.

Con lo sguardo, ci si dà e, nel contempo, ci si trattiene[202].

Nell’amicizia non ci si perde, come avviene in amore, anzi ci si ritrova.

Sta scritto: «amerai il Dio tuo con tutta la tua intelligenza»[203]. Dunque l’intelligenza ha il potere d’amare! Ecco una rivelazione. L’amicizia è l’amore delle intelligenze tra loro. È la felicità di comprendersi, di prendersi l’uno nell’altro, in modo tale che il contenente sia contenuto nello stesso contenuto[204].

 

«You mean very much to me», dirà l’inglese per esprimervi la sua amicizia. E ciò può tradursi corrivamente come «tengo molto a te» oppure «tu conti molto per me»[205]. In realtà, però, la frase implica assai più: «tu significhi molto per me». Infatti meaning vuol dire «senso». Sì, il viso dell’amico è per me intelligibile, mentre gli altri (compreso chi mi è genericamente simpatico) mi appaiono come insignificanti. Ho letto qualcosa in quegli occhi, udito qualcosa in quella voce, decifrato qualcosa in quel carattere! Una corrente si è determinata allorché le nostre grandi mani asciutte[206] si sono strette l’una nell’altra.

 

Amicizia, affetto, amore sono tre tastiere di relazioni specificamente distinte. La felicità della vita sta nell’accordarle tra di loro. Ma la nostra natura poco schietta e la nostra mente offuscata le confondono talvolta e ne conseguono tralignamenti.

Può accadere che la confusione sia più o meno volontaria. Quasi sempre è così nelle amicizie amorose tra uomo e donna, all’ombra delle quali si coltivano passioni colpevoli, si scavalcano i divieti e si schivano i giudizi della società. Dolce sogno che ricopre una strisciante concupiscenza fino ad un risveglio nell’orrore quando è troppo tardi, quando il fatto è compiuto[207].

 

L’amicizia si sviluppa nel cervello e scende poi al cuore. Il desiderio diventa amore quando sale dalla carne al cuore. L’affetto è un fatto di cuore e né scende, né sale.

L’amore non è affetto, né è amicizia; ma senza risvolti di affetto e amicizia non è più amore. Percorre dunque le tre tastiere.

L’amore del godimento non è amore di alcuno. L’amore del godimento che è indifferente al partner come persona e magari anzi eccitato dal passaggio da una ad altra persona non si chiama amore[208].

Quando, però, l’amore scorre sulle tre tastiere e ne risulta un’armonia gioiosa e persistente, allora dai! dai! Sposiamoci.

Troppo spesso si affrettano le nozze mentre suonano una o due tastiere soltanto dall’una o dall’altra parte, oppure le tre tastiere ma da una sola parte!

 

L’amore è dono e spesa di sé. Chi cerca, in amore, di guadagnare, di approfittare, è un baro, un ladro, un falsario. Persino il piacere carnale è dono. Non si gode nel godere senza procurare piacere.

L’amore è fuoco, l’affetto tepore, l’amicizia trasparenza.

In amore, si parla di «conquiste», «possesso», «catene», della «signora» del nostro cuore[209]. L’amicizia è unione di due libertà. L’affetto è fatto di prossimità, affiatamento, coabitazione, serenità, benessere condiviso, bisogno di protezione e sicurezza. L’amore, invece, è necessariamente pericoloso.

L’affetto è non meno carnale dell’amore carnale, ma appartiene ad una diversa fase organica. L’amore ha in qualche misura a che vedere con l’accoppiamento, l’affetto con lo stato prenatale, con il luogo chiuso, oscuro e caldo in cui ogni desiderio veniva soddisfatto prima di trasformarsi in sentimento di privazione.

Nel buon dolce seno dell’ambiente circostante la gestazione si protrae. Chi non riesce a saltarne fuori non ha del tutto finito di nascere.

 

L’amore esige la bellezza, la gioventù, la forza, la salute, il valore. L’affetto non reclama alcunché del genere, si accontenta benissimo della mediocrità; non vi è monotonia che lo stanchi, non infermità, né difformità che gli ripugnino; neppure le nota, la consuetudine gliele nasconde.

L’affetto detesta i cambiamenti. Qualsiasi novità lo spaventa e lo frustra. L’amore, senza illusione, né mistero, né dramma, si dissolve in ceneri. L’amore ha bisogno d’apertura, d’avventura, di rinnovamento.

Donna: muta gonna, se non vuoi che il tuo ganzo muti femmina. Sposi fedeli: ogni tanto viaggiate onde ravvivare, al ritorno, la fiamma del focolare.

Ma l’avventura dell’amicizia è entusiasmo della scoperta. L’amicizia è anzitutto la gioia dello scoprire e il desiderio ardente di nuove rivelazioni. La nostra amicizia non avrà mai fine, perché siamo l’uno per l’altro inesauribili[210].

Vedere, nell’amicizia, equivale ad ammirare[211]. L’ammirazione è lo sguardo che magnifica.

 

La barzelletta sporca e l’oscenità sono le bestemmie dell’amore.

 

Gli affetti appassionati sono sospetti. Ve n’è di quelli che la società onesta considera con un rispetto pressoché religioso e che sono incesti larvati.

Ma l’amicizia può essere insieme appassionata e pura.

 

Esistono un’intelligenza virile e un’intelligenza femminile, peraltro senza necessario rapporto con il sesso dell’umano che ne è dotato.

L’intelligenza virile è penetrante, incisiva, precisa, esatta. Vuole vedere. È di una curiosità ardente e divorante. L’intelligenza femminile è accogliente, meno desiderosa di capire che di essere capita, di vedere che di essere vista.

Vi sono amici che, nonostante la loro buona volontà e la loro stima reciproca non legheranno mai completamente. Le loro intelligenze sono dello stesso genere, o maschile o femminile.

 

Una coppia di innamorati che associa una terza persona alla propria intimità snatura l’amore.

L’amore comporta una parte naturale di gelosia.

La gelosia connota talvolta anche l’amicizia, ma si tratta di un caso anomalo. L’amico invita tutti coloro che conosce, stima e ama a condividere il proprio amore[212] dell’amico.

Comunque è solo tra due partner che possono essere raggiunti, tanto nell’amicizia come in amore, il vertice e la profondità nella confidenza, nella presenza, nel silenzio.

 

L’amore universale, intendo la carità, non è maggiormente esteso, né più dilagante, dato che, come il corpo, così il cuore non può dilatarsi smisuratamente senza scoppiare.

L’amore universale sempre si concentra su un unico suo oggetto. Un unico in cielo, che è Dio. Un unico sulla terra, che è il prossimo.

Il prossimo e non tutti, né una massa di gente, né gruppi costituiti, né la famiglia, né la patria, né la società. Il prossimo che è unico e, in sé, contiene il mondo intero.

L’amore del prossimo è universale per sua qualità, non in ragione di considerazioni quantitative.

Giacché l’amore è unione e punta sempre all’uno. L’uno comprende il multiplo nella forma più vicina all’unità: il due. Io e l’altro.

 

*     *     *

 

Sotto le alte vetrate dello studio[213] si susseguono i visitatori, i gruppi di amici e si parla di tutto: poesia, musica, filosofia, religione, donne, persino di pittura. Costetti è uno di quei parlatori grazie ai quali le giornate trascorrono senza che ci se ne accorga[214].

A metà pomeriggio, senza particolare motivo, ci prende il ghiribizzo di alzarci e correre a mangiare un boccone nella vicina latteria. Al cadere della notte lo accompagno fino alla riva dell’Affrico[215], cioè all’inizio della strada per Settignano[216], dove va a raggiungere l’amica norvegese[217] nella grande villa dalle sale ombrose tra pareti rosso ocra, sulle quali le sue tele dai grigi argentei aprono orizzonti aerei[218].

Torno indietro, riattraverso la città, salgo lungo la costa San Giorgio[219] e seguendo i viottoli chiusi da muretti al di sopra dei quali svettano gli ulivi lunari, mi porto al Pian de’ Giullari[220] sotto le stelle.

 

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           La memoria è sostanza dell’intelletto e sostrato dell’esperienza[221].

           Grazie alla memoria la sensazione può divenire percezione. La memoria agglomera le sensazioni passate, ne fa, cioè, un corpo: l’oggetto. Nell’attimo in cui si produce la sensazione, riaffiora dal fondo della memoria l’oggetto: percepire è riconoscere. Il cane riconosce il padrone in quanto la sua figura, l’odore e il suono della voce si sovrappongono all’apparire, agli odori e ai suoni di ieri. Nell’uomo, la percezione si attua soprattutto tramite la parola. È nel nominare che l’uomo percepisce. La parola è atto della memoria collettiva. La scienza implicita del linguaggio si impadronisce subito dell’oggetto, gli applica le sue categorie, le sue classificazioni, e lo situa sulla scala dei valori. Pertanto, la percezione è un atto cognitivo, minimo, ma completo.

           La scienza altro non è che una percezione precisata e generalizzata.

           La mitologia dà Mnemòsine, la memoria, come madre delle muse. Ma chi ne è il padre? Chi altri, se non il genio fantastico che l’invoca, la sposa e la feconda?

Que non a sen ni saber ni membranza:

un mio antenato burbero e altero inveiva contro Peire Vidal, nella lingua di quello, rinfacciandogli quanto sopra. E l’altro gli rispondeva per le rime, come vogliono le regole della tenzone[222]:

Et es con l’orbs qe piss’en la carrera

Quant a perdut vergoingna e membranza.

Da questi versi si evince come, in provenzale, «memoria» coincida con «coscienza» [223]. E, effettivamente, la coscienza non è memoria di sé, ossia del vivo centro dell’essere? È richiamandosi a sé o, piuttosto, riferendo a sé ogni forma di sapere che si passa dalla percezione alla riflessione e dalla scienza alla filosofia.

           Vi sono persone che, stanche delle interminabili discussioni dei filosofi, vorrebbero rimpiazzare la filosofia con la scienza, una scienza dalle conclusioni indiscutibili. Ma ciò significa volere una scienza senza alcuno per saperla, o per lo meno senza autentica conoscenza da parte di colui che pretenda di conoscere[224].

 

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           Compito dell’amicizia: decifrare il carattere.

           Carattere: l’iniziale, il numero, il nome a stampa.

           Il nostro carattere[225] è l’impronta, su di noi, della mano del Creatore, l’intenzione che ci informa, il segno del nostro destino, la direzione, necessaria e voluta dal Cielo, della nostra avventura.

           È di media statura, eppure slanciato; ha il viso lungo, irregolare, un po’ ammaccato, leggermente olivastro; l’occhio tenero che subitamente si indurisce quando disegna[226].

           Cammina tanto in fretta, è talmente pronto nel muoversi e vivace di spirito che mi stupisco nell’apprendere che ha l’età di mia madre, oltre il doppio dei miei anni[227].

           Dice: «vieni a me con certezze che io ho messo decine di anni a maturare»[228]. Abbiamo la stessa età mentale.

           Può dirsi «distinto» solo l’uomo che non è connotato dai modi tipici della sua classe sociale, per quanto distinta possa essere peraltro quest’ultima, essendo ben più robusta l’impronta della sua personalità individuale.

           Costetti non ha mai imparato le buone maniere, a quanto pare le ha connaturate in lui. Adesso ci invitano sempre insieme. Si muove a suo agio nei salotti. La gente fa cerchio attorno a lui come nel suo studio. È di umilissima origine e troppo fiero, troppo fedele alla memoria dei suoi, per fingere di non esserlo.

           «Mio padre – dice – era un montanaro malinconico e bonario. Era sceso in città e lavorava con le gambe in croce presso un sarto. Era stato uno dei Mille e aveva combattuto con Garibaldi. La conquista della Sicilia gli fruttava una magra pensione. Talvolta, nei periodi in cui mancava il pane, tornava a casa con tutta una famiglia di vagabondi…»[229].

           La madre, come molte popolane in Italia, discendeva da nobili decaduti. Vi sono paesi di montagna in cui tutti i contadini e boscaioli si fregiano di uno stemma[230]. «Mi ricordo di lei, come di una linea verticale. Era dignitosa e bella, con un lungo viso spigoloso, pallido sotto lo scialle nero. Tutta la mia infanzia è trascorsa alla sua ombra. La sera, le comari venivano a sedersi attorno a lei e cicalavano sugli scandali locali senza curarsi del bimbo che giocava con la trottola ai loro piedi, poi rimaneva bloccato a guardarle e ascoltarle con occhi ed orecchie grandi così. La vita si schiudeva alla mia curiosità inorridita e le lussurie umane scatenavano un tumulto nel mio cervello di impubere.

           I miei erano gente pronta all’ira, con i nervi scoperti, il cuore a nudo. Nessun’ombra di ritegno velava i pensieri, soffocava le scenate, smorzava gli scontri. Ogni giorno qualche dramma imprevisto ci riconduceva attorno alla tavola famigliare, faccia a faccia.

           Tale è stata la mia educazione sentimentale»[231].

 

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           Il famoso Davide di Michelangelo è un magnifico mucchio di errori.

           Primo errore: l’averlo fatto colossale, mentre la vicenda di Davide è tutta imperniata sulla piccolezza del personaggio. Era quasi un fanciullo, un giovane pastore nervoso, audace, geniale, una rivincita dello spirito a fronte del gigantesco Golia, infarcito d’orgoglio e di scempiaggine.

          Secondo errore: l’averlo fatto nudo, in barba tanto al genio biblico quanto allo stile cristiano (lo si poteva fare nudo, ma danzante davanti all’Arca, fuori di sé e nell’atto di perdere l’ultimo velo nel volteggio. Sarebbe stato bello e rimane da tentare). Invece è qui, greve, inerte, con un capoccione troppo grosso, una mano troppo pesante, un posteriore troppo reale, gonfio di muscoli inutilmente superlativi.

           Inoltre, è stato posto all’entrata del Palazzo Vecchio[232], facendo così risaltare per contrasto ciò che gli manca: il valore di una concezione trascendente servita da mezzi rudi e semplici.

           Distanza tra due epoche.

           Ma chi conosce il nome dell’architetto del Palazzo Vecchio?[233]

 

           Questi miei appunti non scalfiscono la grandezza di Michelangelo. Grandi sono gli errori dei grandi. Anzi, proprio la passione della grandezza è causa dell’abbaglio e della dismisura, come pure degli altri errori del suo secolo, precursore della magniloquenza del barocco.

           Tre secoli prima, gli artigiani creatori di bellezza non sbagliavano mai. Ma a decorrere da quello che viene detto «Rinascimento» i massimi artisti sbagliano una volta su due (quanto meno, comunque, dei meschini mestieranti dei giorni nostri, ai quali la ciambella riesce col buco una volta su mille!).

           La misura della sua vera grandezza, Michelangelo la dà nella Creazione d’Adamo delle volte della Sistina. Qui il Padre eterno, senza minimamente smaterializzarsi, sale avviluppato nelle vesti come una palla di fuoco in virtù della potenza che lo riempie e lo trasporta. Ed ecco che ha profferito l’uomo, proiettato l’uomo, la sua figura nuda in pieno cielo. E l’uomo rimane legato a Lui, con lo sguardo e con la punta dell’indice…

           Nessun altro che Michelangelo poteva mantenersi, nell’opera, all’altezza di siffatta ispirazione.

           L’affresco vale – fatte salve le differenze d’epoca – quanto le sculture del portico nord di Chartres[234].

 

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           Certo, non è piacevole l’esser poveri, dice mia madre, ma c’è di peggio: avere debiti.

           Ha ragione: rifuggo dalle donne che minacciano di amarmi più di quanto potrei ricambiarle. Perché? Per evitare il peggio, di rimanere con loro in debito.

 

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           Quella di «agnostici» è l’autodefinizione di cui si fregiano coloro i quali respingono qualsiasi fede religiosa. È un titolo assai modesto, che significa: non sappiamo nulla.

           Non vi è altro da obiettare a questa dichiarazione se non che è insincera. Per lo più i suddetti sono arroganti professori d’ignoranza metafisica e fanatici dell’incredulità. Contrariamente a quanto annuncia l’etichetta, pretendono di sapere che ciò di cui non vogliono sapere nulla non esiste.

           Dire che non si sa nulla è sciocco quanto credere che si sa tutto. Sapere, è sapere i limiti del sapere. È sapere che il sapere ha presa solo sulle cose limitate, relative, molteplici, impermanenti. Però il limite implica l’illimitato, il relativo l’assoluto, il molteplice l’uno, l’impermanente l’eterno. E questi nomi, con alcuni altri senza i quali non si può né pensare, né sapere, hanno il loro fondamento in uno solo: quello di Dio.

           Ecco perché la fede è un’esigenza della ragione[235].

           La conoscenza non si ferma al sapere. Anche l’amore è una conoscenza. L’amore è conoscenza di vita, lo spirito è conoscenza d’amore[236].

           La fede è conoscenza innamorata[237] della verità viva, di cui l’infinito, l’eterno, l’assoluto, l’uno, sono sfaccettature.

           Laddove si ferma la scienza, la fede incomincia o, piuttosto, prosegue il cammino e conclude grazie ad organi, a strumenti, diversissimi e adatti alla nuova avventura. Giacché una cosa è il serpeggiare del rettile, altra cosa il volo dell’uccello; e il pesce, sia pure un pesce volante, non può star dietro all’albatro[238] e sforare le nubi.

           Non si possono confondere scienza e religione, né si possono opporre l’una all’altra, né sostituire l’una con l’altra. Non si può respingere l’una in nome dell’altra senza procedere ad un’automutilazione, senza rinnegare il proprio spirito.

           Gli agnostici sono eunuchi dello spirito. All’eunuco, per quanto possa essere bello, forte, intelligente e dotato delle migliori qualità, mancherà sempre qualcosa…

           D’altronde conosco dei veri, perfetti, innocenti agnostici che non hanno mai sentito parlare di religione se non in termini vaghi e, come le cinciallegre, le farfalle, i fiori, e così pure le bimbe norvegesi dagli occhi color del cielo, non si interrogano affatto in proposito… Senonché questi non si autodefiniscono «agnostici», né hanno familiarità con il vocabolo in parola.

 

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           Nella fisica: poli di energia.

           Nella logica: elementi  di relazioni.

           Dunque vi sono relazioni astratte e relazioni concrete. Inoltre, vi sono relazioni vitali: d’amore, di scontro, d’alleanza, di subordinazione.

           Le relazioni possono essere occasionali o permanenti. Sono permanenti le relazioni che collegano gli organi e le membra di un corpo, carnale o sociale.

           Tra membri della stessa società i rapporti di forza divengono relazioni politiche, materia prima della legge, dello Stato. E queste divengono relazioni morali quando la coscienza le conferma e corregge. Sono relazioni d’amore, di scontro, d’alleanza, di subordinazione, perché ripropongono a un livello superiore le relazioni vitali. D’amore tra sposi, tra parenti, tra amici, tra compagni. Di scontro tra clan, tra partiti, tra nazioni. D’alleanza tra eguali contro terzi. Di subordinazione tra soggetto e principe, tra servo e padrone.

           Al di sopra delle suddette si costituiscono le relazioni spirituali: d’amore, cioè di religione; di scontro, setta contro setta; d’alleanza, tra correligionari o condiscepoli; di subordinazione, tra fedele e prete, tra discepolo e maestro.

           Constatiamo che le relazioni del terzo livello includono quelle degli altri due e che, come sempre e ovunque, vi è passaggio dalla materia al fuoco, quindi dal fuoco alla luce.

 

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           Ricordo di aver visto a Marsiglia, in fondo a rue de la Palud, una botteguccia tutta verde recante un’insegna con la scritta:

AL RISVEGLIO DEL LEONE[239]

Era un negozio di trine e merletti.

 

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           Il sole: cuore della luce.

           Il cuore: luminoso turbine di sangue.

           Sì, Dio è amore.

 

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           La disgrazia della nobiltà odierna è di aver perso la sua ragione d’essere, che era di dirigere la gente e di gestire il bene comune. E la sua doppia disgrazia è di aver conservato la sua ricchezza.

           La sua condizione di decadimento e di asservimento proviene dal non avere niente da fare, nient’altro che divertirsi; dall’avere smarrito lo scopo e conservato i mezzi di vivere di eccessi e di abusi.

           È vero che «il potere corrompe», ma quanto più corrompono l’ozio, la vanità, la distrazione[240].

           Mi sorprendo talvolta a lodare il Cielo dell’avermi privato dell’eredità dei miei avi; a ringraziarlo di essere come la rondine che nidifica in alto sotto lo spiovente del tetto che protegge la facciata del palazzo Butera, davanti alla splendida baia, di fronte all’orizzonte aperto su altri orizzonti[241].

 

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           Il «destino», la «fatalità», concetto pagano disperato, che assimila il comportamento umano al sasso che cade, al fluire dell’acqua del fiume. «Oscuro destino, cieca fatalità», dicono coloro che sono capaci di prevedere solo a cose già accadute e, anche a questo stadio, non sanno interpretare il senso degli eventi.

           Quando piace a Dio di rivelarci ciò che vuole da noi, il destino diviene missione[242]. Ed ecco che procediamo liberi, eppure guidati, che agiamo in assoluta libertà come se non potessimo fare altrimenti.

           Io ho un destino, scritto nella mia mano, segnato sulla mia fronte. Ma qual è la mia missione? Quando me lo dirai?

           Obdormis Domine?

           Mi lascerai qui con la pancia a terra, come recita il salmo[243]?

           Mistero del dogma della predestinazione[244] formulato a livello mistico, mentre a livello terrestre può essere inteso solo in termini di fatalità.

           Per la nostra intelligenza, chiusa nella dimensione tempo e che deraglia se perde il filo delle cause e degli effetti, la libertà è imprevedibile o non esiste. Ma la prescienza divina, la quale si libra nell’eternità, attinge l’evento futuro senza affatto intervenire nella scelta dell’uomo tra l’assumere la propria legge – il che è libertà – o l’incatenarsi al caso e alla necessità esteriore.

           Forse questo mistero è connesso alla distinzione tra le persone della Trinità, alla libertà di ciascuna nell’armonia dell’unione. Ma ciò che dico in proposito sarà capito? Sono sicuro che è vero, ma lo capisco io stesso?

 

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           Ci sono persone che pensano a voce alta per strada, che applaudono al cinema, che fanno sorrisi e inchini al telefono. Sono sempre in compagnia, anche quando sono soli? Oppure sono sempre soli, anche quando sono in compagnia?

           Il friulano assicurava: «io, le donne sposate, le rispetto». E, con la mano sul cuore, arretrava modestamente salutando. Frattanto la signora, che non era venuta dall’Olanda in Italia per farsi rispettare, digrignava i denti, stringeva i pugni e si contorceva dall’esasperazione[245].

 

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           Evadere dalla prigione di vetro in cui ci ha rinchiusi Kant. Ci ha paralizzati affermando la «soggettività dello spazio e del tempo». Soggettività che costringerebbe la natura al di fuori della nostra portata[246].

           Ha totalmente dimenticato il nostro corpo, perso di vista l’esperienza della fame, dell’accoppiamento e del sonno.

           Certo, sarebbe un errore situare lo spirito nel corpo, rinchiuderlo nel cervello, giacché è tra noi e al di sopra di noi. Ma è altrettanto un errore situare il corpo al di fuori dello spirito e farne astrazione. Per noi e per il nostro spirito, infatti, non è un oggetto esteriore; è parte integrante di noi stessi, come pure parte integrante della natura.

           È dunque la porta, e il cardine della porta che ci apre al mondo esteriore[247], non solo – tutti lo sanno – tramite i sensi (che, come si dice, potrebbero ingannarci), ma tramite tutte le sue funzioni vitali grazie alle quali assorbe, scambia, assimila le sostanze di cui vive e non prende mai una forma vuota per una forma piena così come capita invece al nostro spirito[248] e non abbandona, al pari di quest’ultimo, la preda per l’ombra.

           Il corpo è, dunque, lo strumento d’investigazione di tutto quanto esiste. Se lo conoscessimo, conosceremmo l’intera natura[249].

 

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           Gli idealisti hanno ragione quando affermano che non vi sono argomenti in base ai quali sia dimostrabile l’esistenza del mondo esteriore; non con le parole della bocca si dimostra, bensì con la stessa bocca: nell’atto del mangiare[250].

           È vero – direbbe il buon Cartesio – che si potrebbe sognare che si mangia e, intanto, non mangiare affatto…

           Mangiare in sogno, sì. Ma nutrirsene, no.

           Quanto scritto poco più su[251] in ordine alle relazioni concrete potrebbe servire da base per una filosofia della natura, che si intitolerebbe Genetica, e altresì per uno studio sulla «natura delle nazioni» (per riprendere il noto titolo vichiano[252]).

 

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           L’amicizia è una nuova vita. È questo il motivo per cui il mio amico rievoca tanto volentieri i suoi ricordi d’infanzia[253]?

           «A Bologna, dove si era trasferita la famiglia, sono andato a scuola. Vi disegnavo a penna ritrattini dei compagni di classe; di profilo, ma con l’occhio girato frontalmente, non essendo io ancora riuscito a persuadermi del breve triangolo in cui la vita dello sguardo si rincantuccia. Ebbi i miei piccoli successi. Ma l’arte mi appariva già come una montagna dalle vette inaccessibili. La vita, troppo grande per me, mi metteva paura. Ero irritabile e pensieroso, non ho avuto infanzia. Avrò una vecchiaia[254]? Sognavo anche di scrivere perché mi assillavano fantasie inquietanti, torbide tragedie assolutamente non trasponibili nella chiarezza dei colori e delle linee. Ma ciò rappresentava, per me, un problema più complesso dell’esecuzione di un disegno conforme alle leggi visive e, quando mi ci azzardavo, soffrivo della mia incapacità fino allo sfinimento[255].

           A dodici anni fui ricondotto a Reggio Emilia, dov’ero nato. La città ultrabimillenaria recava le tracce umide e vergognose della miseria. La muffa si arrampicava sin nell’animo della gente. Alcuni giovani si dicevano artisti e li frequentai. Da loro appresi che grandi pittori vivevano in altre regioni d’Italia e in altri paesi. Soffrivo, perché tutti erano sicuri di se stessi e andavano d’accordo tra di loro, ma non con me, né io andavo d’accordo con me stesso. Parlavamo d’imitare la natura, ma, in contrasto con la natura, uccidevamo la poesia e la musica. Parlavamo d’arte sociale e ci credevamo a posto con la società quando avevamo tratteggiato sulla tela o la parete un gaglioffo con la testa quadra e il berretto, che stringeva in pugno un martello… Parlavamo inoltre di un’arte antica, e con «antica» intendevamo «inadatta a noi, uomini nuovi». Ad esempio, di un tale Giotto, e ridevamo molto della sua ingenuità. Si facevano grandi nomi: Raffaello, Michelangelo. Accanto a questi, anche altri quali Morelli, Palizzi[256]… Infine si parlava di un paesaggista di Reggio e si scuoteva la testa. Una volta vidi una delle sue tele: un vasto paesaggio, triste e profondo, che mi sembrò una grande opera. Cominciai dunque a lodare Antonio Fontanesi[257], il che fu avvertiro da tutta la compagnia come un’ingiuria ad essa rivolta e non feci nulla per sanare il malinteso.

           Dato che basta uno sforzo minimo dell’amor proprio per trasformare una vergogna in fierezza, feci ora bandiera di questa differenza tra me e tutti gli altri, che mi aveva sulle prime umiliato. Ciò non mi rendeva né più ardito, né più sicuro di me.

           Ignoravo ciò che volevo, sapevo solo ciò che non volevo. L’accademia di disegno in cui mio fratello Romeo[258] ed io trascorrevamo lunghe mezze giornate tentò d’inculcarci i suoi principi. Ma alla fine gli insegnanti, scoraggiati, ci lasciarono imbrattare di carboncino i fogli a modo nostro. Quando scendevano dal pulpito tra gli allievi a correggere e consigliare, non si occupavano di noi, passavano alla larga. Però riuscivo sempre a vincere il concorso di fine anno, perché so praticare la banalità quando così decido. E avevo bisogno del premio per acquistare matite e colori.

           Ci rimanevano poco tempo e poca voglia per l’altra scuola. Così ci risolvemmo a dedicarci interamente alla pittura e, dopo avere a lungo complottato, esponemmo coraggiosamente la relativa richiesta ai genitori, dai quali ci attendevamo reazioni di rabbia esagitata. Ci chiesero: avete riflettuto a fondo? Li guardammo negli occhi e assentimmo, e fu tutto.

           La mia prima prova di pittura mi diede la febbre. Si trattava di un paesaggio visto al di là di una finestra aperta. Non so perché, l’opera si era rivoltata come un guanto: il paesaggio irrompeva nella stanza e, nonostante un’intera giornata di sforzi disperati, non mi riuscì di ricacciarlo là donde veniva.

           Mio fratello vinse una borsa di studio e se ne andò a Napoli, in cui allora, effettivamente, operava una scuola reputata. Io feci un viaggio a Torino e, finalmente, vi vidi con i miei occhi pittura moderna. Ne fui deluso e mi ammalai. Puvis de Chavannes e Rossetti[259], che conobbi tramite le riviste, mi aiutarono un poco. Gli antichi, che conobbi attraverso scialbe oleografie, non mi dicevano gran che.

           Fu poi il mio turno di ottenere una borsa. Non scelsi né Napoli, né Roma, bensì, non so perché, Firenze».

 

*     *     *

 

           Il silenzio della siesta estiva incombe sull’ampia stanza. Lei è nuda, distesa sul letto[260]. La sua forma emana luce a distanza, simile a quella d’un pesce, nell’alto specchio dalla cornice oro spento, incrostata di conchiglie e smerli. Sulla parete, la chitarra appesa ribadisce la linea sinuosa del suo fianco. La finestra è spalancata e la tenda rigonfia. Sul davanzale, un fiore in vaso schiude le sue labbra rosa. Le montagne all’orizzonte sono una donna distesa dai fianchi azzurrini.

 

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           Nessun lavoro disonora, solo l’ozio disonora, sostiene Esiodo. Non condivido. Questa formula pone sullo stesso piano i lavori di servizio e i lavori di lucro, i mestieri utili, gli inutili e i nefasti, e situa la parte predominante della nostra attività al di fuori della portata della coscienza.

           Quanto a me, rimango studente il più a lungo possibile, perché non è senza timore e scrupolo che vedo sopraggiungere l’ora in cui dovrò scegliere una carriera[261].

 

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           Il tempo, quarta dimensione dello spazio? Oppure lo spazio, prima dimensione del tempo, dimensione del presente in cui ha luogo l’evento, coincidenza dell’istante e del luogo? Mentre le due altre dimensioni del presente, il passato e il futuro, sarebbero prospettive in uno specchio duplice?[262]

 

           Ci si rappresenta il tempo come un flusso. Si parla di «tempo che trascorre», «tempo che fugge», «tempo che non esiste più»… E ci si figura lo spazio come un contenitore immobile delle cose.

           È vero proprio il contrario. Il tempo, che è misura di ciò che passa, non può, di per sé, passare; e il fatto passato conserva per sempre il suo posto nella storia. Lo spazio, che è misura dei solidi immobili, se fosse immobile come loro, non potrebbe superare le distanze che li separano, né fare il giro dei loro volumi. Lo spazio è la somma degli innumerevoli gesti, passi, percorsi e atti possibili. È il moto perpetuo dell’universo, nonché dell’intelligenza organizzatrice e calcolatrice.

 

           Gli idealisti spiegano con dotte parole che il mondo esteriore è «proiezione del nostro spirito», il che ci costituisce creatori dell’universo. Affermazione lusinghiera, ma cui risulta difficile sottoscrivere. Vogliono farci credere addirittura che creiamo il mondo senza neppure accorgercene, dormendo in piedi.

           Ritengo sia più semplice credere in Dio[263].

 

           C’è chi sostiene che i saggi dell’India, con la loro Maya[264] (il mondo è un sogno) sarebbero i precursori dei nostri idealisti. Secondo me, semmai sono gli idealisti che scimmiottano malamente gli indiani. Infatti, per gli indiani il mondo è un sogno, ma un sogno di Dio; il mondo molteplice e mutevole è apparenza, mentre è reale solo l’unico, universale, Sognatore.

           Differenza tra dottrina religiosa di contemplazione e disordinata agitazione di formule campate per aria.

 

           I rapporti spaziali possono essere manipolati in astratto in quanto sono semplici e privi di spessore (sono definiti dal contatto e dal limite), non perché appartengano in via esclusiva al nostro intelletto.

           Dal semplice ci si può spingere fino all’estrema complicazione, senza raggiungere la complessità.

           La complessità è fusione dei molteplici elementi e la facoltà di calcolare vi si perde non appena gli elementi cessano di essere distinti.

           Si ha un bell’analizzare il reale, ridurlo a elementi sempre più semplici, sussiste un nucleo irriduttibile: la materia.

           In quanto alla vita, essa è il regno della complessità ed è perché eminentemente complessa che sfugge all’esame, trascinando con sé il suo segreto.

 

           L’immobilità rappresenta un’altra condizione affinché l’intelletto afferri l’oggetto. Essa connota i solidi e lo spazio geometrico in cui si situano.

           Ma il fenomeno[265] è movimento e non è lecito, come si usa nella meccanica, assimilare il movimento reale al suo tracciato, alle posizioni attraverso le quali si è attuato in successione. La sua misura se ne discosta nelle alte velocità. La teoria della relatività di Einstein spiega e corregge il divario[266].

           Tuttavia, una cosa è lo spostamento nello spazio, altra cosa una trasformazione nell’intimità della vita. Quest’ultima è un passaggio analogo a quello dal semplice al complicato, sempre possibile, e dal complicato al complesso, che rimane inevitabilmente approssimativo, se non impossibile; dalla superficie spiegabile del fenomeno alla profondità della vita[267].

 

*     *     *

 

           «Ne eravamo rimasti alla tua partenza per Firenze, un passo decisivo, dato che è qui che hai poi costruito la tua vita. Suppongo tu abbia optato per questa città a causa dei grandi nomi del Rinascimento.

– Sì, il richiamo degli antichi mi attirò a Firenze, ma non fu ciò che mi ci trattenne.

           Si dice «Rinascimento», sottintendendo che quel momento storico avrebbe segnato il ritorno alla vita dopo le tenebre della morte rappresentate dal medioevo, visto che così interpreta quell’età il nostro secolo che si crede vitale![268]

           Non appena, sceso dal treno, misi il piede sui lastricati di granito di questa città, fui colto da un timore reverenziale. Camminai lungo le facciate dei severi palazzi in blocchi di roccia grossolanamente squadrata che ti soffiano addosso la loro ventata d’ombra gelida quando passi dinanzi ai porticati; me ne uscii dalla porta Romana, con il suo affresco polveroso come l’ala di una farfalla. Feci la salita tortuosa del viale dei Colli[269]. Man mano che procedevo, avvertivo che la malinconia svaniva: la città esibiva la paglia e i petali dei suoi tetti rosa, ergeva le sue torri, i suoi campanili e le sue cupole. Le colline, tutt’intorno, avevano la grazia acerba d’un seno di giovinetta, ornate d’un velo di pallidi ulivi, di cascine color pesca, di castellucci merlati; si distendevano sotto la soffice luce del sole fino all’immensa pace delle montagne di zaffiro e lapislazzuli.

           Ed ecco che in questo paese sconosciuto scoprivo come una patria cui si fa ritorno, come un sogno che mi si riaffacciava alla coscienza da un’altra vita; sentivo crescere in me un amore, una felicità, una certezza, il desiderio e la capacità delle grandi opere.

           I giorni successivi, visitai le chiese, i musei, ed ebbi la rivelazione: il medioevo! Il medioevo grandioso, umile e luminoso, era la mia epoca! L’oro dei fondi, l’ocra polline e l’azzurro orizzonte dei vecchi affreschi, la linea melodica, ondulata o spezzata di contorno alle figure e che esprime la loro gaiezza o drammaticità, mi invitavano alla festa, mi mostravano le cose «in terra come in cielo»[270]. Nel silenzio dei santuari i maestri antichi mi chiamavano e mi facevano cenno[271].

– Sono un po’ sorpreso di questa tua dichiarazione di dipendenza dagli antichi, perché non somigli loro gran che. Ti vedrei piuttosto in linea con i pittori che sono loro meno affini: gli impressionisti francesi[272].

– È vero, non siamo degni dei nostri padri. Forse perché non abbiamo la loro fede, né la struttura mentale che vi si connette, né la loro visione di questo mondo e dell’altro. Se ci rifacessimo alle loro tecniche e ci mettessimo a copiare le loro forme, saremmo dei falsari e più indegni che mai! Certo, la pittura francese d’oggigiorno e di ieri sera non denota una grande elevazione spirituale, però è la sola a restare ancora vitale, ci mette a disposizione il solo linguaggio che ci consenta di farci sentire.

           Un tempo non vi era grande maestro francese che non avesse appreso la sua arte a Roma o Firenze. Adesso siamo noi che dobbiamo andare a nutrirci dei loro resti sulle rive della Senna[273]. Il mio orgoglio giovanile si rifiutava veementemente di ammetterlo, ma poi ho ben dovuto farmi all’idea.

           Un giorno due compagni mi sono entrati in studio, sbraitando: «Qui, c’è una gran puzza di muffa! Noi partiamo. Vieni con noi? – Ma dove andate? – A Parigi, dove vuoi che andiamo? È a Parigi che si va quando si vuole divenire qualcuno. Se Parigi ti conosce, sei noto dappertutto, a Londra, in America, e persino a Firenze! Ma, se rimani a marcire nella tua provincia, potrai fare capolavori quanto vuoi, sarai l’unico ad accorgertene e continuerai sempre a correre a destra e a manca affinché ti prestino cinque lire!»[274].

           Protestai, discussi, litigai, ma finii col partire con loro.

           Passammo un inverno nero. Non avevamo il becco d’un quattrino. La metropoli, tra strascichi di pioggia e di nebbia, ci offriva la moltiplicazione all’infinito delle sue facciate cupe…

           Detestavo l’arte moderna per principio. I miei occhi, adusi a ben altri splendori, non volevano scorgervi alcunché di gradevole. Mi ripetevo la sentenza di Leonardo: «La pittura è cosa della mente». Piccoli giochetti di luce, del tutto privi di concettualità[275]. Dicevo tra me: «è divertente, ma non vale nulla! È abile, ma non vale nulla! È intelligente, ma non vale nulla!». Ero come il bel tenebroso, pensieroso, che guarda una ragazza carina e passa in rassegna tutti i validi motivi per disprezzarla, giudicarla odiosa, sciocca, irresponsabile, senza virtù né decoro, senza… ma, man mano che compila questa impietosa pagella, il suo cuore cede, la sua padronanza di sé va in crisi, i suoi sensi si turbano, ed eccolo pronto a buttarsi in ginocchio, a baciarle le mani e i piedi. Sì, lo confesso, fui trascinato da un folle amore, vagamente colpevole, per Manet e Monet, Renoir, Sisley e, persino, Boudin![276]

           La prima volta che vidi un Cézanne mi chiesi se quel maestro fosse davvero digiuno di disegno o se smorzasse apposta le sue linee, affinché ogni oggetto svanisse, offrendo la sua polpa alla luce come la carne di un frutto che si squaglia nella bocca…[277]».

 

*     *     *

 

            L’arte moderna non consiste tanto nel distribuire i colori sulla tela in un modo determinato, bensì piuttosto nel far credere al pubblico che l’imbratto realizzato è un’opera d’arte[278].

           A tal fine occorrono tre cose: un critico d’arte, un gallerista e un «ismo». Spetta al genio del critico inventare la voce e la dottrina dell’«ismo» da presentare – per esempio: «l’imbrattismo» –, nonché redigere il manifesto della nuova scuola rivoluzionaria.

           Da un giorno all’altro, l’imbrattatele diviene «imbrattista» e automaticamente acquisisce il diritto a partecipare alle mostre internazionali e le sue opere dovranno figurare nel museo d’arte moderna, in quanto egli sarebbe il «rappresentante di una tendenza della sua epoca».

           Il gallerista crede nel nuovo valore, crede che le sue quotazioni di mercato saliranno, lo fa credere ad altri, e questo credere basta a farle effettivamente impennare. Dopo di che, si tratterà di pubblicare l’opera omnia nella collezione in cui già figurano Tiziano, Velasquez e Rembrandt.

           Non mi fate dire che si raggiunge il successo a prescindere dal talento. Il talento qui adombrato non è alla portata del primo venuto, non più di quanto lo sia l’arte della pittura.

 

           Picasso ha smesso di essere un grande pittore dallo sguardo semplificatore, dalla mano sicura, sin da giovane. E ciò, dal giorno in cui il gusto di sbalordire il pubblico a forza di mostruosità è prevalso in lui rispetto a quello di realizzare semplicemente delle belle opere[279].

 

           Si deve porre il pubblico di fronte alla seguente alternativa: o plaude al genio, o sarà accusato di essere borghese. Un autentico, buon ricco borghese (di quelli che fanno al caso nostro) non teme nulla al pari di questa qualifica[280]. Griderà e pagherà qualsiasi cosa pur di sfuggire alla minaccia.

 

           Lo scultore Andreotti[281] dice: «una cosa straordinaria è straordinaria e basta. Ma il capolavoro è invece la cosa ordinaria, quando è bella».

 

*     *     *

 

           Ho fatto venire Acquaviva[282] per presentarlo a Costetti. Ho fatto, così, incontrare due mondi: Costetti, che si vuole medievale e dipinge come un figlio di Cézanne, e l’altro, che si proclama futurista ed è un bizantino (come me)[283].

           Ho detto ad Acquaviva: «la prossima volta che vado a Parigi, ti porto con me, ti trovo un alloggio, ti presento agli amici. Non potrò evitarti dei giorni difficili, ma alla fine ti farai un nome e ciò che hai da dire al mondo, lo dirai. – No – ha risposto con mia grande sorpresa – sarò un giudice, come lo desidera mia madre, come lo è stato mio padre. La pittura sarà la mia consolazione, la mia felicità, la mia libertà, non il mio mezzo di sostentamento»[284].

           L’indomani mattina mi è entrato in camera, si è seduto sul bordo del letto e mi ha raccontato il suo sogno, un sogno mesto, che ancora lo turba: «ho sognato che erano morti i nostri due amici Lenzi e Paoli, te ne ricordi?… e io piangevo, piangevo. Non saprei dire di cosa fossero morti, ma io ne soffrivo tantissimo… A dire la verità, non siamo mai stati troppo legati… e li ho perduti di vista da tempo… Chissà perché la loro morte mi affliggeva tanto…

           Poi ho fatto un altro sogno, orrendo! Mi trovavo in una camera a forma di cubo, fredda. Ero solo e a disagio e mi agitavo in quel locale in cui c’era solo un grande tavolo coperto da un mucchio di carte. Aprii la porta per uscire, senonché fuori di lì non ero fuori, bensì in un’altra stanza con un altro tavolo carico di carte e un calamaio rovesciato che vomitava inchiostro e un uomo adagiato, morto, che vomitava sangue. Scappai aprendo la porta su un’altra stanza ancora e, lì, c’era un altro uomo, grasso e flaccido, morto, sul tavolo frammezzo alle carte. Sfondai altre porte su altre stanze e m’imbattei in altri cadaveri come il nuotatore che annega inghiottendo ad ogni aspirazione una boccata d’acqua amara. Uno era caduto sul fianco destro, l’altro sul fianco sinistro, un altro ancora a pancia in su come un pesce, esibendo il gilè bianco e l’orologio che oscillava in fondo alla catena. Di volta in volta, i locali si facevano più angusti, più irrespirabili, più ingombri di scaffali e mensole che piegavano sotto il peso degli incartamenti e dei registri, con il calendario appeso al chiodo e il foglio di giornale accartocciato a fungere da paralume attorno alla lampadina elettrica. L’angoscia aumentava, soffocavo sempre più… Credo persino che morii, ma non me ne ricordo bene…No, non ero morto, salivo una lunga scala e in cima vidi una bimba che riconobbi. Era nuda e mi dicevo: “che fortuna! Era da tanto che desideravo di vederla così! Quanto è carina… È vero che si è un po’ sciupata (aveva due piccoli solchi sotto le natiche[285]), ma è ancora fresca e l’amo, l’amo!”. Non appena mi scorse, fremette d’imbarazzo e si dileguò. Sul pianerottolo si aprì una porta e capii che lei era venuta da quella parte. Nel vano della porta si fece avanti un grosso individuo dal pelo duro e grigio come quello di un cinghiale, ed era il presidente del tribunale e io, a quanto pare, lo conoscevo. Al nostro approssimarci (eravamo in due, ignoro chi fosse l’altro) assunse la stessa aria impacciata della ragazzina e pensai: “lo sapevo che la piccola era venuta fuori di là!”. Rassettò la cravatta, si riprese e fece: “è uscita or ora una donna, lor signori se ne sono forse accorti…” – Sì, feci, lo sapevo, l’avevo capito… – “veniva da me a raccomandarsi, perché ha in corso un processo. Io l’ho un poco sgridata, capirete, ed è andata via assicurando che non lo farebbe più”. L’amico mi guardò interrogativamente.

– Vedo – dissi – che certe sciocchezze ti ronzano in testa anche di notte. Ad esempio, quella di barattare la pittura con la carriera amministrativa. Effettivamente, mi ricordo di Lenzi e Paoli, due dei nostri compagni di studi all’Università. Il primo scriveva versi, il secondo disegnava con un certo talento. Presa la laurea, Lenzi si è impiegato in un’azienda di prodotti chimici e addio poesia! Paoli lavora come ingegnere alla Fiat e addio pittura! Ambedue hanno rinunciato: sono morti. Hanno fatto la stessa fine che vuoi fare tu! È la tua propria morte che hai pianto in loro con una sofferenza tanto più grande dell’amicizia che provavi nei loro confronti. Poi hai avuto una visione progressiva e ritmica della carriera che ti si schiude davanti, quella delle tue morti, di tutte le tue future morti. Ma dimmi, giacché la riconosci, chi è la donzella nuda?

– Una piccola, incontrata molto tempo fa e di cui mi ero incapricciato…

– Dici bene: incapricciato! La prima parola che esce spontaneamente dalla bocca è spesso quella giusta. Lei rappresenta la tua fantasia (tutto quanto in te è estraneo alla prassi e alla quotidianità), la fantasia che ti trascina e che per prudenza disapprovi, come dimostrano le tue considerazioni sulla scostumatezza della damigella, simbolicamente sintetizzate dai due solchi sotto le natiche. Quanto a quel grosso cinghiale del presidente del tribunale, sei tu! È il magistrato che ti proponi di divenire un giorno, innalzato all’ennesima potenza e pur tuttavia attraversato da qualche fantasia che tu censuri come di dovere, e piagnucola che non lo farà più, mai più… ma c’è poco da credergli, ricomincerà»[286].

 

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             Il caso, arbitro tra il diavolo e Dio.

 

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             Attraverso la casa abbandonata, il vuoto si dimena con gesticolazioni e porte che sbattono[287].

 

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             La vita s’incunea attraverso la materia grazie all’alimentazione e all’eliminazione. Attraverso le forme e le vite, tramite l’amore. Attraverso lo spirito, tramite l’espressione.

 

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             L’intelligenza è dritta come un raggio di luce. La religione, essendo eterna ed interiore, tende al ritorno circolare… Sarebbero inconciliabili, se l’arte non le risolvesse nella sua linea ondulata.

 

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             «Natura» è etimologicamente un futuro del verbo «nascere». Pertanto la natura è ciò che sempre deve nascere.

             L’arte è imitazione della natura, non nel senso che ne copi le forme visibili, ma in quanto, come gli esseri viventi, crea la sua forma dall’interno; è una gestazione, una genesi.

             Genesi e genio sono una parola sola.

 

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             Avere delle grandi idee e guardarle da sotto è bello, ma piuttosto facile. Occorrerebbe salirci sopra, senonché siamo da sùbito stanchi.

 

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             Lungo le corde del mondo vi sono, a distanze regolari, punti donde la nota suona pura. Il Musico che suona il mondo preme e torna a premere le dita. Le forme che furono riappaiono, tornano inattese, sempre intonate e già udite.

 

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             Tra gli angeli decaduti, non tutti si erano ribellati a Dio. Alcuni non si erano schierati né con Dio, né contro di lui, «ma per sé fòro»[288]. Dante li schiaffa all’entrata dell’inferno e li sottopone al supplizio di girovagare senza posa in quanto «indegni di riposo»[289]. Ma credo abbia invece ragione Origene nell’averli esiliati, lui, sulla terra, giacché quegli angeli tiepidi, neutrali, irrequieti e sempre esitanti, siamo noi!

             Ci pretendiamo cristiani, abbiamo fatto solenni giuramenti dinanzi all’altare… ma è poi autentica la nostra fede? E quanto a coloro che si vantano dei loro eccessi, delle loro esuberanze, delle loro drittate, e che tutti considerano come veri e propri esseri diabolici, è poi certo che il ricordo del cielo non pianga loro in petto la notte?

 

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             Lo spazio geometrico è un’astrazione, ma un’astrazione immaginabile. È il contenitore di tutte le immagini possibili.

             Il tempo è un’astrazione inimmaginabile: l’invisibile che contiene l’invisibile.[290]

 

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– Diversamente da Van Gogh, Picasso, Modigliani e tanti pittori accorsi da tutte le parti d’Europa in Francia, che vi si sono stabiliti e che vi hanno raggiunto il successo[291], tu, Giovanni Costetti, sei tornato nella vecchia patria, nonostante sia così ingrata agli artisti… Raccontami come vi hai conquistato il tuo posto al sole[292].

– Sì, sono rimpatriato. In nessun altro paese si respira l’aria adatta ai miei polmoni, né risplende la luce di cui i miei occhi sempre sono avidi[293]. Al mio ritorno fondai una rivista d’arte con Soffici[294], uno di quelli che mi avevano trascinato a Parigi. Eravamo un gruppo di letterati, pittori, critici, e ci riunivamo nello studio di De Carolis[295]. Proposi come direttore un giovanotto giallo, miope e peloso, dal viso di una bruttezza esplosiva, Giovanni Papini[296], allora sconosciuto. Creammo il «Leonardo»[297], periodico combattente, a dire il vero più nietzschiano che leonardesco. Divenimmo celebri. Soprattutto Papini, a causa della sua audacia illimitata, quanto meno a parole. Ma l’asprezza e le insolenze del laido individuo finirono col disgustare molte persone, tra le quali il sottoscritto, e ci ritirammo dall’impresa avviata con tanto fervore fraterno. La rivista continuò senza di noi e s’incaparbì nella critica più arbitraria e impudente che mai abbia infettato il regno[298].

             Esposi alla «Promotrice»[299] un ritratto di Soffici[300] che richiamò su di me l’attenzione del pubblico, il che di per sé lusinga la vanità, ma, colmo della soddisfazione, anche quella di un personaggio venerabile, William Rossetti, il critico dei preraffaeliti inglesi[301], il quale m’introdusse nella sua famiglia e nella loro cerchia raffinata, appassionata dei nostri Botticelli e Lippi visti attraverso un velo romantico[302]. Più belle e più ingegnose dei dipinti erano le loro ragazze, di cui si avvalevano come modelle. Si può mai dare qualcosa di più incantevole di una giovane inglese mora, dalla carnagione che ricorda i petali dei fiori? M’innamorai di una di loro, e lei di me, e fu un amore romantico e infelice quanto più non si sarebbe potuto sognare.

             L’anno successivo, nella medesima galleria, presentai, accanto a De Carolis, quarantadue grandi tele d’ispirazione eroica: figure di profeti, pensatori, martiri, dai colori caldi. Gabriele D’Annunzio[303] visitò la mostra, ne fu entusiasta e volle conoscermi. Il successo fu di colpo enorme, esagerato, umiliante.

             L’ingiusto trionfo mi fece un gran bene, mi costrinse a tornare in me, ad accorgermi di quanto la mia arte fosse falsa, vana, indegna della semplicità dei nostri maestri e mia[304].  Sfuggii agli ammiratori e mi orientai verso scene dal vero, con mendicanti. Era, di nuovo, una via sbagliata, ma la sincerità della ricerca e una certa qual volontà di annullarmi di fronte al reale mi fecero cogliere alcuni aspetti della vita, sebbene fossi ancora lungi dall’aver trovato la mia anima[305].

             In quegli anni mi ritirai a Settignano[306]. Dato che la sua casa di campagna era vicina alla mia villa, frequentai D’Annunzio. Fui per lui un amico attento e severo, di quelli che non si perdono mai in blandizie e talvolta brontolano. Credo non ne abbia avuti altri del genere. Sono stato testimone delle sue debolezze, dei suoi abbandoni, delle sue malinconie, delle sue puerilità: mille piccole sincerità me l’hanno reso umano e simpatico. Alcune sue pose barocche erano maliziose puerilità, inoffensive vendette sui tanti che gli si stringevano attorno e l’adorazione servile dei quali lo seccava.

             Ah!, osservando da lontano la mascherata in cui, con la sua arte, si era avventurato, constatando come lo stancasse, come la vita facile avesse distrutto tutto quanto vi era nel suo cuore di puro e di ardente, come mi sono rallegrato della mia fortuna di non aver fortuna, di aver dovuto lottare, soffrire, riflettere, di non aver, come lui, anteposto la fama alla grandezza![307]»

 

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             Mi sommerse con una bordata di parole irose. Il furore le colorava il viso di rosa. Le gridai: «quanto sei affascinante quando ti arrabbi, mia cara!». Lei rimase per un istante perplessa, poi riprese: «sì, per te tutto quanto dico è sempre futile e sciocco, perché sono solo una donna e perché sono io a dirlo! – È proprio il contrario che intendo. Che tu abbia torto o ragione, avrai sempre ragione perché sei te, ed io amo te.» L’abbracciai e la baciai tutta fremente, mentre mi batteva i pugni sul petto. Alla fine si liberò e urlò: «cattivo! Mostro! Demonio!». L’invettiva sanciva la nostra riconciliazione[308].

 

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             Due malattie dell’amore: la lussuria e la passione. Per natura, si oppongono, ma avviene che si mescolino nel cuore umano in cui gli opposti si combinano e gli incompatibili coesistono[309].

             In genere si associa la lussuria alla bestialità, ma l’abbinamento è ingiurioso per la bestia, la quale vi è del tutto estranea. Solo l’animale ragionevole è capace di questa follia, come delle altre.

             La lussuria è una fissazione esclusiva e maniacale sull’organo sessuale, fatta astrazione da qualsiasi sentimento d’amore, da qualsiasi volontà di procreazione, da qualsiasi riguardo per la persona. Non è l’eccesso del desiderio naturale, né un’eccessiva accondiscendenza a soddisfarlo, bensì un vizio contro natura.

             Di fronte al sesso, l’animo[310] è in genere combattuto tra attrazione e ripugnanza a causa della connessione dell’organo con la minzione e gli escrementi. Donde il pudore. Ma la lussuria o impudicizia prende l’abbrivo dall’invertirsi della ripugnanza in attrattiva, pari o superiore al desiderio. Nasce, cioè, quando il desiderio si trasforma in gusto della sconcezza e dell’oscenità.

             La lussuria è desiderio di insudiciare e insudiciarsi. Il popolo la definisce porcheria, piacere di rotolarsi nel letame (il porco così si comporta solo perché rinchiuso a forza nel suo stalletto). Però, se si prova piacere a crogiolarsi nello strame, si può volere addirittura andare oltre, sconciando ciò ch’è puro, donde il gusto dei lussuriosi per le ragazzine ingenue e i fanciulli.

             Così pure sono possibili un compiacersi nella vergogna e, talvolta, un ribaltamento della vergogna in esibizione.

             L’amore esalta l’essere amato, la lussuria si accanisce ad umiliarlo e persino durante il coito sostituisce alle parole dolci bestiali improperi.

             Il desiderio naturale è accompagnato da quello di essere desiderato e il godimento che si procura potenzia all’estremo quello nostro, diretto e originario. La lussuria, invece, è indifferente al piacere o dispiacere provato dalla controparte. L’eventuale indifferenza di questa non la disturba, la sua ripugnanza la diverte, la sua resistenza disperata la eccita. Ai baci e alle carezze preferisce gli oltraggi e le lacerazioni. Gli spasimi della tortura (inflitta o subita) le piacciono più di quelli dell’orgasmo, e anzi provocano questi ultimi.

             Brutale, come quella del frequentatore di bordelli, o raffinata e praticata come un’arte in una cornice sontuosa, la lussuria è sempre meschina e sordida. La passione, che inevitabilmente si accompagna a un atteggiarsi generoso e sacrificale, le si oppone totalmente. Può essere colpevole, ma non disprezzabile, né vergognosa.

             La passione pare essere una ricerca impedita della felicità, ma invece è una propensione perversa alla sofferenza e alla distruzione. Il suo punto d’arrivo consueto e logico è il suicidio.

             Si tratta di una realtà di fronte alla quale tutti tentano di chiudere gli occhi, ma che il passionale conosce benissimo: la morte. Ama la morte perché è l’altra faccia dell’amore, perché conferisce all’amore la sua profondità abissale. Al passionale piace la morte come al lussurioso piace il luridume, essendo l’una e l’altro risvolti dell’amore carnale.

             Il piacere, la gioia, la felicità sono la piena affermazione dell’energia vitale, il suo superamento. È naturale, sano, bello che accompagnino la procreazione, salto della vita al di sopra della morte, trasmissione della vita alle future generazioni e, pertanto, un suo oltrepassarsi.

             Ma il superamento è crescita solo se prolungamento, vertice, dell’istinto di conservazione. Occorre rimanere radicati in sé per crescere. Invece il passionale, come tutti i depravati, si vota esclusivamente al travalicamento del limite, si proietta tutto intero nell’iperbole perpetua. Egli si sente vivere solo nel traboccare, che non è crescita, bensì perdita. Passione e perdizione sono un tutt’uno.

             Il senso della perdizione e dell’impotenza ad evitarla è tanto più acuto se il passionale è religioso, caso tutt’altro che raro, e se gli slanci mistici e le spinte erotiche si combattono nel suo cuore tormentato[311].

             Va da sé che i vincoli sociali, le leggi civili e religiose, rappresentano per il passionale ostacoli insopportabili. Li odia e disprezza dall’alto vertiginoso del suo amore. Talvolta egli si fa un dovere del trasgredire le convenzioni. Non arretra dinanzi allo scandalo, né dinanzi al crimine. Il passionale è sempre un ribelle, anche quando la sua non è una passione politica.

             Il passionale aspira alla morte nel tumulto dei suoi giorni e delle sue notti, come a un porto di riposo nel nulla, eppure la teme. Sia egli credente o meno, teme che essa non sia il nulla, ma l’inferno; teme di trovarsi rinchiuso per sempre in un tormento che lo arda.

             A parte la persona amata, non vi è alcunché che abbia interesse, né senso, per il passionale. La gente, le cose, gli eventi che né favoriscono, né impediscono la sua passione, non esistono per lui. È capace di attraversare guerre, rivoluzioni, devastazioni e massacri alla pari del sonnambulo che deambula lungo il bordo del tetto, senza neppure accorgersene. Può impelagarsi nelle avventure più pericolose ed eroiche senza ombra di coraggio, ma in virtù della sola sua mancanza di senso della realtà.

             Le fantasmagorie meravigliose e terribili della sua passione si proiettano su tutto quanto lo circonda e gli oggetti – compreso quello della sua passione – svaniscono, trasfigurandosi. Probabilmente non ha mai visto la persona oggetto della sua passione, così come effettivamente è. Se gli capitasse la disgrazia di accorgersi che è una persona qualsiasi, ordinaria, ne morirebbe, dopo averla uccisa. La passione è affine alla demenza.

            La passione consiste nel soffrire, nel subire. La passione di Cristo è sofferenza volontaria, subita per liberarci e salvarci. Vi è, in ogni passione, come una croce rovesciata, un riflesso stravolto della croce in un’acqua torbida e mobile[312].

 

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             Se il mare, invece che salato, verde e perfido, fosse uniforme, roseo e zuccherato, in che baratro di nausea annegherebbe la nostra nozione dell’infinito!

             Buon Dio della brava gente, la tua infinita bontà mi nausea: non mi piacciono affatto la tua indulgenza, né il tuo paradiso in cui felicità castrate, virtù prive di attrattiva e mediocrità piagnucolose si conservano sotto vetro fino alla fine dei secoli…

– Eppure ti amo, Dio tremendo che vivi nel vacuo azzurro! Ti amo, Dio il cui sorriso riluce come lo sfavillare di una spada.

– Dio mio, hanno sbavato sul tuo amore con i loro baci, come avevano sputato sulla tua sofferenza nel sentiero che conduceva al Golgota.

           Cristo, fratello mio, ti risparmio l’ingiuria di aver pietà di te! Ma invidio solo la tua corona insanguinata, i tre chiodi e il bianco lampo dell’estremo spasimo sul legno della croce!

– Giacché amo con tutta l’anima il Dio tremendo, sapendo che il suo amore è un amore di cui si muore.

           Lo amo! E il suo amore selvaggio e senza sconti mi ha fatto un cenno simile a quello dei marosi che si approssimano alla riva, quando la loro massa d’acqua trasparente, sollevandosi in un grande grido, mostrano la morte verde in controluce. (Firenze 1926)

 

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           Ammirevole Madonna Bonfigli di Perugia[313], che di colpo mi si riaffaccia alla mente. Stupefacente ruolo fatto svolgere alle rocce: quelle di destra, diritte, si fermano a mezza altezza accrescendo lo slancio della figura della Vergine. Le rocce di sinistra, poste di sbieco, la sostengono, dato che tutto il gruppo tende a piegarsi da quel lato, dove è figurato il bambin Gesù. Il fanciullino è davvero divino. La madre è graziosa e monumentale, chiara come un’aurora. Gli angeli sono musicali e timidi. Il disegno dell’arpa completa il movimento di tutte le linee.

 

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           L’arte è la conciliazione dei contrasti. È grande e ricca in proporzione dei contrasti che concilia, nonché della distanza di detti contrasti tra di loro.

 

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           Detesto Raffaello, nutro nei suoi confronti un odio feroce. La sua immaginazione esecrabile, priva di emozione e di serietà, finalmente trova un argine, è domata e costretta ad approfondire la realtà, quando affronta il ritratto: è in questo settore che l’artista si fa grande, quantunque in senso meramente carnale[314].

           Bourdelle[315] ha detto: «Raffaello piace poco… Ma non si può fare a meno di riconoscere che è il più grande ritrattista del mondo e, come tale, merita il nostro rispetto…».

 

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           Un momento di stupore nella storia dell’arte: Piero della Francesca[316].

 

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           Nella Trinità, il Padre è una persona, il Figlio è una persona. Ma lo Spirito Santo, no. È una colomba con due ali: un rapporto d’unione[317].

 

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           Tutti questi appunti sono solo come lo scalpitare del destriero prima della corsa.

 

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           L’esistenza di Dio è un postulato fondatore rispetto all’esistenza dello spazio e del tempo. Il tempo e lo spazio presuppongono necessariamente un comune contenitore: Dio, l’Eterno, è la loro sintesi[318].

 

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           Principio di degenerazione dell’architettura, allorché diviene appannaggio dei «grandi architetti». La grande architettura fiorisce nell’anonimato.

 

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           Considerare il mondo esteriore come si considera la lingua comune: attribuirgli un senso poetico[319].

 

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             Se penso, è per giustificare quel che credo[320].

 

*     *     *

 

             Lo spirito, per muoversi, ha bisogno di Dio[321].

  

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[1] Dopo un primo anno al Regio Istituto di studi superiori di Firenze, Lanza del Vasto si era iscritto all’Università di Pisa nel 1921. Ha finito di dare gli esami nel ’25, l’anno in cui si sono laureati tanto Giovanni Acquaviva (sappiamo in quali condizioni: vedi Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1). Rassegna autobiografica fino alla prima conversione: anno 1925, a cura di Manfredi Lanza, Lupo Editore, Copertino (LE) 2008, pp. 181-182, 199, 303-204) quanto il fratello Lorenzo (vedi Lanza del Vasto, Lettere giovanili (1923-1936), a cura di Manfredi Lanza e Gabriël Maes, Edizioni PLUS, Pisa 2006, pp. 34-36; nonché infra, alle pp. 32-38). Lui conseguirà la laurea, a sua volta, solo nel ’28. Ecco dunque che, nell’intervallo di tre anni tra il completamento dei corsi e la discussione della tesi, il nostro è già di casa nel capoluogo toscano.

[2] Massima antica.

[3] Cugini siciliani, presumibilmente, e forse già quei Lanza di Scalea che effettivamente hanno risieduto a Firenze quanto meno un paio di decenni dopo. Quanto ad amici, non credo i Lanza ne avessero nel capoluogo toscano sin dal loro arrivo. Avevano forse contatti, in particolare con stranieri. Comunque le relazioni non tardarono a svilupparsi in ambienti della società mondana e soprattutto dell’arte.

[4] Anne-Marie Nauts in Lanza risulta residente al n. 9 di Pian de’ Giullari sin dall’11 maggio del 1925, anche se l’acquisto vero e proprio dell’immobile è forse avvenuto solo nel 1926, dopo la vendita della tenuta di Specchia di Mare, in Puglia.

[5] Al particolare attaccamento a Firenze di Anne-Marie Nauts l’autore aveva già accennato in Quaderni del Viatico (1), cit., a p. 53. 

[6] Lanza sembra suggerire che il suo rientro in Italia risalga al 1919. In realtà, la sua iscrizione all’università di Firenze va posticipata all’autunno del 1920.

[7] Era stato Angelo, il fratello cadetto, ad andare a prelevare in Corsica il padre invalido.

[8] Letteralmente: «in questa cala», «in questa rada», «su questa spiaggia». Traduco con «in questo buco» perché le espressioni in questione non sono sufficientemente correnti, né pregnanti, in lingua italiana.

[9] A dire il vero, in francese Lanza impiega testualmente i termini di «castello» e «parco» laddove io traduco con «villa» e «giardino». Si sa che il francese, lingua della grandeur, è prodigo di vocaboli magniloquenti. La dimora di Escoville, di cui oggi non rimane quasi pietra, era un palazzotto residenziale con elementi architettonici da piccolo castello.

[10] In nota a piè di pagina, Lanza torna a rinviare al Roman de don Louis dovuto alla penna del discepolo A. de Mareuil, nella prefazione al Lanza del Vasto della collana «Poètes d’aujourd’hui» della Seghers, Paris 1966. Cfr. Quaderni del Viatico (1), cit., p. 64, nota n. 129. Dopo essere cresciuto in Normandia, Luigi Lanza aveva potuto riabbracciare la madre solo da adulto, forse alla fine degli anni 1870, più probabilmente negli anni 1880, a Roma. All’epoca, Louise Dentice viveva con il marito a Napoli e la scelta della capitale quale luogo di ricongiunzione tra madre e figlio segreto è da ascrivere all’esigenza della riservatezza. A Roma, stando ad A. De Mareuil, Louise aveva preso una camera in affitto.

[11] Al più tardi, dunque, nel 1900 o 1901 a Specchia di Mare. A meno che l’episodio risalga addirittura agli ultimi anni dell’Ottocento, dato che Luigi Lanza aveva proprietà e un’azienda vitivinicola a San Vito dei Normanni sin dal 1890.

[12] Per Pontigny, vedi Quaderni del Viatico (1), cit., pp. 159 sgg.

Lanza e i fratelli hanno aperto in quegli anni, associandosi ad amici e ad amiche straniere, la pensione Alboraia al n. 26 del Lungarno Vespucci, destinata ad accogliere appunto studentesse e turiste straniere, ma che fungeva anche da centro di incontri e di animazione intellettuale. Altri cenacoli sono stati improvvisati negli anni Venti e Trenta nelle dimore dei Lanza, a Firenze, Milano e Siena.

[13] Solito pallino delle speculazioni etimologiche o pseudo tali, talvolta di dubbia correttezza o opportunità, che ricorreranno in gran copia nel prosieguo del testo. Ovviamente scorretta l’interpretazione di «nota» (musicale) come un participio passato del latino gnosco (= conosco) al femminile. Si tratta invece di una forma contratta di «annotazione».

[14] Gottfried Wilhelm von Leibniz, in particolare nei suoi Essais de Théodicée, pubblicati nel 1710. Notoriamente, il Voltaire si è poi applicato a porre in ridicolo tale assunto leibniziano nel suo Candide, ou l’optimisme.

Notiamo come vi sia nel diario intellettuale una messe di citazioni occasionali d’autori più abbondante di quella, scarsissima, che offre la maggior parte degli altri scritti dell’autore. Certo, molte menzioni rimangono isolate e pochissimo provviste d’un accompagno di commenti. Rivelano tuttavia come le letture di Lanza del Vasto, e in particolare la sua cultura filosofica, siano ben più cospicue e ricche di quanto si sia stati propensi a supporre fino ad oggi.

[15] La quaestio sollevata si sposta. Non si tratta di sapere se il duro, ad esempio, possa essere più o meno duro e il caldo più o meno caldo, bensì se il duro valga più o meno del caldo, il salato più o meno dell’acido.

[16] Grazie ad un accanito sforzo di ricerca intellettuale, il giovane era giunto nel 1922 all’individuazione del terzo termine della relazione tra «quantità» e «qualità»: appunto, «valore». Vedi Quaderni del Viatico (1), cit., pp. 94-95.

[17] Cfr. Quaderni del Viatico (1), cit., p. 175.

[18] Della teologia medievale.

[19] Libero richiamo all’Epistola ai romani, 7. 23: «scorgo nelle mie membra un’altra legge che lotta contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato».

[20] [Nota originale dell’autore:] «Pagare» deriva da «pacare».

[21] In queste riflessioni relative alla nozione di «valore», un’angolatura economica viene a sovrapporsi all’impostazione filosofico-ontologica.

[22] Lanza, qui, mostra di avvertire le cose materiali e lo stesso «io» anzitutto come nodi di mistero, enigmi, da risolvere o decifrare.

[23] [Nota originale dell’autore] Tale è il senso etimologico del verbo «coniugare».

[24] [Nota originale dell’autore:] «Quia pauper et unicus», recita il salmo.

[Commento del curatore:] Non reperisco nei Salmi biblici quest’espressione, ma solo «inops et pauper» (85. 1), «egenus et pauper» (108. 22).

[25] In Lanza del Vasto, Le chiffre des choses, ediz. Denoël 1972, pp. 205-206. Si tratta dei tre primi versi della quinta strofa. Nell’edizione originaria del 1942 la poesia era dedicata al fratello Angelo.

Riproduco gli schemi relativi alla versificazione che seguono il più possibile conformemente alla versione tipografico-illustrativa autorizzatane dall’autore nell’edizione del 1975. Lascio eccezionalmente in tondo i caratteri di stampa negli inserti in versi tanto francesi, quanto italiani o latini, onde facilitarne la distinta lettura laddove comportano un’evidenziazione disegnata delle strutture foniche.

[26] La chapelle palatine de Palerme, ibidem, pp. 21-23. Quattordicesimo verso, quindi vv. 21-24. Il 21° verso compare in due versioni leggermente diverse nelle edizioni de Le chiffre des choses del 1942 (2 voll., Robert Laffont, Marsiglia) e del 1972 (Denoël, Parigi). Nell’ultima, «Les murs enluminés […]» sostituisce «Les strophes enlacées […]». E qui abbiamo una terza variante: «Les scènes enlacées […]».

[27] Da questi schemi metrici si evince con chiara evidenza come la poesia non sia affatto, per Lanza del Vasto, quella scrittura vaga di cose gentili e belle o carine e commoventi che hanno in testa molti lettori italiani ordinari. La poesia dell’autore è ampiamente di mestiere, molto materiale o material-sonora, molto costruita e razionale. È, insomma, una poesia esigente, intimamente rigorosa.

[28] Riproduco l’esatta versione proposta dall’autore, astenendomi da alcuni piccoli ritocchi formali del testo che mi sarebbero suggeriti da scrupolo filologico.

[29] Qui Lanza inserisce una sua traduzione versificata in francese delle due terzine dantesche, che, quantunque interessante, non reputo utile riprodurre per il lettore italiano.

[30] Nell’edizione francese originaria Lanza ha reso esplicita con appositi segni diacritici l’accentazione tonica di alcuni dei vocaboli nei brani latini.

[31] François Villon: circa 1431-1463. I versi citati sono quelli che concludono Le testament Villon (seconda parte della strofa XLI). Cfr. ediz. J. Rychner, A. Henry, Droz, Genève 1974, p. 43.

[32] Terzo verso del famoso pezzo XLIII dei Sonnets pour Hélène di Pierre de Ronsard (1524-1585): Quand vous serez bien vieille, au soir, à la chandelle […]. Cfr. Ronsard, Œuvres complètes, Gallimard («La Pléiade»), Paris 1950, vol. I, p. 260.

[33] (1552-1630). Il bel verso ricordato è il 1233° in Les tragiques, l. IV: Les feux. Cfr. Agrippa d’Aubigné, Œuvres, Gallimard («La Pléiade»), vol. I, Paris 1969, p. 146. In nota Lanza avverte che va pronunciata la s di «plus».

[34] La poesia figura, in una versione molto modificata e datata al 1923, in Lanza del Vasto, Il canzoniere del peregrin d’amore, Jaca Book, Milano 1979, p. 19.

[35] Dell’undicesimo secolo. Cfr. La chanson de Roland, éd. J. Bédier, Paris 1966.

[36] Cfr. Le lais Villon et les poèmes variés, éd. J. Rychner et A. Henry, Droz, Genève 1977, pp. 66-67.

[37] François de Malherbe (1555-1628): il precursore della poesia e del gusto francesi detti «classici». Lanza qui cita testualmente un’espressione figurante  al v. 131° dell’Art poétique (1674) di Nicolas Boileau: Enfin Malherbe vint […].

[38] Il dodecasillabo francese, che corrisponde ad un nostro verso effettivamente di dodici piedi allorché la rima è «maschile», ma di tredici piedi allorché è «femminile», ossia chiusa da una cosiddetta e muta.

[39] Le cimetière marin, già citato da Lanza in Quaderni del Viatico (1), cit., a p. 166, è il componimento più noto del poeta nativo di Sète, ma discendente da una famiglia di «Valeri» e di ascendenza corsa per parte di padre, nonché genovese per parte di madre. Cfr. P. Valéry, Charmes, éd. Alain, Gallimard, Paris 1952, 221 sgg.

[40] [Nota originale dell’autore:] Gli italiani lo articolano tanto in 6/5 quanto in 4/7. In Les Elfes, Leconte de Lisle ne ha ricavato una danza sulla punta dei piedi praticando la formula 5/5 e 5/6.

[Aggiunta del curatore:] Cfr. Œuvres de Leconte de Lisle: Poèmes barbares, Alphonse Lemerre, Paris s.d., pp. 100 sgg. Ben quattro volumi di liriche di questo poeta molto apprezzato dall’autore figurano nel corpus di libri della biblioteca di Anne-Marie Nauts e figli che ancor oggi si conserva in casa Lanza.

[41] Giosuè Carducci ha praticato le quartine di settenari nelle Rime nuove. Particolarmente celebri tra quelli improntati a tale tecnica, i componimenti Pianto antico e San Martino.

[42] Due dei versi del componimento L’ora del lume, sopra riportato.

[43] Il grande commediografo Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière (1622-1673). Non proprio, tutte, ma una netta maggioranza delle sue commedie sono in versi «alessandrini» a rima baciata.

[44] Victor Hugo (1802-1885), Alphonse de Lamartine (1790-1869), Alfred de Musset (1810-1857): tre dei poeti più rappresentativi della corrente romantica in Francia. Appare singolare che Lanza tralasci Alfred de Vigny (1797-1863), contemporaneo dei precedenti e più di loro connotato da preoccupazioni filosofiche e religiose.

[45] [Nota originale di Lanza del Vasto del 1975:] L’opera teatrale dell’autore, ben posteriore rispetto a questo appunto giovanile, è tuttavia in piena linea con la concezione e le esigenze qui enunciate. Nessun critico letterario, nessun direttore teatrale vi ha mai prestato la benché minima attenzione.

[Aggiunta del traduttore e curatore:] Detta opera teatrale si compone de La marche des rois, edita da Robert Laffont a Marsiglia nel 1944; La Passion, Grasset, Parigi 1951; Noé, Denoël, Parigi 1965; David berger, postumo, Éditions du Lion de Judas, 1988.

[46] Vissuto tra il 1525 e il 1594.

[47] Con Euripide, sono i principali poeti tragici greci, vissuti e attivi nel quinto secolo a.C.

[48] Probabile riecheggiamento dell’espressione «dare la sua vita in riscatto di molti», in Vangelo di Marco, 10.45. Il concetto si riaffaccia peraltro in Vangelo di Giovanni, 11.50-52, nonché 18.14.

[49] [Nota originaria dell’autore:] Le considerazioni di cui sopra vanno poste in relazione con il saggio di Nietzsche sull’origine della tragedia. Esse muovono dai temi ivi svolti e li integrano.

[50] Versi fatti figurare in italiano nell’originale e accompagnati in nota da una traduzione in francese, ma non dall’indicazione della fonte.

[51] Del 1912-1913. Ma Lanza lo deve aver letto in una traduzione italiana posteriore a quegli anni.

[52] Sappiamo che sotto lo pseudonimo «Ugo Dorsi» si cela in realtà lo scrittore Ugo Dèttore: si veda in proposito la nota n. 110 a p. 186 di Quaderni del Viatico (1), cit. Non sembra tuttavia che il racconto di cui qui si fa parola possa essere quello stesso di cui alle pp. 186-191 di detto volume.

[53] Vedi nota nota successiva.

[54] [Nota originale dell’autore:] Si noti che Freud ha pubblicato un intero trattato sul riso come sfogo liberatorio dell’inconscio.  Ma è dal Totem e tabù, in cui non vi è traccia dell’argomento in questione, che ho attinto la mia ispirazione.

[Osservazione del curatore:] Si veda il lungo capitoletto interno intitolato Origine religiosa del riso che occupa buona parte del quaderno IX (pp. 45 sgg. del presente volume).

[55] In Totem e tabù e ancor più compiutamente in Disagio della civiltà, che uscirà nel 1929, Freud ipotizza un «peccato originale» dell’umanità che si sarebbe concretamente configurato come parricidio ancestrale sistematico, nel senso che nelle società tribali primitive fondate sulla prepotenza dei forti si sarebbe proceduto ad uccisioni proditorie dei capi o padri padroni. Il rimorso collettivo del parricidio continuerebbe a minare l’inconscio dell’uomo moderno.

Questa teoria non collima affatto con quella che diverrà negli anni Cinquanta e Sessanta la dottrina del peccato originale così essenziale nel pensiero di Lanza del Vasto. Rileviamo comunque che, a questo stadio, la fede del neoconvertito è ancora embrionale, siamo lungi dalla maturità religiosa e filosofica e perdurano nella prosa di Lanza inflessioni laicistico-volterriane alle quali il nostro è stato educato dalla scuola francese.

[56] Riecheggiamento, o piuttosto riciclaggio diversamente orientato, della famosa formula di Blaise Pascal, nelle sue Pensées postume: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce» (n. 277).

[57] Lorenzo.

[58] Lorenzo Ercole Lanza si è laureato in scienze agrarie a Pisa nel luglio del 1925, con una tesi dal titolo: L’ibridazione nei suoi rapporti con la zootecnia. La conversazione tra i fratelli qui riportata risale necessariamente al 1925, se non al 1924.

[59] Si assume che, com’è effettivamente probabile, il latino sexus risalga etimologicamente al verbo secare = dividere, tagliare.

[60] L’autore, celebrato come poeta raffinato e pensatore teoretico profondo, non finirà mai di stupirci – o dovrei dire: scandalizzarci? – con incredibili, invereconde, insistenti digressioni su argomenti iperrealistici, talvolta turpi o anche scatologici, scavati nei loro più impietosi e demoralizzanti dettagli, dilettandosi a dispiegarvi in sommo grado la forza del proprio penetrante acume.

[61] Principio dell’amor cortese.

[62] Gioco di parole non restituibile in italiano. Lanza del Vasto si avvale, ripetendolo, del vocabolo francese «lâche», che, come sostantivo, significa «vigliacco» e, come aggettivo qualificativo «lento, non tirato, non teso».

[63] Non si fatica a leggere attraverso il velo di queste speculazioni scientifiche o pseudo tali, le preoccupazioni di Lorenzo Ercole e Giuseppe Giovanni connesse alla nascita irregolare del padre, Luigi, e alla discriminazione di cui sono oggetto da parte della famiglia originaria, quella dei Lanza di Trabia di Sicilia.

[64] Lorenzo partirà effettivamente per il Venezuela e la Colombia dopo la laurea, nel 1926, per tornarne nel 1927. Vedi infra, alle pp. 40 e 41, poi 80-83.

[65] L’allusione a questioni di famiglia è, anche qui, oltremodo palese.

[66] Perché proprio al 933? Al 933 o 934 è datato il primo documento relativo ad Aleramo, il capostipite della grande famiglia piemontese e ligure dalla quale si staccheranno, nei primi anni del Duecento, i Lancia di Busca e del Vasto, poi Lanza di Sicilia. Siamo dunque ancora non tanto in un ambito di discettazioni astratte, quanto in una serie di considerazioni che Lanza va rivolgendo in se stesso in maniera fortemente partecipata, se non ossessiva, e che lo riguardano in prima persona. E, nell’atto stesso di beffarsi dell’orgoglio nobiliare, il personaggio dà però piena espressione alla più incondizionata fierezza delle sue origini, pur remotissime nel tempo e in pratica non più operanti, vista l’effettiva posizione sociale dell’interessato.

[67] Oggi, certo, si dovrebbe piuttosto parlare di un miliardario. E forse saudita, più che americano.

[68] Pietro Lanza Branciforte, principe di Scordia e da ultimo, dopo il decesso del padre, nono principe di Trabia (Palermo 1807 – Parigi 1855). Patriota dell’Italia sabauda, politico, economista, autore di diversi scritti storici ed economici. In qualche sorta, rifondatore della famiglia tradizionale al momento delle guerre per l’indipendenza e del profilarsi del nuovo regno d’Italia. Effettivamente bisnonno di Lanza del Vasto.

[69] [Nota originale dell’autore:] Cito di memoria.

[Note aggiuntive del curatore:] E non solo sappiamo che, per l’appunto, la memoria di Lanza del Vasto è poco affidabile, ma c’è da osservare che l’originale era ovviamente in italiano, mentre la citazione è in francese. È pressoché certo che il documento si sia conservato negli archivi di famiglia, o comunque a Palermo. Quella che faccio figurare qui è tuttavia una mia nuova traduzione a rovescio, che mi auguro bastevolmente fedele. Comunque, non sfugge il senso della clausola edificante, d’un genere – credo – relativamente consueto nei testamenti dell’epoca e meno carica di specifico significato di quanto Lanza del Vasto faccia mostra di crederla.

[70] Il ramo spurio dei Lanza, dal Luigi celatamente nato a Ginevra, non aveva ereditato il benché minimo bene, né dignità, dall’eminente famiglia siciliana.

[71] Si tratta della piazza della Santissima Annunziata di Firenze in cui figurano due fontane con mostri marini realizzate nel 1629 da Pietro Tacca. Sempre in questa piazza è collocata la statua equestre del granduca Ferdinando I di Toscana dovuta al Giambologna.

Si tenga presente che la piazza in questione, una delle più centrali della Firenze monumentale, è richiamata anche alla p. 56 di Quaderni del Viatico (1), cit.

[72] Della Grande Guerra, nel 1918.

[73] Il «Lycée Condorcet», nei pressi della Gare Saint-Lazare, a Parigi.

[74] Notoriamente, una delle più importanti e significative piazze parigine, non lontanissima dalla Gare Saint-Lazare.

[75] Georges Benjamin Clemenceau (1841-1929), politico di sinistra, capo del governo francese dal 1917 e negoziatore del trattato di Versailles nel 1919.

[76] All’inizio del 1926, in gennaio o febbraio, come si ricava da Lanza del Vasto, Lettere giovanili, cit., lettera a Madeleine Viel del 4 marzo 1926, pp. 36 sg.

[77] Giacomo di Borbone (1870-1931), duca di Madrid, figlio di don Carlos junior e di Margherita di Borbone-Parma.

[78] Innominati di cui rimangono in ombra le identità.

[79] Quello dei Borbone-Conti è stato un ramo collaterale della famiglia avita, e più precisamente un sub-ramo dei Borbone-Condé. Tuttavia, stando ai manuali ufficiali, si sarebbe estinto nel 1814 con Luigi Francesco Giuseppe, coniugato con Fortunata d’Este, dei duchi di Modena. Pertanto ci sfugge l’identità del personaggio evocato in questo passo improntato ad un’ironia tra il buffonesco e il malinconico.

[80] Sempre Giacomo di Borbone, pretendente al trono di Spagna.

[81] Sistemata nella Loggia dei Lanzi, è una delle opere più in vista e ammirate del Giambologna (anagraficamente, Jehan Boulogne), nativo di Douai nel Belgio, formatosi dapprima ad Anversa, ma che è poi vissuto in Italia con addentellati artistici soprattutto con l’Ammannati e, alla lontana, con Michelangelo: 1524-1608.

[82] Nell’originale, in italiano e in corsivo con iniziale maiuscola. Sotto, i tre versi del ritornello vi figurano dapprima in italiano, poi in traduzione francese.

[83] È, testualmente, il titolo generale che Lanza del Vasto ha apposto ai quaderni VIII e IX (quello che qui si conclude e il successivo) pubblicati in volumetto a sé stante, presso la Denoël, nel 1975.

Rileviamo che tutta la parte finale del quaderno VIII consta di spezzoni e frammenti brevi, o brevissimi, sugli argomenti più disparati. Il IX presenterà una molto maggiore continuità di merito e di stile.

[84] Questo svolgimento sull’origine del riso, esteso e complesso, occupa – come vedremo – quasi l’intero spazio del quaderno IX. Vi si innestano o aggregano considerazioni di vario genere, tra le quali assumono notevole rilevanza quelle attinenti alla giustizia umana dei primordi e moderna, nonché ai rapporti tra riso ed eros. L’intera trattazione, di una grande perspicacia nel dettaglio dell’osservazione, ci sembra tuttavia viziata alla base da un grave pregiudizio pessimistico. Intitolazione forse più pertinente – dato che l’elemento autenticamente religioso non sembra gran che consistente – sarebbe stata: origine tragica del riso.

[85] È generalmente ammessa la definizione secondo cui l’uomo sarebbe un animale dotato di ragione, ossia, pur essendo innegabilmente un animale, si distinguerebbe dalla schiera degli animali comuni o animali bruti in quanto capace di riflettere, capire, rendersi conto e prevedere.

[86] «Mieulx est de ris que de larmes escrire,

      Pour ce que rire est le propre de l’homme.

      VIVEZ JOYEUX»

recita l’esergo anteposto da François Rabelais alla sua Vie très horrifique du grand Gargantua, père de Pantagruel del 1534.

[87] Innaturale, da non ricondurre alla Natura, secondo Lanza, in quanto altrimenti coinvolgerebbe tutte le specie animali.

[88] Occorre rilevare che né Giacomo Leopardi, né Virgilio, sono dei filosofi? Quanto al «filosofo inglese», rimane anonimo. Mancano i riferimenti bibliografici. La sentenza in latino volgare, e pertanto medievale, non è certo da attribuire in origine a Virgilio, semmai ha illustri anticipazioni nel greco classico. 

[89] Arthur Schopenhauer (1788-1860), questo, sì, un filosofo. Ma continua a difettare l’indicazione della specifica fonte bibliografica.

[90] Sigmund Freud (1856-1939), non filosofo, bensì neuropatologo e fondatore della psicanalisi.

[91] Henri Bergson (1859-1941), altro filosofo genuino, e, questo, francese.

[92] Il discorso si complica. Subentra un nuovo tema, di cui scopriremo poi come, secondo Lanza del Vasto, si colleghi al primo.

[93] [Nota originale dell’autore:] Come si diceva nel Settecento.

[94] [Nota originale dell’autore:] Come si è detto nell’Ottocento.

[95] Altro embrione di tema, di primaria importanza, accessoriamente coinvolto in questa vasta panoramica sulla presunta origine sacra e rituale del riso.

[96] Deuteronomio 17, 5-7: «Conduci alle porte della città quell’uomo o quella donna che avrà commesso quest’atto abominevole e sia lapidato e muoia. […] Così devi estirpare il male di mezzo a te».

[97] Ancora una volta, e ancor più sistematicamente questa volta, cogliamo (o, devo scrivere, sorprendiamo?) Lanza a tormentarsi e deliziarsi non solo dell’affrontare un tema umanamente, civilmente, sgradevole, imbarazzante, su cui una tacita convenzione vuole che non ci si soffermi né nelle comuni conversazioni, né a livello di analisi scientifiche, ma addirittura a sviscerarlo nei minimi e più demoralizzanti particolari. Rifulgono in questo attardarsi a rovistare tra i più oscuri recessi dell’animo umano le caratteristiche e le doti espressionistiche più fiamminghe del personaggio.

[98] Questo «uomo onesto» non è un qualsiasi uomo della strada, non è un peone, un civile, un proto proletario o proto borghese. È un guerriero, un aristocratico. E non risulta chiaro se «armi»,  sia un plurale di «arma» o di «arme».

[99] È, complessivamente, una teoria del riso non come giubilo divino (riso degli dèi), ma come riso contro, o riso a scapito e ai danni di qualcuno. Una teoria sostanzialmente tragica, che abbassa il riso, subordinandolo alla sfera della serietà, se non riducendolo a risvolto deteriore, quanto spaventoso, della serietà.

[100] Tali erano ancora nella Roma belliana di metà Ottocento.

[101] Lanza del Vasto verga queste righe nel 1926. In Francia, in tempo di pace, la ghigliottina continuerà a funzionare a seguito di sentenze penali ordinarie fino ad oltre la metà del secolo. Le fucilazioni e impiccagioni abbonderanno in particolare in Spagna, nell’ambito della guerra civile, nella stessa Francia occupata dai tedeschi, in Italia, Germania e Russia durante i regimi dittatoriali.

[102] [Nota originale dell’autore:] Molto è stato compiuto in questo senso, ma rimane da compiere almeno altrettanto.

[Nota aggiuntiva del curatore:] Vediamo come Lanza del Vasto non sia un cieco e ostinato difensore di tesi peregrine, chiuso a riccio nella sua ideologia. Egli è perfettamente capace di accorgersi di ciò che di positivo viene realizzato anche negli ambiti umani da lui tanto radicalmente criticati.

[103] [Nota originale dell’autore:] «With his own petard…»: Shakespeare.

[104] Questa digressione sulla giustizia è la parte più valida e condivisibile, purtroppo, dell’intera disquisizione sul riso. Sin dal 1742, nel Dei difetti della giurisprudenza stampato in Venezia, Lodovico Antonio Muratori aveva magistralmente discettato circa le manchevolezze strutturali e ineludibili della giustiza umana, formalizzata nei codici di diritto e amministrata dai tribunali. Una nutrita e triste serie di vicende penali francesi dell’ultimo mezzo secolo ha ampiamente dimostrato a chi abbia gli occhi aperti quanto deficiente sia il sistema giudiziario di un pur tanto civile paese.

[105] Manca, come al solito, qualsiasi rimando a specifici testi.

[106] Si pensi alla vicenda delle vignette antimaomettane pubblicate in anni recenti da un quotidiano danese, poi riproposte scandalisticamente da rotocalchi francesi con la scusa pretestuosa di volere sbandierare il vessillo democratico della libertà d’opinione e di stampa.

[107] Riaffiora chiarissima la concezione di un comico, oltre che sostanzialmente deleterio, subordinato al tragico e che piega di fronte alla tragica serietà.

[108] Nel suo Discours de la méthode pour bien conduire sa raison del 1637, Cartesio  aveva esordito affermando: «il buon senso è la cosa meglio ripartita nel mondo».

[109] Piccola enumerazione che convince poco. È improvvisata, buttata lì, più letteraria che filosofica. Del resto, l’intero periodare dell’autore in queste digressioni appare poco rigoroso. Si ha l’impressione che Lanza tenda a divagare e talvolta quasi addirittura a cambiar rotta nel ragionamento, tanto si lascia trasportare dall’afflato letterario. Qui, sembra tentato di riabilitare il riso, dopo averlo definito come un’ignobile arma letale. Altre enumerazioni casuali seguiranno ancora.

[110] Imperitura mania del ragionamento imperniato sulle etimologie, effettive o immaginarie.

[111] Merita particolare attenzione questa frecciata. Certo, nel 1926, Giuseppe Lanza non poteva aver visto che pellicole mute di scarso impegno artistico. Tuttavia Chaplin era già comparso sugli schermi sin dal 1914 e si era prodotto, ad esempio, in Il monello nel 1921. La battuta, da un lato, sembra legata più che altro a un antiamericanismo preconcetto, dall’altro rivela come il nostro disprezzasse in genere la comicità elementare, meramente buffonesca. Il che conferma la sua sostanziale incomprensione dei valori comici.

[112] Aristofane, padre fondatore della commedia greca, è vissuto ad Atene tra ultimi decenni del IV e primi del III secolo a. C.

[113] Il Don Quixote de la Mancha di Miguel de Cervantes.

[114] Il Seicento.

[115] Alla fin fine l’autore scopre, malgrado tutto, che vi è un ridere innocuo, un ridere primigenio privo di qualsiasi intento aggressivo o lesivo. Ma se ne sbarazza a buon conto attribuendolo in esclusiva agli sciocchi.

[116] In italiano nell’originale.

[117] Dante ignorava il greco, è vero. Ma Lanza del Vasto non lo conosceva molto più di lui.

L’inadeguatezza delle speculazioni etimologiche e filologiche dei due ultimi capoversi è impressionante, anche a causa della grande disinvoltura con cui ci sono proposte. Una sola delle asserzioni dell’autore è ineccepibile: la «commedia» classica, in opposizione alla «tragedia», doveva finire bene.

L’ipotesi etimologica più accreditata fa derivare commedia (latino: comoedia – greco: komoidìa) dai greci kômos (= festino) e oidé (= canto). Non solo il latino comes (= compagno) non ha alcunché a che fare con commedia, che è all’origine parola greca, ma neppure è minimamente da credere che l’ignoranza del grande poeta fiorentino fosse tale da averlo potuto indurre all’associazione terminologica suggerita da Lanza del Vasto, in base alla quale egli avrebbe inteso in pratica, anticipando il nostro autore, intitolare «Viatico» (compagno o guida di viaggio) il poema fondatore della lingua italiana.

Il poema dantesco è stato detto «commedia», dallo stesso Dante e dai contemporanei trecenteschi, a ragion veduta. Più che di un titolo vero e proprio arbitrariamente scelto, si tratta di un’oggettiva definizione di appartenenza a un genere letterario e artistico, connotato, sì, dal felice e persino – nel caso specifico – trionfale esito, ma anche dall’uso dell’idioma volgare, ossia popolare, e dall’aspirazione a parlar generalmente di tutto, mescolando temi e toni, intrecciando motivi di spavento e di malinconia, di sdegno e spregio e di ammirazione, di cupa avversione e di estatica pienezza. Conformemente alla moda moderna di una lettura in chiave romantica, Lanza del Vasto è sensibile alle suggestioni auliche della Commedia, più che ai suoi tesori di umanità corriva.

[118] A p. 55 l’autore aveva già detto: «l’orgoglio, la stravaganza, il ciarlatanismo, la presunzione, l’enfasi, l’ipocrisia». Qui, sostanzialmente, si ripete.

[119] Castigat ridendo mores. La sentenza è latina nel senso che è in lingua latina, ma non è antica: è dovuta, a quanto pare, a un francese del Seicento, Jean-Baptiste de Santeuil.

[120] Il Malade imaginaire e il Tartuffe o l’impostore, due fondamentali opere del massimo commediografo francese, il seicentesco Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière. La seconda si impernia sulla figura del bacchettone ipocrita.

[121] Figura creata in Lione sul finire del Settecento, ad imitazione dei burattini italiani, e divenuta in prosieguo popolarissima in Francia. Quanto a caratteristiche salienti, ha non poco in comune con la maschera di Pulcinella.

[122] In italiano sono più comuni gli affini «ghignare» e «ghigno», che però hanno assunto valenze semantiche un po’ diverse da quelle riferite dall’autore.

[123] Buffo, spassoso. Ma anche: strano, singolare.

[124] Nella mitologia nordica, essere maligno dall’aspetto di gnomo o di gigante, che vive in luoghi solitari, come boschi, montagne, caverne e simili.

[125] Intendi: nella Francia del Sei e Settecento.

[126] In francese «démon», il vocabolo impiegato da Lanza del Vasto, significa tanto «demone», quanto «demonio».

[127] Spiriti malefici delle tradizioni popolari bretoni.

[128] È il brano culminante nell’esposizione della tesi generale sul riso. Il riso è diabolico, satanico, è il riflesso del Male nel mondo. Non gli dèi, ma Satana ride. Quando verga queste pagine, il futuro maestro di vita è ancora assai giovane. È incerto se il concetto sostanziale che le informa sia stato sempre e interamente condiviso da Lanza del Vasto durante la sua non breve e non lineare esistenza. Rimane probabile comunque che, sia pure forse in meno radicale, una presa di posizione del genere abbia continuato ad incidere in misura apprezzabile sul suo sentire e sul suo pensiero complessivo. E ci incombe qui il compito di rilevare come questo partito preso «tragico», al di là della visione manichea che esso non può che suffragare, privi Lanza del Vasto di un autentico contatto e rapporto con quella metà dell’universo culturale che genericamente possiamo qualificare come «comica». Tra l’altro, ciò evidenzia come Lanza del Vasto, che le ha dato un ruolo in apparenza tanto fondamentale nel suo progetto di società comunitaria, fosse in realtà strutturalmente impossibilitato a comprendere nella sua vera essenza e nei suoi precipui valori la festa, celebrazione eminentemente «comica» della gioia universale.

La trattazione sul riso e argomenti connessi ricorda complessivamente in più esteso, più ambizioso e più criticabile, lo svolgimento su «sesso, porcheria e morte» delle pp. 137-139 dei Quaderni del Viatico (1), a cura di M. Lanza, Lupo Editore, Copertino (Lecce) 2008, che aveva lasciato sgomento Antonino da Empoli (vedi ivi). Gli stessi toni radicali, perentori, immaturi, connotano, ad esempio, gli sviluppi sull’amicizia che seguiranno alle pp. 89 sgg., quelli su amicizia, affetto, amore e sesso delle pp. 92 sgg., nonché delle pp. 129 sgg. su lussuria e passione. Tutte queste digressioni, suscettibili di mandare in visibilio il lettore impreparato, soprattutto se di temperamento romantico, sono sostanzialmente giovanili e rivelano scarsa esperienza della vita reale. 

[129] È certamente stimolante ed interessante rilevare come, nella tradizione ecclesiale cattolica e più in generale nella tradizione borghese, il pregiudizio avverso al riso e alla comicità si sia combinato con un altrettale pregiudizio avverso alla sessualità. Ambedue questi pregiudizi con le relative condanne morali – sempre modulate, per l’impossibilità oggettiva di una radicalità vincente – configurano una sfiducia nella natura e, in ultima analisi, una fondamentale sfiducia esistenziale.

[130] L’autore gioca sui due significati del francese gêne, che da un lato vale «imbarazzo» e dall’altro «tortura».

[131] Si deve essere amici e magari addirittura amanti. Al suo solito, Lanza del Vasto ricorre, per una più vivace e persuasiva formulazione, a giochi di parole non propriamente restituibili da lingua a lingua.  «Aiutarsi a vicenda» è, in francese, se serrer les coudes (= stringersi i gomiti); «prendersi per la vita» è se serrer la taille (= stringersi la vita).

[132] La concezione iperpessimistica riguardante il ridere, come si vede, coesiste con un’interpretazione antropofagica e non meno sconfortante della realtà erotica. Abbondano gli spunti effettivamente azzeccatissimi, ma il commentatore non può esimersi da serie riserve quanto al nocciolo della dottrina enunciata.

[133] Saremmo curiosi di sapere chi sia questo qualcuno.

[134] L’autore suggerisce che, piuttosto, i ragazzi ridessero proprio della natura, o a carico della natura.

[135] Genesi, 9. 22

[136] Lanza non demorde dal proprio pregiudizio: il ridere è da condannare senza indulgenze, né riserve.

[137] Impossibile apprezzare qualcuno e nel contempo criticarlo: così, appunto, propendono a credere i discepoli ingenui di Lanza del Vasto con riferimento alla personalità e all’opera dello stesso fondatore dell’Arca. La realtà è ben più complessa. Un giudizio vigilante e critico è sempre assolutamente necessario, anche appunto per addivenire ad un apprezzamento fondato degli altrui meriti.

[138] «Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e nel pianto!». È la legge universale dell’alternanza, in base alla quale ogni estremo chiama il proprio contrario. Il passo evangelico non condanna qui il riso in quanto tale, bensì mette in guardia coloro che vivono nell’illusione della perennità dei beni di cui possono essere occasionalmente ammessi a godere.

[139] Avremmo gradito che ci fosse rivelata l’identità anche di quest’altro anonimo dispensatore di sentenze.

[140] La gioia dei santi, sì, sarebbe cosa santa. Ma non sarebbe riso, né allegria; bensì una realtà sui generis che assolutamente non va collocata sui piatti della bilancia tra tristezze e allegrie, umane o metafisiche. L’espunzione pura e semplice dal supposto ambito della realtà di questo abbinamento particolare non è una soluzione troppo semplice a difesa delle acide tesi finora perorate?

[141] Il buddismo zen, com’è noto, avversa l’intellettualismo, contrasta ogni pratica discorsiva e raziocinante, ritenendo che al «vero» – chiamiamolo così – si possa attingere esclusivamente per via intuitiva immediata e ciò, in particolare, grazie a un qualche incidente improvviso che ci scuota, ci strappi al tran tran dei nostri abituali pensieri. 

[142] Il generale francese Jean-Baptiste Kléber (1753-1800).

[143] In realtà Efesto, confuso con Vulcano dai romani. Il dio greco del fuoco terrestre sorprende la sposa Afrodite con Ares nell’ottavo libro dell’Odissea.

[144] A quest’unico episodio mitologico buffonesco Lanza sembra ricondurre il mitico «riso degli dèi», che solo ora si degna di citare. A dire il vero il motivo è antichissimo e risale almeno alle tradizioni egizie. Nella tradizione ellenica affiora a più riprese, configurando più che altro la tesi di un riso divino creatore della vita, riparatore, salvifico. 

[145] Proverbi, 26. 27: «Chi scava una fossa, vi cadrà, e chi rotola una pietra, se la vedrà venire addosso». Ibidem, 28. 10: «Chi indirizza gli uomini retti per sentieri cattivi cadrà nella fossa da lui stesso scavata, mentre gli integri erediteranno il bene». Ecclesiaste, 10. 8: «Chi scava una fossa ci può cascar dentro».

[146] Vangelo secondo Luca, 1. 52: «[Il Signore…] ha rovesciato i potenti dai loro troni». Ecclesiastico, 10. 15: «Dio rovescia dal trono i superbi e fa sedere gli umili al loro posto».

[147] E all’epica.

[148] Effettivamente la commedia è ridimensionamento e negazione di ogni grandezza e ben si sa quale sia la fanatica venerazione francese della grandeur.

[149] Il quale deve morirvi: è una regola inderogabile stabilita da Aristotele.

[150] Quanto meno, solo personaggi che vantino quattro quarti di nobiltà. È un’altra delle ferree regole aristoteliche che disciplinano l’epica e la tragedia.

[151] In una fantarealtà, in una realtà di mera finzione, con il pretesto del lontano passato.

[152] Della vita reale, insomma, e che squallore, che tristezza nell’animo dell’esimio spettatore educato ai valori dell’epica e della tragedia!

[153] Gli ultimi capoversi riscattano, riabilitano in certa qual misura la commedia, il registro comico e, indirettamente, il riso, attribuendo loro un ruolo specifico nell’ambito della festa (primordiale). Un ruolo, tuttavia, ancellare e preliminare rispetto al clou di tutto, che sarebbe la tragedia.

[154] Sant’Isidoro di Siviglia, vescovo e dottore della Chiesa (560 circa – 636). Autore di molte opere erudite in latino, tra cui, principalmente, le Etymologiae.

[155] Nonché disinvoltamente praticato nell’opera enciclopedica citata nella precedente nota.

[156] Aperta, non scriverò ammissione, bensì addirittura dichiarazione programmatica relativa a un procedimento abusato da Lanza del Vasto in tutti i suoi scritti. Molte argomentazioni del maestro filosofo sono fondate su paretimologie. In nota, l’autore riporta il detto italiano: «se non è vero, è ben trovato». Segue, come vedremo, una piccola collezione di saggi etimologici, che, stranamente, non saranno per lo più ripresi ne Les étymologies imaginaires pubblicate postume dalla Denoël nel 1985.

[157] Affinché il discorso in appresso fili, mi vedo costretto a rendere così, letteralmente, i francesi «plaisant» e «plaisanterie», che tuttavia sono termini dei più corrivi e, soprattutto, differiscono dai corrispettivi italiani nel portato semantico: il primo è un sinonimo dell’«amusant» che seguirà e vale «divertente»; il secondo significa «scherzo» o anche «barzelletta».

[158] In italiano, muso. Per il significato della voce francese, si veda la nota precedente.

[159] Divertire.

[160] Viene spontaneo pensare alle diverse maschere di personaggi e di diavoli scolpite in legno da Lanza del Vasto per le rappresentazioni private e pubbliche dei suoi drammi.

[161] «Démon de la couche»: l’autore specula sull’assonanza tra il segmento «cauche» di «cauche-mar» e l’altra parola francese «couche» (= giaciglio, letto). L’etimologia in questione è non solo immaginaria, ma positivamente errata.

[162] «Merci» vale qui: pietà. Il poeta è il quattrocentesco François Villon, che Lanza ricorda e cita più di una volta nei suoi scritti e certamente apprezza. I due versi di cui sopra si ricollegano alla ballata dei versi dal 1968 al 1995 del Testament Villon, in cui «Je crye a toutes gens mercys» è il ritornello conclusivo di quattro strofe. Nella versione oggi più accreditata del poemetto (cfr. l’edizione curata da Jean Rychner e Albert Henry, Droz, Ginevra 1974, pp. 148-149) non ci imbattiamo però in «Marmousets et Marions», ma in altri personaggi consimili. È da credere che l’autore si rifaccia a varianti di edizioni precedenti.

[163] Il nostro «farsa» deriva dal francese «farce», che, prima di passare a significare appunto farsa o burla, designava un trito o ripieno per vivande.

[164] Il gioco di parole è qui completo in francese, dato che oltre «farce» e «farcir», la lingua dei transalpini ha anche «farceur»: il burlone, il mattacchione.

[165] In Italia, semmai si infarciscono con ripieni di carne macinata zucchine, pomodori, peperoni.

[166] Stranezza, strampaleria.

[167] È interessante notare che l’autore situi il barocco e il rococò nell’ambito dell’era classica, ossia che privilegi gli addentellati di questi modi artistici con l’anteriore classicità rispetto a quelli con il posteriore romanticismo.

[168] È il francese per: boccaccia, smorfia. Va da sé che, in passi come questo, il traduttore non può operare sic et simpliciter una trasposizione in italiano. Infatti l’argomentazione è largamente imperniata sui valori formali e fonici delle parole nella lingua originaria. L’intera esercitazione etimologico-semantica verte su vocaboli ed espressioni tipiche francesi, non solo non restituibili adeguatamente, ma in taluni casi addirittura prive di equivalenze o corrispondenze in italiano.

[169] Torvo, bieco, arcigno, severo. Sinistro, macabro. Feroce, selvaggio, spietato. Sgradevole. Ma anche: deciso, risoluto, fermo, saldo.

[170] Il tedesco «Grimm» vale: rabbia, stizza, furore.

Il francese «grimace», ad ogni buon conto, discende direttamente non dall’inglese, né dal tedesco, né dal gotico, bensì dal francone grima. «Grimo» è stato presente anche negli idiomi soprattutto nord-italici (in napoletano: «grimmë») tra il Tre e il Cinquecento.

[171] «Dunque», secondo la logica voluta da Lanza del Vasto. In realtà le lingue non si evolvono con rigorosa, razionale, consequenzialità. I fattori che determinano le mutazioni fonetiche, grafiche e di significato sono molteplici e un significato antico non spiega più di tanto le valenze semantiche moderne di un vocabolo.

[172] François Rabelais (1494 – 1553), l’autore di Gargantua e Pantagruel, uno dei più antichi prosatori in francese moderno.

[173] Nella traduzione tanto del precedente, quanto del presente capoverso si perdono inevitabilmente i giochi di consonanze. Impossibile riproporre l’affinità fonica tra «rigoler» (= ridersela) e «rigole» (= rivolo), come tra «se marrer» (= sbellicarsi) e «mare» (= pozza). Lanza del Vasto si diverte con il francese e procede a giochetti eminentemente linguistici, da poeta. Non si può però condividere che da questi giochi di parole siano ricavabili sensi e relazioni di sensi utilizzabili in filosofia.

[174] Futuere > futtere > fottere.

La derivazione dal latino sarebbe come una patente di genuinità o di nobiltà che di per sé accrediterebbe il vocabolo come degno di appartenere al patrimonio della lingua nazionale al di fuori di ogni possibile riserva o dubbio.

[175] Un lemma «Foutre», piuttosto esteso, figura in Lanza del Vasto, Les étymologies imaginaires. Vérité, vie et vertu des mots, Denoël, Paris 1985, pp. 157-159 e va ovviamente posto in relazione con questa fonte prima.

Si tenga presente che i vocabolari hanno per un lungo periodo di tempo, che in Francia corre fino agli anni 1970, eluso, ignorato, espunto, le parole della lingua considerate sconce o troppo volgari.

[176] Lanza esemplifica con l’espressione «foutre le camp» = letteralmente: smontare il campo. Ma in concreto: squagliarsela, tagliare la corda.

[177] L’autore sembra non accorgersi che «essere indifferente» e «fregarsene» sono espressioni cui corrisponde uno stesso ed unico significato.

[178] Il francese per «irrisorio» è «dérisoire». L’italiano, più ricco di vocaboli del francese, ha tanto «derisorio», quanto «irrisorio», con valenze semantiche distinte.

[179] Il suffisso, in «ridicolo», è effettivamente quello di un diminutivo. Ma diminutivo di quale parola? Lanza sembra alludere alla provenienza di risibile da un ridibile e a un diminutivo del presunto «ridibile», con caduta del gruppo interno «bil».

Tralasciando queste speculazioni congetturali, torniamo a constatare ancora una volta quanto il patrimonio lessicale dell’italiano sia più esteso e completo di quello del francese. Tra i derivati da «ridere», annoveriamo nella nostra lingua «ridanciano» e Boccaccio, ad esempio, ha usato anche «ridevole». In linea generale panoramiche lessicali quali quella qui abbozzata da Lanza del Vasto, oltre ad esigere un’autentica competenza linguistica, vanno condotte complessivamente sulle varie lingue correlate e dipendenti da una lingua madre nella loro evoluzione diacronica, o semmai preferibilmente sulle lingue più complete, non sulle più povere prese separatamente.

[180] Jean Nauts (morto nei primi anni del ‘900), scabino – ossia consigliere comunale, assessore, ma la funzione era assai più prestigiosa all’epoca rispetto ad oggi – della città di Anversa. Due foto in bianco e nero sopravvissute alle alee delle vicende familiari ce lo mostrano, l’una seduto ad un grande tavolo coperto di carte, in divisa di funzionario pubblico, con i baffi e un sorriso malizioso; l’altra da anziano, in piedi in un cortile, con mutria e una grande barba bianca che lo rende assai somigliante al Lanza del Vasto degli ultimi anni.

[181] «Chi non ride mai, non è una persona seria», ha lasciato scritto da qualche parte Federico Chopin. Jean Nauts non rideva visibilmente, esteriormente; ma si capiva dai suoi ineffabili scherzi che una risata omerica gli covava dentro.

[182] Vedi nota n. 77 a p. 41.

[183] A proposito del viaggio e della permanenza di Lorenzo Lanza in Colombia, vedi già alle pp. 40 e 41; inoltre cfr. Lanza del Vasto, Lettere giovanili, cit., lettere nn. 6 e 7. Lanza del Vasto si considera senz’altro associato al fratello nel possesso dei territori americani.

[184] Lanza del Vasto dà qui voce al fratello. Nelle famiglie bene dell’epoca e talvolta ancor oggi, in Francia, genitori e figli si danno del «voi», plurale di rispetto che corrisponde al nostro «lei».

[185] In spagnolo nell’originale: negozio, commercio, affare, dei biglietti falsi.

[186] Insomma Lorenzo è un gran bravo ragazzo, dall’animo nobile. Decisamente gli mancano tutte quelle qualità negative di durezza di cuore, cinismo e immoralità che sono indispensabili per riuscire nel mondo e soprattutto per affermarsi in terra vergine di conquista. E la colpa sarebbe della madre, Anne-Marie Nauts, che l’ha educato troppo bene.

[187] Importante città portuale della costa atlantica, a nord della Colombia.

[188] Il Rio Magdalena, lungo (1.476 km.) e largo fiume che sorge nella cordigliera centrale delle Ande colombiane. Barranquilla è situata sulla sua riva sinistra. Ed è senz’altro sempre questo il fiume «dalle acque limacciose», di cui sopra, che dev’essere risalito per raggiungere il territorio promesso a Lorenzo.

[189] «Peso» (plur.: pesos) è il nome di unità monetarie in uso in diversi Stati di lingua ispanica dell’America latina.

[190] La mosca tse-tse, trasmettitrice della malattia del sonno.

[191] Critica radicale, attraverso questo esempio esotico, della società capitalista e industrializzata, in cui vigerebbe uno sfruttamento paraschiavistico organizzato dell’umanità più vulnerabile e indifesa.

Uso il condizionale, per lealtà razionale. Ma non posso trattenermi dal soggiungere che, personalmente, sottoscrivo a questa analisi impietosa del nostro mondo che si autoproclama «liberale». Particolarmente rilevanti, direi, le note di denuncia del buonismo ipocrita, atteggiamento strategico connaturato all’egoismo liberale, il quale ha bisogno di far credere, e in certa misura di credere esso stesso, ad una propria funzione, o magari missione, benefattrice.

[192] Giovanni Acquaviva, amico pittore conosciuto a Pisa e cui, in cambio della redazione della sua tesi, il nostro aveva affidato nel 1925 l’incarico di decorargli la stanza e disegnargli l’abito. Riguardo al profilo del personaggio, si veda Lanza del Vasto, Quaderni del Viatico (1), a cura di M. Lanza, Lupo Editore, Copertino (Lecce) 2008, alle pp. 89-90, 95-100, 203-204; per la vicenda relativa all’impegno di Lanza di scrivergli la tesi e il corrispettivo incarico in ordine al vestiario, si veda ibidem, alle pp. 181-184.

[193] A proposito del pittore Giovanni Costetti e del sodalizio tra i due protagonisti del mondo della cultura e dell’arte negli anni 1920 e 1930, rinvio a Lanza del Vasto, Lettere giovanili (1923-1936), a cura di M.Lanza e G. Maes, Edizioni Plus, Pisa 2006 e, in particolare, alla nota n. 99 della p. 44 di tale volume.

Sulla base del presente passo si può assumere che Costetti e Lanza si siano conosciuti nel ’26 a Firenze, il che è ben naturale poiché ambedue allora vi risiedevano, e non a Parigi come affermato da Chiara Boschini in una sua tesi in Lettere Moderne, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Parma, a. accad. 2003/2004, intitolata Il fondo Giovanni Costetti presso la Biblioteca “A. Panizzi” di Reggio Emilia, capitolo Giovanni Costetti: la vita, pp. 5-16.

[194] Grande ritrattista, Costetti era famoso, oltre che per l’abbondanza della sua produzione (si veda in appresso) per la rapidità con cui lavorava.

[195] Un ritratto a olio affine a quello qui descritto, in cui Lanza indossa il cappotto di Acquaviva e ha il braccio sinistro che si flette sul fianco, con la mano in diagonale sotto il petto, datato al 1926 e misurante cm. 94 x 60, è riprodotto a p. 160 della monografia Giovanni Costetti. Opere dal 1901 al 1949, a cura di G. Paccagnini, Edizioni della Galleria Arte del XX Secolo, Montecatini Terme 2004. A questa corposa pubblicazione rinvio per più dettagiate notizie biografiche, bibliografiche e critiche sul pittore.

[196]      «Cento volte sul telaio riponete il lavoro

       rifinitelo sempre e rifinitelo ancora»,

aveva preconizzato Nicolas Boileau, il grande teorico e maestro del «classicismo» francese seicentesco, nel suo Art poétique. Si riferiva alla versificazione, ma i precetti da lui enunciati esprimevano la mentalità e il gusto del secolo aureo nel suo complesso. Fino ad una quarantina d’anni fa ogni studente francese del classico aveva bene impressi nella memoria questi due versi. E Lanza prende il contropiede di Boileau, come in filosofia prenderà il contropiede di Cartesio.

[197] Presumibilmente Lanza si riferisce al Laelius de amicitia, dialogo composto nel 44 a. C.

[198] Vangelo secondo Luca, 6. 22-26: «Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, quando vi bandiranno e vi insulteranno e il vostro nome sarà proscritto come infame a causa del Figlio dell’uomo! Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché ecco, la vostra ricompensa sarà grande in cielo […]».

[199] Non serve, ritengo, sottolineare quanto arbitraria e speciosa divenga la speculazione etimologica in passi quali il presente.

[200] Principio stesso della «cifra delle cose», su cui l’autore baserà tutta la sua produzione poetica.

[201] Vangelo secondo Matteo, 22. 39: «Il secondo [comandamento] poi è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso».

[202] Di nuovo l’autore si lascia andare a slalom linguistici, a giochi di parole ampiamente imperniati, oltretutto, su consonanze fonetiche quasi solo casuali, o quanto meno idiomatiche, appartenenti in proprio al solo idioma francese. «Sguardo», in francese, è «regard»; e «trattenersi» si dice «se garder».

[203] Vangelo secondo Matteo, 22. 37: «Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua mente». Nella versione francese edita dalla scuola biblica di Gerusalemme: «[…] con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutto lo spirito». Il francese non ha un vocabolo che corrisponda pienamente al latino mens e all’italiano «mente». Donde il ricorso a «spirito». Tuttavia è certo che Lanza si prende una libertà difficilmente condivisibile nel proporre, a sua volta, «intelligenza». Quello di «mente» è concetto di molto più ampio significato rispetto a «intelligenza».

[204] Si continua a ragionare a furia di arguti giochi e bisticci di parole.

[205] Non sembra una frase troppo normale tra semplici amici, né tra uomini. Implica un minimo di empito affettivo e si pensa a Mary T., l’americana di cui Lanza si era invaghito nel 1926.

[206] Ora si parla di amicizia e le mani sono, ad esempio, quelle di Lanza e di Costetti.

[207] Viene da chiedersi: l’autore si riferisce a topoi letterari, casi della vita venuti a sua conoscenza per vie traverse, o parla per esperienza personale diretta?

[208] Effettivamente, si tratta solo di soddisfazione delle pulsioni erotiche. Tuttavia l’erotismo esiste e ha cittadinanza nel mondo e nelle società degli uomini. Non è una realtà né trascurabile, né disprezzabile.

[209] Amante: in francese maîtresse, cioè padrona.

[210] Lanza si riferisce forse all’amicizia specifica con Costetti. È di là da venire la grande amicizia con Luc Dietrich, personaggio che incontrerà nel 1932. Sin d’ora colpisce, tuttavia, l’esaltazione che impronta i suoi accenti nel trattare dell’amicizia, che privilegia rispetto all’amore.

[211] In latino, admirari: basato su mirari = guardare (con sorpresa, meraviglia, ammirazione).

[212] Mantengo qui tale e quale il vocabolo usato dall’autore: «amore». In italiano suona improprio, smodato, fuori misura nello specifico contesto, dato che si discorre di amicizia; in francese è avvertito come ben più accettabile e normale.

[213] Studio di pittura di Giovanni Costetti a Firenze. Le vetrate sono quelle del lucernario.

[214] Già, dunque, un primo «cenacolo». Ricordo che Costetti ha animato a Firenze e Pistoia negli anni Venti e primi anni Trenta del XX secolo un gruppo di artisti e intellettuali genericamente orientato verso un recupero della tradizione, nonché ideali spiritualisti e pacifisti.

[215] Torrente che si getta nell’Arno a Firenze. Il Boccaccio lo ha personificato in un pastore omonimo nel Ninfale fiesolano.

[216] Paese sulle colline a 7 km da Firenze in cui si contano varie ville, anche famose. Vi hanno abitato, ad esempio, Michelangelo (villa Scopeto) e, in tempi a noi più vicini, Berenson (villa Tatti).

[217] Mai Sawell, artista e giornalista incontrata dal pittore nel 1923 e che egli sposerà nel 1928.

[218] Si tratta della villa Versè, in cui Costetti, di ritorno da un lungo espatrio in Norvegia e nei Paesi Bassi dovuto al fascismo e alla seconda guerra mondiale, morirà il 3 settembre 1949, quasi totalmente dimenticato dalla critica d’arte.

[219] Cfr. Lanza del Vasto, Lettere giovanili, cit., lettera n. 140 del 1934 al fratello Lorenzo, in cui è segnalata una caduta di Luc Dietrich appunto scendendo la costa San Giorgio.

[220] Ricordo che la madre, Anne-Marie Nauts, è iscritta nei registri fiorentini quale residente al n. 9 di Pian de’ Giullari a partire dall’11 maggio 1925. La casa è stata da lei acquistata forse sin da quell’anno o forse nel 1926, dopo la vendita della proprietà pugliese di Specchia di Mare. Sarà rivenduta negli anni Trenta.

[221] Efficace effetto di freschezza di questi improvvisi, bruschi, mutamenti di tono e di genere. Da un’evocazione di realtà concrete della vita del giovane a Firenze si passa a considerazioni del tutto astratte di alta filosofia.

[222] Genere letterario medievale di contrasto e dibattito con strofe alterne tra due verseggiatori, in auge soprattutto presso i provenzali.

[223] Son qui citati due brevi scorci di testo da una tenzone medievale in provenzale antico tra Manfredi Lancia I, marchese di Busca e del Vasto (1168-1215), e il noto trovatore Peire Vidal, ascrivibile alla fine del XII o ai primi anni del XIII secolo. La tenzone è riportata per intero in Francesco A. Ugolini, La poesia provenzale in Italia, Modena 1949, pp. 15 sg. L’«antenato burbero» afferma che il trovatore «non ha senno, né sapere, né memoria» e l’interlocutore replica trivialmente al marchese vastense: «sei come il cieco che piscia per strada, quando ha perso il senso del pudore e la memoria». Ambedue i protagonisti, pertanto, si accusano, tra l’altro, di una smemoratezza che sa tanto di perdita della consapevolezza.

La citazione è decisamente erudita e rappresenta una spia, tra altre, tanto della cultura passiva di Lanza del Vasto assai più estesa di quel che abbia lui stesso suggerito in molti suoi scritti e si sia poi inertemente creduto, quanto delle approfondite indagini da lui esperite in merito alla storia antica della famiglia.

[224] Una supposta scienza finita sarebbe inconoscibile. La presenza del soggetto umano dietro la scienza, che gestisce la scienza, che se ne avvale, implica il dilagare, con il fattore vita, delle mutazioni e del dubbio.

[225] L’autore gioca sull’ambiguità del vocabolo: da un lato, carattere di stampa, segno grafico cui è attribuito un significato; dall’altro, insieme delle attitudini psicologiche che contraddistinguono un individuo.

[226] Si tratta ancora di Giovanni Costetti. Unica obiezione al quadretto: Costetti era di statura più bassa che media.

[227] Giovanni Costetti è nato a Reggio Emilia il 13 luglio 1874. Anne-Marie Nauts-Oedenkoven è nata ad Anversa (Belgio fiammingo) il 1° luglio del 1874. Effettivamente i due personaggi sono dei coetanei quasi perfetti: il pittore è più giovane della madre di soli 12 giorni. Nel ’26 Lanza ha 25 anni, mentre Costetti ne ha 26 + 26 = 52.

[228] «Tutti i punti cui le mie dure esperienze mi avevano condotto, lui, giovanissimo, li aveva individuati con maggiore facilità grazie all’elaborazione culturale e vi si era fortificato. Il suo dogmatismo giovanile, ardito e chiaroveggente, mi confermava nelle mie conquiste». Così scrive Giovanni Costetti in Ma vie artistique, prefazione tradotta in francese da Lanza del Vasto del suo Vingt-six dessins de Giovanni Costetti, Londra 1929 (la retrotraduzione del passo in italiano è mia).

[229] Lanza cita quasi testualmente dalle pagine prive di numerazione della prefazione ai Vingt-six dessins, cit.

[230] Certo, la smania di nobiltà esisteva in quegli anni nella popolazione in Italia e altrove. Affliggeva, però, più la borghesia che i contadini, i boscaioli e le classi popolari in genere.

[231] La fonte è, anche per tutta quest’altra parte della citazione, e in particolare per i ragguagli sulla madre, la prefazione dei Vingt-six dessins, cit. Non si può escludere che il testo originale di quest’ultima potesse essere stato sottoposto per traduzione a Lanza del Vasto sin dal 1926, quantunque la pubblicazione sia del 1929. L’alternativa è che l’appunto diaristico non sia, in realtà, da datare al 1926, ma al 1927, 1928 o 1929.

[232] Il David, realizzato tra il 1502 e il 1504, era stato originariamente collocato sul sagrato del Palazzo della Signoria, o Palazzo Vecchio, a simboleggiare la difesa delle libertà della città. Dal 1873 l’originale, a più riprese danneggiato, è ospitato dalla Galleria dell’Accademia. A fianco dell’entrata del palazzo è stata posta nel 1910 una sua copia.

[233] Il palazzo trecentesco è stato ideato da Arnolfo di Cambio (circa 1240-1302), insigne scultore e architetto, e costruito, a partire almeno dal 1299, da più maestri.

[234] Pur tenuto conto della giovane età dello scrivente, questo passo, nel suo complesso, discredita Lanza del Vasto quale storico dell’arte e critico d’arte. Difficile negare che la superficialità e inadeguatezza di giudizio dello spiritualista in materia d’arte, ma anche di cultura, si evidenzi qui in modo clamoroso.

La radicale stroncatura del Davide, da cui muove, palesa una totale incomprensione del senso e dei valori di quel capolavoro; che, certo, non obbedisce a canoni biblici, né cristiani, bensì, in aperta reazione liberatoria da quelli, a canoni di recupero ed esaltazione della più antica e veneranda tradizione greco-romana e pagana.

È azzeccato il riferimento al barocco. Tuttavia Michelangelo, più che nella monumentalità, è caratteristicamente manierista o prebarocco nel non finito, cui Lanza non accenna affatto. Stupisce e delude che del maestro della transizione Lanza si limiti a commentare solo, da un lato, il Davide, dall’altro la Creazione d’Adamo. Dimentica le figure della Cappella Medicea, le Pietà, ovviamente i Prigioni, il Giudizio dell’abside della Cappella Sistina e gli affreschi della Paolina.

D’altro lato, riflettiamo che, come già anche – a proposito del Giambologna – l’alzata di spallucce nei confronti del Ratto delle Sabine (vedi alle pp. 41-42), queste prese di posizione polemiche così ostentatorie ricordano le condanne dell’arte tradizionale da parte dei futuristi di Filippo Tommaso Marinetti, che sin dal 1909 avevano sconfessato la Vittoria di Samotracia e i musei e poco più tardi anatemizzato Venezia. Un radicalismo giovanile simile anima i paradossi critici di Lanza del Vasto, il quale tuttavia non si volge verso un’enfatica idolatria della modernità, ma al contrario approda a un primitivismo ultra-preraffaellita.

Si tenga presente che l’autore non ha mai sconfessato questi giudizi giovanili, anzi vi si è vieppiù intestardito con il passar degli anni.

[235] Si noti la rilevanza dell’assunto. Per Lanza, la fede religiosa è anzitutto un portato della ragione. È la ragione ad esigere che si creda. La ragione umana ci apprende, se l’ascoltiamo, se ci lasciamo da essa condurre a prescindere da pregiudizi, che vi è a ridosso della medesima una ben più luminosa e autorevole ragione, la quale sola detiene le chiavi dell’esistenza.

[236] In questi paragrafi il traduttore resiste alla naturale e professionale tentazione di italianizzare lo stile con piccole aggiunte o con l’uso di vocaboli più appropriati, reputando invece opportuno attenersi rigorosamente all’originale per un’aderenza massima agli intenti semantici.

Dopo lo sconsolante pezzo su Michelangelo, questo, in assoluto contrasto, impressiona per la sua profondità di pensiero. Siamo passati al registro prettamente filosofico, nel cui ambito Lanza del Vasto eccelle. Si noti la rilevanza dell’assunto: «la fede è un’esigenza della ragione». Una delle radici del credo religioso lanziano è prettamente razionale e, in ciò, l’autore a buon diritto si professa seguace di Tommaso d’Aquino.

[237] Nell’originale: «amoureuse», che ha un significato più forte dell’italiano «amorevole» o «amorosa» ed equivale appunto, tendenzialmente, a «innamorata».

[238] Grosso uccello marino degli oceani reso popolare presso il pubblico francese da una tra le più celebri poesie delle Fleurs du mal di Charles Baudelaire ad esso intitolata.

[239] Il leone, sempre il leone. E un re della savana, oltretutto, supposto nell’atto di risvegliarsi, di accingersi alla riscossa?

[240] L’aristocrazia europea aveva da tempo subìto processi di ridimensionamento dei propri poteri, del prestigio e anche drastiche riduzioni dei propri averi. All’epoca in cui Lanza vergava il presente appunto, i Lanza di Sicilia vivevano una crisi famigliare drammatica che, nel giro di pochi decenni, li avrebbe ridotti a cittadini ordinari. Queste righe si riferiscono a condizioni dell’aristocrazia all’epoca già datate e suonano anacronistiche.

[241] Il grande palazzo seicentesco dei Branciforte di Butera, a Palermo, con lunga fronte che dà sul mare, è oggi assai danneggiato. I Lanza di Trabia l’avevano ereditato nell’Ottocento e lo abitavano ancora nella prima metà del Novecento.

[242] Vocabolo graditissimo ai francesi e, curiosamente, abusato nel paese antesignano del laicismo.

[243] Libro dei Salmi: XLIII, 23: «quare obdormis Domine?». E, da altro salmo, l’autore cita in nota: «Adhaesit in terra venter noster».

[244] La dottrina della predestinazione è antica in seno alle Chiese cristiane; è stata ed è tutt’oggi oggetto di fondamentali dispute. La Chiesa cattolica romana, dal canto suo, ha per lo più difeso – e, in particolare, contro Calvino – un’interpretazione morbida che che forse rende inappropriato l’uso, qui, del termine d’accompagno «dogma».

[245] Nuovo inserto realistico a sorpresa, che aera questa prosa, la quale tende ogni tanto a ingolfarsi in speculazioni iperintellettuali.

[246] [Nota originale dell’autore:] La riduce in pratica a quel moncone che chiama la «cosa in sé».

[Note del curatore:] In una delle mense o bettole in cui i giovani Lanza consumavano i loro pasti a Pisa durante gli studi universitari, la padrona serviva regolarmente un piatto di fritti di difficile identificazione che Peppino, Lorenzo e gli amici avevano finito con il designare come: noùmeno fritto (= cosa in sé fritta, fritto di cose in sé).

Il presente spunto di critica antikantiana riveste notevole rilevanza nella formazione del sistema filosofico lanziano, come ben illustrano le pagine di Daniel Vigne, La relation infinie. La philosophie de Lanza del Vasto: I. Les arts et les sciences, Éditions du Cerf, Paris 2008.

[247] Ancora una volta notiamo accessoriamente che il francese dispone di un unico vocabolo, extérieur, laddove l’italiano sdoppia in «esteriore» ed «esterno». Ci è sembrato più opportuno usare per lo più il primo termine. Il lettore tenga conto, tuttavia, della duplice valenza semantica.

[248] «Spirito», nel senso di «mente».

[249] Passo illuminante non solo in relazione all’anti-idealismo del pensatore, ma anche, e forse soprattutto, al suo particolare spiritualismo. Constatiamo che, secondo Lanza del Vasto, non lo spirito è nel corpo, bensì il corpo è nello spirito. Pertanto, lo spirito prevale sul corpo. Tuttavia, prescindere dal corpo nell’analisi della realtà è, a suo avviso, un esiziale errore. Il corpo è il nostro prezioso tramite all’esteriorità e il solo mezzo d’investigazione della natura.

Constatiamo, tuttavia, una qualche nebulosità nei concetti e insufficiente trasparenza negli snodi dell’argomentazione. In particolare, ci premerebbe capire meglio cosa esattamente l’autore intenda per «natura».

L’ultimo capoverso sottolinea l’importanza della conoscenza del corpo. Su questa intuizione si innesterà, nel 1937 e ‘38, l’apprendimento delle pratiche yoga, degli esercizi respiratori e della meditazione all’indiana.

[250] Viene ancora ribadita l’importanza fondamentale del corpo e delle funzioni fisiche. Da talune notazioni si ricaverebbe l’impressione che la rivalutazione del piano fisico tenda a configurarsi come una dottrina di preminenza. Ma altrove Lanza del Vasto riconduce la fisicità nell’alveo del metafisico. Al commentatore sembra che diversi aspetti di questo spiritualismo metafisico pur tanto attento ai valori sensibili rimangano equivoci.

[251] Alle pp. 91 e 92.

[252][Nota originale dell’autore aggiunta nel 1975, a quanto riferisce A. De Mareuil:] Giambattista Vico, Principi di scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni [ Napoli 1744]. I grandi progetti di cui sopra hanno avuto attuazione una trentina o quarantina d’anni dopo ne La Montée des âmes vivantes, commento al Genesi, ne Les Quatre Fléaux, sintesi sociologica, e nella Trinité spirituelle.

[253] Non si coglie bene il nesso, come più d’una volta avviene nella prosa di Lanza del Vasto nonostante che di primo acchito essa ci sembri d’una grande e perfetta chiarezza. A forza di scrivere semplice, talvolta l’autore salta articolazioni verbali o di pensiero necessarie.

Rileviamo, comunque, che l’amico, qui ancora, è il pittore Giovanni Costetti. Succede a Giovanni Acquaviva e Antonino da Empoli nelle grazie particolari di Lanza del Vasto, precedendo per altro verso Hermann Hornak e Luc Dietrich. Il lungo passo virgolettato che segue è di nuovo espunto da Ma vie artistique in Vingt-six dessins de Giovanni Costetti, cit., con qualche taglio e qualche aggiustamento. Se Lanza si dà la pena di riproporre – e, com’è sua abitudine, senza citare la fonte – questo testo già andato a stampa a suo tempo, è certo nell’intento di tributare un omaggio speciale al pittore defunto nel 1949.

[254] Giovanni Costetti è vissuto settantacinque anni.

[255] Il pittore è stato anche, accessoriamente, scrittore e, a parte una serie di scritti strettamente relativi all’arte pittorica, ha lasciato romanzi, novelle e drammi. In proposito, si consulti l’archivio della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, la quale dispone di un ricco fondo «Giovanni Costetti», grazie a un lascito della moglie Mai Sawell.

[256] Domenico Morelli (1826-1900) e Filippo Palizzi (1818-1899), maestri della scuola ottocentesca napoletana.

[257] 1818-1882. Questo pittore è morto a Torino, circostanza che potrebbe non essere priva di una qualche connessione con il viaggio a Torino di Costetti di cui in appresso.

[258] Romeo Costetti, fratello maggiore (nato nel 1871) di Giovanni e anche lui pittore. Ha lavorato soprattutto a Napoli e Roma.

[259] Pierre Puvis de Chavannes (1824-1898), pittore francese, e Dante Gabriele Rossetti (1828-1882), inglese figlio d’italiano, noto caposcuola dei cosiddetti preraffaelliti.

[260] Solite rotture di tono e di ritmo, soliti inserti brevi di realtà colta sul vivo, che alleggeriscono e vivacizzano il testo. Questo scorcio visivo fa molto pensare a un possibile quadro di Giovanni Costetti.

[261] Come già sappiamo, dopo aver finito di dare gli esami nel 1925, Lanza del Vasto ha aspettato ancora tre anni per discutere la tesi e laurearsi. Complessivamente è rimasto in Università ben otto anni. E l’entrata nel mondo del lavoro continuerà a profilarsi problematica, per lui, anche una volta raggiunto il diploma. Farà vaghi progetti di una carriera accademica eventuale, ma, nonostante ripetuti sforzi soprattutto tra il 1932 e il 1934, non riuscirà a comporre quella Trinità spirituale perfezionata che, se pubblicata, avrebbe potuto costituire la premessa a un serio tentativo in quel senso. Cercherà di insinuarsi negli ambienti del cinema, con molte illusioni e scarsissimo successo. Le sue prime prove indovinate nel campo della prosa, le darà, sotto forma di appunti da completare, durante il protopellegrinaggio del 1933, che rappresenta un primo momento di decisa fuga dalla società civile. E pubblicherà Le pèlerinage aux sources, suo solo libro di grande successo atto a schiudergli un’autentica carriera da scrittore, nel 1943, quando sarà in età di ben quarantadue anni e avrà da tempo fermamente rinunciato ad affermarsi nel mondo.

[262] Tornano ad affacciarsi, con notevole pregnanza, gli appunti filosofici. Per ben misurare tutta la portata di queste considerazioni sul tempo e sullo spazio, si veda D. Vigne, La relation infinie, cit., capp. VII e VIII.

[263] Splendido passo di filosofia teoretica raffinatissima, in tono quasi di conversazione banale. L’apparenza banale è finalizzata all’accessibilità da parte del comune uomo della strada, o – diciamo – a produrre un’impressione di semplice e facile ovvietà. Dal punto di vista dello studioso, essa si configura piuttosto come un travestimento. «Chi loda la chiarezza del mio stile», ha lasciato scritto Lanza negli appunti inediti del Viatico, «non capisce che è un velo».

[264] Nell’induismo, manifestazione della dea Kalì, che presiede all’apparenza, alle trasformazioni, all’esistenza come illusione.

[265] In senso tecnico e greco: l’apparenza.

[266] Accenni ad Albert Einstein e alla teoria della relatività, già in Quaderni del Viatico (1), cit., pp. 84 e 151. Ricordo che lo scienziato tedesco ha pubblicato la sua teoria della relatività ristretta nel 1905 e la più ascoltata teoria della relatività generale nel 1919.

[267] Questi concetti, espressi qui in termini molto concisi, avrebbero meritato di essere esposti più in dettaglio. Daniel Vigne ha egregiamente sopperito alla mancata  loro rielaborazione da parte dell’autore in un contesto organico, nel suo recente volume già citato (La relation infinie).

[268] Riprende ancora lo svolgimento non breve dedicato a Giovanni Costetti, basato sull’autobiografia dei Vingt-six dessins, cit., qui più rielaborata, integrata e riadattata sotto forma di dialogo. Vediamo chiaramente come lo spezzettamento della prosa diaristica non sia dovuto al mero caso degli effettivi eventi della vita quotidiana, ma, almeno in parte, voluto dall’autore nell’intento di rendere il testo di più gradevole lettura. Infatti, null’altro che l’effetto di stile giustifica che Lanza del Vasto abbia frazionato la relazione autobiografica a stampa della Vie artistique di Costetti, proponendola per brani.

[269] La trecentesca Porta Romana, a sud della città e collegata all’ultima cerchia di mura cittadine per lunghi tratti conservate. Nella lunetta, affresco della Madonna col Bambino e santi del primo Quattrocento. L’evocazione dei «severi palazzi in blocchi di roccia grossolanamente squadrata» può riferirsi a palazzo Pitti. Dalla stazione, Costetti deve essere sceso al Ponte Vecchio, quindi essere passato davanti a Palazzo Pitti: la porta Romana è situata non molto oltre. È da supporre che l’indicazione «viale dei Colli» si riferisca all’attuale viale Niccolò Machiavelli.

[270] Sono le parole del Padre nostro: «sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra» (Vangelo secondo Matteo, 6. 9).

[271] La nostalgia dell’antico e del «primitivo», come pure del lontano e del magico, è parte integrante della sensibilità, e più in generale, dell’animus moderno e contemporaneo. Per limitarci al settore delle arti visive, citiamo a tale proposito la scuola tedesca dei «nazareni» attiva a Roma durante buona parte dell’Ottocento e che ha avuto un nutrito numero di adepti ed epigoni anche italiani, nonché quella inglese, sempre ottocentesca e di poco posteriore, dei «preraffaelliti». Diversi altri pittori di fine Ottocento e del primo Novecento hanno dato nel «primitivismo» o sono stati quanto meno molto influenzati dalle arti «primitive». Tra questi, il Puvis de Chavannes, menzionato da Costetti tra i primi pittori da lui ammirati.

Per Lanza del Vasto, come sappiamo, il richiamo al medioevo e alla categoria del «primitivo» è fondamentale, ben al di là delle sue implicazioni artistiche. Per Giovanni Costetti il primitivismo, figurativo come filosofico, rimarrà sempre solo un’aspirazione sostanzialmente teorica, con scarse ricadute nella sfera del reale.

[272] Subentra qui di nuovo la critica d’arte lanziana, che, diciamolo subito e senza circonlocuzioni, è tutt’altro che pertinente e fine. Egli vede in Costetti un impressionista, emulo dei francesi. Ma il reggiano, pur avendo certamente appreso molto dalle scuole francesi di fine Ottocento, è invece un espressionista italiano, che semmai, in fatto di addentellati con l’estero, può ricordare piuttosto la pittura tedesca e nordica.

[273] Constatazione disperata che oggi appare a noi molto esagerata, tanto nel suo primo quanto nel suo secondo elemento. A Roma e Firenze sono venuti nel Sette e Ottocento più pittori tedeschi e inglesi che francesi. E non mi pare si possa veramente dire che gli artisti italiani del periodo a cavallo tra i due secoli siano vissuti di sole briciole cadute dalla mensa della pittura francese.

[274] Questa triste situazione non è affatto migliorata da allora. Mai Carla Bruni avrebbe potuto presentarsi quale cantante a San Remo.

 Per sfondare, gli italiani continuano a doversi recare all’estero, con la sola differenza che gli Stati Uniti, e persino Londra o la Germania, sono ora mète che offrono maggiori prospettive rispetto a Parigi.

[275] Si tratta di nuovo dell’impressionismo francese, come se ci fosse solo l’impressionismo in Francia a fine Ottocento. Di Van Gogh e Gauguin, non sarà fatto alcun cenno nella carrellata, che, in parte, segue. Comparirà, invece Cézanne.